Tag Archives: Pittura

Quella fragile e carnale umanità nelle opere di Marcello Darbo

10 Giu

La nuova personale dell’artista ferrarese, dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura”, inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nel suo studio in via Vittoria a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa nuova personale di Marcello Darbo dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura” – che inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nello studio dell’artista (via Vittoria, 22/b) – raccoglie una quindicina di opere su cartone, sfruttando in alcuni casi i diversi lati del supporto per dar vita a veri e propri “polittici”. Darbo torna a esporre dopo “Carne italiana” dell’estate 2017 e “Rifugi di Umanità”, esposta nel 2016 nella Casa d’arte “Il vicolo” a Bondeno. Una gestualità, quella di Darbo, spesso rapida, decisa, un tocco quasi impetuoso, espressione di una forte tensione interiore, di chi non intende disperdere l’energia ma cerca di concentrarla, così da far emergere l’essenziale. Da questa grazia che innerva la mano dell’artista, di rendere con poche pennellate corpi umani disadorni ma mai impersonali, emerge una moltitudine che solo a uno sguardo superficiale può apparire seriale. Al contrario, l’invito è ad abbandonarsi all’incedere di queste figure – spesso nette nella propria virilità o femminilità, e perlopiù monocrome –, a questa costellazione carnale, per notare, di ognuna, l’ineliminabile alterità. Solo così, forse, si può in qualche modo far emergere l’essenza della condizione umana, senza fronzoli o inganni, ma ammirandone la natura caduca, al tempo stesso cruda e sobria. In questo risiede il fascino di questa esposizione: coinvolgere l’osservatore perché si appassioni a questi corpi fragili, ai loro movimenti e alle loro forme, lasciando che l’immaginazione e l’inconscio aggiungano storia, dinamicità, densità e bellezza. Simili a primitivi ammiratori di incisioni rupestri, proviamo dunque a farci prossimi a questi segni con occhi vergini, a denudarci di inutili sovrastrutture mentali per coglierne a pieno l’armonia, la voluttà, la commovente fragilità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 14 giugno 2019

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La viva tensione in quei corpi che paiono nulla

3 Giu

Si intitola “La materia in sottrazione” l’importante personale dell’artista bolognese Adriano Avanzolini, esposta nella Galleria del Carbone di Ferrara fino al prossimo 9 giugno

