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Conta solo «l’oggi eterno dei viventi»: San Francesco a Ferrara

11 Mar

“Francesco e l’infinitamente piccolo”: dalle Clarisse un racconto divino

Gran finale l’8 marzo nel Monastero del Corpus Domini per la conclusione degli eventi dell’Ottavario in preparazione alla Festa di Santa Caterina Vegri (9 marzo). Nel pomeriggio di domenica si è svolta la lettura teatrale  “Francesco e l’infinitamente piccolo” con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte), e testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin (foto piccole).  

Partecipati anche gli altri incontri: il 1° marzo la testimonianza di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir della cura dei migranti a Trieste; il 6 “Chi sei Tu? Che sono io?”, incontro per giovani con Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista); il 7 incontro con fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo).

Tornando all’iniziativa di domenica 8, questa è stata un poetico e narrativo viaggio nella vita di San Francesco d’Assisi, fin dalla sua nascita: «le madri reggono l’Eterno che regge il mondo e gli uomini», è iniziato il racconto. E lui, cresciuto «di latte e di sogni» ma che poi si perderà, diventerà venditore di drappi e stoffe, amerà la ricchezza e lo sperpero. Ma già in quei momenti inizia ad affiorare «il sorriso di Dio», «l’infinitamente piccolo». Sì, perché «l’amore di sé sta all’amore di Dio come il grano giovane sta al grano maturo». Così, nella conversione Francesco troverà «la sua vera natura, la sua vera casa, il luogo d’elezione», dopo la prigionia e la malattia. E poi c’è il suo sogno delle tre donne a Spoleto («Francesco, ritorna a casa!»), che gli permetterà di abbandonare i suoi progetti di conquista militare. Francesco tentenna, indugia, ma «canta sempre di più», il suo cuore si sta liberando, «spera ormai in un godimento più grande dell’essere giovane». Poi sparisce, esce dalla città, va tra i poveri e i mendicanti, «cerca quell’abbondanza che il denaro non gli può donare», perché «la verità è un tesoro che nemmeno la morte può levarci». Ma la povertà «nella sua nudità materiale lo attirava e al tempo stesso lo sconvolgeva». Poi avviene l’incontro col lebbroso: «in quel momento nel suo sguardo riconobbe gli occhi di Dio». Sì, perché «solo l’infinitamente piccolo può chinarsi con così tanta grazia».

Ora, può e deve avvenire il distacco “scandaloso” dal padre, per andare «a monte di tutto». Dice Francesco: «vado da mia madre terra, mia madre cielo», io che sono «folle di dolcezza»: «me ne vado nudo come un filo d’erba», «vado verso la vita». Ma Francesco non può evitare l’incontro con un’altra donna: Chiara, «chiarissima di spirito». Lei e Francesco ci aiutano a comprendere che ciò che conta è solo «l’oggi eterno dei viventi, l’oggi amoroso dell’Amore». In Francesco e Chiara, infatti, vi è la «noncuranza del domani, l’attenzione a ogni vita (…), la meraviglia per ogni presenza». La vera gioia sta quindi nell’«essere ovunque nel mondo sentendosi nel ventre di Dio». Dio, appunto: «l’infinitamente piccolo, divenuto infinitamente altissimo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026

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O il potere o la povertà: quel perdere che ci libera

20 Feb

SUOR MARZIA CESCHIA. Un momento di preghiera e di riflessione condivisa il 15 febbraio dalle Clarisse: «senza i poveri non possiamo capire il Vangelo»

Gesù Cristo è una continua provocazione alle nostre certezze, alle nostre superbie, alle nostre pigrizie. Abbatte gli idoli che ci illudono di essere ricchi e sazi, padroni. Cristo è, invece, l’immagine piena della povertà che ci ricorda l’essenziale, che ci ricentra, affinché non ci perdiamo.

Su questo, attraverso San Francesco d’Assisi, si è riflettuto nel tardo pomeriggio dello scorso 15 febbraio nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara. Nel contesto delle celebrazioni per l’8° centenario del transito di San Francesco, il Circolo Laudato si’, il MASCI e le Clarisse del Monastero hanno organzizato un incontro di preghiera e riflessione , “Sulla via di Francesco. Il canto della povertà: un respiro di libertà”.

