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Mito fondativo USA ieri e oggi, tra fede, libertà e rivoluzione

5 Giu

L’anima degli Stati Uniti d’America nella conferenza di Tiziano Bonazzi in Biblioteca Ariostea

“Eredità e attualità della Dichiarazione d’Indipendenza” è il nome della conferenza tenutasi lo scorso 29 maggio nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara e organizzata dall’Istituto Gramsci con ISCO Ferrara.

Relatore è stato Tiziano Bonazzi (prof. Emerito Unibo), con introduzione di Piero Stefani (Istituto Gramsci Ferrara) e l’intervento finale di Massimo Faggioli (Trinity College Dublino).

Proprio quest’anno ricorre il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, testo che ha inciso profondamente sulla storia politica e culturale contemporanea.

«La Dichiarazione d’indipendenza – ha riflettuto Bonazzi – ha un linguaggio fluido, semplice, accessibile a tutti e tratta temi che ci sembrano normali. E fin da subito ebbe una risonanza mondiale». Un testo comunque particolare, se letto ai giorni nostri, col «perseguimento della felicità» come fine e il «diritto alla rivoluzione contro il potere giusto» come uno dei principi base. Un testo «deista» nonostante la radicale professione di fede dei coloni fondatori, e la convinzione secondo cui «nessuna chiesa può diventare chiesa di Stato, per non violare la libertà di coscienza» dei singoli. Nonostante ciò, la Dichiarazione d’Indipendenza «venne interpretata da molti pastori  come testo cristiano» e gli USA come «il secondo Israele». Così come «libertà e uguaglianza da alcuni furono interpretati non in senso universalistico», ma per i soli «pari», quindi non per i neri.

In ogni caso, la Dichiarazione è divenuta «mito fondativo politico», quindi «strumento che serve a dare senso a una comunità, il suo senso di esistere, per durare nel tempo». Dodici anni  dopo verrà ratificata la Costituzione federale, con «la divisione dei poteri insieme al principio federalistico, che rende meno pericoloso il governo centrale». Bonazzi ha poi riflettuto sulla cosiddetta Living Constitution (Costituzione vivente) di inizio Novecento, l’idea, cioè, che la Costituzione, pur non modificandosi formalmente, abbia di per sé un dinamismo necessario, una progressività per  meglio interpretare le trasformazioni nel corso del tempo. Approccio che, negli anni “caldi” della Guerra fredda fu poi bollato come «comunista» e in cui iniziò sempre più a emergere «un’idea restrittiva della rivoluzione americana». «Democrazia, libertà dell’individuo e libertà d’impresa diventano i tre pilastri del modello statunitense, con l’esclusione quindi dei diritti sociali e di alcune minoranze, come quella dei neri». E a questi tre principi, Eisenhower (presidente dal ’52 al ’61) vi aggiunse «la fede religiosa». Approccio, questo, di tipo conservatore  che portò alla triade «Dio-Patria-Famiglia», «limite all’individuo». Solo negli anni ’60 i diritti delle minoranze – afro, donne (anche se minoranza non sono), omosessuali, nativi – iniziano a essere difesi e inizia a imporsi il concetto di «persona».

Oggi – ha proseguito Bonazzi – col movimento MAGA (Make America Great Again) – «che è sbagliato considerare composto solo da persone ignoranti e appartenenti al ceto medio basso» – vi è una reazione a questo periodo “progressista”, e si guarda con angoscia al calo demografico dei cosiddetti “bianchi” e al sempre dominio della «cultura bianca». Alla base di ciò «vi è un inespresso razzismo», con «un’idea immobile della società». Ma quella degli USA è «una società complessa e variegata – ha proseguito il relatore anche interpellato dai presenti – quindi non vedo il rischio di una trasformazione antropologica. Certamente, però, il pendolo che nella storia USAoscilla sempre tra progressismo e conservatorismo, rischia per la prima volta di fermarsi a favore del secondo.Sarebbe la fine degli Stati Uniti d’America».

E a tal proposito, Faggioli – che ha ricordato d’esser stato allievo di Bonazzi all’Ateneo di Bologna – ha brevemente riflettuto sull’attuale crisi degli USA, del suo mondo conservatore e del «rapporto politica-teologia: assistiamo a un collasso totale del rapporto tra illuminismo e religione», ha aggiunto. Sempre su questo aspetto,Stefani ha invece riflettuto sulle analogie tra USAe Israele, in particolare citando l’inserimento, nel 2018, da parte del governo israele del “diritto religioso” come diritto fondamentale, definendo ufficialmente lo stato come «la casa nazionale del popolo ebraico». 

Infine, una notizia: dopo un anno al  Trinity College di Dublino, a luglio Faggioli tornerà ad insegnare alla Villanova University negli USA.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto: Chris F – Pexels)

Luce e dolore: la “Trasfigurazione” di Raffaello e la cura dell’altro nel nuovo libro di Piero Stefani

15 Mag

Nel suo ultimo libro Stefani riflette sul capolavoro del «divin pittore», fra arte e Vangelo

di Andrea Musacci

A vegliare le spoglie mortali di Raffaello Sanzio, accanto al letto nello studio di via del Borgo a Roma, vi era una sua opera, l’ultima da lui realizzata: la Trasfigurazione. L’estrema parola – potremmo dire – dell’artista, suggello di un’esistenza e anticipazione dell’Eterno. A quest’opera è dedicato il nuovo libro di Piero Stefani, dal titolo Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, 2026, collana Arti e Teologie), con prefazione di Guido Bertagna, teologo gesuita, artista ed esperto di giustizia riparativa.

