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Che risposta dare al nichilismo? Dialogo fra Truffelli e don Carron

17 Mag


Il 13 maggio il presidente nazionale di AC e la guida di CL si sono confrontati sul tema della fraternità

Truffelli
don Carron

La pandemia è «un fatto epocale che sfida il nichilismo e l’individualismo delle nostre società». Per questo, la Chiesa e più in generale la società e la politica debbono dare risposte all’altezza di una prova così radicale. Non è così frequente vedere insieme sullo stesso palco il massimo rappresentante dell’Azione Cattolica Italiana, il presidente Matteo Truffelli, e la guida di Comunione e Liberazione don Julian Carron. Uno stare insieme che significa tanto l’uno a fianco all’altro – come si è o si dovrebbe sempre essere nella Chiesa -, quanto l’uno di fronte all’altro, differenti ma fraterni, uniti anche quando emergono i conflitti. Per questo dispiace che l’incontro pubblico fra i due tenutosi lo scorso 13 maggio sia passato un po’ sotto silenzio. Trasmesso in streaming dall’Università Cattolica di Milano e moderato da Ferruccio De Bortoli, verteva sul tema “Fraternità e amicizia sociale. La Fratelli tutti e il nostro compito”.


Questa nostra epoca complessa

«Come credenti dobbiamo vivere e condividere una visione differente della società, fondata sulla fraternità – ha esordito Truffelli -, proponendo ideali, non ideologie, e costruendo esperienze concrete». L’inizio del confronto sembra improntato sull’ottimismo. «La solidarietà» è l’antidoto al «principio individualista del “si salvi chi può” e al conformismo». Per cui, questa della pandemia «è una stagione in cui è più facile riconoscersi come fratelli». «L’aver sentito tutti il bisogno di essere uniti – ha condiviso con lui don Carron – ci ha resi più consapevoli che siamo tutti sulla stessa barca, che non possiamo cavarcela da soli. Il bisogno può far generare nuovi principi e unità, come dopo la seconda guerra mondiale». Anche oggi «si sono avviati processi di collaborazione – scientifico ed ecologico, ad esempio – impensabili fino a poco tempo fa. Si stanno avviando, o sono accelerati, cioè, processi diversi da quelli dati per assodati».


Ma quali risposte offrono i cristiani?

«Il mondo cattolico ha idee, proposte, esperienze e persone da mettere a disposizione del Paese, dell’Europa e del mondo? Sappiamo, cioè, tradurre tutto ciò in proposta politica?», ha incalzato Truffelli. «Ciò significa anche liberare i cattolici da alcune caselle entro le quali a volte vengono messi, come quelle della sola difesa dei migranti o della vita». Non bisogna, invece, dimenticare che «la politica è il senso dell’insieme, del complessivo» e che ai cattolici «è chiesto di viverla come seminatori di speranza: la politica deve innescare il futuro, non contrapponendo ma unendo». La problematizzazione del concetto di fraternità l’ha portata avanti anche don Carron, se possibile anche andando più a fondo della questione. Dato che «il desiderio di pienezza appartiene a ogni persona», la risposta «non può essere teorica ma reale, e non può essere l’individualismo, l’accumulazione di cose o il potere». La risposta sta in una testimonianza radicalmente diversa. «Se non viviamo davvero la fraternità – ha proseguito il sacerdote -, se cioè non abbiamo modalità, criteri diversi nel vivere il nostro quotidiano, allora siamo come gli altri». «Essere davvero “fratelli tutti” non è un mero sogno ma risponde al bisogno grande che abbiamo».


Che cos’è la libertà

La fraternità fa riflettere anche su quale sia la vera libertà. Per Truffelli la pandemia «ci ha fatto ripensare il senso della libertà intesa come scelta solitaria e relativista, cioè il modello fortemente prevalente in precedenza. La libertà non è tutto. Legato a ciò, c’è il tema dei diritti, che a volte rischia di essere difesa di privilegi», mentre «il diritto deve tutelare non solo me ma anche gli altri». «Dobbiamo essere consapevoli – ha ribattuto la guida di CL – che l’affermazione di sé è vera solo se avviene insieme all’affermazione dell’altro: partecipare a un gesto comune porta a un godimento del vivere nettamente più grande».


