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Bambini disabili, ecco il progetto IBO in Tanzania

17 Ott
La presentazione dell’11 ottobre a Casa IBO

Presentato a Ferrara l’11 ottobre: inclusione scolastica e sociale per centinaia di bambine e bambini con disabilità, da sempre considerati “scarti”. I sei tanzaniani a Ferrara e la storia di riscatto di Mage, Vicky e Ageni

di Andrea Musacci

Abbandonati lungo il ciglio di una strada polverosa o reclusi a vita in casa, quando non uccisi. È questo il tragico destino di tante bambine e bambini con disabilità in Tanzania, dove la povertà e disumane credenze popolari hanno ridotto a un inferno la vita di queste persone considerate “scarti”.

È di loro che si occupa il progetto “No One Left Behind” realizzato da IBO Italia, e presentato nella sede di via Boschetto a Ferrara nel pomeriggio dello scorso 11 ottobre, alla presenza di una delegazione di sei tanzaniani coinvolti nel progetto. Progetto (finanziato anche grazie all’8×1000 alla Chiesa Cattolica) che ha come obiettivo il rispetto dei loro diritti e la loro accessibilità ai servizi delle scuole primarie (6-13 anni) e riabilitativi nel distretto di Iringa, nel Paese dell’Africa orientale celebre, soprattutto, per il Kilimangiaro e l’isola di Zanzibar. Area con oltre 400mila abitanti (più della metà sotto i 19 anni) che comprende una zona urbana e una rurale (dove vive il 78% della popolazione), a dieci ore di macchina dalla costa e dalla capitale Dar es Salaam. Ben il 7,8% dell’intera popolazione ha una disabilità, il 3% della popolazione in età scolare, di cui la maggior parte è esclusa dai servizi scolastici.

Dopo i saluti dell’Assessora del Comune di Ferrara Dorota Kusiak, Federica Gruppioni e Paola Ghezzi hanno presentato il progetto coordinato da quest’ultima, scritto e presentato all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo nel 2018 e approvato e avviato l’anno successivo. La pandemia, naturalmente, lo ha rallentato, ma non fermato. La conclusione è prevista ad aprile 2023.

Il contesto di povertà

I volontari di IBO si trovano ad operare in un contesto in cui, soprattutto nei villaggi, le persone non accettano la disabilità. In passato, ma ancora in parte oggi, in Tanzania una famiglia è rispettata solo se ricca e con tanti figli, quest’ultimi sinonimo, secondo questa mentalità, di ulteriori guadagni, braccia in più per lavorare. Se queste “braccia” non sono abili a svolgere determinate mansioni, vengono considerate “maledette”: la persona disabile è considerata inutile, e quindi va emarginata. A ciò si sovrappongono elementi di superstizione, come la credenza che il malocchio di vicini o famigliari fosse la causa della disabilità. I bambini, quindi, fino a non molti anni fa erano nascosti dalle famiglie. Erano come invisibili, quando non venivano  soppressi, com’era in uso nella tribù Masai, dove le famiglie, dopo aver ucciso il bambino, cambiavano anche casa. In altri casi, i bambini venivano abbandonati nei boschi, facili prede di bestie feroci.

C’è voluto tempo, quindi, perché molte famiglie non considerassero inutile portare i propri bambini con disabilità a scuola. Ora, per legge, tutte le scuole devono accettare questi piccoli. Ma, come sempre, la legge è necessaria ma non sufficiente: tocca alle persone e alle comunità renderla concreta.

Le fasi del progetto

Questo contesto, com’è normale, portava a una totale impreparazione di insegnanti, presidi e personale scolastico sul tema dell’inclusione di queste bambine e bambini, oltre ad ambienti di studio non accessibili. 

Il progetto “No One Left Behind” si svolge in tre fasi. Innanzitutto, quella della formazione dello staff scolastico, già conclusa: ad oggi, sono stati formati circa 150 insegnanti, con corsi settimanali di base e successivamente un periodo di formazione nelle scuole. Secondo, l’abbattimento delle barriere architettoniche e la costruzione di ambienti per questi ragazzi, come il dormitorio per bambine e ragazze nella scuola primaria di Kipera, prima costrette a dormire in letti a castello montati nelle classi. Infine, la campagna di sensibilizzazione per genitori con bimbi con disabilità e per l’intera collettività.

Gli attori: i sei tanzaniani in visita a Ferrara

Presenti in Italia per la visita-studio dall’8 al 21 ottobre, sei protagonisti (tre donne e tre uomini) di questo progetto, tutti provenienti dal Distretto rurale o da quello urbano di Iringa: Peter Edmond Fussi, Responsabile dell’istruzione del Consiglio distrettuale di Iringa, che comprende 158 scuole primarie, di cui 5 private, per un totale di 74064 studenti; Wilfred Makaranga Mattu, Responsabile dell’istruzione per studenti con bisogni speciali, con 441 bimbi disabili delle primarie coinvolti, e 53 nelle secondarie; Faines Seti Mteleka, Dirigente scolastica della scuola primaria di Kipera, che accoglie 683 studenti, di cui 97 con disabilità fisica, cognitiva o di altro tipo; Esther Charles Mtendeule, insegnante per studenti con bisogni speciali nella primaria di Tanangozi, con 856 ragazzi, di cui 25 con disabilità; Mary Aidano Semaganga, insegnante per studenti con bisogni speciali nella primaria di Sabasaba, con 500 studenti, di cui 80 disabili, seguiti da appena 4 insegnanti; Adam John Duma, Direttore dell’Associazione Nyumba ALI a Iringa: «dal 2006 – ha spiegato – abbiamo aperto tre centri diurni per la riabilitazione fisica di bambini con disabilità e per bimbi con disabilità gravi, che quindi non possono essere accolti nelle scuole pubbliche. Uno dei ragazzi che abbiamo seguito, tetraplegico, ora è iscritto a Giurisprudenza».

Fra le altre tappe della visita-studio in Italia, una mattina all’Istituto Vergani Navarra, alla scuola Neruda, alla primaria di San Martino, per poi gli ultimi giorni trascorrerli a Roma, con anche una visita in Vaticano. 

I partner 

Assieme a Nyumba ALI ha collaborato anche l’Università di Ferrara, uno dei partner del progetto. Alfredo Alietti, docente di UniFe e Direttore del Centro di Cooperazione Internazionale dell’Ateneo estense (nato lo scorso luglio), ha spiegato la ricerca svolta nel contesto urbano, dal titolo “Welfare educativo, disabilità e rapporto scuola-famiglia nei distretti urbani di Iringa”, che verrà pubblicata a breve: «abbiamo costruito un questionario poi sottoposto a genitori con figli disabili nelle scuole di Sabasaba e Ipogolo, per sapere quali difficoltà vivono e anche gli aspetti positivi. Successivamente, abbiamo svolto incontri con genitori di bimbi disabili». Questa ricerca sarà una parte di una più ampia che comprenderà anche le zone rurali e altri capitoli.

Caterina Arciprete del Laboratorio ARCO dell’Università di Prato e di quella di Firenze, altro partner, ha spiegato il loro impegno per svolgere una cosiddetta ricerca emancipatoria, svolta cioè da alcuni ragazzi disabili recatisi da 120 famiglie con bimbi disabili, in zone rurali, per capire i loro bisogni. Assieme a questo, ARCO ha promosso un’importante campagna di sensibilizzazione con manifesti, messaggi in radio e spettacoli teatrali. 

A seguire, è intervenuto Luigi Rosso, Responsabile di un altro partner, la Cooperativa “La Città Verde” di Pieve di Cento.

Mage, Vicky e Ageni: tre ragazze-speranza

Bruna Fergnani, Presidente di Nyumba ALI, fondata col marito Lucio e altre persone, ha preso la parola per raccontare il loro impegno in Tanzania e la situazione nel Paese. Sono 230 i bambini con paralisi cerebrali negli anni accolti nei centri di Nyumba ALI ad Iringa, senza contare tutti gli altri.

La storia della loro famiglia è grande fonte di speranza. Bruna e Lucio hanno tre figlie adottive: nel 2003 sul ciglio di una strada in periferia, lei e il marito incontrano Mage, bambina orfana affetta da un ritardo mentale e da qualche problema di deambulazione. Tre anni dopo nasce l’associazione e la casa famiglia costruita per accogliere la ragazza. A lei, nel 2007 si aggiunge Vicky che, svegliatasi dal coma, «vive ora in un mondo tutto suo, troppo bello per essere visto e ancor più per essere capito», scrive Bruna. Poco dopo arriva Ageni, costretta su una sedia a rotelle dagli effetti devastanti della tubercolosi ossea. Ageni, laureata all’Università di Bologna in Tecniche di laboratorio biomedico, nel 2021 è stata assunta dall’ASL di Ferrara per le analisi Covid nell’Ospedale del Delta. 

Una delle tante storie di riscatto, rese possibili grazie a chi non ha considerato “scarti” queste persone.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Monastero delle Benedettine “invaso” dai giovani

29 Nov
Linda Rouhani e Caterina Brunaldi

Sant’Antonio in Polesine. Visite guidate grazie ad alcuni studenti del Dosso Dossi come  “apprendisti ciceroni”. Il Monastero benedettino dal 22 al 26 novembre è stato animato dal progetto del FAI. In tutto, 250 bambini e ragazzi in visita

di Andrea Musacci
Un afflusso tranquillo ma comunque anomalo per il Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Un’apertura eccezionale per permettere a tanti bambini e ragazzi di conoscere meglio questo angolo di Cielo nel cuore antico della nostra città.

