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Casa Cini di nuovo luogo d’arte

15 Ott

Fino al 25 ottobre in via Boccacanale di Santo Stefano a Ferrara, le opere di otto giovani artisti per la Biennale dedicata a don Franco Patruno

di Andrea Musacci

cerioli artisti 2Non un evento isolato ma un accompagnamento costante nel tempo e in profondità nel cammino artistico di givoani creativi. Da quattro anni, questo vuol essere la Biennale d’Arte per giovani artisti “don Franco Patruno”, giunta alla sua III edizione e ospitata, come prima fase espositiva, nel luogo a cui la memoria del sacerdote deceduto nel 2007 è maggiormente legata: Casa Cini. Una storia che dunque non viene solo omaggiata, ma resa ancora carne viva, attraverso cuori e mani di una nuova generazione di artisti che – è la speranza – anche da un’esperienza di questo tipo possano iniziare un proficuo iter nel mondo dell’arte. Il concorso, bandito su scala nazionale, è aperto a giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni, e vede la giuria tecnica composta da Gianni Cerioli e Marina Malagodi (rappresentanti della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento), Ada Patrizia Fiorillo (storica dell’arte – Università di Ferrara), Fausto Gozzi (direttore della Pinacoteca Civica di Cento), Massimo Marchetti (critico d’arte) e Valeria Tassinari (curatrice scientifica Museo Magi 900 di Pieve di Cento). Gli artisti sono stati invitati a riflettere sul tema “Realismi”, presentando opere che spaziano dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’installazione fino al video. Sono otto i giovani selezionati per questa terza edizione, ognuno partecipante con un’opera, alla quale però è stato chiesto di affiancarne altre due dello stesso periodo creativo, per poter conoscere ancora meglio il percorso che il giovane sta portando avanti: Francesco Bendini (San Sepolcro,1996) con “Senza titolo”, “Pupazzo” e “L’artista nel suo studio”; Nicola Bizzarri (Bologna,1996) con “Dichiarazione 07-0.2019”, “Senza titolo (oggetto)” e “Senza titolo (Sì! Sì! Sì!)”; Carmela De Falco (Avellino, 1994) con “Walking with laced shoes”, “Untitled (to break)” e “Untitled (home sweet home)”; Andrea Di Lorenzo (Varese,1994) con “Senza titolo”, “Radure” e “Foglie di fico”; Victor Fotso Nyie (Douala, Camerun,1990) con “Bios”, “Bios 2” e “Bios 3”; Francesco Levoni (Bologna,1996) con “Variazioni” e “Untitled 2”; Lilit Tavedosyan (Yerevan – Armenia,1992) con “Senza titolo 1”; Livia Ugolini (Bologna,1989) con “Doppio legame”, “Cari saluti da” e “Lover’s eyes”. Nel tardo pomeriggio di giovedì 10 ottobre, il salone e altri ambienti del primo piano dell’Istituto di cultura di via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara, hamnno ospitato il vernissage dell’esposizione, sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, in collaborazione con il Comune di Cento e con il patrocinio della Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio. Dopo il saluto da parte del Direttore di Casa Cini don Paolo Bovina, ha preso la parola il curatore Gianni Cerioli: “sono contento di essere riuscito a far tornare don Franco qui a Casa Cini. Questa Biennale è stata pensata da anni per essere ospitata in questo luogo – ha proseguito -, che sta tornando sempre più ad accogliere attività culturali e artistiche”. La Biennale intende essere in un certo senso “la continuazione di quel che don Franco voleva realizzare, cioè un progetto per aiutare i giovani a emergere”.

opere lilit

Opera di Lilit Tavedosyan

Per l’occasione, al primo piano di Casa Cini sono state esposte una decina di opere su carta, fra le meno note, di don Patruno, realizzate negli anni ’70-’80. Massimo Marchetti, per tanti anni amico e collaboratore del sacerdote, ha spiegato come quest’ultimo, personaggio poliedrico e originale, dagli anni ’50, tutti i giorni non riusciva a rinunciare a disegnare. Abbiamo scelto di esporre queste opere, anche perché parte di un ciclo ispirato alla Divina Commedia e alla Sacra Scrittura. I prossimi appuntamenti sono in programma per venerdì 18 ottobre quando alle ore 1730, nel salone di Casa Cini, Angelo Andreotti terrà una conferenza su don Franco Patruno. In occasione del finissage il 25 ottobre alle ore 18, verrà presentato il catalogo della Biennale. Si tratta di un agevole libretto, documentativo delle opere e degli apparati con testi dell’Arcivescovo mons. Giancarlo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. L’esposizione è visitabile da lunedi a venerdì dalle 09.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, sabato su prenotazione (chiamare il 347-3140278). I tre artisti vincitori riceveranno dalla Fondazione un premio-acquisto di euro 3.000 per l’opera prima classificata, di euro 1.200 per la seconda e di euro 800 per la terza. Le opere entreranno a fare parte della Collezione d’Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento. Al vincitore verrà poi affidato l’incarico di organizzare una mostra personale a Cento e a Ferrara entro il 2020, dedicata agli sviluppi della sua ricerca artistica.

Chi era don Franco Patruno

don patrunoNato a Ferrara il 29 novembe 1938, viene ordinato sacerdote da mons. Natale Mosconi nel 1966, e il suo primo incarico è di cappellano presso la parrocchia di Santa Maria Nuova-San Biagio. Per 9 anni (1966-1975) è assistente dei giovani dell’Azione cattolica e per 16 (1969-1985) direttore dell’Ufficio missionario diocesano. Dal 1971 è responsabile diocesano delle comunicazioni sociali. Il 2 febbraio 1985 è nominato responsabile dell’Istituto di cultura ”Casa Cini”: l’arcivescovo mons. Maverna affidò nel 1984 la responsabilità della Casa a lui e a don Francesco Forini; partito per le missioni in Africa quest’ultimo, don Patruno da allora ha continuato a dirigere le attività culturali dell’Istituto. Critico d’arte e cinema per l’Osservatore Romano, don Patruno ha curato per il quotidiano vaticano la rubrica ”Opinioni” per quanto riguarda le problematiche etiche della comunicazione di massa. Sempre per l’Osservatore Romano ha curato ampie interviste a personaggi del mondo della letteratura, dell’arte e dello spettacolo. Per l’emittente Raisat 2000 ha intervistato Ermanno Olmi, Dacia Maraini, Ezio Raimondi, Andrea Emiliani, Pompilio Mandelli, Aldo Borgonzoni, Franco Farina, Pupi Avati, ed altri. Ha pubblicato diversi contributi sulle problematiche estetiche nel mondo medievale, sull’estetica musicale in Sant’Agostino, sulla poetica delle Avanguardie del Cinquecento ed ha introdotto il catalogo sulle due rassegne di arte sacra in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Bologna per la Casa Editrice Electa. Ha curato il catalogo della rassegna “Chagall e la Bibbia”. Come artista ha esposto in Italia e all’estero. Per i tipi della Book Editore ha pubblicato “Chagall e Matisse: due templi della spiritualità in Provenza”. Ha fatto parte della Commissione per i Beni Culturali e Artistici della Conferenza Episcopale Italiana. Don Patruno ha iniziato a esporre nel 1958 con una rassegna nel chiostro della chiesa di S. Romano di Ferrara dal titolo “Piccola città”. Dopo il periodo trascorso in seminario, ha ripreso ad esporre con tre mostre grafiche alla galleria “La linea” di Ferrara nel 1969, 1970 e 1971. Nel 1974 è stato invitato per una personale al Palazzo dei Diamanti, in occasione del centenario di Ludovico Ariosto, con “Cinquanta personaggi dell’Orlando”. Nel 2000 ha realizzato diversi lavori per l’ “Opera don Calabria” di San Zeno in Monte di Verona di cui soprattutto si ricordano due ampie vetrate per la nuova cappella dell’Adorazione. Nel 2003 fu richiesta la sua partecipazione, con una specifica vetrata, alla Biennale d’Arte Sacra “Stauros” di Santuario San Gabriele di Teramo. Don Franco è stato anche nominato monsignore nel 2006 ed una della sue ultime apparizioni in pubblico fu in quella occasione, quando vennero inaugurati gli affreschi della sacrestia del duomo, dipinti da Paolo Baratella. E’ deceduto il 17 gennaio 2007.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 ottobre 2019

