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A confronto sul santo precursore dei pubblicitari

18 Mar

Il 21 marzo a Casa Romei Claudio Gualandi e Andrea Sardo parleranno di San Bernardino da Siena e di grafica digitale

3398_d25a9abb2842dedef7ca93347ecb3289Il primo pubblicitario? E’ un frate francescano vissuto tra il 1380 e il 1444, che, ideando un “marchio” religioso, ha dimostrato capacità di sintesi comunicative da far invidia ai grafici di oggi. Su questo interessante legame tra antico e contemporaneo verterà l’incontro dal titolo “Da san Bernardino da Siena alla grafica digitale: sei secoli di evoluzione”, in programma giovedì 21 marzo alle ore 17 nel Museo di Casa Romei a Ferrara (via Savonarola, 30).
Relatori saranno il grafico e illustratore Claudio Gualandi e Andrea Sardo, Direttore di Casa Romei. L’incontro è legato all’esposizione “Romei e gli altri. Scene di vita ferrarese nelle illustrazioni di Claudio Gualandi” esposta nel Museo di via Savonarola fino al prossimo 24 marzo.
Ma qual è il “logo” ideato da San Bernardino da Siena, che gli è valso, nel ’56, il titolo di patrono dei pubblicitari italiani e nel ’62 di quelli francesi? Si tratta del celebre trigramma IHS che campeggia su una delle facciate esterne di Casa Romei, sul rosone centrale della chiesa di Santo Stefano e in tanti altri edifici di Ferrara, di Italia e non solo.
Si tratta di un sole raggiante con al centro il trigramma, ovvero le prime tre del nome Gesù in greco, su campo azzurro. Il sole rappresenta Cristo, mentre i raggi sono dodici (come gli Apostoli) serpeggianti e otto (come le Beatitudini) diretti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 18 marzo 2019

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Luoghi e non-luoghi dove immaginare il futuro

18 Mar

Torna il festival fotografico “Riaperture”, che dischiude luoghi abbandonati di Ferrara. Per l’occasione verrà riaperta anche la Caserma di via Cisterna del Follo e la “Cavallerizza” di via Scandiana. Già visibile la mostra “sospesa” lungo via Mazzini, denuncia delle “new towns” aquilane