Sinodalità e pluralità

L’ultima questione posta da De Bortoli ha riguardato il tema della sinodalità ecclesiale: un percorso sinodale, come quello annunciato due mesi fa dal card. Bassetti, «può essere una grande occasione per la Chiesa italiana per maturare ancor più consapevolezza di ciò che vuol dire essere popolo dentro un popolo ancora più grande, e quindi il sapersi mettere in ascolto» e il «saper riconoscere la diversità come ricchezza, non come problema». «La sinodalità – ha poi concluso don Carron – è utile solo se ci mettiamo in ascolto dello Spirito. C’è qualcosa di davvero interessante che sfida questo nichilismo? Ascoltiamo la novità che il Mistero suscita rispetto al nulla che avanza».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 maggio 2021

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«Liberi da bavagli e catene, ricostruiamo la Patria»: il documento antifascista inedito dell’autunno 1943

10 Mag
Gruppo di giovani cattolici ferraresi, anni ’40 (Franceschini è il primo a sx seduto. Al centro don Carlo Borgatti e sotto don Quaranta, mentre Max Tassinari è due persone a destra di don Carlo) (foto Flavia Franceschini)

Il documento sul Fronte Giovanile Cristiano che abbiamo ritrovato a Ferrara fra le carte di Bruno Paparella fu scritto a macchina da Giorgio Franceschini, futuro deputato, in pieno terrore repubblichino: prevede la nascita della DC e della democrazia

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 maggio 2021

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di Andrea Musacci
Un documento inedito, riemerso fra le antiche carte di Bruno Paparella, fondamentale per capire la sua personalità e quella dell’altro principale ideatore, Giorgio Franceschini – di cui il 15 maggio ricorre il centenario dalla nascita -, oltre allo spirito che animava l’antifascismo cattolico ferrarese, soprattutto fra quei giovani che contribuiranno nel CLN alla Liberazione e poi alla costruzione della Democrazia Cristiana a livello locale e nazionale.Il documento ritrovato, scritto a macchina (di cui accenna Lydia Paparella, sorella di Bruno, nel suo articolo sulla “Voce” del 30 aprile scorso), reca nella prima pagina la scritta “Fronte Giovanile Cristiano” e l’indicazione “Ferrara, autunno 1943”. I nomi di Carlo Bassi, Max Tassinari e Giorgio Franceschini campeggiano su questo frontespizio. Si tratta della bozza di un progetto clandestino – mai concretizzatosi – di tipo educativo e socio-culturale, rivolto ai giovani cattolici ferraresi, mosso da grande idealità, volto a un impegno integrale. Un testo emozionante, scritto da poco più che 20enni, dopo due decenni di fascismo e nel buio della guerra e dei primi mesi della RSI, rischiando la vita e con uno slancio spirituale, culturale e politico impressionante, coniugato a un enorme desiderio di ricerca e dibattito troppo a lungo represso.

Per 20 anni i giovani furono, infatti, inquadrati prima nell’Opera Nazionale Balilla e poi nel GIL (Gioventù Italiana Littorio) con uno spirito militaresco. In una lettera del 10 settembre 1943 Alcide De Gasperi esprime a Sergio Paronetto i propri timori circa il fatto che il fascismo fosse ormai «una mentalità congenita alla generazione più giovane». Questo dimostra ancora di più l’eccezionalità di questo coraggioso documento ferrarese che “smentisce” le parole di De Gasperi.“Premessa”, “Programma” e “Punti fondamentali” sono le tre parti in cui è diviso il testo, composto da sei fogli ramati dal tempo, nell’ultimo dei quali sono indicati i diversi nomi dei promotori e dei primi possibili aderenti. Fra questi, scritti a mano, oltre ai tre indicati nel primo foglio, ipotizziamo i nomi di Antonio Periotti, Cesare Menini, Giorgio Motta, Gianni Vitali (poi cancellato, forse perché ai tempi troppo giovane), Paolo Rovigatti.

«In questo documento – spiega a “La Voce” Flavia Franceschini, figlia di Giorgio (l’altro è Dario, attuale Ministro della Cultura) -, riconosco sia la calligrafia sia la macchina da scrivere di mio papà: non ho alcun dubbio in merito». Lydia e Francesco Paparella (quest’ultimo nipote di Bruno) ci confermano che la calligrafia non è di Bruno. Inoltre, «nella nostra grande vecchia casa in corso Giovecca, nella soffitta (che chiamavamo ”granaio”) – continua Flavia -, mio padre da ragazzo aveva adibito una camera a circolo culturale, dove si riunivano gli amici. Su una trave del sottotetto ci sono ancora scritte con il nome di un circolo da lui creato. Di sicuro – aggiunge – era una passione di mio padre organizzare circoli di questo tipo».