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“Fondamentale nel nostro cammino di fede, mancava una proposta così”: la parola agli iscritti della Scuola di Teologia per laici

7 Ott

Diamo voce a chi ogni venerdì sera lo trascorre in Seminario per le lezioni: dal Sottufficiale dell’Aeronautica all’operaio, ecco le loro motivazioni e alcune proposte pratiche

_8853“Mi sembra impegnativa e seria, ma così dovrebbe essere ogni progetto”. Questa frase di Giuseppe Miccoli ben rappresenta il pensiero dei 117 iscritti alla neonata Scuola di teologia per laici intitolata a “Laura Vincenzi”, le cui lezioni sono iniziate il 20 settembre scorso nel Seminario di Ferrara. Un impegno non da poco ma che dimostra come la proposta della nostra Arcidiocesi stia riscuotendo un ottimo successo. Nelle ultime settimane abbiamo interpellati fgi iscritti per conoscere chi sono, per comprendere dalla loro viva voce le motivazioni di questa scelta, domandando anche come questa proposta si possa migliorare. Nel momento in cui scriviamo (ma le iscrizioni sono ancora aperte) la Scuola, come detto, registra un totale di 117 iscritti, dei quali 82 ordinari, 15 uditori, e 20 partecipanti al Modulo di ebraico biblico ed ebraismo che si svolge a Casa Cini ogni lunedì. In totale, 63 donne e 54 uomini hanno scelto di dedicare parte del loro tempo settimanale per frequentare le lezioni in Seminario e per lo studio individuale. Di quanti ci hanno risposto (circa un terzo), solo tre in passato sono stati iscritti al nostro Istituto di Scienze Religiose. Quasi tutti coloro che hanno accettato di rispondere alle nostre domande, sono laureati, anche se uno di loro si è fermato al diploma di Terza media. Una decina sono pensionati, uno è disoccupato, e gli altri si dividono fra impieghi statali, libere professioni e altro: si va da un Sottufficiale dell’Aeronautica Militare a una cuoca, da un’audiometrista a un operaio, da una casalinga a un ricercatore dell’IMAMOTER, da un fisioterapista a un agente immobiliare. Molti di loro sono a vario titolo impegnati nella propria parrocchia d’appartenenza, perlopiù come catechisti. Gli altri si dividono fra volontariato nella Caritas o impegno in associazioni e movimenti diocesani (Azione Cattolica, Scout, SAV, Papa Giovanni XXIII) o laiche (AVIS, Croce Rossa, Avvocati di strada). Amore e conoscenza: perché trascorrere il venerdì sera a Scuola… “Approfondimento”, “conoscenza”, “formazione”, “competenza”, “amore”, “cammino di fede”: sono queste le parole che ricorrono maggiormente nelle motivazioni degli iscritti. A dominare è la volontà di iniziare o proseguire un percorso formativo e al tempo stesso di fede, culturale e spirituale insieme, spesso “per mettere in pratica un desiderio che avevo da tempo” e che ora questa proposta diocesana realizza. Scandagliando meglio le risposte, notiamo in diverse persone come lo studio possa essere particolarmente utile anche nel proprio impegno di catechista, “per trasmettere – spiega Giuseppe Claudio Aquilino -, con più competenza l’insegnamento biblico”, per “far conoscere ai bambini in particolare la figura del Maestro”, dice Catia Massarenti, catechista a Vaccolino; oppure, risponde Daniela Previato, catechista a Malborghetto – “perché è forte la necessità di una formazione adeguata a chi come me ha scelto di testimoniare ai più piccoli la bellezza dell’incontro con Gesù”. “Chi Lo ama non può non voler approfondire la conoscenza anche con lo studio – sono parole di Chiara Fantinato -, soprattutto se si è impegnati nella pastorale catechistica ed educativa”. Per Gabriele Guerzoni, sono conoscenze importanti “da mettere al servizio in Parrocchia”, per il mio ruolo di Ministro Straordinario dell’Eucarestia, riflette invece Teresa Semenza, o, per Chiara Cortesi, perché “possa essermi di aiuto per eventuali attività pastorali che si possono presentare in futuro”. Secondo Michelina Grillo è fondamentale “scoprire la dimensione teologica radicale dell’essere credenti”: “ho bisogno di spazio di preghiera”, aggiunge Annadriana Cariani, o, come ci spiega Giovanna Foddis, “ho da imparare molto”. Forti motivazioni personali, anche se non necessariamente spendibili in attività parrocchiali, motivano Cristina Scarletti (“mi possono aiutare anche e soprattutto con il mio prossimo”) e Laura Chiappini – “desidero approfondire quello che ritengo la centralità della mia vita” -, per – sono invece parole di Anna De Rose – “far crescere quel seme che Dio ha piantato nel mio cuore”, così da “rendere meglio ragione della mia speranza”. Infine, non manca chi motiva la scelta anche col bisogno di socializzazione, di scambio di esperienze, o chi, come Fausto Tagliani, intende anche “confrontare con quanto imparato negli anni ‘80 alla Scuola di teologia per laici in AC, diretta da mons. Mori”. Va tutto bene, ma…: alcuni suggerimenti Partiamo dalle proposte organizzative: c’è chi chiede di “alternare annualmente le materie del primo orario (18.30) a quelle del secondo orario (20.20) per permettere a ciascuno di frequentarle tutte”, o chi consiglia “una certa elasticità per la questione presenze, nel caso in cui non si riesca a frequentare almeno i 2/3 delle ore del corso”. C’è anche chi pensa possa essere utile “effettuare recuperi o meglio testi scritti, per chi non potesse partecipare a tutte le lezioni, ad esempio per motivi professionali”. Un paio di persone, poi, consigliano di inserire materie giuridiche nel piano di studi – ovvero Diritto ecclesiastico e Diritto canonico –, di valorizzare “temi cari all’azione pastorale della Chiesa locale, educandoci a lavorare sul campo, nella nostra realtà odierna di società secolarizzata, per costruire occasioni di confronto”; o ancora, che si si pensi a “un percorso sistematico di riflessione sulla fede, di conoscenza della Parola di Dio, di approfondimento della morale cristiana, di comprensione della liturgia e dei sacramenti”, magari con “un aspetto culturale che la differenzi dal taglio pastorale e dal profilo accademico dell’ISSR”. Infine, un’ultima ma non secondaria proposta: “incominciamo ogni lezione con la Santa Messa”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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Ecologia e nonviolenza: un cammino di trasformazione personale e collettiva

