Tag Archives: Cittadinanza

Contro il razzismo, progetti aperti a tutti

17 Giu

Lo scorso 11 giugno all’Università di Ferrara è stato presentato il “Laboratorio antirazzista” che vede insieme docenti e studenti dell’Ateneo. Tante altre le iniziative in collaborazione con singoli e associazioni cittadine per cercare di combattere quei pregiudizi che impediscono una pacifica convivenza e l’incontro tra le persone

studenti

Un Laboratorio di ricerca sul razzismo che mette in relazione docenti, studenti e chiunque, fuori dal mondo universitario, voglia parteciparvi, con un occhio alle relazioni internazionali. E’ questo l’ambizioso e più che mai necessario progetto presentato nel pomeriggio dell’11 giugno scorso al Mammut (Polo Chimico Bio Medico di UniFe) di Ferrara, nell’incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Sono stati tre studenti, Camilla Caselli, Claudia Andreozzi e Leonardo Magri, iscritti a diversi Dipartimenti dell’Università di Ferrara, a spiegare agli oltre 100 presenti le diverse iniziative, maturate negli ultimi mesi. Riguardo al “Laboratorio antirazzista”, si tratta di svolgere “una ricerca scientifica interdisciplinare sul tema del razzismo, cercando di mantenere legami stretti con la città e in relazione anche con altre università”. Ma non c’è solo il Laboratorio: dopo l’estate è previsto un pranzo per l’accoglienza di matricole del nostro Ateneo, per presentare le diverse associazioni antirazziste di Ferrara, fra le quali il Movimento nonviolento, Amnesty International e Cittadini del mondo. A seguire, partirà anche un laboratorio in collaborazione col progetto “Mediterranea”, un workshop con Romeo Farinella sul tema “urbanistica e cittadinanza”, la realizzazione di un documentario sul quartiere GAD con interviste ai residenti del quartiere, una collaborazione con FerraraOff. Inoltre, un cineforum sul tema razzismo organizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) – che inizia il 19 giugno a Factory Grisù -, e l’idea di creare uno Statuto antirazzista per il nostro Ateneo.

Gli interventi

Durante l’iniziativa, il primo a intervenire è stato Romeo Farinella, direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale: “mai abbassare la guardia, i diritti acquisiti non lo sono eternamente, vanno difesi. L’Europa sta costruendo muri, ma storicamente ha sempre tentato di rompere quelli esistenti, al suo interno e nel mondo. Questo sincretismo culturale – ha proseguito -, questa mescolanza e dinamismo sono alla base della storia dell’umanità. Per questo, il concetto di nazionalismo è una sorta di manufatto culturale volto alla costruzione di una comunità politica immaginata. Rifiutiamo perciò le semplificazioni, a favore della complessità”. “L’Università nasce dal confronto tra idee e provenienze diverse”, ha esordito Guido Barbujani, genetista e scrittore. “Quello di razza biologica è un concetto inesistente, in quanto è impossibile tracciare linee di divisione tra ipotetiche razze. Nel genoma umano, tutte le differenze si concentrano nello 0,01%, mentre il 99,9% è comune a tutti gli esseri umani. Gli stessi caratteri somatici rappresentano un’infima parte del DNA”. Barbujani ha poi raccontato la storia rara, ma non rarissima, alla quale un anno fa il National Geographic ha dedicato la propria copertina: quella di due bambine inglesi di 11 anni, Marcia e Millie Biggs, sorelle gemelle eterozigote nate nel 2006, mamma inglese da generazioni e padre di origine Giamaicana. Bene, una delle due ha preso la tonalità della pelle e dei capelli dalla madre (carnagione molto chiara, capelli tra il biondo e il castano chiaro), e l’altra dal padre (carnagione scura, capelli ricci e neri). Barbujani ha poi proseguito illustrando brevemente come a partire da circa 10mila anni fa dal Continente africano gruppi di persone abbiano iniziato prima a contaminarsi tra loro e poi, nei millenni, a diffondersi in Asia ed Europa. Ma allora perché il diverso ci fa paura? Uno studio fatto negli USA, ha dimostrato che, “quando cerchiamo di identificare una persona, viene attivata una determinata regione del nostro cervello. Se questa ha tratti diversi dai nostri, scatta una zona di allarme. Quindi è una cosa assolutamente naturale: questo sistema di difesa per i nostri antenati era questione di sopravvivenza – ha proseguito -, in quanto permetteva loro di saper riconoscere rapidamente gli alleati o i nemici”. Ad ognuno di noi tocca, però, “far scattare anche la parte razionale che ci fa comprendere come non sia il caso di allarmarci. Possiamo quindi – ha concluso – scegliere non il conflitto ma l’empatia e il dialogo”. Ha poi preso la parola il sociologo Alfredo Alietti: “non dimentichiamo che l’antirazzismo è un valore democratico basilare, al di là delle singole scelte politiche”. Ma perché esiste? Un primo motivo è che “nei periodi di crisi – economica, sociale, culturale – il ‘noi’ diventa un tentativo di ancorarsi a qualcosa di solido. È in questa situazione, quindi, che le ideologie razziste iniziano a crescere, come risposta, dicendo ‘quello diverso da te è cattivo, pericoloso, portatore di disordine’. Ed è qui che nascono anche guerre, genocidi e massacri”. Un altro motivo sta nella “bassa istruzione e nella scarsa cultura. Questo naturalmente non significa che si possa generalizzare: una persona può avere scarsa cultura e non essere razzista o viceversa un’altra aver studiato ed esserlo. Ma tendenzialmente una bassa istruzione si accompagna a un rifiuto del diverso. Sicuramente – sono ancora parole di Alietti – l’antirazzismo è un problema, è problematico, perché richiede sempre di allenare la propria razionalità, per dimostrare che la diversità è un valore, mentre il razzista non va a fondo, non si pone nemmeno il problema”. Quali sono i limiti che il diritto internazionale impone agli Stati sul tema del razzismo, è stato invece l’interrogativo posto da Alessandra Annoni, giurista internazionalista. Esiste innanzitutto la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata nel 1965 dall’ONU, entrata in vigore quattro anni dopo, e la quale, al 2015, è stata sottoscritta da 88 firmatari e 177 parti. La Convenzione è monitorata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), anche se normalmente per questo tipo di questioni si fa maggior riferimento alla Corte europea per i diritti dell’uomo. “Il CERD recentemente ha evidenziato due problemi riguardo all’Italia”, ha spiegato la Annoni: quello del cosiddetto “hate speech”, dell’incitamento all’odio attraverso affermazioni violente soprattutto attraverso la stampa e gli altri media, emerso però anche nel caso di un parlamentare ed ex Ministro, Roberto Calderoni, ai danni di una collega, Cécile Kyenge. Un altro caso è quello che ha riguardato, e riguarda ancora, i cosiddetti “campi rom”, “veri e propri campi di concentramento e segregazione su base etnica”, ai danni perlopiù di cittadini italiani, “spesso discriminati anche negli accessi agli alloggi popolari, e vittime di sgomberi forzati”, al di fuori di ogni norma. “Dopo le raccomandazioni del Comitato però è cambiato molto poco. Il Governo italiano ha rifiutato anche il richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo”. L’ultimo intervento della giornata è toccato a Orsetta Giolo, filosofa del diritto: “il razzismo – ha spiegato – impatta sui principi fondamentali della democrazia – libertà, eguaglianza e solidarietà – negando le stesse pratiche democratiche. Il ‘Laboratorio antirazzista’ servirà anche a riflettere su ciò, e su come il razzismo richiami, al di là della discriminazione razziale, il tema dell’assoggettamento, della dominazione sugli individui e sui popoli”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

