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“La città di domani sia equa ed accogliente”

11 Gen

Le ultime assegnazioni delle case popolari nel Comune di Ferrara: col nuovo Regolamento che privilegia la “residenzialità storica”, il pregiudizio identitario va a scapito dell’aiuto a chi ha bisogno. A essere penalizzate sono le famiglie straniere, le giovani coppie e chi proviene da un altro Comune.
259 le domande finora accolte in maniera definitiva, ma gli alloggi ACER disponibili sono 80, meno di un terzo

“Prima gli italiani”. L’infausto slogan purtroppo anche a Ferrara è realtà concreta.
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta guidata dal leghista Alan Fabbri, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti come elemento decisivo nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte. «Grazie all’introduzione della residenzialità storica – ha dichiarato il primo cittadino – abbiamo ristabilito un’equità sociale». Sono circa 80 gli alloggi – tra città e frazioni – dedicati alle assegnazioni della 32° graduatoria che quest’anno verranno recuperati da ACER utilizzando il finanziamento regionale straordinario del 2020 (800mila euro). Meno di un terzo, quindi, delle domande finora accolte.
Il nuovo Regolamento discriminatorio è stato adottato dal Consiglio Comunale estense lo scorso marzo. Dando seguito al Documento Unico di Programmazione 2020-2024, il testo pone la residenzialità storica e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come criteri primari, mantenendo la condizione di punteggio relativa alla storicità della domanda in graduatoria.
Netta e tempestiva è stata la nota diramata dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «la speranza è che nessuna famiglia che ne aveva diritto sia stata esclusa per ragioni di razza e nazionalità», sono le parole del Vescovo Mons. Gian Carlo Perego. «Se fosse così il nuovo bando non aiuta a costruire la città di domani che non potrà che vedere convivere persone di diversa provenienza, con nuove risorse ed esperienze di cui ha bisogno il futuro di una città diversamente destinata a morire più che ad attrarre nuove persone e famiglie».
In un comunicato successivo Mons. Perego ha aggiunto: «la “residenza storica”, come principio dirimente, non può essere in grado – da sola – di tutelare il diritto ad avere una casa e un alloggio, come si è già pronunciata la Corte Costituzionale». «Lo stesso vale anche per altre condizioni – come ad esempio non avere un alloggio in patria (il bando intende forse una capanna..?) – che oltre ad essere impossibili da dimostrare, sarebbero deleterie sia per tutelare i nostri emigranti all’estero che per garantire il diritto di ritornare nel proprio Paese. In ordine all’approvazione di questo bando forse sarebbe stato utile dialogare con tutte le parti sociali».
Sindacati e associazioni: “giovani e stranieri penalizzati”
«Al di là dei proclami, di equità sociale non vi è traccia», è il commento a “La Voce” di Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. «La situazione di bisogno non è l’elemento primario, come dovrebbe essere, per l’assegnazione degli alloggi». Il nuovo Regolamento discrimina non solo coloro non ancora in possesso della cittadinanza italiana «ma penalizza fortemente anche i giovani», in particolare le giovani coppie, «con un forte spostamento delle assegnazioni a favore delle famiglie anziane». «Condividiamo assolutamente le parole di Mons. Perego», conclude Ravani.
«L’Amministrazione comunale dimostra poca lungimiranza rispetto all’esigenza di un Comune come il nostro, a forte presenza di popolazione anziana, di favorire l’insediamento di nuove famiglie e soprattutto di nuove famiglie con figli per garantire il ricambio generazionale e quindi il suo sviluppo economico e sociale», ci spiega Paola Poggipollini di UNIAT UIL Ferrara. «La richiesta alle famiglie extracomunitarie della produzione, in fase di assegnazione, del certificato di impossidenza di alloggi nei paesi di origine, dove non esiste il catasto, è per loro punitivo e discriminatorio, sia perché non sono in grado di produrlo sia in quanto analoga documentazione non viene richiesta agli italiani (ad esempio gli italiani che dopo anni rientrano dall’estero). È rimasto inascoltato il nostro richiamo alle numerose sentenze che in altri casi hanno sanzionato analoghe decisioni adottate dai Comuni».
Dal mondo dell’associazionismo arriva la voce di “Cittadini del mondo”: «il criterio della residenza non tiene conto dei bisogni familiari e delle forme di povertà accertate», a maggior ragione a causa dell’emergenza Covid, e anche per il fatto che il Regolamento punisce «chi ha morosità pregresse con l’Amministrazione», come appunto famiglie in difficoltà. Infine, per l’Associazione è ingiusto che «solo i cittadini stranieri debbano dimostrare con documenti autenticati di non possedere immobili nel Paese di provenienza, regola che, invece, non vale per gli italiani».
Il precedente: il caso dei buoni spesa
La Giunta a maggioranza leghista non è nuova a scelte di questo tipo: nei mesi scorsi due sentenze del Tribunale cittadino avevano definito «una condotta discriminatoria» la delibera del Comune di Ferrara che fissava come criteri per ottenere i buoni spesa per le persone in difficoltà nell’emergenza Covid, il requisito del permesso di soggiorno per gli stranieri extra Ue e una priorità a favore dei cittadini italiani.

Cronistoria: dalla Bossi-Fini a oggi (passando per l’era Tagliani)

Prima annunciate, poi attuate, le modifiche al Regolamento per il conteggio utile all’assegnazione degli alloggi popolari risalgono a marzo scorso. Ma le regole precedenti si ispirano anche alla Legge Bossi-Fini.
Legge Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189)
Art. 40, comma 6: «Gli stranieri titolari di carta di soggiorno e gli stranieri regolarmente soggiornanti che siano iscritti nelle liste di collocamento o che esercitino una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ai servizi di intermediazione delle agenzie sociali eventualmente predisposte da ogni Regione o dagli enti locali per agevolare l’accesso alle locazioni abitative e al credito agevolato in materia di edilizia, recupero, acquisto e locazione della prima casa di abitazione».
Delibera n. 154 dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna del 06/06/2018, “Atto unico sull’edilizia residenziale pubblica”, che riprende, tra l’altro, l’art. 40, comma 6 della Legge Bossi-Fini.
L’Amministrazione Tagliani (2014-2019): “importanza alla ‘storicità’ in graduatoria”
La Giunta Tagliani nella scelta delle condizioni di punteggio (che spetta al Consiglio Comunale basandosi sulle misure della Delibera regionale n. 154/2018) inserisce la condizione di punteggio della ”storicità” della domanda in graduatoria che dà valore al periodo di tempo in cui si è rimasti in graduatoria senza avere un’assegnazione dell’alloggio. Come dichiarò l’Assessora Chiara Sapigni, «la residenza da più o meno tempo non esprime alcun bisogno. Al contrario essere in attesa in graduatoria da molti anni viene riconosciuto come un bisogno a cui non si è ancora data risposta». Inoltre, era il ragionamento della Sapigni, «nel Comune di Ferrara, fra i proprietari di casa il 79% è italiano, il 29% straniero. È quindi normale che facciano più richiesta di alloggio pubblico gli stranieri».
Luglio 2019: Fabbri, “cambieremo le regole”
Il neo Sindaco Alan Fabbri, durante la prima seduta di Giunta, si rivolge in particolare all’Assessora ai Servizi Sociali Cristina Coletti e all’Assessora all’Istruzione Dorota Kusiak: «bisogna mettere mano con urgenza ai regolamenti per le assegnazioni degli alloggi Acer e per la graduatoria relativa al servizio di asilo nido», in modo da «equilibrare da un lato gli eccessi che fino ad oggi hanno caratterizzato la fruizione del welfare abitativo favorendo le famiglie immigrate, con percentuali ingiustificate».
Il Documento Unico di Programmazione 2020-2024
Nel DUP, il Documento Unico di Programmazione 2020-2024, la Giunta Fabbri spiega: «Nel 2020 si procederà alla revisione del regolamento ERP (Edilizia Residenziale Popolare, ndr) ed emergenza abitativa introducendo tra i requisiti per l’accesso la residenza anagrafica “storica” nel Comune di Ferrara alla data di pubblicazione del bando e l’assenza di diritti di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero».
Marzo 2020: modifica del Regolamento per l’assegnazione delle case popolari
Il 2 marzo 2020 il Consiglio Comunale adotta il nuovo Regolamento con le mutate condizioni di punteggio: di fatto, il disagio abitativo, il disagio economico, il disagio sociale, la composizione del nucleo e l’anzianità di presenza in graduatoria diventano secondarie rispetto all’anzianità di residenza (la cosiddetta “residenzialità storica”: il punteggio assegna 1/2 punto per ogni anno di residenza, anche non continuativi), e alle condizioni negative, come la pregressa morosità, entrambe di nuova introduzione. Il generico «legame col territorio» diventa più importante del bisogno materiale di persone, famiglie e giovani coppie.
Luglio 2020: esce il nuovo bando
Il 9 luglio esce il nuovo bando relativo all’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica con scadenza il 30 settembre 2020. Le domande raccolte nel periodo di uscita del Bando sono state inserite nel 32° aggiornamento della graduatoria, la prima che dà applicazione ai nuovi criteri di punteggio stabiliti dal regolamento di assegnazione approvato dal Consiglio Comunale il 2 marzo scorso. Le domande presentate dal 1° ottobre 2020 saranno invece inserite nella 33° graduatoria.
Gennaio 2021: definita la nuova graduatoria
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento: le prime 157 posizioni della graduatoria risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte.