7 Ott

Nel mese del Sinodo per l’Amazzonia, sono stati circa 150 i presenti nei due incontri del XXIV Convegno di Teologia della Pace svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre scorsi. Tanti i relatori, credenti (Piero Stefani, Emanuele Casalino, Giuliano Ferrari) e non credenti (Paolo Cacciari e Daniele Lugli). Il 2 ottobre si è tenuto anche l’ultimo incontro del “Tempo del Creato”

a cura di Andrea Musacci

mahatma-gandhi-a.900x600Dove trovare il giusto equilibrio tra la necessità di una resistenza alla catastrofe climatica che incombe su di noi, e il rispetto dei principi della mitezza e della nonviolenza? Questo è solo uno degli interrogativi emersi dal XXIV Convegno di Teologia della pace, svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre sul tema “La mitezza darà un futuro alla terra? Per una ecologia e nonviolenza integrali”, ispirato al passo delle Beatitudini, “I miti erediteranno la terra” (Matteo 5,5). L’appuntamento è stato organizzato da diverse associazioni (Pax Christi, SAE, Banca Etica, AC, ACLI, AGESCI, Movimento Rinascita Cristiana, Ferrara Bene Comune, MASCI), dall’Ufficio diocesano per la pace e la cura del creato, l’Ufficio diocesano ecumenismo e per il dialogo interreligioso, la Chiesa Battista di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Fra il testo biblico e la “Laudato si’ ”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl saluto iniziale del primo dei due incontri – svoltosi mercoledì 2 alla presenza di un’ottantina di persone nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana (in via XX settembre) – è spettato a don Andrea Zerbini, il quale si è soffermato sul ricordo di mons. Elios Giuseppe Mori (1921-1994) a cui, insieme ad Alberto Melandri, è stato dedicato il Convegno. Per l’occasione, è stato stampato e distribuito un piccolo opuscolo con alcuni passi di mons. Mori sul tema dell’ecologia e della pace. Il primo intervento ha visto Piero Stefani relazionare sul tema del Convegno: nella Bibbia la terra è promessa ai discendenti di Abramo, al popolo, dunque i padri trasmettono “qualcosa che non possono possedere”. E’ una terra, dunque, “che si eredita, che si accoglie, che mai dovrebbe essere conquistata”. Anche se spesso è proprio così, e questo, certamente, “non fa della Bibbia un testo ecologico”. Dall’altra parte, nel racconto biblico, “Dio ha cacciato alcuni popoli dalla terra che abitavano perché l’hanno resa impura: da qui l’idea, già presente, che stare sulla terra comporti un certo stile di vita”. Fondamentale per capire il versetto delle Beatitudini (Mt 5,5) è il Salmo 37, dove i giusti, i poveri e i miti “sono coloro che alla violenza non reagiscono con la violenza”, ma anche “coloro che prestano denaro, che aiutano chi ha bisogno”. Insomma, “sono coloro che confidano nella volontà di Dio”. Un’analisi dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco dal punto di vista di un “laico e agnostico” (come lui stesso si definisce) è stata poi tentata da Paolo Cacciari, scrittore, giornalista ed ex deputato, storico esponente ambientalista. Nell’aprile 2018, Cacciari insieme ad altri ha dato vita all’associazione “Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale”, basata sulla lettera–appello sottoscritta da 160 attivisti e intellettuali, fra cui don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Grazia Francescato, Raniero La Valle, Gad Lerner, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Luca Mercalli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Francesca Re David, Paolo Rumiz, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Luca Zevi e padre Mussie Zerai. Un primo grande merito della Laudato si’ – “nella quale il Papa riconosce l’importanza dei movimenti ambientalisti degli ultimi decenni e critica i vari negazionismi” sul tema della crisi climatica – per Cacciari, è di aver “riconciliato un’analisi scientifica della realtà con un’attenzione etica e, direi, metafisica”. Centrale nell’enciclica è il concetto di “ecologia integrale”, da intendere nel duplice senso di “ecologia non superficiale, non piegata a ragioni di marketing o di business”, e nel senso ancora più profondo di “correlata alle questioni sociali, economiche, strutturali. Sarebbe, però, riduttiva una lettura solo ambientalista della Laudato sì”, ha proseguito il relatore: infatti, “questa conversione ecologica sempre più urgente, non può essere affrontata solo da un punto di vista fisico, biologico, o meramente tecnologico. Occorre invece una rivoluzione culturale e spirituale profonda, cercando di immaginare la nostra vita al di fuori delle regole del mercato, della logica capitalista del commercio, del profitto e della competizione”, di questa “economia che uccide”. Per Cacciari non bisogna abbandonarsi a una sterile lamentosità, ma cercare “controegemonie culturali, vere e concrete. La stessa Chiesa dovrebbe essere meno ambigua sulle tematiche legate alla crisi ecologica”. Dal testo biblico aveva preso l’avvio Stefani nel suo intervento e col testo biblico si è chiusa la prima giornata. Cacciari ha infatti criticato il versetto di Genesi 1,28 (“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”). “Penso invece – ha concluso – che bisogna superare ogni forma di antropocentrismo, di specismo e, insieme, di androcentrismo, contrapponendo una forma di ’sacralizzazione’ della natura, iniziando a considerare i suoi beni non totalmente a disposizione degli esseri umani. Va quindi modificata la stessa concezione di esseri umani, pensandoci come interrelati con il resto della natura”.

La pace passa attraverso il sorriso, la testimonianza, la fede e la meditazione attiva: la tavola rotonda svoltasi il 3 ottobre dalle Clarisse