dsc00014Il combattimento interiore della persona, ridotta a cosa fra le cose, eppur viva nella connaturata vocazione alla ricerca e a un approdo di senso. E’ denso di significati di smisurata profondità, il quarantennale percorso artistico di Adriano Avanzolini, artista bolognese classe ’45 la cui ultima personale, dal titolo “La materia in sottrazione”, una sorta di mini antologica, è ospitata fino al prossimo 9 giugno negli spazi della Galleria del Carbone di Ferrara. Nell’esposizione – a cura di Sandro Malossini e con presentazione in catalogo di Pasquale Fameli – sono presenti un ciclo di sculture in terracotta e lavori su carta e tela ad acrilico di grande dimensione. “E’ una pittura – spiega lo stesso artista nel testo in catalogo – dove il nero domina spesso, a spatolate larghe, come una ricerca di chiarezza che corrisponde al desiderio di sintesi e misura. Sperimento le infinite possibilità degli in-croci, dell’unione di espressioni artistiche vicine che accentuano la trasparenza in una meditazione espressiva silenziosa, sulla soglia che divide l’inizio dalla fine, dove tutto, insieme, esalta il discorso artistico”. In molte opere – soprattutto degli anni ’70, e alcune più recenti – spiega ancora Avanzolini, “rendo manifesto il luogo dove l’uomo esprime se stesso, mentre aspira ad una realtà superiore o si annichilisce. Passioni umane, torbidi mescolii, si fondono con elementi domestici inconsapevoli a fare un tutt’uno di simbolo e immagine concreta, teatrale”. Una quotidianità, come la definisce il critico Fameli, “squallida e insignificante”. Con il “Teatro del quotidiano” (1974), prosegue Fameli, “l’artista inscena e orchestra infatti i gesti di un’umanità oggettualizzata, ridotta a simulacro di se stessa, logorata dall’incrocio tra conflitti privati e collettivi. […] La collocazione di figure anonime e malinconiche in ambientazioni scarne, fatte di vecchie sedie in legno, poltroncine sdrucite, brande e tavolacci, assume nella ricerca di Avanzolini una più spiccata valenza metafisica”. I corpi fortemente sessuati, le pose e i gesti scabrosi riempiono la “scena”. Questa sorta di “cupio dissolvi” che sembra pervadere i residui di volontà di questi corpi relittuali agisce dentro una tensione che pare irrisolvibile, così da acquistare pienezza anche se mutilati, sensualità nella propria immobilità, soggettività nella paralisi. Sono attori, seppur di un palcoscenico assurdamente muto. Proprio questi “scarti” di vita, dove sembrano indicare una nullificazione, richiamano invece scintille di passioni forse non del tutto sopite, scampoli di tensioni soffocate, fossilizzate e scomposte, eppure magmaticamente vive. Come scrive lo stesso Avanzolini, “forme di vuota apparenza sono utili a prefigurare uno stato d’animo che, compenetrato nelle tenebre terrene, conduce chi guarda verso più alte aspirazioni. Lo spettatore è parte dell’opera, superandola, e tale pensiero non contribuisce a rendere più vivibile la vita”. Negli anni ’80 questa de-composizione raggiungerà una radicalità quasi estrema, la quale, pur non arrivando all’informalità, minimalizzerà comunque forme e linee, fino a svuotarle, per riempirle di nuova luce ed energia. Queste forme povere ed esangui riacquisteranno anima in alcune opere degli anni ’90 e 2000, dove simboli religiosi – anche cristiani, come la croce o il vincastro – e mitici o arcaici, faranno la loro comparsa. “Le croci – scrive ancora l’artista -, dove i vuoti prevalgono, definiscono lo spazio della scultura, la mia scultura, alla fine del millennio. Ho spogliato l’involucro carnale, accontentandomi della semplice trama che non arma il cemento, ma lo spazio. […] E’ stata emendata la scultura da ogni sensualità, ridotta all’osso. Ciò che avvicina è la vocazione al senso”. La mostra, che ha il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà visitabile fino al 9 giugno con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle ore 20; sabato e festivi dalle ore 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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Quando Boldini vestiva un’intera epoca

18 Feb

Civettuole ed esili sono le donne raffigurate dal pittore ferrarese, in mostra fino al 2 giugno a Palazzo dei Diamanti: figure inquiete e impettite, in un grande progetto espositivo che omaggia lo splendore della moda