Da lunedì 22 a venerdì 26 novembre, dalle 9 alle 12, il Monastero che ospita le Monache Benedettine ha aperto le proprie porte a circa 250 alunni e ad alcuni loro insegnanti in occasione della decima edizione delle “Giornate Fai per le scuole”, che in tutto il Paese (nelle altre località fino al 27) prevedevano visite esclusive a luoghi di interesse storico, artistico e naturale a cura degli “apprendisti ciceroni”. La delegazione ferrarese del FAI ha organizzato visite riservate alle classi “Amiche FAI” e gestite da studenti formati dagli stessi volontari del Fondo Ambiente Italiano insieme ai docenti. A Ferrara gli “apprendisti ciceroni” sono stati gli alunni della classe 3 B/E del Liceo Artistico “Dosso Dossi”, impegnati per l’occasione nell’attività di PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (l’alternanza scuola-lavoro) e coordinati dalla prof.ssa Donatella Palchetti, docente di italiano e referente del progetto, da lei curato insieme alla collega Patrizia Massarenti, docente di Storia dell’arte.

Le ragazze e i ragazzi della 3 B/E hanno accolto e accompagnato, per visite di 45 minuti, in alcuni ambienti del Monastero bambini e ragazzi appartenenti a 13 classi di alcuni istituti cittadini: Istituto Comprensivo Alda Costa, I. C. Dante Alighieri, I. C. Boiardo, I.I.S. Luigi Einaudi e dello stesso Dosso Dossi, dalle classi IV delle Primarie fino al III° anno delle Superiori.

Viviana Babacci, volontaria del FAI impegnata in questo progetto insieme a Cristina Bignami e Marcella Pivano, ci spiega come dopo la stipula della convenzione tra il FAI e il Liceo, il progetto ha preso avvio tra fine settembre e inizio ottobre, per poi, a fine ottobre, iniziare la settimana di preparazione con lo studio del materiale, la redazione dei testi per le visite e una prima visita preparatoria al Monastero insieme alla Madre abbadessa Maria Ilaria Ivaldi.

I “ciceroni” del Dosso sono stati divisi in tre gruppi: uno si occupava di illustrare l’ingresso, lo spazio accoglienza e il chiostro; il secondo il sepolcro della Beata – la cui tomba in marmo i ragazzi hanno potuto vedere “gemmata” dalle “lacrime” della Beata Beatrice II d’Este, che normalmente è possibile ammirare fino a marzo -, il coro e le tre cappelle; il terzo, la chiesa.

Lorenzo Baroni e Marta Montanari sono due dei “ciceroni” incaricati di accogliere e guidare i gruppi di studenti nell’ingresso del Monastero per la prima parte della visita. «All’inizio – ci spiega Lorenzo – è stato difficile comprendere un luogo così particolare, così distante da quelli che normalmente viviamo. Prima di riuscire a spiegarlo, ho dovuto cercare di capirlo. E c’è voluto un po’ di tempo». La chiusura e il silenzio un po’ intimoriscono e spiazzano anche Marta, comunque ammaliata, come Lorenzo e i loro compagni, dalla bellezza e dal fascino del luogo. «Importante – aggiunge Marta – è anche il confronto con persone diverse» in questa che assomiglia a una prima esperienza lavorativa: «mi sento più matura», ci confida.«Le monache bevono l’acqua del pozzo?«. È una delle domande bizzarre rivolte ai “ciceroni” da alcuni bambini, più curiosi e spontanei rispetto ai loro omologhi adolescenti. «È bello spiegare da studente a studenti», ci spiega ancora Lorenzo, e «di volta in volta adattare i termini e il linguaggio in base alle età di chi mi ascolta, non usando o spiegando meglio alcuni termini più difficili».

Nell’ultima tappa in chiesa incontriamo, invece, Linda Rouhani e Caterina Brunaldi, interessate in particolare alla parte esterna della chiesa, alle decorazioni e agli affreschi. «La vita delle monache – riflette con noi Linda – la immagino difficile da seguire, così staccata dal mondo, mentre noi adolescenti siamo abituati ad ambienti caotici». Il luogo, però, concorda anche Caterina, è «davvero molto bello e tranquillo». «Il Miracolo – per Caterina – può sembrare inventato, ma dall’altra parte bisogna ammettere che è qualcosa di davvero inspiegabile».


Storia di un luogo davvero unico

Primo monastero femminile nella città estense, il complesso di S. Antonio fu creato per accogliere Beatrice d’Este, figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este, e le giovani che, come lei, intendevano seguire la regola benedettina. Già intorno all’anno Mille si erano insediati sull’isoletta tra i terreni paludosi, monaci agostiniani devoti a S. Antonio: il marchese acquistò dai padri l’area e gli edifici nel 1257. L’anno seguente Beatrice e le sue compagne si trasferirono nel complesso, oggetto di importanti lavori, che Beatrice non riuscì a vedere completati poiché fu colta dalla morte nel 1262. Nel 1413 il vescovo di Ferrara, Pietro Boiardi, consacrò la chiesa. Le benedettine separarono la chiesa in due spazi, uno per i fedeli, l’altro per le loro preghiere. Già dal 1473, infatti, si ottennero, dividendo l’edificio, le due chiese attuali. La chiesa esterna ebbe nel secolo seguente un splendido organo, opera di Giovanni da Cipro, dal 1796 sistemato nella chiesa del Suffragio. Nel ‘600 la chiesa esterna fu abbellita da nuovi altari e da grandi tele e venne ridipinto il soffitto della chiesa esterna, ad opera di Francesco Ferrari, supportato forse dal figlio Felice. Il tema prescelto per la decorazione fu la Madonna col Bambino in gloria ed i Santi Antonio e Benedetto sistemati tra ricchi motivi ornamentali, e sei immagini di santi benedettini.

Si deve a interventi operati nel XVIII secolo la sistemazione della selciata della corte, come attestano le perizie coeve. Furono queste le ultime opere eseguite prima del tracollo del monastero, provocato dall’arrivo degli eserciti francesi: nel 1796 S. Antonio il Polesine ebbe chiuso il tempio, e il convento fu ridotto a reclusorio.La ripresa ufficiale dell’abito monastico si ebbe solamente nel 1924, tra vicende alterne che videro pure sistemare il nuovo altare del SS. Sacramento (1806) e creare una sorta di cappella, decorata da una statua della Beata.Nel 1910 l’ala delle novizie fu adibita a Caserma. Nello stesso anno il Comune di Ferrara acquistò tutto il complesso affidandolo alla custodia delle benedettine. All’entrata del monastero ci si trova nell’ala settentrionale del chiostro, in cui si venera il sepolcro della beata fondatrice dalla cui tomba in marmo periodicamente stilla un’acqua miracolosa detta le “Lacrime della Beata”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021

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“La città di domani sia equa ed accogliente”

11 Gen

Le ultime assegnazioni delle case popolari nel Comune di Ferrara: col nuovo Regolamento che privilegia la “residenzialità storica”, il pregiudizio identitario va a scapito dell’aiuto a chi ha bisogno. A essere penalizzate sono le famiglie straniere, le giovani coppie e chi proviene da un altro Comune.
259 le domande finora accolte in maniera definitiva, ma gli alloggi ACER disponibili sono 80, meno di un terzo