Caritas, un centinaio le persone attualmente accolte

Donne e minori a carico sono divise tra la sede di Casa Betania in via Borgovado e gli 11 gruppi-appartamenti sparsi per la città: “ma se manca il lavoro, l’integrazione è difficile”. Le storie di queste giovani

(foto d’archivio)

L’accoglienza è uno degli ambiti che maggiormente vede impegnata la Caritas diocesana. Un’emergenza continua – possiamo dire – che riguarda prevalentemente donne straniere con minori a carico.
Per quanto riguarda l’accoglienza residenziale, ci spiega l’operatore Michele Luciani, «attualmente accogliamo 98 persone, 86 delle quali seguite in convenzione con i servizi sociali del territorio», vale a dire che il progetto di accoglienza non è emergenziale, ma a medio-lungo termine. Di queste 86, 57 sono donne e 29 minori, di età compresa fra i 0 e i 4 anni: 3 sono nati nel 2016, 4 nel 2017, 8 nel 2018, 10 nel 2019, 4 nel 2020. Oltre alle 86 persone, altre 12 donne sono accolte in accoglienza emergenziale (o prima accoglienza o emergenza abitativa): «sono ad esempio donne in stato avanzato di gravidanza o vittime di violenza domestica, segnalateci dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine, in attesa di entrare in strutture protette». Il periodo di accoglienza emergenziale solitamente è di 3+3 mesi, o 6+6 mesi, in ogni caso entro i 12 mesi. Delle donne, le prime 5 sono entrate in accoglienza nel 2015, 26 nel 2016, 17 nel 2017. «Di fatto – commenta Luciani – è difficile uscire dall’ambito dell’accoglienza, e ciò dipende dal lungo iter per la richiesta di protezione internazionale per le richiedenti asilo, ma anche dalla difficoltà di intraprendere un percorso di autonomia una volta riconosciuto il permesso di soggiorno». Questa seconda difficoltà di integrazione dipende soprattutto dall’impervia ricerca di un lavoro regolare e il più possibile stabile. «La maggioranza di queste donne lavora in agricoltura, in nero o quasi, anche se noi cerchiamo di scoraggiare ad accettare lavori senza regolare contratto» e magari trovati tramite mediatori di dubbia fama. Altre, prima della pandemia, svolgevano tirocini nelle cucine di alcuni ristoranti. Tirocini che purtroppo si sono dovuti interrompere.
Delle 98 persone totali, tra donne e minori, gestite dalla Caritas nell’ambito dell’accoglienza, 33 sono ospitate a Casa Betania in via Borgovado (aperta nel 2014, con mini appartamenti e stanze singole o doppie), di cui 25 donne (alcune in emergenza abitativa, altre con progetto di accoglienza ma con una maggiore fragilità che richiede un accompagnamento individuale e strutturato) e 8 minori. Provengono quasi tutte da Paesi africani (la maggior parte dalla Nigeria, le altre da Camerun, Somalia, Togo, Costa d’Avorio, Sierra Leone).
Le altre sono ospitate, invece, in 11 appartamenti a Ferrara, tra il centro e la periferia della città: «le donne accolte in questi appartamenti – prosegue Luciani – a differenza di quelle a Casa Betania hanno un maggiore grado di autonomia e quindi il nostro affiancamento è rivolto al gruppo, non alla singola persone, per creare dinamiche virtuose di convivenza». Si cerca, cioè, di valorizzare dinamiche di aiuto reciproco: «ad esempio, se una mamma frequenta un corso per OSS, lascia i figli a un’altra mamma con cui convive in appartamento, oppure una delle donne capace di muoversi ad esempio nel rinnovo del permesso di soggiorno o della carta d’identità, aiuta le altre nell’espletare le stesse pratiche». Nonostante le inevitabili conflittualità, «tanti sono gli esempi di collaborazione tra le donne in accoglienza, il clima in genere è buono, e le stesse relazioni col tessuto sociale, ad esempio coi vicini di condominio, sono positive: è l’idea dell’accoglienza diffusa». Di queste donne nei gruppi-appartamenti, attualmente la metà sono nigeriane, le altre vengono da Cina, Colombia e 1 da Ferrara. Al di là della pur fondamentale rete di accoglienza dal basso, «rimane il fatto – conclude amaramente Luciani – che la forte precarietà o disoccupazione di queste persone peggiora la sensazione generale già negativa del fenomeno migratorio: agli occhi di molti, purtroppo, queste donne rimangono migranti per tutta la vita. E questo, di certo, è stato favorito dal disinvestimento delle istituzioni pubbliche, responsabili di non finanziare più i percorsi di integrazione».

Ma chi sono queste donne?
«I loro vissuti – ci spiega Stefania Malisardi, un’altra operatrice Caritas -, hanno come denominatore comune la volontà di scappare da situazioni che mettevano a serio rischio la loro vita. Alcune sono scappate dalla guerra civile, dalle bande armate del proprio villaggio o città, altre ancora da matrimoni combinati, altre perché rimanendo nel loro paese di origine rischiavano la propria vita», ad esempio perché professavano una religione diversa da quella di Stato, per il loro orientamento sessuale o l’appartenenza a gruppi etnici perseguitati. Alcune non hanno deciso di lasciare il paese di propria volontà, ma sono state rapite».
Per molte il viaggio è iniziato con una promessa di lavoro in un paese vicino – prosegue Malisardi -, per poi ritrovarsi obbligate a prostituirsi o in lavori come domestiche più simili alla schiavitù. Da qui la volontà di scappare, attraversando prima il deserto in carovane stracolme di persone con il rischio di essere lasciate indietro e condannate a morte certa, di essere sorprese dalle milizie armate, rapite e vendute, fino ad arrivare nell’inferno della Libia e infine al viaggio in mare. Difficilmente parlano delle loro storie, occorrono mesi se non anni per entrare abbastanza in confidenza con loro».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 gennaio 2021

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Luoghi liberati dietro il Duomo: piazzetta aperta e antica Sacrestia restaurata

5 Ott

Nuovi spazi agibili nell’area della Cattedrale di Ferrara:
il 3 ottobre è stata riaperta p.zzetta S. Giovanni Paolo II e inaugurata una mostra permanente di fotografie del Duomo. Presentata anche l’antica Sacrestia restaurata. Prossimamente, mostra coi busti degli Apostoli di Alfonso Lombardi

Parziali ma significativi passi in avanti, anche a livello simbolico, sono stati realizzati nel restauro dei luoghi annessi alla Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre si è svolta la riapertura ufficiale dell’antica Sacrestia e della piazzetta San Giovanni Paolo II a ridosso del campanile: è stata tolta la recinzione che fino ad ora, per motivi di sicurezza, impediva l’accesso alla piazzetta e al cortile dell’abside e quindi lo sbocco in via Canonica. È stato mons. Ivano Casaroli, Presidente del Capitolo della Cattedrale, a presentare i lavori realizzati e ad anticipare come prossimamente avrà luogo una mostra coi busti dei quattro Apostoli realizzati dal ferrarase Alfonso Lombardi (nato intorno al 1497): le opere sono recentemente tornati al Capitolo della Cattedrale dopo essere stati in prestito al Polo Museale di Bologna, città dove Lombardi visse e fu molto attivo.


