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Carbone, da 20 anni molto più di una Galleria

13 Gen

In via del Carbone a Ferrara a inizio del 2000 nasceva lo spazio artistico-culturale diretto, sempre con “coraggio” e “continuità”, da Paolo Volta e Lucia Boni: li abbiamo incontrati per farci raccontare gli esordi e per riflettere sul senso del Carbone in questi anni ’20 appena iniziati: “cerchiamo di proporre pensieri e sguardi differenti e di dare spazio ai giovani”

artisti dic 2019A cura di Andrea Musacci

Da una storia d’amore sbocciata circa 50 anni fa è nata e continua a vivere una delle roccaforti dell’arte e della cultura estensi, un punto di riferimento per chi pensa che la creatività e il pensiero possano vivere soprattutto e innanzitutto nella relazione concreta e diretta fra le persone.
Parliamo della Galleria del Carbone, fondata e diretta dai coniugi Paolo Volta e Lucia Boni, e che proprio in questo periodo festeggia i suoi primi 20 anni di vita, trascorsi nella sede di via del Carbone 18, di fronte alla Chiesa di San Giacomo, ora sala 4 del Cinema Apollo. Ma gli albori del progetto risalgono al ’97, quando nasce l’ “Accademia d’Arte – Città di Ferrara”, fondata da nove persone: oltre a Volta e Boni, Isabella Guidi, Gianni Vallieri, Paola Braglia Scarpa, Rita Confortini, Tiziana Davì, Giuliana Magri e Giacomo Savioli. La Galleria – un vero e proprio spazio culturale a 360° – ha ospitato centinaia di eventi, soprattutto mostre (nell’ordine di una al mese) ma anche esibizioni musicali, presentazioni letterarie, letture dal vivo e altro ancora. Attualmente, fino al 26 gennaio, ospita la mini-collettiva “La camminata come opera d’arte” di quattro artiste – Chiara Bettella, Elisabetta Marchetti, Cristina Squarzoni e Beatrice Vaccari – allieve dell’atelier di Ketty Tagliatti.
Tante le personalità intervenute dal 2000 al Carbone, fra cui Franco Farina, Vittorio Sgarbi, Roberto Roda, Carlo Bassi, Giorgio Chiappini, Daniele Lugli (il Carbone è anche “sede” del Movimento Nonviolento di Ferrara), Marco Bertozzi, Franco Basile, o critici come Gianni Cerioli, Lucio Scardino, Michele Govoni, Maria Livia Brunelli, Massimo Marchetti, musicisti come Emmanuela Susca e Roberto Manuzzi.
Come dicevamo, tutto inizia 50 anni fa, quando nel ’69 Paolo e Lucia, dopo aver frequentato il Dosso Dossi, si iscrivono lo stesso giorno all’Accademia di Belle Arti di Bologna (Paolo a pittura, Lucia a scultura). Nel ’72 si fidanzano e nel ’76 si sposano. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questo pezzo ventennale della storia di Ferrara.

Nel 2000 in che momento delle vostre vite nasce questo progetto?
Io, Paolo, lavoravo già nel mio studio Techno srl, di progettazione architettonica, dove ancora lavoro.
Io, Lucia, invece, lavoravo nel Laboratorio delle Arti del Comune di Ferrara, e da alcuni anni sono in pensione.

Perché, insieme ad altri, avete sentito il bisogno di aprire uno spazio come il Carbone?
Dar vita alla Galleria ci ha permesso un maggior contatto con gli artisti, di avere con loro scambi diretti e molto fertili. La Galleria è nata anche grazie all’opportunità “fortuita” di poter avere in affitto quella che è ancora la sede qui in via del Carbone. Purtroppo, però, non tutti i soci fondatori dell’Accademia accettarono di farla nascere, all’inizio ci fu una “diaspora”, ma noi due, insieme ad altri, andammo avanti con coraggio.

Vent’anni fa la città come rispose a questa vostra proposta? E in questi anni com’è cambiato il vostro rapporto con Ferrara?
Diciamo che coraggiosa fu anche la partecipazione degli artisti, fin da subito, e ci fu interesse da parte dei giornali locali e dei critici d’arte. Mettemmo in atto una capillare distribuzione degli inviti e facemmo fin da subito un’intensa pubblicità alle mostre e alle nostre attività: un lavoro per tutta la città, distribuendo a mano i volantini. Negli anni l’interesse è rimasto ma al tempo stesso è sopravvenuta anche una certa abitudinarietà e una certa fatica. Ma andiamo avanti, e sempre – ci teniamo a dirlo – senza pressioni esterne di alcun tipo. Fino alla morte di don Franco Patruno, per esempio, avevamo con lui un rapporto amicale e di collaborazione, una comune visione artistico-culturale, non, come qualcuno insinuava, di “dipendenza” dalle sue scelte. Avevamo, ad esempio, buoni rapporti anche con Franco Farina o con l’ex Assessore all’Istruzione Mantovani. L’Amministrazione Comunale ci ha sempre sostenuto con il patrocinio gratuito, cioè non finanziandoci mai (a parte in un’occasione).

Nella Ferrara del 2020 che senso ha uno spazio come il Carbone?
In quest’ vent’anni, è vero, sono cambiate tante cose, soprattutto negli ultimi tempi. Negli anni diverse gallerie hanno aperto e chiuso, per motivi differenti: siamo contenti di rappresentare per i nostri soci – della prima ora e non – e per Ferrara, una continuità. Abbiamo sempre difeso, e continueremo a farlo, il principio della gratuità delle iniziative che proponiamo e della loro varietà, anche perché non vogliamo che la nostra associazione e la Galleria siano una nicchia per soli intenditori, ma, anche oggi, un luogo di divulgazione di pensieri e sguardi differenti e non superficiali.