“Prima gli italiani”. L’infausto slogan purtroppo anche a Ferrara è realtà concreta.
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta guidata dal leghista Alan Fabbri, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti come elemento decisivo nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte. «Grazie all’introduzione della residenzialità storica – ha dichiarato il primo cittadino – abbiamo ristabilito un’equità sociale». Sono circa 80 gli alloggi – tra città e frazioni – dedicati alle assegnazioni della 32° graduatoria che quest’anno verranno recuperati da ACER utilizzando il finanziamento regionale straordinario del 2020 (800mila euro). Meno di un terzo, quindi, delle domande finora accolte.
Il nuovo Regolamento discriminatorio è stato adottato dal Consiglio Comunale estense lo scorso marzo. Dando seguito al Documento Unico di Programmazione 2020-2024, il testo pone la residenzialità storica e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come criteri primari, mantenendo la condizione di punteggio relativa alla storicità della domanda in graduatoria.
Netta e tempestiva è stata la nota diramata dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «la speranza è che nessuna famiglia che ne aveva diritto sia stata esclusa per ragioni di razza e nazionalità», sono le parole del Vescovo Mons. Gian Carlo Perego. «Se fosse così il nuovo bando non aiuta a costruire la città di domani che non potrà che vedere convivere persone di diversa provenienza, con nuove risorse ed esperienze di cui ha bisogno il futuro di una città diversamente destinata a morire più che ad attrarre nuove persone e famiglie».
In un comunicato successivo Mons. Perego ha aggiunto: «la “residenza storica”, come principio dirimente, non può essere in grado – da sola – di tutelare il diritto ad avere una casa e un alloggio, come si è già pronunciata la Corte Costituzionale». «Lo stesso vale anche per altre condizioni – come ad esempio non avere un alloggio in patria (il bando intende forse una capanna..?) – che oltre ad essere impossibili da dimostrare, sarebbero deleterie sia per tutelare i nostri emigranti all’estero che per garantire il diritto di ritornare nel proprio Paese. In ordine all’approvazione di questo bando forse sarebbe stato utile dialogare con tutte le parti sociali».
Sindacati e associazioni: “giovani e stranieri penalizzati”
«Al di là dei proclami, di equità sociale non vi è traccia», è il commento a “La Voce” di Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. «La situazione di bisogno non è l’elemento primario, come dovrebbe essere, per l’assegnazione degli alloggi». Il nuovo Regolamento discrimina non solo coloro non ancora in possesso della cittadinanza italiana «ma penalizza fortemente anche i giovani», in particolare le giovani coppie, «con un forte spostamento delle assegnazioni a favore delle famiglie anziane». «Condividiamo assolutamente le parole di Mons. Perego», conclude Ravani.
«L’Amministrazione comunale dimostra poca lungimiranza rispetto all’esigenza di un Comune come il nostro, a forte presenza di popolazione anziana, di favorire l’insediamento di nuove famiglie e soprattutto di nuove famiglie con figli per garantire il ricambio generazionale e quindi il suo sviluppo economico e sociale», ci spiega Paola Poggipollini di UNIAT UIL Ferrara. «La richiesta alle famiglie extracomunitarie della produzione, in fase di assegnazione, del certificato di impossidenza di alloggi nei paesi di origine, dove non esiste il catasto, è per loro punitivo e discriminatorio, sia perché non sono in grado di produrlo sia in quanto analoga documentazione non viene richiesta agli italiani (ad esempio gli italiani che dopo anni rientrano dall’estero). È rimasto inascoltato il nostro richiamo alle numerose sentenze che in altri casi hanno sanzionato analoghe decisioni adottate dai Comuni».
Dal mondo dell’associazionismo arriva la voce di “Cittadini del mondo”: «il criterio della residenza non tiene conto dei bisogni familiari e delle forme di povertà accertate», a maggior ragione a causa dell’emergenza Covid, e anche per il fatto che il Regolamento punisce «chi ha morosità pregresse con l’Amministrazione», come appunto famiglie in difficoltà. Infine, per l’Associazione è ingiusto che «solo i cittadini stranieri debbano dimostrare con documenti autenticati di non possedere immobili nel Paese di provenienza, regola che, invece, non vale per gli italiani».
Il precedente: il caso dei buoni spesa
La Giunta a maggioranza leghista non è nuova a scelte di questo tipo: nei mesi scorsi due sentenze del Tribunale cittadino avevano definito «una condotta discriminatoria» la delibera del Comune di Ferrara che fissava come criteri per ottenere i buoni spesa per le persone in difficoltà nell’emergenza Covid, il requisito del permesso di soggiorno per gli stranieri extra Ue e una priorità a favore dei cittadini italiani.

Cronistoria: dalla Bossi-Fini a oggi (passando per l’era Tagliani)

Prima annunciate, poi attuate, le modifiche al Regolamento per il conteggio utile all’assegnazione degli alloggi popolari risalgono a marzo scorso. Ma le regole precedenti si ispirano anche alla Legge Bossi-Fini.
Legge Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189)
Art. 40, comma 6: «Gli stranieri titolari di carta di soggiorno e gli stranieri regolarmente soggiornanti che siano iscritti nelle liste di collocamento o che esercitino una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ai servizi di intermediazione delle agenzie sociali eventualmente predisposte da ogni Regione o dagli enti locali per agevolare l’accesso alle locazioni abitative e al credito agevolato in materia di edilizia, recupero, acquisto e locazione della prima casa di abitazione».
Delibera n. 154 dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna del 06/06/2018, “Atto unico sull’edilizia residenziale pubblica”, che riprende, tra l’altro, l’art. 40, comma 6 della Legge Bossi-Fini.
L’Amministrazione Tagliani (2014-2019): “importanza alla ‘storicità’ in graduatoria”
La Giunta Tagliani nella scelta delle condizioni di punteggio (che spetta al Consiglio Comunale basandosi sulle misure della Delibera regionale n. 154/2018) inserisce la condizione di punteggio della ”storicità” della domanda in graduatoria che dà valore al periodo di tempo in cui si è rimasti in graduatoria senza avere un’assegnazione dell’alloggio. Come dichiarò l’Assessora Chiara Sapigni, «la residenza da più o meno tempo non esprime alcun bisogno. Al contrario essere in attesa in graduatoria da molti anni viene riconosciuto come un bisogno a cui non si è ancora data risposta». Inoltre, era il ragionamento della Sapigni, «nel Comune di Ferrara, fra i proprietari di casa il 79% è italiano, il 29% straniero. È quindi normale che facciano più richiesta di alloggio pubblico gli stranieri».
Luglio 2019: Fabbri, “cambieremo le regole”
Il neo Sindaco Alan Fabbri, durante la prima seduta di Giunta, si rivolge in particolare all’Assessora ai Servizi Sociali Cristina Coletti e all’Assessora all’Istruzione Dorota Kusiak: «bisogna mettere mano con urgenza ai regolamenti per le assegnazioni degli alloggi Acer e per la graduatoria relativa al servizio di asilo nido», in modo da «equilibrare da un lato gli eccessi che fino ad oggi hanno caratterizzato la fruizione del welfare abitativo favorendo le famiglie immigrate, con percentuali ingiustificate».
Il Documento Unico di Programmazione 2020-2024
Nel DUP, il Documento Unico di Programmazione 2020-2024, la Giunta Fabbri spiega: «Nel 2020 si procederà alla revisione del regolamento ERP (Edilizia Residenziale Popolare, ndr) ed emergenza abitativa introducendo tra i requisiti per l’accesso la residenza anagrafica “storica” nel Comune di Ferrara alla data di pubblicazione del bando e l’assenza di diritti di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero».
Marzo 2020: modifica del Regolamento per l’assegnazione delle case popolari
Il 2 marzo 2020 il Consiglio Comunale adotta il nuovo Regolamento con le mutate condizioni di punteggio: di fatto, il disagio abitativo, il disagio economico, il disagio sociale, la composizione del nucleo e l’anzianità di presenza in graduatoria diventano secondarie rispetto all’anzianità di residenza (la cosiddetta “residenzialità storica”: il punteggio assegna 1/2 punto per ogni anno di residenza, anche non continuativi), e alle condizioni negative, come la pregressa morosità, entrambe di nuova introduzione. Il generico «legame col territorio» diventa più importante del bisogno materiale di persone, famiglie e giovani coppie.
Luglio 2020: esce il nuovo bando
Il 9 luglio esce il nuovo bando relativo all’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica con scadenza il 30 settembre 2020. Le domande raccolte nel periodo di uscita del Bando sono state inserite nel 32° aggiornamento della graduatoria, la prima che dà applicazione ai nuovi criteri di punteggio stabiliti dal regolamento di assegnazione approvato dal Consiglio Comunale il 2 marzo scorso. Le domande presentate dal 1° ottobre 2020 saranno invece inserite nella 33° graduatoria.
Gennaio 2021: definita la nuova graduatoria
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento: le prime 157 posizioni della graduatoria risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte.

Caritas, un centinaio le persone attualmente accolte

Donne e minori a carico sono divise tra la sede di Casa Betania in via Borgovado e gli 11 gruppi-appartamenti sparsi per la città: “ma se manca il lavoro, l’integrazione è difficile”. Le storie di queste giovani

(foto d’archivio)

L’accoglienza è uno degli ambiti che maggiormente vede impegnata la Caritas diocesana. Un’emergenza continua – possiamo dire – che riguarda prevalentemente donne straniere con minori a carico.
Per quanto riguarda l’accoglienza residenziale, ci spiega l’operatore Michele Luciani, «attualmente accogliamo 98 persone, 86 delle quali seguite in convenzione con i servizi sociali del territorio», vale a dire che il progetto di accoglienza non è emergenziale, ma a medio-lungo termine. Di queste 86, 57 sono donne e 29 minori, di età compresa fra i 0 e i 4 anni: 3 sono nati nel 2016, 4 nel 2017, 8 nel 2018, 10 nel 2019, 4 nel 2020. Oltre alle 86 persone, altre 12 donne sono accolte in accoglienza emergenziale (o prima accoglienza o emergenza abitativa): «sono ad esempio donne in stato avanzato di gravidanza o vittime di violenza domestica, segnalateci dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine, in attesa di entrare in strutture protette». Il periodo di accoglienza emergenziale solitamente è di 3+3 mesi, o 6+6 mesi, in ogni caso entro i 12 mesi. Delle donne, le prime 5 sono entrate in accoglienza nel 2015, 26 nel 2016, 17 nel 2017. «Di fatto – commenta Luciani – è difficile uscire dall’ambito dell’accoglienza, e ciò dipende dal lungo iter per la richiesta di protezione internazionale per le richiedenti asilo, ma anche dalla difficoltà di intraprendere un percorso di autonomia una volta riconosciuto il permesso di soggiorno». Questa seconda difficoltà di integrazione dipende soprattutto dall’impervia ricerca di un lavoro regolare e il più possibile stabile. «La maggioranza di queste donne lavora in agricoltura, in nero o quasi, anche se noi cerchiamo di scoraggiare ad accettare lavori senza regolare contratto» e magari trovati tramite mediatori di dubbia fama. Altre, prima della pandemia, svolgevano tirocini nelle cucine di alcuni ristoranti. Tirocini che purtroppo si sono dovuti interrompere.
Delle 98 persone totali, tra donne e minori, gestite dalla Caritas nell’ambito dell’accoglienza, 33 sono ospitate a Casa Betania in via Borgovado (aperta nel 2014, con mini appartamenti e stanze singole o doppie), di cui 25 donne (alcune in emergenza abitativa, altre con progetto di accoglienza ma con una maggiore fragilità che richiede un accompagnamento individuale e strutturato) e 8 minori. Provengono quasi tutte da Paesi africani (la maggior parte dalla Nigeria, le altre da Camerun, Somalia, Togo, Costa d’Avorio, Sierra Leone).
Le altre sono ospitate, invece, in 11 appartamenti a Ferrara, tra il centro e la periferia della città: «le donne accolte in questi appartamenti – prosegue Luciani – a differenza di quelle a Casa Betania hanno un maggiore grado di autonomia e quindi il nostro affiancamento è rivolto al gruppo, non alla singola persone, per creare dinamiche virtuose di convivenza». Si cerca, cioè, di valorizzare dinamiche di aiuto reciproco: «ad esempio, se una mamma frequenta un corso per OSS, lascia i figli a un’altra mamma con cui convive in appartamento, oppure una delle donne capace di muoversi ad esempio nel rinnovo del permesso di soggiorno o della carta d’identità, aiuta le altre nell’espletare le stesse pratiche». Nonostante le inevitabili conflittualità, «tanti sono gli esempi di collaborazione tra le donne in accoglienza, il clima in genere è buono, e le stesse relazioni col tessuto sociale, ad esempio coi vicini di condominio, sono positive: è l’idea dell’accoglienza diffusa». Di queste donne nei gruppi-appartamenti, attualmente la metà sono nigeriane, le altre vengono da Cina, Colombia e 1 da Ferrara. Al di là della pur fondamentale rete di accoglienza dal basso, «rimane il fatto – conclude amaramente Luciani – che la forte precarietà o disoccupazione di queste persone peggiora la sensazione generale già negativa del fenomeno migratorio: agli occhi di molti, purtroppo, queste donne rimangono migranti per tutta la vita. E questo, di certo, è stato favorito dal disinvestimento delle istituzioni pubbliche, responsabili di non finanziare più i percorsi di integrazione».