Mostra fotografica
La base del campanile ospita una galleria di grandi fotografie in bianco e nero – una quarantina – per tenere viva la memoria dell’interno della Cattedrale e ricordare i bombardamenti, in particolare quello del 28 gennaio 1944 che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside. Allora venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica Sacrestia venne in seguito abbandonata. In mostra, sia gli esterni dell’edificio sia gli interni, con le navate e tutti gli altari (centrale e laterali), l’abside e il coro ligneo, oltre ad alcune miniature del XV secolo dei Libri Corali conservati nel Museo della Cattedrale.
Oltre alla collaborazione con Dinamica Media e Digital Neon, è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo della Cattedrale, a compiere l’opera di ricerca e selezione delle fotografie dall’Archivio e dalla collezione dell’avv. Andrea Lodi, alcune realizzate negli anni ’70, ma la maggior parte scattate appunto negli anni ’40. Proprio quest’ultimo corposo gruppo fu realizzato dallo Studio “Vecchi e Graziani” di Giuseppe Vecchi e Ada Graziani. Lo Studio iniziò l’attività nel secondo decennio del ’900 in via Camposabbionario 11 per poi trasferirsi in via XX Settembre 131 e diventare nei decenni successivi uno dei più quotati in città. Giorgio Franceschini, assieme a don Giulio Zerbini, don Giuseppe Baraldi e don Alberto Dioli, per incarico dell’allora vescovo mons. Ruggero Bovelli documentò con estrema precisione lo scenario della Ferrara devastata dai bombardamenti: attraverso l’occhio fotografico di Vecchi, Franceschini e i sacerdoti del Seminario realizzarono un reportage intitolato “Bufere sul Ferrarese”, che fu mostrato anche a mons. Montini – futuro Paolo VI -, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XII. Don Giulio Zerbini sul nostro Settimanale il 6 aprile 1969 nell’articolo “Compagni di messa del papa” scrisse: «All’indomani della fine del conflitto, l’arcivescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli chiese ad un giovane studente: “…Sei appassionato di fotografia… preparami una documentazione sui danni arrecati dalla guerra alle chiese e alle opere ecclesiastiche…Roma vuol conoscere la reale situazione…”. Alla fine di dicembre 1945, grazie all’intensa collaborazione di Giuseppe Baraldi, Giulio Zerbini e Alberto Dioli, il lavoro era completato». Il volume “Bufere sul Ferrarese” fu stampato dalla Tipografia Artigiana di Ferrara nel 1981 con disegno in copertina di don Franco Patruno.


Antica Sacrestia ora agibile
Quattro mesi fa (v. “la Voce” del 12 giugno) avevamo presentato in anteprima la rinnovata Sacrestia dei canonici a ridosso del campanile della Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre è stata ufficialmente presentata alla cittadinanza dopo il restauro, iniziato nell’autunno del 2017, reso possibile dalla collaborazione tra il Capitolo della Cattedrale e il Comune di Ferrara. L’inaugurazione avrebbe dovuto svolgersi tra marzo e aprile scorsi ma il Coronavirus ha bloccato tutto. A far da Cicerone è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo e dell’Archivio storico diocesano. Presenti tra gli altri il nostro Arcivescovo mons. Perego, l’Assessore Marco Gulinelli, oltre a Francesca Sbardellati e Chiara Montanari, rispettivamente ingegnere e architetto resposnsabili dei lavori. Un’Ave Maria ha chiuso l’inaugurazione.
Sopra l’altare si possono ammirare tre pregevoli opere d’arte (a destra): Una grande “Deposizione di Cristo” realizzata da Domenico Mona nel 1557, e portato dalla Cattedrale una volta aperta la Sacrestia, come anche l’affresco raffigurante il volto della Madonna, in origine dipinto a muro da artista ignoto. Infine, l’ottocentesco “Orazione di Cristo nell’orto” di Girolamo Scutellari.
L’antica Sacrestia settecentesca ha subìto interventi di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico. Fondamentali anche i complessi lavori sugli imponenti armadi e sull’altare, per questo edificio per decenni usato come deposito.
I lavori, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere guidato dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Gli interventi strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli.
Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.
L’ambiente sarà probabilmente utilizzato per lo svolgimento di incontri, ma è ancora tutto da decidere e di certo l’incertezza di questo periodo non aiuta.


Restauro del campanile
Per quanto riguarda i lavori sul Campanile – come ci spiega don Stefano Zanella dell’Ufficio Tecnico diocesano – il Comune di Ferrara, Stazione Appaltante, «sta approntando la gara per la progettazione. Sono un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia causa emergenza Covid. Entro la fine del 2020 dovrebbero essere assegnati i lavori e la speranza è che entro un anno si possa avere l’autorizzazione per iniziarli concretamente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Un modo diverso di vivere la comunione cristiana

5 Ott
Foto di Sergio Isler

La preghiera ecumenica svoltasi il 1° ottobre: nella campagna entro le Mura è stata l’Associazione Nuova “TerraViva” a ospitare l’incontro che ha visto riunite le diverse comunità cristiane del nostro territorio. Il coro moldavo ha accompagnato la preghiera

di Andrea Musacci
Foto di Sergio Isler

In un ambiente raccolto – un piccolo nido di legno protetto da una corona di alberi e piante – lo scorso 1° ottobre una cinquantina di persone si sono ritrovate, nella prima penombra della sera, per la preghiera ecumenica del Tempo del Creato.
Grazie alla felice intuizione dei nostri Uffici diocesani per l’ecumenismo e per la Salvaguardia del Creato, quest’anno, infatti, l’appuntamento di preghiera e meditazione con le diverse comunità cristiane si è svolto all’interno dell’area gestita dall’Associazione “Nuova TerraViva” di Ferrara. Attraverso un dedalo di strade asfaltate prima – da via delle Erbe -, di sentieri poi, proveniendo da piazza Ariostea in pochi minuti ci si ritrova nel pieno della campagna dentro le Mura, quella vasta area nel cuore di Ferrara nata dall’utopia di Biagio Rossetti. Dopo il saluto di Marcello Panzanini, alla Guida dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, è intervenuta Patrizia Spedo (foto a fianco), Presidente dell’Associazione ospitante che da 35 anni gestisce 4 ettari di verde, al cui interno l’area “Orti condivisi” è coltivata da soci e cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, e che vede anche la presenza di un allevamento di api e animali (capre, pecore, galline), un frutteto didattico e alcuni patriarchi/frutti antichi. Un esempio virtuoso di cura della natura e di una sua valorizzazione anche in senso pedagogico, viste le numerose attività ludiche e laboratoriali rivolte a bambini, ragazzi e persone con disagio.
Il momento di preghiera tra fratelli e sorelle cristiane è stato accompagnato da due magnifici canti (uno sulle Beatitudini, l’altro sul Gloria) eseguiti dal coro della comunità Ortodossa moldava “Uniti sub tricolor” (Uniti sotto il tricolore) – la bandiera della Moldavia -, coro composto da quindici donne e tre uomini, fra cui la guida padre Oleg Vascautan (foto in basso), il quale ha anche proposto una meditazione a partire dal passo del Libro dei Proverbi scelto per l’occasione (Pr 8,22-32). Passo, questo, che per padre Vascautan richiama a più riprese – in modo in parte misterioso – sia l’inizio di Genesi, sia alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni. Una profonda riflessione sulla creazione e sull’essere umano come prima creatura – dunque “privilegiata” e con una maggiore responsabilità – all’interno del disegno di Dio “architetto”, creatura che conosce il proprio Creatore anche attraverso le Sue opere. E che è chiamato a sviluppare la sapienza, ciò che lo rende simile a Lui. La preghiera è stata guidata da padre Vascautan, padre Vasile Jora (comunità Ortodossa rumena), padre Igor Onufrienko (Chiesa ortodossa russa), Luciano Sardi (Chiesa Evangelica Battista) e dal nostro Arcivescovo.
Nella sua meditazione mons. Perego ha preso le mosse da quell’invito del Signore ai discepoli, “Non preoccupatevi”. Un invito a «non preoccuparsi di mettere al primo posto le cose materiali, ma di non perdere la relazione filiale con il Signore, il Dio Creatore di tutte le cose, Padre nostro. Infatti, Dio, Creatore di tutte le cose – che vede crescere ogni cosa, veste l’erba del campo – Creatore dell’uomo e della donna, Padre, potrebbe abbandonare chi si affida a Lui, chi cerca di realizzare il suo Regno, il suo disegno di salvezza? È questa domanda che deve guidare la nostra fede e lo stile della nostra vita». «La costruzione del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace – ha proseguito -, non può essere indipendente dall’impegno per salvaguardare il creato, “il giardino” in cui il Signore ha posto l’uomo, la donna e tutte le creature. Da qui la necessità di riconoscere e leggere “Il Vangelo della creazione”, come una narrazione che accompagni l’educazione e la vita cristiana».
L’incontro in questo piccolo e refrigerante lembo di Creato si è concluso con un momento conviviale – grazie al rinfresco preparato dall’Associazione -, degno suggello di una comunione cristiana che prosegue nel suo complesso ma vivo sviluppo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Conversione ecologica integrale: prendersi cura del prossimo e dell’intero creato per salvare le future generazioni