http://lavocediferrara.it/

http://lavoce.e-dicola.net/it/news

Annunci

Clima, grave è la situazione sotto il cielo (ma non irrisolvibile)

27 Mag

Il “meteorite” Homo Sapiens ha provocato e continua a provocare danni enormi all’ecosistema. Ma c’è ancora speranza. Un Seminario il 25 maggio in Municipio a Ferrara per denunciare, proporre azioni concrete e immaginare un’informazione differente

climaIl giusto equilibrio tra l’urgenza di una denuncia e di una sensibilizzazione che sia forte, e, dall’altra parte, la necessità di non creare paralizzanti timori nelle persone, ma di far loro comprendere come la situazione del nostro pianeta è sì molto seria ma non per questo affrontabile e migliorabile. E’ stata questa la linea che i diversi relatori alternatisi la mattina di sabato 25 maggio in Municipio a Ferrara, hanno privilegiato. Nella Sala del Consiglio Comunale si è svolto il Seminario pubblico dal titolo “Cambiamenti climatici e informazione: i ruoli e le azioni possibili di istituzioni, cittadini e media”. L’incontro, moderato dal Responsabile Ufficio Stampa del Comune, Alessandro Zangara, è stato organizzato dall’Ordine Giornalisti e della Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna insieme all’Ufficio Stampa stesso e in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e il Museo civico di Storia Naturale di Ferrara. “Il clima, certo, da sempre subisce modificazioni significative, anche nel nostro territorio, ma in questo periodo storico è importante analizzare i co-effetti dell’azione della natura e di quella dell’uomo”, ha esordito Stefano Mazzotti, ricercatore e responsabile del Museo di Storia Naturale locale. “Dagli anni ’80 del secolo scorso l’uomo ha immesso nell’atmosfera molta più CO2 rispetto a prima”. Per questo, gli scienziati dovrebbero “alzare la voce”, farsi sentire di più riguardo a questa vera e propria “crisi climatica, a questa situazione davvero drammatica, descritta come tale da innumerevoli riviste scientifiche almeno dal 2015. Sempre più frequenti e acute saranno situazioni come quelle vissute nel nostro Paese di bruschi cali di temperatura in stagioni primaverili, o, al contrario, com’è accaduto a inizio maggio, di temperature di 30° in Siberia e di 15° in Groenlandia. Fino al 2050 è previsto a livello globale un aumento di 2°, ma potrebbero essere anche di più”, ha proseguito Mazzotti. “E’ già in atto l’estinzione di diverse specie animali (insetti, anfibi, piccoli mammiferi e coleotteri, ad esempio), con tutte le ulteriori conseguenze di ciò sull’ecosistema. Risulta poi che l’estinzione di alcune speci di vertebrati sia 114 volte più veloce rispetto al passato. L’Homo Sapiens – ha concluso – è paragonabile a un meteorite sul pianeta terra per quello che sta scatenando”. Alessandro Bratti, direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), ha scelto, invece, di porre maggiormente l’accento sui cambiamenti positivi da parte di cittadini e istituzioni nell’affrontare il problema. “L’Unione Europea – ha spiegato – si è posta l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti di almeno il 20% entro il 2020 e di almeno il 40% entro il 2030 (per l’Italia del 33%, in quanto varia da Paese a Paese), rispetto al 1990. Nel 2017 la temperatura media in Italia risultava maggiore di 1,30° (+1,20° a livello globale), mentre dal 1981 l’aumento era di 0,36°”. Due, però, sono i dati positivi: “nel nostro Paese nel primo trimestre del 2019 si registra una diminuzione di emissioni di gas serra pari allo 0,4%, grazie soprattutto al decremento dei consumi di gas a livello domestico e dei trasporti, e nonostante il lieve aumento del PIL (+0,1%). Inoltre, nella nostra penisola è in aumento la quota di energia da fonti rinnovabili (dati 2016-’17). Gli effetti positivi di tutto ciò, è normale, si vedranno a distanza di anni, di decenni”. Gli ultimi due interventi della mattinata si sono concentrati sul ruolo fondamentale dell’informazione e della comunicazione. Elena Stramentinoli, redattrice della RAI, già inviata del programma d’inchiesta “Presa Diretta”, ha spiegato com’è “molto bassa la percentuale di notizie sui media riguardanti l’ambiente, e di queste una buona parte riguardano il meteo, o la cronaca”. Di solito, poi, l’informazione tratta questa tematica usando “toni catastrofici, allarmistici, calcando molto sull’emotività, mentre sarebbe importante apporofondire, spiegare meglio i vari nessi causa-effetto, non giocando sulle reazioni di angoscia e di sconforto dei cittadini” che non fanno comprendere come il tema sia complesso, la situazione grave, ma affrontabile e risolvibile. Per questo sarebbe utile proporre esempi e azioni positive, concrete, e, non meno importante, “supportate scientificamente”. Infine, l’ultimo intervento è spettato a Sergio Gessi, giornalista e docente del corso di “Etica della comunicazione” all’Università di Ferrara, il quale, fra le varie riflessioni, ha ragionato sull’importanza di avere nelle redazioni dei giornali esperti di tematiche ambientali.