Ma chi sono queste donne?
«I loro vissuti – ci spiega Stefania Malisardi, un’altra operatrice Caritas -, hanno come denominatore comune la volontà di scappare da situazioni che mettevano a serio rischio la loro vita. Alcune sono scappate dalla guerra civile, dalle bande armate del proprio villaggio o città, altre ancora da matrimoni combinati, altre perché rimanendo nel loro paese di origine rischiavano la propria vita», ad esempio perché professavano una religione diversa da quella di Stato, per il loro orientamento sessuale o l’appartenenza a gruppi etnici perseguitati. Alcune non hanno deciso di lasciare il paese di propria volontà, ma sono state rapite».
Per molte il viaggio è iniziato con una promessa di lavoro in un paese vicino – prosegue Malisardi -, per poi ritrovarsi obbligate a prostituirsi o in lavori come domestiche più simili alla schiavitù. Da qui la volontà di scappare, attraversando prima il deserto in carovane stracolme di persone con il rischio di essere lasciate indietro e condannate a morte certa, di essere sorprese dalle milizie armate, rapite e vendute, fino ad arrivare nell’inferno della Libia e infine al viaggio in mare. Difficilmente parlano delle loro storie, occorrono mesi se non anni per entrare abbastanza in confidenza con loro».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 gennaio 2021

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Da luoghi di morte a luoghi di bellezza: riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie

19 Ott

Intervista a Donato La Muscatella referente del Coordinamento ferrarese di “Libera”: numeri e storie in Italia ed Emilia-Romagna

A cura di Andrea Musacci

Si può dire che la confisca dei beni e il loro riutilizzo per finalità sociali come arma nella lotta alle mafie e alle organizzazioni criminali faccia parte dell’anima di Libera fin dalla sua nascita nel 1995.
Proprio 25 anni fa lanciò, infatti, la prima campagna nazionale con una raccolta firme che portò l’anno successivo alla 109, legge che rende finalmente la società civile protagonista della lotta alle mafie, attraverso la possibilità di riappropriarsi di spazi e crearne di nuovi. Una ricerca di Libera ha censito finora 865 soggetti diversi impegnati nella gestione di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, ottenuti in concessione dagli enti locali, in ben 17 regioni su 20.
Il tema del riutilizzo sociale dei beni confiscati è stato al centro della Festa della Legalità e della Responsabilità a Ferrara, che ha visto Libera tra gli organizzatori insieme ad altri soggetti (Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Avviso Pubblico, Presidio di Libera del Centopievese, Camera di Commercio di Ferrara, Comitato Ferrarese Area Disabili, Biblioteca popolare Giardino, Comune di Voghiera, Pro loco di Voghiera, Factory Grisù, Hangar Birrerie). L’evento si è svolto dal 15 al 17 ottobre negli spazi di Factory Grisù. Per l’occasione abbiamo intervistato Donato La Muscatella, referente del Coordinamento di Ferrara di Libera.


Beni confiscati trasformati in “bene comune”: perché la scelta di questo tema per la vostra tre giorni?
Come Libera, all’interno dello spazio che ci è stato concesso, abbiamo deciso di tornare a parlare di beni confiscati per poterne approfondirne il valore, non solo economico, ma soprattutto civico e sociale, assieme a relatori qualificati. Si tratta di un modo per raccontare come potersi impegnare concretamente, restituendo libertà e bellezza a territori che sono stati depredati e dominati da una contro-cultura che non significa solo crimine, ma anche potere, presunzione di essere al di sopra delle regole, di tutto e di tutti.
Viviamo in una Regione, peraltro, che ha preso a cuore questa tematica, vedendo nascere un Protocollo per la gestione dei beni che, attivando sinergie positive tra tutte le Istituzioni coinvolte, sta facendo scuola su scala nazionale.


Un po’ di numeri a livello nazionale per inquadrare meglio il tema?
I dati sono in costante evoluzione e questa tendenza deve essere letta, a mio avviso, in una duplice ottica: da un lato, dimostra, purtroppo, la significativa consistenza del patrimonio prodotto dalle attività delle organizzazioni di stampo mafioso; dall’altro, testimonia l’impegno degli inquirenti nell’agire con gli strumenti a loro disposizione, per contrastare anche sul piano patrimoniale la criminalità organizzata.
Concentrandoci sui beni immobili, protagonisti della legge che ne consente la ridestinazione a finalità sociali, sono 16.446 quelli già destinati e 17.376, invece, quelli ancora in gestione e in attesa di nuovo utilizzo (in base ai dati più recenti dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, ANSBC).


Nella nostra Regione, invece, quali e quanti beni sono stati confiscati e restituiti alla collettività?
In Emilia-Romagna sono entrati nel circuito di gestione supervisionato dall’ANSBC 631 immobili, mentre 144 sono già stati destinati, tornando a disposizione alle diverse comunità.


Nello specifico, ci può fare qualche esempio in Emilia-Romagna? E quali sono gli 8 nella nostra provincia di Ferrara?
Il panorama è ampio: si va da un’abitazione rurale nel Comune di Salsomaggiore Terme (Parma), che è ora lo spazio dove svolge le proprie attività istituzionali e divulgative il Consorzio del Parco Fluviale Regionale dello Stirone, alla nuova sede della Casa per la donna in via San Vitale a Bologna, sino a cinque appartamenti riconsegnati al Comune di Sorbolo (Parma) lo scorso luglio, alla presenza della Ministra Lamorgese, affinché possano ospitare famiglie in difficoltà.
In provincia di Ferrara, tra gli 8 beni immobili già in uso per le finalità previste dalla legge n. 109 del 1996, tre sono divenuti alloggi di servizio per militari dell’Arma dei Carabinieri; uno, invece, è un’abitazione che ospita donne vittime di violenza domestica, sostenuta dal Centro Donna e Giustizia di Ferrara e dallo Sportello Antiviolenza; le tre restanti unità immobiliari (una delle quali con un piccolo terreno pertinenziale), vengono utilizzate per gestire casi di emergenza abitativa.

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Crisi sociale e criminalità nel tempo dell’emergenza Covid: Un seminario svoltosi il 17 ottobre nella Factory Grisù di Ferrara

“Illegalità e criminalità organizzata al tempo del Coronavirus: l’impatto economico su cittadini e imprese” è il titolo dell’incontro pubblico svoltosi sabato 17 ottobre nella sede del Consorzio Factory Grisù di via Poledrelli a Ferrara.