7 Set
foto di Laura Magni

La mattina del 5 settembre nella sede di Bonifiche Ferraresi si è svolto il Convegno in occasione della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato. “La terra è un sacramento”, ha detto l’Arcivescovo

di Andrea Musacci

L’emergenza legata alla crisi pandemica ancora in corso non ha fatto che rendere ancora più urgente l’importanza di una visione integrale dell’uomo sul creato, abbandonando un modello di sviluppo predatorio per progettare una società capace di riscoprire la sobrietà e la condivisione in
Su questo ha riflettuto la Chiesa italiana nel corso del Convegno pubblico svoltosi nella mattina di sabato 5 settembre nell’Auditorium all’interno della sede di Bonifiche Ferraresi a Jolanda di Savoia. Convegno che ha rappresentato il primo importante appuntamento della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato (incentrata sul tema “ ‘Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà’ (Tt 2,12). Per nuovi stili di vita”), a cui è seguita il giorno dopo, il 6, la S. Messa in diretta su Raiuno alle ore 11 dalla Concattedrale di Comacchio, presieduta dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio mons. Gian Carlo Perego.
E proprio mons. Perego è intervenuto a Jolanda nel Convegno moderato dal giornalista Alberto Lazzarini e che ha visto un’ampia partecipazione di pubblico: «Importante è non solo la tutela dell’ambiente ma un nuovo modo di abitare la terra, nuovi stili di vita», ha spiegato il Vescovo. La terra, come dice il Papa nel suo Messaggio per la Giornata del 1° settembre, «è la casa di Dio», «la terra è un sacramento – ha spiegato mons. Perego -, dove quindi cogliamo di continuo la Sua presenza, il luogo dove Lui abita insieme a noi e a tutto il creato». Abitare la terra casa di Dio significa quindi «assumere uno stile di vita nuovo, fondato sulla responsabilità, che abbia al centro un progetto di comunità, un progetto di bene comune che tenga uniti – in modo integrale – l’ambito sociale con quello economico, del lavoro e dell’ambiente». Solo in questo modo capiremo l’importanza di «riconsegnare la casa di Dio a ognuno dei nostri fratelli e sorelle e alle nuove generazioni».
Generazioni penalizzate da scelte scellerate attuate negli ultimi decenni, come ha riflettuto don Bruno Bignami, Direttore dell’Ufficio Problemi Sociali Lavoro della CEI: «il modello di sviluppo degli ultimi decenni ha fallito perché centrato solo sulla quantità e non sulla qualità delle relazioni sociali e personali». Tutto ciò ha portato alla «crisi ecologica e a forti disuguaglianze globali». «Senza fraternità», perciò, «non esiste libertà»: un accenno centrale, quello alla fraternità, fatto proprio in contemporanea all’annuncio alla stampa della firma il prossimo 3 ottobre ad Assisi da parte di Papa Francesco della nuova enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale. Mentre per il consumismo, ha riflettuto ancora don Bignami, «tutto è a portata di mano, tutto è usa&getta», al contrario è «responsabilità di ognuno trasformare i propri stili di vita all’insegna della sobrietà», una sobrietà che «non può non essere fondata sulla giustizia».
Atteso era anche l’intervento di Stefano Zamagni, Docente di Economia Politica all’Università di Bologna e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali: in Italia – come fatto negli anni ’50 del secolo scorso da Adenauer in Germania – sarebbe necessario modificare la Carta Costituzionale inserendo «la responsabilità di ogni scelta del Governo come decisiva per le future generazioni, soprattutto per le conseguenze ecologiche».
Quattro sono dunque le transizioni fondamentali per rendere concreto questo sviluppo integrale: «la transizione energetica»; quella «economica, verso un modello di produzione circolare e non più lineare»; quella «culturale, per passare da un modello neo-consumista predatorio a un modello che soddisfi la condizione essenziale della sobrietà giusta e felice». È importante, infatti, ha posto l’accento Zamagni, «far capire alle persone che il risultato di questo percorso sarà una vita più felice. La felicità è uno degli obiettivi di un’esistenza autentica fondata sulla sobrietà». L’ultima transizione, decisiva per attuare le prime tre, è «la transizione antropologica»: nella Laudato si’ Papa Francesco ne parla attraverso il concetto di “pace interiore”, «possibile solo riscoprendo la centralità dell’essere umano». Il rischio, infatti, è che le prime tre transizioni acquistino – ha spiegato Zamagni – «una connotazione tecnocratica», nella quale la dignità della persona venga persa di vista come finalità principale.
Tutto ciò si potrà raggiungere, quindi, «non solo con la responsabilità delle imprese ma di ogni singolo cittadino/consumatore», basti pensare alla piaga della “fast fashion”, cioè della produzione nell’ambito dell’abbigliamento secondo il criterio dell’usa&getta. Responsabilità personale da considerarsi non solo come «imputabilità» ma soprattutto come «prendersi cura del prossimo, del creato, delle relazioni. Non dimenticando – l’ha sottolineato a più riprese Zamagni – come ognuno sia responsabile anche del bene che avrebbe potuto fare ma non ha fatto».
Una responsabilità, quella di ogni persona, che affonda le proprie radici nel ruolo affidatogli da Dio all’atto della creazione. E proprio dal libro di Genesi è partita la biblista e docente Silvia Zanconato per la propria riflessione, in particolare sull’insistenza non casuale nel testo sulle «diversità di ogni specie» (Gen 1,11-25), l’importanza quindi di «non omologare, ma di specificare le diversità una per una», riconoscendone la dignità. La crisi contemporanea – ha proseguito Zanconato – trova una delle cause proprio «nell’incapacità di molte persone di nominare le bellezze del creato, di saperle distinguere e quindi valorizzare. Spesso la natura è considerata «solamente una massa indistinta, omogenea, al massimo distinguibile in modo generico», attraverso generalizzazioni. Questa «indifferenza alla distinzione delle cose, ce le rende invisibili, mentre il saperle riconoscere nella loro specificità e quindi il saperle nominare è un dono di Dio per insegnarci a dare spazio a ogni creatura nella nostra mente e nel nostro cuore». Di questo perciò c’è bisogno: di «una nuova visione – ha proseguito -, un allargamento del nostro sguardo, di rielaborare la nostra auto-concezione di “signori del mondo”, vedendoci invece come creature fra le creature».
Un ragionamento, questo, strettamente correlato a uno dei concetti chiave della Giornata, quello di «pietà», un sentimento che ha a che fare col «riconoscimento del nostro posto e del posto degli altri», dell’intero creato, e «col rispetto». Per «conversione ecologica» dobbiamo quindi intendere «un cambiamento radicale del nostro modo di pensare, di vedere le cose», mentre l’opposto di questo atteggiamento sta nel perseverare «nell’indifferenza e con un comportamento predatorio e superbo nei confronti del creato»: è ora, insomma, di «un cambio di paradigma». Riprendendo un passo del Talmud, la Zanconato ha concluso spiegando come l’uomo deve abituarsi a non consumare senza prima aver pensato agli altri, al prossimo, alle altre specie, cioè alle conseguenze delle proprie azioni sull’intero creato.