“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: anche a Ferrara il secondo “Sciopero globale per il clima”

2“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: così recitava uno dei tanti cartelli issati da alcuni giovani studenti ferraresi la mattina di venerdì 24 maggio per il secondo “Sciopero globale per il clima”. Circa 200 ragazze e ragazzi – molte meno rispetto al primo Sciopero, a metà marzo, ma non meno “agguerriti” – sono scesi lungo le strade della nostra città per la seconda mobilitazione di “Fridays for future” volta a sensibilizzare sull’emergenza climatica, sulle cause che l’hanno provocata e sulle possibili soluzioni. Il corteo è partito da piazza Castello diretto al parco Giordano Bruno, passando per Largo Castello, corso Giovecca, via Palestro, Porta Mare, corso Ercole I d’Este, pedonale dalla Casa del Boia, viale Belvedere, corso Porta Po, via Cittadella, attraversamento viale Cavour, corso Isonzo e via Poledrelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

http://lavocediferrara.it/

http://lavoce.e-dicola.net/it/news

Partecipazione, cura e convivialità: ecco la “Rete” del civismo ferrarese

20 Mag

Nato nel seno dell’Urban Center cittadino, il progetto di coordinamento delle esperienze virtuose di cittadinanza dal basso è stato presentato lo scorso 13 maggio nella sede dell’ex Mof. La sinergia col “Forum Civism” di Firenze

facebook_1557927188707Può l’informalità strutturare un’azione costante nel tempo, senza scadere nello spontaneismo? E può l’orizzontalità diventare principio basilare, senza che ne risentano la concretezza e l’efficienza? Sono alcune delle sfide raccolte dalla neonata Rete che a Ferrara, grazie all’appello di un gruppo di cittadini, intende sviluppare un coordinamento tra le esperienze civiche locali nate negli ultimi anni. Il tutto con il supporto fondamentale dell’Urban Center comunale. Già pronta la “Carta dei principi, finalità e funzionamento”, unico strumento necessario data l’informalità del soggetto. Soggetto che è stato presentato pubblicamente lo scorso 13 maggio nella sede dell’ex Mof di corso Isonzo da Chiara Porretta e Ilenia Crema dell’Urban Center, da alcuni anni attivissime – insieme all’Assessorato con delega alla Rigenerazione Urbana, guidato da Roberta Fusari – nel promuovere e coordinare esperienze locali di cittadinanza attiva, mutuale e dal basso. Sono dodici i membri del nodo operativo di questa Rete nata formalmente lo scorso 29 novembre e sul cui nome gli stessi aderenti – che possono essere singoli (attualmente una cinquantina) e gruppi/associazioni (per ora una ventina) – hanno già avanzato diverse proposte. Gli albori del progetto è, però, giusto farli risalire al 2011 quando l’Amministrazione dà vita a “èFerrara Urban Center”, al quale sono seguite una 70ina di iniziative e proposte sparse in tutto il territorio comunale, tra cui “Un tavolo lungo un parco”, “Insieme per il Quartiere Giardino”, “Gas K”, “Condominio solidale”, “Ricostruiamo l’Aquilone”, “Ferrara mia”, “Web Radio Giardino”, “Officina dei saperi”. Altra tappa importante è stata, nel 2016, la redazione della Carta dei Beni Comuni, manifesto di principi e azioni prioritarie condiviso dalle comunità di pratiche coinvolte nel progetto Urban Center. Il 13 maggio sono state presentate, attraverso interviste video o testimonianze dal vivo, cinque delle pratiche virtuose nate negli anni: la festa di strada su via Zemola (illustrata da Paola Giatti), ripetuta quest’anno il 19 maggio; il “ParcoLibro” a S. Bartolomeo in Bosco, spiegato da Stefano Padovani; il percorso partecipato nato intorno alla Scuola elementare “Bruno Ciari” di Cocomaro di Cona per la riqualificazione del giardino della struttura, presentato da Paola Onorati; “Krasnopark” (illustrato da Silvia Ridolfi), e infine il progetto di cura e valorizzazione di un parchetto pubblico in zona via Comacchio (a cura di Massimo). A seguire, sono intervenuti tre studenti della Facoltà di Economia del nostro Ateneo, membri del “Comitato Piazzale Circolare” che sta organizzando il primo festival di Green Economy nella nostra città – la “Giornata dell’economia circolare” – in programma il prossimo 27 giugno alla Factory Grisù di via Poledrelli, con stand, workshop e conferenze. Ma il progetto dell’Urban Center e della Rete crescono anche alla sinergia con realtà simili presente in altre città, in modo particolare con il “Forum Civism Beni Comuni”, presentato nell’incontro pubblico da una delle portavoci, Annalisa Pecoriello. Il progetto “Civism” nasce nel 2015 per promuovere nuove forme di benessere collettivo attraverso la condivisione tra persone che vivono in situazione di prossimità (condomini, quartieri ecc.). Da qui è poi nato il “Forum”, sempre partendo dal principio dell’importanza – per creare nuove relazioni fra cittadini e con le istituzioni – della condivisione di oggetti, luoghi, tempi e competenze. Negli anni si sono perciò sviluppate e interconnesse comunità urbane e rurali, esperienze di microcredito, Gruppi di Acquisto Solidali, mercati contadini, Open Source, progetti di inclusione dei migranti e molto altro. In alcuni casi delicati (si pensi allo stabile Spin Time a Roma, v. articolo a fianco), “preferiamo parlare – ha spiegato la Pecoriello – di presidio e custodia di beni comuni, non di occupazione. Si tratta cioè di riappropriarsi di luoghi abbandonati dalle istituzioni, non facendone un uso esclusivo ma di tutti e per tutti”. Un esempio è Mondeggi Bene Comune di Bagno a Ripoli (Firenze), comunità attiva per l’autodeterminazione alimentare attraverso l’agroecologia e la libera condivisione dei saperi, e ispirata ai principi di autogestione, cooperazione e mutualismo. Uno dei tanti esempi concreti di superamento della dicotomia pubblico-privato, nella continua tensione verso quella “terza via” rappresentata appunto dal concetto di “bene comune”. Ciò che emerge da questa multiforme progettualità condivisa – a Ferrara come a Firenze e in tanti altri luoghi del nostro Paese – è che la città da luogo nel quale vivere sostanzialmente come ospiti, passando dalla lamentela alla passività, diventa un corpo in continua trasformazione. Una trasformazione inevitabilmente collettiva, partecipata, dal basso, che cambia in positivo non solo il volto del tessuto urbano, ma le sue stesse infrastrutture relazionali, ridefinendo il concetto di partecipazione e di cittadinanza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