Stefani – biblista, filosofo e teologo, collaboratore della rivista Il Regno e presidente di Biblia – con questo volume ci dona un’analisi profonda, intima e accurata, di uno dei capolavori dell’umanità. L’opera è una tempera grassa su tavola di cm 410×279, iniziata da Raffaello nel 1516 e conclusa poco prima della morte, che lo coglie all’età di 37 anni il 6 aprile 1520, Venerdì Santo.

In questo dipinto, esposto nella Sala VIII della Pinacoteca Vaticana, Raffaello – scrive Stefani – «compie l’inedita scelta di raffigurare sia quanto ha luogo in alto, la trasfigurazione di Gesù e il suo colloquio con Mosè ed Elia, sia quanto sta succedendo in basso, l’incapacità di porre rimedio al predominio del male». In quell’epoca, la trasfigurazione era spesso rappresentata, mentre era «inedita» la mancata liberazione del giovane ossesso. Ricordiamo che la trasfigurazione è narrata nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).

Così, radicale è la contraddizione «tra un volto trasfigurato e uno stralunato, tra l’essere avvolti e trasformati da una realtà divina e l’essere afferrati e deformati da un potere maligno». Qui, «impotenza» e «richiesta d’aiuto» sono l’unica realtà che sembra esserci data vivere. Là, lontano, parrebbe invece dominare, distante nel suo fluttuare, una sovra-realtà a noi inaccessibile, indifferente al nostro patire. Un passo avanti nella comprensione – attraverso la via della speranza – sta nel relativizzare questa contraddizione ponendola su un piano temporale: il momento presente – precario e implorante – contrapposto a «quel che saremo nella vita eterna», nella pienezza della comunione in Dio. Una contrapposizione, quindi, non definitiva, ma fatta di attesa.

Nessuno intento nichilistico ma nemmeno, all’opposto, futilmente consolatorio: «se si mette precocemente in campo il risanamento, l’anti-trasfigurazione che pesa ancora su tanta parte dell’umanità viene troppo sbrigativamente edulcorata», scrive l’autore. E dunque la trasfigurazione è anticipazione, non inganno, realtà presente, non magia. E in quanto “reale” e in quanto “presente”, capace di trasformare qui e ora. L’effetto, insomma, è immediato, la piena comprensione sarà – invece – mediata solo dalla Pasqua del Signore. «Il “cambio di forma”», cioè la metamorfosi della trasfigurazione – scrive Stefani -, «va inteso come anticipo della resurrezione».

Mediare, dunque, appartiene al tempo; e alla dinamica della relazione: Stefani, citando il Vasari, a un certo punto si sofferma sulla figura femminile presente nel mezzo della parte inferiore dell’opera. Al centro, come a dire dell’equilibrio di cui è partecipe, del ruolo del quale è investita: quello di mediatrice – sul piano orizzontale – tra gli apostoli e la famiglia dell’ossesso, tra il basso e l’alto – su un piano verticale. «La donna – scrive Stefani – costituisce di sicuro il cuore della parte inferiore ma, forse, assolve questo ruolo anche rispetto alla pala nel suo insieme». Con la sua «postura “serpentinata”», può essere «simbolo della fede», scrive l’autore o, chissà, richiamare la Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

In ogni caso, quest’opera è tanto universale – in quanto parla a un tempo della condizione e dell’anelito di ognuno – e personale, in quanto espressione ultima (non solo in senso temporale), testamento, grido estremo di Raffaello. Scrive Stefani: «Se, come sostiene Vasari, quel volto [del Cristo] è in assoluto l’ultimo soggetto dipinto dal sommo artista, è lecito pensare che in Raffaello operasse la speranza di raggiungere una vita più alta e duratura di quella terrena che era prossima a concludersi». Insomma, non esiste la morte, esiste il morire del singolo; la stessa condivisione di questo destino va vissuta come comunione, non come astratto comun denominatore. 

Ugualmente si può dire tanto dello sguardo stravolto del fanciullo quanto di quello – già illuminato – rivolto al Signore. È dunque l’altro che ci rimette coi piedi per terra, non per sprofondare, ma per ricentrarci, lontani dalla speculare tentazione dell’elucubrazione e del sentimentalismo. Ciò che ci permette di comprendere la realtà tanto del mondo sensibile quanto di quello eterno – essenza del primo – è ciò che li lega: una luce, mai distinta da un corpo; un volto, mai estraneo alla logica assurda della misericordia: «La parte inferiore della Trasfigurazione – scrive Stefani – testimonia l’ostinata volontà di prendersi cura dell’“altro” anche quando non si è nelle condizioni di aiutarlo in senso pieno». Nessuno basta a sé stesso, dunque; nessuno si salva da solo e nessuno salva l’altro da solo: «la tenda corporea del precario abitare di chi ha perduto la propria casa» non sta più nella tremenda solitudine del deserto, ma nello sguardo trasfigurato di Gesù, «casa imperitura».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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Chiesa e mondo ebraico, rapporto complesso

19 Nov

Le parole di Piero Stefani il 15 novembre dalle Clarisse

Il tema dei complessi rapporti fra la Chiesa Cattolica e il mondo ebraico sono stati al centro della relazione di Piero Stefani, intervenuto lo scorso  15 novembre nella Sala del coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara per l’incontro dal titolo “La Chiesa e gli Ebrei dal Vaticano II a Gaza”. Organizzato da SAE Ferrara, Istituto Gramsci Ferrara e ISCO Ferrara nel 60° anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, e parte delle Giornate in memoria di Piergiorgio Cattani, l’incontro è stato introdotto da Francesco Lavezzi che ha riflettuto su come «il Concilio Vaticano II è stato tutt’altro che una passeggiata, ma l’inizio di una fase di svolte, che portò a non pochi contrasti». EdalConcilio emerse l’idea del dialogo da intendersi «non come tattica o strumento» ma come «conversione del cuore che riguarda tutti». 