Il Carbone ha voluto dare e dà spazio anche ad artisti giovani ed emergenti e a nuove forme artistiche…
Esatto. Sono cambiate le tecnologie e la stessa divulgazione spesso non passa attraverso un dialogo reale con gli oggetti (le opere d’arte) e con le persone (gli artisti). Noi, invece, vorremmo conservare anche il sapere su come viene realizzato un lavoro artistico, da dove origina e dove vuole portare.
Riguardo alla scelta degli artisti che ospitiamo, innanzitutto vorremmo sottolineare come al Carbone non espongono solo nostri soci, né solo artisti ferraresi o storici. Il nostro spazio non si connota nemmeno come quello di uno specifico movimento artistico. Sono tanti i giovani che hanno esposto ed espongono qui – e alcuni di loro hanno proprio esordito -, come Luca Zarattini, Andrea Mario Bert, Lorenzo Romani, Luca Serio. Inoltre, fin da subito abbiamo avuto legami con l’Accademia di Belle Arti di Bologna, per progetti con gli insegnanti, gli studenti o i neo laureati, ospitandoli ad esempio per stage.
Vogliamo anche ricordare le tante mostre da noi curate ma ospitate in altri spazi: quella sulla poesia visiva a Porto Viro, le collaborazioni col Liceo Dosso Dossi e altre scuole, le attività alla Biblioteca Bassani e con altre biblioteche, a Ca’ Cornera, Porto Tolle, Arquà Polesine. Oppure, gli scambi artistici con “Der Kreis” (“Il Cerchio”) di Norimberga, con Monaco, con la Galleria Koller di Budapest, con Odessa o Austin nel Texas.

In questo ventennio qual è stato il vostro più grande dispiacere?
Forse non sempre la città è stata attenta alle nostre proposte artistiche e culturali, e negli ultimi tempi notiamo una minore attenzione da parte della stampa locale.
I dispiaceri più grandi però ci sono venuti dalle morti premature di non pochi artisti nostri amici e soci.

Quale invece la vostra gioia più grande?
L’essere riusciti a far nascere e a consolidare rapporti continuativi con tanti artisti e non solo (anche musicisti e scrittori, ad esempio), e l’aver fatto esordire, come detto, giovani artisti validissimi.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 gennaio 2020

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Tutto il Novecento nel PAC di Ferrara: in mostra la Collezione di Franco Farina

23 Dic
Warhol, Vedova, Schifano e molti altri grandi artisti esposti al Padiglione di Arte Contemporanea. Fra due anni le opere a Palazzo Massari, a breve la catalogazione delle sue lettere e fotografie. Aneddoti inediti su Farina e il suo studio. E quel misterioso bozzetto delle “Muse inquietanti” di De Chirico…
 
di Andrea Musacci
farina 2Estro, tecnica e intelligenza sono doti necessarie per un artista ma anche per chi l’arte la colleziona, la espone, la rende patrimonio della comunità. Ed estro, tecnica e intelligenza erano caratteristiche che appartenevano a Franco Farina, non solo Direttore dal 1963 al 1993 di Palazzo dei Diamanti, ma anche colui che, in questo trentennio, ha sconvolto la monumentale quiete di un Palazzo antico e di un’intera città, portando ogni anno a Ferrara i maggiori e più coraggiosi artisti internazionali contemporanei.
 
Ora, è possibile passeggiare in queste tre decadi – o meglio, nell’intero Novecento – attraverso le sale del PAC, il Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara (attiguo a Palazzo Massari), in occasione della mostra “La collezione Franco Farina / Arte e avanguardia a Ferrara 1963/1993″, che raccoglie un’ampia selezione delle opere a lui donate o da lui cercate nel corso della carriera (in tutto, quasi 200 tra dipinti, disegni, sculture e opere polimateriche). Patrimonio che la scorsa primavera Lola Bonora, erede, compagna di una vita ed ex direttrice del Centro Video Arte di Diamanti, ha donato al Comune di Ferrara. Donazione che – come ha ricordato oggi, 20 dicembre, giorno dell’inaugurazione, proprio la Bonora nella conferenza stampa in Municipio – lo stesso Farina desiderava fortemente: “sono fortunato a poter avere queste opere in casa mia, ma quando non ci sarò più vogliono che tornino ai cittadini”, diceva. E così è stato. “In questa mostra c’è lui, la sua storia”, ha proseguito la Bonora.
 
“E’ stato tanto amato dalla sua Ferrara, anche dai semplici cittadini: diverse persone, fino all’ultimo, lo fermavano per strada per salutarlo”.
Così, ora, dopo almeno sei mesi di ricerca e preparazione, la mostra è realtà, grazie alla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara, con la cura di Maria Luisa Pacelli, Ada Patrizia Fiorillo, Chiara Vorrasi, Lorenza Roversi e Massimo Marchetti. In parete, capolavori di Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Lucio Fontana, Emilio Vedova, Robert Rauschenberg, Mimmo Rotella, Mario Schifano, ma anche Andy Warhol, Renato Guttuso, Man Ray, Mario Sironi, e, tra i ferraresi, Fabbriano, recentemente scomparso. Una collezione, quella di Farina, spiega Fiorillo nel catalogo, che nasce “dagli incontri, dagli scambi, dalle amicizie, dalla stima offerta e ricevuta, insomma da quel ‘disegno’ che non divideva l’uomo dal professionista”.
 
Prossima tappa: la catalogazione delle sue lettere e fotografie. E fra due anni le sue opere saranno a Palazzo Massari
 
OLYMPUS DIGITAL CAMERAA breve inizierà l’inventariazione dello sterminato insieme di documenti, lettere e fotografie appartenute allo stesso Farina, alcune delle quali presenti in mostra. Come spiegano a “la Voce” le curatrici Pacelli, Roversi e Vorrasi, “si tratta di oltre un centinaio di faldoni contenenti alcune migliaia di documenti. La speranza – ma è presto per dirlo – è di riuscire a concludere l’inventariazione entro sei mesi, quindi circa a metà 2020. Il nostro intento – proseguono – è anche quello di svolgere un lavoro ragionato, sottolineando ad esempio le diverse relazioni di Farina con i vari destinatari delle missive”.
 
Inoltre, Pacelli ha spiegato come non ci si limiterà al pur ottimo catalogo già disponibile, ma “il lavoro continuerà – con lo stesso gruppo di ricercatori – per realizzare prossimamente un vero e proprio libro”.
Chiediamo alla Pacelli se Palazzo Massari al momento della riapertura a fine lavori – prevista nel 2022 – potrà ospitare una sezione con le opere della Collezione Farina. “Non è questa l’idea che abbiamo – ci spiega -, ma quella di arricchire con anche le opere appartenute a Farina, la futura Sezione del Museo dedicata al Novecento”. Parole che, ancora di più, permettono di assaporare questa “piccola” ma intensa mostra al PAC come un anticipo di quello che sarà al Massari.
 