cocco2Cogliere le essenze del reale per dischiudere orizzonti. Abitare luoghi abbandonati, disvelandoli attraverso la fotografia, ridonando loro senso, nuova bellezza. E’ questa, fin dalla prima edizione, la filosofia che orienta gli ideatori del Riaperture Photofestival, diretto da Giacomo Brini, che torna quest’anno (dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile) scegliendo come filo rosso il tema del “Futuro”. Una delle novità è la “riapertura”, per l’occasione, della grande area, abbandonata dal 1997, comprendente su via Cisterna del Follo la Caserma “Pozzuolo del Friuli” e, su via Scandiana, la “Cavallerizza”, il grande capannone in stile Liberty un tempo deposito di veicoli, viveri, armi e munizioni della vicina Caserma. Di quest’ultima verrà utilizzato il piano terra per la biglietteria (l’altra sarà a Grisù), il cortile per ospitare una delle mostre, e il percorso che conduce alla stessa “Cavallerizza”. Un progetto, quello di “Riaperture”, che ogni anno aiuta a riflettere innanzitutto sulla questione della rigenerazione degli spazi urbani, di come potersene riappropriare per farli tornare luoghi vivi e creativi di socialità. Un festival, questo, che intende dunque scardinare portoni chiusi attraverso i chiavistelli dell’arte, e “paradossalmente” inaugurato con una mostra en plein air, “Displacement”, bi-personale con foto e testi rispettivamente di Giovanni Cocco e Caterina Serra, esposta lungo via Mazzini a Ferrara dal 16 marzo al 28 aprile, con il sostegno di Comune di Ferrara, Commercianti di via Mazzini, Coop Alleanza 3.0 e IBS+Libraccio, libreria che nel pomeriggio di sabato 16 ne ha ospitato la presentazione, moderata da Eugenio Ciccone e con l’intervento dello stesso Brini. La mostra – che costringe i passanti ad alzare lo sguardo (metaforicamente, il senso primo dell’arte), guardando con occhi nuovi una via ai più molto familiare – racconta attraverso corpi e luoghi il senso di spaesamento che da anni vivono i tanti abitanti de L’Aquila, costretti da una gigantesca operazione speculativa a vivere in una sorta di “non luogo”, quelle 19 “new town” costruite fuori dalla città storica. “Cittadini – ha spiegato Giovanni Cocco – che hanno perso la loro città, e quest’ultima, perdendoli, ha perso la propria anima”. Riguardo al progetto, nato nel 2013, “con gli aquilani fotografati abbiamo instaurato prima un rapporto personale, fatto di tanti pranzi e cene insieme, di dialoghi e confronti. Siamo stati a L’Aquila, in diversi momenti, tra il 2014 e il 2015”. “Abbiamo trovato una città buia, deserta, abbandonata” – ha spiegato invece Caterina Serra – e, parallelamente, fuori dalla stessa, “queste new town, spazi senza memoria, appartenenza, luoghi privi di segni del proprio vissuto, dove le persone possano riconoscersi ed esprimersi, dove le identità scompaiono a vantaggio di una crescente omologazione”. Citando il filosofo Mark Fisher e le sue riflessioni sulla depressione di massa tipica delle società neoliberiste, la scrittrice ha denunciato come questo progetto di sradicamento di migliaia di persone “spostate” in queste città fantasma – dove vi sono ben quattro nuovi centri commerciali, iniziati a costruire fin subito dopo il sisma – non a caso abbia portato a un aumento significativo del consumo di antidepressivi e di alcool. Oltre alla Caserma e a Via Mazzini, gli altri luoghi del festival saranno Factory Grisù (ex Caserma Vigili del Fuoco), Palazzo Prosperi Sacrati, Palazzo Massari, Salumaia dell’Hotel Duchessa Isabella e il Negozio di via Garibaldi 3. Questi invece i nomi dei fotografi protagonisti: oltre a Cocco, Gianni Berengo Gardin (che a Factory Grisù in via Poledrelli 21 porta “Venezia e le Grandi Navi”), Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher. Infine, diversi saranno anche gli workshop ai quali potersi iscrivere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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(foto Giovanni Cocco)

“L’ingegno di Eva” in mostra a Fabula

7 Mar

3398_b09f404a4fe16a958f4a66b7c616fa3aIl genio artistico delle donne protagonista nella nostra città. Venerdì 8 marzo alle 18 inaugura la nuova collettiva nella galleria “Fabula Fine Art” di via del Podestà, 11. “L’ingegno di Eva” è il nome del progetto curato da Lucio Scardino che vede esposte opere di dieci donne dal 1912 fino al 2019: Giovanna Baruffaldi, Adriana Bisi Fabbri, Nedda Bonini, Maria Chailly, Leonor Fini, Laura Govoni, Beryl Hight, Mimì Quilici Buzzacchi, Ada Santini, Priscilla Sclavi.

Scardino, da cosa sono accomunate queste dieci donne?
Dall’abilità nel fare arte, nell’arco di un secolo, usando le tecniche più disparate, dal disegno all’arazzo, dall’olio all’installazione plastica.

Il loro essere artiste in che modo rappresenta la volontà di autodeterminazione femminile?
Ad esempio neò rapporto con i mariti, spesso critici d’arte, come Giannetto Bisi, Nello Quilici o Andreotti che ne hanno seguito e condiviso le ricerche.
Poi, ad esempio, c’è il caso della zitella Chailly, la quale si sentiva un po’ soffocata a Ferrara, e andava a insegnare disegno in un istituto religioso del Cairo…

Questa mostra rappresenta un pezzo di storia delle donne nel ‘900, fino ad oggi?
Sì, certamente, partendo dalla grafica caricaturale di Adriana Bisi Fabbri di un secolo fa, in linea con le ricerche del grande cugino Umberto Boccioni, per giungere alle installazioni del 2018 della Govoni.

