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Cristiani e musulmani, «ragioniamo insieme anche su ciò che ci divide»

22 Nov

Proficuo incontro il 20 novembre tra Piero Stefani e Hassan Samid

La conoscenza reciproca tra le religioni non può avvenire solo cercando, spesso a tutti i costi, punti di convergenza, ma anche ragionando e confrontandosi assieme su ciò che divide.

Sulle differenze e l’importanza di non sottovalutarle, si è trovato – “paradossalmente” – un accordo nel corso del confronto pubblico svoltosi il 20 novembre tra Piero Stefani, biblista e scrittore, e Hassan Samid, Presidente del Centro di Cultura islamica di Ferrara.L’appuntamento pomeridiano – il terzo in memoria del giornalista trentino Piergiorgio Cattani -, organizzato in collaborazione con l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, riguardava la presentazione del libro di Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro che ha visto un’ottima partecipazione di pubblico nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana.

Marcello Panzanini, Direttore del sopracitato Ufficio diocesano, ha introdotto ricordando lo storico incontro tra San Francesco e il Sultano del 1219: «grazie al dialogo e alla conoscenza – ha riflettuto -, hanno compreso che dall’altro si può imparare qualcosa. Solo col vero ascolto si possono avere frutti di pace».Dopo il ricordo di Cattani da parte di Stefani, Samid ha preso la parola. «Il Corano – ha riflettuto – è un libro al servizio del dialogo interreligioso, ma è utile anche per il dialogo coi non credenti. Spesso sbagliamo quando cerchiamo di trovare solo ciò che ci accomuna», ha proseguito. «È importante, invece, anche ragionare insieme su ciò che ci divide, ad esempio su chi è per noi Dio. Sarebbe una forma di dialogo più matura».

Sempre confrontandosi con Stefani, e sollecitato da alcune domande di donne presenti fra il pubblico, Samid ha poi spiegato come  nel Corano – «che per noi musulmani è incontestabile» ed è «l’unico libro tra quelli sacri rimasto intatto per com’è stato rivelato» -, «quando si parla di avvicinarsi agli altri popoli del Libro (ebrei e cristiani, ndr) il più delle volte vi siano situazioni di conflitto. Oggi, invece, siamo ben oltre il dialogo: siamo conviventi».

Alcune riflessioni di Samid hanno riguardato poi, ad esempio, l’importanza, quando si parla di Islam, di non trattare solo questioni concrete, “terrene” (il velo, i diritti ecc.) ma anche – com’è nel libro di Stefani – temi riguardanti la trascendenza, l’Aldilà, i concetti di bene e di male, il giorno del Giudizio. Ma riguardo a temi più “terreni”, Samid ha chiarito ad esempio come nel testo coranico «vi siano indicazioni sulla vita di tutti i giorni, ma non così dettagliate – a suo dire – da potersi applicare a tutte le epoche». O riguardo al tanto discusso termine “jihad”, ha spiegato con chiarezza come nel Corano venga usato «sia per indicare lo sforzo personale nella fede sia la guerra per difendere la fede stessa, anche quando non si tratta di autodifesa».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 novembre 2021

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(Foto, da sx Samid, Stefani, Panzanini)

Cattolici latinoamericani: gruppo nutrito in Diocesi fra identità e integrazione

2 Nov


Almeno una 50ina, sono studenti, operai, professori e casalinghe. Provengono da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù  Ecuador, Argentina e Cile. Il gruppo, fondato da don Zappaterra, attualmente è guidato da don German Diaz Guerra

Intergenerazionali e interclassisti, provenienti da diversi Paesi dell’America Latina, di passaggio o ormai integrati nella nostra città.

Sono i “Católicos latinoamericanos de Ferrara” del gruppo San Martín de Porres, i cattolici di lingua spagnola appartenenti alla nostra Arcidiocesi.Il gruppo è attualmente formato da almeno una 50ina di persone, oltre a molte altre che partecipano solo sporadicamente alle attività e ai momenti di incontro e preghiera. Responsabile del gruppo è don German Diaz Guerra, cubano d’origine (è nato a L’Avana nel 1966), ordinato sacerdote a Comacchio il 21 settembre 2019 e attualmente in servizio nella parrocchia di Sant’Agostino a Ferrara, dopo essere stato, nel periodo da seminarista, nella parrocchia di Masi San Giacomo e poi diacono e sacerdote nella parrocchia cittadina della Sacra Famiglia.

La nutrita comunità ferrarese dei latinos comprende persone provenienti da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù  Ecuador, Argentina e Cile, oltre a una piccola minoranza di lingua portoghese, fra cui brasiliani e africani. Alcuni sono studenti universitari, molti di loro lavoratori impiegati in vari ambiti, dai più semplici, come operai, fino a docenti universitari, passando ad esempio per alcuni attivi nello sport. Il gruppo diocesano, fondato e guidato per anni da don Emanuele Zappaterra, ormai prossimo a iniziare la sua esperienza missionaria in Argentina, attualmente non ha una sede fissa, ma per diverso tempo è stato ospitato nella parrocchia di Malborghetto di Boara proprio quando don Emanuele ne era parroco.