relatoriNel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nel dopocena di giovedì 3 ottobre, si è svolto il secondo appuntamento del Convegno di “Teologia della pace”. Sul rapporto fra ecologia e nonviolenza hanno discusso, moderati da Piero Stefani, Daniele Lugli (Presidente onorario del Movimento nonviolento), Emanuele Casalino (pastore della Chiesa Battista di Ferrara) e Giuliano Ferrari (monaco de “I Ricostruttori nella preghiera” di La Spezia. Lugli ha relazionato sul tema “Ferrara città nonviolenta?”, partendo da un ricordo di Alberto Melandri, insegnante, coordinatore del CIES – Centro informazione e educazione allo sviluppo, rappresentante dell’associazione Cittadini del mondo, scomparso il 10 giugno scorso a 69 anni. Così, dal suo “sorriso ambulante” (la definizione è della figlia di Melandri) Lugli ha proposto ai tanti presenti (una 70ina) una “carrellata” di testimoni della nonviolenza, tutti, come Melandri, portatori di “un sorriso accogliente”. Il pensiero è andato innanzitutto a Silvano Balboni, ferrarese classe ’22, morto giovane, nel ’48, per una grave malattia, organizzatore anche nella nostra città dei Convegni sul problema religioso, un’originale forma di dialogo fra credenti (di ogni confessione) e non credenti, ai quali partecipavano anche alcuni sacerdoti, fra cui mons. Elios Giuseppe Mori (a cui è stato dedicato questo Convegno di Teologia della pace, insieme ad Alberto Melandri). Pietro Pinna (1927-2016), il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici, è un altro “portatore”, secondo Lugli, di un sorriso indimenticabile, “segno di un animo nonviolento, nonostante una vita difficile, gli arresti e le critiche, contento comunque di non aver ucciso altri esseri umani”. Proseguendo, il relatore ha ricordato il sorriso di don Giuseppe Stoppiglia, ex parroco di Comacchio, deceduto il 24 settembre scorso, da lui conosciuto personalmente nella città lagunare alla fine degli anni ’60, “ritrovato” dopo 30 anni, e rincontrato nel 2016 in occasione della cittadinanza onoraria assegnatali proprio a Comacchio. Infine, un ricordo di Aldo Capitini, padre fondatore del Movimento nonviolento italiano, teorico della nonviolenza come apertura degli esseri all’esistenza nella sua interezza, senza però ’sacralizzare’ la natura. “Anche le varie Chiese Battiste italiane hanno prodotto negli anni diversi documenti ufficiali dedicati alla questione ecologica”, ha spiegato invece Casalino, spostando quindi il discorso sull’altro termine contenuto nel tema della serata. Si può partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, per fare un breve excursus, quando la Federazione delle Chiese evangeliche nel nostro Paese ha istituto una Commissione apposita sull’ambiente. “Nel giardino di Dio non ci sono rifiuti” è invece il nome del documento di quest’anno che segue diversi altri dal 2014 in poi. In quest’ultimo si denuncia come “l’attuale sistema di produzione e di consumo non faccia che generare rifiuti, compromettendo così il futuro e generando disprezzo verso il Creato”, con lo scarto anche degli esseri umani. La stessa lotta portata avanti da Greta Thunberg è, secondo Casalino, “frutto di una visione integrale della questione ecologica, che chiede quindi un cambio del sistema di produzione, non all’interno del sistema stesso”. Dopo aver citato importanti documenti sulla crisi ecologica, redatti da Legambiente e dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo ONU di esperti sul cambiamento climatico) sulle responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura media globale e di alcuni stravolgimenti all’ecosistema globale, Casalino ha riflettuto su come dovremmo ragionare da credenti: innanzitutto, prendiamo atto come nelle stesse comunità cristiane – delle varie confessioni – “se da una parte c’è una sempre maggiore consapevolezza, dall’altra molti cristiani tendono ancora a ignorare e a sottovalutare il tema”, se non addirittura a negarlo. Da qui il pastore ha proposto alcune considerazioni. Innanzitutto, l’importanza a suo dire di “riflettere su come, da cristiani, confessiamo la nostra fede in un Dio che è anche creatore di tutte le cose, così riconoscendo la centralità del Creato nella struttura dell’esperienza di fede. Ciò purtroppo, però, non ha impedito che anche Paesi dove il cristianesimo era dominante, si siano resi responsabili dell’attuale crisi ecologica”, con, ancora oggi, “diversi ambienti religiosi che sono veri e propri complici di questa situazione, strumentalizzando lo stesso testo biblico”. Un’altra causa della concezione errata di parte del mondo cristiano sul “dominio del creato” nasce, secondo il relatore, nel XII secolo quando si inizia a passare “da un’idea di Dio-Amore a una di Dio come potenza assoluta”, dalla quale deriverebbe la concezione dell’uomo, essendo a Sua immagine, come “colui che poteva disporre della natura per mandato divino”. Legata a questo grave errore, quello di “un’escatologia cristiana sempre più apolittica e sempre meno messianica”. Per Casalino, dunque, oggi è più che mai necessaria “una deontologia ambientale specifica da parte delle Chiese cristiane, non dimenticando mai che il problema non si può affrontare da soli ma collaborando con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, sia delle altre religioni sia non credenti”. Nell’ultimo intervento della serata, Ferrari ha innanzitutto posto una domanda: “chiediamoci non solo quale terra i miti erediteranno, ma anche quale terra loro stessi contribuiranno a costruire”. Da qui l’esempio di Gandhi (ricordiamo che il 2 ottobre era il 150esimo anniversario dalla nascita e la Giornata annuale mondiale della nonviolenza) e di altre figure – dall’Oriente o dall’Occidente -, veri e propri “germogli di una società e di un’umanità non violenta, semi che ci sono ancora oggi e che, se alimentati, crescono, come nel caso di Greta Thunberg o di Carola Rackete”. L’importanza di un approccio spirituale alla questione della difesa del Creato è stata quindi al centro dell’intervento del monaco: “sono gli occhi che devono aprirsi per vedere al di là delle apparenze, per vedere il divino nella realtà”, e dunque rispettarlo e amarlo. “Noi occidentali siamo tecnologicamente molto avanzati ma spesso non abbiamo questa capacità di visione, di vedere oltre, di vedere avanti. Il nostro – ha concluso Ferrari – dev’essere un cammino di coscienza, una trasformazione prima personale poi collettiva che ci unisca al mondo animale, vegetale, all’intero creato e al divino”.

Con S. Francesco per amare i doni di Dio

Un profondo momento di preghiera per concludere nei migliori dei modi il “Tempo del Creato”. Nel tardo pomeriggio dello scorso 3 ottobre, il Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha ospitato il terzo e ultimo appuntamento del mese dedicato alla cura del Creato, in concomitanza con i primi vespri della Festa di San Francesco d’Assisi, da 40 anni patrono dei cultori dell’ecologia. Dopo l’incontro del 1° settembre al porto di Gorino e quello del 13 al Santuario del Poggetto, questa volta è toccato alla nostra città – per la precisione alle Clarisse di via Campofranco – di ospitare questo momento di preghiera, con la meditazione tenuta da fra Paolo Barani dei Conventuali di Bologna, intervenuto dopo il racconto del transito del Santo di Assisi. Santo che, fino all’ultimo, ha invitato tutti a lodare Dio: “anche nel momento di maggiore sofferenza, aveva la lode nel cuore, l’ebbe fino all’ultimo respiro”. Nell’agonia che lo porterà alla morte terrena, nell’ospedale di San Salvatore, vicino Assisi, in una piccola cella, fra i topi, “sentiva la presenza del Signore”, presenza che gli ispirò il celeberrimo “Cantico di Frate Sole” (o “Cantico delle creature”). Questa sua divina capacità di vedere l’eterno in ogni creatura, ha proseguito fra Paolo, “è segno che Dio stesso ama le sue creature come vive, mai come mere cose morte, inermi”. Creato che, in quanto tale, non ha e non può avere nessuno scopo specifico, “nessuna utilità, solo di essere riflesso della bellezza, della bontà e dell’amore assoluti di Dio, riflesso che noi possiamo contemplare” per meglio conoscere l’Eterno. In conclusione, prima del saluto finale di don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Salvaguardia del Creato, il Vescovo mons. Perego ha spiegato come il fazzoletto di terra adagiato davanti all’altare dalle sorelle Clarisse, “ci ricorda la nostra creaturalità e dunque il nostro legame profondo con la terra, che spesso però devastiamo, dimentichiamo, non riconosciamo come ricchezza. Il Sinodo per l’Amazzonia – ha concluso – serve anche a ricordarci come gli esseri umani non debbono sacrificare la terra per i propri interessi utilitaristici, ma guardarla con gli occhi della povertà, del rispetto, della gioia e del ringraziamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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“Chi strumentalizza la Croce, falsa la verità della Chiesa”