Il misterioso bozzetto delle “Muse” dechirichiane
 
antolini-farina-brunelli-copiaDi De Chirico in mostra si può ammirare l’opera “Due cavalli” (tempera su cartoncino degli anni ’50). Non abbiamo trovato, invece, un bozzetto delle “Muse inquietanti”, che nel novembre 2015 – in contemporanea con la mostra “De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie” -, la Maria Livia Brunelli Home Gallery aveva esposto per alcune settimane. Si tratta di un olio su tela forse del 1918 donato da De Chirico a Farina. Chi scrive, insieme alla Brunelli, aveva tentato di “indagarlo”: analizzando avevo scoperto come il bozzetto, rispetto all’originale, non presenti la statua-manichino e la scatola “esoterica” nella parte destra in ombra. Questo fa pensare che probabilmente il bozzetto sia una delle prime intuizioni del dipinto del 1918, e non una delle repliche realizzate successivamente all’opera, a scopo di vendita. L’intuizione potrebbe essere confermata dal fatto che l’opera non è firmata (non presenta nessuna scritta) e quindi non finalizzata al mercato. Lola Bonora ha voluto conservare questo bozzetto nella propria collezione personale, scegliendo quindi di non donarlo al Comune.
Tra l’altro, fu quella sera del 21 novembre 2015 che Farina, nella MLB home gallery di corso Ercole I d’Este annunciò: “dopo la mia morte tutte le opere della mia Collezione andranno al Comune di Ferrara”.
 
L’opera su tessuto nel suo studio, nell’aria profumo di mandorle e champagne
 
La vita di una persona è composta dagli aneddoti più originali, spesso più utili di tante parole a descrivere una personalità, come nel caso di Farina.
Il critico e curatore Lucio Scardino a “la Voce” sottolinea come egli fosse “attentissimo alla moda e al mercato, avendo un fiuto straordinario per le tendenze e le innovazioni artistiche. Era intelligente anche perché spesso – e nella mostra si nota – si faceva donare dagli artisti che esponeva a Diamanti, l’opera scelta per essere inserita sul manifesto dell’esposizione stessa”. Scardino ci regala anche un aneddoto – “ ‘Tu sei un feticista’, mi diceva scherzando, per il mio intenso interesse per gli artisti ferraresi” – e ricorda la sua collaborazione, durata alcuni anni, con Farina per la schedatura delle oltre 8mila opere d’arte del Comune di Ferrara. “L’opera ‘Interrogazioni sull’arte’, una stampa su tessuto di oltre 3 metri realizzata da Léa Lublin – ci racconta ancora Scardino -, ricordo che Franco l’aveva appesa nel proprio studio dietro la scrivania dove siedeva, donando alla vista una forte impressione”.
Anche la Pacelli, nel corso della conferenza stampa, ha ricordato le numerose visite nello studio di Farina, dove insieme mangiavano mandorle salate e bevevano champagne. Particolare, questo, ricordato a “la Voce” anche da Maria Livia Brunelli: “a chi lo andava a trovare negli anni d’oro nel suo studio a Palazzo dei Diamanti, offriva sempre un bicchiere di champagne”. Inoltre, “indossava spesso una tunica e aveva un pappagallo bianco che gli si posava sulla spalla”.
“Farina era una figura evanescente, in lui il concetto, il pensiero dominavano sulla materialità, sulla fisicità”, ha ricordato invece Vittorio Sgarbi, Presidente di Ferrara Arte. “La curiosità, il sapersi creare rapporti con i musei più importanti, i legami con i mercati ‘laici’, nel senso di privi di pregiudizi, erano le caratteristiche” che gli permisero di far diventare Diamanti quel che è diventato: in quel periodo immortale, in quei “30 anni di ‘dittatura’ farininana” – sono ancora parole di Sgarbi – nei quali egli, con la sua “produzione compulsiva” e con il suo “gusto impersonale (finalizzato soprattutto a testimoniare il contemporaneo in questa città)”, ha rivoluzionato la mistica e assonnata Ferrara.
 
Ferrara centro nazionale dell’arte fotografica?
 
E’ questa la proposta, e al tempo stesso la sfida alla città lanciata, sempre il 20 dicembre in Municipio, da Sgarbi. Nel presentare la mostra “La fotografia ha 180 anni! Il libro illustrato dall’incisione al digitale / Italo Zannier fotografo innocente” (in programma tra febbraio e marzo ’20 al MART di Rovereto e il prossimo autunno al PAC di Ferrara), il presidente di Ferrara ha raccontato la propria esperienza, nel ’74, come assistente di Zannier: “così, grazie a lui, quasi per caso, ho scoperto la fotografia”. Dunque, l’annuncio: “in Italia, quindi anche a Ferrara, c’è bisogno di un ‘terremoto fotografico’, attraverso la nascita di centri. Ferrara può diventare uno di questi centri della fotografia, è un dovere storico. Sarebbe importante che questa rivalutazione assolutamente necessaria dell’arte fotografica partisse da Ferrara, com’è stato – ha proseguito – il progetto del MEIS. Insomma, speriamo che Ferrara possa essere all’avanguardia nel riconoscimento della fotografia come arte fondamentale della modernità, della contemporaneità e della vita quotidiana di ognuno”.
Presenti in Municipio, per l’occasione, lo stesso Zannier, l’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli e Gianfranco Maraniello, Direttore del MART di Rovereto.
 
 
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Vite spezzate, vite salvate: a Ferrara storie di bimbi nella Shoah

17 Dic

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico curato dallo Yad Vashem di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il CDEC. Il 10 dicembre la presentazione pubblica

a cura di Andrea Musacci

gemellineGiovani, spesso giovanissime vite sconvolte, inghiottite dalle tenebre del male, vissute dentro l’orrore. Esistenze a volte distrutte per sempre, altre, invece, salvate.

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS dall’11 dicembre fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico, pensato quindi soprattutto per le scuole, curato dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Storie di bambine e bambini raccontate attraverso le loro immagini, a volte le loro stesse testimonianze e il racconto storico, una narrazione inevitabilmente commovente fatta di spezzoni di vita quoditiana, segni di storie di famiglie, di un popolo. La mostra è stata inaugurata ufficialmente nel pomeriggio del 10 dicembre scorso, anticipata, la mattina stessa, da una conferenza. Raccogliamo qui alcune vicende di bambine e bambini, le prime due accennate durante la conferenza stessa da Liliana Picciotto del CDE, le altre presenti in mostra.

