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“La città di domani sia equa ed accogliente”

11 Gen

Le ultime assegnazioni delle case popolari nel Comune di Ferrara: col nuovo Regolamento che privilegia la “residenzialità storica”, il pregiudizio identitario va a scapito dell’aiuto a chi ha bisogno. A essere penalizzate sono le famiglie straniere, le giovani coppie e chi proviene da un altro Comune.
259 le domande finora accolte in maniera definitiva, ma gli alloggi ACER disponibili sono 80, meno di un terzo

“Prima gli italiani”. L’infausto slogan purtroppo anche a Ferrara è realtà concreta.
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta guidata dal leghista Alan Fabbri, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti come elemento decisivo nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte. «Grazie all’introduzione della residenzialità storica – ha dichiarato il primo cittadino – abbiamo ristabilito un’equità sociale». Sono circa 80 gli alloggi – tra città e frazioni – dedicati alle assegnazioni della 32° graduatoria che quest’anno verranno recuperati da ACER utilizzando il finanziamento regionale straordinario del 2020 (800mila euro). Meno di un terzo, quindi, delle domande finora accolte.
Il nuovo Regolamento discriminatorio è stato adottato dal Consiglio Comunale estense lo scorso marzo. Dando seguito al Documento Unico di Programmazione 2020-2024, il testo pone la residenzialità storica e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come criteri primari, mantenendo la condizione di punteggio relativa alla storicità della domanda in graduatoria.
Netta e tempestiva è stata la nota diramata dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «la speranza è che nessuna famiglia che ne aveva diritto sia stata esclusa per ragioni di razza e nazionalità», sono le parole del Vescovo Mons. Gian Carlo Perego. «Se fosse così il nuovo bando non aiuta a costruire la città di domani che non potrà che vedere convivere persone di diversa provenienza, con nuove risorse ed esperienze di cui ha bisogno il futuro di una città diversamente destinata a morire più che ad attrarre nuove persone e famiglie».
In un comunicato successivo Mons. Perego ha aggiunto: «la “residenza storica”, come principio dirimente, non può essere in grado – da sola – di tutelare il diritto ad avere una casa e un alloggio, come si è già pronunciata la Corte Costituzionale». «Lo stesso vale anche per altre condizioni – come ad esempio non avere un alloggio in patria (il bando intende forse una capanna..?) – che oltre ad essere impossibili da dimostrare, sarebbero deleterie sia per tutelare i nostri emigranti all’estero che per garantire il diritto di ritornare nel proprio Paese. In ordine all’approvazione di questo bando forse sarebbe stato utile dialogare con tutte le parti sociali».
Sindacati e associazioni: “giovani e stranieri penalizzati”
«Al di là dei proclami, di equità sociale non vi è traccia», è il commento a “La Voce” di Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. «La situazione di bisogno non è l’elemento primario, come dovrebbe essere, per l’assegnazione degli alloggi». Il nuovo Regolamento discrimina non solo coloro non ancora in possesso della cittadinanza italiana «ma penalizza fortemente anche i giovani», in particolare le giovani coppie, «con un forte spostamento delle assegnazioni a favore delle famiglie anziane». «Condividiamo assolutamente le parole di Mons. Perego», conclude Ravani.
«L’Amministrazione comunale dimostra poca lungimiranza rispetto all’esigenza di un Comune come il nostro, a forte presenza di popolazione anziana, di favorire l’insediamento di nuove famiglie e soprattutto di nuove famiglie con figli per garantire il ricambio generazionale e quindi il suo sviluppo economico e sociale», ci spiega Paola Poggipollini di UNIAT UIL Ferrara. «La richiesta alle famiglie extracomunitarie della produzione, in fase di assegnazione, del certificato di impossidenza di alloggi nei paesi di origine, dove non esiste il catasto, è per loro punitivo e discriminatorio, sia perché non sono in grado di produrlo sia in quanto analoga documentazione non viene richiesta agli italiani (ad esempio gli italiani che dopo anni rientrano dall’estero). È rimasto inascoltato il nostro richiamo alle numerose sentenze che in altri casi hanno sanzionato analoghe decisioni adottate dai Comuni».
Dal mondo dell’associazionismo arriva la voce di “Cittadini del mondo”: «il criterio della residenza non tiene conto dei bisogni familiari e delle forme di povertà accertate», a maggior ragione a causa dell’emergenza Covid, e anche per il fatto che il Regolamento punisce «chi ha morosità pregresse con l’Amministrazione», come appunto famiglie in difficoltà. Infine, per l’Associazione è ingiusto che «solo i cittadini stranieri debbano dimostrare con documenti autenticati di non possedere immobili nel Paese di provenienza, regola che, invece, non vale per gli italiani».
Il precedente: il caso dei buoni spesa
La Giunta a maggioranza leghista non è nuova a scelte di questo tipo: nei mesi scorsi due sentenze del Tribunale cittadino avevano definito «una condotta discriminatoria» la delibera del Comune di Ferrara che fissava come criteri per ottenere i buoni spesa per le persone in difficoltà nell’emergenza Covid, il requisito del permesso di soggiorno per gli stranieri extra Ue e una priorità a favore dei cittadini italiani.