http://lavocediferrara.it/

http://lavoce.e-dicola.net/it/news

“Nessun diritto alla casa, vi ammazziamo”: se in Italia dilaga l’odio etnico

13 Mag

Casal Bruciato, Roma: una famiglia rom insultata e minacciata perché assegnataria di una casa popolare. Il giorno dopo l’incontro con Papa Francesco. Carlo Stasolla (Ass. 21 luglio) a Ferrara: “rom vittime di decenni di segregazione ‘legalizzata’”. Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

casal-bruciato-mammaSenada Sejdovic e Imed Omerovic, entrambi 40enni, sono una coppia rom di origini bosniache, arrivati in Italia nel 1992 quando in Bosnia c’era la guerra. Hanno 12 figli, dai 2 ai 21 anni, il più grande non vive con loro perché si é sposato da poco, e sia lui che il secondogenito sono cittadini italiani, avendo ottenuto la cittadinanza appena diventati maggiorenni perché nati, come i restanti 10 fratelli, nel nostro Paese. Imer lavora al mercatino dell’usato, insieme al figlio 20enne Clinton, nel quartiere Boccea, alla periferia di Roma. I bambini più piccoli vanno tutti a scuola, tranne l’ultimo nato, di due anni. Dopo aver vissuto prima al campo di Tor de Cenci, poi, negli ultimi sette anni a La Barbuta, avendo fatto regolare domanda per avere un alloggio popolare, lunedì 6 maggio si sono recati in via Satta, a Casal Bruciato, per prendere possesso dell’appartamento a loro assegnato. Ma non avevano previsto che alcuni residenti del condominio (parte a sua volta di un comprensorio), aizzati da gruppi di estrema destra, avrebbero fatto di tutto per impedirglielo. Dopo giorni di insulti e minacce a loro e ai bambini (che hanno avuto crisi di panico e febbre per lo choc), sono riusciti a entrare, scortati dalla polizia. “Abbiamo deciso di restare e vorremmo organizzare anche una festa nel cortile. Perdoniamo tutti”, hanno dichiarato al Messaggero, poco prima di incontrare, il 9 maggio, il Santo Padre. Immagini raccapriccianti, che richiamano periodi bui anche della nostra storia nazionale. Mercoledì 8 maggio a Ferrara è intervenuto – per un incontro programmato già da diversi mesi – Carlo Stasolla, Presidente dell’Associazione 21 luglio di Roma, onlus nata nel 2010 per aiutare gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di discriminazione. Tra gli enti sostenitori, la 21 luglio ha anche la Fondazione Migrantes della CEI. L’occasione è stato il terzo dei quarti incontri del ciclo “Le città in-visibili. Immaginari, territori, pratiche”, dal titolo “I campi rom in Italia tra segregazione e discriminazione”, organizzato dal Laboratorio di Studi Urbani del Corso di Sociologia urbana e del territorio di UniFe, diretto dal prof. Alfredo Alietti. A “La Voce”, Stasolla ha rilasciato alcune dichiarazioni. Innanzitutto, ha spiegato come la Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti 2012-2020 redatta dall’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, “abbia avuto purtroppo un impatto minimo, quasi nullo, in quanto non vincolante per i Comuni e per le pochissime risorse di cui dispone l’Ufficio”. Li chiediamo anche delle minacce ricevute nel 2014 da un boss rom, Sartana Halilovic, in un incontro pubblico nella sala consiliare del VII Municipio di Roma, in occsione della presentazione del dossier “Campo Nomadi Spa”. “Avvenne – ci racconta – sei mesi prima dell’inizio dell’inchiesta Mafia capitale, la causa fu una ricerca compiuta dalla nostra Associazione sulla criminalità organizzata nei campi rom, quindi una parte dell’inchiesta. Per due anni ho dovuto vivere sotto protezione”. Fra le storie positive di riscatto da parte di ex abitanti di campi nomadi, Stasolla ci racconta di un ragazzo e di una donna che ora “non solo vivono in una casa, ma lavorano per la stessa Associazione 21 luglio”.

