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L’inafferrabile consistenza del reale nelle opere di Guarienti

7 Nov

La mostra “La realtà del sogno” esposta nel Castello di Ferrara fino al 22 gennaio. Mistero e malinconia nell’antologica dell’artista 99enne 

di Andrea Musacci

È la realtà che svanisce nell’oblio, oppure è l’oblio che svanisce grazie al (ri)emergere delle figure? 

È questo uno degli interrogativi che suscita l’interessante mostra antologica “La realtà del sogno”, ospitata fino al 22 gennaio nel Castello di Ferrara, e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e Servizio Musei d’Arte del Comune.

Carlo Guarienti, artista 99enne in bilico fra surrealismo e metafisica, viene così omaggiato dalla nostra città, la cui stagione autunno-invernale è cornice perfetta per le sue opere dolenti.

Un velo sembra coprire, dunque, lo sguardo dell’uomo moderno, soprattutto dal 1960, con l’opera Ritratto di Faldivia: le certezze razionali svaniscono come spettri, e le fantasticherie e gli incubi dell’artista – di un’epoca? – prendono forma, evocano malinconici paesaggi esistenziali. Una caligine spessa, materica avvolge le figure o le inonda, informandole di sé. Via via, i volti, i corpi si fanno più sfumati, irregolari, angoscianti. Appaiono nel loro sparire. In Guarienti tutto ha, dunque, l’aspetto della malattia, della consunzione. L’occhio – si veda ad esempio le opere Un gioco d’azzardo (1975) o Madame de la crepaudière (idem) – che scruta famelico e osceno lo spettatore, così come il tema del doppio, che a volte ricorre, non fanno che aumentare questo senso di perturbamento.

L’artista sembra, dunque, suggerirci che la realtà è molto più evanescente, contraddittoria e inafferrabile di quanto possiamo pensare. Difficile dire se la nostra vita sia sogno oppure abbia diversa, misteriosa, consistenza.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Piero Guccione e quella luce che avvolge: la mostra al PAC di Ferrara

10 Ott

di Andrea Musacci

«Sparir carne / per spicciare sorgente ebbra di sole, / dal sole divorata…» 

(E. Montale, “Riviere”)

Un invito ad andare oltre, a sciogliere la propria razionalità in un bagno estatico. A questo ci richiama l’opera pittorica di Piero Guccione (1935-2018), in mostra al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara fino al prossimo 8 gennaio.

“Piero Guccione. Mistero in piena luce” – questo il titolo – raccoglie più di 70 opere da un’idea di Vittorio Sgarbi e Lorenzo Zichichi e con la curatela di Vasilij Gusella. La mostra sarà l’ultima in programma al PAC prima dei lavori programmati per poter ospitare lo Spazio Antonioni, e si realizza a poco più di 50 anni dall’ultima esposizione ferrarese dedicata a Guccione, organizzata nel ‘71 da Franco Farina al Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti. 

Suddivisa tra il periodo romano dell’artista (dove domina una pittura espressionista, con anche echi baconiani) e il suo ritorno nella natìa Sicilia nel ’79-‘80, la rassegna ripercorre cronologicamente l’intera sua produzione. 

Soffermandoci sulle sue opere dedicate alla fusione di mare e cielo, notiamo come qui l’artista si avvicini a una ricerca dell’ineffabile, a una rarefazione che sconfina nell’astratto. Riguardo alle lagune veneziane di un altro pittore, Virgilio Guidi, Alfonso Gatto scriveva – e son parole che possiamo dedicare anche ai mari guccioniani: «Qual è la parola di Guidi se non questo silenzio assoluto, questo creato illeso in cui i colori, le forme e gli spazi si rispondono apparendo, evocati per quanto sono stati visti?».

Guccione ci riconsegna la natura nella sua essenza più pura. Nei suoi mari, la luce più che invadere lo spazio, l’orizzonte, lo satura: la luce diventa spazio, come in una visione assoluta, piena, luce di gloria. Una luce – sintesi di forme, spazi e radiosità – che avvolge, incanta, si fa richiamo onirico: quasi non si riesce a staccarvi gli occhi, si desidera venirne avvinti, avvolti, inghiottiti. 