Il documento. «Una nuova fraternità di spiriti»
«Dinnanzi al presente grave e doloroso stato in cui si trova la nazione italiana, dinnanzi al disorientamento, al dolore e ai sacrifici e alla sempre crescente incredulità del nostro popolo verso i grandi ideali. Dinnanzi allo stato di abiezione di gran parte della gioventù italiana divenuta incapace di rettamente sentire, pensare ed agire per il disordine fallimentare, spirituale e morale di tante famiglie, per l’incapacità e l’indegnità dei suoi educatori, per la mancanza di libertà d’azione e di pensiero a chi poteva più degnamente e saggiamente condurla, per l’errata impostazione educativa del passato, noi – giovani di Ferrara – dichiariamo il nostro bisogno di unirci in una nuova stretta sincera fraternità di spiriti». Così esordisce il testo. «Proviamo a metterci nei panni di quei giovani», ragiona con noi Francesco Paparella. «È vietato ogni dissenso nei confronti del regime, figuriamoci pensare di costituire un movimento politico democratico!» E invece loro, pur con le dovute cautele, lo progettano. «Erano mesi molto bui per l’Italia, quelli della repressione più violenta. Ebrei, oppositori, sospettati venivano incarcerati, condannati e barbaramente uccisi o deportati. Basti pensare, a mo’ di esempio, agli eccidi del Castello, della Certosa, del Doro e della Macchinina». Più avanti il testo continua: «Riconoscendo la nostra ignoranza in campo teologico e dommatico, ma animati da un immenso desiderio di affidarci alla verità del Cristo e della sua Chiesa (…) ci professiamo cristiani cattolici e diamo il nome di cristiano al FRONTE GIOVANILE che costituiamo».
«Il “Fronte” – è scritto poi nel documento – è soprattutto unione spirituale di giovani che (…) sentono il desiderio e la necessità di prepararsi spiritualmente e culturalmente per potersi formare una chiara coscienza cristiana, per dare oggi e ancora più domani un valido aiuto al movimento cattolico, secondo le possibilità apostoliche loro, intellettuali e sociali, con il pensiero e con l’azione. Il “Fronte” nel suo attuale momento iniziale, più che organizzazione è movimento, tendenza, corrente giovanile». Movimento che intende «raccogliere adesioni di giovani di qualsiasi categoria sociale, desiderosi di accostarsi maggiormente al Cristianesimo per il bene proprio, della Chiesa e della Patria, coll’impegno di differenziarsi nettamente da tutti i cristiani e italiani attuali “all’acqua di rose”, insensibili, infrolliti, o falsi bacchettoni e (parola aggiunta a mano non comprensibile, ndr)». L’unione, viene poi specificato, «è al di fuori di ogni organizzazione, lontana da ogni costituzione gerarchica» e fondato sulla fraternità: tutti i giovani aderenti «si conoscono tra di loro, si amano fortemente e fraternamente senza distinzioni di età o di classe, si aiutano vicendevolmente; tengono il contatto tra loro, se lontani, si interessano reciprocamente del lavoro che svolgono, si sacrificano fino all’ultimo per i bisogni del singolo o della collettività. Perciò l’appartenenza al Fronte è anzitutto un patto di amicizia e di solidarietà da mantenere e difendere con un giuramento».

Ma questa unione «è in funzione di una preparazione e di un lavoro sociale» – poiché «ogni azione sociale non compiuta nello spirito della eccelsa virtù della carità non rimanga sterile» – e politico: «Se il F.G.C. si limitasse a costituire l’unità dei giovani e a svolgere benefiche opere sociali, senza avere un’influenza politica, non avrebbe ragione di esistere e si potrebbe identificare con altre istituzioni, quale quella dell’Azione Cattolica (…). Se l’Azione Cattolica non può fare della politica perché altri sono i suoi intendimenti, è necessario (…) e non meno importante e indispensabile una netta e ferma posizione dei cattolici nella vita politica perché, oltre a non tollerare che vengano misconosciuti e negati fondamentali principi cristiani in campo morale e giuridico, in campo interno e internazionale, debbono agire affinché la ricostruzione della Patria e del mondo avvenga realmente e su basi Cristiane». È evidente come il documento getti le basi per la futura Resistenza e alternativa al nazifascismo. Il finale, coraggioso se si pensa che viene scritto nel clima di repressione totale della RSI, è commovente: «I giovani sanno che la sistemazione cristiana del mondo è necessaria e possibile: che esiste un piano di sistemazione economica sociale e politica ispirato al Vangelo di Cristo e agli insegnamenti della sua Chiesa: non possono perciò né negarlo né abbandonarlo: lo raccolgano, lo amino, lo meditino, combattano e soffrano per esso con l’ardore della giovinezza. Di questa giovinezza che, denarcotizzata, libera da bavagli e catene, purificata dalle cattive tendenze e dagli odi cui fu educata, sollevata da angosce e terrori, deve essere restituita finalmente al culto degli alti ideali dell’amore universale e della Patria».