BREVE STORIA DELL’UNIVERSO ROMANì

I rom sono in Italia da circa sette secoli, le prime migrazioni risalgono al 14esimo secolo d. C. Diversi di loro sono sedentari, ma per motivi economici o politici hanno lasciato i loro paesi d’origine – l’ex Repubblica Jugoslava o alcuni paesi dell’Est Europa – negli anni ’80, “iniziando ad arrivare in Italia per lavori stagionali, fino a stabilizzarsi”, ha spiegato nell’incontro. “Dalla morte di Tito, non si sentivano più tutelati come minoranza in Jugoslavia, e in Italia i governanti riconobbero in loro popolazioni permanentemente nomadi – anche se non lo erano – e quindi li fecero vivere all’aperto”. Da metà degli anni Ottanta fino ai primi anni ’90 nascono quindi aree e campi dove vengono dislocati, soprattutto nelle grandi città, “nonostante ciò sia illegale. Com’è naturale, nel tempo diventano luoghi di marginalità e degrado, essendo come grandi ghetti fuori dalle città. Sono di fatto campi monoetnici, un povero non rom non viene messo lì, anche se a volte nelle grandi città capita che famiglie italiane povere, non sapendo dove andare, vanno a vivere in uno di questi campi. Inoltre, i bambini vanno a scuola con pulmini solo per loro, in ogni Comune c’è un “Ufficio Rom” apposta. Provate – ha spiegato Stasolla – a inserire la parola ‘ebreo’ al posto di ‘rom’, e vedete che effetto fa…”.

QUASI LA META’ SONO CITTADINI ITALIANI

Quello dei rom e sinti è un mondo molto variegato: come Stasolla scrive nell’introduzione al Rapporto 2018 dell’Associazione 21 luglio, “I margini del margine”, presentato un mese fa, “tra le ville kitsch delle famiglie di rom abruzzesi a Roma ed i nylon di tende improvvisate di rom bulgari a Foggia, ci sono altre 20 etnie, diverse per dialetti, tradizioni e condizioni sociali che compongono l’universo romanì”. Nel Rapporto è spiegato come circa 25mila persone “vivono in una condizione di segregazione abitativa” nei “campi nomadi”. Il 60% di essi vive in 127 insediamenti formali presenti in 74 comuni italiani, mentre il restante in insediamenti informali che, “polverizzati da perpetue azioni di sgombero, finiscono con il diventare micro insediamenti abitati da 2-3 famiglie”. Inoltre, “il 44% di queste persone ha la cittadinanza italiana, quindi negar loro una casa popolare – obbligandole di fatto ad andarsene – non è solo negare un diritto ma negare un diritto a un cittadino italiano”. Si ricordino, a tal proposito, anche i recenti di casi, l’aprile scorsi, a Torre Maura e ancora a Casal Bruciato.

FRA SGOMBERI E CENSIMENTI (ILLEGALI)

Nel 2010, in piena “emergenza rom” dichiarata dall’allora Governo, si tentò di fare un censimento: di fatto avvenne “solo” a Roma e a Napoli, “perché poi – spiega Stasolla – facemmo ricorso e riuscimmo a bloccarlo”. Un “censimento dei rom” nella pratica consiste nel fatto che “membri delle forze dell’ordine vanno in un campo, le persone vengono portate nell’Ufficio stranieri della Questura (anche se parte di loro sono cittadini italiani!), gli vengono prese le impronte digitali, anche se non hanno commesso reati, l’altezza, eventuali tatuaggi: insomma, si tratta di una vera e propria schedatura su base etnica”. Discorso simile, in termini di gravità, avviene per quanto riguarda gli sgomberi forzati (quasi 200 nel solo 2018 in Italia, chiamati sempre più spesso con un termine orribile, “bonifiche”) delle cosiddette “baraccopoli informali”. “Lo sgombero di per sé non è illegale – sono ancora sue parole -, ma il problema è che viene sempre messo in atto in modo illegale e incostituzionale. Innanzitutto, il Comune inizia col togliere l’acqua, la luce, come ad esempio è successo l’estate scorsa al Camping River di Roma. Inoltre, non vengono mai rispettati criteri quali “il preavviso in tempi congrui alle persone interessate, il fatto che non avvenga di notte o in condizioni metereologiche avverse, che vi sia la possibilità di fare ricorso (nessuno lo fa, perché è una sfida impari col Comune, che, tra l’altro, può usare anche possibili ritorsioni), che siano presenti rappresentanti istituzionali e che vi siano per i baraccati alternative abitative adeguate”. Inoltre, “non viene data alle persone la possibilità di portar via con sé gli effetti personali, e si intima loro di non tornare nel campo per prenderli, con la minaccia di togliergli i figli”. Lo sgombero “avviene sempre la mattina molto presto, con le ruspe, alla presenza di un assistente sociale che propone alle donne e ai bambini di andare in case di accoglienza, lasciando i maschi per strada. Chiaramente – ha proseguito Stasolla – nessuno accetta di dividersi dai propri cari, così il Comune può dichiarare che gli abitanti del campo hanno rifiutato l’offerta abitativa alternativa. Il tutto non considerando che da un giorno all’altro i bambini non potranno più andare nella loro scuola, e le donne lasciare il lavoro. Ma ogni violazione del diritto contro qualcuno, statene certi – è il monito di Stasolla -, porta poi sempre a violazioni del diritto nei confronti di qualcun altro: quindi nessuno si può sentire al sicuro, o rimanere indifferente, davanti a tutto ciò”. La sicurezza, invece, si è avviato a concludere il relatore, “si ottiene con l’inclusione, cioè togliendo le persone dalla marginalità e dal degrado. Lo Stato ha il dovere di dare a tutti un alloggio adeguato”.