7 Ott

Dialogo sui simboli religiosi tra mons. Perego e Olivier Roy il 4 ottobre al Festival di “Internazionale”. Il Vescovo: “l’identità non può essere attribuita a un segno, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione”

3Qual è il senso e il ruolo della Chiesa – e più in generale delle religioni – in società secolarizzate e scristianizzate come quelle occidentali contemporanee? E l’Europa dove può trovare il giusto equilibrio fra rispetto della laicità e creazione di un sistema valoriale condiviso? Sono due delle domande fondamentali che hanno attraversato l’intenso dialogo fra il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e Olivier Roy, accademico francese esperto di Islam e religioni, all’interno del Festival di “Internazionale” svoltosi a Ferrara fra il 4 e il 6 ottobre scorsi. Partendo dal tema “Il sacro e il profano. Crocifisso, rosario e presepe: perché la politica riscopre i simboli religiosi”, in un Teatro Nuovo quasi esaurito (soprattutto di giovani), è stata Stefania Mascetti, giornalista di “Internazionale” a intervistare e a interloquire con i due ospiti.

“Il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vedere i crocifissi della storia e quelli di oggi”

“L’Europa vede tre cristiani tra i quattro fondatori dell’UE, eppure il principio di laicità è stato, da loro stessi, sempre riconosciuto”, ha esordito mons. Perego. “L’Europa deve fondarsi sul principio fondamentale della centralità della persona, dei diritti umani, della libertà religiosa, della solidarietà, sussidiarietà e costruzione del bene comune. Qualsiasi forma di populismo o di privatizzazione mette a rischio l’unità europea, che è nata abbattendo non costruendo muri”. Per Perego sarebbe però riduttivo non distinguere tra secolarizzazione e scristianizzazione: “la prima è importante anche per la Chiesa, soprattutto dal Concilio Vaticano II, ma in realtà da Costantino in poi. Il Concilio – ha spiegato – crea un rapporto libero tra Chiesa e mondo. Paolo VI aveva ben chiara l’idea di laicità, sciogliendo ad esempio la POA (Pontificia opera assistenza) e dando vita alla Caritas”, la prima un pezzo importante dello stato sociale italiano, la seconda un organismo ecclesiale fondato sul volontariato. La stessa Dottrina sociale della Chiesa nasce a fine ’800, “non a caso dopo la fine dello Stato pontificio, e prima dello sviluppo del mutualismo e del sindacalismo bianco e poi del Partito popolare italiano, un partito autenticamente laico, a differenza del regime fascista e in parte della DC”. La scristianizzazione, invece, sempre maggiore anche nel nostro Paese, vede la Chiesa da anni impegnata nella “nuova evangelizzazione”, sempre nel rispetto del principio di laicità: fortunatamente la Chiesa non ha più potere politico ma ha la forza della fede e del Vangelo”. Venendo poi al tema specifico dei simboli religiosi nello spazio puibblico e soprattutto politico, mons. Perego ha spiegato come “il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vederi i crocifissi della storia e quelli di oggi. Se da una parte la Chiesa si oppone a un relegamento della religione nella sfera privata, dall’altra dice ’no’ a un suo uso strumentale da parte della politica, come arma di contrapposizione: chi usa la religione e i suoi simboli in questo modo, falsa la verità della Chiesa, è lontano dai suoi valori. Chi strumentalizza simboli ed esperienze cristiane, chi ne fa un uso ideologico, tradisce la religione stessa”. Riguardo al discorso sull’identità, questa “non può essere attribuita a un segno o a una cosa, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione. I segni – sono ancora parole del Vescovo – non dicono niente se dietro non ci sono esperienze importanti di dialogo, di fede e di solidarietà. E’ dunque diabolico usare i simboli religiosi per dividere le comunità, sociali ed ecclesiali”. L’identità quindi per mons. Perego “non è mai una cosa fissa, non si costruisce guardando all’indietro, ma è qualcosa che si confronta continuamente col nuovo, perché è dall’incontro che nasce il nuovo, da cui bisogna lasciarsi interrogare (facendosi, al tempo stesso, carico delle domande di chi arriva), è dal nuovo che la nostra storia si può arricchire”. E questa, per il nostro Vescovo, è la sfida non solo della Chiesa ma anche dell’Europa. “Un’Europa che oggi è debole perché ancora troppo ’economica’, legata ai capitali, agli interessi, e troppo poco alla solidarietà, principio fondamentale per costruire un nuovo continente, e una città nuova”.

“Nelle società occidentali contemporanee non esiste più una cultura condivisa”

Secondo Roy, “esiste un passato cristiano a livello europeo che va al di là della semplice adesione a una fede. Fino agli anni ’60 del secolo scorso la dimensione cristiana era fuori discussione. La stessa Chiesa col Concilio Vaticano II ha poi accettato l’idea stessa di laicità, ma con l’’Humanae Vitae’ del ’68 ha accentuato il divorzio fra Chiesa e società moderna, sempre più centrata sull’individuo e i suoi desideri. Oggi la cultura europea si è ancora di più desacralizzata, e quindi la Chiesa si è sentita respinta da questa cultura dominante. Nelle società occidentali contemporanee – ha proseguito Roy – non esiste più una cultura condivisa e la Chiesa ha sbagliato, e sbaglia, se prova a rimediare con il discorso sui principi non negoziabili e opponendo un sistema normativo a questa scristianizzazione”. Questo “conflitto normativo”, l’ha definito Roy, “rende difficile una nuova costruzione comune di valori. Senza dimenticare che la stessa laicità francese è spesso normativa”, basti pensare al divieto di simboli religiosi nella sfera pubblica. Dall’altra parte, “l’uso di questi simboli, posti come frontiera invalicabile, diventano meramente identitari: nel caso del crocifisso, ad esempio, Cristo, la sua passione, il significato religioso, vengono di fatto omessi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio”  dell’11 ottobre 2019

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Grido della Terra, grido degli ultimi: riflessione sul Sinodo per l’Amazzonia

30 Set

Alcuni spunti a partire dalle parole chiave del Sinodo per l’Amazzonia, in programma dal 6 al 27 ottobre in Vaticano: le lotte dei poveri della Regione, l’aiuto della Chiesa, la necessità di una conversione integrale

a cura di Andrea Musacci

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Una perenne minaccia

“La Terra, Casa comune, nostra sorella “protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”