Cronistoria: dalla Bossi-Fini a oggi (passando per l’era Tagliani)

Prima annunciate, poi attuate, le modifiche al Regolamento per il conteggio utile all’assegnazione degli alloggi popolari risalgono a marzo scorso. Ma le regole precedenti si ispirano anche alla Legge Bossi-Fini.
Legge Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189)
Art. 40, comma 6: «Gli stranieri titolari di carta di soggiorno e gli stranieri regolarmente soggiornanti che siano iscritti nelle liste di collocamento o che esercitino una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ai servizi di intermediazione delle agenzie sociali eventualmente predisposte da ogni Regione o dagli enti locali per agevolare l’accesso alle locazioni abitative e al credito agevolato in materia di edilizia, recupero, acquisto e locazione della prima casa di abitazione».
Delibera n. 154 dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna del 06/06/2018, “Atto unico sull’edilizia residenziale pubblica”, che riprende, tra l’altro, l’art. 40, comma 6 della Legge Bossi-Fini.
L’Amministrazione Tagliani (2014-2019): “importanza alla ‘storicità’ in graduatoria”
La Giunta Tagliani nella scelta delle condizioni di punteggio (che spetta al Consiglio Comunale basandosi sulle misure della Delibera regionale n. 154/2018) inserisce la condizione di punteggio della ”storicità” della domanda in graduatoria che dà valore al periodo di tempo in cui si è rimasti in graduatoria senza avere un’assegnazione dell’alloggio. Come dichiarò l’Assessora Chiara Sapigni, «la residenza da più o meno tempo non esprime alcun bisogno. Al contrario essere in attesa in graduatoria da molti anni viene riconosciuto come un bisogno a cui non si è ancora data risposta». Inoltre, era il ragionamento della Sapigni, «nel Comune di Ferrara, fra i proprietari di casa il 79% è italiano, il 29% straniero. È quindi normale che facciano più richiesta di alloggio pubblico gli stranieri».
Luglio 2019: Fabbri, “cambieremo le regole”
Il neo Sindaco Alan Fabbri, durante la prima seduta di Giunta, si rivolge in particolare all’Assessora ai Servizi Sociali Cristina Coletti e all’Assessora all’Istruzione Dorota Kusiak: «bisogna mettere mano con urgenza ai regolamenti per le assegnazioni degli alloggi Acer e per la graduatoria relativa al servizio di asilo nido», in modo da «equilibrare da un lato gli eccessi che fino ad oggi hanno caratterizzato la fruizione del welfare abitativo favorendo le famiglie immigrate, con percentuali ingiustificate».
Il Documento Unico di Programmazione 2020-2024
Nel DUP, il Documento Unico di Programmazione 2020-2024, la Giunta Fabbri spiega: «Nel 2020 si procederà alla revisione del regolamento ERP (Edilizia Residenziale Popolare, ndr) ed emergenza abitativa introducendo tra i requisiti per l’accesso la residenza anagrafica “storica” nel Comune di Ferrara alla data di pubblicazione del bando e l’assenza di diritti di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero».
Marzo 2020: modifica del Regolamento per l’assegnazione delle case popolari
Il 2 marzo 2020 il Consiglio Comunale adotta il nuovo Regolamento con le mutate condizioni di punteggio: di fatto, il disagio abitativo, il disagio economico, il disagio sociale, la composizione del nucleo e l’anzianità di presenza in graduatoria diventano secondarie rispetto all’anzianità di residenza (la cosiddetta “residenzialità storica”: il punteggio assegna 1/2 punto per ogni anno di residenza, anche non continuativi), e alle condizioni negative, come la pregressa morosità, entrambe di nuova introduzione. Il generico «legame col territorio» diventa più importante del bisogno materiale di persone, famiglie e giovani coppie.
Luglio 2020: esce il nuovo bando
Il 9 luglio esce il nuovo bando relativo all’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica con scadenza il 30 settembre 2020. Le domande raccolte nel periodo di uscita del Bando sono state inserite nel 32° aggiornamento della graduatoria, la prima che dà applicazione ai nuovi criteri di punteggio stabiliti dal regolamento di assegnazione approvato dal Consiglio Comunale il 2 marzo scorso. Le domande presentate dal 1° ottobre 2020 saranno invece inserite nella 33° graduatoria.
Gennaio 2021: definita la nuova graduatoria
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento: le prime 157 posizioni della graduatoria risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte.