I latinos ferraresi si incontrano due volte al mese, una volta per la celebrazione della Santa Messa, un’altra per un momento di catechesi. L’ultimo incontro in ordine di tempo è stato domenica 31 ottobre al Santuario della Madonna del Poggetto da don Giuseppe Cervesi, in passato missionario in Messico. E a proposito di venerazione mariana, simbolo del gruppo non poteva che essere la Vergine di Guadalupe, Nuestra Señora de Guadalupe. Il gruppo, però, come detto, porta il nome di San Martín de Porres (1579-1639), peruviano mulatto di Lima, religioso dominicano figlio di un aristocratico spagnolo e di un’ex schiava nera, per una vita al servizio dei poveri, dei malati, dei bambini indigenti. Un esempio di integrazione importante per questi cattolici che, pur mantenendo la propria identità latinoamericana, vivono in modo attivo e con forte convinzione la propria appartenenza alla Chiesa di Ferrara-Comacchio e alla città dove hanno scelto di vivere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 novembre 2021

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«Solo con Te la mia vita è piena»: Sandra Sabattini è Beata

25 Ott

Cerimonia il 24 ottobre a Rimini. Inquietudine e fede nei suoi diari: «siamo nati per la noia o per l’amore?»

Il terrore del nulla, la consapevolezza, a un tempo, della miseria dell’essere mortali e dell’infinita bellezza di essere figli di Dio.
Sandra Sabattini, vissuta a Rimini, una vita spesa con la Comunità Papa Giovanni XXIII nella vicinanza ai disabili gravi, ai tossicodipendenti, ai poveri, muore il 2 maggio 1984 a soli 22 anni in seguito a un’incidente stradale avvenuto pochi giorni prima. Il 2 ottobre 2019 Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del Decreto che riconosce «il miracolo, attribuito all’intercessione di Sandra Sabattini relativo alla guarigione da un tumore maligno di Stefano Vitali, ritenuta scientificamente inspiegabile». La beatificazione di Sandra, inizialmente fissata al 14 giugno 2020, a causa della pandemia è stata rimandata al 24 ottobre scorso nella Cattedrale di Rimini. I suoi resti mortali si sono decomposti nella tomba, ma il sarcofago destinato ad accoglierli è stato collocato nel 2009, come monumento, nella chiesa di San Girolamo a Rimini.

I suoi diari (ed. “Sempre”) sono un’incredibile testimonianza di un’anima inquieta alla ricerca di Dio. «Vedendo una persona non vedo quella persona, ma il Cristo. Voglio portare la salvezza, cioè Cristo», scrive a 14 anni. Ma non mancano dubbi e tormenti: «questa sera mi sento piena di niente», scrive ad esempio due anni dopo, oppure rivolta al Signore: «sono meschina e sinora nel dolore Ti ho sempre dimenticato. Puoi perdonarmi ancora una volta?». E ancora: «È più forte di me cercare il perché a tutte le cose, pormi in un continuo dubbio. Probabilmente non sarò mai una persona felice», è un pensiero affidato al diario a 17 anni. Ma poche righe dopo riflette su «tutte le volte che mi perdevo (credevo di essere sola) nella mia solitudine e non capivo che Tu eri con me».

La tensione è sempre sul cuore delle questioni, su quelle corde dell’umano che ne fanno l’essenza più drammatica, più autentica: «Tutti sono destinati a giacere, freddi, su un freddo marmo»; «a che serve vivere se poi si deve morire? (…) Ma la vita cos’è: un’attesa prolungata della morte? (…) Perché siamo nati? Per la noia di queste ore o per l’attesa del meglio? (…) Per la misteriosa forza che mi fa sentire che sopra di me c’è qualcuno che ha un disegno d’amore sulla mia vita e che io non posso far finta d’ignorare perché parte inalienabile di me?».

Inestirpabile in lei è quel bisogno di Assoluto: «sento che solo vivendo con Te, per Te e in Te la mia vita è gioia, è piena, è realizzata». Fino a quelle ultime, strazianti righe affidate al diario appena due giorni prima del tragico incidente: «Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2021

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Carlo Acutis e quel legame con Gesù 

25 Ott

Il 30 ottobre testimonianza della madre a Berra. Appena edite le sue memorie sul figlio da poco Beato

«Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita». Sono alcune parole di Carlo Acutis, beatificato ad Assisi nell’ottobre 2020.

Figlio primogenito di Andrea Acutis e Antonia Salzano, Carlo nacque a Londra, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro del padre, il 3 maggio 1991. Trasferitisi a Milano, assiduo frequentatore della parrocchia, allievo delle Suore Marcelline e poi dei Gesuiti al liceo, fu nella sua città instancabile “missionario” per gli ultimi, gli afflitti. Una carità quotidiana e mai gridata, la sua. Colpito da una forma di leucemia fulminante, la visse come prova da offrire per il Papa e la Chiesa. Morì il 12 ottobre 2006. I suoi resti mortali dal 6 aprile 2019 riposano nella sua amata Assisi.

Al giovane Beato saranno intitolati i locali della parrocchia di Berra, guidata da don Francesco Pio Morcavallo. Per l’occasione, oltre al nostro Arcivescovo sarà presente anche la madre Antonia Salzano. Il programma prevede alle ore 15 la testimonianza di quest’ultima, alle 16.30 la cerimonia di intitolazione e l’inaugurazione della mostra sui Miracoli eucaristici ideata dallo stesso Acutis, e alle 17.15 la S. Messa di ringraziamento.