SHOAH E COLONIALISMO

Stefani ha preso le mosse dalla Shoah e  dal suo legame col colonialismo, entrambi «ombre dell’Occidente».Il sionismo – ha riflettuto – «nasce prima della Shoah e non può quindi essere spiegato solo con questa» e dall’altra parte «il colonialismo ha riguardato anche il Medio Oriente, a partire dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, e dalla Nakba conseguente alla nascita dello Stato di Israele». Fino ad arrivare al «neoconialismo di oggi portato avanti dal Governo Netanyahu, che arriva addirittura ad assegnare la responsabilità decisiva della Shoah al mondo islamico (al Gran Muftì di Gerusalemme)», posizione «senza fondamento» speculare a quella secondo cui «oggi gli ebrei coi palestinesi si stanno comportando come i nazisti 80 anni fa».

In tutto ciò, la Nostra Aetate rappresenta «una svolta nella posizione della Chiesa nei confronti degli ebrei, non più «perfidi» (da intendersi comunque non come malvagi ma come «coloro che non hanno fede in Gesù Cristo»), ma con cui bisogna «dialogare». Alcune particolarità della Nostra Aetate riguardano il fatto che in essa «non si citi mai in modo esplicito la Shoah, e in nessun modo il termine “Israele”».

ANTISEMITISMO E ANTISIONISMO

Il relatore si è poi concentrato su un altro termine discusso, “antisemitismo”, in particolare oggi, quando «i suoi confini sono diventati così vaghi». Al riguardo, due sono le espressioni storicamente rilevanti usate da Pio XI nei confronti degli ebrei: la prima, nel 1928, in riferimento all’Associazione Amici Israël (che verrà sciolta per altri motivi): «…la Santa Sede – scrisse -, condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di antisemitismo»;la seconda, 10 anni dopo, a Castelgandolfo in occasione di un incontro coi cattolici belgi: «L’antisemitismo non è compatibile con il pensiero e le realtà sublimi che sono espresse in questo testo. È un movimento antipatico, al quale non possiamo, noi cristiani, avere alcuna parte… Per Cristo e in Cristo, noi siamo discendenza di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di utilizzare i mezzi per proteggersi contro tutto quanto minaccia i propri interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti». Da qui, fino ad arrivare ad esempio alle importanti parole di Giovanni Paolo II nel ’97 contro «le radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano». Antigiudaismo che per Stefani ha «fiaccato le coscienze agevolando l’antisemitismo o l’indifferenza» nei suoi confronti. La Nostra Aetate ha il merito invece di non considerare l’ebraismo come «mera religione non cristiana», ma di «sottolineare il legame particolare che esiste tra la Chiesa e il popolo ebraico».

Legame che si esplicherà anche nel 1993 con l’Accordo fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, nel quale si sottolinea la «natura unica delle relazioni tra la chiesa cattolica e il popolo ebraico». Dall’altra parte, la Chiesa negli anni ha fatto importanti passi avanti anche nel riconoscimento della Palestina,  dall’accordo con l’OLP nel 2000 a quello con lo Stato di Palestina nel 2015. Da 10 anni, quindi, «per la Santa Sede esistono due popoli e due stati». Ma ciò ha peggiorato i rapporti della Santa Sede con l’attuale governo israeliano, che nel febbraio 2024 ha ricevuto un ampio consenso dalla Knesset (99 voti su 120) per  una dichiarazione simbolica contro il “riconoscimento unilaterale” dello Stato palestinese da parte della comunità internazionale.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

Francesco e quel suo Cantico tanto materiale quanto divino

30 Ott


La relazione di Stefani il 22 ottobre in Ariostea: «molte le ambivalenze»

Il Cantico delle creature è testo arcinoto ma forse proprio per questo “sottovalutato” nelle sue mille e una ambivalenze e originalità. Un’analisi in questo senso è stata compiuta lo scorso 22 ottobre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara dal biblista Piero Stefani per la conferenza sul tema “Il sole, la terra e la tribolazione. A 800 anni dal Cantico delle creature di Francesco di Assisi”. A cura dell’Istituto Gramsci Ferrara in collaborazione con ISCO Ferrara e Biblia, la conferenza ha visto l’introduzione di Nicola Alessandrini – alla guida dell’Istituto Gramsci Ferrara – che ha citato alcuni passaggi delle Lettere e dei Quaderni del carcere di Gramsci in cui il politico e filoosfo cita il Poverello di Assisi.

Francesco scrive il Cantico nel 1225 mentre si trova presso il Monastero di San Damiano e quando ormai è quasi del tutto cieco: «Francesco – ha spiegato Stefani – era in una condizione di tribolazione, profondamente malato soprattutto negli occhi, residuo del suo viaggio in Oriente. Era quindi bendato anche di notte, perché non sopportava nemmeno la luce delle lampade». Stefani ha voluto iniziare con una necessaria precisazione: «Francesco non vedeva la natura ma il creato, cioè un’azione diretta di Dio, mentre “natura” richiama un’autonomia delle cose; quindi tutti gli usi “ecologisti” del Cantico sono strumentali». 