Ferrara è terra prediletta del genio artistico femminile?
Sì è no… Ferrara è stata epicentro d’arte, ma alcune di queste artiste hanno preferito trasferirsi a Milano (Bisi) o a Roma (Quilici) o vi sono semplicemente transitate (Leonor Fini), o ancora, hanno scelto di insegnare in altri luoghi, come la Bonini.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 7 marzo 2019

Quando Boldini vestiva un’intera epoca

18 Feb

Civettuole ed esili sono le donne raffigurate dal pittore ferrarese, in mostra fino al 2 giugno a Palazzo dei Diamanti: figure inquiete e impettite, in un grande progetto espositivo che omaggia lo splendore della moda

boldiniNon arte e moda ma la moda in quanto arte, immagine di un’epoca a cavallo di due secoli, nella fanciullezza della modernità, quando nobiltà e alta borghesia si affiancano – convivendo – l’un altra, sempre tese – tra ozio e bellezza, vizio ed edonismo – nella ricerca di una perfezione.
C’è questo e molto altro nel nuovo progetto espositivo di Palazzo dei Diamanti, “Boldini e la moda”, inaugurato lo scorso 15 febbraio e visitabile fino al prossimo 2 giugno. La mostra è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna – Museo Giovanni Boldini di Ferrara, e a cura di Barbara Guidi (che diversi anni fa ha studiato le lettere del pittore custodite nel Museo di Ferrara a lui dedicato, studio sfociato in una tesi di dottorato e in una pubblicazione da parte di Ferrara Arte Editore) con la collaborazione di Virginia Hill. Un percorso affascinante nella femminilità (ma non solo, anche nella distaccata e oziosa signorilità maschile dell’epoca), composto da quasi centrotrenta opere e che riunisce dipinti, disegni e incisioni di Boldini e dei colleghi Degas, Manet, Sargent, Seurat, Blanche ed Helleu ad un’accurata selezione di abiti d’epoca, libri e accessori preziosi.
“Affermatosi nella Parigi tra Otto e Novecento – scrivono i curatori -, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il suo talentuoso pennello ha consegnato alla posterità le immagini dei protagonisti di quell’epoca mitica – da Robert de Montesquiou a Cléo de Mérode alla marchesa Casati – concorrendo a fare di loro delle vere e proprie icone glamour”.
Si passa così, nel percorso espositivo, dal nero, simbolo di eleganza, mistero e lutto, a tinte più chiare e più dolci, al bianco e al rosa. A svettare dalle pareti sono le ormai note, ma mai banali, muse del Boldini, esili e slanciate figure femminili dai visi scarni ma vivi, furbi e ammalianti, sempre distintamente tesi in una sottile provocazione (“lei regala il desiderio di lentamente morire sotto il suo sguardo” scriveva Baudelaire a metà ’800 in “Il desiderio di dipingere”). Le loro bocche piccole, rosse e sottili, o quegli incarnati dolcemente rosei, quasi infantili, non fungono da mero sfondo ai lussuosi e incantevoli abiti. I loro stessi sguardi magneticamente intelligenti, consapevolmente vivaci, sono gli sguardi di chi percepisce un’atmosfera, anzi di chi “veste” un’intera epoca, di una storia che muta e della quale pare già sentirsi protagonista, diva, icona. “Quegli occhiolini sottili e terribili – scriveva ancora Baudelaire in “La camera doppia” -, li riconosco per la loro spaventosa malizia! Essi affascinano, soggiogano, divorano lo sguardo di chi li contempla imprudente”.
Fra questi corpi minuti e astuti – dove a tratti spuntano improvvisi sparuti sprazzi di rosso a dire una recondita passione – spicca come eccezione la “Signora in rosa sul divano” (1895 ca.), languida e morbida, abbandonata su una poltrona, tutt’altro che impettita ma anzi travolta, forse, dal sonno, e quasi sfumata nei contorni già inquieti dello stile tipico del pittore ferrarese. Uno stile, questo che lo renderà celebre, dinamico e nervoso ma che – non ci si stupisca – richiama, al di là delle apparenze, un movimento anche interiore, un’inquietudine, moto amplificato, per altri versi, nel cammino espositivo, dai numerosi specchi, fonte di spaesamento e di (ça va sans dire…) vanitoso sdoppiamento.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