Il Seminario, parte della Festa della della Legalità e Responsabilità organizzato dal Comune di Ferrara, è stato proposto da Ordine dei Giornalisti, Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna in collaborazione con l’Ufficio stampa del Comune di Ferrara e Avviso Pubblico.
Ha preso le mosse dal Rapport Caritas uscito il giorno stesso, il Prefetto di Ferrara Michele Campanaro, prima di ripercorrere la gestione del lockdown nel nostro territorio: l’anomalia della pandemia, ha spiegato, «ha reso tutto più difficile, in quanto ha necessitato di una gestione straordinaria». Per Campanaro, in ogni caso, «non vi è nulla di strano nel ricorso all’uso di decreti governativi», perché è prassi «nei casi di emergenza di Protezione Civile come l’attuale». Nello specifico, «la chiusura delle attività produttive nel lockdown ha rappresentato anche per la nostra Prefettura un lavoro importante, per le tante richieste pervenuteci». Nell’attuale fase, ha concluso, pur nell’incertezza, «non saranno, come nella fase 1, gli strumenti repressivi a dominare, perché siamo, almeno per ora, ancora nella fase della ricostruzione. Complessivamente comunque nel nostro territorio il sistema è sano, ma non bisogna adagiarsi sugli allori» e mantenere alta l’attenzione.
«È molto importante – ha invece riflettuto Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico – organizzare una rete di presenza degli enti locali, soprattutto in questa che è anche un’emergenza sociale ed economica». Anche perché «la storia ci insegna che nei momenti di emergenza le mafie trasformano le difficoltà in opportunità» a loro vantaggio. In particolare Regioni e Comuni devono quindi saper unire «celerità e trasparenza» nelle decisioni, «sempre nel rispetto delle regole». Infine, un monito: «attenzione anche al forte aumento negli ultimi mesi del gioco d’azzardo on line».
Dopo l’intervento di Andrea Migliari, responsabile Servizio Qualità, Comunicazione e Progetti speciali Camera di commercio di Ferrara, ha preso la parola Gianni Belletti, responsabile Comunità Emmaus di Ferrara, che è partito dal concetto di “vulnerabilità”: «non tutte le persone criminali sono vulnerabili, ma di certo la vulnerabilità spesso porta alla criminalità». Emmaus è un esempio importante di come la vulnerabilità possa essere accompagnata e aiutata ogni giorno: 20 persone vivono nella comunità locale, che si mantiene esclusivamente col mercatino dell’usato. Infine, sull’emergenza sociale Belletti ha brevemente presentato la proposta, a suo parere urgente e necessaria, del reddito di base.
La mattinata si è conclusa con una tavola rotonda sul tema “Raccontare la cronaca nera e quella giudiziaria durante il lockdown per l’emergenza sanitaria Covid-19” con la partecipazione di alcuni giornalisti locali.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 ottobre 2020

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Un modo diverso di vivere la comunione cristiana

5 Ott
Foto di Sergio Isler

La preghiera ecumenica svoltasi il 1° ottobre: nella campagna entro le Mura è stata l’Associazione Nuova “TerraViva” a ospitare l’incontro che ha visto riunite le diverse comunità cristiane del nostro territorio. Il coro moldavo ha accompagnato la preghiera

di Andrea Musacci
Foto di Sergio Isler

In un ambiente raccolto – un piccolo nido di legno protetto da una corona di alberi e piante – lo scorso 1° ottobre una cinquantina di persone si sono ritrovate, nella prima penombra della sera, per la preghiera ecumenica del Tempo del Creato.
Grazie alla felice intuizione dei nostri Uffici diocesani per l’ecumenismo e per la Salvaguardia del Creato, quest’anno, infatti, l’appuntamento di preghiera e meditazione con le diverse comunità cristiane si è svolto all’interno dell’area gestita dall’Associazione “Nuova TerraViva” di Ferrara. Attraverso un dedalo di strade asfaltate prima – da via delle Erbe -, di sentieri poi, proveniendo da piazza Ariostea in pochi minuti ci si ritrova nel pieno della campagna dentro le Mura, quella vasta area nel cuore di Ferrara nata dall’utopia di Biagio Rossetti. Dopo il saluto di Marcello Panzanini, alla Guida dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, è intervenuta Patrizia Spedo (foto a fianco), Presidente dell’Associazione ospitante che da 35 anni gestisce 4 ettari di verde, al cui interno l’area “Orti condivisi” è coltivata da soci e cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, e che vede anche la presenza di un allevamento di api e animali (capre, pecore, galline), un frutteto didattico e alcuni patriarchi/frutti antichi. Un esempio virtuoso di cura della natura e di una sua valorizzazione anche in senso pedagogico, viste le numerose attività ludiche e laboratoriali rivolte a bambini, ragazzi e persone con disagio.
Il momento di preghiera tra fratelli e sorelle cristiane è stato accompagnato da due magnifici canti (uno sulle Beatitudini, l’altro sul Gloria) eseguiti dal coro della comunità Ortodossa moldava “Uniti sub tricolor” (Uniti sotto il tricolore) – la bandiera della Moldavia -, coro composto da quindici donne e tre uomini, fra cui la guida padre Oleg Vascautan (foto in basso), il quale ha anche proposto una meditazione a partire dal passo del Libro dei Proverbi scelto per l’occasione (Pr 8,22-32). Passo, questo, che per padre Vascautan richiama a più riprese – in modo in parte misterioso – sia l’inizio di Genesi, sia alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni. Una profonda riflessione sulla creazione e sull’essere umano come prima creatura – dunque “privilegiata” e con una maggiore responsabilità – all’interno del disegno di Dio “architetto”, creatura che conosce il proprio Creatore anche attraverso le Sue opere. E che è chiamato a sviluppare la sapienza, ciò che lo rende simile a Lui. La preghiera è stata guidata da padre Vascautan, padre Vasile Jora (comunità Ortodossa rumena), padre Igor Onufrienko (Chiesa ortodossa russa), Luciano Sardi (Chiesa Evangelica Battista) e dal nostro Arcivescovo.
Nella sua meditazione mons. Perego ha preso le mosse da quell’invito del Signore ai discepoli, “Non preoccupatevi”. Un invito a «non preoccuparsi di mettere al primo posto le cose materiali, ma di non perdere la relazione filiale con il Signore, il Dio Creatore di tutte le cose, Padre nostro. Infatti, Dio, Creatore di tutte le cose – che vede crescere ogni cosa, veste l’erba del campo – Creatore dell’uomo e della donna, Padre, potrebbe abbandonare chi si affida a Lui, chi cerca di realizzare il suo Regno, il suo disegno di salvezza? È questa domanda che deve guidare la nostra fede e lo stile della nostra vita». «La costruzione del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace – ha proseguito -, non può essere indipendente dall’impegno per salvaguardare il creato, “il giardino” in cui il Signore ha posto l’uomo, la donna e tutte le creature. Da qui la necessità di riconoscere e leggere “Il Vangelo della creazione”, come una narrazione che accompagni l’educazione e la vita cristiana».
L’incontro in questo piccolo e refrigerante lembo di Creato si è concluso con un momento conviviale – grazie al rinfresco preparato dall’Associazione -, degno suggello di una comunione cristiana che prosegue nel suo complesso ma vivo sviluppo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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E se costruissimo un grande “giardino” nel cuore di Ferrara?

21 Set

Il progetto de “Il giardino del mondo” dovrebbe proseguire nel 2021

La storia di una comunità si forma sempre facendola conoscere, facendola propria, e costruendola a nostra volta. Storia che, lo si voglia o no, è fatta sempre di incontri e convivenze (più o meno forzate), di famigliarità ed estraneità, di scambi e scontri. Sta a ognuno, nella piccola vicenda personale e nel tessuto dei rapporti collettivi, renderla più o meno conflittuale, in ogni caso non evaderla ma affrontarla.
È con questa visione delle cose che tra il 2017 e il 2018 è nato il complesso progetto de “Il giardino del mondo”, sviluppatosi nell’anno scolastico 2018/2019 nell’ambito del Concorso “Io amo i beni culturali”, bandito dall’Istituto per i Beni Artistici Culturali Naturali della Regione Emilia-Romagna. Il progetto, curato dal Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e dal Centro provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Ferrara (C.P.I.A.), fu presentato in Regione nel 2018 dall’Archivio Storico Comunale di Ferrara, partner culturale capofila e dal C.P.I.A., partner scolastico capofila, e nacque con l’intenzione di valorizzare il quartiere Giardino di Ferrara (e più in generale la zona GAD): un “sogno” urbanistico mai del tutto realizzato per quelle che erano, oltre un secolo fa, le intenzioni di Ciro Contini e dei primi progettisti.
Lo scorso marzo è stato pubblicato il volume “Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara” (Este ed. 2020), che raccoglie tutte le iniziatve del progetto, volume curato da Corinna Mezzetti (Archivio Storico Comunale) e Beatrice Morsiani (Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara), in collaborazione con Lorenza Cenacchi (Liceo Statale Carducci), Alberta Gaiani e Sabrina Virruso (C.P.I.A. Ferrara). Si tratta di un’imponente mobilitazione, di scuole, istituti (1.060 sono stati gli studenti coinvolti), dell’Ateneo, dell’Archivio e delle Biblioteche comunali, oltre che di tantissimi enti e associazioni cittadine. Tante le azioni formative e di intrattenimento: visite guidate, laboratori, letture, musica, eventi sportivi e molto altro. Un lavoro corale che ha promosso, nel tempo, in varie generazioni, una cultura dell’integrazione e una più approfondita conoscenza storica.
Il termine «interazione» viene preferito da Angelo Andreotti, che dirige il Servizio Biblioteche e Archivi comunale, al posto di quello di «integrazione»: da questa riflessione ha preso avvio la presentazione pubblica del volume lo scorso 18 settembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Una specificazione non leziosa per porre l’accento sulle dinamiche decisive delle relazioni abbandonando un’ottica unidirezionale. Parole inclusive e all’insegna della «contaminazione» ha scelto anche l’Assessore alla cultura Marco Gulinelli, mentre Fabio Muzi, dirigente del CPIA, ha riflettuto sulla rete formatasi tra i soggetti promotori, e sui proficui rapporti intergenerazionali.
Mentre Daniela Cappagli ha parlato della necessità, in una democrazia, della costruzione di una «società della conoscenza» e della rivalutazione dell’architettura come centrale nell’ambito dell’inclusione sociale, Cenacchi, intervenuta dopo Morsiani, ha avanzato una proposta: «potremmo ragionare su un progetto riguardante gli snodi comunicativi del quartiere – Darsena, ex Mof, stazione dei treni – e le antiche attività commerciali». Sì, perché in alcuni interventi, e in generale negli scambi informali tra i presenti, già il pensiero va al proseguimento del progetto. Progetto che, se per Muzi va «riproposto e implementato», per Mezzetti avrà – come ci spiega – sicuramente un seguito. I promotori sono già concordi nell’iniziare a ritrovarsi a breve per ritessere i fili, per non disperdere i tanti contatti e cercare di immaginare, nonostante le limitazioni di questa emergenza che continua, un nuovo “Giardino del mondo”.
L’impegno organizzativo ed educativo, insomma, è stato enorme. Ma il desiderio è già di ripartire. Per continuare nell’utopia concreta di un grande “giardino” multiforme, vivace e partecipato nel cuore di Ferrara.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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La paura va “governata”: ma in che modo? Salvatore Natoli a Ferrara

3 Feb

Il 31 gennaio all’Ariostea di Ferrara la lectio magistralis del filosofo Salvatore Natoli. Una riflessione a margine dell’incontro: se la paura nasce dalla fragilità umana, allora rispondiamo con “passioni” positive: prossimità, mediazione e mitezza

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.

