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La natura materna in mostra

17 Giu

Fino al 30 giugno nella Galleria del Carbone è visitabile la mostra “Fili di speranza” di Federica Tartari

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“Fili di Speranza” è il titolo della prima personale di Federica Tartari, inaugurata alla Galleria del Carbone di Ferrara il 15 giugno scorso. Visitabile fino al prossimo 30 giugno, la mostra raccoglie dodici opere in terracotta smaltata o raku di medie e piccole dimensioni dell’artista ceramista (architetto di professione). Scrive lei stessa a riguardo: “le mie figure femminili nascono dalla terra, dalla natura, dallo spirito materno racchiuso in ogni donna; loro accolgono, nutrono, guidano, accompagnano, invocano con totale abnegazione e gratuità l’umanità delusa e la natura offesa. Rappresentano per me la necessità di trovare, anche nelle situazioni più difficili e buie, un margine di speranza, un’ancora di salvezza e una spalla su cui poter piangere”. La natura, di cui l’umanità stessa è parte, è dunque, nelle opere di Tartari, sostegno e relazione, incanto primordiale: la sua è un’ecologia pura, intesa nel senso profondo del termine come discorso estetico sulla comune “casa”, su quel nido dov’è possibile l’incontro, la costruzione di un legame, la generazione e la ricerca “insieme” – come scrive Lucia Boni nel testo di presentazione – del “senso di una verità sulla vita”. La mostra – accompagnata da un testo di presentazione di Lucia Boni, e con anche un omaggio a S. Giorgio e il drago – ha il patrocinio del Comune di Ferrara ed è visitabile nei seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle 20; sabato e festivi dalle 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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Quella fragile e carnale umanità nelle opere di Marcello Darbo

10 Giu

La nuova personale dell’artista ferrarese, dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura”, inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nel suo studio in via Vittoria a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa nuova personale di Marcello Darbo dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura” – che inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nello studio dell’artista (via Vittoria, 22/b) – raccoglie una quindicina di opere su cartone, sfruttando in alcuni casi i diversi lati del supporto per dar vita a veri e propri “polittici”. Darbo torna a esporre dopo “Carne italiana” dell’estate 2017 e “Rifugi di Umanità”, esposta nel 2016 nella Casa d’arte “Il vicolo” a Bondeno. Una gestualità, quella di Darbo, spesso rapida, decisa, un tocco quasi impetuoso, espressione di una forte tensione interiore, di chi non intende disperdere l’energia ma cerca di concentrarla, così da far emergere l’essenziale. Da questa grazia che innerva la mano dell’artista, di rendere con poche pennellate corpi umani disadorni ma mai impersonali, emerge una moltitudine che solo a uno sguardo superficiale può apparire seriale. Al contrario, l’invito è ad abbandonarsi all’incedere di queste figure – spesso nette nella propria virilità o femminilità, e perlopiù monocrome –, a questa costellazione carnale, per notare, di ognuna, l’ineliminabile alterità. Solo così, forse, si può in qualche modo far emergere l’essenza della condizione umana, senza fronzoli o inganni, ma ammirandone la natura caduca, al tempo stesso cruda e sobria. In questo risiede il fascino di questa esposizione: coinvolgere l’osservatore perché si appassioni a questi corpi fragili, ai loro movimenti e alle loro forme, lasciando che l’immaginazione e l’inconscio aggiungano storia, dinamicità, densità e bellezza. Simili a primitivi ammiratori di incisioni rupestri, proviamo dunque a farci prossimi a questi segni con occhi vergini, a denudarci di inutili sovrastrutture mentali per coglierne a pieno l’armonia, la voluttà, la commovente fragilità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 14 giugno 2019

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La natura trasfigurata nelle opere di Daniele Cestari