Giorgio Franceschini nel 1943 (foto Flavia Franceschini)

Prima del Fronte Giovanile Cristiano: Juniorismo, scuole di apostolato e autorganizzazione educativa
Come raccontò lo stesso Franceschini (nel libro di Giovanni Fallani intitolato “Per Bruno Paparella: testimonianze di amici”, 1987), Paparella nel ’40 – ai tempi presidente della GIAC (Gioventù italiana di Azione cattolica) e un anno dopo averlo conosciuto – lo nominò delegato diocesano degli Juniores di AC. “Juniorismo” era il nome di un ciclostilato, uscito in tre numeri, che a inizio ’41 fu redatto e stampato dallo stesso Franceschini insieme a Carlo Bassi, Max Tassinari e altri: «era – scrisse Francheschini –, in fondo, l’espressione dell’intenzione di provare una via ancor più originale e persuasiva per l’apostolato giovanile, con nessun intendimento politico (non erano quelli né i tempi né gli uomini, né gli ambienti per comprendere l’incalzare dei tempi nuovi). (…) Si salpava verso lidi imprevedibili, ma di cui si immaginava l’esistenza: un modo nuovo di concepire la vita, la gioventù, l’amore reciproco, ben diverso da quello che i tempi e il fascismo insegnavano ai giovani». Ma «l’arcivescovado e la curia, prese dal timore di “grane” di provenienza fascista, che forse avevano cominciato a manifestare osservazioni e critiche, intervennero perché la pubblicazione cessasse». Una capacità di visione, dunque, che sembrerà poi tornare nello spirito del Fronte Giovanile Cristiano (FGC).

Anche in due lettere rispettivamente del febbraio e dell’aprile ’43, che Bruno Paparella invia da Ferrara a Franceschini, in quel periodo a Lucca per il servizio militare, torna il tema di un nuovo gruppo giovanile cattolico. Il tema è quello delle organizzazioni delle forze giovanili dentro l’AC: Paparella parla dell’istituzione delle scuole di apostolato che, «svolgendo le sue lezioni tutti i lunedì, dà luogo a interessanti conversazioni sui più vari problemi (…). C’è tanto bisogno di fare del bene nelle nostre sezioni, anche magari facendole vivere rivolte alla parte positiva ed attiva del nostro cristianesimo, alle opere di carità…». Anche qui, uno spirito molto simile al mai realizzato FGC.

Proseguendo, in un’intervista rimasta inedita che tra fine 2005 e inizio 2006 Monica Campagnoli dell’Istituto Sturzo di Bologna rivolge a Giorgio Franceschini, quest’ultimo, parlando di quel periodo, ricorda: «qui a Ferrara non c’era la possibilità di trovare dei punti di riferimento intesi come persone la cui azione poteva costituire un esempio: mentre i leader nazionali, De Gasperi, don Sturzo, ci sembravano così lontani qua in provincia. De Gasperi ancora nel luglio del 1943, in pieno periodo badogliano, sembrava un personaggio strano e misterioso. Prendemmo davvero coscienza delle idee di De Gasperi a partire dal ’45. Per questo motivo, quelli che dopo la formazione del partito divennero democristiani, prima della nascita della DC, qui a Ferrara, erano un gruppo di cattolici legati anche da un comune sentimento antifascista. (…) Rispetto alla questione della formazione, direi che qui a Ferrara, “ci siamo fatti un po’ da noi in casa” (…). Buone letture e amicizie, se dicessi delle altre cose sarebbero tutte invenzioni». Parole che in un certo senso confermano quel sano spontaneismo, quell’autodeterminazione così evidente nel documento del FGC.

Bruno Paparella nel’ 41 con alcuni famigliari (foto Francesco Paparella)


Dopo il Fronte Giovanile Cristiano: staffette partigiane, Comitato di Liberazione Nazionale e Democrazia Cristiana ferrarese
Ben 297 sono le incursioni aeree sulla città di Ferrara dal 1943 al 1945, con una trentina di bombardamenti a tappeto che provocano la morte di almeno 1070 vittime ufficiali. Il 40% delle abitazioni viene distrutto o danneggiato.