«Tutte le immagini portano scritto: “più in là”!», scriveva Montale nella sua “Maestrale”. Guccione ha dovuto ritornare nella sua terra, reimmergersi con lo sguardo nel suo mare per averne più profonda consapevolezza.

Immagine: P. Guccione, Linee del mare, 2006 (Olio su tela, cm 70 x 91, Collezione privata)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Piero Guccione

La realtà di Mantovani è un sogno perturbante

6 Apr

Nel Castello di Ferrara l’esposizione di Adelchi Riccardo Mantovani, Il sogno di Ferrara. L’incanto delle figure e dei passaggi e quel senso di mistero che non scompare mai

Ombre dei miei pensieri, 2012, olio su tavola

di Andrea Musacci

La luna piena che inonda il fiume e la pianura. Il cielo è ambiguo, nuvole nere incombono. La luce è straniante, svanendo crea ombre. Ma un miraggio rimane più in là, un barlume si conserva all’orizzonte. È il mondo incantato e perturbante di Adelchi Riccardo Mantovani, ammirabile fino al 9 ottobre nella mostra Il sogno di Ferrara. E quale luogo più magico e tetro del Castello Estense poteva ospitare quest’esposizione di dipinti dagli anni ’70 al 2021 (con due autoritratti tra fine anni ’50 e inizio ’60)?

In principio erano le tenebre…

Nelle opere degli anni ’70 il sogno è un incubo, l’atmosfera è di terrore, il lutto e la follia dominano la scena: paesaggi spettrali, desertici, figure umane, o quasi, ammiccano coi loro ghigni malefici, incendi divampano in lontananza. Il mondo è un posto arido, inabitabile (1). Gli uomini sembrano invasi da un demone ignoto o sono anonimi, smarriti, privi di calore. Vivono nella minaccia di qualcosa che incombe su di loro: un gruppo di animali che sembra uscito da un inferno dantesco, un destino ineluttabile, una forza incorporea.

Incubo e realtà si confondono, si sovrappongono. E così umano e alieno, umano e animale, umano e mondo delle cose. Natura e artificiosità meccanica condividono una stessa freddezza, un’inquietudine profonda. La prima non ha nulla di ameno, la seconda non trasmette niente della certezza di un mondo costruito su principi razionali, anzi. Come nell’opera La cantastorie (2), dove tutti guardano tranquilli, dentro i loro abiti borghesi, nella loro quotidianità, mentre in fondo a sinistra una giovane muore trafitta; colei non guarda – la cantastorie – è l’unica ad avere occhi capaci di vedere oltre, di richiamare ad altro.

Qualcosa si nasconde

Una sensazione di muto sgomento, di tensione sotto traccia continuerà ad avvertirsi in tutto il percorso artistico di Mantovani, pur man mano sempre più dolce e attenuato. Anche nelle visioni piene d’incanto dei decenni successivi (3), rimane sempre la traccia di un non detto, di un non dicibile. L’incanto creatore, sognante, a tratti fin fiabesco, in filigrana vela un richiamo perturbante, un ignoto indecifrabile, che emerge senza aspettare d’esser notato. 

La notte spesso incombe, quelle nuvole, perlopiù nere (4), che, pur non dominando il cielo, oscurano, costringendo ad accendere piccoli lumi, a rifugiarsi nelle case. L’aria, nei dipinti di Mantovani, è sempre sospesa. I volti silenti richiamano una mancanza e un’attesa, uno stupore onirico. Un vuoto di parole e al tempo stesso una forte urgenza di dire, di indicare, di segnare. Di rimandare, quindi, ad altro. Come Grace Kelly nella sua graziosa torsione che sa di attesa impaziente, di desiderio (5).

Ci si ritrova, attraversando i mondi irreali – o troppo reali – di Mantovani, in una perenne atmosfera di sacro, la sua pittura ha la rara capacità di scandagliare le zone di confine tra reale e non, tra reale e Oltre. Indaga zone misteriose, sconfinate. È posata in una stasi allusiva, velata da un’opacità ingannevole, al di là delle forme ben definite, come quelle delle sue dolci e terribili fanciulle, ai bordi di un’altra realtà, come la ragazza de Il paletot rosso (6).