Il Papa ai rom: “soffro con voi, la strada è la fratellanza”

“Quando leggo sul giornale qualcosa di brutto, vi dico la verità, soffro. Oggi ho letto qualcosa di brutto e soffro, perché questa non è civiltà, non è civiltà. L’amore è la civiltà, perciò avanti con l’amore”. Sono alcune delle parole pronunciate dal Santo Padre il 9 maggio nella Sala Regia in Vaticano nell’incontro con 500 persone rom e sinti. Poco dopo, il Pontefice ha incontrato e salutato (in privato nella sagrestia della Basilica di San Giovanni in Laterano, foto sopra) la famiglia rom al centro delle proteste per l’assegnazione di una casa popolare a Casal Bruciato. Nel primo dei due incontri, il Papa, dopo aver ascoltato alcune testimonianze, ha detto che il vero problema, prima di essere politico e sociale, è legato ad una distanza: “è questo il problema di oggi. Se voi mi dite che è un problema politico, un problema sociale, che è un problema culturale, un problema di lingua: sono cose secondarie. Il problema è un problema di distanza tra la mente e il cuore. “i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente: questi sono di seconda classe, perché non sanno abbracciare”, “buttano fuori, scartano, e vivono scartando, vivono con la scopa in mano buttando fuori gli altri, o con il chiacchiericcio o con altre cose. Invece la vera strada è quella della fratellanza”. “Voi andate avanti con la dignità, con il lavoro…”, ha detto poi. “E quando si vedono le difficoltà, guardate in alto e troverete che lì ci stanno guardando. Ti guarda. C’è Uno che ti guarda prima, che ti vuole bene, Uno che ha dovuto vivere ai margini, da bambino, per salvare la vita, nascosto, profugo: Uno che ha sofferto per te, che ha dato la vita sulla croce”. Fra le testimonianze, quella di don Cristian Di Silvio, uno zingaro diventato sacerdote, e quelle di tre madri in rappresentanza di un gruppo più ampio di donne rom che vivono in una zona periferica di Roma: “non è facile – hanno detto – trovare un lavoro che assicuri dignità e sostentamento economico”. “Discorsi di odio, ma anche azioni violente sono in costante aumento”. Ci sono poi altre problematiche, hanno aggiunto, legate ad “alloggi non adeguati”, a “sgomberi forzati organizzati dalle autorità in assenza di alternative adeguate”. Ma nonostante ciò, “guardiamo però al futuro con speranza”. Prima delle testimonianze, è intervenuto il presidente CEI card. Gualtiero Bassetti. Infine, ricordiamo che il santo patrono della popolazione rom è il beato Zefirino Giménez Malla, terziario francescano, fucilato nel 1936 durante la Guerra civile spagnola e gettato in una fossa comune per aver difeso un prete e il suo Rosario.

“La diffidenza è radicata, ci vuole tempo, pazienza e ascolto”: la comunità dei sinti a Ferrara

Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

“Il mio compito è fatto principalmente di ascolto e sostegno, soprattutto ai bambini, per farli superare la paura e la diffidenza verso i gagé”. Gagé è il termine usato per indicare chiunque non appartenga all’universo romanì (comprendente rom, sinti e caminanti). A parlare a “la Voce” è Marta Ferrari, giovane psicologa, da tre anni impegnata per la cooperativa “Il Germoglio” come educatrice per il sostegno e l’inclusione dei sinti presenti nel Comune di Ferrara, con un occhio di riguardo ai minori, nel progetto “Lacio Drom”. “Mi occupo non solo dei sinti che vivono nel campo di via delle Bonifiche a Pontelagoscuro – ci spiega -, ma in particolare di loro, perché sono quelli maggiormente tagliati fuori dal contesto sociale, ad esempio dai trasporti pubblici, e i più colpiti dai media. Nel campo il mio impegno è fatto di sostegno, ascolto, di aiuto nei loro confronti per provare a elaborare le proprie emozioni, a vincere la radicata diffidenza verso i gagé. Da un po’ di tempo faccio anche sostegno a un bambino sinto di 7 anni, che frequenta la prima elementare”. Nella sua attività, Ferrari si interfaccia con mediatori comunali e assistenti sociali, lavorando su progetti di fuoriuscita dai campi, o su questioni specifiche. “I progetti riguardano ad esempio l’inserimento in ambiti educativi – prosegue -, la frequenza scolastica (più bassa della media), il cercare soprattutto di fare attività fuori dal campo, e di aiutare i minori a diventare autonomi dai genitori”. Riguardo alla diffidenza verso i gagé, il motivo è radicato in una storia fatta di persecuzioni e discriminazioni subite. “A volte i genitori – prosegue Ferrari -, ad esempio, fanno molta fatica a fidarsi a far prendere ai propri bambini il pulmino per andare a scuola. Vivono oggettivamente in un contesto molto difficile, la società ha perlopiù un’idea negativa di loro, e quindi si convincono che nessuno o quasi li accetti. Ciò li porta ad avere spesso stati di ansia, a soffrire di depressione, di attacchi di panico abbastanza frequenti, tanto gli adulti quanto i bambini”. La cosa che forse non molti sanno, o pensano improbabile, è che i sinti presenti nel nostro Comune sono tutti cittadini italiani e vivono a Ferrara, o comunque in Italia, da diverse generazioni. Fino ad alcuni decenni fa, i loro avi erano giostrai o allevatori di cavalli, oppure raccoglievano il ferro. Nessuno di loro vive di elemosina fatta per strada, due lavorano (uno dei due in un’azienda di Casaglia), un altro fa l’autista per portare i bambini a scuola, attualmente un uomo e una donna svolgono un tirocinio. I loro matrimoni durano tutta la vita, è difficile che si separino una volta “sposati” (solitamente si “sposano” informalmente). “Sono quasi tutti cattolici – prosegue Ferrari -, i loro battesimi e funerali avvengono nella vicina chiesa di Pontelagoscuro, alla presenza anche di parenti da altre città, e, per il battesimo, realizzano un abito tipico per l’occasione. A volte – sono ancora sue parole -, nella parrocchia di Pontelagoscuro guidata da don Silvano Bedin, partecipano, insieme a stranieri, a corsi di italiano o geografia, o a corsi per aiutarli a fare i quiz per prendere la patente”. Inoltre, ogni anno si fa la festa di Natale, di solito al campo, ma l’anno scorso fuori, al centro giovanile “L’Urlo”. “Dei sinti, erano presenti i bambini e le bambine, qualche mamma, nessun adolescente. Oppure, ad esempio, a volte li portiamo in piscina, o lo scorso settembre li abbiamo accompagnati a uno spettacolo in Sala Estense in occasione di ‘FEsta in Pace’ ”. Essendo percentualmente pochi coloro che vivono fuori dal campo, le chiediamo quanti, dall’inizio del progetto “Lacio Drom”, sono andati a vivere altrove: “in vent’anni all’incirca una ventina di persone dal campo di via delle Bonifiche è andata a vivere in un alloggio diverso, o comprandolo o facendo domanda per entrare nelle graduatorie per le case popolari. Solitamente, una parte degli abitanti del campo esprime il desiderio di vivere fuori dal campo, ma per la maggior parte di loro è la paura e la diffidenza nei confronti dei gagé a vincere. Gli stessi genitori, per esempio, a scuola, fanno fatica a relazionarsi con gli altri genitori, spesso non vanno ai ricevimenti dagli insegnanti”. “Da loro, per motivi comprensibili”, accennati sopra, “non si può aspettare che da un giorno all’altro abbiano un cambiamento netto”, conclude l’educatrice. “Ci vuole tempo, pazienza, costanza e grande capacità di ascolto”. Solo così si può guadagnare la loro fiducia, e loro la nostra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