L’incontro iniziato coi Vespri, ha visto poi l’intervento di suor Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale presso la Facoltà Teologica del Triveneto di Padova, che ha proposto una riflessione davanti a una  50ina di persone.

«La proposta di S. Francesco è molto attuale, ci provoca ancora con forza oggi», ha esordito. In lui, la povertà ha «un significato ampio, soprattutto spirituale: non si tratta tanto di avere o no qualcosa, ma di pretendere di essere proprietari di qualcosa, anche nei legami con gli altri». Essere proprietari «crea e divide chi ha da chi non ha», dando potere al primo e non al secondo. Per S.Francesco, quindi, la povertà è «necessaria per depotenziare i giochi di potere», è «una sfida al potere». 

In Marco 10,43 Gesù ci  propone un principio particolarmente impegnativo: «(…) non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore». La povertà è quindi innanzitutto una «questione di cuore, che si radica nel cuore», è «il nostro modo di valutare le cose e le persone», e il metodo che usiamo per valutare le cose purtroppo spesso «è lo stesso di quello che usiamo per valutare le persone». Ma i poveri «ci provocano, disturbano le nostre ricchezze, le nostre certezze, la nostra tranquillità». La vera povertà, dunque, non è tanto rinunciare a qualcosa di materiale ma «il passare dall’appropriarsi all’essere liberi». Liberi per ricevere e per donare, ricordandoci che «nessuno è sufficiente a sé stesso, nessuno è il perno della propria vita». La vera sfida sta dunque nel «passare dalla logica della  conquista alla logica del dono, dalla logica del merito a quella della gratuità». Non vivere a misura del proprio io, del proprio egoismo, ma «abbandonare l’illusione di potersi conquistare uno spazio ruotando attorno a sé stessi, per poi ritrovarsi da soli». La povertà è quindi necessaria per «accogliere davvero la vita, per non vivere solo frammenti ma la vita in tutta la sua grandezza». È quindi povero «chi sa perdere», ed è povero «chi sa perdere obbedendo». La prima obbedienza è «quella alla vita, cioè ascoltare profondamente l’altro: è questo il vero sacrificio». Ciò che ognuno deve sacrificare è, ad esempio, «il desiderio di diventare proprietari di un ruolo, che ci fa sentire potenti e autosufficienti». L’icona contro ciò è quella della lavanda dei piedi, immagine «dell’abbassarsi e del servire. Devo chiedermi: perché voglio o pretendo questo ruolo?».

Un altro sentimento che ci allontana dalla povertà, quindi dalla vera libertà è, secondo sr Marzia, oltre all’ira, «l’invidia», che per S. Francesco è una «bestemmia», in quanto desiderio di appropriarsi del bene e dell’altro e quindi «giudicare Dio nel Suo distribuire i beni secondo la Sua volontà».

Liberiamoci, quindi, «dalle nostre autocentrature, dalle nostre autoreferenzialità», diventiamo «poveri di spirito», partiamo non dal nostro sé ma dalla «gratitudine», cioè «dal non dare nulla per scontato, essendo grati nel ricevere gratuitamente e nel saper donare. La persona povera è, dunque, «quella autenticamente umana», e sta in questa gratuità la sua «superiorità» nel creato; superiorità non di potere ma di «responsabilità», un ruolo «da vivere con gioia perché libero e liberante». Nulla, insomma, che faccia pensare alla “miseria”. «La libertà di chi vede tracce di Dio nel creato, di chi non si lascia turbare, di chi non lavora per avere potere, di chi sa vivere la vera semplicità, cioè un modo umile di guardare il mondo senza pensare di essere noi il parametro di tutto, è la capacità di guardare gli altri con spirito di accoglienza, senza pretendere, senza ansia, superficialità o aggressività».

La povertà, quindi, «ci cura dai nostri egoismi, dalle nostre autocentrature», quindi occuparci dei poveri è «fare penitenza, scegliere la persona e la sua storia come priorità, consolare e soccorrere la fragilità dell’altro». Nulla che si possa fare «a distanza», ma «concreta condivisione», in quel «realismo» che ci fa accettare la persona così com’è.

Per tutti questi motivi, i poveri sono i «destinatari privilegiati del Vangelo, non possiamo prescindere da loro per capire il Vangelo».Dobbiamo dunque «imparare da loro, da loro farci curare, per capire la sacralità dell’altro e del creato». La povertà – ha concluso suor Marzia – «ci dona quindi la capacità di poter vedere la vera bellezza».