(Papa Francesco, Laudato si’, 2)

Solo pochi mesi fa, Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in un discorso al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu a Ginevra, ha definito la deforestazione in Amazzonia ”una catastrofe umanitaria” per le popolazioni indigene che vivono nella foresta, con ”un impatto terribile per tutta l’umanità”. Gli incendi – ancora più terribili per via della loro natura dolosa – sono in aumento: 1700,8 km quadrati sono stati persi solo lo scorso agosto, più del triplo rispetto ai 526,5 di un anno fa. La deforestazione dell’Amazzonia nell’estate appena trascorsa è cresciuta del 300% ad agosto rispetto allo stesso mese del 2018, e di quasi il 100% nei primi otto mesi del 2019. Gli esperti prevedono che possano superarsi i 10mila chilometri quadrati di vegetazione rasa al suolo. Le cause, come denunciato da attivisti e dalla stessa Chiesa, sono da rintracciare nella logica divoratrice e violenta di un sistema economico che ragiona solo in termini di profitto, spalleggiato dalla connivenza di un sistema politico corrotto: allevamenti intensivi, monocolture (soprattutto soia), estrazioni minerarie incontrollate, legname, tutto rientra in questo vortice distruttivo e autodistruttivo, del quale tutti pagheremo, in misura sempre maggiore, le conseguenze. “Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso”, è scritto nella Laudato si’, 194. E’ notizia di due settimane fa, il progetto “Barone di Rio Branco” – rivelato dalla testata “The Intercept” – preparato dal governo brasiliano, che ”prevede incentivi per grandi lavori pubblici (costruzione di una centrale idroelettrica, estensione dei collegamenti autostradali e postamento di popolazione verso la regione) che attraggano popolazioni non indigene di altri regioni del Paese, perché si stabiliscano in Amazzonia e aumentino il contributo del Nord del Paese nel Pil nazionale”. L’obiettivo di Bolsonaro è di opporsi a quello che percepisce come il pericolo di una penetrazione cinese e all’influenza della Chiesa cattolica e degli ambientalisti.

Ma non manca nella stessa Chiesa un’autocritica profonda: “chiedo umilmente perdono – sono parole del Papa -, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America” (“Terra, casa, lavoro”, Papa Francesco, ed. Ponte alle Grazie, 2017 – di seguito: TCL). La sfida della Chiesa intera e di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, è dunque quella di salvare il territorio amazzonico dal “degrado neocolonialista” (Instrumentum laboris 56 del Sinodo – di seguito: IL), da questo “modello di sviluppo economico predatore, genocida ed ecocida” (IL). Bisogna “sensibilizzare la comunità alle lotte sociali, sostenendo i diversi movimenti sociali per promuovere una cittadinanza ecologica e difendere i diritti umani” (IL 135). “La causa più profonda della crisi mondiale socio-ambientale è strettamente collegata con il modello dominante di sviluppo che il mondo ha adottato” (“Il Sinodo per l’Amazzonia”, Claudio Hummes, ed. San Paolo, 2019 – di seguito: H), per questo il Sinodo “affronterà la sfida di formulare e promuovere nuovi modelli di sviluppo” (H). I tanti attivisti dimostrano come “i poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa! […] I poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti” (TCL – I° discorso ai movimenti). Lotta che spesso ha il prezzo della vita: non si contano ormai gli attivisti caduti per difendere l’Amazzonia, spesso trucidati da bande armate al soldo di qualche imprenditore o potente locale.

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“Dal dentro e dal basso”

Sono diversi i motivi per i quali l’Amazzonia può rappresentare un laboratorio per l’intera Chiesa universale. Quest’ultima, infatti, può e deve imparare da questi popoli. Può imparare a decentrarsi, a fare spazio e a salvare luoghi, comunità, ricchezze. “L’Amazzonia – o un altro spazio territoriale indigeno o comunitario – non è solo un ubi (uno spazio geografico), ma anche un quid, cioè un luogo di significato per la fede o l’esperienza di Dio nella storia. Il territorio è un luogo teologico da cui si vive la fede ed è anche una fonte peculiare della rivelazione di Dio. Questi spazi sono luoghi epifanici dove si manifesta la riserva di vita e di saggezza per il pianeta, una vita e una saggezza che parlano di Dio” (IL 19). Può e deve imparare ad ascoltare quella Chiesa periferica, povera, spesso dimenticata, non condannandola ad attendere in eterno che qualcun altro, dal centro, gli “consegni” le parole da pronunciare: “ascoltare implica riconoscere l’irruzione dell’Amazzonia come nuovo soggetto. Questo nuovo soggetto, che non è stato sufficientemente considerato nel contesto nazionale o mondiale né nella vita della Chiesa, è ora un interlocutore privilegiato” (IL 2). È dunque importante “un processo di conversione ecologica e pastorale per lasciarsi interrogare seriamente dalle periferie geografiche ed esistenziali” (IL 3). Periferie che sorprendono, spronandoci a trasformarci: la visione dei popoli indigeni è quella del “buon vivere”, cioè di “vivere in armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo” (IL 13). Fin dalla Conferenza di Aparecida del 2007, spiega Papa Francesco, “abbiamo acquisito una consapevolezza molto più viva dell’errore fuorviante del liberalismo americano, che si esprime nel principio: ‘tutto per il popolo, ma nulla con il popolo’ ” (“America Latina. Conversazioni con Hernán Reyes Alcaide”, Papa Francesco, ed. San Paolo, 2019 – di seguito: AL). “Non esiste – prosegue nell’intervista – cambiamento reale e duraturo se non parte ‘da dentro e dal basso’. Questa è la chiave dell’Incarnazione […]. Purtroppo anche alcuni settori della Chiesa sono incapaci di capire questo dinamismo” (AL). Si chiede dunque “di approfondire una teologia india amazzonica già esistente, che permetterà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena per evitare di commettere gli errori storici che hanno travolto molte culture originarie” (IL 98). La vita quotidiana dei popoli indigeni, infatti, “è testimonianza di contemplazione, cura e rapporto con la natura. Loro ci insegnano a riconoscerci come parte del bioma e corresponsabili della sua cura oggi e nel futuro” (IL 102). È dunque importante “riconoscere la spiritualità indigena come fonte di ricchezza per l’esperienza cristiana” (IL 123).