In questo clima, la famiglia Franceschini ai primi del ’44 sfolla a Ostellato, e Giorgio spesso si reca in bicicletta a Masi Torello per incontrare Luciano Comastri, giovane proveniente dall’AC, «membro del movimento clandestino DC», sfollato proprio a Masi Torello, come raccontò lo stesso Franceschini a “la Voce” nel 1985. Nello stesso articolo spiega come lui e Comastri riuscirono a portare a diversi cittadini, preti e non, – sfruttando il proprio servizio di “postini-ciclisti” del Corriere Padano – copie del messaggio radiofonico di papa Pio XII del Natale ’44, in cui il Pontefice parla della democrazia che verrà: «In una schiera sempre crescente di nobili spiriti sorge un pensiero – sono sue parole -, una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo, la riordinazione totale del mondo. (…) [I popoli] Edotti da un’amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini. In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?».

Sempre nel ‘44 Franceschini fonda, insieme ad alcuni amici dell’AC ferrarese, il primo nucleo clandestino della locale Democrazia Cristiana, anticipato – possiamo dire – dal Fronte Giovanile Cristiano. Nella primavera del 1945 Franceschini, insieme ad altri giovani cattolici, rappresenta la DC nel Comitato provinciale (clandestino) di Liberazione Nazionale, conseguendo poi il brevetto di patriota. Da elenchi di catalogazioni da lui stesso redatti, risultano anche un “Volantino clandestino diffuso dai giovani D.C. qualche giorno prima della Liberazione” e un “Programma clandestino dei Giovani D.C. ferraresi”. Purtroppo, però, non sono ancora stati ritrovati.

Nella citata intervista che rilasciò nel 2005-2006 a Monica Campagnoli, Franceschini parla anche della successiva nascita della DC ferrarese, nata dal «gruppo dei vecchi popolari, per la verità non molto numeroso», e dal «gruppo dei giovani che avevo raccolto io», e da un gruppo che chiama gli «incerti», provenienti dal mondo fascista o da quello borghese. «La Democrazia Cristiana – spiega ancora nell’intervista inedita – fece la sua comparsa qui a Ferrara solo nel 1945 (…), nacque solo pochi mesi prima della liberazione grazie all’azione di un gruppo di giovani di cui mi “vanto” di essere stato un po’ il leader. Entrammo prima nei Comitati di liberazione e poi proseguimmo la nostra attività nella DC (…)». Quei giovani si ritrovarono il 26 aprile 1945 in una sala del palazzo arcivescovile per la prima riunione della DC ferrarese. Era presente anche un gruppo degli “anziani”. Tra i giovani vi erano Carlo Bassi, Giorgio Franceschini, Cesare Menini, Gian Maria Bonsetti, mentre tra gli “anziani” l’avv. Dotti, l’avv. Gorini, l’avv. Lodi, l’avv. Devoto, Giovanni Vincenti.

La prima assemblea della DC ferrarese si tenne, invece, nei locali di via Adelardi 9/a, presso i quali per alcuni mesi prese sede il Partito, sino al trasferimento nella Borsa di commercio. Da tale assemblea uscì un Comitato provvisorio con il compito di organizzare il 1° Congresso provinciale, che si tenne il 28 settembre dello stesso anno. Ad esito di questo Congresso l’avv. Lucci venne eletto Segretario provinciale, per poi lasciare il posto ad Adalberto Galante.Il resto è storia della nostra città e dell’intera nazione, ma possiamo dire che idee, passioni e progetti di questa vicenda durata oltre 40 anni germinarono anche, clandestinamente, in quel sottotetto di corso Giovecca, sognando quel Fronte Giovanile Cristiano che mai nacque ma che diventò ben presto parte delle fondamenta per la rinascita di un intero popolo all’insegna, anche, dello spirito cristiano.


(Grazie a Francesco Paparella e Flavia Franceschini per le foto e le informazioni)

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La Croce e il sorriso: cosa ci insegna Laura Vincenzi

29 Mar

Il 26 marzo presentati on line il brano e il video a lei dedicati

Laura Vincenzi

La Croce e il sorriso, due termini che stanno “assurdamente” insieme nel Mistero pasquale. E Laura Vincenzi, la cui causa di beatificazione vede ora partire la tappa diocesana, ha incarnato a pieno questo Mistero. In diretta sul canale You Tube dell’AC diocesana, lo scorso 26 marzo è stata ufficialmente presentata la canzone “Laura canta insieme a noi” composta da Patrizio Fergnani, inno ufficiale che accompagnerà quest’importante periodo del processo di beatificazione. Percorso che a breve vedrà anche l’apertura del sito web www.lauravincenzi.org.