Una delle fonti più accreditate su Francesco è la cosiddetta “Leggenda perugina”, secondo cui il Cantico è composto in tre blocchi: il primo, di lode; il secondo, sul perdono; il terzo, sulla morte. Il primo è «visivo e scritto nella tribolazione di chi non poteva vedere: quindi in esso egli loda ciò che ricorda, ciò che non può più vedere». Ma anche il perdono richiama una sua «tribolazione», quella di venire a conoscenza dello «scontro violento tra il Vescovo e il Podestà di Assisi: la tribolazione stava non solo nel litigio, nella mancanza di perdono ma anche nel fatto che nessuno interveniva per riconciliarli. Questa seconda parte aiuterà la riconciliazione tra i due potenti». E poi vi è la lassa della sorella morte: «Francesco si identifica a tal punto col Cantico da metterci anche la propria morte», ha spiegato il relatore. Francesco – ha proseguito Stefani – conosceva i Salmi non perché possedesse una Bibbia (ai tempi era molto difficile averla) ma perché aveva un breviario, oltre ai Vangeli: «il suo Cantico ricorda il Salmo 148 nell’invito alle creature a lodare il Signore». La lode è quindi «linguaggio umano che non esprime solo sé stesso ma si allarga a tutte le creature». Ma rispetto al modello biblico, il Cantico ha anche differenze, quattro in particolare: «in esso non sono presenti gli angeli, perché vuole radicarsi nella materialità, forse per rispondere ai grandi avversari di questo Cantico, cioè i catari»; «vi è l’espressione “mio”»; «le creature sono indicate come “fratello” e “sorella”: l’universo è quindi un grande convento, un “convenire”. Siamo tutti fratelli e sorelle perché siamo tutti creature, abbiamo lo stesso Padre».Infine, «nel Cantico Francesco non nomina gli animali».

Ma sul “fratello” e “sorella” vi sono «due complicazioni»: una celeste, per cui nel Cantico «il sole è mio fratello ma anche “mio signore”, cioè simbolo di Dio. Il sole è luce, testimonianza dell’azione diretta del Signore». E poi c’è una complicazione riguardante la terra, «che è a un tempo madre e sorella» e vi è l’anomala presenza «dei fiori – oltre che dei frutti -, quindi anche della bellezza, della gratuità».

Infine, la lassa finale, quella dedicata alla morte, anzi alle “morti”: quella corporale, «che è sorella quindi creatura»; e la «seconda morte», che invece «si può evitare facendo la volontà di Dio». «Questo Cantico – quindi – che ha così tanto di materiale, finisce con l’invisibile, con una realtà oltre la morte».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

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Caino e Abele tra sangue e peccato, vendetta e perdono

17 Gen

Conferenza di Piero Stefani lo scorso 13 gennaio in Biblioteca Ariostea a Ferrara: «la fratellanza qui si intende come luogo della responsabilità, del prendersi cura»

Un’oscura forza esterna che fa scorrere sangue fraterno, sangue di uomo per la prima volta nella storia dell’umanità. È il racconto di Caino e Abele, oggetto di un’interessante e originale conferenza dal titolo “Caino e Abele nella Bibbia e nel Corano”, ideata e tenuta dal biblista ferrarese Piero Stefani la mattina del 13 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. 

L’incontro, a cura di “Biblia” (Associazione laica di cultura biblica di Firenze di cui Stefani, studioso dei rapporti tra ebraismo, cristianesimo e islam, è presidente), Istituto Gramsci e Gruppo SAE di Ferrara, può essere rivisto anche sul canale You Tube “Archibiblio web”.

NELLA BIBBIA

«Abele è il primo umano che sperimenta la finitezza, la morte, non solo nel senso di mortale ma di uccidibile», ha spiegato Stefani analizzando il capitolo 4 di Genesi. «Dal punto di vista etico, l’uccisione di Abele da parte di Caino sta a significare che ogni omicidio è un fratricidio, per la comunanza fra le creature. Dal punto di vista dell’antropologia culturale, invece, emerge la reciproca sottrazione tra le due figure, in quanto una, Caino, agricoltore, è sedentario e custodisce, mentre l’altra, Abele, in quanto pastore è mobile e “invadente”».

Inoltre, è in questo capitolo che «per la prima volta nella Bibbia appare il termine peccato» («il peccato è accovacciato alla tua porta», Gen 4,7). E appare in riferimento a Caino. In questo senso, quindi, per Stefani, «il peccato non significa una trasgressione della legge ma una forza che dall’esterno rispetto al soggetto lo spinge a compiere un’azione violenta, lo minaccia costringendolo a resistervi».

Questa minaccia porterà, dunque, Caino a compiere il noto fratricidio: Stefani ha quindi proseguito spiegando come in questo capitolo di Genesi il termine “fratello” ricorra sette volte e sempre in riferimento a Caino. «La fratellanza qui si intende come luogo della responsabilità, si manifesta cioè nell’atto di prendersi cura dell’altro» («Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?»). Il non prendersi cura, inoltre, non porta solo all’omicidio ma, in relazione al concetto di sangue, «all’eliminare la potenziale discendenza della vittima».

E un’ulteriore conseguenza di questo atto, oltre all’uccisione in sé – ha proseguito Stefani – sta anche «nel disperare dopo, come fa Caino, di ottenere perdono» («Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!», grida).

NEL CORANO

Di Caino e Abele si narra anche nel testo sacro dell’Islam, per la precisione nella sura V dal titolo “La tavola imbandita”.

«A differenza della Bibbia – ha proseguito il relatore -, qui Abele parla, cerca cioè di contrapporre alla violenza fisica del fratello la parola, anche se inutilmente. Non risponde, quindi, alla violenza con la violenza ma si appella al giudizio, alla punizione di Dio».Un concetto, questo, particolarmente valorizzato da certi pensatori – molto minoritari – della nonviolenza islamica, fra cui Jawdat Said, autore di “Vie islamiche alla nonviolenza”.

NELL’ICONOGRAFIA

Dopo i due testi, Stefani ha deciso di concludere la propria riflessione analizzando due opere artistiche raffiguranti le vicende legate a Caino e Abele.

La prima, presente nello “scalone dei morti” della Sacra di San Michele a Sant’Ambrogio di Torino, è un capitello raffigurante Caino che sta per uccidere il fratello: «in questa raffigurazione – ha spiegato Stefani -, il bastone di Caino non tocca la testa di Caino, forse a voler simboleggiare un’uccisione potenziale, quell’ultimo decisivo istante in cui ci si può arrestare, in cui la violenza può non essere compiuta». 