boldiniNon arte e moda ma la moda in quanto arte, immagine di un’epoca a cavallo di due secoli, nella fanciullezza della modernità, quando nobiltà e alta borghesia si affiancano – convivendo – l’un altra, sempre tese – tra ozio e bellezza, vizio ed edonismo – nella ricerca di una perfezione.
C’è questo e molto altro nel nuovo progetto espositivo di Palazzo dei Diamanti, “Boldini e la moda”, inaugurato lo scorso 15 febbraio e visitabile fino al prossimo 2 giugno. La mostra è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna – Museo Giovanni Boldini di Ferrara, e a cura di Barbara Guidi (che diversi anni fa ha studiato le lettere del pittore custodite nel Museo di Ferrara a lui dedicato, studio sfociato in una tesi di dottorato e in una pubblicazione da parte di Ferrara Arte Editore) con la collaborazione di Virginia Hill. Un percorso affascinante nella femminilità (ma non solo, anche nella distaccata e oziosa signorilità maschile dell’epoca), composto da quasi centrotrenta opere e che riunisce dipinti, disegni e incisioni di Boldini e dei colleghi Degas, Manet, Sargent, Seurat, Blanche ed Helleu ad un’accurata selezione di abiti d’epoca, libri e accessori preziosi.
“Affermatosi nella Parigi tra Otto e Novecento – scrivono i curatori -, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il suo talentuoso pennello ha consegnato alla posterità le immagini dei protagonisti di quell’epoca mitica – da Robert de Montesquiou a Cléo de Mérode alla marchesa Casati – concorrendo a fare di loro delle vere e proprie icone glamour”.
Si passa così, nel percorso espositivo, dal nero, simbolo di eleganza, mistero e lutto, a tinte più chiare e più dolci, al bianco e al rosa. A svettare dalle pareti sono le ormai note, ma mai banali, muse del Boldini, esili e slanciate figure femminili dai visi scarni ma vivi, furbi e ammalianti, sempre distintamente tesi in una sottile provocazione (“lei regala il desiderio di lentamente morire sotto il suo sguardo” scriveva Baudelaire a metà ’800 in “Il desiderio di dipingere”). Le loro bocche piccole, rosse e sottili, o quegli incarnati dolcemente rosei, quasi infantili, non fungono da mero sfondo ai lussuosi e incantevoli abiti. I loro stessi sguardi magneticamente intelligenti, consapevolmente vivaci, sono gli sguardi di chi percepisce un’atmosfera, anzi di chi “veste” un’intera epoca, di una storia che muta e della quale pare già sentirsi protagonista, diva, icona. “Quegli occhiolini sottili e terribili – scriveva ancora Baudelaire in “La camera doppia” -, li riconosco per la loro spaventosa malizia! Essi affascinano, soggiogano, divorano lo sguardo di chi li contempla imprudente”.
Fra questi corpi minuti e astuti – dove a tratti spuntano improvvisi sparuti sprazzi di rosso a dire una recondita passione – spicca come eccezione la “Signora in rosa sul divano” (1895 ca.), languida e morbida, abbandonata su una poltrona, tutt’altro che impettita ma anzi travolta, forse, dal sonno, e quasi sfumata nei contorni già inquieti dello stile tipico del pittore ferrarese. Uno stile, questo che lo renderà celebre, dinamico e nervoso ma che – non ci si stupisca – richiama, al di là delle apparenze, un movimento anche interiore, un’inquietudine, moto amplificato, per altri versi, nel cammino espositivo, dai numerosi specchi, fonte di spaesamento e di (ça va sans dire…) vanitoso sdoppiamento.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

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Matteo e Nicola Nannini in mostra a Ferrara

26 Gen

Una bi-personale famigliare è la nuova intuizione espositiva di Lucio Scardino per la galleria d’arte Fabula Fine Art di Ferrara. “Bottega di famiglia. Dipinti e grafiche di Nicola e Matteo Nannini” è il titolo della mostra esposta in via del Podestà, 11 dal 31 gennaio al 5 marzo.
Come scrive il curatore nel catalogo, “i fratelli Nannini: ultimi maestri di una tradizione figurativa, che però reinventano in chiave tutt’altro che accademica, frequentando musei e librerie, sale cinematografiche e laboratori ma immergendosi appieno nella vita quotidiana, nel paesaggio padano e veneto, nelle mestiche e nelle chine che rifiutano le elaborazioni computerizzate oggi tanto care a parecchi loro colleghi”.

nicola nannini

Nicola Nannini

Nicola Nannini, classe 1972, vive e lavora tra Cento e il Veneto. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, con il massimo di voti e la lode. E’ docente di pittura presso l’Accademia di Belle Arti “Cignaroli” di Verona. Ha allestito mostre personali lungo tutta la Penisola e all’estero (Ungheria, Olanda, Inghilterra) ed esposto in vari musei pubblici e fondazioni culturali.
Sempre per usare le parole di Scardino, “Nicola fer¬ma sulla tela il tempo ma non lo cristallizza in vacui formalismi para-fotografici, rende l’atmosfera vibrante dei piccoli paesi che attendono l’arrivo del treno per squarciare l’afa estiva, oppure le ore dell’alba, in cui stanno per giungere gli ambulanti che ne animeranno il mercato.”.