Irene Beltrami

«Se “Nulla è per caso” – ha riflettuto Nicola Martucci, Presidente AC diocesana – , allora la presenza del Signore rende ogni momento buono per la nostra conversione». Laura ci insegna questo nelle dimensioni dell’«interiorità, della responsabilità, della fraternità e dell’ecclesialità». «La mia esperienza con Laura è stata un inizio di percezione di Dio, di Colui che pienamente ama il mondo», è stata invece la testimonianza del fidanzato di Laura, Guido Boffi.Dopo gli interventi di Cristina Cinti, Referente per il processo diocesano, e Patrizio Fergnani, hanno preso la parola Irene Beltrami, voce solista nel brano, corista e catechista della parrocchia di Malborghetto, e Matteo Turrini, autore del video. Un prodotto artistico, quello di Turrini, di alta qualità, disponibile insieme al video della serata sul canale You Tube dell’AC di Ferrara-Comacchio.AC che ha visto anche l’intervento dell’Assistente diocesano don Michele Zecchin, il quale ha ben riassunto l’impatto che le parole di Laura nelle sue lettere possono avere: la sua reazione davanti a così tanto dolore vissuto può sembrare davvero «assurda, scandalosa, su questo non c’è dubbio». Ma la sua testimonianza, il suo cammino di vita è davvero, «profondamente pasquale». Una figura, dunque, che molto può aiutare anche in questa Settimana Santa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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Missionaria e sperimentale, ecco come sarà l’Azione Cattolica: intervista al neo Presidente Martucci

26 Giu

Insegnante di religione, 42 anni, Nicola Martucci prende il posto di Chiara Ferraresi: “L’emergenza ci ha fatto capire che dobbiamo crescere nel settore della carità e del volontariato. Punteremo molto sulla formazione, aiuteremo lo sviluppo delle Unità Pastorali e cercheremo di far nascere o rifondare il Movimento Studenti, la FUCI e il Movimento Lavoratori”

di Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

Nicola Martucci

Martucci, qual è la sua formazione ecclesiale?

Al 100% parrocchiale. Ho avuto la fortuna di crescere in una comunità radicata in un territorio difficile, che dalla sua fondazione ha dovuto e voluto essere una porzione del popolo di Dio caratterizzata dal modello ecclesiale narrato dal Concilio Vaticano II. Ho vissuto Lumen Gentium, Sacrosanctum Concilium, Gaudium et Spes e Dei Verbum fin da ragazzo prima di studiarle sui documenti. Questo senza dubbio ha dato al mio percorso di fede un orientamento preciso, nel quale sono radicato e che cerco di rendere bussola a tutt’oggi. A questo l’Azione Cattolica ha aggiunto consapevolezza e irrobustito il cammino formativo, l’esperienza fondamentale della democraticità, di uno stile che va oltre l’appartenenza parrocchiale e soprattutto la dimensione diocesana dell’essere Chiesa, aprendo le porte e abbattendo l’idea di orticelli e fazioni inutili e dannose. Il percorso di studi in Scienze religiose ha fatto crescere ancora di più nei miei interessi la teologia, l’attenzione alla dimensione culturale della fede, l’amore per la Sacra Scrittura.

Leggi l’intervista integrale sul sito de “la Voce”: https://www.lavocediferrara.it/post/missionaria-e-sperimentale-ecco-come-sar%C3%A0-l-azione-cattolica-intervista-al-neo-presidente-martucci

Sovranità, Welfare, cittadinanza: l’Europa casa comune da costruire

6 Mag

Tante persone il 3 maggio hanno partecipato a Casa Cini all’incontro dal titolo “L’Europa che vogliamo”