«Più in là»!

C’è sempre qualcosa di perturbante, anche nelle ultime opere, più ariose e vitali: il sorriso è venato di malizia, il gioco ha qualcosa di ferino. Il richiamo che appariva dolce, ammantato di magia o di sensualità, rivela sempre un vizio, una storpiatura. Fra le pieghe dell’apparenza si nasconde una dissonanza. La mente è confusa: è sonno o veglia? «Tutti i pensieri che abbiamo da svegli possono venirci in mente anche quando dormiamo, senza che nel sonno nessuno sia vero», diceva Descartes nel suo Discorso sul Metodo. La sua successiva, ed eccessivamente razionale risposta, non toglie importanza alla domanda. Il nostro volto è quello contrito del sonno della ragazza de Il sogno disturbato: non trova riposo né nel sogno né nella veglia, è tesa tra i due (7).

«Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo, non è che un sogno dentro un sogno»: viene da pensare ad Edgar Allan Poe (8) ammirando le visioni in pittura di Mantovani. Viene da cercare quella «maglia rotta nella rete» della realtà, per dirla con Montale (9). Il richiamo è potente pur avendo, se fosse musica, il suono blandente di un flauto. È evocativo come un violino, a un tempo carezzevole e doloroso.

Così, dietro a quei paesaggi di sogno c’è un altro reale, la melodia che pervade i dipinti di Mantovani ci parla di un enigma da svelare, anche dietro il volto più efebico e spensierato. C’è oltre, c’è ben altro: «sotto l’azzurro fitto / del cielo qualche uccello di mare se ne va: / né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto: / “più in là”!» (10).

«Ora attende qualcuno, ma non sa ancora chi», scrive Mantovani di Mariagrazia – la ragazza del dipinto scelto come immagine simbolo della mostra (11), che ti fissa negli occhi, triste e invitante, pronta a  partire per chissà dove, oltre anche il sogno di Ferrara (12). 

***

1 Il funerale del pazzo del paese, 1971, olio su tela applicata su tavola.

2 La cantastorie, 1988, olio su tavola.

3 V. ad esempio Ombre dei miei pensieri, 2012, olio su tavola.

4 Ad esempio ne Il rientro della notte, 1986, olio su tavola.

5 A date with Grace, 2008, olio su tavola.

6 Il paletot rosso, 2006, olio su tavola (v. anche La principessa santa, 2007, olio su tavola).

7 Il sogno disturbato, 1988, olio su tavola.

8 A dream within a dream, 1849.

9 In limine, in Ossi di seppia, 1925.

10 E. Montale, Maestrale, in Ossi di Seppia, 1925.

11 V. nota n. 6.

12 Cfr. anche La pazza del paese, 2006, presente nella mostra di Mantovani Il Po sotto il cielo di Berlino, esposta alla Galleria del Carbone nel 2006.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” l’8 aprile 2022

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Solidi viandanti in cerca dell’Altrove

5 Gen

Fino al 6 marzo al PAC di Ferrara è possibile ammirare la mostra di Sergio Zanni “Volumi narranti”

di Andrea Musacci


«Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 16 febbraio 1936)


Epica Etica Etnica Pathos: viene in mente il titolo di un album dei CCCP ammirando le opere di Sergio Zanni. Sì, perché nelle sue magnifiche creazioni ci sono le quattro categorie fondamentali di un’arte che non si sfalda in astrusi concettualismi ma rimane “pesante”, “novecentesca” e per questo autentica, capace di colpire gli occhi e la mente di chi la guarda senza inutili astuzie.

Si intitola “Volumi narranti” la mostra inaugurata il 18 dicembre scorso al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara e visitabile fino al 6 marzo dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Zanni, classe ’42, si forma all’Accademia di Belle Arti di Bologna, e dagli anni Sessanta sceglie di passare, anche se non in maniera esclusiva, dalla pittura alla scultura. Nel ’73 si tiene la sua prima personale al Centro Attività Visive del Palazzo dei Diamanti. Dal ’67 al ’95 ha insegnato all’Istituto d’arte “Dosso Dossi” di Ferrara e nel 2011 ha partecipato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.


