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U.P. Borgovado, il cammino è sempre più comunitario (e missionario)

9 Set

Il 6, 7 e 8 settembre si è svolta la Tre giorni di riflessione dell’Unità Pastorale che unisce S. Maria in Vado, S. Francesca Romana, S. Gregorio Magno e la Madonnina. Un ottimo modo per festeggiare il primo anno di vita

a cura di Andrea Musacci

_6968La costruzione di un’Unità Pastorale è un cammino lento e lungo, non scevro da fatiche e frustrazioni. Lo sanno bene gli oltre 50 parrocchiani che il 6, 7 e 8 settembre si sono riuniti nei tre monasteri presenti dentro il territorio dell’Unità Pastorale Borgovado (della quale sono instancabili promotori), per la Tre giorni di inizio anno. Il primo compleanno della prima UP di Ferrara e dell’Arcidiocesi è stato festeggiato nel modo migliore: spendendo buona parte del fine settimana a pregare e discernere insieme sul presente e il futuro di una comunità tutta da inventare. Dopo gli incontri di venerdì 6 (dalle Carmelitane) e di sabato 7 (dalle Benedettine) – di cui parliamo nel box e nell’articolo qui a fianco -, nel pomeriggio di domenica 8 il Monastero del Corpus Domini di via Campofranco ha ospitato il momento unitario dell’Assemblea (per la sintesi dei gruppi di discussione), preceduto dall’ora media e al termine del quale si è condiviso la Messa per la festa di S. Gregorio Magno. La scarsità di giovani, e – autocritica ricorrente – la mancanza di proposte per loro (oltre che per le giovani famiglie, in particolare quelle in difficoltà) è stato uno dei temi maggiormente dibattuti. I giovani, però, si è riflettuto “vanno innanzitutto incontrati e ascoltati nei luoghi che abitualmente frequentano, anche al di fuori dell’UP e confrontandoci con quei loro coetanei che già hanno esperienza di organizzazione di iniziative”. Pensando invece ai più piccoli, è emersa l’importanza di superare gradualmente le rigide appartenenze parrocchiali all’interno dell’UP, facendoli sentire a casa anche nelle altre “vecchie” comunità di Borgovado. Fra le proposte – nate dalla volontà comune di creare momenti informali di dialogo, conoscenza e fraternità – quella del pranzo domenicale mensile in cui ritrovarsi come comunità dell’Unità Pastorale, della Messa comunitaria o della recita insieme, in date stabilite, dei vespri; o, ancora, di organizzare cineforum, sia ad hoc per i giovani sia per tutti, o incontri con testimoni di impegno civile e di fede, ad esempio sul tema della mafia, della droga o dell’ecologia. Condivisa anche l’idea che una fascia d’età “trascurata” sia quella dei 40enni-50enni, persone spesso da tempo lontane dalla comunità ecclesiale, ma delle quali si può, anzi si deve tentare di intercettare il bisogno spirituale e di relazioni autentiche. Ciò che è emerso, e che si nota frequentando questa comunità, è di come nell’arco di questo primo anno di vita, tanti nuovi legami siano nati e tanti altri si siano rinsaldati o approfonditi. E ancora, come alcuni parrocchiani che un anno fa si erano allontanati, in quanto contrari al cambio di sacerdoti, siano ritornati. Anche questi sono da considerarsi in un certo senso “lontani”, e quindi nuovamente da coinvolgere. Un lavoro, questo verso i “lontani”, e in generale quello di una comunità ecclesiale, che richiede, come dicevamo, costanza e pazienza, non formule preimpostate da applicare su un “corpo” già definito. I fedeli di Borgovado ne sono consapevoli, convinti che ciò che più conta non è un’ottima organizzazione ma “l’amore reciproco, l’ascolto, il chiedere al Signore di cambiarci il cuore”. Per evitare di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Una “carovana solidale” portatrice di speranza

1Ha riflettuto sugli stili di vita cristiana dentro la comunione missionaria il diacono Marcello Musacchi, invitato dall’UP Borgovado a intervenire nel pomeriggio di sabato 7 settembre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Dopo l’ora media e prima che i gruppi di discussione dei laici si riunissero, Musacchi ha relazionato sul tema del nuovo anno pastorale, in attesa della Lettera dell’Arcivescovo. “Per tanto tempo nella Chiesa – sono parole di Musacchi – si è pensato che prima bisognava costruire la ‘cittadella’ della parrocchia, quindi fare comunione, per poi proporre la missione”. Col tempo si è compreso come invece l’atteggiamento giusto sia l’esatto contrario: “prima dobbiamo trascendere i nostri egoismi e le nostre abitudini (fare missione, ndr), per poi camminare insieme, creando comunione. La dimensione popolare non si struttura dalla delimitazione dei confini, ma dal vivere le stesse esperienze, nel comune discernimento e alla luce della Parola”. “La missione, infatti – ha proseguito -, è costitutiva dell’essere Chiesa, non è un angolino della pastorale. Non si tratta quindi di fare manutenzione ma di esplorare un nuovo stile di vita, un nuovo modo di essere, partendo dalle situazioni particolari per cercare in ognuna di mettere la Parola. Bisogna superare ogni forma di proselitismo e di autoreferenzialità e mettersi con le persone, nella loro singolarità, sulla loro strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus”. Senza dimenticare che la missione ha anche un altro versante, oltre a quello dell’ad gentes: quello dell’intra gentes, cioè “l’attenzione anche all’interno delle nostre comunità”. Tutto ciò deve quindi farci riflettere su “quali sono le nostre vocazioni” e se riusciamo a convertirci, di continuo, “ripensando l’importanza del nostro sacramento del battesimo. Se i laici sono corresponsabili dell’evangelizzazione, allora tutto ciò che vivono diventa elemento di evangelizzazione. Anche in questa UP servono laici sostenuti davvero dalla grazia di Dio, ognuno con la propria vocazione, portatori di misericordia e di speranza, dove speranza non c’è”. In conclusione, dunque, “l’Unità Pastorale non significa spostare semplicemente i paletti dei confini, ma avere diverse risorse da usare per la missione, attraverso la quale la Chiesa si ricostituisce” in modo dinamico. Riprendendo un’espressione di Evangelii Gaudium 87, “l’UP dev’essere una ‘carovana solidale’ ”.