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La magia di Difilippo in mostra al Carbone

28 Gen

difilippoNon un diario quotidiano, ma un grande libro delle memorie, una grande opera composta da diversi capitoli. Reperti e relitti del mare, della terra, dell’opera dell’uomo che sembrano cercare un’armonia, per contrasto, con foglie d’oro e d’argento, cristalli, fiori di ficus, di papiro, foglie di noci, di magnolie, di pannocchie di granoturco, di alberi tropicali o di zone marine. C’è questo e molto altro nel’l’immobile magia delle opere di Domenico Difilippo, esposte nella personale “Pagine e Memorie di un Racconto Intimo”, fino al 3 febbraio in parete alla Galleria del Carbone di Ferrara (in vicolo del Carbone, 18/a). Oggetti naturali e artificiali come sospesi, galleggianti sullo schermo della memoria. Non un diario, dicevamo, ma nemmeno una raccolta scientifica, un inventario da laboratorio. Non vi è il freddo classificare del collezionista, il fine non è ordinare in modo maniacale pezzi etichettati. Ciò che anima mani e cuore dell’artista è invece una forte affezione spirituale, la passione di chi conosce il peso specifico della memoria personale. Gli oggetti essicati, sbiaditi e arrugginiti sembrano contraddire questo immanente desiderio di perpetuità. Ma la singolarità di ogni frammento esposto – in un dialogo misterioso con l’icona “femminea”, marchio ormai inconfondibile dell’artista – rappresenta già di per sè un momento insostituibile dell’esistenza dello stesso, dunque un tentativo, attraverso l’arte, di renderlo eterno.

Andrea Musacci

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Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Matteo e Nicola Nannini in mostra a Ferrara

26 Gen

Una bi-personale famigliare è la nuova intuizione espositiva di Lucio Scardino per la galleria d’arte Fabula Fine Art di Ferrara. “Bottega di famiglia. Dipinti e grafiche di Nicola e Matteo Nannini” è il titolo della mostra esposta in via del Podestà, 11 dal 31 gennaio al 5 marzo.
Come scrive il curatore nel catalogo, “i fratelli Nannini: ultimi maestri di una tradizione figurativa, che però reinventano in chiave tutt’altro che accademica, frequentando musei e librerie, sale cinematografiche e laboratori ma immergendosi appieno nella vita quotidiana, nel paesaggio padano e veneto, nelle mestiche e nelle chine che rifiutano le elaborazioni computerizzate oggi tanto care a parecchi loro colleghi”.

nicola nannini

Nicola Nannini

Nicola Nannini, classe 1972, vive e lavora tra Cento e il Veneto. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, con il massimo di voti e la lode. E’ docente di pittura presso l’Accademia di Belle Arti “Cignaroli” di Verona. Ha allestito mostre personali lungo tutta la Penisola e all’estero (Ungheria, Olanda, Inghilterra) ed esposto in vari musei pubblici e fondazioni culturali.
Sempre per usare le parole di Scardino, “Nicola fer¬ma sulla tela il tempo ma non lo cristallizza in vacui formalismi para-fotografici, rende l’atmosfera vibrante dei piccoli paesi che attendono l’arrivo del treno per squarciare l’afa estiva, oppure le ore dell’alba, in cui stanno per giungere gli ambulanti che ne animeranno il mercato.”.