matteo nannini

Matteo Nannini

Matteo Nannini, invece, classe 1979, vive e lavora tra Sant’Agostino e Cento. Ha frequentato il Liceo Artistico “Arcangeli” di Bologna e si è diplomato con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Insegna presso la Scuola di Artigianato Artistico a Cento da quando aveva 20 anni.
Talentuoso quanto il fratello, Matteo ha esposto nell’ultimo ventennio in svariate personali, collettive, fiere d’arte ed eventi culturali in varie città della pianura padana, ma anche all’estero (da Budapest ad Am¬sterdam, da Londra a Shangai, da Rotterdam a L’Aia). Dal 2012 l’artista ha quindi cominciato a proporsi al pubblico quale illustratore e fumettista, con tavole e graphic novel di soggetto poliziesco e dal sapore fortemente ironico. Assai significativo in tal senso è il personaggio del detective J.W.Wiland, da lui creato e al quale ha già dedicato quattro volumi, da lui scritti e disegnati. Nel 2016 ha fondato la “Nannini Editore”, marchio editoriale e portale on line dedicato alla grafica, all’illustrazione e ai “comics”. A Fabula espone sensuali nudi femminili, senza però evitare di confrontarsi con il vedutismo. Infine, le amatissime tavole originali del detective J.W.Wiland.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 26 gennaio 2019

 

San Sebastiano: 1000 volti grazie all’arte

14 Gen

Mostra a Cloister fino al 31 gennaio

[Qui la pagina con l’articolo]

davSan Sebastiano è una figura che ancora oggi continua a ispirare tantissimi artisti. Lo sa bene il critico e curatore Lucio Scardino, che da diversi anni colleziona opere di artisti ferraresi e non dedicate al “santo con le frecce”. 34 (33 iniziali + 1 aggiunta in corsa) di queste opere sono in mostra a Ferrara fino al 31 gennaio nella sede di Cloister (doppia entrata, da corso Porta Reno, 45 o da via Gobetti), per la 33esima esposizione organizzata dall’attiva galleria guidata da Alessandro Davi. Non a caso, il 20 gennaio ricorre la solennità di San Sebastiano (256-288), militare romano e martire sotto Diocleziano. Giovane dal corpo virile e atletico, simbolo di bellezza e di sacrificio, il santo ha lo sguardo che punta dritto negli occhi di chi lo guarda, come nella tela di Nannini (recentemente esposta anche a Fabula Fine Art), o è il busto in bianco e nero con venatura rossa di Lenzini, oppure la scultura della Grilanda con due sole frecce conficcate nelle carni. In Orsatti, invece, di San Sebastiano vi è una maestosa testa di profilo con l’elmo, senza dardi a dilaniarlo. Quella delle frecce mancanti, o non “visibili”, ricorre in altre opere, come nel dipinto di Filippini (col santo disteso e privo dei segni delle ferite) o in quello della Benini, col giovane disteso e di schiena, in piedi (Coluzzi) o seduto (Tassini), ad accentuare l’intento metaforico della sofferenza dell’uomo, dell’artista, trascendente il dolore fisico. In Artosi, al contrario, le frecce vi sono eccome, e ne colpiscono il viso, mentre Gualandi, che nel suo stile tipico inserisce il soggetto nel contesto storico-urbano ferrarese, rappresenta, nel disegno stesso, una mostra dedicata al santo. Farolfi (foto) sceglie, invece, di rappresentare, con estremo realismo, una ferita netta sul costato del santo, un piccolo squarcio che ricorda quella del Cristo “invasa” dal dito scettico di san Tommaso nella tela del Caravaggio. Infine, in Ribertelli, il santo, nell’elasticità agonistica di un atleta, le frecce sembra schivarle, quasi ponendole sotto il suo controllo. La mostra è visitabile da lunedì a sabato dalle ore 9 alle 19.30. Questi i nomi di tutti gli artisti in mostra: Enrico Artosi, Giorgio Balboni, Gianni Bellini, Rosamaria Benini, Carlo Bertocci, Flavio Biagi, Gianni Cestari, Franco Coluzzi, Matteo Faben, Matteo Farolfi, Alfredo Filippini, Renzo Gentili, Luca Ghetti, Gianfranco Goberti, Laura Govoni, Alberta Grilanda, Claudio Gualandi, Pietro Lenzini, Terry May, Pietro Moretti, Duilio Nalin, Matteo Nannini, Santo Nicoletti, Impero Nigiani, Paolo Orsatti, Stefano Rubertelli, Andrea Samaritani, Marco Spaggiari, Emanuele Tasca, Andrea Tassini, Antonio Torresi, Giuliano Trombini, Giglio Zarattini, Luca Zarattini.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 18 gennaio 2019