Altrettanto netto e radicale è stato l’intervento di Atenagora Fasiolo, Archimandrita e Responsabile del Vicariato arcivescovile di Toscana e Liguria della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta: «oggi il primo obiettivo dell’umanità non è quello della qualità della vita, del suo benessere, ma della sua conservazione». Vale a dire della sua sopravvivenza. Fasiolo ha ricordato come Papa Francesco nella sua enciclica dedichi spazio alle parole e all’azione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo (Laudato si’ 7, 8 e 9), per poi spiegare come la Chiesa Ortodossa fin dagli anni Ottanta del secolo scorso abbia prestato un’attenzione sempre maggiore al tema della cura del creato, tramite proposte concrete, diversi documenti, conferenze internazionali ed encicliche (la prima nel 1989, che istituisce anche la Giornata annuale del 1° settembre). La custodia dell’ambiente è, dunque, «un dovere umano e religioso», un tema dalla «forte valenza spirituale e teologica», e ha «la giustizia sociale come suo elemento portante». Rispettare l’ambiente – ha proseguito Fasiolo – significa «rispettare l’umanità integralmente, senza rendere le persone schiave di sistemi fondati su ideologie fondamentaliste».
«La crisi pandemica che stiamo vivendo – ha concluso – non ha fatto che dimostrare in maniera ancora più urgente il carattere antropico dell’equilibrio ecologico. Il creato non ci è stato donato da Dio per essere utilizzato e sfruttato a piacimento ma è un atto eucaristico offerto all’uomo per essere custodito».
Paolo Bruni, Presidente di CSO ITALY – Centro Servizi Ortofrutticoli ha fatto gli onori di casa al posto di Federico Vecchioni, Amministratore delegato di Bonifiche ferraresi (BF), che non ha potuto essere presente. Bruni ha spiegato come in particolare negli ultimi anni BF abbia deciso di unire ambiti come quello agricolo, industriale e della distribuzione, «prima in conflitto tra loro», senza dimenticare che «il bene centrale rimane l’uomo», in particolare i giovani: «da noi – ha spiegato -, sono 100 su 500 dipendenti totali».
In rappresentanza del territorio, oltre al Sindaco di Jolanda Paolo Pezzolato e al Presidente regionale Nicola Bertinelli, che hanno portato i saluti rispettivamente del Comune e di Coldiretti, è intervenuto Carlo Ragazzi, Presidente del Consorzio Uomini di Massenzatica: «siamo uno dei rari casi – ha spiegato quest’ultimo – in cui una comunità è proprietaria di un bene condiviso», una forma né privata né pubblica, ma una terza via originale. «Anche per questo consideriamo centrale il concetto di responsabilità intergenerazionale», frutto di «una visione di insieme, di comunità appunto».
Una Comunità, invece, quella specificatamente cristiana, che continuerà a ritrovarsi su questi temi anche a ottobre, con gli altri appuntamenti del Tempo del Creato – aperti a tutta la cittadinanza -, di cui daremo notizia prossimamente. Per ora è confermato il momento di preghiera ecumenico il 1° ottobre.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 settembre 2020

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Ma siamo davvero connessi con la realtà?

31 Ago

Post lockdown: fine delle illusioni o nuovo inizio?

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di Andrea Musacci

Quanto ci sono sembrati lontani, in questa folle e irresponsabile estate, gli “abbracci spezzati” a causa del coronavirus, i canti corali dai balconi, gli ottimismi a basso prezzo, le promesse bagnate da lacrime troppo sommarie? Quel ripetere che “andrà tutto bene” nelle drammatiche settimane di fine inverno, quell’illusione del “nulla sarà come prima” nelle nostre piccole esistenze, nelle nostre priorità valoriali?

Eppure questi mesi di post lockdown – in parte anticipati già a maggio man mano che i cortei con le bare di Bergamo si opacizzavano nella nostra memoria – sono esplosi nella loro doppia natura: da una parte, in maniera feroce, rivelandosi come fine delle illusioni maturate o sbandierate durante la quarantena; dall’altra, con un’ingenuità ipocrita se letta in controluce, fondando la propria superficialità, dimentica di quei mesi infernali, sull’auto-illusione che l’autunno ormai prossimo possa, anzi “debba”, gettare nell’oblio la clausura e le sue presunte psicosi. Ma la realtà non sempre è manipolabile dalle nostre percezioni, dalle nostre bizze, dai nostri miseri egocentrismi. In questo crescere vertiginoso dei contagi, le sfere del lavoro, della formazione, come le nostre abitudini e le ripercussioni a livello psicologico, ci appaiono più che mai non rifrazioni scollegate ma tra loro intimamente connesse. Un’unica grande preoccupazione, un solo grande punto interrogativo le tiene insieme nella carne delle nostre vite, con note sempre più marcatamente minacciose e malinconiche. Ma proprio per questo, di parole e di luoghi di non velleitaria coesione, di amalgami non costruiti a tavolino, di uno sguardo quanto più pieno sulle persone e i loro drammi, c’è più che mai bisogno. E proprio di un cammino unitario, anche e innanzitutto del nostro popolo – (corpo in continua “costituzione”) riflette, ancora una volta, il nostro Arcivescovo nella sua Lettera alla nostra Chiesa locale che pubblichiamo integralmente.

Durante il lockdown – tante volte l’abbiamo raccontato sul nostro Settimanale – anche nella nostra Diocesi non poche persone grazie a parrocchie, associazioni e movimenti cattolici hanno proseguito la propria missione all’interno dei confini sempre più stretti delineati dalle rigide norme emergenziali: spesa a casa per gli anziani, acquisto di farmaci, mascherine, beni di prima necessità, collette per i più bisognosi, vicinanza tramite social e nuove piattaforme digitali. Una carità più o meno carsica ma mai interrotta, sempre attenta a non “disconnettersi” dalla sua fonte primaria, Cristo, e dalle gioie e dai dolori delle sorelle e dei fratelli incontrati, se non cercati, sul proprio cammino. «Tutto è connesso» è una delle frasi centrali del papato di Francesco e di quell’ecologia integrale ultima forte interpretazione della visione cristiana della persona e del creato. Un concetto sviluppato in particolare nella Laudato si’, che di nuovo la nostra Diocesi avrà modo di porre al centro delle proprie riflessioni ospitando la Giornata nazionale per la custodia del creato i prossimi 5 e 6 settembre.

E allora, che la quarantena con le sue tante parole spese, con le sue retoriche – più o meno innocue – ci rimanga nel cuore, diventi parte centrale delle nostre storie personali e collettive come lungo (perché ancora non superato) periodo di sofferenza e smarrimento, ma anche come tempo da trasformare e non da subire, tempo profondo di “riconnessione” con la realtà. Realtà che spesso non riusciamo a illuminare di speranza e che sempre ha dura la cervice, ma che di continuo ci domanda di non evaderla, ma di interpretarla e di vivificarla, di rivestirla di senso. Non di un attivismo vitalistico, o, come detto, di leziosi o rabbiosi discorsi, dunque, abbiamo bisogno. Ma di «uno sguardo contemplativo, che crea una coscienza attenta, e non superficiale, della complessità in cui siamo e ci rende capaci di penetrare la realtà nella sua profondità» (Messaggio per la 15ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato 2020). E di nuovi stili di vita, segnati dalla tenerezza e da una sempre rinnovata capacità di stupore. La speranza è che nel cuore di ognuno non venga mai meno il desiderio di un’umanità sempre nuova, un’umanità intesa come «promessa permanente, nonostante tutto», «ostinata resistenza di ciò che è autentico» (Laudato si’ 112).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 settembre 2020

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“Usciamo dalla crisi ancora più uniti”: parla l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego

26 Giu

L’insegnamento della quarantena, povertà e lavoro, paritarie e universitari: ecco le prossime sfide della nostra Chiesa

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a cura di Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

 

Pandemia e risposta della Chiesa

Mons. Perego, veniamo da mesi difficili, spesso di isolamento, angoscia e incertezza. Secondo lei questo periodo ha permesso di riscoprire l’importanza delle relazioni, della prossimità soprattutto ai più deboli, del non dimenticarsi degli altri? Oppure ha non solo distanziato fisicamente tra loro le persone ma le ha allontanate a livello relazionale, le ha alienate e rese più impaurite e diffidenti?

Certamente questo tempo di Covid è stato un tempo in cui abbiamo riscoperto il valore delle relazioni e la povertà dell’autoreferenzialità e dell’individualismo. Al tempo stesso abbiamo scoperto i nostri limiti, in questa era scientifica e tecnologica che ci ha abituati a sentirci i padroni del mondo e a dimenticare i limiti della nostra creaturalità. Come anche abbiamo scoperto i limiti di un modello politico ed economico globale fondato sull’economia e sul profitto e poco attento ai mondi della fragilità e della salute, della gratuità e del volontariato, che abbiamo scoperto fondamentali in tempo di Covid.

La Chiesa universale ha saputo essere sorella e compagna di viaggio delle donne e degli uomini in questo periodo emergenziale? È riuscita, davanti a quei cortei di carri militari con le bare nelle nostre città, a dire una parola di speranza, di vicinanza nel dolore, nel timore e nella morte, una parola che potesse emergere nel frastuono mediatico?