matteo nannini

Matteo Nannini

Matteo Nannini, invece, classe 1979, vive e lavora tra Sant’Agostino e Cento. Ha frequentato il Liceo Artistico “Arcangeli” di Bologna e si è diplomato con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Insegna presso la Scuola di Artigianato Artistico a Cento da quando aveva 20 anni.
Talentuoso quanto il fratello, Matteo ha esposto nell’ultimo ventennio in svariate personali, collettive, fiere d’arte ed eventi culturali in varie città della pianura padana, ma anche all’estero (da Budapest ad Am¬sterdam, da Londra a Shangai, da Rotterdam a L’Aia). Dal 2012 l’artista ha quindi cominciato a proporsi al pubblico quale illustratore e fumettista, con tavole e graphic novel di soggetto poliziesco e dal sapore fortemente ironico. Assai significativo in tal senso è il personaggio del detective J.W.Wiland, da lui creato e al quale ha già dedicato quattro volumi, da lui scritti e disegnati. Nel 2016 ha fondato la “Nannini Editore”, marchio editoriale e portale on line dedicato alla grafica, all’illustrazione e ai “comics”. A Fabula espone sensuali nudi femminili, senza però evitare di confrontarsi con il vedutismo. Infine, le amatissime tavole originali del detective J.W.Wiland.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 26 gennaio 2019

 

Potere o liberazione? Il ’68 e le sue contraddizioni

14 Gen

68.6Riflessioni a margine della mostra “Vogliamo tutto 1968-2018”, esposta fino al 20 gennaio a Ferrara grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca. Un racconto emblematico dell’essere umano, delle sue lotte e del suo cammino, partendo dal desiderio personale per arrivare al sogno di un mondo migliore

[Qui e qui le pagine con l’articolo]

“Vogliamo tutto”, la libertà e il potere, vogliamo desiderare di un desiderio grande e desiderare fino al rischio di perdere noi stessi. Sembravano dire questo i giovani che negli anni Sessanta hanno stravolto il secolo breve, invertendone la rotta, modificando per sempre il senso della storia, tanto in Occidente quanto in Oriente. Una mostra, esposta e presentata per la prima volta al Meeting di Rimini (che ne è anche l’ideatore e il realizzatore) nell’agosto del 2018, è visitabile nelle Grotte del Boldini di Ferrara fino al 20 gennaio grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca.