(Ri)scoprire in politica un’idea diversa di comunità

rete2Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.

Dal volto alla “rete di reti” (passando per l’alveare)

Un rinnovato senso della politica non può, dunque, che ripartire da una concezione autentica del volto: un volto di cui fidarsi (quello del “rappresentante politico”, non dell’“uomo forte” come ha spiegato Natoli nel suo intervento a Ferrara, v. articolo sopra); e il volto da ascoltare e da incontrare (quello del “rappresentato”). Il contrario di ciò è l’abbandono fideistico – e, al fondo, “disperato” – al capo, ai suoi umori e ai suoi capricci, al volto di colui che decide, per tacito “assenso”, dell’inizio e della fine di un movimento politico. Un abbandono pericoloso, una deresponsabilizzazione che molto facilemente si tramuta, nelle folle, in rancore generalizzato. Un culto “paganeggiante” del capo che, inoltre, contraddice ogni sana concezione della laicità della politica intesa come riconoscimento dell’altro nella sua differenza e come azione umana, terrena, quindi di per sé non assolutizzabile, se non con il rischio di rivivere tragedie purtroppo note. Le folle sono per loro natura anonime e il loro stare insieme non è mai permanente ma sempre occasionale: sono il contrario, dunque, della prossimità e della continuità come condizioni basilari per un’azione sinodale (un noi che non soffochi il rapporto io-tu) in una società complessa e sradicata com’è l’attuale. Una corretta elaborazione collettiva del pensiero – che non elimini le sfumature, ma le mantenga come possibilità aperte, seppur momentaneamente minoritarie – è la migliore risposta a questa “alleanza” tra il capo e le folle. E’ la riscoperta del discernimento collettivo e del valore della mediazione. In “Lumen Fidei” Papa Francesco, parlando del popolo d’Israele e della Chiesa, fa un ragionamento interessante: “la mediazione – scrive – non [è] un ostacolo, ma un’apertura: nell’incontro con gli altri lo sguardo si apre verso una verità più grande di noi stessi”. Bisognerebbe, dunque, ricostruire “case”, luoghi, anche e soprattutto fisici, accoglienti, d’incontro, di dialogo, di discussione e dunque di proposta, tra simili, come alveari, come reti, più orizzontali che verticali nella loro gestione. L’essere simili è, infatti, un concetto da riscoprire, un giusto equilibrio tra l’unità e la diversità, in quanto al tempo stesso vive della tensione tra il riconoscimento di ciò che è uguale (e che quindi accomuna, rende affini) e ciò che è differente. A un livello superiore, la naturale conseguenza dovrebbe essere l’unione tra loro di queste “case”, dando così vita a una “rete di reti”: una forma federativa, pluralista e dinamica, che eviti tanto il settarismo quanto l’inconsistenza identitaria. “Il modello non è la sfera – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” 236 -, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”.

Una passione mite e prudente

Naturalmente, un ragionamento di questo tipo è impensabile senza una trasformazione profonda delle relazioni interpersonali. A tal proposito, si potrebbe ripartire dalla riscoperta della prudenza (sorella della necessaria lentezza, com’era nel lentius, profundius, dulcius di Alexander Langer) – intesa come capacità di ascolto e di decantazione dei conflitti tra appartenenti la stessa “casa” o la stessa rete – e dalla mitezza, essenziale per saper mediare senza svilire nessuno dei soggetti interessati e nessun principio basilare. Come scrive Bobbio, “il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Prudenza e mitezza non sono per nulla sinonimi di tiepidezza, dunque non sono alternative a una rinnovata passione civica, per la vita delle persone e per il futuro delle comunità alle quali ci si dedica; uno slancio, non solo emotivo, ma che tenti il più possibile di toccare la carne degli altri, i loro sentimenti, le domande sui destini personali e collettivi. Una passione mite e prudente, dunque: possibile, anzi necessaria, e già presente. Ma quando c’è, che non va né sbandierata né svilita ma semplicemente lasciata essere e fatta fruttare.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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“Un carcere più attivo e aperto”