Timore dell’assoluto

Della ponderosità delle sue creazioni, dicevamo. Il peso del corpo, in una società come la nostra, dematerializzata e quindi transumana (termine usato dallo stesso Zanni), è una forma di difesa e di speranza. È una pesantezza, quella delle sue sculture, che richiama l’assoluto, il maestoso, l’incommensurabile. Ammirandole, si viene come catturati dal loro misterioso stare. Timore e tremore, un eterno senza mutamento, una verticalità vertiginosa. I particolari dove risiede l’espressività – il volto, le mani – sono ridotti, miniaturizzati rispetto al busto e alle gambe. Come una coltre oscura i cappotti avvolgono la massa del corpo. Le figure, dunque, stagliandosi come enigmi perturbanti, sembrano oltrepassare l’umano strettamente inteso, senza assurgere, però, del tutto al divino che pur richiamano. 


Basi solide e forti

Da questo senso di deferenza che le figure trasmettono, ne viene, però, un primo riflesso positivo. Gli uomini che paiono piantati nel terreno, ben saldi e identificabili, hanno una storia, possiedono corpi levigati dalla vita e dalle esperienze. Come zia Jole e zio Gabriele, famigliari di cui Zanni racconta nel catalogo della mostra, che in lui richiamano il dolore e la bellezza dell’infanzia, figure forti e cariche di passato, il cui ricordo ridona anima e sangue, pone un legame forte con la terra, con la tradizione. Un equilibrio, quello antico da lui stesso narrato, oltre che rappresentato nelle sue creazioni, fermo ma non passivo.


Fragilità e Desiderio

Sono corpi ingombranti, infatti, ma anche “deformi”, sproporzionati, volutamente imperfetti. Ciò li rende tutt’altro che simili a sfingi, gelidi oracoli, ma corpi desideranti. Sono pesanti ma paiono leggerissimi, quasi volatili, sostenuti da un vento, da uno spirito ignoto. Come in sogno, vivono le contraddizioni tra le proporzioni e nelle forme, nei simboli oscuri, negli occhi commoventi perché tanto irreali da sembrare troppo reali. Questi giganti malinconici e meditabondi, sempre ambigui nel loro oscillare tra terrore e dolcezza, sembrano a un tempo serafici e sconsolati, riflessivi e placidi. In sé serbano chissà quali ricordi e chissà quale avvenire possibile. Ma nel nulla che sembra circondarli, c’è un punto, di là dall’orizzonte, invisibile e forse inaccessibile, che cercano, e che rende i loro occhi pieni di uno struggente Altrove.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022

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Paesaggi dell’anima nelle opere di Emidio De Stefano

5 Gen

La Galleria del Carbone ospita una retrospettiva dell’artista scomparso nel marzo 2020

L’ambivalenza e la profondità delle opere di Emidio De Stefano non smettono mai di stupire. L’artista originario di Oria, vicino Brindisi, legato a Ferrara per oltre 30 anni, è omaggiato con una mostra retrospettiva dal titolo “Paesaggi” ospitata dal 18 dicembre al 6 gennaio nella Galleria del Carbone. Un’occasione per ammirare opere di diversi periodi realizzati dall’artista deceduto nel marzo 2020.

Una mostra fortemente desiderata dalla moglie Simona Rizzardi e dalla figlia Camilla per questa personalità che a Ferrara ha lasciato un segno indelebile in tre decenni di insegnamento all’Accademia “San Nicolò” di Ferrara e come Presidente del Club “Amici dell’arte”. De Stefano, classe 1950, a Oria ha compiuto studi classici per poi partire per Roma dove, negli anni ’70, ha vissuto come artista di strada iniziando a fare ritratti sulla gradinata di Piazza di Spagna e frequentando i pittori di via Margutta (Schifano, Tardia – morto lo scorso novembre -, Guttuso). Poi ha vissuto a Firenze, Venezia, Parigi, Monaco di Baviera, Lido degli Estensi (dove ha conosciuto Remo Brindisi), e ha studiato all’Accademia di Belle Arti a Ravenna. A Ferrara si è trasferito negli anni ’90 e qui ha deciso di rimanere. 