Proprio la madre di Acutis è l’autrice di un libro uscito da alcune settimane per le Edizioni Piemme, dal titolo “Il segreto di mio figlio. Perché Carlo Acutis è considerato un santo”, scritto con Paolo Rodari. «Non voglio che Carlo sia ricordato come un Superman», spiega nel libro. «Era un bambino e poi un adolescente come tanti altri che però ha sempre voluto e saputo confidare nell’amore di Dio. Una strada, la sua, possibile a tutti». Poco prima di morire, alla madre Carlo disse di stare tranquilla perché dal Cielo le avrebbe mandato molti segni. Proprio Carlo, quand’era ancora in vita aiutò lei e suo padre a riconvertirsi: «mi mostrò come vivere in chiave d’Eternità il mio tempo», scrive Antonia.


«Siamo destinati alla “co-eternità”»

«L’esistenza dovrebbe essere una continua preparazione alla morte. Non dobbiamo lasciarci andare a terrificanti tentazioni di avvilimento e di terrore, ma neanche essere superficiali e negligenti». Queste di Carlo Acutis sono parole che lasciano ancor più interdetti alla luce della repentina conclusione della sua esistenza terrena.

«L’uomo si affanna a ricercare sempre nuove risposte su cosa ci sia o meno dopo la morte», scrisse ancora. «In effetti la morte rappresenta per ciascuno di noi la realtà più vera (…). La morte è, per la maggior parte delle persone, il salto nel non esistere». Ma tutta l’umanità che vive sulla terra ora è «finalmente, illuminata. Illuminata, cioè liberata, salvata, redenta. Da chi? Da Cristo». In Lui, scriveva il giovane Carlo con una lucidità disarmante, «siamo stati elevati allo stato soprannaturale, redenti e salvati, siamo destinati all’Eternità con Dio, la “co-eternità”». Con un linguaggio spontaneo e originale, profondo, Carlo rifletteva così: «Se ci abituiamo alle cose di Lassù, se prendiamo confidenza con l’Oltre, se consideriamo la vita come un trampolino per l’Eternità, allora la morte diventa un passaggio, diventa una porta, diventa un mezzo». Allora vedremo la morte «nella luce, nel calore e nella vittoria di Cristo Risorto».

Ripeteva spesso: «Non io ma Dio»: «la conversione non è un processo di aggiunta, ma di sottrazione, meno io per lasciare spazio a Dio». Ma oggi prevale la «mentalità del “giù”», «una mentalità meramente orizzontale, materialista, senza ideali, senza spinte all’insù». Un grande insegnamento da un ragazzo morto ad appena 15 anni. 


«Occorre umanizzare il mondo con l’Eucarestia»

La testimonianza di Carlo acquista ancor più valore nel’Anno giubilare che la nostra Chiesa locale sta vivendo. Nell’Eucarestia, scriveva Carlo, «Gesù è con me e io con Lui, come un fatto estremamente personale, individuale. Questo contatto diretto tra me e Gesù avviene attraverso l’Eucarestia e la fede». «Gesù – è ancora il suo pensiero – pone in atto uno strettissimo e intimassimo legame con Lui. Legame a livello di vita. Legame a portata di Eternità. Gesù e noi. Gesù con noi. Gesù per noi. Gesù in noi».

Per questo non si parla mai abbastanza della fonte del nostro essere Chiesa. «Bisogna dimostrare, documentare, testimoniare che l’Eucarestia esiste. Basta voltare l’angolo, basta girare la porta, basta entrare in una chiesa qualunque…C’è gente in ginocchio. C’è cerimonia in corso. C’è qualcosa. C’è qualcuno. Domandiamo. Interroghiamo. È la prova documentale, è la prova testimoniale, è la prova pressoché palpabile dell’influenza dell’Eucaristia. Allora ha il sacrosanto diritto di cittadinanza. Se ne deve parlare. Se ne deve avvertire la realtà». L’Eucaristia, «farmaco d’amore» – come l’ha definita Papa Francesco nell’ultima Solennità del Corpus Domini -, per Acutis «deve entrare in questo mondo e confondersi con tutti coloro che di questo mondo vivono. Occorre liberarlo, occorre purificarlo, occorre umanizzarlo con l’Eucaristia».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2021

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«Sospesa e magica, una novità per Ferrara»: Benedetta Tagliabue racconta la chiesa di San Giacomo

18 Ott


Benedetta Tagliabue nella chiesa di San Giacomo

L’architetto che ha ideato la nuova chiesa dell’Arginone spiega a “La Voce”: «antico e nuovo, calore e povertà si fondono». I tre legami con la Spagna, quello col Balloons Festival e con la storia della nostra città

di Andrea Musacci

Prima di tornarci per la nuova chiesa dell’Arginone, Benedetta Tagliabue a Ferrara c’era venuta una volta sola. Un’occasione molto speciale: il viaggio di nozze col marito Enric Miralles, scomparso nel 2000 a soli 45 anni.

Nel suo destino, tragico e magnifico, c’è dunque Ferrara. Per lei, architetto – per alcuni “archistar” – di origini milanesi ma laureatasi allo IUAV di Venezia (dove ha conosciuto Enric) un’emozione tornare nella nostra città per “sfidarla”, per dimostrare che si può costruire un edificio sacro innovativo, audace senza “fare a botte” col quartiere che lo ospita. Un impegno non da poco per lei alla prima esperienza di progettazione di una chiesa.