Il “Pantheon” di Borgovado

Nel pomeriggio del 6 settembre, il primo appuntamento della Tre giorni dell’UP Borgovado ha visto nel Monastero delle Carmelitane la recita dei Vespri e, a seguire, la presentazione da parte dei presenti di alcuni testimoni o figure considerate profetiche. Diverse le personalità proposte, credenti e non credenti, di periodi storici differenti: sante come S. Giovanna Antida Thouret e S. Teresa d’Avila, figure cristiane come padre Leopoldo Mandic, Chiara Lubich, don Tonino Bello, Card. Carlo M. Martini, o laiche come Giorgio Ambrosoli, Etty Hillesum, o due sindacalisti, Cesare Govoni e Pippo Morelli. Ma anche persone che hanno vissuto, nel loro piccolo, la santità nella nostra Diocesi: mons. Elios G. Mori, don Alessandro Denti, don Guglielmo Perelli, oppure persone della propria famiglia, e una parrocchiana di S. Francesca Romana, Gloria, prematuramente scomparsa un anno fa.

Prima della Tre giorni…: la sera del 4 settembre a S. Maria in Vado musica e parole per il pittore Carlo Bononi

Nel 1855, il celebre storico Jacob Burckhardt, dopo essere entrato a Santa Maria in Vado, scrisse nel suo “Cicerone”: “dobbiamo ammettere che siamo di fronte a una delle menti più illuminate del suo tempo”. Si riferiva a Carlo Bononi, pittore ferrarese morto il 3 settembre del 1632, sepolto il giorno dopo a Santa Maria in Vado. E il 4 settembre scorso, per celebrare l’anniversario, la ricollocazione del suo tondo “L’Incoronazione della Vergine” del Bononi, la sua meritata fama, e inaugurare la nuova illuminazione realizzata da Dattero Luce e altri artigiani, la Parrocchia e il CIAS hanno organizzato una serata di musica e parole. Dopo gli interventi all’interno del Santuario, nel chiostro si è tenuto il concerto per pianoforte e violoncello di due musicisti ferraresi, Giacomo e Matteo Cardelli, attivi soprattutto all’estero. Dopo tre mesi e mezzo, quindi, dalla ricollocazione sul soffitto del tondo realizzato dal Bononi intorno al 1617, circa 150 persone si sono ritrovate nella chiesa di via Borgovado. Dopo la presentazione da parte del Rettore del Santuario don Fabio Ruffini, è intervenuto brevemente l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego per porre l’accento sulla “bellissima collaborazione tra pubblico e privato nel restauro dell’opera, e sul desiderio comune che le nostre chiese chiuse o parzialmente riaperte possano ritrovare la loro bellezza”. È poi toccato al Direttore del CIAS di Unife, Sante Mazzacane, prendere la parola per spiegare come il progetto di restauro sia stato compiuto “all’insegna dell’autorganizzazione e dell’interdisciplinarietà”. Infine, dopo l’intervento di Donatella Ferrari, della Dattero Luce, ha relazionato Giovanni Sassu, curatore della mostra a Palazzo dei Diamanti, “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese”, esposta tra fine 2017 e inizio 2018. “Prima del restauro dell’opera – ha spiegato -, eravamo costretti a usare torce militari per illuminare le decorazioni all’interno del Santuario”, data la scarsa luminosità dell’ambiente. Sassu ha dunque analizzato, a livello storico e artistico, il cammino di Bononi, capace, grazie al suo genio, “di realizzare una svolta artistica che stava iniziando, quella del Barocco”. Un artista rivalutato solo negli ultimi anni, dimenticato anche dopo la sua morte, è stato Bononi. Morte che, per quanto riguarda le cause è ancora avvolta nel mistero, come parte della sua vita. “Stiamo ancora cercando il suo diario – è la speranza di Sassu, che condividiamo -, speriamo di ritrovarlo”. Riuscirebbe a illuminare molti periodi e zone oscure della sua vita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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“L’Eucarestia apre, condivide, invia”