La Chiesa è nel mondo, condivide le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce della gente, soprattutto dei più poveri (cfr. G. S. 1) e lo ha fatto anche in questo tempo, condividendo le stesse paure e le stesse ansie delle persone e delle famiglie. Ogni sacerdote è rimasto accanto alla sua gente, soprattutto agli anziani e alle persone sole, anche utilizzando le nuove tecnologie comunicative (telefonate, messaggi, incontri in streaming…). Come ha potuto ha offerto conforto, ha continuato a pregare e celebrare anche in una chiesa vuota. La Caritas diocesana e le Caritas parrocchiali non hanno mai cessato di dare i loro aiuti, anzi sono raddoppiate in Italia e anche a Ferrara le persone e le famiglie in difficoltà che sono state aiutate. Il mondo associativo e del volontariato cattolico ha inventato forme di vicinanza e di supporto: per la spesa – come ad esempio gli scout -, per le pulizie, per l’accompagnamento… Come Chiesa Diocesana abbiamo cercato di riflettere insieme, di pregare insieme; le mie lettere mensili avevano lo scopo di accompagnare la riflessione e la preghiera comune, per non perdere l’orientamento dentro la confusione causata dal rincorrersi delle notizie e dal prevalere della paura.

Che Chiesa locale ha visto in questo periodo di emergenza forzata, sia nella risposta del nostro popolo alla sofferenza del dover rinunciare all’Eucarestia (e a tutti i momenti comunitari) sia nella volontà di trovare, o meglio sviluppare, forme alternative di comunione, di essere Chiesa?

La fantasia della carità e della condivisione, la voglia di comunità, ha portato a inventarsi – nelle nostre parrocchie – nuove forme di preghiera comunitaria, momenti di ascolto della Parola, celebrazioni eucaristiche in streaming. I giovani spesso sono stati i protagonisti di queste alternative di comunione, nate in tempo di isolamento e di sofferta privazione della catechesi e della celebrazione eucaristica. Tutto questo non è avvenuto a scapito della realtà, ma proprio per non farci perdere il desiderio della realtà e della necessità dell’incontro e delle celebrazioni comunitarie.

Leggi l’intervista integrale sul sito de “la Voce”: https://www.lavocediferrara.it/post/usciamo-dalla-crisi-ancora-pi%C3%B9-uniti-parla-l-arcivescovo-mons-gian-carlo-perego

La storia di un antico volume del ‘500 ritrovato, tra Agnadello, Vienna e Ferrara

11 Nov

Nel 2008 in Austria mons. Perego trova un antico volume sulla Battaglia di Agnadello (1509): il Comune cremonese lo acquista. Verrà poi tradotto in italiano ed edito. Furono 18mila i morti in quella battaglia, “grazie” alle micidiali bombarde vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara

libro-proloco-800x370Potrebbe essere l’inizio di un giallo storico, ambientato tra la penombra di una biblioteca antiquaria di Vienna e la nebbia della pianura cremonese, con protagonista un prelato italiano e un antico testo del XVI secolo. A differenza di un thriller, però, non vi sono stati trafugamenti o vendite clandestine. E’ la storia del diario franco, o incunabolo (un volume stampato con caratteri mobili) sulla Battaglia di Agnadello, tra gli eserciti francese e veneziano, del 14 maggio 1509, ritrovato nel 2008 dal nostro Arcivescovo mons. Perego in una biblioteca di Vienna. Si tratta di un testo originale scritto in tedesco antico – e in caratteri gotici – stampato a Norimberga e probabilmente tradotto da un testo francese smarrito. Volume che dieci anni fa è diventato parte del patrimonio del piccolo comune, dove mons. Perego è cresciuto prima di entrare nel Seminario di Cremona. Nel suo breve testo introduttivo, il nostro Arcivescovo spiega: “segnalai il ritrovamento al presidente della Cassa Rurale dott. Giorgio Merigo, invitando a considerare con il Consiglio la possibilità di acquistare e donare il prezioso documento al Comune di Agnadello, in occasione dell’approssimarsi del 500° anniversario della Battaglia (2009)”. Così è avvenuto, e il testo è stato successivamente anche tradotto in italiano: “Agnadello e la sua battaglia. Il diario franco-tedesco”, si intitola il volume a cura di Pierina Bolzoni, edito grazie a Pro Loco Agnadello, Comune di Agnadello e BCC Caravaggio Adda e Cremasco, e presentato lo scorso 5 novembre alla presenza dello stesso Arcivescovo ad Agnadello, presso la sala Don Tabaglio della banca BCC. Come ci spiega lo stesso mons. Perego, nel quinto anno delle scuole superiori vinse un concorso nazionale con una ricerca storica dedicata proprio alla Battaglia del 1509. Ma in questa vicenda, la nostra città è legata anche per un altro aspetto, meno nobile: nell’incunabolo, il cronista parla di 17-18mila morti, un numero altissimo per l’epoca (anche maggiore rispetto a quello indicato da altri cronisti): il motivo risiede nell’utilizzo di nuove micidiali armi da fuoco, le bombarde, vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara guidato da Alfonso I d’Este.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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“Chi strumentalizza la Croce, falsa la verità della Chiesa”

7 Ott

Dialogo sui simboli religiosi tra mons. Perego e Olivier Roy il 4 ottobre al Festival di “Internazionale”. Il Vescovo: “l’identità non può essere attribuita a un segno, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione”

3Qual è il senso e il ruolo della Chiesa – e più in generale delle religioni – in società secolarizzate e scristianizzate come quelle occidentali contemporanee? E l’Europa dove può trovare il giusto equilibrio fra rispetto della laicità e creazione di un sistema valoriale condiviso? Sono due delle domande fondamentali che hanno attraversato l’intenso dialogo fra il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e Olivier Roy, accademico francese esperto di Islam e religioni, all’interno del Festival di “Internazionale” svoltosi a Ferrara fra il 4 e il 6 ottobre scorsi. Partendo dal tema “Il sacro e il profano. Crocifisso, rosario e presepe: perché la politica riscopre i simboli religiosi”, in un Teatro Nuovo quasi esaurito (soprattutto di giovani), è stata Stefania Mascetti, giornalista di “Internazionale” a intervistare e a interloquire con i due ospiti.

“Il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vedere i crocifissi della storia e quelli di oggi”

“L’Europa vede tre cristiani tra i quattro fondatori dell’UE, eppure il principio di laicità è stato, da loro stessi, sempre riconosciuto”, ha esordito mons. Perego. “L’Europa deve fondarsi sul principio fondamentale della centralità della persona, dei diritti umani, della libertà religiosa, della solidarietà, sussidiarietà e costruzione del bene comune. Qualsiasi forma di populismo o di privatizzazione mette a rischio l’unità europea, che è nata abbattendo non costruendo muri”. Per Perego sarebbe però riduttivo non distinguere tra secolarizzazione e scristianizzazione: “la prima è importante anche per la Chiesa, soprattutto dal Concilio Vaticano II, ma in realtà da Costantino in poi. Il Concilio – ha spiegato – crea un rapporto libero tra Chiesa e mondo. Paolo VI aveva ben chiara l’idea di laicità, sciogliendo ad esempio la POA (Pontificia opera assistenza) e dando vita alla Caritas”, la prima un pezzo importante dello stato sociale italiano, la seconda un organismo ecclesiale fondato sul volontariato. La stessa Dottrina sociale della Chiesa nasce a fine ’800, “non a caso dopo la fine dello Stato pontificio, e prima dello sviluppo del mutualismo e del sindacalismo bianco e poi del Partito popolare italiano, un partito autenticamente laico, a differenza del regime fascista e in parte della DC”. La scristianizzazione, invece, sempre maggiore anche nel nostro Paese, vede la Chiesa da anni impegnata nella “nuova evangelizzazione”, sempre nel rispetto del principio di laicità: fortunatamente la Chiesa non ha più potere politico ma ha la forza della fede e del Vangelo”. Venendo poi al tema specifico dei simboli religiosi nello spazio puibblico e soprattutto politico, mons. Perego ha spiegato come “il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vederi i crocifissi della storia e quelli di oggi. Se da una parte la Chiesa si oppone a un relegamento della religione nella sfera privata, dall’altra dice ’no’ a un suo uso strumentale da parte della politica, come arma di contrapposizione: chi usa la religione e i suoi simboli in questo modo, falsa la verità della Chiesa, è lontano dai suoi valori. Chi strumentalizza simboli ed esperienze cristiane, chi ne fa un uso ideologico, tradisce la religione stessa”. Riguardo al discorso sull’identità, questa “non può essere attribuita a un segno o a una cosa, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione. I segni – sono ancora parole del Vescovo – non dicono niente se dietro non ci sono esperienze importanti di dialogo, di fede e di solidarietà. E’ dunque diabolico usare i simboli religiosi per dividere le comunità, sociali ed ecclesiali”. L’identità quindi per mons. Perego “non è mai una cosa fissa, non si costruisce guardando all’indietro, ma è qualcosa che si confronta continuamente col nuovo, perché è dall’incontro che nasce il nuovo, da cui bisogna lasciarsi interrogare (facendosi, al tempo stesso, carico delle domande di chi arriva), è dal nuovo che la nostra storia si può arricchire”. E questa, per il nostro Vescovo, è la sfida non solo della Chiesa ma anche dell’Europa. “Un’Europa che oggi è debole perché ancora troppo ’economica’, legata ai capitali, agli interessi, e troppo poco alla solidarietà, principio fondamentale per costruire un nuovo continente, e una città nuova”.