Una Chiesa dal volto amazzonico

“Attraverso l’ascolto reciproco dei popoli e della natura, la Chiesa si trasforma in una Chiesa in uscita, sia geografica che strutturale; in una Chiesa sorella e discepola attraverso la sinodalità” (IL 92), è scritto ancora nel documento presinodale. “Una Chiesa dal volto amazzonico”, “missionaria dal volto locale esprime l’avanzamento nella costruzione di una Chiesa inculturata, che sappia lavorare e articolarsi (come i fiumi dell’Amazzonia) con ciò che è culturalmente disponibile, in tutti i suoi campi d’azione e presenza” (IL 114). Di conseguenza, “il soggetto attivo dell’inculturazione sono gli stessi popoli indigeni” (IL 122); inculturazione che “non pregiudica la fede, ma arricchisce la sua comprensione e la sua pratica nella vita. Promuove la diversità nell’unità” (H). Infatti, “i semi di verità e di bene, che tutte le culture posseggono, dimostrano che da sempre Dio è stato presente in esse e si è manifestato attraverso le loro espressioni. Sono impronte di Dio che devono essere scoperte da parte dell’evangelizzatore” (H). “A volte mi rendo conto – sono parole di Papa Francesco – che non è facile dire che nella Chiesa non ci sono regioni di prima o di seconda classe, ma soltanto espressioni culturali diverse. In alcuni Paesi e in talune Chiese locali sembra che sia diffusa una certa qual percezione di superiorità” (AL). Superare questa supponenza significa passare da una “pastorale della visita” a una “pastorale della presenza” (IL 128): “è necessario passare da una ‘Chiesa che visita’ ad una ‘Chiesa che rimane’, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti” (IL 129).

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Nuovi sacerdoti e donne

A tal proposito, due sono i nodi delicati su cui si discuterà nel Sinodo. Il primo, riguarda la possibilità di ordinare sacerdoti alcuni indios sposati: “si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana” (IL 129). Il Sinodo, spiega Hummes, “dovrà affrontare una sfida di portata storica”, il fatto che “la grande maggioranza delle comunità periferiche delle città amazzoniche, ma ancora di più le comunità disseminate” ovunque, “e, in particolare, le comunità di indios soffrono della mancanza quasi totale dell’Eucarestia per vivere la propria vita cristiana. I momenti di culto domenicale, salvo rare eccezioni, non possono avere la celebrazione della Santa Messa, sono soltanto Liturgie della Parola. Non ci sono sacerdoti per celebrare la Messa” (H). L’altra questione riguarda la necessità di “identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” (IL 129). Una rinnovata conversione missionaria La posta in gioco è dunque molto alta, non riguarda solo l’Amazzonia, non riguarda solo il versante ecologico, e nemmeno solo la Chiesa. Riguarda l’intera umanità e l’uomo nella sua integralità. Se non ci si dimentica che “né il papa né la Chiesa hanno il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei”, ma “la storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro dei popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore” (TCL – II° discorso ai movimenti), “oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale […], per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (Laudato si’ 49). Una conversione, questa, doverosa per ogni cristiano: “dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera – scrive il Papa nella Laudato si’ – […], spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente […]. Manca loro dunque una conversione ecologica […]. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana”. (Laudato si’, 217) L’auspicio è dunque che questa “conversione missionaria e pastorale sia realizzata dalla Chiesa nel mondo intero” (H) e che questo Sinodo possa “diventare un momento forte per riaccendere le speranze frustate e per superare i sentimenti di impotenza”, avendo “il compito di riaccendere la passione missionaria, rinnovare la certezza e la gioia della chiamata di Dio alla missione” (H).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

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La missione è un fatto condiviso: il laicato diocesano fucina di proposte concrete

30 Set

La Giornata del Laicato del 28 settembre a Codigoro: “Laboratorio della fede” per giovani coppie, “Incontri con la Parola” e “Bottega della Parola” sono le tre proposte dei laici. La sera del 30 ottobre importante incontro in Seminario, aperto a tutti, per decidere come attuarle

pubblico 2Si preannuncia tutt’altro che statico e soporifero l’anno pastorale appena iniziato. E questa sempre rinnovata dinamicità, questo desiderio di portare il Vangelo, con forme sempre nuove, fuori dai nostri recinti, è innanzitutto merito dei tanti laici che scelgono di impegnarsi anche oltre la propria parrocchia o associazione di appartenenza. Nonostante la decisione di decentralizzazione, la Giornata del Laicato (GdL) svoltasi nel pomeriggio di sabato 28 settembre a Codigoro, è stata una fruttuosa occasione di reciproco ascolto e condivisione. Nell’Oratorio don Bosco (una volta dei Salesiani) un centinaio di persone si sono ritrovate per riprendere il filo del discorso delle GdL dell’anno scorso. Una continuità non scontata, ulteriormente agevolata dalla stampa, da parte della nostra Diocesi, dell’opuscolo “Passione e bellezza: testimoni di un cammino comune”, contenente il discorso pronunciato da mons. Perego durante la Giornata del Laicato del 9 febbraio scorso, e distribuito nella GdL a Codigoro. Giorgio Maghini e Marcello Musacchi hanno spiegato come le proposte che si tenterà di realizzare quest’anno sono il frutto dei diversi appuntamenti della Giornata del Laicato dell’anno scorso, quindi delle riflessioni e delle idee emerse dai laici stessi. Tre le macro proposte: quella del “Laboratorio della fede”, gli “Incontri con la Parola” e la “Bottega della Parola”. Proposte che verranno discusse collegialmente nello specifico la sera del 30 ottobre prossimo, alle ore 21 nel Seminario di Ferrara. Chiunque è interessato può partecipare a questo incontro, avanzare idee e proporsi per la loro realizzazione. Il “Laboratorio della fede” E’ toccato a Musacchi spiegare questa prima proposta, che, a differenza di quella realizzata a livello cittadino due anni fa, aperta a diverse fasce d’età, quest’anno viene proposta a quelle coppie con figli molto piccoli (indicativamente 0/5 anni), per cercare di intercettare giovani coppie, all’incirca di una fascia di età compresa fra i 20-25 e i 40 anni, quasi sempre allontanatesi dalla Chiesa nell’adolescenza o pubertà. L’idea è di svolgere, nel corso dell’anno, 8 incontri nei quali i giovani possano raccontarsi, dire i loro problemi, incontrandosi e interrogandosi insieme. Negli incontri si affronteranno temi quali la fragilità, l’essere comunità generative, l’essere ospedale da campo e l’accompagnamento delle persone nel cammino di fede.

giovani“Incontri con la Parola” Mons. Paolo Valenti ha spiegato come iniziative quali la Lectio divina, il commento del Vangelo della domenica, o altre, possano essere portate a quelle parrocchie della nostra Diocesi che lo richiedano. Chi lo desidera può dunque mettersi a disposizione insieme ad altri per diffondere queste buone pratiche, dando vita a “centri di ascolto”, a “centri di valorizzazione dell’ascolto della Parola”, per compiere un gesto missionario semplice ma fondamentale. “Bottega della Parola” Come pensare nuovi linguaggi – verbali e non – per portare il Vangelo in un mondo di oggi così diveso? A partire da questa domanda, Maghini ha illustrato i quattro ambiti individuati in questa poliedrica fucina: l’animazione teatrale (laboratori, incontri animati itineranti nelle parrocchie compiuti da piccoli gruppi, storytelling, “libri viventi”, musica e narrazione ecc.); arte e fede (riscoprire l’arte e l’architettura sacre, ad esempio attraverso visite guidate o incontri informali, anche nelle piccole chiese o parrocchie); arte visuale e presenza in Rete (come realizzare un video, cinema, l’uso del web ecc.); sport, inteso come momento di crescita e condivisione, non in senso competitivo. L’appuntamento con la prossima Giornata del Laicato è al 23 maggio 2020.