Tra Prometeo e Sisifo

Quando il desiderio viene liberato, tutto sembra possibile: finalmente, negli anni ’60, la persona riacquista una nuova centralità, dopo le sbornie dittatoriali, collettiviste, dopo il conformismo – positivo e negativo – dei partiti e dei sindacati di massa, nel mondo cattolico e in quello laico, dopo le adunate oceaniche e le truppe delle due ecatombi mondiali. Una volontà di essere soggetti che viene inglobata nell’universo mercificante del consumo. L’“io” viene illusoriamente posto al centro: ma è un “io” indistinto, a-personale, falso. Un “io” promesso a chiunque abbia sufficienti capacità economiche, che “torna al centro” proveniendo in molti casi dalla miseria, e dal conseguente anonimato. Il benessere del cosiddetto boom economico individua i soggetti più facili da attirare, i giovani, vale a dire coloro che meno rispetto agli adulti hanno vissuto la povertà e meno hanno introiettato retaggi e costumi tradizionali. E, soprattutto, sono coloro che hanno un futuro, sono dunque le potenziali basi sulle quali il potere può ricostruirsi, può investire a lungo termine. Ma i giovani, in positivo, sono anche coloro che possiedono una maggiore spinta creatrice, una speranza recondita, naturale, inevitabile per chi desidera che il domani sia migliore dell’oggi, che il futuro sia una promessa di gioia e non un incubo. “La modernità – si legge in uno dei pannelli esposti al Boldini – crea spazi di libertà e di affermazione personale, intercettando bisogni e introducendo nuovi desideri, che chiedono soddisfazione”. La liberazione del desiderio è dunque arma a doppio taglio:necessaria, insita nella natura dell’uomo, per non soffocarlo, per non anestetizzarlo, ma al tempo stesso orizzonte ignoto, rischio. La società “consumistica” fornisce una risposta al bisogno di affermazione dell’individuo, al suo desiderio. Ma è una risposta pericolosa, in quanto promette “una vita riempita di ‘cose’ ” – com’è scritto in mostra -, la sua è una finta razionalità. Questo tipo di società sottovaluta il rischio legato al possesso, la smania, per sua natura insaziabile, di accumulazione di beni. Al tempo stesso il consumismo crea anche un universo simbolico forte, prorompente, affascinante, e dà vita a un’illusione di comunità, quella dei consumatori, appunto, accomunati dal marchio, dall’esperienza (che si presenta sempre come la definitiva in termini di godimento e di soddisfazione). Una nebulosa di individui fra i quali non vi può essere vera relazione, vera condivisione. Ma questa illusione simbolica e d’appartenenza fa in modo che il consumo non crei solo cose, ma persone, dimostrando, comunque, di riconoscere che ciò che tende a ridurre a oggetto, oggetto non è. Celebre è la definizione di “consumismo” espressa negli anni Cinquanta dall’economista americano Victor Lebow, in un articolo intitolato “Price competition in 1955”: “La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo”. Infatti, scriveva Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione” del ’64, “in questa società l’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali”. “Abitudini, tradizioni e valori sono messi in discussione”, è scritto nell’esposizione, e “i beni superflui si sono trasformati in necessari”. Uno dei simboli di questo benessere e di questa, perlopiù illusoria, sensazione di appartenenza mai vista prima, è la televisione. Anche qui, il desiderio iniziale, di fondo, è positivo, naturale: il desiderio di conoscenza, il bisogno di sapere, di capire, antidoto alla paura dell’ignoto, desiderio istintivo di “controllo”, di superare il timore – atavico? – di essere esclusi, di finir relegati ai margini della società, della vita, della storia. “Vogliamo il pane ma anche le rose”, recitava uno slogan pronunciato da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista statunitense, nel 1912. Cosa c’è dunque di male in questo? Lo diceva anche Cristo (Mt 4, 1-4): «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». È l’essere umano, eterno Prometeo, che sempre più si ribella alla schiavitù dell’immobile dipendenza, entrando, però, nella dipendenza di un nuovo potere. Un nuovo potere che lo assoggetta in un circolo vizioso, trasformandolo, dunque, anche in un eterno Sisifo, che desidera, e desiderando si pone in movimento e in relazione, cerca soddisfazione, e la trova. Ma il desiderio rinasce sotto forme al tempo stesso sempre nuove e sempre identiche. E la relazione con l’altro, con l’Altro, si perde, evapora nel rapporto – non relazionale – con le cose e con quell’universo simbolico affascinante ma terribile, perché privo di volto, di storia. Promessa di libertà e al tempo stesso assurdità elevata a dovere, non affrontata ma vissuta, passivamente inalata (non più anelata). Com’è scritto nella mostra, “qual è la vera natura del desiderio? La ‘mancanza ad essere’ ”, che, appunto, il consumismo illude di soddisfare, incanalando pensieri, energie, sogni in un turbinio di simboli e cose che non fanno che scalfire appena la crosta del cuore umano.

“Ti fa rivoltare il cuore…”

“Siamo giovani […]. Abbiamo uno spirito sufficientemente libero per ribellarci ad ogni imposizione, per non venderci al conformismo in cambio della tranquillità e del quieto vivere. Sfuggiamo ad ogni compromesso come dal peggior nemico” (Rivista “Milano studenti”, 1958) Su questo terreno nasce la contestazione del ’68, da quei giovani stanchi di un mondo nel quale il fine ultimo deciso, anzi imposto, è quello del benessere, dell’opulenza, del narcisismo feroce e solitario, anti-comunitario, che è, certo, anche bellezza, ma al tempo stesso zavorra che impedisce un volo più grande. I giovani, è chiaro, si ribellano anche contro il mondo antico, fatto di autoritarismo, di comunità vissute come stantie e soffocanti, di regole viste come rigide, assurde, di sovrastrutture che occultano l’essenza del vivere, annacquandola. La rivoluzione tanto desiderata era già avvenuta, soprattutto nel linguaggio, nell’abbigliamento. I figli del mito americano, mentre lo vivono, lo mettono in discussione. I “prodotti” del mito si ribellano al padre e al suo presente già deciso, cercando un diverso equilibrio fra individuo e comunità, fra libertà e appartenenza, sognando un avvenire più vero, più umano, consci, almeno all’inizio, che l’unica strada stia nella ricerca continua. In questo, a tratti, la mostra si dimostra forse eccessivamente ingiusta nella critica che rivolge in particolare all’“avanguardia” degli studenti americani (Students for a Democratic Society), autori nei primi anni ’60 del Manifesto di Port Huron.