“Nelle società occidentali contemporanee non esiste più una cultura condivisa”

Secondo Roy, “esiste un passato cristiano a livello europeo che va al di là della semplice adesione a una fede. Fino agli anni ’60 del secolo scorso la dimensione cristiana era fuori discussione. La stessa Chiesa col Concilio Vaticano II ha poi accettato l’idea stessa di laicità, ma con l’’Humanae Vitae’ del ’68 ha accentuato il divorzio fra Chiesa e società moderna, sempre più centrata sull’individuo e i suoi desideri. Oggi la cultura europea si è ancora di più desacralizzata, e quindi la Chiesa si è sentita respinta da questa cultura dominante. Nelle società occidentali contemporanee – ha proseguito Roy – non esiste più una cultura condivisa e la Chiesa ha sbagliato, e sbaglia, se prova a rimediare con il discorso sui principi non negoziabili e opponendo un sistema normativo a questa scristianizzazione”. Questo “conflitto normativo”, l’ha definito Roy, “rende difficile una nuova costruzione comune di valori. Senza dimenticare che la stessa laicità francese è spesso normativa”, basti pensare al divieto di simboli religiosi nella sfera pubblica. Dall’altra parte, “l’uso di questi simboli, posti come frontiera invalicabile, diventano meramente identitari: nel caso del crocifisso, ad esempio, Cristo, la sua passione, il significato religioso, vengono di fatto omessi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio”  dell’11 ottobre 2019

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La missione è un fatto condiviso: il laicato diocesano fucina di proposte concrete

30 Set

La Giornata del Laicato del 28 settembre a Codigoro: “Laboratorio della fede” per giovani coppie, “Incontri con la Parola” e “Bottega della Parola” sono le tre proposte dei laici. La sera del 30 ottobre importante incontro in Seminario, aperto a tutti, per decidere come attuarle

pubblico 2Si preannuncia tutt’altro che statico e soporifero l’anno pastorale appena iniziato. E questa sempre rinnovata dinamicità, questo desiderio di portare il Vangelo, con forme sempre nuove, fuori dai nostri recinti, è innanzitutto merito dei tanti laici che scelgono di impegnarsi anche oltre la propria parrocchia o associazione di appartenenza. Nonostante la decisione di decentralizzazione, la Giornata del Laicato (GdL) svoltasi nel pomeriggio di sabato 28 settembre a Codigoro, è stata una fruttuosa occasione di reciproco ascolto e condivisione. Nell’Oratorio don Bosco (una volta dei Salesiani) un centinaio di persone si sono ritrovate per riprendere il filo del discorso delle GdL dell’anno scorso. Una continuità non scontata, ulteriormente agevolata dalla stampa, da parte della nostra Diocesi, dell’opuscolo “Passione e bellezza: testimoni di un cammino comune”, contenente il discorso pronunciato da mons. Perego durante la Giornata del Laicato del 9 febbraio scorso, e distribuito nella GdL a Codigoro. Giorgio Maghini e Marcello Musacchi hanno spiegato come le proposte che si tenterà di realizzare quest’anno sono il frutto dei diversi appuntamenti della Giornata del Laicato dell’anno scorso, quindi delle riflessioni e delle idee emerse dai laici stessi. Tre le macro proposte: quella del “Laboratorio della fede”, gli “Incontri con la Parola” e la “Bottega della Parola”. Proposte che verranno discusse collegialmente nello specifico la sera del 30 ottobre prossimo, alle ore 21 nel Seminario di Ferrara. Chiunque è interessato può partecipare a questo incontro, avanzare idee e proporsi per la loro realizzazione. Il “Laboratorio della fede” E’ toccato a Musacchi spiegare questa prima proposta, che, a differenza di quella realizzata a livello cittadino due anni fa, aperta a diverse fasce d’età, quest’anno viene proposta a quelle coppie con figli molto piccoli (indicativamente 0/5 anni), per cercare di intercettare giovani coppie, all’incirca di una fascia di età compresa fra i 20-25 e i 40 anni, quasi sempre allontanatesi dalla Chiesa nell’adolescenza o pubertà. L’idea è di svolgere, nel corso dell’anno, 8 incontri nei quali i giovani possano raccontarsi, dire i loro problemi, incontrandosi e interrogandosi insieme. Negli incontri si affronteranno temi quali la fragilità, l’essere comunità generative, l’essere ospedale da campo e l’accompagnamento delle persone nel cammino di fede.

giovani“Incontri con la Parola” Mons. Paolo Valenti ha spiegato come iniziative quali la Lectio divina, il commento del Vangelo della domenica, o altre, possano essere portate a quelle parrocchie della nostra Diocesi che lo richiedano. Chi lo desidera può dunque mettersi a disposizione insieme ad altri per diffondere queste buone pratiche, dando vita a “centri di ascolto”, a “centri di valorizzazione dell’ascolto della Parola”, per compiere un gesto missionario semplice ma fondamentale. “Bottega della Parola” Come pensare nuovi linguaggi – verbali e non – per portare il Vangelo in un mondo di oggi così diveso? A partire da questa domanda, Maghini ha illustrato i quattro ambiti individuati in questa poliedrica fucina: l’animazione teatrale (laboratori, incontri animati itineranti nelle parrocchie compiuti da piccoli gruppi, storytelling, “libri viventi”, musica e narrazione ecc.); arte e fede (riscoprire l’arte e l’architettura sacre, ad esempio attraverso visite guidate o incontri informali, anche nelle piccole chiese o parrocchie); arte visuale e presenza in Rete (come realizzare un video, cinema, l’uso del web ecc.); sport, inteso come momento di crescita e condivisione, non in senso competitivo. L’appuntamento con la prossima Giornata del Laicato è al 23 maggio 2020.