“Battezzati e inviati”: la nuova Lettera pastorale di mons. Perego

Quali sono i luoghi dell’azione dei laici, dentro e fuori la Chiesa? Su questo ha incentrato il proprio intervento mons. Gian Carlo Perego durante la Giornata del Laicato del 28 settembre. Intervento che anticipa i passaggi principali della nuova Lettera pastorale, “Battezzati e inviati. Gli stili di vita cristiana”, che in questi giorni pubblichiamo sul sito diocesano (www.arcidiocesiferraracomacchio.org) e sul sito del nostro settimanale (www.lavocediferrara.it) e che a breve verrà stampata e diffusa. Centrale, dunque, il tema della missione, che richiama immediatamente quelli della testimonianzae degli stili di vita cristiana. Insieme a Matteo e ai cinque grandi discorsi contenuti nel suo Vangelo (“che – ha proposto il Vescovo – potrebbero essere, di volta in volta, ripresi e approfonditi da gruppi della Parola”), iniziamo quest’anno, nel quale un’attenzione particolare è assegnata proprio ai laici, in quanto “componente maggioritaria” del popolo di Dio, divenuto così fondamentale soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, “superando una concezione piramidale della Chiesa a favore di una circolare”. Tre sono i testi conciliari analizzati brevemente: “Lumen Gentium”, “Gaudium et spes” e “Apostolicam Actuositatem”. Testi ancora estremamente attuali ma ancora non del tutto recepiti. Nel primo, oltre all’invito a “evitare una contrapposizione tra laici e chierici”, emerge la volontà di “rifondazione della centralità battesimale”, da cui si evince il rifiuto di evitare la pratica diffusa di definire il laicato solo in maniera funzionale. Nella “Gaudium et spes” di “rivoluzionario” vi è il fatto che non si parli di Chiesa e mondo, ma di Chiesa nel mondo, superando la contrapposizione tra i due e sottolineando come i laici possano e debbano essere voce della Chiesa nel mondo e voce del mondo per la Chiesa. Tema, questo, ripreso anche nell’ultimo dei tre documenti citati, nel quale si analizza l’azione cattolica dei laici nella società. Ampio spazio nella Lettera pastorale è dedicato ai luoghi fondamentali della vita dei laici. Il primo è la famiglia, “nella quale le verità dell’amore (come in ogni luogo) devono emergere gradualmente, senza forzature, sempre guidati dalla cura e dall’attenzione per l’altro, anche delle cosiddette ‘famiglie ferite’ ”, “affinando l’udito del cuore” (Amoris laetitia 232). Tema più che mai urgente vista “la sempre maggiore complessità delle composizioni famigliari”: il Vescovo ha fatto alcuni esempi citando “la diversa nazionalità o il diverso credo” di uno dei due coniugi, “la forte differenza d’età” fra i due, o il fatto che “uno dei due possa scoprire, dopo diversi anni, la propria omosessualità”. Altri luoghi della vita dei laici sono l’ambito sociale e politico, dov’è importante la “collaborazione con tutte le donne e gli uomini di buona volontà”, nel proprio piccolo fino ad avere uno sguardo globale; i luoghi del dolore e della sofferenza, attraverso i ministeri dentro la Chiesa, nell’Azione Cattolica, che, sono parole del Vescovo, “può diventare una compagnia fondamentale, fondando la vita su nuove relazioni pastorali”. Una figura, in particolare, di laico impegnato nel mondo propone mons. Perego nella sua Lettera (oltre a quella di don Primo Mazzolari): quella di Giuseppe Lazzati (Milano, 1909 – Milano, 1986), politico, giornalista, docente, nel 2013 dichiarato Venerabile da papa Francesco. Riguardo poi al presbiterio, il Vescovo ha posto l’accento sulla necessità di “uscire dalla centralità della figura del parroco”, valorizzando la sinodalità. Processo, questo, certamente facilitato dalla nascita di Unità Pastorali, che “obbligano” i sacerdoti a tentare “una diversa e più fraterna convivenza”, e ad assegnare maggiori responsabilità a diaconi e laici. Una parte è stata poi dedicata alla vita consacrata, pensando da una parte alle suore che hanno dovuto lasciare la nostra Diocesi (quelle di Monticelli, o del Sacro Cuore di Ferrara), ma dall’altra a una comunità viva e relativamente giovane come quella dei “Ricostruttori nella preghiera”. In conclusione, l’Arcivescovo – dopo aver citato due figure della nostra Diocesi, la Serva di Dio sr. Veronica del Ss. Sacramento (1896-1964) e il Servo di Dio Padre Marcello dell’Immacolata OCD (1914-1984) – ha riflettuto sull’eucarestia, “fonte e culmine della vita cristiana, luogo dove tutti i luoghi di vita, anche dei laici, si uniscono”, e ha affidato la nostra comunità alla Vergine Maria, ricordando in particolare la “Madonna del Popolo” di Comacchio.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

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“Apriamo i nostri occhi per vedere Cristo, le nostre sorelle e i nostri fratelli”

30 Set

Messa multietnica domenica 29 settembre nella Basilica di san Francesco a Ferrara in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Tre i cori – anglofono, francofono e ucraino – che hanno animato la liturgia

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna liturgia all’insegna dell’incontro dei popoli del mondo è stata quella delle ore 18 di domenica 29 settembre nella Basilica di San Francesco a Ferrara. La S. Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sul tema “Non si tratta solo di migranti”, è stata presieduta dal Vicario episcopale per la Carità Pastorale, mons. Paolo Valenti, e animata dai cori delle comunità anglofona, francofona e ucraina, curati da Don Rodrigue Akakpo, vice Direttore del Centro Missionario diocesano, diretto da Roberto Alberti, che ha fatto un breve intervento finale. Nell’omelia mons. Paolo Valenti ha riflettuto su come “in questa zona della città”, l’Unità Pastorale Borgovado, “oltre a tre monasteri di clausura e al Santuario del miracolo eucaristico, c’è la sede della Cariatas diocesana”. Richiamando anche il Vangelo del giorno (Lc 16, 19-31), mons. Valenti ha riflettuto sulla ricchezza, “di per sè non malvagia, se non diventa il fine primario per l’uomo”. La povertà – tanto materiale quanto sociale o spirituale – richiama una povertà ancora più grande, quella che ci accomuna tutti: ognuno di noi, infatti, “è bisognoso di perdono e della misericordia di Dio”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERADio, che, in Cristo, “ha scelto i poveri”, scelta che deriva dal “dare la preferenza a chi più soffre, e quindi è ‘meritevole’ di maggiore attenzione. Il nostro centro – sono ancora sue parole – deve dunque essere sempre Gesù Cristo, senza dimenticare che Dio è vicino”, prossimo alle donne e agli uomini. Così, “a partire da questo Mese missionario straordinario, apriamo i nostri occhi per vedere Cristo e chi è prossimo a noi”. Emozionante, oltre ai canti, anche la preghiera dei fedeli, letta in italiano, inglese, francese e ucraino da quattro donne diverse: “Signore – è un passaggio che segniamo come messaggio da portarci a casa – aiutaci ad aprire le nostre porte a chi bussa per avere un futuro migliore”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

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