Caritas, un centinaio le persone attualmente accolte

Donne e minori a carico sono divise tra la sede di Casa Betania in via Borgovado e gli 11 gruppi-appartamenti sparsi per la città: “ma se manca il lavoro, l’integrazione è difficile”. Le storie di queste giovani

(foto d’archivio)

L’accoglienza è uno degli ambiti che maggiormente vede impegnata la Caritas diocesana. Un’emergenza continua – possiamo dire – che riguarda prevalentemente donne straniere con minori a carico.
Per quanto riguarda l’accoglienza residenziale, ci spiega l’operatore Michele Luciani, «attualmente accogliamo 98 persone, 86 delle quali seguite in convenzione con i servizi sociali del territorio», vale a dire che il progetto di accoglienza non è emergenziale, ma a medio-lungo termine. Di queste 86, 57 sono donne e 29 minori, di età compresa fra i 0 e i 4 anni: 3 sono nati nel 2016, 4 nel 2017, 8 nel 2018, 10 nel 2019, 4 nel 2020. Oltre alle 86 persone, altre 12 donne sono accolte in accoglienza emergenziale (o prima accoglienza o emergenza abitativa): «sono ad esempio donne in stato avanzato di gravidanza o vittime di violenza domestica, segnalateci dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine, in attesa di entrare in strutture protette». Il periodo di accoglienza emergenziale solitamente è di 3+3 mesi, o 6+6 mesi, in ogni caso entro i 12 mesi. Delle donne, le prime 5 sono entrate in accoglienza nel 2015, 26 nel 2016, 17 nel 2017. «Di fatto – commenta Luciani – è difficile uscire dall’ambito dell’accoglienza, e ciò dipende dal lungo iter per la richiesta di protezione internazionale per le richiedenti asilo, ma anche dalla difficoltà di intraprendere un percorso di autonomia una volta riconosciuto il permesso di soggiorno». Questa seconda difficoltà di integrazione dipende soprattutto dall’impervia ricerca di un lavoro regolare e il più possibile stabile. «La maggioranza di queste donne lavora in agricoltura, in nero o quasi, anche se noi cerchiamo di scoraggiare ad accettare lavori senza regolare contratto» e magari trovati tramite mediatori di dubbia fama. Altre, prima della pandemia, svolgevano tirocini nelle cucine di alcuni ristoranti. Tirocini che purtroppo si sono dovuti interrompere.
Delle 98 persone totali, tra donne e minori, gestite dalla Caritas nell’ambito dell’accoglienza, 33 sono ospitate a Casa Betania in via Borgovado (aperta nel 2014, con mini appartamenti e stanze singole o doppie), di cui 25 donne (alcune in emergenza abitativa, altre con progetto di accoglienza ma con una maggiore fragilità che richiede un accompagnamento individuale e strutturato) e 8 minori. Provengono quasi tutte da Paesi africani (la maggior parte dalla Nigeria, le altre da Camerun, Somalia, Togo, Costa d’Avorio, Sierra Leone).