24 Giu

Tantissime le persone presenti alla Messa e alla processione del Corpus Domini lo scorso 20 giugno a Ferrara: dopo la liturgia nella chiesa di San Francesco, la processione (passando anche per corso Giovecca) fino al Santuario del Miracolo Eucaristico di S. Maria in Vado

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“La mistica eucaristica apre, condivide, invia”. C’è un passaggio dell’omelia che il nostro Arcivescovo ha pronunciato nella Messa per il Corpus Domini, che più di altre ha il dono di sintetizzare non un auspicio, di non fungere da affermazione retorica ma di essere rappresentazione verbale di ciò che di continuo è e dev’essere la comunità ecclesiale. Uscire da sè per essere comunione, per diventare missione. E questo, nel silenzio gaudioso e orante, è avvenuto giovedì 20 giugno, Festa del Corpus Domini: centinaia di persone, di ogni età, da ogni angolo della nostra Arcidiocesi, seduti insieme, inginocchiati l’uno di fianco all’altro, a camminare in silenzio lungo alcune vie di Ferrara. La Messa è stata celebrata nella chiesa di San Francesco, accompagnata dai canti del “supercoro” formato dal Coro della Cattedrale, di S. Martino di Codigoro, Coro “Alba Chorus Mariae”, Piccoli Cantori di San Francesco, Coro di Comunione e Liberazione (la Fraternità ha anche assicurato il servizio d’ordine), oltre a singoli elementi di altri cori diocesani. Al termine, il via alla processione lungo via Terranuova, c.so Giovecca (chiusa al traffico solo nel senso di marcia del corteo), via Bassi e via Madama. Lungo il percorso, alcune bambine della comunità ucraina di rito bizantino hanno sparso petali di fiori. Infine, l’arrivo nel Santuario di S. Maria in Vado per l’adorazione e la preghiera finali. L’omelia del Vescovo La centralità dell’Eucaristia, ha spiegato mons. Gian Carlo Perego, è “fondata non su un’idea, ma sul corpo, sulla presenza reale di Gesù nella vita della Chiesa e del mondo”. Lo stesso miracolo della moltiplicazione dei pani (nel Vangelo letto), “è il miracolo della condivisione, che sfama tutti, anche in sovrabbondanza, al punto tale che avanzano dodici ceste. Il miracolo della moltiplicazione dei pani è un miracolo eucaristico, che indica come l’Eucaristia è destinata a tutti, ma anche come l’Eucaristia genera la responsabilità della condivisione. Ogni ‘intimismo’ eucaristico tradisce il sacramento dell’Eucaristia”, ha proseguito. “Chiudere l’Eucaristia nello spazio e nel tempo di un rito, non aprirla alla comunione, alla condivisione, alla missione significa trasformare un sacramento in una ‘cosa’ e non in un evento che genera nuove relazioni con Dio e il prossimo, una nuova storia quotidiana. Dopo il ricordo del Venerabile Carlo Acutis (“L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo”, disse), il Vescovo ha concluso: “tocca a noi accogliere, nella fede, questo dono dell’amore di Dio alla Chiesa e farlo diventare nutrimento, provocazione per uno stile di vita cristiana. Così rendiamo grazie a Dio e solo così la celebrazione è partecipazione della dedizione di Cristo. Qui, ora”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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Codifiume, il campo estivo è un successo

24 Giu

Da 7 anni l’attività pastorale per i più giovani. La visita del Vescovo mons. Perego

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Un paese di piccole-medie dimensioni, da diversi anni in continua crescita demografica, al confine con la provincia bolognese. In uno degli angoli meridionali più reconditi del nostro territorio diocesano, l’attività estiva della parrocchia continua a crescere, accogliendo per diverse settimane tante ragazze e ragazzi. Un punto di riferimento importante in una comunità che nel 2014 ha visto le poche suore rimaste lasciare la Scuola materna, da allora affidata alla Cooperativa sociale “Mondo piccolo”. Stiamo parlando di Santa Maria Codifiume, la cui parrocchia, guidata da don Andrea Martini, è teatro, da sette anni, dell’attività pastorale del campo estivo. Un progetto ben organizzato, anch’esso in crescita, ormai capace di ospitare fino ad una cinquantina di ragazzi, dal lunedì al venerdì, con l’opportunità di due piscine fuori terra, una per i piccoli (di dimensioni 9×4, h 0.9 m) e una per grandi (15×5, h 1,3 m). “La finalità del campo estivo é pastorale – ci spiega don Martini – sette settimane in amicizia con Gesù, animate da preghiera, gioco, sport, studio e attività sportiva”. Ogni giorno al campo estivo sono presenti quattro persone adulte per seguire, guidare e aiutare i ragazzi: il parroco don Andrea, le signore Alessandra, Stefania e Barbara, oltre a sette educatori con un’età compresa fra i 16 e i 18 anni. L’accoglienza dei ragazzi (6-14 anni) inizia alle ore 7.30 e termina alle ore 9; segue la preghiera, la presentazione del tema del giorno, la merenda e le attività – giochi nel prato – attraverso la divisione in gruppi. Dopo il pranzo, un momento di relax o dedicato agli immancabili compiti delle vacanze, e poi in piscina dalle ore 14 alle 16, merenda e uscita dalle ore 16.45 alle 17. Inoltre, due mattine alla settimana ci si reca al campo sportivo per svolgere alcune attività insieme agli insegnanti e ad allenatori qualificati. Lo scorso mercoledì 19 giugno, una gradita presenza ha donato nuova gioia ai ragazzi e ai volontari: è, infatti, venuto in visita l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il quale si è trattenuto nella parrocchia di S. M. Codifiume quasi tutta la giornata, pregando e pranzando, “incoraggiando tutti – ci spiega ancora don Martini – a proseguire in un’attività autenticamente pastorale che ha poi una ricaduta positiva su tutto l’anno liturgico e catechetico. Il tema trattato quest’anno – conclude il parroco – è il viaggio come metafora dell’esistenza umana, il riferimento biblico è la figura di Mosè e il popolo d’Israele, senza trascurare la tensione vocazionale ed escatologica della vita di ogni persona”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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“In un tempo di odio, assumiamo le sofferenze altrui e una speranza comune”