http://lavocediferrara.it/

“Le nuove generazioni, una sfida per la Chiesa”: Mons. Perego al Meeting di Rimini

26 Ago
2 - Copia

Mons. Perego e Giorgio Paolucci

«Incontro, proposta e dialogo» per tutte quelle ragazze e quei ragazzi immigrati nel nostro Paese che sono «soggetti attivi, non semplici ospiti, nelle nostre comunità». Ieri l’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio S. E. Mons. Gian Carlo Perego è intervenuto nell’incontro “Le nuove generazioni, una sfida per la Chiesa”, parte del programma del Meeting per l’amicizia fra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini da domenica scorsa fino a oggi. Mons. Perego è stato intervistato da Giorgio Paolucci, firma di punta di “Avvenire” e tra i curatori della mostra, in parete al Meeting, dal titolo “Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica”. Un tema, questo specifico dell’esposizione e dell’incontro ad essa collegato, che permette di riflettere in modo originale sul tema dell’edizione 2017, “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”, quindi anche sulle trasformazioni nei rapporti con la tradizione.
Un dialogo, quello con Mons. Perego – alla presenza di alcune decine di persone, tra cui l’Arcivescovo emerito S. E. Mons. Luigi Negri – nel quale si è cercato di inquadrare il tema migranti in Italia anche attraverso dati, presenti nel Rapporto Immigrazione 2016 stilato da Caritas e Fondazione Migrantes. Sono oltre 5 milioni gli immigrati in Italia, provenienti da 198 Paesi, molti dei quali giovani che cercano di «costruirsi un’identità diversa». Per questo, l’approccio giusto non sta nel considerare la questione come «una sfida fra tradizioni o esperienze religiose, ma un incontro importante dal quale possono nascere realtà e storie nuove».
Tre sono gli aspetti fondamentali perché questa sfida sia declinata in positivo: innanzitutto, quello del saper «incontrare e del riconoscere questo tassello rappresentato dalle nuove generazioni. Tutto ciò che allontana è da rifuggire». Altrettanto importante è, poi, il «non lasciare questi giovani senza una proposta credibile, che significa anche costruire luoghi dove poterli incontrare, ascoltare, nei quali confrontarsi con loro». Infine, conseguente, l’aspetto del «dialogo, l’apertura a nuove domande». Prendendo le mosse anche dal disegno di legge che tende a introdurre una forma di ius soli temperato e di ius culturae, ancora in discussione al Senato, Mons. Perego ha riflettuto su come essere cittadini significhi, nel senso più profondo, «passione per la realtà in cui si vive, essere attivi nella propria comunità. Per questo – ha proseguito – è sbagliato creare due livelli di città [una di cittadini, e una di non cittadini, ndr], soprattutto in un periodo in cui abbiamo bisogno di giovani interessati alla vita delle nostre comunità, che non si sentono solo ospiti ma chiedono di esserne riconosciuti come parte attiva».
21106883_1882543698429562_352441202150051196_nInfine, l’Arcivescovo, incalzato anche dalle domande di Paolucci, ha riflettuto sul tema dell’immigrazione in Italia da Paesi con forte tradizione cattolica, o, al contrario, da zone del mondo dove la libertà religiosa è un miraggio. Sono circa 3mila i sacerdoti stranieri presenti nella nostra penisola, e circa un migliaio i catecumeni, perlopiù non cittadini italiani. «La speranza – ha spiegato Mons. Perego – è che per molti immigrati che vivono nel nostro Paese il fatto di sperimentare una situazione di rispetto della libertà religiosa possa avere ricadute positive nei loro luoghi d’origine».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 26 agosto 2017