L’incontro si è concluso con un momento di condivisione durante il quale diversi presenti sono intervenuti per riflettere sui temi trattati durante la meditazione. Fra le provocazioni raccolte, sono emerse l’importanza del discernimento nel scegliere l’essenziale, di accettare le proprie fragilità, di perdere il superfluo, di abbandonare un’ottica utilitaristica, del riscoprire un’idea di limite, di non perdere lo sguardo sull’altro e di non dimenticarci che la nostra vita non la possediamo mai del tutto.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 febbraio 2026

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Francesco e quel suo Cantico tanto materiale quanto divino

30 Ott


La relazione di Stefani il 22 ottobre in Ariostea: «molte le ambivalenze»

Il Cantico delle creature è testo arcinoto ma forse proprio per questo “sottovalutato” nelle sue mille e una ambivalenze e originalità. Un’analisi in questo senso è stata compiuta lo scorso 22 ottobre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara dal biblista Piero Stefani per la conferenza sul tema “Il sole, la terra e la tribolazione. A 800 anni dal Cantico delle creature di Francesco di Assisi”. A cura dell’Istituto Gramsci Ferrara in collaborazione con ISCO Ferrara e Biblia, la conferenza ha visto l’introduzione di Nicola Alessandrini – alla guida dell’Istituto Gramsci Ferrara – che ha citato alcuni passaggi delle Lettere e dei Quaderni del carcere di Gramsci in cui il politico e filoosfo cita il Poverello di Assisi.

Francesco scrive il Cantico nel 1225 mentre si trova presso il Monastero di San Damiano e quando ormai è quasi del tutto cieco: «Francesco – ha spiegato Stefani – era in una condizione di tribolazione, profondamente malato soprattutto negli occhi, residuo del suo viaggio in Oriente. Era quindi bendato anche di notte, perché non sopportava nemmeno la luce delle lampade». Stefani ha voluto iniziare con una necessaria precisazione: «Francesco non vedeva la natura ma il creato, cioè un’azione diretta di Dio, mentre “natura” richiama un’autonomia delle cose; quindi tutti gli usi “ecologisti” del Cantico sono strumentali». 

Una delle fonti più accreditate su Francesco è la cosiddetta “Leggenda perugina”, secondo cui il Cantico è composto in tre blocchi: il primo, di lode; il secondo, sul perdono; il terzo, sulla morte. Il primo è «visivo e scritto nella tribolazione di chi non poteva vedere: quindi in esso egli loda ciò che ricorda, ciò che non può più vedere». Ma anche il perdono richiama una sua «tribolazione», quella di venire a conoscenza dello «scontro violento tra il Vescovo e il Podestà di Assisi: la tribolazione stava non solo nel litigio, nella mancanza di perdono ma anche nel fatto che nessuno interveniva per riconciliarli. Questa seconda parte aiuterà la riconciliazione tra i due potenti». E poi vi è la lassa della sorella morte: «Francesco si identifica a tal punto col Cantico da metterci anche la propria morte», ha spiegato il relatore. Francesco – ha proseguito Stefani – conosceva i Salmi non perché possedesse una Bibbia (ai tempi era molto difficile averla) ma perché aveva un breviario, oltre ai Vangeli: «il suo Cantico ricorda il Salmo 148 nell’invito alle creature a lodare il Signore». La lode è quindi «linguaggio umano che non esprime solo sé stesso ma si allarga a tutte le creature». Ma rispetto al modello biblico, il Cantico ha anche differenze, quattro in particolare: «in esso non sono presenti gli angeli, perché vuole radicarsi nella materialità, forse per rispondere ai grandi avversari di questo Cantico, cioè i catari»; «vi è l’espressione “mio”»; «le creature sono indicate come “fratello” e “sorella”: l’universo è quindi un grande convento, un “convenire”. Siamo tutti fratelli e sorelle perché siamo tutti creature, abbiamo lo stesso Padre».Infine, «nel Cantico Francesco non nomina gli animali».