La seconda immagine scelta è quella della lastra “Morte di Caino” realizzata da Wiligelmo nel XII secolo e conservata nel Duomo di Modena: «qui – sono ancora parole del relatore – si riprende un’interpretazione secondo cui Caino sarà vendicato alla settima generazione. La logica della vendetta non viene quindi del tutto espunta, ma solo rimandata, dalla tradizione cristiana». 

Ma parole di speranza sono state pronunciate da don Andrea Zerbini nel suo intervento introduttivo alla relazione di Stefani: «in questa vicenda – ha detto – c’è sì la violenza ma anche il riaprire alla vita e all’alleanza creaturale di Caino. Insomma, c’è sempre un’alternativa alla violenza» (v. Gen 4, 17-26).

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 19 gennaio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Cristo condizione dell’umano: Enzo Cicero a Ferrara

24 Apr

Dal dio astratto a una nuova cristologia: l’intervento di Enzo Cicero a Ferrara. Arrivare a Cristo tramite l’analogia, suprema struttura trascendentale di tutto ciò che riguarda l’umano

È ancora possibile oggi un discorso su Cristo partendo da basi filosofiche? È possibile, dunque, una cristologia filosofica? Una grande sfida a cui cerca di dare una prima risposta Vincenzo Cicero col suo libro “Sapienza muta. Dio e l’ontologia” (Morcelliana, 2023), presentato lo scorso 21 aprile nella sede dell’ISCO di Ferrara (vicolo S. Spirito, 11). L’incontro, organizzato da Istituto Gramsci e ISCO, ha visto l’autore dialogare con Piero Stefani. 

«Io sono colui che sono!», dice Dio a Mosè (Esodo 3, 14). Da qui è partito Stefani nella sua riflessione introduttiva:«come suggerisce anche Cicero nel suo libro, si è esaurita la possibilità di fare un’ontologia filosofica che abbia come primato questa “autopresentazione” di Dio. Ma non si è esaurito, invece, il versetto di Giovanni “E il Verbo si fece carne” (Gv 1, 14), che sarebbe più corretto tradurre con “La Parola [Logos] si fece carne”. Da questo versetto di Giovanni – ha proseguito Stefani – si può fare non un discorso su Dio ma su Cristo, è cristologia, da cui può partire quindi una cristologia filosofica».

«Filosoficamente parlando – è intervenuto dunque Cicero -, è Cristo la chiave ermeneutica dell’intera Bibbia. Ad essersi esaurito – ha proseguito – non è quel passo di Esodo ma la sua traduzione filosofica: hanno fallito le interpretazioni filosofiche di Dio, tutte o troppo astratte, astruse o troppo antropomorfe. È questo dio a essere morto». Da qui il tacere, il silenzio necessario della filosofia sulla deità. Ma andando oltre l’appercezione trascendentale kantiana, e mettendo in guardia dall’interpretazione errata di Esodo 3,14 («non si può usare l’io per Dio»), Cicero ha proposto l’uso dell’es tedesco, che non è né personale né impersonale, per dire Dio. L’autore suggerisce dunque la nozione di “inquanto” inteso nella sua struttura analogica, il medio analogico trascendentale, l’analogo, l’”in quanto tale”. «Ciò che non può essere posto in relazione ad altro, l’innominabile, la condizione stessa di ogni nominazione. Condizione che, dunque, si sottrae ad ogni nominazione». Appunto, ciò che non è né personale né impersonale. L’analogo, quindi, è «la suprema struttura trascendentale, la condizione trascendentale di ogni sentire, pensare, dire e immaginare dell’umano». Insomma, di ogni relazione. «È ciò mediante cui ogni cosa può essere sentita, pensata, detta e immaginata. L’analogo richiama quindi Cristo»: «tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 3). «Di tutto ciò, quindi, che anche può essere sentito, detto, pensato, immaginato. L’analogo è Cristo», ha concluso Cicero.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Sacramento e abbandono: Marina Salamon a Ferrara

3 Apr

La sera del 30 marzo a Casa Cini è intervenuta la nota imprenditrice. In dialogo con Piero Stefani e coi presenti, è emersa la  complessità di una vita tra fede, carriera e famiglia

di Andrea Musacci

Per don Lorenzo Milani era centrale l’aspetto sacramentale oppure quello caritatevole/pastorale? Era un esponente ante litteram della “Chiesa in uscita” o, semplicemente, un sacerdote della Chiesa pre Concilio Vaticano II, che cercava, ogni giorno, di incarnare il Vangelo?

Da questi dilemmi, escono, da decenni, accesi dibattiti. Uno di questi, si è svolto la sera del 30 marzo a Casa Cini, Ferrara, in occasione dell’ultimo incontro della Cattedra dei credenti organizzata dalla Scuola di teologia “L. Vincenzi” e coordinata da Piero Stefani. Proprio quest’ultimo ha dialogato con Marina Salamon, personalità eclettica del mondo imprenditoriale italiano, verve da ragazzina e forza da matriarca.

Anelli e catene: il dono, il denaro, la profezia

«Vengo da una famiglia borghese e non credente ma amante di don Milani, che diventava quindi un anello di congiunzione», ha esordito Salamon. Un anello, dunque, il primo che la tenne legata, per alcuni anni, alla Chiesa. Poi ne vennero altri, gli scout («ho avuto il grande dono di incontrare Dio attraverso lo scoutismo e S. Francesco d’Assisi»), Comunione e Liberazione, con quella Jeep comprata coi primi soldi guadagnati e donata a un amico ciellino missionario in Africa.