10 Giu

img_20190604_180245.jpgPaesaggi spettrali, incantati, composizioni di macchie dove una luce flebile, malata, spegne i contorni. Di estremo interesse l’ultima mostra personale del pittore Daniele Cestari, visitabile a Ferrara nella Sala Mediolanum in via Saraceno, 18/24 fino al 21 giugno. “Altri paesaggi” è il titolo del progetto espositivo dove atmosfere rarefatte convivono, come scrive il curatore Lucio Scardino nel catalogo, con strati di “fogli lacerati, spartiti musicali, registri contabili, frontespizi di vecchi libri, appunti manoscritti con bella calligrafia”. In parete è possibile ammirare ambienti naturali onirici, come evaporanti, che sembrano perdere la propria consistenza per divenire rappresentazione di un’inquietudine recondita. O le montagne, che ricordano quelle “incantate” di Michelangelo Antonioni nella propria metafisicità. Un’intuizione riuscita, dunque, quella di Cestari, capace di donare un’aura malinconica alle opere. Una malinconia, però, essa stessa indefinita, non mirata a un oggetto particolare, fonte di una vaga nostalgia, che avvolge in un senso di tedio e spaesamento profondi, difficilmente vincibili. Infine, un terzo “blocco” di tele – oltre a quello delle pianure e delle montagne – è rappresentato da alcuni monumenti della città di Ferrara (omaggiata anche con un’opera dedicata a San Giorgio e il drago): porte e portoni antichi, simboli arcani, inviti misteriosi ad accedere non in un luogo ma in una dimensione altra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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La viva tensione in quei corpi che paiono nulla

3 Giu

Si intitola “La materia in sottrazione” l’importante personale dell’artista bolognese Adriano Avanzolini, esposta nella Galleria del Carbone di Ferrara fino al prossimo 9 giugno

dsc00014Il combattimento interiore della persona, ridotta a cosa fra le cose, eppur viva nella connaturata vocazione alla ricerca e a un approdo di senso. E’ denso di significati di smisurata profondità, il quarantennale percorso artistico di Adriano Avanzolini, artista bolognese classe ’45 la cui ultima personale, dal titolo “La materia in sottrazione”, una sorta di mini antologica, è ospitata fino al prossimo 9 giugno negli spazi della Galleria del Carbone di Ferrara. Nell’esposizione – a cura di Sandro Malossini e con presentazione in catalogo di Pasquale Fameli – sono presenti un ciclo di sculture in terracotta e lavori su carta e tela ad acrilico di grande dimensione. “E’ una pittura – spiega lo stesso artista nel testo in catalogo – dove il nero domina spesso, a spatolate larghe, come una ricerca di chiarezza che corrisponde al desiderio di sintesi e misura. Sperimento le infinite possibilità degli in-croci, dell’unione di espressioni artistiche vicine che accentuano la trasparenza in una meditazione espressiva silenziosa, sulla soglia che divide l’inizio dalla fine, dove tutto, insieme, esalta il discorso artistico”. In molte opere – soprattutto degli anni ’70, e alcune più recenti – spiega ancora Avanzolini, “rendo manifesto il luogo dove l’uomo esprime se stesso, mentre aspira ad una realtà superiore o si annichilisce. Passioni umane, torbidi mescolii, si fondono con elementi domestici inconsapevoli a fare un tutt’uno di simbolo e immagine concreta, teatrale”. Una quotidianità, come la definisce il critico Fameli, “squallida e insignificante”. Con il “Teatro del quotidiano” (1974), prosegue Fameli, “l’artista inscena e orchestra infatti i gesti di un’umanità oggettualizzata, ridotta a simulacro di se stessa, logorata dall’incrocio tra conflitti privati e collettivi. […] La collocazione di figure anonime e malinconiche in ambientazioni scarne, fatte di vecchie sedie in legno, poltroncine sdrucite, brande e tavolacci, assume nella ricerca di Avanzolini una più spiccata valenza metafisica”. I corpi fortemente sessuati, le pose e i gesti scabrosi riempiono la “scena”. Questa sorta di “cupio dissolvi” che sembra pervadere i residui di volontà di questi corpi relittuali agisce dentro una tensione che pare irrisolvibile, così da acquistare pienezza anche se mutilati, sensualità nella propria immobilità, soggettività nella paralisi. Sono attori, seppur di un palcoscenico assurdamente muto. Proprio questi “scarti” di vita, dove sembrano indicare una nullificazione, richiamano invece scintille di passioni forse non del tutto sopite, scampoli di tensioni soffocate, fossilizzate e scomposte, eppure magmaticamente vive. Come scrive lo stesso Avanzolini, “forme di vuota apparenza sono utili a prefigurare uno stato d’animo che, compenetrato nelle tenebre terrene, conduce chi guarda verso più alte aspirazioni. Lo spettatore è parte dell’opera, superandola, e tale pensiero non contribuisce a rendere più vivibile la vita”. Negli anni ’80 questa de-composizione raggiungerà una radicalità quasi estrema, la quale, pur non arrivando all’informalità, minimalizzerà comunque forme e linee, fino a svuotarle, per riempirle di nuova luce ed energia. Queste forme povere ed esangui riacquisteranno anima in alcune opere degli anni ’90 e 2000, dove simboli religiosi – anche cristiani, come la croce o il vincastro – e mitici o arcaici, faranno la loro comparsa. “Le croci – scrive ancora l’artista -, dove i vuoti prevalgono, definiscono lo spazio della scultura, la mia scultura, alla fine del millennio. Ho spogliato l’involucro carnale, accontentandomi della semplice trama che non arma il cemento, ma lo spazio. […] E’ stata emendata la scultura da ogni sensualità, ridotta all’osso. Ciò che avvicina è la vocazione al senso”. La mostra, che ha il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà visitabile fino al 9 giugno con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle ore 20; sabato e festivi dalle ore 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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“La letteratura aiuta a trasformarci, per ritrovare il nostro vero ‘io’ ”

