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Il pessimismo si combatte amando: storia di una famiglia fuggita dall’Ucraina

19 Mag
Leopoli

Zhanna vive a Ferrara. Parte della sua famiglia l’ha raggiunta, lasciando la propria terra

«Il 24 febbraio mi arriva un messaggio di mia madre sul cellulare: “è cominciata la guerra”. Nient’altro. Quella frase ha diviso la mia vita in due, un prima e un dopo. In questo dopo, ogni secondo, ogni pensiero è totalmente diverso rispetto a prima, la mia anima è diversa. Quasi non riesco a pensare ad altro». Ha un carattere forte Zhanna – a Ferrara per tutti “Gianna” -, dice di essere per natura ottimista. Ma ora non lo è più. In Italia da 20 anni, prima in Calabria, poi a Roma, infine dal 2010 a Pontelagoscuro, vive col marito Serhiy e un figlio, Danilo, di 4 anni, mentre un altro, Dmytro, ha 30 anni, è sposato e neopapà e vive a Ferrara.

I suoi genitori fino a un mese fa vivevano vicino Leopoli, a Liubeshiv, a 15 km dal confine con la Bielorussia. Cinque ettari di terra e una vita semplice, tranquilla. Poi l’invasione russa. «Essendo vicini al confine – ci racconta Zhanna -, di continuo passavano aerei, e sapevano che ammassati al confine c’erano e ancora ci sono numerose truppe. Mio padre prima di venire qui non era mai uscito dalla città. Mia madre invece qualche volta era venuta in Italia a trovarmi. I primi giorni non riuscivo più a dormire né a mangiare. “Papà, salvatevi, scappate, venite qua…”, continuavo a ripetergli». Alla fine Zhanna li ha convinti. Il 12 marzo sono arrivati a Ferrara. Insieme a loro, la suocera, la cognata e il nipote di Zhanna. Ma il padre ha un solo pensiero: la sua terra. Intesa come patria e come appezzamento di terreno che rappresenta la sua vita, le sue radici, la sua casa. E molto di più.  «“Se nessuno produce il grano, come viviamo? Non solo noi, ma tutta l’Ucraina”. È questo il loro pensiero. L’aver subito una violenza non da poco. E con loro, l’intero Paese. «È una cosa simile a quella di un secolo fa: una carestia indotta dagli invasori. Senza grano, l’Ucraina non sopravviverà», dice Zhanna. «Gli ucraini sanno anche divertirsi, ma prima di tutto sanno lavorare». «Non vedo la fine della guerra, Putin vuole andrà avanti, ha in mente un altro piano, che per ora non sappiamo», prosegue. E riesce a ingannare molti dei suoi concittadini grazie al controllo dell’informazione. «La propaganda della tv russa racconta dell’Ucraina come di un paese povero», rimasto a decenni fa. «E le tante persone che si informano solo attraverso la tv, ci credono».  

La nuova vita della sua famiglia è fatta anche dell’aiuto delle nostre comunità. Una volta al mese si recano nella sede del “Mantello” per i beni essenziali, e una mano gliela dà anche la parrocchia di Pontelagoscuro. Ma Zhanna, nonostante il pessimismo, non riesce a trattenere l’energia che ha dentro di sé, trasformandola in servizio per i propri connazionali fuggiti a Ferrara. «Non credevo ai miei occhi quando vedevo la fila di persone davanti alla chiesa di via Cosmè Tura, pronte a donare. Lì ho capito che i ferraresi non erano freddi, ma solo riservati…». Al Centro “Il Parco” di Ferrara, Zhanna è volontaria: una volta alla settimana intrattiene i bimbi profughi con canti e giochi. E se da alcuni giorni, nello stesso luogo, tre mattine alla settimana c’è una scuola per bimbi in età da prima elementare, è merito suo. Ma non si ferma qui, Zhanna. In attesa dei campi estivi, il 29 maggio, con inizio alle ore 16, al “Parco” ci sarà un grande evento di beneficenza con canti, danze, recite, laboratori e giochi per i più piccoli: lei è tra gli organizzatori e le animatrici. Sempre in prima linea. Solo così riesce a tenere a bada quel pessimismo che non le appartiene.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 maggio 2022

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Oksana e i demoni vivi della guerra

19 Mag
La città di Kharkiv

È arrivata nella nostra città con la figlia Tatiana. Hanno raggiunto l’altro figlio Roman, promessa del basket

La mattina del 24 febbraio Oksana, che vive al decimo piano di un condominio di 15 alla periferia di Kharkiv, si è svegliata molto presto: deve finire un lavoro, lei impiegata in un’azienda farmaceutica. Mentre si prepara il caffè, dalla finestra vede una luce lontana nel cielo. «Ho sentito un forte rumore di esplosioni. Era terribile». All’inizio non capisce, ma presto comprenderà: la Russia ha iniziato a bombardare il suo Paese. Dopo 10 minuti sul web arrivano le prime notizie. Chiama il fratello che abita a Kiev. È l’inizio di un incubo che dura ancora. 