Dino (classe 1929) ed Esther Molho, di Magenta (MI), che nel ’44, insieme ai genitori, imprenditori, dovettero nascondersi per 13 mesi in una stanza segreta (ideata da loro stessi insieme ad alcuni dipendenti) dello stabilimento di famiglia che produceva minuterie. La stanza era all’interno del magazzino, nascosta alla vista da una pila di casse alte fino al soffitto. Un sistema simile a quello usato dagli amici di Anna Frank.

Massimo Foa, nato l’8 novembre 43, torinese: la madre Elena Recanati è una sopravvissuta al campo di Bergen Belsen, mentre il padre Guido è morto, forse in una marcia della morte: Massimo, prima della deportazione dei genitori, è affidato a Suor Giuseppina De Muro, che lo fa uscire dalla prigione dov’è rinchiusa la madre in mezzo alle lenzuola sporche e viene affidato a una povera vedova di Cuorgnè di nome Tilde (Clotilde) Roda Boggio.

Leone (1930), Mirella (1932) e Davide Pecar (1935): tre fratelli milanesi che, insieme alla madre Ghenia vengono arrestati nel ’43 e portati al carcere di San Vittore, poi deportati ad Auschwitz, dove muoiono.

Franco Cesana, nome di battaglia “Balilla”, figlio di Felice e Ada Basevi, nato il 20 settembre 1931 a Mantova. A 13 anni si arruola nella brigata Scarabelli della seconda divisione Modena Montagna. Partecipa a numerosi scontri con i tedeschi e in uno di questi resta ucciso a Gombola (Polinago-Modena) il 14 settembre 1944.

Yehudit Czengery e Leah Czengery, gemelle rumene, hanno 6 anni nel ’44 quando vengono deportate con la madre Rosi nel campo di Auschwitz Birkenau. Il dottor Mengele le definì “le bellissime gemelle”: furono portate direttamente nel laboratorio riservato ai suoi esperimenti. La madre riuscì di nascosto a procurar loro del cibo. Si salvarono.

Marta Winter, classe 1935, polacca: nel ’43 la madre la affida a un amico di famiglia fuori dal ghetto. Fu poi deportata anche lei in un campo di concentramento ma si salvò.

Stefan Cohn, tedesco, nato nel ‘29: nel giugno ‘43 è deportato con la madre Bertha a Birkenau. Questa viene uccisa, Stefan fatto lavorare nella fabbrica di mattoni. Si salva e nel ’45 realizza 79 disegni raffiguranti la vita nei campi.

Sissel Vogelmann, torinese, nata nel ‘35, torino: il padre Shulim dirigeva la Giuntina editrice. Lei e la madre vennero uccise subito all’arrivo ad Auschwitz nel ’44, dopo esser state deportate dalla Stazione di Milano.

Henryk Orlowski e Kazimierz Orlowski, fratelli polacchi, rispettivamente del ‘31 e del ‘33.

Regina Zimet, classe ’33, nata a Lipsia. Nel ’39 con la famiglia fugge dalla Germania verso Israele, ma in Libia sono arrestati, riportati in Italia nel campo di Ferramonti. Poi rilasciati, sono costretti a vivere in clandestinità. Ma si salvano, e nel ’45 raggiungono Israele.

Sorte simile per Meir Muhlbaum, 1930, tedesco, e la sua famiglia, che nel ’44 riuscirono ad arrivare a Tel Aviv.

Adriana Revere: nasce alla Spezia il 18 dicembre 1934; i genitori Emilia De Benedetti ed Enrico Revere vengono arrestati in Vezzano Ligure per appartenenza alla “razza ebraica” ; la piccola viene catturata insieme ai genitori e inviata con loro al Campo di concentramento di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 la famiglia è deportata al Campo di Auschwitz; il padre, trasferito a Flossenburg, è ucciso otto mesi dopo l’arrivo; la piccola e la madre sono uccise il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 24 febbraio 1944.

Maud Stecklmacher, cecoslovacca, classe ‘29: viene raccontata la sua amicizia con Ruth Weiss, poi proseguita nel ghetto di Terezin. Ma Ruth fu deportata in Polonia e non fece ritorno. Maud andò poi a vivere in Israele.

Marcello Ravenna, nato il 14 ottobre 1929 a Ferrara: figlio di Letizia Rossi e Gino Ravenna, fratello minore di Franca ed Eugenio. Nel ‘38 inizia a frequentare la scuola ebraica di via Vignatagliata. Il 12 febbraio ‘44 con la famiglia è deportato nel campo di Fossoli, insieme ad altre 500 persone, poi deportate ad Auschwitz. Marcello fu tra quelli che non tornò più. Non si ebbero notizie precise sulla sua deportazione e morte.

“Tenere accese più luci possibili”: memoria, didattica e ricerca

della setaLa mattina del 10 dicembre al MEIS, dopo i saluti del Direttore del Museo Simonetta Della Seta, di Alessandro Criserà (Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna), Anna Quarzi (Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara) e Daniela Dana Tedeschi (vicepresidente Associazione “Figli della Shoah”), sono seguiti gli interventi di Liliana Picciotto (CDEC), Marcella Hannà Ravenna (Comunità ebraica di Ferrara), Rita Chiappini (collaboratrice dello Yad Vashem come contatto in Italia), e Cesare Finzi.

“La mostra – ha spiegato Della Seta – è dedicata a bambini che da un certo punto in poi non hanno più avuto un cielo, né luce: per questo, è importante anche oggi accendere più luci possibili. Vedere la Shoah attraverso gli occhi dei bambini che l’hanno vissuta, significa vederla con ancor più lucidità”. Dopo un omaggio a Piero Terracina, morto lo scorso 8 dicembre, uno degli ultimi sopravvissuti italiani ad Auschwitz, Della Seta ha ricordato anche i propri genitori, “anche loro ‘bimbi della Shoah’”. Dopo l’intervento di Criserà, che ha ricordato l’importanza della Legge regionale “Memoria del Novecento”, e l’intervento di Quarzi, ha preso la parola Tedeschi, la quale ha auspicato che la collaborazione tra l’associazione da lei rappresentata (e presieduta dalla Senatrice Liliana Segre) e il MEIS, ora iniziata, possa proseguire negli anni. “La Shoah – è stata la sua riflessione – ha negato tutti i diritti fondamentali dei bambini, compresi quella alla libertà, all’identità, all’educazione”. Ricordiamo che il 10 dicembre era l’anniversario dell’adozione della dichiarazione universale dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, avvenuta nel ’48.