20 Mag

Magistrale intervento dello scrittore israeliano David Grossman il pomeriggio di domenica 19 maggio al Teatro Comunale “Abbado” di Ferrara, in occasione della Festa del Libro Ebraico organizzata anche quest’anno dal MEIS

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di Andrea Musacci

Spesso si associa la letteratura alla finzione, a qualcosa di distante dal reale, in un certo senso di alienante, di sfuggevole. E’ di tutt’altro avviso David Grossman, romanziere israeliano tra i più apprezzati a livello globale, intervenuto domenica 19 maggio al Teatro Comunale “Abbado” di Ferrara in occasione della Festa del Libro Ebraico organizzata dal MEIS – Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, in collaborazione con il Teatro Comunale e con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Ferrara, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Ferrara. La mattinata ha visto nella struttura di via Piangipane la presentazione di cinque libri, di altrettante donne, dedicati a ebrei italiani: “La mia vita incisa nell’arte. Una biografia di Emma Dessau Goitein” (Mimesis, Milano, 2018) di Gabriella Steindler Moscati che ne ha parlato con la storica dell’arte Martina Corgnati; “Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule” (Pacini Fazzi, Lucca, 2018) di Marcella Filippa, che ne ha discusso col genetista e scrittore Guido Barbujani; “Un impegno controcorrente: Umberto Terracini e gli ebrei, 1945-1983” (Zamorani, Torino, 2018) di Marta Nicolo, che invece ne ha parlato con Fausto Ciuffi, Direttore della Fondazione Villa Emma. Infine, due “casi letterari”, “Il caso Kaufmann” (Rizzoli, Milano, 2019) di Giovanni Grasso, che ne ha discusso con la storica Anna Foa, e “Anita” (Bompiani, Milano, 2019) di Alain Elkann, in dialogo con Vittorio Sgarbi. Nel pomeriggio, al Comuale, l’atteso incontro con Grossman ha visto innanzitutto i saluti di Dario Disegni, Presidente del MEIS, e poi il dialogo-intervista tra lo scrittore israeliano e il Direttore MEIS Simonetta Della Seta. “Quando creo un personaggio – ha esordito Grossman -, devo prima cercare di identificarmi con lui fisicamente, immaginandone la voce, il corpo, le abitudini. Quando scrivo, quindi, sento come il bisogno di vedere nelle persone ciò di cui devo scrivere, è come se la realtà mi venisse incontro, vicino, in ogni suo dettaglio: quando ciò avviene, provo una grande gioia”. Ad esempio, per il romanzo “Qualcuno con cui correre” (2000) – ha proseguito -, “cercavo un’adolescente dura e tenera al tempo stesso, ma non la trovavo. Un giorno, vicino Gerusalemme, vidi una 16enne vestita di blu, i pantaloni lisi: da alcuni suoi modi di fare capii che era lei il tipo di ragazza che cercavo”. E a proposito di persone dell’altro sesso, o di altre età o provenienze, Grossman ha raccontato un altro aneddoto: “quando stavo scrivendo ‘A un cerbiatto somiglia il mio amore’ (2008. ndr), non riuscivo a ’catturare’ un personaggio femminile, allora le scrissi una lettera: ‘cara, perché non ti arrendi?’, e nel scrivere queste parole capii che ero io a dovermi arrendere a lei, perché si rivelasse. Ognuno dentro di sé – è il suo pensiero – possiede tantissimi personaggi, anche se spesso, col passar degli anni, ci autolimitiamo, mentre se vogliamo possiamo essere molti personaggi, se solo scavassimo dentro di noi. Così supereremmo i limiti, gli schemi, ad esempio, del nostro sesso, del nostro luogo – ad esempio se io immaginassi di essere un palestinese -, riuscendo a trovare forme diverse, a trasformarci”. Lo stesso discorso vale “quando scrivo libri per bambini, così da dovermi immedesimare in loro: i bambini hanno il dono, non conoscendo ancora bene la realtà, di poterla moltiplicare all’infinito, di poterle dare tante forme. In questo sono simili all’uomo primordiale”. Ma al tempo stesso questo mistero che è la realtà “provoca in loro tante paure”. E come il bambino nel conoscere il reale conosce sempre più se stesso, così il protagonista del suo ultimo libro, “Applausi a scena vuota” (2014), riuscirà a ritrovare se stesso, “quel se stesso che era durante l’infanzia”. Così, “l’arte e la letteratura – ha spiegato ancora Grossman – sono strumenti che ci aiutano a capire chi siamo, a uscire dagli schemi nei quali spesso ci troviamo, ritrovando il nostro ‘io’ vero, e riuscendo noi stessi a raccontare storie sempre più autentiche, sempre più aderenti alla realtà e a ciò che noi davvero siamo”. Nella parte conclusiva del dialogo-intervista, si è riflettuto nello specifico sul ruolo della lingua ebraica nella letteratura: “una lingua – l’ha definita Grossman – che è come un fiume, sul cui letto si depositano tante cose, e così nell’ebraico in 4mila anni si sono depositate storie, persone, tradizioni. Anche per questo – ha spiegato – è molto importante studiare i testi sacri, e lo dico da laico, un laico che si sente però parte della grande tradizione del suo popolo”.


“La parte più profonda della persona non si può eliminare”

Il 19 maggio al MEIS inaugurata la mostra di Manlio Geraci, “Libri proibiti”, dedicata ai deportati da Milano e Ferrara: “ogni volta che si brucia un libro si brucia l’anima dell’uomo”