10 Giu

Un giornalista e scrittore che ha raccontato la seconda metà del Novecento e ora continua a riflettere e a provocare le coscienze, dentro e fuori la Chiesa: Raniero La Valle la sera del 7 giugno ha presentato a Ferrara il suo ultimo libro

9382“Queste ‘lettere’ sono un compendio delle mie esperienze, del mio cammino, del tentativo di comprendere la realtà e di provare a raccontarla. Questo libro è come un parapetto dal quale mi sporgo, verso un futuro che non so come sarà: davanti a me, davanti a noi, avremo o un precipizio o la capacità di creare un’altra strada, una speranza, per un’umanità risanata”. La profondità e la limpidezza del ragionamento sono doti che a Raniero La Valle, giornalista e scrittore protagonista degli ultimi 50 anni, non sono mai mancate. E anche adesso, a 88 anni, dimostra di possederle, impegnato com’è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro, uscito i primi di giugno, “Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila” (Gabrielli ed., 2019). La terza tappa delle presentazioni, dopo quelle di Cremona e Verona, è stata a Ferrara, nella sala conferenze della parrocchia di Santa Francesca Romana, con la moderazione del giornalista Francesco Comina. Dopo il saluto del Vescovo mons. Perego e la presentazione di Alessandra Mambelli di Pax Christi Ferrara (che ha organizzato insieme al CEDOC), La Valle ha affrontato diversi temi centrali del nostro tempo, mai perdendo uno sguardo globale sugli eventi. “Noi tutti siamo su un ciglio, in un passaggio d’epoca. Chiediamoci: dove stiamo andando? Verso un futuro di compimento, una terra promessa oppure verso la catastrofe? Per rispondere a ciò, dobbiamo innanzitutto cercare di prendere coscienza di cosa sta accadendo, operazione non facile in un mondo dove i media sono spesso creatori di false parole e di false interpretazioni. Vedo che accadono cose inaudite, mai successe”, è stata la sua disamina: “i naufraghi vengono lasciati morire in mare e l’aiutarli viene considerato reato; i banchieri di tutto il mondo sono uniti, mentre i poveri divisi e i popoli frantumati; è possibile, con nuove tecnologie, generare vita umana non più dal corpo di una donna, arrivando così a cambiare la natura stessa dell’essere umano; non solo le guerre continuano, ma molte provocano morti da una parte sola; un operaio può guadagnare 400 volte di meno rispetto a un dirigente di azienda; mezza ricchezza mondiale è in mano all’1% degli abitanti di tutta la terra; la crisi ecologica porta a trasformazioni ambientali mai viste, o che non avvenivano da millenni”. Un’analisi radicale che può apparire apocalittica, ma non lo è, per chi, come La Valle, ha attraversato il Novecento, ha combattuto tante “buone battaglie” e “ha conservato la fede”. “E’ importante – ha proseguito – anche reinterrogare la nostra storia, così dominata dall’odio, dove la disuguaglianza veniva teorizzata come naturale, la guerra per secoli considerata il principio ordinatore fra i popoli, fino arrivare agli orrori della prima metà del Novecento, e ai genocidi che continuano nel mondo. Nella seconda metà del secolo scorso si è tentati di uscire da questa spirale, cercando di dar vita a organismi e a un diritto universali, ma commettendo l’errore di dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ ”. Ora, invece – è il compito che vale una vita – “bisogna progettare un futuro che sia davvero diverso, comprendendo che le soluzioni non possono essere solo politiche o giuridiche, ma che è necessario rimettere in gioco tutte le dimensioni dell’uomo, comprese quelle religiosa e filosofica”. Inoltre, con Levinas, dovremmo “rimettere al centro non tanto l’io, l’individuo, ma l’altro, il suo volto, un volto da riconoscere e da amare”. Citando la seconda lettera di S. Paolo ai corinzi, La Valle ha riflettuto su come questa centralità della relazione sia fondata su quella di Dio con gli uomini, con “lo scambio” che ha fatto con noi: “Cristo si è fatto peccato al posto dell’uomo, prendendolo su di sé. Questo dobbiamo fare noi stessi, figlie e figli suoi, assumere la sofferenza e il dolore dell’altro, metterci al posto dell’altro”. Il ragionamento di La Valle è quindi proseguito ponendo l’attenzione sull’idea di un costituzionalismo mondiale, sull’importanza cioè di “iniziare a vedere l’intera famiglia umana come un soggetto politico, storico, un nuovo soggetto costituente, dove i poveri e i scartati possono essere i protagonisti di questo riscatto”. Fare ciò significa dar vita a “un’ecologia integrale, salvare l’uomo e la terra insieme, e che l’uomo salvi Dio, nel senso di salvarlo dalle sue false rappresentazioni, così diffuse nella storia, e ancora oggi, quelle di un dio violento e vendicativo. Dobbiamo tornare alla politica, non c’è alternativa – sono ancora sue parole -, che significa tornare ai partiti, ma non nella vecchia concezione del termine, come soggetti intenti a occupare lo Stato e le istituzioni: penso, invece, a partiti della società, che davvero riescano a raccogliere le istanze e i bisogni reali delle persone, non le paure fittizie, come avviene oggi nei confronti dei migranti. Abbiamo bisogno di un ‘partito della terra’, cioè che abbia la terra come punto di riferimento, da valorizzare come strumento di produzione primario e al tempo stesso da custodire, un partito che parli la parola dell’unità dei popoli, del cambiamento e della giustizia, che sappia essere positivo, concreto, veritiero, che non abbia come fine il potere, la vittoria, ma che assuma le speranze comuni, il comune destino”, fatto di persone che sappiano “cogliere i segni di bene che ci sono”. Le riflessioni conclusive, La Valle – anche incalzato da alcune domande – le ha dedicate, innanzitutto, al tema del katecon, termine che in San Paolo indica la resistenza al “mistero dell’anomia”, cioè alla perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Una resistenza ancora necessaria ma da attuarsi “mentre le cose accadono, senza aspettare che si arrivi a nuove violenze e genocidi”. Infine, un pensiero al Santo Padre – complimentandosi della lodevole iniziativa del ritrovo mensile, nella parrocchia ospitante, del “Gruppo di preghiera per Papa Francesco”: “il Papa è oggetto di un attacco durissimo da una parte interna alla Chiesa, per questo va difeso e sostenuto, è importante resistere assieme a lui”.