“Nel fascismo e nel nazismo – sono invece parole di Picciotto – l’educazione era militarizzata, i bimbi venivano cresciuti come soldati obbedienti, non vi era più posto per l’educazione civile e al senso critico”. Nel ripercorrere i tragici passaggi della discriminazione e repressione antiebraica, la relatrice ha posto l’accento sulle conseguenze di tutto ciò per i più piccoli, in termini di “fame, freddo, spavento e terrore, promiscuità, fetore dei vagoni usati per la deportazione”.

Senza dimenticare la frequente separazione dai genitori, la vita clandestina, la falsificazione dei documenti d’identità, il dover dare nome e cognome inventati – non ebrei – per non essere riconosciuti ed evitare quindi l’arresto.

Sorte, questa, toccata anche a Eugenio Ravenna (1920-1977), uno dei cinque ebrei ferraresi sopravvissuti al campo di Auschwitz. La figlia Marcella ha analizzato come le leggi razziste iniziarono concretamente con l’espulsione dalle scuole di studenti e insegnanti ebrei, ricordando, per quanto riguarda la scuola di via Vignatagliata, alunni come Cesare Finzi, Corrado Israel De Benedetti, Giampaolo Minerbi, Donata Ravenna, Franco Schönheit, Maurizia Tedeschi e Gianfranco Rossi; tra i maestri, Giorgio Bassani, Matilde Bassani e Primo Lampronti.

“Da un lato, dalle testimonianze di alcuni studenti – ha spiegato – emerge tristezza, una sensibilità ferita nel sentirsi trattati come diversi, il senso di inferiorità; dall’altra, l’ammirazione per gli insegnanti, il poter stare insieme, i legami molto forti instauratisi, il poter svolgere attività coinvolgenti, come lo spettacolo teatrale diretto da Giorgio Bassani”. Ma dal ‘43 vi saranno gli arresti, le fughe, le deportazioni. La scuola verrà chiusa, Lampronti e i Bassani arrestati.

Ravenna ha ricordato uno per uno i bambini deportati nei campi di sterminio i cui nomi sono impressi sulle lapidi di via Mazzini: bambine e bambini che non hanno fatto ritorno: Marcella Bassani, Bruno Farber, Carlo Lampronti, Camelia Matatia, Roberto Matatia, Amelia Melli, Novella Melli, Marcello Ravenna, Roberto Ravenna, Vittorio Ravenna, Nello Rietti, Walter Rossi (studente alla scuola di via Vignatagliata, non indicato nella lapide perché non ferrarese), Adele Rothstein, Giorgio Rothstein, Wanda Rothstein, Cesarina Saralvo.

Dopo l’intervento di Chiappini, che ha spiegato il fondamentale ruolo informativo e didattico dello Yad Vashem di Gerusalemme, ha portato la sua testimonianza Cesare Finzi, scampato al campo di concentramento, la cui storia abbiamo raccontato nel numero del 13 settembre scorso e accennato – legato alla profumeria di famiglia (presente nella mostra “Ferrara ebraica” ancora visitabile al MEIS) – in quello del 22 novembre scorso.

Finzi nel suo racconto ha mostrato anche una foto della sua classe del ’36, quando aveva 6 anni, e una dell’autodenuncia, in quanto ebrei – ai tempi, obbligatoria – dei genitori: “hanno dovuto autodenunciare se stessi e i propri figli come ebrei, quindi come esseri inferiori”, ha spiegato.

Fra gli aneddoti, “il viso viola di rabbia di Giorgio Bassani quando – già escluso dal Tennis Club Marfisa in quanto ebreo – sentiva il rumore delle palline da tennis nel campo vicino”, o i documenti falsi che lui e i famigliari erano riusciti ad avere una volta fuggiti a Gabicce, nel ’43, dove il cognome era stato trasformato in “Franzi”. Traumi non da poco, per un 13enne, costretto a dover “rinnegare” il proprio nome, dunque la propria più profonda identità.

Il 16 gennaio Furio Colombo a Ferrara

Il 16 gennaio al MEIS è in programma un’intera giornata di incontri:

ore 10: “Dalle carte le vite. Gli archivi raccontano gli effetti delle leggi razziste del 1938”. Progetto nato dal Fondo Egeli della Compagnia di San Paolo, a cura della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura.

Intervengono: Walter Barberis, Elisabetta Ballaira, Piero Gastaldo.

Ore 16: Inaugurazione della mostra “1938: L’umanità negata”. Lancio del progetto didattico con il MIUR sulle leggi razziali, la Shoah e l’antisemitismo.

Ore 18.30, Ridotto del Teatro Comunale: “20 anni dalla Legge della Memoria: riflessioni per il futuro”, con Furio Colombo, promotore della Legge, in collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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De Nittis indaga la modernità, tra nebbie antiche e nuovi sfarzi

9 Dic

Fino ad aprile Palazzo dei Diamanti ospita la personale del pittore barlettano divenuto celebre a Parigi

di Andrea Musacci

Giuseppe De Nittis, Westminster, 1878Un viaggio agli albori della modernità, tra paesaggi incontaminati e maestose metropoli europee. A compierlo, in pochi decenni, è stato il pittore barlettano Giuseppe De Nittis (Barletta, 25 febbraio 1846 – Saint-Germain-en-Laye, 21 agosto 1884), “ospite” a Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino al prossimo aprile. Si tratta dell’ultimo progetto espositivo prima dell’avvio del cantiere che riqualificherà le sale espositive e il giardino interno, e che obbligherà alla chiusura fino al 2021 o ’22. Un motivo in più per godersi questi capolavori, inaugurati il 1° dicembre nella mostra dal titolo “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo”, organizzata in collaborazione con il Comune di Barletta, e a cura di Maria Luisa Pacelli, Barbara Guidi (conservatrici delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara) e Hélène Pinet (già responsabile delle collezioni di fotografia e del servizio di ricerca del Musée Rodin di Parigi). Un’interessante esposizione che mette bene in risalto la capacità dell’artista di indagare la nascita di un’epoca, lo sviluppo delle moderne città: anche per questo, le curatrici hanno scelto di porre l’accento sulla correlazione tra le opere di De Nittis – davvero innovative – e la tecnica fotografica.