Una pittura di paesaggio, la sua, originale e per nulla leziosa, da uno stile figurativo a uno sempre più complesso, che si avvicina anche all’astratto. Un vero viaggio nel paesaggio dell’anima. La sua anima di uomo dedito alla ricerca del bello e allo spirito della sua amata e struggente terra salentina. Una tecnica introspettiva, quella di De Stefano, che denota una forte affezione a quelle radici ineliminabili, che come solchi segnano, nel bene e nel male, l’esistenza di una persona. Moti profondi vissuti con intensità per anni, radici non assenti ma invisibili nei suoi paesaggi. La realtà sensibile non possiede nessuna presunta “oggettività”. L’interpretazione – in questo caso dell’artista – è inevitabilmente soggettiva, creatrice, svelatrice non di un già dato, ma di alcuni riflessi dell’interiorità dell’artista stesso. Artista che, quindi, inevitabilmente informa di sé il reale. Una realtà, dunque che, come nel caso dei “Paesaggi” di De Stefano, è immagine, sguardo, proiezione imprevedibile delle sue idee, delle sue emozioni, del suo inconscio. L’artista, quindi, non a caso, più che creativo, è creatore: non crea un’immagine, ma una realtà. Così è, ad esempio, in De Stefano per quelle stesure monocrome, quei “campi di colore” che ricordano Rothko. Campi di colore che forse, nel caso dell’artista salentino, erano anche “campi di dolore”, bagnati come sono da quella luce bassa e tesa, nelle cromie così accese o in quelle pesantemente cupe.

Come quel campo infuocato di rosso, terra che arde di sangue, di vita e che pare difficile da attraversare, simile a certi dipinti di Andrew Wyeth per quel taglio dal basso che rende minuscolo e inafferrabile il luogo desiderato. Ma quelle lunghe crepe che sembrano non finire mai, più che abissi sono fughe che guidano, nella loro luce dorata, il viandante. Così, anche nelle tele verticali, il senso di vertigine di quel cielo, pur luminoso ma lontano, non rappresenta uno scacco per chi guarda ma un invito a seguirlo strabordante oltre la tavola, al di là di tutto. Al di là delle nuvole.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022

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«Ho preferito non accordarmi con l’anima contemporanea»: le memorie inedite di G. B. Crema

3 Mag
Giovanni Battista Crema, 1957

Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore

di Andrea Musacci

Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.

“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili  all’unione di realismo e simbolismo della maturità.

La modernità fa crollare le certezze

Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale. 

Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica. 

«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».

«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»

«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità». 

La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore». 

E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».

Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per  documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione». 

Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.

La «vecchia e silenziosa casa natale»

Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.

«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).

Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Oltre la natura: la mostra di Vaccari a Ferrara

20 Lug

Olio su tavola 12x32 cm “ verso casa”

Una tecnica minuziosa, dolcemente “ossessiva” nel delineare i minimi dettagli della natura, che invita l’osservatore a immergersi in essa e a spalancare l’immaginazione per vedere oltre.

Da alcuni giorni nello spazio “La Pazienza” di Ferrara (in via de’ Romei, 38) è possibile visitare la personale di Alessio Vaccari dal titolo “Humus. Una finestra sul cortile”, inizialmente programmata per lo scorso aprile, e inaugurata venerdì 17 luglio alla presenza dell’artista livornese.

Dalla sua casa subito fuori Livorno, a Rosignano Solvay, Vaccari, classe ’77, ci dona una ventina di opere: un’esperienza sublime in una natura incontaminata, almeno nell’occhio dell’artista, ma che di fatto si trova in una delle zone d’Italia, per via della multinazionale chimica che dà il nome alla località, più inquinate della Penisola. Una terra, dunque, ricca di contraddizioni, di una natura rigogliosa, che l’artista, riprendendo certo naturalismo, fa vivere di una luce splendente, vivace, a tratti onirica, ma sempre sussurrata. Una tecnica sopraffina che gli permette di spaziare da particolari microscopici a vedute più ariose.