Il Dio “inedito” di Papa Francesco e l’importanza della parola per la salvezza: le “lettere” di La Valle

“La vera speranza è che [queste lettere, ndr] cadendo nelle mani dei nati nel terzo millennio – oggi ancora giovanissimi – li convincano che il loro compito non è solo di capire il loro tempo, ma di salvarlo. Il linguaggio della salvezza, che prima era frequentato solo dalle teologie della redenzione, entra oggi nel discorso comune, è la lingua rimossa ma impellente della politica, del diritto, dell’etica pubblica, laica e comune”. Così scrive nel libro “Lettere in bottiglia”, Raniero La Valle. Salvezza che è, al tempo stesso, personale, comunitaria, dell’intera umanità, e che vede Papa Francesco come punto di riferimento per chi vuole costruire un mondo “non genocida” ma fondato sull’accoglienza dell’altro e sulla misericordia. “Si è avuta – scrive ancora – l’irruzione sulla scena del Dio inedito raccontato da papa Francesco, che con il suo pontificato messianico ha fatto emergere con forza questa radicale alternativa investendola di una luce abbagliante”. “Il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del Vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più tremendum ma solo fascinans”. La speranza, quindi, “è che per i nati in questo millennio, in questo secolo, non basta affacciarsi al parapetto aspettando di vedere come deve andare a finire, ma che essi debbano decidere come deve andare a finire e a partire da ciò, come diceva Bonhoeffer, pensare e sperare solo ciò di cui risponderanno agendo”. La misericordia, cifra della Chiesa e del pontificato di Francesco, che, però, “non è più intesa solo come un insieme di opere buone, non è più assunta solo come virtù privata, ma diventa la precondizione perché continui la vita sulla terra, diventa il nuovo criterio del politico, al posto del criterio belluino dell’amico-nemico”. D’altronde, scrive ancora, “questa è la tesi della mia vita: l’amore come risposta alla crisi”. La Chiesa, “carne umana di Cristo”, per La Valle vive un “passaggio di fase […] da un cupo pessimismo antropologico, professato dai profeti di sventura, a una gioiosa (Evangelii Gaudium!) voglia di riprendersi il futuro e di imprimere una svolta alla storia. E’ la novità portata da papa Francesco. Egli ha avuto il coraggio di delegittimare l’intero sistema economico mondiale definendolo come ’un’economia che uccide’, e denunciandolo come un sistema che esclude grandi masse di uomini e di donne trattandoli come avanzi e come scarti”. Ma il cambiamento non deve e non può avvenire solo nel mondo ma anche e innanzitutto nella Chiesa, nel suo immaginarsi e porsi nella sua missione: Papa Francesco è l’esempio del “superamento dell’idea di un cristianesimo come sovranità, come cristianità, cioè come civiltà, come potere”. “La Chiesa non è il cristianesimo realizzato, come il socialismo reale, ne è solo il segno e lo strumento, come dice il Concilio; non è la società umana trasformata in regno di Dio, ne è invece l’ospedale da campo, come dice Francesco, quella che lava i piedi, quella che con la società umana non ha altro rapporto che la misericordia, perché solo nella misericordia è la verità; la Chiesa è quella che, spoglia del potere, con forza profetica dice al potere che il re è nudo, che l’economia uccide, che il denaro domina e che l’umanità per nessuna ragione, né politica, né economica, né religiosa può essere divisa in eletti e scartati”. Anche su un piano antropologico agisce questa rivoluzione dello sguardo: l’uomo, scrive La Valle, “è naturalmente sempre riconosciuto nella sua condizione creaturale di indigenza, finitezza e povertà, ma non è mortificato come se fosse un fuscello nelle mani di Dio né come una coscienza appaltata alla Chiesa; la sua dignità è la dignità di colui di cui porta l’immagine, e il Vangelo oggi annunciato gliela riconosce anche se non ha fede, gli riconosce la