Dopo la morte del marito, Tagliabue è rimasta sola al comando dello Studio Miralles Tagliabue EMBT, che ha la sua sede principale a Barcellona (vedremo dopo gli altri due legami con la Spagna), e a Shangai. In tutto, sono una quarantina le persone che lavorano nello Studio, una decina delle quali ha realizzato il progetto per San Giacomo. Fra i progetti realizzati, lo Studio vanta quello della sede del Parlamento di Edimburgo, il Padiglione spagnolo all’Expo mondiale di Shanghai 2010, il mercato di Santa Caterina a Barcellona, il Municipio di Utrecht nei Paesi Bassi, la Stazione centrale della metropolitana di Napoli e quella di Clichy-Montfermeil, oltre al nuovo polo amministrativo della Regione Sicilia e a diversi edifici in Cina, fra cui il Conservatorio di Shenzen. Tagliabue è stata visiting professor presso la Harvard University, la Columbia University e Barcelona ETSAB. Nel maggio 2019 ha ricevuto la Croce di Sant Jordi concessa dalla Generalitat della Catalogna per l’eccellenza della sua pratica professionale nel campo dell’architettura nel mondo. È anche direttrice della Fondazione Enric Miralles.

Ma la prima domanda che le poniamo è su questo piccolo quartiere periferico di Ferrara, di passaggio, brano di tessuto suburbano che sembra uscito da una canzone de “Le luci della centrale elettrica”. Qui, tra il carcere e la sede di Ingegneria, come “convincere” i residenti che la nuova chiesa non è un’astronave venuta da un altro mondo? «L’intenzione, invece – ci risponde un po’ a sorpresa -, è stata proprio di ideare un po’ un’astronave, nel senso che l’edificio richiama – ispirandosi al Ferrara Balloons Festival – una mongolfiera colorata che leggera cade dal cielo e sembra quasi, nel posarsi a terra, rimanere sospesa. Spero quindi che chi la ammirerà possa sentire il calore e l’attrazione che le forme dell’edificio vogliono trasmettere». La scommessa è lanciata, bisogna guardare la nuova San Giacomo con occhi nuovi. «È un edificio speciale, volutamente non troppo classico: abbiamo scelto di non ispirarci agli edifici storici di Ferrara, ma di creare qualcosa che fosse davvero nuovo».

Nessun richiamo al passato, dunque, viene da pensare. Ma non è del tutto così. La Madonna “nera” proviene dalla chiesa delle Stimmate di via Palestro, e le due grandi travi a forma di croce che sovrastano i fedeli nell’ambiente centrale, sono state ricavate dal legno proveniente da un vecchio ambiente del Municipio cittadino. In particolare, è stato don Stefano Zanella a scegliere la statua mariana, rimanendone subito folgorato. «Mi ricorda – prosegue Tagliabue – la Moreneta, la Madonna nera nel Monastero benedettino di Montserrat» in Catalogna. E il “nero” della Vergine Maria, vigile di fianco all’altare, richiama anche le cromie dei “fazzoletti” che Cucchi ha “posato” sulle grandi croce adornanti alcune pareti, così diverse dalla magnetica croce gemmata nel presbiterio.

Si tratta del secondo dei tre legami tra la nuova chiesa e la penisola iberica. Come non pensare, poi, a quello fortissimo tra San Giacomo Apostolo e la Spagna? Il corpo del primo apostolo martire, decapitato nella primavera dell’anno 42, fu trafugato dai suoi discepoli, che riuscirono a portarlo sulle coste della Galizia. Il sepolcro contenente le sue spoglie sarebbe stato scoperto nell’anno 830 dall’anacoreta Pelagio in seguito ad una visione luminosa. Dopo questo evento miracoloso, il luogo venne denominato campus stellae (“campo della stella”), dal quale deriva l’attuale nome di Santiago de Compostela. 

Antico e nuovo vivono, dunque, il loro sposalizio: la reliquia – un pezzo d’osso di una gamba di San Giacomo – posta in alcune occasioni all’ingresso (così è stato sabato 16), convive con l’arditezza delle linee o delle lampade come fiori sospesi nel loro dischiudersi o stelle nel cielo che, discreto, bagna con la sua luce immensa le crude pareti interne. “Guardate in alto!” sembra quindi l’invito di chi ha pensato, anzi, sognato questa casa costruita, pare davvero, in un “campo di stelle”. Bisogna partire dal cielo, dagli astri, dal soffitto con la grande croce di legno, maestosa ma anch’essa, in realtà, come posata, Segno definitivo di vittoria sulla morte, che parte dall’ingresso, con, a sinistra, il fonte battesimale (“regalo” del padre di Benedetta Tagliabue) e il confessionale, entrambi “luoghi” di trionfo sul peccato.

La miseria e la bellezza di ciò che è scarno ma in realtà vivo e complesso è rappresentato – ci spiega ancora Tagliabue – anche dalle pareti spoglie, «ma che in realtà spoglie non sono», non hanno nulla di vuoto ma raccolgono e conservano «tutta la bellezza del muro non finito, come un dipinto continuo, con effetti cromatici speciali», spontanei. Un riposo per gli occhi, si spera anche per il cuore, dopo aver seguito le “onde” della copertura e l’effetto frastagliato, e discontinuo, delle pareti esterne, uniformi però lungo l’intero perimetro, così che la canonica retrostante, le otto sale e l’aula magna sono come unite in un unico abbraccio, in unico sospiro con la chiesa, testa e cuore dell’intera struttura. Quasi a voler far intendere che l’afflato che richiama e vuole stringere a sé, nel Cristo risorto, è rivolto ben oltre, all’intera città di Ferrara.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 ottobre 2021

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(testo e foto di Andrea Musacci)

Dialogo interreligioso a Ferrara: «Incontriamoci nella carità concreta»

14 Ott


Frammenti dell’incontro

Ebrei, cattolici, protestanti e musulmani si sono confrontati il 10 ottobre a Ferrara per la Giornata Europea della Cultura Ebraica

«Rincontriamoci». Si è concluso con questo auspicio il dibattito organizzato dalla Comunità Ebraica di Ferrara in occasione della 22esima Giornata Europea della Cultura Ebraica.