«La mia fede è un dono» ma ho passato parte della mia vita a sentirmi fuori posto, a essere considerata irregolare, per i figli che ho avuto fuori dal matrimonio e i miei due divorzi alle spalle». Quegli anelli, segno di profonda unione e di libertà, sono diventati catene da cui liberarsi. 

Marina inizia dunque la propria carriera imprenditoriale: da lì il successo, la ricchezza, la fama. Ma sempre senza diventarne schiava. Sì, perché le catene possono anche essere quelle del guadagno, della ricchezza e della sua ostentazione. «Da tanti anni faccio filantropia, ma solo da alcuni rifletto su come possa diventare metadone, cioè possa aiutare a tenere la propria coscienza a posto. Non amo la ricchezza che diventa simbolo del lusso, ostentazione», sono ancora sue parole. «Il denaro dovrebbe essere solo uno strumento e invece troppo spesso ho visto ricchi farsi del male perché non sapevano usarlo». Denaro che, «come ci insegna la Parabola dei talenti, non è davvero nostro», e quindi è da restituire e reinvestire.

Da qui, una riflessione sul mondo di oggi, dove ostentazione e speculazione dominano. «Il tema della finanziarizzazione è serio, grave, incombente, le disuguaglianze aumentano ma bisogna ancora tentare di creare nuove possibilità. Per questo, c’è bisogno di profezia, e di una profezia incarnata nel fare». Per Salamon, pensando anche alle lotte di queste settimane in Francia, «dobbiamo ridefinire l’impegno, l’utilità sociale e il senso del lavoro: perché lavoriamo? Per costruire quale società?». Il suo pensiero è quindi andato alla lettera che don Milani nel ’50 a San Donato a Calenzano scrisse a Pipetta, giovane comunista, suo “compagno” di battaglie, ma che ammonisce così: «Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”». È questa la profezia, il non sentirsi mai appagati, il «saper andare oltre», il sapere che c’è sempre Qualcosa che ci supera. 

Sempre capaci di rimetterci davanti a Dio

Questo suo bisogno – di don Milani, e di Salamon – di andare sempre oltre il presente, la concretezza così velocemente tramutabile in grettezza, è stato ripreso da Piero Stefani, che ha posto l’accento sulla «spiritualità “tridentina”» di don Milani, nella quale «centrali erano i sacramenti e un’idea del peccato molto forte».

Ai suoi ragazzi di Barbiana una volta disse: «Per me che l’ho accettata, questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica l’Espresso (settimanale laico di sinistra, ndr). L’assoluzione dei peccati me la dà un prete. Se uno vuole il perdono dai peccati si rivolge al più stupido, arretrato dei preti pur di averla. (…). In questa religione c’è fra le tante cose, importantissimo, fondamentale, il sacramento della confessione dei peccati. Per il quale, quasi per quello solo, sono cattolico. Per avere continuamente il perdono dei miei peccati. Averlo e darlo». Don Milani era quindi, per Stefani, «il rappresentante di un cattolicesimo che non c’è più».

«Sento spesso il bisogno di rimettermi davanti a Dio – ha risposto Salamon -, perché quando senti la spaccatura dentro di te fra intelligenza e libertà, logica e desiderio di bene, di ciò hai bisogno, e solo di ciò: per questo, don Milani amava la Confessione». Senza, però, «rifugiarsi nei sacramenti» ma vi aderiva per appartenere alla Chiesa, «altrimenti penso avrebbe spaccato tutto… . Non credo, quindi – ha proseguito Salamon – che la sacramentalizzazione fosse centrale in lui». E a maggior ragione oggi, i sacramenti sono ancora fondamentali ma «dobbiamo anche riscoprire il bisogno, di ognuno, di sentirsi accolto, di potersi fidare e abbandonare all’altro».

Un dialogo, con Stefani e col pubblico, conclusosi con la commozione di Marina Salamon. Lacrime di dolore, le sue, per la giovane nipote morta suicida, e per il ricordo dei sei figli perduti in gravidanza. Ma anche lacrime di riconoscenza, segno sacro. Come segni sono quelle piccole chiese gotiche di cui Marina è sempre alla ricerca, e quel Santuario parigino della Medaglia Miracolosa tante volte sfiorato e solo dopo tanto tempo davvero “visto”, come una rivelazione. Un luogo dove potersi abbandonare, dove vedere – col cuore – sacramento e carità uniti oltre ogni falsa separazione.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

Religioni e omosessualità: quale dialogo?

17 Gen

Incontro con la persona, nella verità e nella carità, e attenzione alla relazionalità: le parole di don Alessio Grossi

L’incontro con la persona, nella verità e nella carità, e la valorizzazione della sua dimensione relazionale. Da questo, non da altro, bisogna partire se si intende affrontare seriamente il delicato e complesso tema dell’omosessualità e della transessualità. 

Ed è questo l’approccio proposto da don Alessio Grossi, Direttore del Consultorio familiare “InConTra” della nostra Arcidiocesi, invitato a confrontarsi sulla questione lo scorso 13 gennaio al Centro Culturale Cappuccini di Argenta, per l’incontro “Dialogo: un ponte che unisce. È possibile un dialogo fra religioni e omosessualità?”. L’occasione è stata la – poco nota – “Giornata per il dialogo fra religioni e omosessualità”, in questo modo valorizzata dall’Assessorato organizzatore, quello per le politiche sociali.