Attraverso un raffinato e lirico realismo, l’esposizione di Diamanti inizia con paesaggi deserti, sfocati e malinconici, dove la nebbia li rende come cristallizzati, eterni, atemporali. La modernità incombe, però, inesorabile, e sarà lo stesso De Nittis a cercarla e raggiungerla: nel 1867 si traferisce a Parigi (mirabile l’opera “La traversata degli Appennini – Ricordo”) dove due anni dopo sposerà Léontine Lucile Gruvelle. La capitale francese, come quella inglese, sono rappresentate perlopiù in tele dove a dominare sono cieli piovosi, brumosi, grigi, d’argento e di fumo. Paesaggi anche campestri, immersi in una foschia perlacea, diafana – solo a tratti e timidamente rosacea o color ruggine. Fumo e nebbia, dunque, “fog&smog”, ad addormentare l’atmosfera urbana, diluendo edifici e persone, invadendone fin le figure, donne e uomini “distratti” – come in “Westminster” (1878) -, apparentemente incapaci di ammirare quella luce rossa fioca del tramonto, che in lontananza cerca di emergere come in una visione. “Formicolante città – cantava Baudelaire in “I sette vecchi” -, città piena di sogni, ove lo spettro in pieno giorno adesca il passante! […Città dove] ingigantite dalla nebbia le case avevan l’aria d’argini fiancheggianti un fiume gonfio”.

Giuseppe De Nittis, Il salotto della principessa Mathilde, 1883Proseguendo nel percorso insieme a De Nittis, man mano i paesaggi, urbani e non, si fanno, da una parte, sempre più rappresentativi del moderno – nelle architetture, negli abiti -, dall’altra, più nitidi e solari, segni forse dell’incontenibile ottimismo del progresso. In una Parigi non più nebbiosa, ma pur sempre umida e soverchiata di nuvole, o in una soleggiata Londra, è come se la moderna architettura urbana volesse imporsi allo sguardo, uscendo dalla foschia del passato, dell’antico, lasciandosi alle spalle quella romantica nostalgia che confonde, ottunde, quasi acceca, per presentarsi in tutta la sua sfacciata e disincantata novità, fatta di pesante perfezione. I cantieri, in alcune opere, sono segno di questa continua costruzione, di un erigere strutture su strutture, simbolo concretissimo della nascita e dello sviluppo della città moderna, lanciata verso il XX secolo: uno sguardo sulla sua ossatura – le impalcature -, sul suo germinare dall’acciaio e dal vetro. Ma quasi fosse una reazione, una fuga (o un semplice vezzo?), sempre dalla fine degli anni ’60 si nota in alcune opere del pittore barlettano un richiamo a certo naturalismo giapponese, etereo e sognante: i paesaggi, più o meno nevosi, con le loro montagne e laghi, e anche alcuni paesaggi urbani, sembrano voler smorzare la freddezza dell’urbanità di fine secolo, la sua industrializzazione, dando anche maggior risalto alla figura umana, con primi piani femminili. Volti e corpi di donne che sono centrali nella fase successiva, dalla seconda metà degli anni ’70, quella degli interni, raffinati ambienti artificiali (a parte le ricche composizioni floreali), fin sensuali, caldi in una penombra misteriosa, intorpidita e quasi sonnolenta. Sono donne dalle pelli biancastre, o meglio, perlacee, decisamente meno vestite rispetto ai gelidi dipinti di esterni, con eleganti abiti e corpetti alla moda, ciprie e ventagli, lussuose collane e graziosi bracciali.

Sfarzo che forse raggiunge il suo apice nelle opere ambientate negli ippodromi: dopo gli angusti e intimi spazi interni, un ritorno all’aperto, in ambienti ariosi ma dove la natura, sempre più domata, è rappresentata dai cavalli di razza in gara. L’equino, simbolo di glorie antiche è, nelle opere di De Nittis, trasformato in orpello, posto sullo sfondo di questa grande sceneggiata della modernità, in questa rappresentazione teatralizzata dove a interessare è l’eleganza e il compiacimento nello sfoggio dei propri ingombranti cappelli, dei propri abiti alla moda. Così, l’ultima parte dell’esposizione è dedicata alle realizzazioni “en plein air”, dove tutto si fa massimamente lucente e spensierato, ormai lontano dalle nebbie delle città polverose e indaffarate: ora a dominare sono i dolci pastelli luminosi e vivaci, quei colori “virginali” – oro, bianco e celeste – che pare quasi di vedere anche nel “bianco e nero” dei due commoventi filmati dei fratelli Lumière, del 1895 e del 1900: in uno, un padre imbocca il figlioletto neonato sotto lo sguardo amorevole della madre, nell’altro, una bimba seduta gioca con un gatto. Lo sguardo della tecnica, d’ora in poi, invaderà sempre più il reale: De Nittis l’aveva compreso, riuscendo a interpretarlo con originale sensibilità, dote tipica dello sguardo “rivoluzionario” dell’artista.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 dicembre 2019

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Ferrara ebraica: volti e oggetti di una storia ancora viva

18 Nov

Inaugurata al MEIS la mostra visitabile fino al 1° marzo: esposti lo scialle del rabbino Leoni schiaffeggiato dai fascisti, i disegni di Capuzzo sull’eccidio del Castello, l’enciclopedia di Lampronti e molto altro