Si chiamano Bücherverbrennungen, “roghi di libri”, le tremende azioni compiute dai nazisti nel 1933 per eliminare volumi di ebrei, oppositori politici e di tutto ciò che non rientrava dentro lo spietato universo nazionalsocialista. Manlio Geraci (foto sotto), artista palermitano, ha voluto metaforicamente “salvare” dalle fiamme dell’odio 774 libri, lo stesso numero dei deportati ad Auschwitz che partirono dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano con il primo convoglio. Salvare i libri, la memoria, la cultura, lo spirito critico, per salvare vite, corpi, futuri. L’installazione, intitolata “Libri proibiti”, è stata presentata nel pomeriggio di domenica 19 maggio al MEIS, nel Giardino delle domande, in occasione della Festa del Libro Ebraico. “Ho voluto dedicare a queste persone deportate e poi uccise – ha spiegato l’artista durante l’inaugurazione – un diario cromatico, un ricordo che possa riflettere la loro spiritualità, la loro interiorità più profonda, che non si può cancellare”. Il nero delle bruciature sui dorsi dei volumi rappresenta “l’oscurità, la morte, le tenebre dalle quali comunque si è riusciti a uscire”. “Quando si brucia un libro si brucia l’anima dell’uomo”, ha invece riflettuto il curatore Ermanno Tedeschi, ferrarese d’origine. Nell’installazione al MEIS, ha spiegato, l’artista ha scelto di aggiungere un secondo mucchio di volumi, nel numero di 156, come i deportati dalla città di Ferrara. I libri – in legno – contengono diversi effetti cromatici, il rosso del sangue, il blu del cielo, il giallo del tradimento, oppure chiodi, o, ancora, pezzi di vetro, simbolo della Notte dei Cristalli del ’38. “L’odio per il diverso e il razzismo sono tornati nelle nostre società – ha riflettuto il curatore -, e quindi mi rivolgo soprattutto ai giovani: è importante fare qualcosa, e l’arte può essere un mezzo”. L’arte, certo, è di casa al MEIS ma per la prima volta un’esposizione d’arte contemporanea viene ospitata nella struttura di via Piangipane. Ha portato il saluto dell’Amministrazione e della Città anche il Sindaco Tiziano Tagliani: “un museo non è un luogo statico ma di dinamismo e di ricerca. La cultura continua a riprodursi e a creare qualcosa di nuovo, che provoca domande più che dare risposte”. E le domande sono quelle che fioriscono anche nel libro, che, come ha detto il Direttore MEIS Simonetta Della Seta, “è sia memoria – per sapere cos’abbiamo dietro, per non ‘inciampare’ – sia ponte verso il futuro”. Quel futuro rappresentato dai giovani, presenti all’evento, provenienti da quattro scuole medie di Asti, tra cui la Scuola Olga Leopoldo Jona, deportati e poi uccisi a Birkenau.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

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“E’ importante che i suoi valori vengano messi in comune”

8 Apr

Lo scorso 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata la mostra “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, alla presenza dell’Arcivescovo e del Sindaco. La sera S. Messa a Tresigallo