17 Dic
Il Report dell’Associazione “Antigone” e i dati aggiornati del Ministero sulla Casa Circondariale di Ferrara: al 30 novembre, sono 264 i detenuti. Il problema del lavoro che non c’è. Moltiplicate, però, le attività e in aumento gli studenti. Le parole della Garante dei diritti dei detenuti di Ferrara, Stefania Carnevale: “le loro lamentele riguardano salute, lavoro, affetti e reinserimento”
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Ben 364 detenuti, di cui 143 stranieri (circa il 40% del totale), per una capienza totale di 244 posti, con un tasso di affollamento del 145,5%.
Sono i dati della Casa Circondariale di Ferrara, provenienti dal Ministero della Giustizia e aggiornati al 30 novembre scorso. Rispetto al totale delle persone detenute nelle varie carceri della Regione, sono meno di un decimo, essendo il dato aggiornato arrivato a 3.856 detenuti in Emilia-Romagna. Di questi numeri, in relazione soprattutto alla “qualità” della detenzione, si è discusso il 10 dicembre nella Factory Grisù di Ferrara, per la presentazione del Primo Rapporto sulle condizioni di detenzione in Emilia Romagna realizzato dalla sede regionale dell’Associazione “Antigone”.
lI carcere “Arginone” di Ferrara
Da alcuni anni “Antigone” anche in Emilia Romagna garantisce che ciascun carcere sia visitato almeno una volta all’anno. Così è stato fatto anche per la Casa circondariale ferrarese “Costantino Satta” (aperta nel 1992), visitata lo scorso 25 giugno. Al momento della visita erano 355 i detenuti (350 a inizio 2019), di cui 143 stranieri (circa il 40%, Nigeria, Romania, Marocco, soprattutto). In totale, 7 sono in semilibertà, 24 collaboratori di giustizia, 6 in Alta Sicurezza, 7/8 in osservazione per radicalizzazione livello medio-basso. 185 sono, invece, gli agenti di Polizia penitenziaria presenti, su 212 agenti previsti.
“Si nota subito il cambio di direzione e salutiamo con soddisfazione l’espressa volontà di applicare l’isolamento solo come extrema ratio”, è scritto nella Scheda di Antigone (disponibile su antigone.it). “L’istituto si presenta, come sempre, pulito ed efficiente ma sconta l’eccessiva circuitazione”, che rende “difficile l’offerta trattamentale stante la necessità di tenere separati molti dei detenuti tra loro e nonostante gli sforzi della direzione e dell’equipe trattamentale e l’aumento di attività negli ultimi anni. Diverse le convenzioni per lavori di pubblica utilità e numerosi gli art. 21 sebbene l’offerta di lavoro per datori di lavoro esterni sia invero contenuta a sole due unità. Numerosi i corsi scolastici – è scritto ancora -, tra cui degni di nota l’istituto alberghiero e quello agrario così come la possibilità di iscriversi a corsi universitari. La palestra è pulita e dotata di attrezzi, ma non riesce a soddisfare le numerose richieste dei detenuti”.
“Molte le aree destinate a produzioni orticole – sono ancora parole della Scheda -, destinate prevalentemente all’autoconsumo da parte dei detenuti e/o rivendute al personale al fine di finanziare l’attività medesima”. In generale, “l’istituto si trova in buone condizioni dal punto di vista strutturale, anche a seguito dei lavori di restauro successivi al terremoto che ha colpito la zona nel 2012. Le sezioni visitate non presentavano evidenti problemi di manutenzione, ad eccezione delle docce che sono collocate in locale separato dalla cella ove apparivano evidenti segni di umidità e delle schermature alle finestre”. “L’Area sanitaria è pulita e la palestra efficiente e con attrezzature per vari esercizi, l’area pedagogica è pulita e luminosa, vi sono 6 aule per le lezioni scolastiche (con 50 detenuti coinvolti in corsi, ndr) e una biblioteca con sala lettura (con 800 volumi, usata anche come sala lettura e per presentazioni letterarie, e nella quale è attivo anche il servizio interbibliotecario, ndr). Nelle salette per la socialità vi sono dei lavelli e nelle salette della socialità delle lavatrici. I semiliberi hanno a disposizione un refettorio per consumare i pasti tutti insieme”. Ricordiamo, infatti, che il carcere ferrarese è diviso in diverse sezioni: Sezione dei detenuti comuni, AS2,  “Protetti”, “Collaboratori di giustizia” (Sez. C), Congiunti dei collaboratori di giustizia (Sez. Z), “Nuovi giunti” (della quale una parte è utilizzata anche come repartino di isolamento), oltre alle 5 e 6 per condannati definitivi con pene superiori ai 5 anni.
“L’istituto di Ferrara – prosegue il testo – si caratterizza per l’ampiezza degli spazi esterni: molte le aree verdi che, gestite prevalentemente da una cooperativa (Viale K), sono state destinate alla coltivazione di ortaggi e frutta (Progetto “Galeorto”). L’ampio campo sportivo è frequentato anche da 100 detenuti alla volta”. Fra gli “eventi critici”, “Antigone” segnala: “secondo quanto riferito dalla polizia penitenziaria, i detenuti di origine magrebina comunicano il dissenso attraverso la pratica dell’autolesionismo. Invero, secondo quanto ci viene riferito, spesso l’autolesionismo si sostanzia nella protesta per la mancata somministrazione di psicofarmaci per lo più destinati allo spaccio interno”. Proseguendo, “dal 2010 è attivo il Laboratorio RAEE, volto allo smontaggio e pretrattamento di RAAE R2 (lavatrici, lavastoviglie, forni, ecc.) nell’ambito del quale sono stati assunti due detenuti: uno dal 2012 a tempo indeterminato e l’altro a tempo determinato di 6 mesi a ciclo continuo e scelto a rotazione dalla Coop. “Il Germoglio” di Ferrara”. Inoltre, “nel 2018 è stato aperto il Laboratorio Ricicletta dedito alla riparazione dei telai e delle camere d’aria delle biciclette. Inoltre, “dal 2005 è stata attivata, per la sola distribuzione interna ed in collaborazione con l’Asp di Ferrara, la Rivista periodica “l’Astrolabio”, e, in convenzione con l’Amministrazione comunale di Ferrara, un laboratorio teatrale. Esiste anche la squadra di calcio “Garegol” composta da 50 detenuti di tutte le età e le etnie. Infine, riguardo alla “sorveglianza dinamica”, “mancano le apparecchiature idonee […]. Sono state fatte richieste al Dipartimento”.
Stefania Carnevale, Garante dei Diritti dei detenuti del Comune di Ferrara, nell’incontro del 10 dicembre a Grisù, riguardo al carcere ferrarese ha spiegato come di positivo vi sia “che negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di socializzazione ed educazione per i detenuti, e la struttura si è aperta molto alla città”. Dall’altra parte, però, “è un carcere dove le persone detenute hanno poche possibilità di lavorare per esterni. Dai miei colloqui coi detenuti di Ferrara emergono principalmente quattro tipi di lamentele”; ha proseguito: “la prima riguarda la salute, soprattutto per le lunghe liste d’attesa e la difficoltà di prenotare visite specialistiche; la seconda, il lavoro, in quanto tutti vorrebbero lavorare, e alcuni lamentano anche la poca trasparenza sui criteri riguardanti eventuali assunzioni; terzo, gli affetti, lamentando principalmente la distanza dalle famiglie; infine, il reinserimento sociale a fine pena, con situazioni anche drammatiche, per la mancanza di una casa dove andare a vivere, di un lavoro, e magari con le proprie famiglie lontane o disgregate”.
“Puntare sulla qualità della detenzione”: il dibattito a Spazio Grisù lo scorso 10 dicembre organizzato da “Spazio della Ragione” e “Antigone”
_5671L’iniziativa del 10 dicembre a Grisù, promossa dalla “Società della Ragione” e da “Antigone”, moderata e presentata da Leonardo Fiorentini, ha visto il saluto di Marcello Marighelli, Garante regionale dei detenuti (ed ex Garante del Comune di Ferrara), che ha sottolineato come “ancora troppo spesso vi è distanza tra il modello di carcere espresso nella nostra Costituzione e nelle leggi, e quello delle realtà concreta”. Ha preso poi la parola Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto Costituzionale dell’Università di Ferrara, che ha posto l’accento sull’importanza, come fa “Antigone”, “del monitoraggio, dell’osservazione, della denuncia, del fornire criteri di giudizio e della conseguente proposta di soluzioni ai problemi”. La detenzione, infatti, “è spesso considerata come qualcosa fuori dal mondo, dalla realtà, quindi anche dalle leggi, ma non è così. E fortunatamente a livello nazionale, europeo e mondiale negli anni è stato riconosciuta, ad esempio, l’importanza della prevenzione della tortura ai danni di persone detenute, con la possibilità quindi di poter svolgere visite – da parte di figure professionali riconosciute -, anche senza preavviso, nei luoghi di detenzione. “Tutto ciò è fondamentale non solo per la tutela della persona detenuta, ma anche per l’apparato di sicurezza – perché, se avvengono abusi, non si possa generalizzare nell’assegnare eventuali responsabilità – e per lo stesso Stato. Il carcere, dunque – ha concluso Pugiotto – è un problema che riguarda ogni cittadino, l’intera comunità”. Infine, hanno preso la parola Alvise Sbraccia, Coordinatore del comitato scientifico di Antigone, e Giulia Fabini, fra le curatrici del rapporto per “Antigone” Emilia Romagna. I due hanno riflettuto sul tema del sovraffollamento delle carceri, e in particolare sulla questione della qualità della detenzione, in particolare riguardo al lavoro, alle cure sanitarie e all’organizzazione degli spazi interni.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

Contro il razzismo, progetti aperti a tutti

17 Giu

Lo scorso 11 giugno all’Università di Ferrara è stato presentato il “Laboratorio antirazzista” che vede insieme docenti e studenti dell’Ateneo. Tante altre le iniziative in collaborazione con singoli e associazioni cittadine per cercare di combattere quei pregiudizi che impediscono una pacifica convivenza e l’incontro tra le persone

studenti

Un Laboratorio di ricerca sul razzismo che mette in relazione docenti, studenti e chiunque, fuori dal mondo universitario, voglia parteciparvi, con un occhio alle relazioni internazionali. E’ questo l’ambizioso e più che mai necessario progetto presentato nel pomeriggio dell’11 giugno scorso al Mammut (Polo Chimico Bio Medico di UniFe) di Ferrara, nell’incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Sono stati tre studenti, Camilla Caselli, Claudia Andreozzi e Leonardo Magri, iscritti a diversi Dipartimenti dell’Università di Ferrara, a spiegare agli oltre 100 presenti le diverse iniziative, maturate negli ultimi mesi. Riguardo al “Laboratorio antirazzista”, si tratta di svolgere “una ricerca scientifica interdisciplinare sul tema del razzismo, cercando di mantenere legami stretti con la città e in relazione anche con altre università”. Ma non c’è solo il Laboratorio: dopo l’estate è previsto un pranzo per l’accoglienza di matricole del nostro Ateneo, per presentare le diverse associazioni antirazziste di Ferrara, fra le quali il Movimento nonviolento, Amnesty International e Cittadini del mondo. A seguire, partirà anche un laboratorio in collaborazione col progetto “Mediterranea”, un workshop con Romeo Farinella sul tema “urbanistica e cittadinanza”, la realizzazione di un documentario sul quartiere GAD con interviste ai residenti del quartiere, una collaborazione con FerraraOff. Inoltre, un cineforum sul tema razzismo organizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) – che inizia il 19 giugno a Factory Grisù -, e l’idea di creare uno Statuto antirazzista per il nostro Ateneo.