dignità della sua opera, il lavoro, e gli riconosce la libertà della sua decisione etica, che non sta fuori di lui, ma dentro di lui, sta nella coscienza in cui il Concilio ha visto lo scrigno di Dio, e se la Chiesa l’invade papa Francesco la chiama un’ingerenza, perché si è fatto umanità nel Figlio”. La sua critica dell’integrismo religioso (cristiano e non) si affianca a quella del laicismo: “Lo schema su cui si muove l’Occidente suppone che da questa pseudo guerra di religione si esca con la laicizzazione, con la secolarizzazione, con la riduzione della religione a un dimensione privata”. Invece, “non si può reprimere o dissolvere, in nome della laicità, la potenza di rinnovamento e di resistenza all’iniquità che prorompe dal Vangelo”. “Voglio farvi una confidenza, soprattutto ai più giovani”, può essere la conclusione ideale che La Valle sembra consegnarci. “Mi sono chiesto più volte che cosa ha salvato la mia vita, che cosa l’ha resa così lunga e benedetta. Fino a ieri io rispondevo: sono state le due vestali, le due forze della mia vita, il lavoro e l’amore. Dall’inizio e fino ad ora. Ma ora mi sono accorto che è stata la parola. Ho lottato perché non mi fosse tolta la parola. Ho vissuto per ascoltare, per dire, per scrivere la parola. Ho capito che quello che salva, che crea, che mantiene in vita, è la parola”. Parola che è anche “grido dei poveri, degli oppressi”. E di parole, come quelle che ancora, a quasi 90 anni, ci regala La Valle, ne abbiamo davvero bisogno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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Sperimentare insieme linguaggi nuovi per testimoniare Cristo

3 Giu

Il 1° giugno alla Città del Ragazzo si è svolta la terza e ultima tappa della Giornata del Laicato dell’anno pastorale: dal prossimo autunno, torna il Laboratorio della Fede e prende avvio la “Bottega della Parola”, fucina di progetti da realizzare a livello diocesano. L’intervento del nostro Arcivescovo sul tema della missione

pubblico

Conoscersi, prendere consapevolezza, discernere insieme e fare proposte per l’intera Chiesa locale. Questi i momenti che hanno scandito nel corso dell’anno il lungo e complesso lavoro di ricerca e progettazione comunitaria delle laiche e dei laici nella nostra Arcidiocesi. Un cammino fatto di diversi incontri, e di tre tappe fondamenali, le giornate del Laicato svoltesi il 29 settembre il 9 febbraio e il 1° giugno scorsi. Giorgio Maghini, uno degli organizzatori della Giornata del Laicato (GdL) ha posto fortemente l’accento sulla “sperimentazione” di linguaggi e forme nuove dell’evangelizzazione, “per cercare di dare alle verità eterne un linguaggio comprensibile alle realtà di oggi”. I frutti del lavoro di un anno riguardano innanzitutto “un metodo”, utile affinché “l’attitudine all’ascolto reciproco potesse avvenire in maniera ordinata”. Il secondo frutto – ha proseguito Maghini – è rappresentato dalle 180 proposte emerse dalle schede raccolte nella GdL del 9 febbraio scorso, mentre gli altri due, non meno importanti, “da una maggiore conoscenza di quanta vita c’è nella nostra Diocesi, e dalla consapevolezza dello spirito di servizio della GdL nei confronti delle realtà della nostra Diocesi”. Tutto ciò all’interno di una cornice magisteriale che riconosce al laicato il suo ruolo dentro la Chiesa e, di conseguenza, il suo “diritto-dovere” di partecipare e non più delegare: da alcuni documenti del Concilio Vaticano II a “Evangelii Gaudium” (si pensi ad esempio al n. 41), oltre alle due lettere pastorali di mons. Perego, in attesa della terza per il prossimo anno, nella quale centrale sarà il tema della vocazione dei laici. E, sempre pensando al prossimo anno, in autunno prenderà avvio in Diocesi la nuova Scuola di teologia pastorale, che si è scelto di intitolare a Laura Vincenzi, e della quale parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