In generale, si cerca di sostituire i miti di plastica del consumo con miti in carne e ossa, seppur lontani, fra i quali “Che” Guevara, Mao Tse-Tung, Martin Luther King. Si cerca un’immedesimazione e al tempo stesso un sogno, quindi qualcosa che non finisca per appiattire sul già dato, sul presente, sul consueto. Anche qui, la questione si mostra ambivalente: da una parte vi è un desiderio collettivo di riconoscersi a livello globale, di dare carne e sangue al principio di fratellanza universale; dall’altra parte, vi è il rischio – molto concreto – che il modello diventi un nuovo idolo, un nuovo oggetto alienante. Una sintesi, dunque, che non si realizzerà mai pienamente. Ma il tentativo è stato fatto, ed è sincero, la sua radice è autentica.

Il convitato di pietra

Scuola e università sono tra i primi bersagli di quest’onda, di questa rivoluzione immaginata sotto l’effigie del “Che”. Si rivendica una pedagogia che sia – insieme – relazione, trasmissione e sviluppo della capacità di ragionamento. Come detto in modo simile per la tv, il desiderio di conoscenza, il scoprirsi essere “intelligenti” significa pensarsi ed essere pensati come persone, non come meri ricettori passivi. “Cercarsi un fine”, scriveva don Lorenzo Milani nella Lettera a una professoressa. “Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo”. Al contrario, scrive ancora il sacerdote di Barbiana, la scuola “non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Ed essere persona significa anche, nella libertà e nella creatività, nel genio irripetibile di ognuno, coniugare corpo e anima, spirito e materia, teoria e prassi. Non solo scuola e università, ma l’intero convitato di pietra delle istituzioni – Stato, partito, Chiesa, sindacato, famiglia – incombe, viene evocato dai giovani per distruggerne la falsa sacralità. Sarà, in effetti, per queste strutture, l’inizio della fine, di un’agonia che, se non li ucciderà del tutto, di certo li sconvolgerà, “obbligandoli” a ripensarsi, a ridefinirsi. Anche nel mondo cattolico ci si interroga, sospinti e interpellati dal trambusto culturale e di costume di questi anni. La stessa appartenenza ecclesiale è messa in discussione, è dunque affrontata, “semplicemente” interpellata (anche se in realtà è tutt’altro che semplice), attraverso un atto di discernimento, personale e collettivo, per poter vedere meglio, dunque per meglio comprendere, individuando cosa trattenere e cosa non, sentendo “l’esigenza di tornare al nucleo essenziale del messaggio cristiano”.

Il lato oscuro

La speranza di un’intera generazione, nata dal desiderio, si trasformerà, però, anche in un “tentato suicidio”: dalle lotte per la pace, dalla genuinità e dalla gioia, parte del Movimento approderà alla violenza, a un nuovo conformismo, a nuove ideologie, a un nuovo odio. Chi, in cuor suo manifestava e lottava con nel cuore una brama di potere, di comando, chi ha lasciato che il desiderio si corrompesse in volontà di controllo degli altri a lui “prossimi”, e di annullamento dei “lontani”, “deviò” dallo spirito originario del ’68. “Se non si grida evviva la libertà umilmente / Non si grida evviva la libertà”, dice P. P. Pasolini ne “La rabbia”. “Se non si grida evviva la libertà ridendo / Non si grida evviva la libertà. / Se non si grida evviva la libertà con amore / Non si grida evviva la libertà. / Voi, figli dei figli gridate / con disprezzo, con rabbia, con odio evviva la libertà. / Perciò non gridate evviva la libertà. / Questo sappiate, figli dei figli. / Che gridate evviva la libertà con disprezzo, con rabbia, con odio”. E’, questo, dunque, il lato oscuro del ’68, presente ma non totalizzante, che non fa venir meno quelli positivi, sacrosanti, di liberazione del desiderio, di ricerca di una più autentica convivialità (nelle differenze). Un naturale diritto come quello di parola e di espressione integrale (non solo verbale) viene conquistato, con tutte le contraddizioni e gli errori che si porta dietro il cammino e la lotta. Ma è un risultato che non si può dare per scontato. La mostra non riconosce del tutto questa conquista fondamentale, non rende del tutto merito a questa proficua e vitale lotta contro l’autoritarismo, contro il “si è sempre fatto così” applicato a ogni ambito della vita, dal mondo educativo e culturale a quello ecclesiale, passando per quello politico, familiare, e così via. Ma soprattutto, il grande assente del progetto espositivo è, purtroppo, il movimento operaio (che, ricordiamo, vide fra i suoi protagonisti anche parte del laicato cattolico) con le sue fondamentali lotte intraprese soprattutto nel biennio ’68-’69.