A Ferrara otto bambine e bambini saharawiani, piccoli «ambasciatori di pace che rimangono nel cuore»

17 Ago

1Più di quaranta giorni nel nostro Paese, dei quali cinque a Ferrara, per otto piccoli «ambasciatori di pace» saharawiani. Stamattina nel Municipio di Ferrara è stato presentato il progetto “Accoglienza Saharawi 2017”, organizzato dall’Associazione Oltreconfine in collaborazione con il Coordinamento Regionale di Solidarietà per il Sahara Occidentale e con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia (che ha programmi simili anche in Spagna). Il progetto, giunto al 18° anno, vede otto bambine e bambini tra i 7 e i 10 anni ospiti di associazioni ed enti locali nella nostra città, dov’è interamente gestito da volontari di Oltreconfine, con il sostegno della CRI Ferrara (per gli accertamenti sanitari loro necessari e le eventuali terapie) e dell’AIC – Associazione Italiana Celiachia.
I bambini permangono a Ferrara dalla mattina del 13 agosto, fino a domani, 18 agosto, quando ripartiranno dall’aeroporto milanese di Malpensa verso la loro terra. In Italia sono giunti lo scorso 4 luglio, e, prima della tappa ferrarese, sono stati, nell’ordine, tre settimane a Reggio Emilia, poi a Bellaria, Sala Bolognese e Sasso Marconi. In tutto sono circa un’ottantina i bambini saharawiani ospiti del progetto accolti quest’estate nella nostra regione, su un totale di 400 in tutta Italia. Nello specifico, la nostra città in 18 anni ha accolto circa 150 bambine e bambini provenienti dal Sahara Occidentale, situato tra Marocco, Algeria e Mauritania.
Seppur nei pochi giorni trascorsi a Ferrara, i bambini, tra le varie attività svolte, hanno avuto la possibilità di giocare a Parco Massari, di cenare o pranzare alla Bocciofila La Ferrarese in viale Orlando Furioso, nella mensa di via Zandonai, al Ristorante 381 in piazzetta Corelli e al Puedes nel sottomura di via Baluardi, di nuotare nella piscina di Occhiobello, oltre che di visitare il Castello Estense, il Giardino delle Capinere della LIPU in via Porta Catena, e di navigare sul Po grazie al battello fluviale “Nena”.
«Questi bimbi ci entrano nel cuore, e lì rimangono», ha spiegato, ai limiti della commozione, Alessio Zagni, presidente del Comitato della Croce Rossa Italiana di Ferrara. «È importante mantenere alta l’attenzione sui problemi che vive questo popolo». Popolo la cui storia, nonostante diverse campagne di sensibilizzazione, anche nel nostro Paese rimane perlopiù misconosciuta. «Loro sono i nostri ambasciatori di pace», ha spiegato Hamadi Omar Mohamed, accompagnatore, interprete e mediatore Saharawi del gruppo, attivo in questo ruolo dal 2012. «La loro è la causa dei dimenticati: non esiste solo il muro del Marocco [che questo Paese ha istituito al confine col Sahara Occidentale per controllare meglio il popolo Saharawi, ndr], ma anche il muro del silenzio».
All’incontro di presentazione sono intervenuti anche Agnese Casazza, presidente di Oltreconfine, e Massimo Maisto, Assessore alle Politiche per la pace del Comune di Ferrara, che ha spiegato come «il popolo Saharawi ha scelto la via della pace, della legalità internazionale, la via referendaria. La cooperazione internazionale decentrata è una, seppur piccola, risposta a questo tipo di problemi».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 17 agosto 2017

Una casa per le associazioni grazie al centro “Il Parco”

13 Feb

Inaugurato a Consandolo il nuovo grande spazio all’interno di Villa Salvatori. Le attività saranno concordate fra i vari enti. Coinvolti soprattutto i ragazzi

foto-inauguraz-il-parco

Foto di gruppo all’inaugurazione

Una rinnovata proposta aggregativa che fa della collegialità e del servizio ai giovani del paese le sue ragioni d’essere. E’ con questo spirito che nasce, o meglio, “rinasce” nella “casa” di Consandolo, ovvero Villa Salvatori sulla via Provinciale, un centro d’aggregazione giovanile, rinominato “Il Parco”. Il centro, che sarà aperto tutte le domeniche dalle 14 alle 17, è stato inaugurato ieri alla presenza di Giulia Cillani, Assessore associazionismo e politiche giovanili di Argenta. Uno spazio dove soprattutto i giovani del paese, ma in realtà l’intera comunità, possano incontrarsi e realizzare ogni tipo di attività, dalle arti al teatro (anche dialettale), dalla lettura allo sport, dalla ceramica fino alla realizzazione delle luminarie, o alla riparazione delle biciclette.
Promotore del Centro è innanzitutto la cooperativa sociale Gaia, insieme a Comune di Argenta, Gruppo Attività Teatrali, Gruppo Ciclistico, Estensi Consandolo, Gruppo Attività Natalizie di Consandolo, Pro Loco e Argentea Arte Ceramica.
Il Centro, diretto dai giovani educatori Elena Bonora e Giulio Bolognesi. avrà a disposizione tutto il piano terra, con, oltre al salone d’entrata, cinque stanze, e il grande parco circostante l’edificio. Le attività verranno di volta in volta concordate tra le associazioni, coinvolgendo sempre le ragazze e i ragazzi interessati.
Lo scorso dicembre la coop. Gaia ha vinto per la seconda volta il bando comunale per la gestione di tre luoghi di aggregazione giovanile, ad Argenta, Santa Maria Codifiume e, appunto, Consandolo. Dopo il primo triennio di gestione del centro “La Base”, sempre a Villa Salvatori, ora la cooperativa ha scelto di cambiare nome, e, soprattutto di impegnarsi in una gestione sinergica con i soggetti del territorio.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 13 febbraio 2017