Cos’è emerso dalle schede dei laici

Un primo tema frequente in diverse schede riguarda l’ambito della comunicazione della fede: a tal proposito, una proposta ricorrente è stata quella di promuovere gruppi sulla Parola di Dio. In generale, ha spiegato ancora Maghini, “siamo chiamati a uno sforzo comunicativo maggiore e più incisivo, a pensare anche a strumenti diversi o a migliorare quelli già esistenti”. Inoltre, è importante che “la nostra comunicazione dialoghi maggiormente con il resto della comunicazione del territorio della Diocesi, evitando un’ottica di contrapposizione”. Due sono le proposte di lavoro presentate, base della progettazione pastorale del 2019/2020: la prima rigurarda la ripresa dell’esperienza del Laboratorio della fede, già svoltosi lo scorso anno, un progetto di formazione e discussione comunitaria richiesto a gran voce da molti laici. Necessarie sono alcune modifiche: innanzitutto decntrarlo maggiormente (in modo che non sia solo cittadino), attuarlo in collaborazione con realtà diocesane già esistenti, e che concretamente sia luogo di lavoro corresponsabile tra laici e consacrati. L’altra proposta è quella della “Bottega della Parola”, una fucina di progetti concreti – per ora solo ipotizzati – per (ri)tradurre in linguaggi sempre nuovi la Parola di Dio. Una ventina i progetti scelti fra i tanti proposti nelle schede: percorsi condivisi tra parrocchie e insegnanti di religione, la partecipazione a eventi di “volontariato” non diocesani, laboratori di teatro per raccontare la fede e la tradizione della Chiesa, momenti di festa aperti a tutti, non solo ai membri della comunità ecclesiale, percorsi tra le riccheezze artistiche del nostro territorio, un concorso di arte sacra per giovani artisti; e ancora, incontri interculturali e interreligiosi, una commissione mista per pensare a nuove forme liturgiche, scuole di formazione politica e sociale, o nell’ambito della comunicazione. Chiunque lo desideri, può rendersi disponibile a collaborare al Laboratorio della fede o alla “Bottega della Parola” inviando una mail a gdlcollaboro@gmail.com.

Uno stile cristiano fondato sulla missionarietà: l’intervento di mons. Perego

Fare sintesi dell’anno pastorale che sta per concludersi, anche grazie alle riflessioni emerse dalla GdL, e al tempo stesso gettare le basi per il prossimo. Su questo si è concentrato mons. Perego nel suo intervento alla Giornata del Laicato del 1° giugno, anche in vista della Tre giorni del clero in programma nei giorni successivi, e di cui parleremo nel prossimo numero. Gli stili di vita cristiani saranno al centro del prossimo anno pastorale, tema centrato in modo forte sul concetto di missionarietà: “la Chiesa della comunione e della corresponsabilità – ha spiegato il Vescovo – non interpreta questi stili di vita solamente all’interno di essa, ma anche e soprattutto all’esterno, per generare qualcosa di nuovo nella società”. Non a caso, il prossimo anno pastorale prenderà avvio in ottobre, scelto come Mese missionario straordinario dal Santo Padre in occasione dei 100 anni dalla Lettera Apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV, dedicata proprio all’“attività svolta dai missionari nel mondo”. Una questione, quella della missionarietà, più che mai necessaria in un periodo storico come il nostro, dove, in particolare in Occidente e si pensi anche, nello specifico, alla nostra Chiesa locale, “scarseggiano sempre più missionari, fidei donum, seminaristi” e in generale sacerdoti. Senza però dimenticare, dall’altra parte, i tanti laici che scelgono di vivere periodi di volontariato in varie parti del mondo, o i tanti sacerdoti che sempre più, soprattutto dall’Africa, si trasferiscono nelle Diocesi italiane. Contro la tentazione di alcuni cristiani di chiudersi, il Papa propone dunque un rinnovato spirito missionario, tanto nelle nostre città quanto in altri Paesi, con il Mese straordinario e con l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, in programma dal 6 al 27 ottobre prossimi. “Il tema della missionarietà – ha proseguito il Vescovo – caratterizzerà inoltre il prossimo quinquennio della Chiesa italiana”. Ma una nuova presenza missionaria esige “una nuova forma della missione e della vita della Chiesa, forma che prende spunto dalle esperienze che troviamo negli Atti degli Apostoli. La missione – sono ancora parole di mons. Perego – nasce quindi dal superamento della tentazione della sterilità pastorale, dell’autoreferenzialità, della nostalgia del passato fine a se stessa. Spesso fatichiamo a ripensare noi stessi, il nostro essere Chiesa, a ripensarci insieme, proprio in ordine alla missione, a immaginare una forma diversa della Chiesa. Questa nuova forma ecclesiale, perciò, non richiede solo un cambio delle strutture fisiche, ma anche e soprattutto delle strutture mentali di ognuno: la GdL serve proprio ad aiutare questa trasformazione”. Dalla GdL, sempre nel solco dell’“Evangelii Gaudium”, per mons. Perego è emersa dunque “l’importanza della soggettività del popolo di Dio e l’evangelizzazione come scelta pastorale fondamentale”, scelta che, per essere autentica, “deve mutare il volto delle nostre parrocchie e delle nostre comunità”, che non devono essere introverse ma estroverse, rivolte al “bene dell’intera comunità”, non solo di quella ecclesiale, “ritornando sempre alla novità di Gesù Cristo, accompagnando le persone, ogni persona, nel rispetto della dignità e in uno spirito di solidarietà”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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“E’ importante che i suoi valori vengano messi in comune”