Una promessa reciproca fra i presenti, nella comune volontà di costruire non solo momenti di confronto amicale ma progetti concreti a favore degli ultimi. E proprio sul dialogo e l’accoglienza dell’altro si sono interrogati i relatori nella tavola rotonda trasmessa in diretta streaming la mattina di domenica 10 ottobre sul tema “Dialogo interculturale sulle problematiche dell’accoglienza del profugo”. Un dibattito rispettoso ma non retorico moderato da Cristiano Bendin, Direttore della redazione ferrarese de “Il resto del Carlino” e introdotto dal saluto di Fortunato Arbib, Presidente della locale Comunità Ebraica.

Col ricordo di Germano Salvatorelli, consigliere ferrarese dell’Associazione Medica Ebraica morto di Covid l’anno scorso, il Rabbino Capo Rav Luciano Meir Caro ha dato il via al confronto. Partendo dalla Torah, ha riflettuto sui doveri nei confronti dello straniero che arriva sulla nostra terra, banco di prova utile anche per «capire meglio la nostra cultura. Lo straniero non deve uniformarsi a noi ma godere dei nostri stessi diritti». Nella Bibbia – ha proseguito – egli «è titolare di particolare protezione divina: chi lo offende, offende anche Dio».

Da Maometto e dagli altri profeti del Corano, «esempi di dialogo e accoglienza dell’altro», ha invece preso le mosse Hassan Samid, Presidente del Centro di cultura islamica di Ferrara. «È importante – ha riflettuto – anche nelle nostre comunità islamiche fare sempre un lavoro sulla paura del diverso. Spesso nelle nostre famiglie c’è quasi il “terrore” di contaminarsi con la cultura di chi ci accoglie, paura di perdere la propria identità e le proprie tradizioni». Invece, per Samid «si può essere italiani senza rinunciare a essere musulmani». «È importante – ha poi concluso – andare per gradi e porre attenzione non solo all’accoglienza momentanea del “forestiero” ma a quella a lungo termine, che porta alla convivenza».

Dell’esperienza all’interno delle proprie comunità ha parlato anche Giuseppina Bagnato, pastora metodista-valdese in servizio a Bologna, in passato alla guida delle comunità di Ferrara e Rimini. «Negli anni ’80 e ’90 – ha spiegato – nelle nostre comunità aumentarono i figli di stranieri, portando spesso le loro difficoltà nell’essere accettati in Italia. Oggi queste nuove generazioni nate e cresciute nel nostro Paese possono indicarci la direzione della convivenza». Convivenza che, per don Andrea Zerbini, Presidente dell’Unità Pastorale Borgovado, non può non «proliferare ai margini, negli interstizi delle relazioni “corte”», nella prossimità di chi si trova a dover convivere con persone o famiglie straniere. «Il modello della fede come mero contenuto da trasmettere – ha proseguito – non funziona più». Ciò che fa la differenza è «lo stile» delle relazioni, inteso come «modo di stare nel mondo». Don Zerbini ha poi parlato della costruzione delle nostre UP come esempio «intercattolico» di dialogo e convivenza fra diversi, lanciando quindi una proposta: «il Centro di Ascolto presente da anni nell’UP Borgovado diventi luogo di incontro» – all’insegna della carità concreta – «fra persone delle nostre comunità religiose». Un’idea subito raccolta da Rav Caro, che ha “incaricato” il sacerdote di organizzare entro la fine dell’anno un nuovo incontro, più “operativo”. Sulla stessa linea d’onda anche Samid, che ha insistito sulla collaborazione fattiva tra le religioni, e la pastora Bagnato: «dobbiamo costruire una comunità interculturale e interreligiosa nel fare concreto».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2021

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Arte e architettura per una nuova esperienza di fede: parla il liturgista don Tagliaferri

4 Ott
La facciata
L’altare

Don Roberto Tagliaferri è uno dei protagonisti del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo a Ferrara: «l’apparato iconografico è tradizionale nei contenuti e innovativo nello stile»

A cura di Andrea Musacci
Lo spazio sacro e il suo apparato iconografico come elementi decisivi per vivere un’esperienza di fede nuova e più profonda, consapevoli della necessità di una conversione continua. Abbiamo incontrato don Roberto Tagliaferri, teologo e liturgista ideatore del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo insieme all’architetto Benedetta Tagliabue e all’artista Enzo Cucchi.

Don Roberto Tagliaferri

Don Roberto, l’edificio sacro non è un mero contenitore ma un elemento essenziale nell’esperienza di fede. In che modo questo discorso vale per la nuova chiesa di San Giacomo?

«Vi sono due aspetti fondamentali da considerare per quanto riguardo un edificio sacro: il primo è quello che possiamo definire linguistico, che riguarda la performatività e l’efficacia. Le scelte architettoniche fanno parte di questo primo ambito funzionale. Ma lo spazio sacro non si riduce a questo: deve anche, e soprattutto, far sentire la Presenza di Cristo, permettendo al fedele di vivere un’esperienza religiosa, permettendogli di esprimersi».  