_8539La tristezza nel non poter ancora aprire al pubblico la “casa” di via Mazzini, 95, ma, dall’altra parte, la gioia di inaugurare una mostra in quella che è ormai, e sempre più, la seconda casa per la comunità ebraica ferrarese, il MEIS. Lo scorso 12 novembre nel Museo di via Piangipane a Ferrara è stata inaugurata la mostra dal titolo “Ferrara ebraica”, aperta in occasione del Premio letterario “Adelina della Pergola” istituito dall’ADEI WIZO (Associazione Donne Ebree d’Italia) e della Conferenza annuale dell’AEJM (l’associazione che riunisce i musei ebraici di tutta Europa), svoltasi proprio nella nostra città dal 17 al 19 novembre. Per l’occasione, è intervenuto anche il Sindaco Alan Fabbri, ed erano presenti, fra gli ospiti, il presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, il Rabbino di Ferrara Rav Luciano Meir Caro, il Rabbino capo di Bologna Rav Alberto Sermoneta e il Vicario mons. Massimo Manservigi in rappresentanza della nostra Arcidiocesi. L’esposizione, visitabile fino al 1° marzo 2020, e che segue “Il Rinascimento parla ebraico” (esposta fino al 15 settembre), vede il contributo fondamentale della curatrice del MEIS Sharon Reichel, dell’architetto Giulia Gallerani e del regista Ruggero Gabbai che ha firmato le interviste (a Marcella Ravenna, Rav Luciano caro, Baruch Lampronti, Marcello Sacerdoti, Josè Bonfiglioli, Andrea Pesaro e Alessandro Zarfati Nahmad) e il documentario installati nel percorso espositivo. La mostra è un omaggio a un pezzo fondamentale della storia della nostra città, a una parte dell’identità di tutti noi che ancora vive e vuole vivere. Le prime notizie di insediamenti ebraici in città si hanno, infatti, a partire dal XII secolo, ma pare che i primi ebrei fossero arrivati attorno all’anno 1000. La maggiore fioritura della comunità risale al Quattrocento, quando le zone di residenza degli ebrei si spostano da via Centoversuri a via dei Sabbioni, oggi via Mazzini, e via San Romano. Nel 1485 il romano Ser Mele acquista l’attuale edificio comunitario di via Mazzini, uno dei più antichi d’Europa ancora in uso. Il suo lascito testamentario alla comunità prevede il divieto di alienazione e la condizione che l’edificio ospiti per sempre un luogo comune riservato al rito. Sorgono infatti in via Mazzini tre sinagoghe, quella italiana, oggi trasformata in sala sociale, quella tedesca e quella fanese. “Noi siamo molto contenti che vengano ad abitare qua con le loro famiglie…perché sempre saranno benvisti e trattati in tutte le cose che potremo e ogni die più se ne conteranno di essere venuti a Casa nostra”: fu questo l’invito che Ercole I d’Este rivolgeva nel 1492 agli ebrei esuli dalla Spagna. Come non ricordare, poi, il medico e filosofo Isacco Lampronti (1679-1756), ma anche, dall’altra parte, l’isolamento nel ghetto costruito nel 1627 quando Ferrara era sotto lo Stato Pontificio. E poi l’impegno risorgimentale e per l’Unità d’Italia, fino alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, le persecuzioni e le deportazioni, e infine la Liberazione. Il percorso espositivo accoglie i visitatori con un plastico dell’ex ghetto ebraico ferrarese. Troviamo quindi il Talled (scialle di preghiera) appartenuto al rabbino Leone Leoni, schiaffeggiato dai fascisti il 21 settembre 1941 durante la devastazione da parte delle camicie nere del Tempio farnese e di quello tedesco. E poi, ancora, libri di preghiere, oggetti rituali, l’armado ligneo per conservare la Torah (Aron Ha-Qodesh), candelabri, un corno di montone per il richiamo alla preghiera (shofar del XX secolo), la corona (Atarah), i puntali (rimmonim) per il rotolo sacro, il manto (meil), alcune medaglie, i mantelli che riprendono, in alcune parti, il rosso ferrarese, oltre a testi di Silvano Magrini, storico, autore della storia ebraica ferrarese, nonno di Andrea Pesaro. Un altro pezzo pregiatissimo è l’enciclopedia talmudica, il cosiddetto “Timore di Isacco”, di Isacco Lampronti. Una sezione è poi dedicata all’Eccidio del Castello (di cui è ricorso il 76esimo anniversario lo scorso 15 novembre) con disegni e tempere di Mario Capuzzo, donati il Giorno della Memoria del 2009 da Sonia Longhi alla Comunità Ebraica per il futuro MEIS. Come ricordò lei stessa nell’occasione, la mattina del 15 novembre 1943 – all’età di 8 anni – mentre andava a scuola si trovò davanti il cadavere di un uomo davanti al muretto del Castello. La notte prima i fascisti erano andati a prelevare il padre, l’avvocato Giuseppe Longhi, che solo per l’intervento di un ministro fascista ebbe salva la vita, ma visse per lunghi mesi con la paura di essere deportato. Anche il pittore Mario Capuzzo la mattina del 15 novembre 1943 passò davanti al muretto e schizzò su un foglio, di straforo, camminando, la scena del massacro. Schizzi che divennero apunto i quattro disegni poi donati da Capuzzo a Longhi. Infine, due buone notizie: all’ingresso del MEIS uno schermo proietta il trailer de “Il giardino dei Finzi-Contini” di Tamar Tal-Anati e Noa Karavan-Cohen, film documentario che uscirà a breve. Seconda notizia, lo scorso 28 ottobre il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha annunciato: “il lavoro per recuperare i 25 milioni di euro necessari per il completamento del progetto edilizio del Meis è a buon punto. Spero di poter dare l’annuncio in un tempo ragionevolmente breve”. I soldi in questione erano stati bloccati dal primo Governo Conte.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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Una speranza per i giovani, un futuro per Casa Cini: sulla Biennale “don Patruno”

29 Ott

Il 25 ottobre a Casa Cini si è svolto il finissage della mostra della Biennale per artisti under 30 dedicata a don Franco Patruno, che dal 14 dicembre sarà esposta al MAGI 900 di Pieve di Cento