“Battezzati e inviati”: la nuova Lettera pastorale di mons. Perego

Quali sono i luoghi dell’azione dei laici, dentro e fuori la Chiesa? Su questo ha incentrato il proprio intervento mons. Gian Carlo Perego durante la Giornata del Laicato del 28 settembre. Intervento che anticipa i passaggi principali della nuova Lettera pastorale, “Battezzati e inviati. Gli stili di vita cristiana”, che in questi giorni pubblichiamo sul sito diocesano (www.arcidiocesiferraracomacchio.org) e sul sito del nostro settimanale (www.lavocediferrara.it) e che a breve verrà stampata e diffusa. Centrale, dunque, il tema della missione, che richiama immediatamente quelli della testimonianzae degli stili di vita cristiana. Insieme a Matteo e ai cinque grandi discorsi contenuti nel suo Vangelo (“che – ha proposto il Vescovo – potrebbero essere, di volta in volta, ripresi e approfonditi da gruppi della Parola”), iniziamo quest’anno, nel quale un’attenzione particolare è assegnata proprio ai laici, in quanto “componente maggioritaria” del popolo di Dio, divenuto così fondamentale soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, “superando una concezione piramidale della Chiesa a favore di una circolare”. Tre sono i testi conciliari analizzati brevemente: “Lumen Gentium”, “Gaudium et spes” e “Apostolicam Actuositatem”. Testi ancora estremamente attuali ma ancora non del tutto recepiti. Nel primo, oltre all’invito a “evitare una contrapposizione tra laici e chierici”, emerge la volontà di “rifondazione della centralità battesimale”, da cui si evince il rifiuto di evitare la pratica diffusa di definire il laicato solo in maniera funzionale. Nella “Gaudium et spes” di “rivoluzionario” vi è il fatto che non si parli di Chiesa e mondo, ma di Chiesa nel mondo, superando la contrapposizione tra i due e sottolineando come i laici possano e debbano essere voce della Chiesa nel mondo e voce del mondo per la Chiesa. Tema, questo, ripreso anche nell’ultimo dei tre documenti citati, nel quale si analizza l’azione cattolica dei laici nella società. Ampio spazio nella Lettera pastorale è dedicato ai luoghi fondamentali della vita dei laici. Il primo è la famiglia, “nella quale le verità dell’amore (come in ogni luogo) devono emergere gradualmente, senza forzature, sempre guidati dalla cura e dall’attenzione per l’altro, anche delle cosiddette ‘famiglie ferite’ ”, “affinando l’udito del cuore” (Amoris laetitia 232). Tema più che mai urgente vista “la sempre maggiore complessità delle composizioni famigliari”: il Vescovo ha fatto alcuni esempi citando “la diversa nazionalità o il diverso credo” di uno dei due coniugi, “la forte differenza d’età” fra i due, o il fatto che “uno dei due possa scoprire, dopo diversi anni, la propria omosessualità”. Altri luoghi della vita dei laici sono l’ambito sociale e politico, dov’è importante la “collaborazione con tutte le donne e gli uomini di buona volontà”, nel proprio piccolo fino ad avere uno sguardo globale; i luoghi del dolore e della sofferenza, attraverso i ministeri dentro la Chiesa, nell’Azione Cattolica, che, sono parole del Vescovo, “può diventare una compagnia fondamentale, fondando la vita su nuove relazioni pastorali”. Una figura, in particolare, di laico impegnato nel mondo propone mons. Perego nella sua Lettera (oltre a quella di don Primo Mazzolari): quella di Giuseppe Lazzati (Milano, 1909 – Milano, 1986), politico, giornalista, docente, nel 2013 dichiarato Venerabile da papa Francesco. Riguardo poi al presbiterio, il Vescovo ha posto l’accento sulla necessità di “uscire dalla centralità della figura del parroco”, valorizzando la sinodalità. Processo, questo, certamente facilitato dalla nascita di Unità Pastorali, che “obbligano” i sacerdoti a tentare “una diversa e più fraterna convivenza”, e ad assegnare maggiori responsabilità a diaconi e laici. Una parte è stata poi dedicata alla vita consacrata, pensando da una parte alle suore che hanno dovuto lasciare la nostra Diocesi (quelle di Monticelli, o del Sacro Cuore di Ferrara), ma dall’altra a una comunità viva e relativamente giovane come quella dei “Ricostruttori nella preghiera”. In conclusione, l’Arcivescovo – dopo aver citato due figure della nostra Diocesi, la Serva di Dio sr. Veronica del Ss. Sacramento (1896-1964) e il Servo di Dio Padre Marcello dell’Immacolata OCD (1914-1984) – ha riflettuto sull’eucarestia, “fonte e culmine della vita cristiana, luogo dove tutti i luoghi di vita, anche dei laici, si uniscono”, e ha affidato la nostra comunità alla Vergine Maria, ricordando in particolare la “Madonna del Popolo” di Comacchio.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

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Una vita donata per il popolo di Dio: festa per i cinque nuovi sacerdoti

23 Set

Tanta gente a Comacchio il 21 settembre per le ordinazioni di don Luciano, don Alessio, don Fabio, don Giuliano e don German, in occasione dell’apertura dell’anno giubilare nel IV centenario dall’incoronazione di S. Maria in Aula regia. Annunciate le destinazioni dei nuovi presbiteri: Ferrara, Mesola, Comacchio, San Martino, Ro-Tamara-Saletta

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna profonda commozione e una gioia sommessa illuminavano gli occhi dei cinque nuovi presbiteri di Ferrara-Comacchio. Circondati dal calore e dalla preghiera di amici, famigliari e di tanti fedeli accorsi, nel pomeriggio di sabato 21 settembre don Luciano Camola, don Fabio Dalboni, don German Diaz Guerra, don Alessio Di Francesca e don Giuliano Scotton sono stati ordinati sacerdoti dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego. E’ stata Comacchio la sede scelta per questo avvenimento, che si può definire storico per la nostra comunità ecclesiale, nella Solennità di Santa Maria in Aula Regia, in contemporanea con l’apertura solenne dell’Anno Giubilare nel IV centenario dell’incoronazione dell’effigie. Un lungo corteo, partendo proprio dal Santuario di S. Maria in Aula Regia (dove è stato pronunciato l’atto di affidamento alla B. Vergine Maria), si è mosso in processione verso la Basilica Concattedrale, dove alle ore 17 ha preso avvio la S. Messa per l’ordinazione, accompagnata dai canti del coro formato dai due cori di Comacchio, oltre a due “esterni”, tra cui l’organista. Com’è stato annunciato in Aula Regia, per l’anno giubilare sarà possibile lucrare l’indulgenza plenaria visitando il Santuario e recitando il Credo. Nell’omelia nella Concattedrale, il nostro Vescovo ha invitato i cinque ordinandi a lasciarsi “accompagnare da Dio”: “lasciatevi prendere per mano da Lui, soprattutto nelle situazioni di difficoltà – ha detto loro -, ma anche nei giorni di festa”, e “sentite il presbiterio come un luogo fraterno, costituito da persone con volti e storie diverse, ma ricco di umanità e spiritualità, rafforzatelo con ’legami di fraternità e amicizia’; e – sono ancora parole di mons. Perego – sentite il Vescovo come un fratello maggiore e il padre che cammina e corre con voi, vi incoraggia in questi tempi difficili, vi stimola. Tutti siamo presi dal popolo e mandati al popolo di Dio. E nel popolo di Dio siamo chiamati a crescere in un ministero che sappia discernere i segni dei tempi, che sono i segni con cui Dio ci parla oggi, adesso”. Riguardo ai sacramenti, “riconoscendo anche il male nella Riconciliazione, ’senza rigorismi né lassismi’, siate”, da presbiteri, “custodi non di un morto, ma di un uomo vivo, del Figlio di Dio. L’Eucaristia è il sacramento della vita e da oggi voi siete chiamati a metterla al centro della vostra vita. Ripetendo ogni giorno le parole della consacrazione ricordate sempre che quel pane, quella reale e concreta presenza di Dio tra noi è ’per noi e per tutti’. Dalla celebrazione eucaristica – ha proseguito il Vescovo – nessuno è escluso: tutti si presentano davanti al pane di vita, si lasciano interrogare dal pane di vita, si lasciano giudicare dal pane di vita. Siamo chiamati a custodire la realtà della presenza del Signore morto e risorto nell’ Eucaristia, ma anche lasciarci informare, trasformare da questa presenza. L’Eucaristia è ‘forma’ della nostra vita”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Scegliere il servizio – ha poi proseguito – significa scegliere la libertà, svincolati da programmi, desideri, attese che ci costruiamo indipendentemente dalla realtà e dalla vita degli altri, dalle gioie e dalle speranze, dalle tristezze e dalle angosce della gente, soprattutto della povera gente”. Un pensiero è andato anche alla Madre di Dio: “anche voi, come Maria, cari novelli presbiteri, siete chiamati a dire il vostro ’sì’, il vostro ‘eccomi’: siete chiamati a fidarvi del Signore. Anche voi, da oggi, diventate, come Maria, ‘servi del Signore’ ”. E a proposito di Maria, la mattina seguente, sempre a Comacchio, mons. Perego ha celebrato la S. Messa per la Solennità di Santa Maria in Aula Regia: “Maria, donna del popolo, è riconosciuta dal popolo come la prima credente”, ha spiegato. “E per questo si sono moltiplicati i santuari, testimonianza concreta nella storia, nelle vie delle nostre città e dei nostri paesi, nelle fatiche di ogni giorno, della presenza di una Madre, vicina al popolo di Dio, donna, Madonna del popolo. La Madonna del popolo – sono state ancora sue parole -, è la Madonna dei laici, che ’sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio’ (Evangelii Gaudium 102), scrive Papa Francesco. I laici, e tra essi soprattutto le donne, sentono Maria una di loro, una del popolo, La Madonna del popolo ci ricorda anche questa nuova condizione popolare, Vergine e Madre, ’figlia del suo Figlio’. E Maria ha trovato nei laici, dai piccoli, alle donne, ai semplici del popolo i suoi interlocutori preferenziali. ”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAInfine, il Vicario mons. Manservigi ha annunciato le comunità nelle quali i cinque nuovi presbiteri sono fin da subito assegnati: don Giuliano Scotton presterà servizio come Vicario nella zona pastorale di Comacchio, don Fabio Dalboni come Vicario nella zona pastorale di Mesola, don German Diaz Guerra sarà vicario parrocchiale nella parrocchia della Sacra Famiglia di Ferrara, don Luciano Camola è stato assegnato come Vicario nella zona di Ro Ferrarese, Tamara e Saletta, mentre don Alessio Di Francesca sarà Vicario nell’Unità Pastorale di San Martino.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 settembre 2019

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