In questo discorso naturalmente rientra anche l’apparato iconografico: le opere di Enzo Cucchi possono non essere immediatamente comprensibili da tutti. Come l’arte, quindi, nel caso della chiesa di S. Giacomo può provocare positivamente i fedeli?

«L’iconografia presente nella nuova chiesa è tradizionale come contenuti e innovativa come linguaggio. Spiego perché. I contenuti sono quelli della nostra fede, della nostra tradizione. L’iconografia segue, quindi, la dinamica tra Antico e Nuovo Testamento. Le grandi croci presenti su alcune delle pareti interne dell’edificio hanno dei “fazzoletti” che richiamano l’Antico Testamento, anche nella stessa attesa della venuta del Messia, o nella profezia di Natan a re Davide, nel richiamo al Messia sofferente con la figura di Giobbe. Insomma l’Antico Testamento è sempre legato alla Croce, che è il criterio interpretativo della storia della salvezza.Nel lato sinistro della chiesa, invece, troviamo il compimento con l’Incarnazione, rappresentato dalla Madonna che tiene in grembo il Messia, oltre ad alcuni elementi della Nuova Alleanza, in particolare le due leggi di Gesù Cristo: il richiamo a diventare come bambini (“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”, Mt 18,1-5, ndr) e la parabola del chicco di grano (“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto», Gv 12,24-26, ndr).Nella parete del presbiterio, poi, vi è il passaggio da Gesù alla Chiesa – rappresentata da una nave il cui albero maestro è una croce –, e un elemento escatologico rappresentato dalla croce gemmata, quella della gloria, dei cieli nuovi e della terra nuova. Oltre alla grande croce di legno formata dalla trave principale a vista».


Questo aspetto tradizionale si coniuga, però, con lo stile innovativo dell’artista Cucchi…

«Esatto: ogni generazione deve ridire la fede e deve farlo con linguaggi sempre nuovi. Per questo anche l’iconografia della nuova chiesa non ha nulla di tradizionale. Non ha senso ripetere stili che appartengono al passato».


Le persone che vi entreranno, quindi, potranno vivere un’esperienza religiosa nuova rispetto a prima. All’inizio, però, potranno sentirsi spiazzati. Cosa possiamo consigliare perché possano sentirsi a casa, pur in una casa nuova?

«Gesù stesso parla di “cose nuove e cose antiche” (le parabole del tesoro, della perla, della rete e dello scriba in Mt 13,44-52, ndr). L’arte deve percepire la sensibilità delle nuove generazioni, altrimenti si riduce a imitare cose passate. Pur essendosi conclusa l’epoca dell’elemento rappresentativo, l’arte – come diceva Heidegger – rimane un “urto” (stoss), qualcosa che ti costringe  a pensare e non solo a essere rassicurato. L’arte non è il sapere già saputo. Così, si va in chiesa ogni volta per essere convertiti, per uscirne trasformati. E l’arte deve aiutare questa trasformazione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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Veduta aerea della chiesa

«Condividete il pane materiale e quello Eucaristico». La Lettera di mons. Mosconi del ’71

27 Set
Cena in Emmaus, Caravaggio, 1606, Pinacoteca di Brera (Milano)

All’inizio dell’ultima Lettera (“L’Eucaristia, sacramento del dono”), mons. Perego cita “La Sacra Eucarestia e i nostri problemi”, Lettera pastorale del ’71 (8° centenario del Miracolo di S. Maria in Vado) del Vescovo di Ferrara mons. Natale Mosconi.

Nella seconda parte, mons. Mosconi analizza i problemi della società moderna e della Chiesa, di cui l’Eucarestia rimane l’«unica soluzione»: «Gesù è la risposta» ai «problemi di vita, di pane e di vestito, di lavoro e di assistenza, di infermità e di sofferenza, di giustizia e di colpa; di aspirazioni senza fine e di miseria e di morte». «Non li abolisce, non li cancella: li risolve».

«E penso – prosegue – a uno dei più tremendi problemi morali dell’uomo: la solitudine, che può decidere fatalmente e tragicamente, e che dalla Realtà Eucaristica è superata, eliminata. Abbandonato dagli uomini, respinto o dimenticato o comunque rimasto solo, il cristiano trova sempre nel Cristo Vivente nell’Eucaristia il compagno della sua vita, Colui che non lo lascia mai solo, il fratello sempre a lui vicino che risponde a ogni sua domanda e accoglie ogni sua invocazione».

Mons. Mosconi passa poi ai problemi della famiglia e a quelli nella Chiesa: anche «l’accostamento dei lontani e l’incontro con i non credenti sia del mondo del lavoro sia del mondo intellettuale e filosofico e scientifico-tecnico, non può escludere questa via, perché è la via di Cristo». Riguardo ai problemi a livello mondiale, «il rinnovamento della liturgia nella sua accentuazione comunitaria», dev’essere «concreto e portare il cristiano a (…) precisi impegni». Perché, spiega, «non ci sarà mai pace che nell’affermazione attuosa della carità, né affermazione attuosa della carità nel mondo senza la Sacra Eucaristia, la fonte della carità», «Mensa di pace». «Invito a dividere con i fratelli il pane materiale allo stesso modo che condividiamo il Pane Eucaristico».