La posizione di don Grossi si è posta ad un maggiore livello di profondità, non cadendo né in facili moralismi né in altrettanto pericolosi sentimentalismi. «In questi anni la Chiesa Cattolica – ha spiegato – sta vivendo un periodo di vitalità interna, con posizioni tra loro diverse e a volte contrastanti». Una posizione di chiusura e di mera condanna, ha proseguito, «spesso ha provocato molta sofferenza nelle persone omosessuali e nelle loro famiglie», trasformandosi in «vera e propria discriminazione, facendo sentire queste persone sbagliate». Un’esperienza, quella di don Grossi, diretta: «da psicanalista accompagno diverse persone o coppie omosessuali». Novità positiva, questa nella nostra Chiesa, che vive anche una «fioritura della ricerca teologica sul tema, e della pastorale». Il tutto con un unico grande fine: «il bene della persona e la ricerca della verità». Come riferimenti, don Grossi, oltre al testo “Che cos’è l’uomo” della Pontificia Commissione Biblica (dicembre 2019) ha citato “Amoris laetitia” di papa Francesco (in particolare il n. 250), nella quale «si riconosce la necessità di accogliere e accompagnare sia le famiglie con persone omosessuali sia le famiglie omosessuali», perché possano «vivere una vita veramente umana». Così, si ripensa la persona in un ambito relazionale (in quanto immagine e somiglianza di Dio): «gli atti non hanno un valore in sé ma dentro una dimensione relazionale», vale a dire «nella capacità di relazionarsi con l’altro, di non usarlo, nella capacità di progettazione e nella generatività». Anche le persone omosessuali, quindi, «sono capaci di amare e di una generatività diversa, in altre forme». Infine, don Grossi ha spiegato come a Ferrara ancora non esistano gruppi o associazioni cristiane di persone omosessuali o di genitori di persone omosessuali: ma in diverse parti d’Italia negli ultimi anni sono nate diverse realtà di questo tipo, centrate su un percorso condiviso di ricerca, preghiera e lettura della Parola.

Molto più liquidatorio l’approccio di Hassan Samid, Coordinatore del Centro culturale islamico di Ferrara: «l’omosessualità è peccato, quindi anche il matrimonio tra persone omosessuali non potrà mai essere riconosciuto nel mondo musulmano, perché nell’Islam il matrimonio è un contratto», non un sacramento, «importante per regolarizzare il rapporto sessuale. È tecnicamente impossibile, quindi, perché un peccato non si può regolarizzare». Per Samid alla base di certe idee vi è «un laicismo esasperato che considera ogni desiderio un diritto. Di questo passo si arriverà al poliamore». Non vi sono, quindi, per Samid, «i presupposti per un dialogo sull’omosessualità, perché le religioni non soddisfano ogni desiderio trasformandolo in diritto, ma al contrario, nell’Islam ogni aspetto della vita è regolato da dettami religiosi, dalla volontà di Dio». 

Un dibattito importante, quindi, questo svoltosi ad Argenta, e moderato da Piero Stefani. Dialogo che meriterebbe molte più occasioni, come ha auspicato Manuela Macario, presidente di Arcigay Ferrara, intervenuta anche per specificare come «la nostra associazione non fa differenze di credo religioso fra i propri iscritti», e per riflettere su quanto sia importante «il dialogo con persone omosessuali credenti che si pongono domande su come poter  vivere la loro fede». Insomma, è lo stile da modificare, perché un approccio sbagliato è anche quello che «a molti fa pensare l’omosessualità solo come comportamenti sessuali e non anche, e soprattutto, come dimensione sentimentale e relazionale». La tavola rotonda si è conclusa con gli interventi di Annalisa Felletti (Consigliera di parità della Provincia di Ferrara) e Walter Nania (Coordinatore Cidas Servizio Sistema Accoglienza Integrazione – Comune di Argenta).

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 gennaio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Cristiani e musulmani, «ragioniamo insieme anche su ciò che ci divide»

22 Nov

Proficuo incontro il 20 novembre tra Piero Stefani e Hassan Samid

La conoscenza reciproca tra le religioni non può avvenire solo cercando, spesso a tutti i costi, punti di convergenza, ma anche ragionando e confrontandosi assieme su ciò che divide.

Sulle differenze e l’importanza di non sottovalutarle, si è trovato – “paradossalmente” – un accordo nel corso del confronto pubblico svoltosi il 20 novembre tra Piero Stefani, biblista e scrittore, e Hassan Samid, Presidente del Centro di Cultura islamica di Ferrara.L’appuntamento pomeridiano – il terzo in memoria del giornalista trentino Piergiorgio Cattani -, organizzato in collaborazione con l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, riguardava la presentazione del libro di Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro che ha visto un’ottima partecipazione di pubblico nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana.

Marcello Panzanini, Direttore del sopracitato Ufficio diocesano, ha introdotto ricordando lo storico incontro tra San Francesco e il Sultano del 1219: «grazie al dialogo e alla conoscenza – ha riflettuto -, hanno compreso che dall’altro si può imparare qualcosa. Solo col vero ascolto si possono avere frutti di pace».Dopo il ricordo di Cattani da parte di Stefani, Samid ha preso la parola. «Il Corano – ha riflettuto – è un libro al servizio del dialogo interreligioso, ma è utile anche per il dialogo coi non credenti. Spesso sbagliamo quando cerchiamo di trovare solo ciò che ci accomuna», ha proseguito. «È importante, invece, anche ragionare insieme su ciò che ci divide, ad esempio su chi è per noi Dio. Sarebbe una forma di dialogo più matura».

Sempre confrontandosi con Stefani, e sollecitato da alcune domande di donne presenti fra il pubblico, Samid ha poi spiegato come  nel Corano – «che per noi musulmani è incontestabile» ed è «l’unico libro tra quelli sacri rimasto intatto per com’è stato rivelato» -, «quando si parla di avvicinarsi agli altri popoli del Libro (ebrei e cristiani, ndr) il più delle volte vi siano situazioni di conflitto. Oggi, invece, siamo ben oltre il dialogo: siamo conviventi».