miriam3La “casa dei ferraresi” fino a venerdì 12 aprile ospita la mostra dedicata alla vita e alla profonda esperienza di fede di Laura Vincenzi. Nel pomeriggio di giovedì 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata l’esposizione intitolata “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, realizzata da Laura Magni con la collaborazione di Giuliano Laurenti, entrambi impegnati nell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra diocesi, e col fondamentale coinvolgimento dei genitori e degli amici di Laura oltre che dell’Azione Cattolica di Ferrara-Comacchio, che da anni, insieme all’associazione ”Amici di Laura”, promuove il cammino per il riconoscimento canonico della sua santità. Chiara Ferraresi, Presidente dell’AC diocesana, nel suo saluto introduttivo ha sottolineato come “i valori coi quali Laura ha vissuto la propria vita – la semplicità, l’apertura all’altro, l’amicizia, il senso di responsabilità, un grande coraggio, il riuscire a trasformare la sofferenza in un’esperienza positiva per lei e per gli altri – siano un bene di tutti, valori da mettere in comune”. “Con Laura ho condiviso molti dei luoghi di appartenenza ecclesiale”, sono state le parol del Sindaco Tiziano Tagliani, che ha posto l’accento sul fatto che “questo spazio civico è aperto a diversi tipi di esperienza: il vero civismo infatti è quello che porta qui esperienze autentiche, di vita vera, e quella di Laura è una testimonianza vera, anche civile, perché il senso della sua sofferenza è dimostrazione di coraggio e di coerenza. “Alcuni giorni fa – è stato invece il richiamo dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego – abbiamo ricordato Bruno Paparella e Vittorio Bachelet, riflettendo anche sul tema della ’scelta religiosa’, che porta dentro la città, non fuori e quello di Laura è stato un modo di vivere la città, nel senso di partecipazione, impegno, valorizzazione di ciò che è importante”. Mons. Perego ha quindi richiamato la coincidenza con la pubblicazione, negli stessi giorni, dell’Esortazione di Papa Francesco, “Christus vivit” e come questa mostra sia ancora più importante in quanto proposta nel periodo che prepara alla Pasqua. A seguire, Chiara Ferraresi ha letto un messaggio inviato da mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro e dal 1974 al 1984 assistente nella nostra Diocesi e regione di Azione Cattolica Ragazzi. “Sarò presente in preghiera e un piena unità”, ha scritto, “la santità di Laura Vincenzi è messa sul candelabro per illuminare”, ricordandoci come “la chiamata alla santità è meta di popolo”, non individuale, e come “la santità è la prima missione”. “L’opposto del peccato – ha concluso – non è la virtù ma la fede: Laura ci ha detto davvero che tutto è grazia”. L’evento inaugurale è dunque proseguito con una breve visita alla mostra guidata da Miriam Turrini. Gli 11 pannelli allestiti sono su sfondo bianco, come fogli sui quali Laura ha scritto la propria vita, mentre l’altro colore dominante è l’azzurro, il colore della