sdrL’Europa non come fredda e distante burocrazia, ma come fusione a caldo di progetti, forze vive, corpi intermedi. E’ questo che emerso in modo forte la sera di venerdì 3 maggio nel salone di Casa Cini a Ferrara, durante l’incontro “L’Europa che vogliamo” organizzato da Ferrara Bene Comune, Movimento Federalista Europeo, Cooperatori salesiani, ACLI, Agesci, Movimento Rinascita Cristiana, Azione Cattolica, Masci e Confcooperative Ferrara. Dopo la presentazione di Chiara Ferraresi, presidente diocesana di AC, è intervenuto Guglielmo Bernabei, presidente di Ferrara Bene Comune, che ha moderato l’incontro. Fra le domande e le suggestioni proposte da Bernabei ai relatori, il tema della sovranità, che “oggi ha senso solo se declinato a livello europeo”, e quello del “baratto” – spesso purtroppo imposto – tra lavoro e diritti. Il primo a prendere la parola è stato Giorgio Anselmi, presidente nazionale del Movimento Federalista Europeo: “oggi l’Europa può dare una risposta all’altezza delle sfide globali solo in quanto tale”, se unita e forte. Centrale per Anselmi dev’essere il principio di sussidiarietà, che permette “l’autonomia e l’interdipendenza di tutti i corpi sociali”, dalla famiglia allo Stato, passando per quelli intermedi. “La federazione europea – ha proseguito – è l’unico modo per dare risposte ai problemi dei cittadini”, in un mondo interdipendente e complesso come quello di oggi. “I singoli Stati non sono più in grado di assicurare a pieno la sovranità, basti pensare alle multinazionali che delocalizzano”, promettendo lavoro e investimenti in cambio di una riduzione dei diritti dei lavoratori, della tassazione e dei vincoli ambientali. L’obiettivo, dunque, è a livello continentale quello di riuscire a “unire diritto e forza”, che hanno senso e legittimità solo se insieme. “L’Europa non può più essere raccontata solo con la sua storia, ma attualizzandola, in quanto per la stragrande maggioranza delle persone, giovani compresi, significa poco o nulla”. Così ha esordito Matteo Bracciali, responsabile Affari Internazionali Acli Nazionali, che ha ripreso e sviluppato il tema della tassazione delle grandi imprese, denunciando i “ricatti” da parte delle multinazionali, e affrontando il tema dei grandi colossi del web (Amazon, Google, Facebook), che riescono a evadere tasse per centinaia di milioni di euro. Un nuovo “Welfare Europe”, dunque, fatto di tante “protezioni” per i lavoratori, di “incentivi alla formazione” e molto altro, è più che mai necessario, e potrebbe legarsi “all’introduzione di una Web Tax e della TTF (Tassa su Transazioni Finanziarie)”. Web Tax e TTF che, per Bracciali, “potrebbero andare a finanziare il welfare aziendale”. L’ultimo intervento è spettato a Niccolò Pranzini del Comitato europeo Scautismo, che, nel ribadire come “l’Europa non sia solo composta da ‘grigi burocrati’ ”, ha citato la propria esperienza di alcuni anni a Bruxelles, per raccontare ad esempio come lavora la Commissione Europea, e come, “assieme a tante cose negative, ho visto persone da tutto il continente incontrarsi e portare avanti progetti” negli ambiti più svariati: “così, non a freddo, si forma una vera cittadinanza europea, e si costruisce una casa comune europea, sogno vivo anche per tanti giovani inglesi, impauriti dai possibili effetti della Brexit”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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“Si è fidata di Dio anche nel buio più totale: per questo Laura è una santa”

21 Gen

Una “santa in mezzo a noi”, che “sapeva riconoscere gli attimi di vera felicità come assaggi di eternità”: questa è stata Laura Vincenzi. Il 18 gennaio a Tresigallo si è svolta la prima presentazione della riedizione delle sue “Lettere”, con l’intervento di Guido Boffilaura 3