Gli interventi

Durante l’iniziativa, il primo a intervenire è stato Romeo Farinella, direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale: “mai abbassare la guardia, i diritti acquisiti non lo sono eternamente, vanno difesi. L’Europa sta costruendo muri, ma storicamente ha sempre tentato di rompere quelli esistenti, al suo interno e nel mondo. Questo sincretismo culturale – ha proseguito -, questa mescolanza e dinamismo sono alla base della storia dell’umanità. Per questo, il concetto di nazionalismo è una sorta di manufatto culturale volto alla costruzione di una comunità politica immaginata. Rifiutiamo perciò le semplificazioni, a favore della complessità”. “L’Università nasce dal confronto tra idee e provenienze diverse”, ha esordito Guido Barbujani, genetista e scrittore. “Quello di razza biologica è un concetto inesistente, in quanto è impossibile tracciare linee di divisione tra ipotetiche razze. Nel genoma umano, tutte le differenze si concentrano nello 0,01%, mentre il 99,9% è comune a tutti gli esseri umani. Gli stessi caratteri somatici rappresentano un’infima parte del DNA”. Barbujani ha poi raccontato la storia rara, ma non rarissima, alla quale un anno fa il National Geographic ha dedicato la propria copertina: quella di due bambine inglesi di 11 anni, Marcia e Millie Biggs, sorelle gemelle eterozigote nate nel 2006, mamma inglese da generazioni e padre di origine Giamaicana. Bene, una delle due ha preso la tonalità della pelle e dei capelli dalla madre (carnagione molto chiara, capelli tra il biondo e il castano chiaro), e l’altra dal padre (carnagione scura, capelli ricci e neri). Barbujani ha poi proseguito illustrando brevemente come a partire da circa 10mila anni fa dal Continente africano gruppi di persone abbiano iniziato prima a contaminarsi tra loro e poi, nei millenni, a diffondersi in Asia ed Europa. Ma allora perché il diverso ci fa paura? Uno studio fatto negli USA, ha dimostrato che, “quando cerchiamo di identificare una persona, viene attivata una determinata regione del nostro cervello. Se questa ha tratti diversi dai nostri, scatta una zona di allarme. Quindi è una cosa assolutamente naturale: questo sistema di difesa per i nostri antenati era questione di sopravvivenza – ha proseguito -, in quanto permetteva loro di saper riconoscere rapidamente gli alleati o i nemici”. Ad ognuno di noi tocca, però, “far scattare anche la parte razionale che ci fa comprendere come non sia il caso di allarmarci. Possiamo quindi – ha concluso – scegliere non il conflitto ma l’empatia e il dialogo”. Ha poi preso la parola il sociologo Alfredo Alietti: “non dimentichiamo che l’antirazzismo è un valore democratico basilare, al di là delle singole scelte politiche”. Ma perché esiste? Un primo motivo è che “nei periodi di crisi – economica, sociale, culturale – il ‘noi’ diventa un tentativo di ancorarsi a qualcosa di solido. È in questa situazione, quindi, che le ideologie razziste iniziano a crescere, come risposta, dicendo ‘quello diverso da te è cattivo, pericoloso, portatore di disordine’. Ed è qui che nascono anche guerre, genocidi e massacri”. Un altro motivo sta nella “bassa istruzione e nella scarsa cultura. Questo naturalmente non significa che si possa generalizzare: una persona può avere scarsa cultura e non essere razzista o viceversa un’altra aver studiato ed esserlo. Ma tendenzialmente una bassa istruzione si accompagna a un rifiuto del diverso. Sicuramente – sono ancora parole di Alietti – l’antirazzismo è un problema, è problematico, perché richiede sempre di allenare la propria razionalità, per dimostrare che la diversità è un valore, mentre il razzista non va a fondo, non si pone nemmeno il problema”. Quali sono i limiti che il diritto internazionale impone agli Stati sul tema del razzismo, è stato invece l’interrogativo posto da Alessandra Annoni, giurista internazionalista. Esiste innanzitutto la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata nel 1965 dall’ONU, entrata in vigore quattro anni dopo, e la quale, al 2015, è stata sottoscritta da 88 firmatari e 177 parti. La Convenzione è monitorata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), anche se normalmente per questo tipo di questioni si fa maggior riferimento alla Corte europea per i diritti dell’uomo. “Il CERD recentemente ha evidenziato due problemi riguardo all’Italia”, ha spiegato la Annoni: quello del cosiddetto “hate speech”, dell’incitamento all’odio attraverso affermazioni violente soprattutto attraverso la stampa e gli altri media, emerso però anche nel caso di un parlamentare ed ex Ministro, Roberto Calderoni, ai danni di una collega, Cécile Kyenge. Un altro caso è quello che ha riguardato, e riguarda ancora, i cosiddetti “campi rom”, “veri e propri campi di concentramento e segregazione su base etnica”, ai danni perlopiù di cittadini italiani, “spesso discriminati anche negli accessi agli alloggi popolari, e vittime di sgomberi forzati”, al di fuori di ogni norma. “Dopo le raccomandazioni del Comitato però è cambiato molto poco. Il Governo italiano ha rifiutato anche il richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo”. L’ultimo intervento della giornata è toccato a Orsetta Giolo, filosofa del diritto: “il razzismo – ha spiegato – impatta sui principi fondamentali della democrazia – libertà, eguaglianza e solidarietà – negando le stesse pratiche democratiche. Il ‘Laboratorio antirazzista’ servirà anche a riflettere su ciò, e su come il razzismo richiami, al di là della discriminazione razziale, il tema dell’assoggettamento, della dominazione sugli individui e sui popoli”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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Clima, grave è la situazione sotto il cielo (ma non irrisolvibile)

27 Mag

Il “meteorite” Homo Sapiens ha provocato e continua a provocare danni enormi all’ecosistema. Ma c’è ancora speranza. Un Seminario il 25 maggio in Municipio a Ferrara per denunciare, proporre azioni concrete e immaginare un’informazione differente

climaIl giusto equilibrio tra l’urgenza di una denuncia e di una sensibilizzazione che sia forte, e, dall’altra parte, la necessità di non creare paralizzanti timori nelle persone, ma di far loro comprendere come la situazione del nostro pianeta è sì molto seria ma non per questo affrontabile e migliorabile. E’ stata questa la linea che i diversi relatori alternatisi la mattina di sabato 25 maggio in Municipio a Ferrara, hanno privilegiato. Nella Sala del Consiglio Comunale si è svolto il Seminario pubblico dal titolo “Cambiamenti climatici e informazione: i ruoli e le azioni possibili di istituzioni, cittadini e media”. L’incontro, moderato dal Responsabile Ufficio Stampa del Comune, Alessandro Zangara, è stato organizzato dall’Ordine Giornalisti e della Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna insieme all’Ufficio Stampa stesso e in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e il Museo civico di Storia Naturale di Ferrara. “Il clima, certo, da sempre subisce modificazioni significative, anche nel nostro territorio, ma in questo periodo storico è importante analizzare i co-effetti dell’azione della natura e di quella dell’uomo”, ha esordito Stefano Mazzotti, ricercatore e responsabile del Museo di Storia Naturale locale. “Dagli anni ’80 del secolo scorso l’uomo ha immesso nell’atmosfera molta più CO2 rispetto a prima”. Per questo, gli scienziati dovrebbero “alzare la voce”, farsi sentire di più riguardo a questa vera e propria “crisi climatica, a questa situazione davvero drammatica, descritta come tale da innumerevoli riviste scientifiche almeno dal 2015. Sempre più frequenti e acute saranno situazioni come quelle vissute nel nostro Paese di bruschi cali di temperatura in stagioni primaverili, o, al contrario, com’è accaduto a inizio maggio, di temperature di 30° in Siberia e di 15° in Groenlandia. Fino al 2050 è previsto a livello globale un aumento di 2°, ma potrebbero essere anche di più”, ha proseguito Mazzotti. “E’ già in atto l’estinzione di diverse specie animali (insetti, anfibi, piccoli mammiferi e coleotteri, ad esempio), con tutte le ulteriori conseguenze di ciò sull’ecosistema. Risulta poi che l’estinzione di alcune speci di vertebrati sia 114 volte più veloce rispetto al passato. L’Homo Sapiens – ha concluso – è paragonabile a un meteorite sul pianeta terra per quello che sta scatenando”. Alessandro Bratti, direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), ha scelto, invece, di porre maggiormente l’accento sui cambiamenti positivi da parte di cittadini e istituzioni nell’affrontare il problema. “L’Unione Europea – ha spiegato – si è posta l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti di almeno il 20% entro il 2020 e di almeno il 40% entro il 2030 (per l’Italia del 33%, in quanto varia da Paese a Paese), rispetto al 1990. Nel 2017 la temperatura media in Italia risultava maggiore di 1,30° (+1,20° a livello globale), mentre dal 1981 l’aumento era di 0,36°”. Due, però, sono i dati positivi: “nel nostro Paese nel primo trimestre del 2019 si registra una diminuzione di emissioni di gas serra pari allo 0,4%, grazie soprattutto al decremento dei consumi di gas a livello domestico e dei trasporti, e nonostante il lieve aumento del PIL (+0,1%). Inoltre, nella nostra penisola è in aumento la quota di energia da fonti rinnovabili (dati 2016-’17). Gli effetti positivi di tutto ciò, è normale, si vedranno a distanza di anni, di decenni”. Gli ultimi due interventi della mattinata si sono concentrati sul ruolo fondamentale dell’informazione e della comunicazione. Elena Stramentinoli, redattrice della RAI, già inviata del programma d’inchiesta “Presa Diretta”, ha spiegato com’è “molto bassa la percentuale di notizie sui media riguardanti l’ambiente, e di queste una buona parte riguardano il meteo, o la cronaca”. Di solito, poi, l’informazione tratta questa tematica usando “toni catastrofici, allarmistici, calcando molto sull’emotività, mentre sarebbe importante apporofondire, spiegare meglio i vari nessi causa-effetto, non giocando sulle reazioni di angoscia e di sconforto dei cittadini” che non fanno comprendere come il tema sia complesso, la situazione grave, ma affrontabile e risolvibile. Per questo sarebbe utile proporre esempi e azioni positive, concrete, e, non meno importante, “supportate scientificamente”. Infine, l’ultimo intervento è spettato a Sergio Gessi, giornalista e docente del corso di “Etica della comunicazione” all’Università di Ferrara, il quale, fra le varie riflessioni, ha ragionato sull’importanza di avere nelle redazioni dei giornali esperti di tematiche ambientali.

“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: anche a Ferrara il secondo “Sciopero globale per il clima”

2“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: così recitava uno dei tanti cartelli issati da alcuni giovani studenti ferraresi la mattina di venerdì 24 maggio per il secondo “Sciopero globale per il clima”. Circa 200 ragazze e ragazzi – molte meno rispetto al primo Sciopero, a metà marzo, ma non meno “agguerriti” – sono scesi lungo le strade della nostra città per la seconda mobilitazione di “Fridays for future” volta a sensibilizzare sull’emergenza climatica, sulle cause che l’hanno provocata e sulle possibili soluzioni. Il corteo è partito da piazza Castello diretto al parco Giordano Bruno, passando per Largo Castello, corso Giovecca, via Palestro, Porta Mare, corso Ercole I d’Este, pedonale dalla Casa del Boia, viale Belvedere, corso Porta Po, via Cittadella, attraversamento viale Cavour, corso Isonzo e via Poledrelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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