Come ci spiega Valentina Lapierre, che gestisce “La Pazienza”, nel territorio livornese “sopravvive una forte tradizione legata all’acquisto di opere d’arte contemporanee”. Un costume da noi sempre più abbandonato, ma che nella terra del cacciucco permette invece anche a un artista validissimo come Vaccari di farsi conoscere e di avere i “palcoscenici” che merita.

In parete è possibile ammirare opere realizzate negli ultimi anni, buona parte proprio negli ultimi mesi, anche nelle settimane della quarantena: in spazi dove l’opera dell’uomo è rara e marginale, e dove l’ozio indolente e la possibilità di osservare la fanno da padroni, sembra di rivivere la quiete di lunghe giornate insolitamente solitarie. E così, ad esempio, la finestra diviene elemento che, nel facilitare lo sguardo, la contemplazione, divide l’interno obbligato dall’esterno spopolato. Un fuori, seppur limitato, ma che nel caso di Vaccari diviene microcosmo popolato di insetti, di uccelli, addirittura della sua placida – seppur inquietante – lupa cecoslovacca.

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Nessun cedimento, però, come si potrebbe pensare, a certo stucchevole verismo o a freddi iperrealismi. Le opere di Vaccari, infatti, riescono a ingannare l’osservatore, quasi mimetizzando simboli e particolari “fantastici”, a tratti surreali, che rompono una solo apparente linearità, divertissement che suggeriscono, spesso in modo spiazzante, di cogliere il magico nella realtà consueta. Una caratteristica, questa, ci spiega Lapierre, “che ritrovo spesso in tanti talentuosi illustratori contemporanei”, italiani e non. Come, ad esempio, Joanna Concejo, artista polacca residente a Parigi, che a settembre inaugurerà la sua personale a “La Pazienza” sul tema del mare.

La mostra di Vaccari è visitabile fino al 5 settembre negli orari di apertura della libreria (da martedì a sabato 10.30-13, 16-19, lunedì 16-19, chiuso domenica).

Andrea Musacci

Brindisi, Licata e Rubbi nella collettiva a Idearte

20 Lug

licata

Dopo la personale di Massimo Rubbi, l’Idearte Gallery di Ferrara (via Terranuova, 41) propone per l’intero periodo estivo una collettiva di artisti. Il pittore di maggior spicco, presente in parete con ben 4 opere, è Riccardo Licata (foto), torinese di nascita e veneziano d’adozione, con i suoi originali simboli e tratti grafici, moderni geroglifici.

L’esposizione raccoglie anche opere di altri artisti significativi, ferraresi e non: Remo Brindisi, Gianni Guidi, Carlo “Alo” Andreoli, Giuliano Trombini, Daniele Cestari, Andrea Biscaccianti, Massimo Rubbi.

Tutte le opere sono in vendita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 17 luglio 2020

Lacerba continua il percorso web: mostra di Alfredo Pini

12 Lug

Protagonisti i paesaggi silenziosi della quarantena

Paesaggi urbani e campestri immersi in una nebbia di silenzio, riscoperti nella loro magia spesso dimenticata o trascurata. Il periodo della quarantena ha modificato il punto di vista di un artista come Alfredo Pini, abituato a scorci urbani frenetici. Da oggi sul sito della sua Galleria Lacerba – http://www.lacerba.com – è possibile ammirare la nuova personale dal titolo “Tempo sospeso”: «A causa della recente pandemia causata dal Covid-19 – spiega Pini –, ci siamo ritrovati a vivere una situazione mai provata in precedenza, una lunga quarantena in isolamento, in cui lo stato emotivo di ciascuno di noi è stato messo alla prova, sollecitato da sensazioni difficilmente descrivibili a parole. Un tempo, che non è ancora terminato e che indubbiamente lascerà una traccia profonda. Di questo momento – prosegue –, voglio soprattutto dare un volto al silenzio, ad un mondo che incredibilmente sembra si sia fermato, ad un mondo sospeso che non sa se guardarsi dentro o guardare timoroso al domani, ad una vaga sensazione catartica che aleggia nell’aria, sopra tutti noi. E voglio dipingere la luce di questi giorni, non quella reale ma quella interiore, quella che vive dentro di noi, contrastante, ambigua. E voglio dipingere i miei luoghi, la mia terra… la mia anima».