OLYMPUS DIGITAL CAMERASi è conclusa nel tardo pomeriggio del 25 ottobre scorso la prima parte della III edizione della Biennale per giovani artisti dedicata a don Franco Patruno, iniziata il 10 ottobre con l’inaugurazione e che ha visto come tappa intermedia l’incontro del 18 ottobre con un ricordo del sacerdote-artista a cura di Angelo Andreotti. Il finissage dell’esposizione delle opere degli otto creativi – Francesco Bendini, Nicola Bizzarri, Carmela De Falco, Andrea Di Lorenzo, Victor Fotso Nyie, Francesco Levoni, Lilit Tavedosyan e Livia Ugolini – è stata anche l’occasione per presentare il catalogo dell’iniziativa, un libretto, documentativo delle opere e degli apparati, con testi dell’Arcivescovo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. Quest’ultimo – Presidente della Giuria – ha introdotto il finissage, presentando anche il catalogo stesso, prima di passare la parola al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi: “qui a Casa Cini stiamo ripartendo – ha spiegato quest’ultimo -, cercando di strutturare iniziative soprattutto per i giovani. Vorremmo anche che questa sede diventasse la sede naturale della Biennale dedicata a don Patruno”. Inoltre, ha proseguito, “come Arcidiocesi portiamo avanti il progetto del Museo diocesano, che verrà realizzato dopo la ristrutturazione del Palazzo Arcivescovile, e che comprenderà anche una sezione di arte moderna e contemporanea – quindi anche con opere di don Patruno – e, ci piacerebbe, una sezione specifica di giovani artisti”. Dopo il saluto del Direttore di Casa Cini, don Paolo Bovina, ha ripreso la parola Cerioli, il quale ha spiegato come la copertina del catalogo rechi un’opera dello stesso Patruno, “Scrittura-Muro”, un acrilico e gessetti su tela del 1982 facente parte della collezione della Fondazione CariCento, organizzatrice della Biennale. “Viste le tante richieste di giovani artisti da tutta Italia (dal Friuli alla Puglia) di potervi concorrere, dopo la I edizione – sono ancora sue parole – abbiamo scelto di allargare il raggio di provenienza dei partecipanti, passando dalle province dov’è presente CariCento – Ferrara, Bologna, Modena – all’intero territorio nazionale. Infine, uno sguardo al catalogo: è lo stesso Cerioli nel testo introduttivo a spiegare come l’intervento di mons. Perego “in più momenti ha permesso di agevolare un percorso non facile ma necessario per adattare gli ambienti di un monumento storico a spazio espositivo e per riportare don Franco a Casa Cini”. Lo stesso Arcivescovo nel suo contributo spiega come Casa Cini sia “un luogo che respira ancora, anche per le opere conservate – a partire dal grande Cristo – la passione e l’intelligenza artistica di don Franco: arte al servizio della fede, arte al servizio della Liturgia, arte al servizio dell’uomo”. Ricordando il tema di questa terza edizione – “Realismi” -, scrive ancora mons. Perego, le opere degli otto artisti “aiutano a consolidare la realtà, nei suoi volti, nei suoi drammi, nei suoi spazi, fonte e luogo di ispirazione. Come è stato per don Franco, che nelle sue opere ha saputo interpretare fede, cultura sempre strettamente legata alla realtà, anche se trasfigurata”. Nel terzo contributo, la Fiorillo, membro della Giuria, spiega invece come il fatto di scomettere sugli under 30 abbia come obiettivo quello di “interpretare lo spirito di curiosità, di attenzione e di accoglienza con il quale Patruno ha sempre guardato ai giovani e altresì ai fatti della vita”. L’appuntamento è al prossimo 14 dicembre, quando la mostra degli otto artisti di questa III edizione troverà casa presso il Museo MAGI ’900 di Pieve di Cento, e lì vi rimarrà fino al 12 gennaio 2020.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2019

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“Era accogliente e sempre pieno di interrogazioni”: un ricordo di don Franco Patruno

21 Ott

“L’arte per lui era tutt’uno con la vita e col sacerdozio”: il 18 ottobre a Casa Cini Angelo Andreotti ha ricordato don Franco Patruno. Venerdì 25 ottobre, stesso luogo, finissage della Biennale a lui dedicata

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOspitale e attento, compassionevole e sempre teso verso l’altro, soprattutto i giovani. Questo è il don Patruno emerso dalle parole di Angelo Andreotti, Direttore del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara, e suo ex amico e collaboratore. L’occasione di questa testimonianza pubblica è stato l’incontro svoltosi nel tardo pomeriggio di venerdì 19 ottobre nel Salone di Casa Cini, in occasione dell’esposizione nella sede di via Boccacanale a Ferrara, della III edizione della Biennale d’arte intitolata proprio al sacerdote ferrarese. Ricordiamo che venerdì 25 ottobre avrà luogo il finissage della mostra con opere di otto giovani artisti, evento nel quale verrà presentato anche il catalogo. “Il periodo in cui lo conobbi e passai più tempo con lui fu fra il 1980 e il 1990, tra i miei 20 e 30 anni”, ha raccontato Andreotti. “Allora studiavo filosofia all’Università e scrivevo poesie, ma non sapevo a chi farle leggere. Mi fecero conoscere don Franco e iniziai ad andare in Seminario a trovarlo tutti i sabato, per parlare e discutere di vari argomenti. All’università non avevo trovato un professore che potesse essere per me, giovane, un punto di riferimento”. Gli incontri con don Patruno, al contrario, “mi aprivano mondi dei quali non conoscevo l’esistenza. Oltre ai temi, era molto importante il modo col quale parlavamo: una forma sempre dialogica e serena”. Nella seconda metà degli anni ’80 Andreotti ebbe anche modo di collaborare assiduamente con lui nell’organizzazione delle tante mostre proprio a Casa Cini. Una poesia di Giorgio Caproni è stata poi citata dal relatore, emblematica del suo rapporto col sacerdote, artista e critico d’arte: “Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi né che sia. / Soltanto ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia”. “Di lui – sono ancora parole di Andreotti -, la prima cosa che mi colpì fu la sua accoglienza, il suo sorriso sbilenco, la voce spesso a un tono alto, il suo incedere stesso che era un farsi prossimo. Alla sua gioia trascinante era difficile resistere. Non aveva mai porte chiuse, era una persona davvero ospitale, da lui mi sentivo avvolto e protetto. Amava molto interrogare, provocare, stimolare l’altro – ha proseguito il relatore -, ma sempre con l’attenzione verso chi aveva davanti, che significa ascolto e sguardo, e che è nemica dell’indifferenza e dell’arroganza, ma anzi è un tendere verso, uno sporgersi fuori da se stessi ma al tempo stesso nel profondo di sé”. Inoltre, don Patruno era “sempre generoso e aveva il dono della compassione, che si fondava sulla percezione dell’altro come prossimo a sé, senza compiacimento alcuno”. Numerosi, alla fine dell’incontro, sono stati gli interventi dal pubblico – era presente una quarantina di persone – da parte di chi ha avuto modo di conoscerlo, da allievo e/o da amico: “don Franco – è un po’ quello che è emerso – aveva il grande dono di vedere l’anima delle persone che incontrava, ed era convinto che non esistessero ‘noi’ e gli ‘altri’ ma solo ‘noi’ tutti insieme”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2019

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