La presenza di una persona cara che non è più in mezzo a noi, continua a manifestarsi con la forza delle sue parole, nel ricordo vivo della sua voce, dei suoi occhi, del suo sorriso. Così è in modo straordinariamente forte, per Laura Vincenzi. La presentazione della nuova edizione delle sue “Lettere di una fidanzata” (Editrice AVE, 2018) – svoltasi per la prima volta il 18 gennaio a Tresigallo nella Casa della Cultura-Biblioteca Comunale (grazie ad Azione Cattolica diocesana, AC Tresigallo, Associzione “Amici di Laura”, Biblioteca comunale Tresigallo e col patrocinio del Comune di Tresignana) – ha permesso ad amici, famigliari, o semplicemente suoi ammiratori, di ritrovarsi davvero nel suo sorriso, nei suoi “occhi di cielo”, nel misticismo così concreto delle sue parole scritte all’allora fidanzato Guido Boffi. Circa 150 i presenti, accolti dai saluti di Anita Arlotti, responsabile della biblioteca e dalla presentazione di Miriam Turrini, che – nel ripercorrere brevemente la sua vita e la diffusione della sua testimonianza di fede – ha voluto sottolineare come “Laura ha saputo affrontare la malattia con grande tenacia e perseveranza, volendo continuare a vivere la propria quotidianità”. Ricordiamo che la prima edizione delle “Lettere” di Laura uscì per una piccola casa editrice, Luciani, mentre la seconda, nel 2000, per “Città Nuova”. Dopo una lunga pausa, nel 2012 l’allora presidente diocesano di Azione Cattolica Fausto Tagliani ha voluto riprendere il lavoro di studio su Laura, permettendo di arrivare, nel dicembre 2016, all’apertura della causa di beatificazione, e successivamente alla mostra a lei dedicata, “peregrinante” nella nostra Diocesi e non solo. Le letture di alcuni brani delle lettere, a cura di Gian Filippo Scabbia, con l’accompagnamento alla chitarra di Roberto Berveglieri (che ha eseguito anche una musica scritta apposta per Laura), hanno intervallato l’intervento di Guido Boffi, che ha curato la riedizione: “questo volume – ha spiegato – è al tempo stesso un libro antico e nuovo. Venti o trent’anni fa non esistevano smartphone o social network, ma la vita e le parole di Laura si diffosero comunque, affascinando molte persone. Spesso capita che nei momenti di prova, di sofferenza, le risorse calino, ci si chiuda agli altri e a Dio. Al contrario, nonostante la sofferenza, Laura scelse di avviare un percorso affettivo, dimostrandosi aperta, leale, disponibile con chiunque ne avesse bisogno. Io e Laura – ha proseguito – nel sentimento che ci univa, abbiamo scoperto di più di una relazione a due: fin dagli inizi, infatti, la percezione era che il rapporto che ci legava fosse qualcosa di più rispetto a noi. L’altro – abbiamo compreso – è un luogo meraviglioso per tirar fuori il meglio di sé. Soprattutto oggi che nel rapporto di coppia sembrano spesso dominare la vanità e l’appagamento di sé, è importante comprendere come nell’aprirti all’altro, ti accorgi che oltre a voi due c’è un Altro, Dio, che ti fa tirar fuori le risorse migliori, che non immaginavi di avere”. Così, Laura, anche dopo l’amputazione del piede, “non si è chiusa agli altri e a Dio, ma ha percepito questa relazione, questo sentimento con Lui, la Sua presenza: si è fidata di Dio, anche nel buio più totale, ha continuato a vedere il faro oltre la prua della propria nave, proseguendo in quella direzione. Ciò non significa che non abbia avuto timore, ma questo le ha fatto sentire il bisogno di un quotidiano esercizio spirituale, costante e continuo, che ha compiuto fino all’ultimo, per tenere a bada paure, e per rimanere aperti agli altri e all’Eterno”. “Laura – ha proseguito Guido commovendo i presenti – era una persona trascendente”, la sua era dunque davvero una “visione escatologica, che va oltre, ma che al tempo stesso non le impediva di vivere il presente, riconoscendo gli attimi di vera felicità come assaggi di eternità”. Laura è dunque stata “una santa nel riuscire a percepire sempre la vicinanza profonda di Dio. In lei quindi non vi era una semplice buona indole, ma qualcosa di più. Questo dimostra anche che i santi sono ‘a portata di mano’, e che hanno le nostre stesse paure”. L’ultima riflessione Boffi ha voluto dedicarla ai possibili destinatari del messaggio di Laura: “penso che possa arrivare non solo ai malati, ma avere un impatto positivo forte anche su chi ha grandi carenze spirituali, su chi ha il deserto nel cuore”. In generale, però, “può aiutare tutti noi a migliorarci, per cercare di conquistare un posticino nel cuore di Dio”. Testimonianze di amici e famigliari La serata è stata ulteriormente arricchita da alcune spontanee brevi testimonianze e riflessioni di persone presenti. Annamaria Valenti ha spiegato: “la conobbi a un campo di Azione Cattolica Ragazzi, io ero responsabile diocesana ACR e lei una delle bambine che partecipavano al campo”, mentre la sorella di Laura, Silvia (presente insieme ai genitori Odo e Luisa e ai fratelli Paolo e Giorgio), ha preso la parola per testimoniare come “anche per noi famigliari le sue lettere in un certo senso sono state una scoperta. Era una ragazza semplicissima e normalissima, ma non conoscevamo tutto il suo lavoro interiore. Leggendo le sue parole, mi viene da paragonarla a un’atleta che si prepara a scalare una montagna, e, una volta arrivata in cima, respira aria pura. Anch’io, leggendo le sue lettere, ho avuto la sensazione di respirare aria pura”. E’ poi intervenuta una signora che ha conosciuto la storia di Laura grazie alla tappa della mostra a lei dedicata nella diocesi di Bologna. “Mi sono sentita travolta dalla sua gioia e dalla sua speranza, Laura mi ha davvero attratta a sé”, sono state le sue parole. Ha quindi preso la parola Patrizio Fergnani: “vorrei sottolineare anche la grande capacità di scrittura e di riflessione di Laura. Il padre conserva tutto il suo materiale, dal primo quaderno delle elementari. Laura non è solo un ricordo ma una presenza reale”. Infine, è intevenuto Fausto Tagliani: “la scoperta importante, soprattutto per la Chiesa di Ferrara-Comacchio, è proprio questa: che i santi sono in mezzo a noi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

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