A Cloister collettiva dedicata a San Sebastiano

7 Gen
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San Sebastiano del ferrarese Carlo Bononi

Nuovo progetto espositivo nella Galleria Cloister di corso Porta Reno, 45 a Ferrara. Martedì 8 gennaio alle ore 18.30 inaugura una grande collettiva dedicata alla figura di San Sebastiano.
Il “santo con le frecce”, martire e militare romano, viene tradizionalmente festeggiato il 20 gennaio.
Invocato inizialmente contro il flagello della peste (le ferite provocate dalle frecce erano viste quasi fossero i bubboni del contagio), nell’ultimo secolo le ferite hanno assunto via via significati simbolici differenti, rappresentanti l’incomprensione, la derisione o l’indifferenza nei confronti dell’artista.
33 (numero emblematico), di quattro generazioni e dagli stilemi e dalle tecniche diverse, sono quelli che “dialogheranno” dalle pareti di Cloister fino al prossimo 31 gennaio, con possibilità di visitare la mostra da lunedì a sabato dalle 9,00 alle 19,30.
Questi i protagonisti: Enrico Artosi, Giorgio Balboni, Gianni Bellini, Rosamaria Benini, Carlo Bertocci, Flavio Biagi, Gianni Cestari, Franco Coluzzi, Matteo Faben, Matteo Farolfi, Alfredo Filippini, Renzo Gentili, Luca Ghetti, Gianfranco Goberti, Laura Govoni, Alberta Grilanda, Claudio Gualandi, Pietro Lenzini, Terry May, Pietro Moretti, Duilio Nalin, Matteo Nannini, Santo Nicoletti, Impero Nigiani, Paolo Orsatti, Stefano Rubertelli, Marco Spaggiari, Emanuele Tasca, Andrea Tassini, Antonio Torresi, Giuliano Trombini, Giglio Zarattini, Luca Zarattini.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 07 gennaio 2019

Le “Dissezioni” di Romani in mostra ad Argenta

5 Dic

lorenzo romani

L’alienazione vissuta dall’individuo contemporaneo è al centro della riflessione artistica di Lorenzo Romani, giovane artista ferrarese classe ’88 che al Mercato Coperto di Argenta (in piazza Marconi) espone la sua nuova personale, “Dissezione”. “La mia ricerca attuale si focalizza attorno a paesaggi suburbani o solitari, in cui la presenza umana è assente”, spiega lui stesso. Per l’artista la stratificazione di diversi materiali e tecniche (pittura, stampa fotografica,collage, ecc.) “incide sulla materialità concettuale e fisica di un particolare luogo, oggetto, individuo. Tramite il processo creativo isolo gli elementi reali, trasfigurandoli in una dimensione differente da quella quotidiana”.
In parete ad Argenta fino al 13 gennaio, opere prevalentemente realizzate a tecnica mista su carta e acetato, e un paio di lavori a olio e acrilici su tela.
Una sintesi, quella realizzata da Romani, fra tradizione e originale interpretazione personale, che riesce nel duplice intento, da una parte di riconoscere dignità alla figurazione, dall’altra di scomporre l’immagine, appunto di “dissezionarla”, per rappresentare la poliedricità e la relatività del reale, la molteplicità interpretativa, inevitabile se si osserva più a fondo, abbandonando astratte “oggettività” a cui il linguaggio artistico è per sua natura allergico.
La mostra, inaugurata lo scorso 30 novembre con presentazione di Paolo Volta, è visitabile nei seguenti orari: martedì e mercoledì 9.30-12.30, giovedì, venerdì e sabato 9.30-12.30 15.30-18.30, domenica e festivi 15.30-18.30. Chiuso 25-26 dicembre, 1 gennaio.

Andrea Musacci