Alcune riflessioni di Samid hanno riguardato poi, ad esempio, l’importanza, quando si parla di Islam, di non trattare solo questioni concrete, “terrene” (il velo, i diritti ecc.) ma anche – com’è nel libro di Stefani – temi riguardanti la trascendenza, l’Aldilà, i concetti di bene e di male, il giorno del Giudizio. Ma riguardo a temi più “terreni”, Samid ha chiarito ad esempio come nel testo coranico «vi siano indicazioni sulla vita di tutti i giorni, ma non così dettagliate – a suo dire – da potersi applicare a tutte le epoche». O riguardo al tanto discusso termine “jihad”, ha spiegato con chiarezza come nel Corano venga usato «sia per indicare lo sforzo personale nella fede sia la guerra per difendere la fede stessa, anche quando non si tratta di autodifesa».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 novembre 2021

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(Foto, da sx Samid, Stefani, Panzanini)

Libertà umana e misericordia divina contro il vuoto della sofferenza e della morte

8 Nov
Vito Mancuso

L’intervento di Vito Mancuso il 6 novembre a Santa Francesca Romana in occasione della donazione al Cedoc della biblioteca di Piergiorgio Cattani, «immobile ma rapido» nel suo “sì” alla vita

Sabato 6 novembre si è svolta l’inaugurazione del lascito librario di Piergiorgio Cattani alla Biblioteca Cedoc di Ferrara, nel primo anno dalla sua morte. Sono circa 700 i volumi che Cattani, giornalista e intellettuale trentino scomparso lo scorso novembre a 44 anni, donò all’amico Piero Stefani, che a sua volta ha regalato alla Biblioteca diretta da don Andrea Zerbini. Si è trattato del secondo dei tre incontri organizzati dal Sae di Ferrara in memoria di Cattani, dopo il primo tenutosi il 16 ottobre.

“Niente sta scritto. Libertà e limiti della condizione umana” il titolo dell’iniziativa che nel salone parrocchiale di Santa Francesca Romana in via XX settembre ha visto l’intervento del filosofo e teologo Vito Mancuso e la proiezione di parti del documentario “Niente sta scritto” di Marco Zuin dedicato a Cattani e a Martina Caironi. Ultimo appuntamento sabato 20 novembre alle 16, in collaborazione con l’Ufficio per l’ecumenismo diocesano, quando verrà presentato il libro di Piero Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro, alla presenza dell’autore, con introduzione di Marcello Panzanini (Ufficio diocesano Ecumenismo), e intervento di Hassan Samid, Presidente Centro di Cultura islamica di Ferrara.

“Immobile ma rapido” si definiva Cattani, affetto da distrofia muscolare di Duchenne, malattia invalidante e progressiva, ricordato da Stefani nella sua personalità spesso non facile ma che gli permise di essere fino all’ultimo attivo nei suoi molteplici progetti culturali e politici.

Vito Mancuso nel proprio intervento ha riflettuto sulla ricerca del senso nella sofferenza, che Cattani nella propria condizione ha rappresentato in maniera così radicale. «In una società come quella di oggi in cui tutti dicono “sì”, Cattani ha saputo dire tanti “no”. Questo è segno di profonda intelligenza, cioè della capacità di saper vedere a fondo le cose. Tanto più si è intelligenti, quindi tanto più si vede e si comprende, quanto più si soffre, è inevitabile». E la sofferenza per Mancuso «può portare a una ribellione, a dire “no” alla vita». Ma Cattani, invece, nonostante tutto, «ha saputo, fino alla fine, dire il suo “sì”», e in maniera per nulla retorica, anzi spesso pungente e incisiva.

«La religione – ha proseguito Mancuso – è il grande “sì” alla vita, al senso della vita», mentre la modernità nel suo sviluppo, abbandonando la fede, «non ha trovato un “sì”», una positività «altrettanto grande», non ha saputo cioè «rispondere alle grandi domande dell’esistenza», compresa quella sul senso della sofferenza e della morte. «Anche oggi ci si affida solo ai sentimenti per spiegare la volontà di bene verso l’altro», proprio perché «manca un fondamento vero come la religione».

Questo, per Mancuso, non elimina la dura ma necessaria consapevolezza che «il dolore non sempre porta a qualcosa di bene e spesso, quando ciò avviene, avviene a un prezzo esagerato. Tanti sono i casi in cui la sofferenza non porta bellezza», in cui le persone che la vivono «vengono da essa scarnificate, arrivano alla rassegnazione, alla disperazione, al suicidio».Citando anche il proprio libro del 2002, “Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio”, Mancuso ha riflettuto come nella vita esistano «zone grigie, vuoti che non possiamo spiegare. Il potere ha invece sempre cercato di riempire, di dominare questo vuoto, questo inevitabile horror vacui». E invece – citando il titolo dell’incontro – «niente sta scritto: in parte è vero, non tutto è già definito, già deciso, altrimenti saremmo solo burattini». Tentando di riflettere sull’eterna diatriba tra Grazia divina e libertà umana, Mancuso ha spiegato come «la libertà non è qualcosa che si dà in natura ma che l’essere umano può e deve conquistare, perché la sua condizione iniziale è quella dell’uomo nella caverna», per usare la nota immagine di Platone. «Io non sono il creatore delle condizioni attraverso cui la mia libertà si può sviluppare, ma sono il creatore del contenuto della mia libertà». L’“immobile ma rapido” di Cattani, secondo Mancuso «richiama la contraddizione insita nella condizione dell’uomo».

E Cattani quello spazio bianco di libertà da creare, da scrivere, l’ha affrontato sempre, con grande coraggio. In una lettera indirizzata agli amici, con parole commoventi mostrava ancora una volta, ben oltre la vita terrena, questa sua consapevolezza sul fondamento ultimo della libertà umana: la morte, scriveva, «non è un precipitare nel nulla, perché il nucleo della mia esistenza sopravvive, salvato dalla misericordia di Dio, saldo nell’alleanza con il Dio vivente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021

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