Un’anima avvolta come da un impercettibile ma pesante drappo di malinconia, che risuona nei cieli tormentati dei dipinti, ambiguamente indefinibili (sono albe o tramonti?). Una prospettiva differente rispetto al retorico refrain ottimista sulla vita dopo la quarantena, e differente anche rispetto ad alcuni angoli ben noti di Ferrara. Ricordiamo che la Galleria Lacerba si trova in via Goretti 5/7 a Ferrara e che un’ampia vetrina di immagini di opere disponibili dell’artista è visibile anche sul sito http://www.alfredopini.com. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 10 luglio 2020

De Pisis, doppio omaggio a Roma e Milano

9 Mar

Per il pittore ferrarese due importanti retrospettive: da ottobre scorso al 1° marzo al Museo del Novecento di Milano; rimandata, invece, l’inaugurazione prevista il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma

ritratto di allegroDue grandi musei omaggiano il pittore ferrarese Filippo De Pisis. Dallo scorso ottobre al prossimo giugno due mostre a lui dedicate sono in programma nelle città dove l’artista ha abitato per alcuni anni. E parte delle opere provengono dall’archivio delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara. Le esposizioni, in un certo senso tra loro complementari, vogliono rendere omaggio a de Pisis a più di trent’anni dalla storica mostra di Palazzo Reale a Milano. Il prestito del Museo d’arte moderna e contemporanea “de Pisis” di Ferrara è frutto della proficua collaborazione avviata già da tempo con il Museo del Novecento che ha più volte prestato proprie importanti opere alle rassegne di Palazzo dei Diamanti. Dal 4 ottobre fino al 1° marzo, il Museo del Novecento in piazza del Duomo a Milano (dove de Pisis ha vissuto tra il ’39 e il ‘43) ha ospitato – per la curatela di Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon – oltre 90 dipinti dell’artista, dieci dei quali provenienti dal GAM ferrarese: “Natura morta ‘alla dolce Patria’ ” (olio su tela, 1932), “Natura morta con melanzana (Natura morta con frutta sulla credenza)” (olio su tela, 1943), “La lepre” (olio su tela, 1933), “La bottiglia tragica” (olio su cartone, 1927), “La Coupole” (olio su cartone, 1928), “Natura morta col martin pescatore” (olio su cartone, 1925), “Natura morta davanti alla finestra (Natura morta sul tavolo)” (olio su tela, 1951), “Il gladiolo fulminato” (olio su cartone incollato a compensato, 1930), “Ritratto di Allegro” (olio su cartone incollato su tavola, 1940), “La falena” (olio su cartone applicato su tavola, 1945). Il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma (a pochi passi da Piazza Navona) – città dove l’artista ha vissuto dal 1919 al ’25 -, avrebbe invece dovuto inaugurare (fino al 21 giugno) la mostra curata da Pier Giovanni Castagnoli e Alessandra Capodiferro con 26 dipinti e diverse opere su carta e acquerelli. Per questa seconda esposizione, dal GAM di Ferrara, oltre alle ultime cinque opere sopraelencate presenti anche a Milano, provengono sette opere su carta: “Gambe e torso di nudo seduto” (s.d.), “Ritratto di ragazzo (Chicchi)” (1930), “Ritratto di ragazzo” (1930), “IV: Nudo sulla pelle di tigre (Robert)/ V: Nudo sulla pelle di tigre” (c. 1931), “Ritratto di ragazzo (il dalmata)” (1930), “Gambe di nudo disteso (Emile)”, (1928), “Gambe di nudo disteso”, (1928).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2020

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