La Lettera si conclude con ventuno «Avvertimenti», l’ultimo dei quali è “profetico”: «Abbiamo (…) comunità care al Signore prive della permanente presenza sacerdotale. Stiamo diventando “terra di missione”?», si chiede. L’appello è quindi rivolto «al generoso cuore apostolico dei carissimi sacerdoti» e ai «candidati al sacerdozio» per «un impegno “missionario”».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° ottobre 2021

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Padre Enzo Bianchi a Vigarano Mainarda: incontro, comunità e identità

21 Giu

Intervento la sera del 18 giugno: «ascoltiamo per imparare dall’altro»

Vivere un’empatia piena, un’apertura all’altro e al tempo stesso mantenere un’identità chiara. È su questo difficile equilibrio che ognuno di noi, continuamente, gioca la propria sfida con se stesso e la propria comunità. 

Su questo tema la sera del 18 giugno ha riflettuto padre Enzo Bianchi, teologo e scrittore, fondatore della Comunità di Bose di cui è stato priore fino al 2017. Nella chiesa provvisoria di Vigarano Mainarda, invitato dall’Azione Cattolica interparrocchiale e alla presenza anche di mons. Gian Carlo Perego, p. Bianchi ha innanzitutto riflettuto su come «il vivere insieme sia un progetto di vita, un cammino per territori sconosciuti, qualcosa che va sempre verificato: la vera via di umanizzazione attende il contributo di ciascuno». La comunità, quindi, «è il contrario di ciò che è proprietà, appartenenza individuale. È la condivisione del dono, del dovere, della responsabilità, è scambio e reciproca edificazione».

Per p. Bianchi i membri di ogni comunità sono tali se si sentono «bisognosi dell’altro, mancanti, “aperti a”, in un movimento che immette in un circolo di gratuità, uniti non da ciò che hanno ma da un debito che ciascuno vive verso gli altri». In questa dinamica ciò che più importa è non tanto il pur fondamentale aiuto materiale, ma «la nostra presenza, il dono totale di sè». Il contrario della presenza è «l’estraneità, che “uccide” l’altro», di cui, citando  Dostoevskij, «io sono sempre responsabile» e il cui volto, rifletteva Levinas, è sempre da ricercare. Il vero “prossimo” è «a chi mi faccio vicino» fisicamente, pur nella paura, «comprensibile ad esempio nel caso dei migranti, paura che non va derisa». Ciò – per p. Bianchi – non significa «dover abdicare alla propria identità ma nemmeno indurirla, perché l’identità è dinamica, è qualcosa che di continuo si arricchisce». Nessuna autocolpevolizzazione, quindi, «è importante avere un’identità chiara, ma che non sia contro gli altri». Perché ognuno – spesso lo dimentichiamo – condivide con gli altri «la condizione umana, mortale». Per cui «la vita va vissuta come un viaggio di compagni di carovana, di fratelli e sorelle: solo il camminare insieme può dare senso alla vita, solo l’amore può lottare contro la morte».

Spesso – ha sferzato fratel Bianchi – «la nostra carità è presbite: amiamo chi è lontano ma non chi abbiamo vicino», mentre abbiamo in Gesù un esempio concreto, l’esempio della vicinanza della carità, anche col tatto. Lo stesso Papa Francesco continuamente lo dimostra, anche quando «ha incontrato un gruppo di persone trans: quanti cristiani farebbe lo stesso? Il nostro mondo cristiano è stato, ed è, spesso bigotto». Ma «il Vangelo e l’uso della ragione sono i due strumenti per valutare tutto, anche la religione», come molto ha riflettuto e scritto papa Benedetto XVI, che «non venne capito: pensiamo solo alla polemica legata al suo discorso a Ratisbona. Però è vero – ha proseguito p. Bianchi – che Gesù è stato nonviolento, Maometto invece ha fatto delle guerre. La religione cristiana poi, però, si è macchiata nei secoli di violenze e soprusi». Infine, una parola sul vero dialogo, «non qualcosa di passivo ma atto creativo, qualcosa che, sempre sull’esempio di Gesù, dobbiamo reimparare a fare nell’ascolto e nella capacità di domandare».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 giugno 2021

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Don Emanuele Zappaterra sarà missionario fidei donum

14 Giu

Da novembre vivrà a Victoria (diocesi di Gualeguaychú) in Argentina. Realizza così la vocazione di una vita. Lascia Malborghetto, l’Ufficio Vocazioni e Vita Consacrata. Andrà nella zona delle ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi

di Andrea Musacci

I 25 anni di sacerdozio don Emanuele Zappaterra lì festeggerà compiendo ciò che, da una vita, sente come sua vocazione profonda: quella di diventare sacerdote missionario fidei donum. Il nostro Arcivescovo, infatti, a febbraio ha accettato la sua richiesta di andare a vivere in Argentina, per la precisione a Victoria, provincia di Entre Rios, diocesi di Gualeguaychú, suffraganea dell’arcidiocesi di Paraná, dove si trasferirà a fine novembre. In questa Diocesi troverà le ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi.

Dopo il rientro nel 1997 di don Francesco Forini dalla missione di Kamituga in Congo e di don Carlo Maran da Parauapebas in Brasile, la nostra Diocesi non aveva più avuto missionari diocesiani fidei donum. Maria Giovanna Maran è stata, in questi anni, l’unica fidei donum, ma laica, da Ferrara-Comacchio.