“Non abbiamo bisogno del potere”

Così si intitola un pannello della mostra, ed è forse qui la chiave del ’68 originario: un processo che non abbia “fini” ai quali sacrificare ogni mezzo possibile, ma che comprenda che il potere non va conquistato ma disseminato ovunque, in ogni coscienza, in ogni corpo, in ogni cellula della società. Che si costruiscano un presente e un avvenire nei quali si ottengano i diritti che spettano a ognuno, senza che siano elargiti dall’alto. Una società, dunque, dove non ci sia più nessuno che possa “concedere” dall’alto a qualcun’altro in basso. E che non si sostituisca, nei posti di potere, i “cattivi” coi “buoni”, i “vecchi” coi “giovani”. “Ti troverai – scriveva Pasolini ne “La poesia della tradizione” rivolgendosi a quella gioventù – a usare l’autorità paterna in balia del potere / imparlabile che ti ha voluta contro il potere, / generazione sfortunata!”. Dal ’68 possiamo, quindi, salvare una concezione assembleare, fondata sulla corresponsabilità, sul discernimento come processo continuo, partecipato e non finalistico. Proprio nel ’68 moriva Aldo Capitini, padre italiano del movimento nonviolento, che nel suo ultimo scritto, “La forza dei piccoli gruppi”, datato 6 ottobre 1968, scriveva: il movimento nonviolento “distingue due fasi nel potere, e la prima è il potere senza governo, quel potere di tutti che in tanti modi può essere, attivamente e coordinatamente, rafforzato dai nonviolenti mediante l’incoraggiamento a prender posizione, a controllare, a collegarsi, a formare comunità, a sacrificarsi”.

“Si risponde camminando”

In uno degli ultimi pannelli della mostra vi è scritto: “L’intensa stagione del Sessantotto ha generato trasformazioni profonde. Il quadro che ne esce è in chiaroscuro. La società è più libera, ma è anche instabile e inquieta. I giovani sono ancora alla ricerca di punti di riferimento non alienanti, che non tradiscano il desiderio di autenticità e di pienezza”. Ci sentiamo di concordare, sapendo però che “l’ instabilità e l’inquietudine” sono necessarie, sono segno di vita, rivolta contro l’atarassia. È sempre preferibile l’essere (la ricerca del proprio modo di essere persona) al non-essere della passività, dell’accettazione di forme propinate come “oggettive” di essere uomo o donna, cittadino/a, cristiano/a, giovane, padre o madre. “Allo scetticismo – scriveva ancora Capitini nel ’68 – si risponde camminando”. La mostra si conclude con questo interrogativo essenziale: “come si fa a cambiare davvero il mondo? E come si fa a vivere insieme e a condividere il destino comune? Ad ogni generazione si ripropone l’alternativa: prendere sul serio tali domande, oppure liquidarle magari con qualche risposta troppo facile, per sentirsi assolti dal compito di individuare la strada che ci permetta di avere una vita più piena e di contribuire alla costruzione di un mondo migliore”. Perché, come scrisse Capitini nel sopracitato scritto, “deve diventare assurdo che ci sia un escluso, un mancante, un misero”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019