8 Apr

Lo scorso 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata la mostra “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, alla presenza dell’Arcivescovo e del Sindaco. La sera S. Messa a Tresigallo

miriam3La “casa dei ferraresi” fino a venerdì 12 aprile ospita la mostra dedicata alla vita e alla profonda esperienza di fede di Laura Vincenzi. Nel pomeriggio di giovedì 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata l’esposizione intitolata “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, realizzata da Laura Magni con la collaborazione di Giuliano Laurenti, entrambi impegnati nell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra diocesi, e col fondamentale coinvolgimento dei genitori e degli amici di Laura oltre che dell’Azione Cattolica di Ferrara-Comacchio, che da anni, insieme all’associazione ”Amici di Laura”, promuove il cammino per il riconoscimento canonico della sua santità. Chiara Ferraresi, Presidente dell’AC diocesana, nel suo saluto introduttivo ha sottolineato come “i valori coi quali Laura ha vissuto la propria vita – la semplicità, l’apertura all’altro, l’amicizia, il senso di responsabilità, un grande coraggio, il riuscire a trasformare la sofferenza in un’esperienza positiva per lei e per gli altri – siano un bene di tutti, valori da mettere in comune”. “Con Laura ho condiviso molti dei luoghi di appartenenza ecclesiale”, sono state le parol del Sindaco Tiziano Tagliani, che ha posto l’accento sul fatto che “questo spazio civico è aperto a diversi tipi di esperienza: il vero civismo infatti è quello che porta qui esperienze autentiche, di vita vera, e quella di Laura è una testimonianza vera, anche civile, perché il senso della sua sofferenza è dimostrazione di coraggio e di coerenza. “Alcuni giorni fa – è stato invece il richiamo dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego – abbiamo ricordato Bruno Paparella e Vittorio Bachelet, riflettendo anche sul tema della ’scelta religiosa’, che porta dentro la città, non fuori e quello di Laura è stato un modo di vivere la città, nel senso di partecipazione, impegno, valorizzazione di ciò che è importante”. Mons. Perego ha quindi richiamato la coincidenza con la pubblicazione, negli stessi giorni, dell’Esortazione di Papa Francesco, “Christus vivit” e come questa mostra sia ancora più importante in quanto proposta nel periodo che prepara alla Pasqua. A seguire, Chiara Ferraresi ha letto un messaggio inviato da mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro e dal 1974 al 1984 assistente nella nostra Diocesi e regione di Azione Cattolica Ragazzi. “Sarò presente in preghiera e un piena unità”, ha scritto, “la santità di Laura Vincenzi è messa sul candelabro per illuminare”, ricordandoci come “la chiamata alla santità è meta di popolo”, non individuale, e come “la santità è la prima missione”. “L’opposto del peccato – ha concluso – non è la virtù ma la fede: Laura ci ha detto davvero che tutto è grazia”. L’evento inaugurale è dunque proseguito con una breve visita alla mostra guidata da Miriam Turrini. Gli 11 pannelli allestiti sono su sfondo bianco, come fogli sui quali Laura ha scritto la propria vita, mentre l’altro colore dominante è l’azzurro, il colore della trascendenza. Tante le fotografie di Laura nelle varie fasi della sua vita, quasi mai da sola ma sempre in compagnia di amici e famigliari. La Turrini ha posto l’accento sulla “sua coscienza di essere sempre neonata nella fede e di dover quindi fare un lungo cammino, nella convinzione che tutto è dono e grazia”. Frequente ricorre nelle sue lettere la riflessione su “come coniugare una vita da vivere con passione e intensità, e al tempo stesso col giusto distacco”. Un’esistenza breve, la sua, ma nella quale centrale è stato il rapporto con l’Eterno, da lei stessa definito come “la realtà vera e propria a cui tutti siamo chiamati”. Un’immagine, infine, vogliamo richiamare: quella della preghiera da lei scritta e indirizzata all’allora Arcivescovo mons. Luigi Maverna, fatta stampare – con, sul retro, un ramo d’ulivo – e distribuita il giorno delle esequie, e letta dallo stesso Maverna nell’omelia. La mostra è visitabile con il seguente orario: dal lunedì al venerdì ore 9-18. Ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 18 sarà possibile la visita guidata. La sera del 4 aprile nella chiesa di Tresigallo è stata celebrata una S. Messa in memoria di Laura Vincenzi, di Riccardo Tagliati e dei giovani di Tresigallo tornati alla Casa del Padre.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

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(foto Francesca Brancaleoni)