Ma sul “fratello” e “sorella” vi sono «due complicazioni»: una celeste, per cui nel Cantico «il sole è mio fratello ma anche “mio signore”, cioè simbolo di Dio. Il sole è luce, testimonianza dell’azione diretta del Signore». E poi c’è una complicazione riguardante la terra, «che è a un tempo madre e sorella» e vi è l’anomala presenza «dei fiori – oltre che dei frutti -, quindi anche della bellezza, della gratuità».

Infine, la lassa finale, quella dedicata alla morte, anzi alle “morti”: quella corporale, «che è sorella quindi creatura»; e la «seconda morte», che invece «si può evitare facendo la volontà di Dio». «Questo Cantico – quindi – che ha così tanto di materiale, finisce con l’invisibile, con una realtà oltre la morte».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

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Francesco trasfigurato da Cristo: a San Giorgio la mostra di Ciaramitaro

20 Set

“Dal dolore alla lode” è il nome della personale di pittura esposta nel chiostro dal 27 settembre al 5 ottobre. La nostra intervista all’autore 

di Andrea Musacci

Il 27 settembre, in occasione della Giornata Mondiale del Turismo, il chiostro della Basilica di San Giorgio fuori le Mura a Ferrara ospita l’inaugurazione della mostra di pittura dal titolo “Dal dolore alla lode. Il canto trasfigurato di Francesco” con opere di Carmelo Ciaramitaro. Alle ore 18, S. Messa presieduta da mons. Massimo Manservigi e alle 18.50 inaugurazione della mostra nel chiostro con intervento dello stesso mons. Manservigi (Vicario Generale e Direttore dell’Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali), alla presenza dello stesso Ciaramitaro. La mostra sarà visitabile a ingresso libero fino al 5 ottobre dalle ore 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30.

Abbiamo rivolto alcune domande a Ciaramitaro, 39enne di origini siciliane che vive a Ferrara da circa un anno, è laureato in Teologia presso la facoltà pontificia San Giovanni Evangelista e ha seguito anche il corso di licenza in Teologia sacramentale. Sono diverse le esposizioni personali negli ultimi anni: fra queste, alla galleria francescana internazionale nel Santuario di San Damiano in Assisi, alla Pinacoteca Caracciolo a Fulgenzio nel leccese, nel Museo Diocesano di Terni. Attualmente è in corso una personale itinerante al Santuario di Chiesa nuova in Assisi (mostra che a breve esposta nel Museo Diocesano di Acireale).

Carmelo Ciamaritaro
Carmelo Ciaramitaro

Ciaramitaro, quando e dove ha iniziato a dipingere?

«La pittura è nata con me. La considero un dono di Dio; dono affinato attraverso alcuni corsi iconografici. Tuttavia la densità espressiva la devo più alla mia storia personale e al mio percorso di fede che agli studi compiuti».

Si definisce un artista di arte sacra?

«Sono un artista prevalentemente d’arte sacra e in particolar modo di ispirazione  francescana. Vivo il mio talento  come una missione dedita alla bellezza della dimensione trascendente insita nell’uomo. L’arte sacra è sicuramente veicolo immediato, direi sensoriale, del rapporto con il divino».

Leggi qui l’intervista integrale.

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 settembre 2025)

“Francesco secondo Francesco” con affreschi di Giotto

29 Mar

Mostra Longastrino“Francesco secondo Francesco” è il nome della mostra presentata ieri alle 21 a Longastrino. Ieri sera è intervenuta l’architetto Silvana Capanni, con esibizione del coro parrocchiale. Oggi alle 11, invece, l’inaugurazione nel Teatro parrocchiale alla presenza delle Autorità.

I trenta pannelli esposti riproducono gli affreschi di Giotto della Basilica Superiore di Assisi, momenti descritti da San Bonaventura nella Legenda maior, da cui sono tratte le didascalie che spiegano le immagini. Vi sono, inoltre, frasi dette da Papa Francesco il 4 ottobre 2013 in visita ad Assisi.

La mostra, a ingresso libero, è visitabile fino al 7 aprile, è giovedì 2, venerdì 3 e sabato 4 aprile al termine delle funzioni del triduo pasquale, domenica 5, lunedì 6, martedì 7 dalle 11 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19. Durante la mostra sarà allestito un banco libri. L’esposizione è organizzata dalla Parrocchia San Giuliano con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Ravenna-Cervia.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 29 marzo 2015