Le altre sono ospitate, invece, in 11 appartamenti a Ferrara, tra il centro e la periferia della città: «le donne accolte in questi appartamenti – prosegue Luciani – a differenza di quelle a Casa Betania hanno un maggiore grado di autonomia e quindi il nostro affiancamento è rivolto al gruppo, non alla singola persone, per creare dinamiche virtuose di convivenza». Si cerca, cioè, di valorizzare dinamiche di aiuto reciproco: «ad esempio, se una mamma frequenta un corso per OSS, lascia i figli a un’altra mamma con cui convive in appartamento, oppure una delle donne capace di muoversi ad esempio nel rinnovo del permesso di soggiorno o della carta d’identità, aiuta le altre nell’espletare le stesse pratiche». Nonostante le inevitabili conflittualità, «tanti sono gli esempi di collaborazione tra le donne in accoglienza, il clima in genere è buono, e le stesse relazioni col tessuto sociale, ad esempio coi vicini di condominio, sono positive: è l’idea dell’accoglienza diffusa». Di queste donne nei gruppi-appartamenti, attualmente la metà sono nigeriane, le altre vengono da Cina, Colombia e 1 da Ferrara. Al di là della pur fondamentale rete di accoglienza dal basso, «rimane il fatto – conclude amaramente Luciani – che la forte precarietà o disoccupazione di queste persone peggiora la sensazione generale già negativa del fenomeno migratorio: agli occhi di molti, purtroppo, queste donne rimangono migranti per tutta la vita. E questo, di certo, è stato favorito dal disinvestimento delle istituzioni pubbliche, responsabili di non finanziare più i percorsi di integrazione».

Ma chi sono queste donne?
«I loro vissuti – ci spiega Stefania Malisardi, un’altra operatrice Caritas -, hanno come denominatore comune la volontà di scappare da situazioni che mettevano a serio rischio la loro vita. Alcune sono scappate dalla guerra civile, dalle bande armate del proprio villaggio o città, altre ancora da matrimoni combinati, altre perché rimanendo nel loro paese di origine rischiavano la propria vita», ad esempio perché professavano una religione diversa da quella di Stato, per il loro orientamento sessuale o l’appartenenza a gruppi etnici perseguitati. Alcune non hanno deciso di lasciare il paese di propria volontà, ma sono state rapite».
Per molte il viaggio è iniziato con una promessa di lavoro in un paese vicino – prosegue Malisardi -, per poi ritrovarsi obbligate a prostituirsi o in lavori come domestiche più simili alla schiavitù. Da qui la volontà di scappare, attraversando prima il deserto in carovane stracolme di persone con il rischio di essere lasciate indietro e condannate a morte certa, di essere sorprese dalle milizie armate, rapite e vendute, fino ad arrivare nell’inferno della Libia e infine al viaggio in mare. Difficilmente parlano delle loro storie, occorrono mesi se non anni per entrare abbastanza in confidenza con loro».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 gennaio 2021

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