trascendenza. Tante le fotografie di Laura nelle varie fasi della sua vita, quasi mai da sola ma sempre in compagnia di amici e famigliari. La Turrini ha posto l’accento sulla “sua coscienza di essere sempre neonata nella fede e di dover quindi fare un lungo cammino, nella convinzione che tutto è dono e grazia”. Frequente ricorre nelle sue lettere la riflessione su “come coniugare una vita da vivere con passione e intensità, e al tempo stesso col giusto distacco”. Un’esistenza breve, la sua, ma nella quale centrale è stato il rapporto con l’Eterno, da lei stessa definito come “la realtà vera e propria a cui tutti siamo chiamati”. Un’immagine, infine, vogliamo richiamare: quella della preghiera da lei scritta e indirizzata all’allora Arcivescovo mons. Luigi Maverna, fatta stampare – con, sul retro, un ramo d’ulivo – e distribuita il giorno delle esequie, e letta dallo stesso Maverna nell’omelia. La mostra è visitabile con il seguente orario: dal lunedì al venerdì ore 9-18. Ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 18 sarà possibile la visita guidata. La sera del 4 aprile nella chiesa di Tresigallo è stata celebrata una S. Messa in memoria di Laura Vincenzi, di Riccardo Tagliati e dei giovani di Tresigallo tornati alla Casa del Padre.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

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(foto Francesca Brancaleoni)

A confronto sul santo precursore dei pubblicitari

18 Mar

Il 21 marzo a Casa Romei Claudio Gualandi e Andrea Sardo parleranno di San Bernardino da Siena e di grafica digitale

3398_d25a9abb2842dedef7ca93347ecb3289Il primo pubblicitario? E’ un frate francescano vissuto tra il 1380 e il 1444, che, ideando un “marchio” religioso, ha dimostrato capacità di sintesi comunicative da far invidia ai grafici di oggi. Su questo interessante legame tra antico e contemporaneo verterà l’incontro dal titolo “Da san Bernardino da Siena alla grafica digitale: sei secoli di evoluzione”, in programma giovedì 21 marzo alle ore 17 nel Museo di Casa Romei a Ferrara (via Savonarola, 30).
Relatori saranno il grafico e illustratore Claudio Gualandi e Andrea Sardo, Direttore di Casa Romei. L’incontro è legato all’esposizione “Romei e gli altri. Scene di vita ferrarese nelle illustrazioni di Claudio Gualandi” esposta nel Museo di via Savonarola fino al prossimo 24 marzo.
Ma qual è il “logo” ideato da San Bernardino da Siena, che gli è valso, nel ’56, il titolo di patrono dei pubblicitari italiani e nel ’62 di quelli francesi? Si tratta del celebre trigramma IHS che campeggia su una delle facciate esterne di Casa Romei, sul rosone centrale della chiesa di Santo Stefano e in tanti altri edifici di Ferrara, di Italia e non solo.
Si tratta di un sole raggiante con al centro il trigramma, ovvero le prime tre del nome Gesù in greco, su campo azzurro. Il sole rappresenta Cristo, mentre i raggi sono dodici (come gli Apostoli) serpeggianti e otto (come le Beatitudini) diretti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 18 marzo 2019