Don Zappaterra dal 2018 è parroco a Malborghetto di Boara e a Boara. È anche Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni e dell’Ufficio per la Vita Consacrata, Canonico del Capitolo della Cattedrale, nonché Assistente spirituale di IBO Italia. Nato a Ferrara il 4 giugno 1971, è stato ordinato sacerdote nella nostra città il 12 ottobre 1996. Vice parroco a S. Maria del Perpetuo Soccorso dal 27 ottobre 1996 all’ottobre 1999, poi vice parroco a Quacchio sino al marzo 2001, fino al 2005 è stato parroco a Coronella e Madonna Boschi. «Già in questo periodo – racconta a “La Voce” – desideravo partire come missionario, ma pensavo soprattutto all’Africa o all’Asia, avendo riferimenti missionari quali padre Matteo Ricci o San Francesco Saverio. E poi era ancora viva la memoria dell’esperienza missionaria di don Alberto Dioli in Congo».

Ma in questo periodo don Emanuele viene chiamato da don Andrea Zerbini, allora alla guida del Centro Missionario Diocesano, grazie al quale viene a sapere che la ferrarese suor Irenea Baraldi, missionaria dal 1982 in Argentina, aveva ricevuto la richiesta dal Vescovo di tornare in Italia, dopo un breve rientro nel nostro Paese, con un sacerdote italiano. Anche grazie a incontri con missionari in Bolivia o alla testimonianza di un’altra ferrarese, Suor Celestina Valieri, dal 1990 missionaria in Argentina, don Emanuele si sente sempre più chiamato dall’America Latina, meta che prima non aveva considerato. Nel 2001 un altro momento importante è la sua celebrazione della prima Messa in Diocesi per la comunità latinoamericana della nostra provincia, che inizierà a seguire pastoralmente, iniziando così anche a imparare lo spagnolo. Dal giugno 2005 al 2 gennaio 2007 è parroco a S. Giovanni Bosco-Raibosola a Comacchio e Assistente dell’Oratorio cittadino Pio XII°. Nel 2006 don Emanuele ha l’opportunità di passare un mese a Laguna Naick Neck in Argentina da suor Baraldi: «dopo due settimane che ero lì – ci racconta – mi sentivo a casa mia. La mia consapevolezza di quale fosse la mia vocazione crebbe ancora».

Dal 2007 è parroco a Masi S. Giacomo-Montesanto, dove prova a coinvolgere alcuni ragazzi per una futura missione. Proprio nel 2007 trascorre un altro mese a Laguna Naick Neck insieme a una ragazza neodiplomata: «ospite di una famiglia che gestiva una pompa di benzina, ho fatto esperienza di come vivono loro, oltre a fare attività con le suore di suor Baraldi e alla pastorale». La stessa suor Baraldi l’anno successivo viene trasferita a Entre Rios, proprio dove don Emanuele andrà a vivere dal prossimo novembre.

Nel 2009 don Piero Tollini muore, lasciando fondi per la carità e le missioni: don Andrea Zerbini, esecutore testamentario, destina una parte proprio alle suore in Argentina per progetti di aiuto ai bambini e ai ragazzi poveri a El Campito (zona di Entre Rios). Don Zappaterra compirà un altro viaggio in Argentina, a El Campito per vedere il progetto realizzato e a Laguna Naick Neck.

Il 15 agosto 2011 diventa parroco di S. Agostino a Ferrara e dal 2012 Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, riuscendo a far diventare Maria Giovanna Marian laica fidei donum in Brasile. Dal 2014 al 2018 è Rettore del Seminario Arcivescovile: una volta lasciato l’incarico, inizia a parlare a mons. Perego del suo desiderio di partire missionario. A inizio 2020 don Emanuele fa un’esperienza con IBO in Perù, per poi recarsi anche in Ecuador. A fine 2020 avviene un’accelerazione positiva: da un sacerdote di Gualeguaychú, che aveva ospitato a Malborghetto, viene a sapere del recente cambio del Vescovo, e della volontà del nuovo pastore di conoscerlo. In una videochiamata gli spiega il progetto nella Diocesi in Argentina, che poi esporrà allo stesso mons. Perego, il quale, dopo una profonda riflessione, darà il suo consenso alla partenza di don Emanuele. I primi di settembre don Emanuele lascerà gli incarichi in Diocesi, il 12 settembre partira per Verona dove fino al 16 ottobre fara un periodo di preparazione nella sede della PUM –  Pontificia Unione Missionaria. Dopo il rientro in Diocesi, probabilmente durante la Veglia missionaria di fine ottobre riceverà dal Vescovo il mandato missionario. Un mese dopo, circa il 22-23 novembre, partirà per Victoria, vicino Buenos Aires, nella provincia di Entre Rios, dove si trova anche il Santuario di Nostra Signora di Aránzazu: qui don Emanuele aiuterà i sacerdoti, oltre a svolgere vera e propria opera di evangelizzazione in una terra povera e dove in alcune zone le comunità riescono ad avere la S. Messa pochissime volte l’anno. Oltre a ciò, a don Emanuele è stato anche chiesto di collaborare con l’equipe formativa del Seminario dicoesano di Gualeguaychú.

«Quando ormai non ci pensavo più, mi hanno chiamato a partire in missione», conclude don Emanuele emozionato. «Spero che questa esperienza possa rappresentare anche un’importante apertura missionaria per la nostra Arcidiocesi, magari ospitando in Argentina saltuariamente sacerdoti e seminaristi». Della famiglia di don Emanuele rimangono la madre vedova (il padre è deceduto nel 2018), che vive in zona Krasnodar a Ferrara, due sorelle (una vive a Casaglia, l’altra a Quartesana) e cinque nipoti.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 giugno 2021

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