Dai primi di aprile Oksana vive a Ferrara insieme alla figlia Tatiana, di 11 anni. Sono scappati qui perché l’altro suo figlio, Roman, è a Ferrara da settembre per giocare nell’Under 17 Eccellenza della VIS 2008, società di basket giovanile della nostra città. Appena lo scorso gennaio, Oksana era venuta a trovarlo per alcuni giorni.

«Prima di quel 24 febbraio – ci racconta – non sapevamo quanto fossimo felici in Ucraina. Avevamo problemi, certo, ma dopo lo scoppio della guerra abbiamo capito che non erano veri problemi. La nostra era una vita davvero normale e pensavamo che sarebbe stato così per sempre». 

Anche il marito Yevhen lavora in un’azienda farmaceutica, a loro non manca niente, e nulla fanno mancare ai propri figli. «Il 24 febbraio i russi sono entrati facilmente in Ucraina, nessuno se l’aspettava», non c’è stata una dichiarazione di guerra. Dall’altra parte, però, anche Putin e i suoi uomini non s’aspettavano una resistenza così forte da parte degli ucraini, senza contare che l’esercito di Zelensky era comunque preparato da 8 anni di tensioni fra i due Paesi.

«I primissimi giorni – prosegue – pensavamo che sarebbe finita molto presto, che avrebbero trovato un accordo. Le tv ucraine ci dicevano: “preparate le valigie in caso di emergenza”. Ma tutti pensavamo fosse solo una precauzione». E invece non è stato così. Nei giorni successivi i bombardamenti proseguono, «sentivamo ancora gli aerei passare con un rumore fortissimo, volavano basso. Anche questo non lo dimenticherò mai».

Dove abitano, non ci sono veri e propri rifugi, perciò molta gente si è nascosta negli scantinati dei condomini. «Mia figlia già dai primi giorni ha subito uno stress fortissimo, una grande stanchezza psicologica». I primi giorni di marzo decidono di partire da Kharkiv, in auto, disperati, rischiando la vita, dato che i russi iniziavano a colpire anche i corridoi umanitari. «Prima di partire ci chiedevamo: “cosa prendiamo con noi? Quanto staremo via? Ritroveremo la nostra casa?”. Una valigia a testa e siamo partiti». Impiegano 13 ore per arrivare a Kryvyj Rih, da parenti, che normalmente si raggiunge in 3 ore. Per un mese alloggeranno in una casa prestata da altre persone. Mentre il marito e i genitori sono rimasti lì, lei e la figlia il 30 marzo hanno lasciato il Paese, direzione Ferrara, che raggiungono dopo 4 giorni di viaggio, passando per Romania, Ungheria e Slovenia. «Mio padre purtroppo è morto lo scorso 5 maggio. Non ho avuto nemmeno la possibilità di dargli l’ultimo saluto». Da tempo malato, il covid ha peggiorato le cose, causando una rapida crescita e diffusione di tumori. La storia della sua famiglia è, purtroppo, una storia di fughe a causa del regime russo. Oksana, infatti, è nata e cresciuta in Crimea. I suoi genitori nel 2015, dopo l’annessione della penisola da parte della Russia e in seguito all’isolamento e alle continue molestie che subivano in quanto ucraini, han deciso di lasciare la casa dove hanno vissuto per 40 anni, per raggiungere la figlia, il genero e i nipoti. «Così – ci dice con profonda tristezza Oksana – i miei genitori per la seconda volta sono stati costretti a lasciare la loro casa a causa delle operazioni militari d’occupazione russe in Ucraina».

A Kharkiv, prosegue il racconto, «la metà delle case e dei condomini sono stati bombardati. Una mia collega voleva tornare nel suo appartamento, ma essendo stato il suo condominio colpito ai piani superiori, non può farlo, può crollare tutto. Il mio stesso ufficio è stato distrutto». Oksana è rimasta in contatto con alcuni amici e colleghi della sua città: «le persone che sono rimaste lì, l’hanno scelto o perché non sanno dove andare, o perché non vogliono lasciare la propria casa, o perché non possono in quanto malate, anziane».

Le chiediamo se ha colleghi russi, ci risponde di sì: «alcuni di loro hanno smesso di parlarmi, altri mi hanno detto “ci dispiace molto”, altri ancora dicono che in realtà la loro guerra è contro gli USA». Ma sono gli ucraini a morire. In ogni caso, «ora i russi hanno paura di venire arrestati, quindi hanno interrotto i contatti con noi». Riguardo a cosa pensa del governo del suo Paese, ci risponde: «so che Zelensky non ha molta esperienza politica ma ha scelto di rimanere, non è scappato dall’Ucraina e per questo mi fido molto di lui». 

La sua Ucraina è sempre vicina, forse mai come ora. È – come dicevamo – la loro vita prima di quel maledetto 24 febbraio a essere così lontana. «A molti interessava solo guadagnare più degli altri. Ora siamo tutti nella stessa situazione: se non c’è vita, se i nostri figli non sono al sicuro e se non ci si aiuta gli uni con gli altri, non c’è niente. Tutto il resto non conta più».

Oksana ci tiene molto a ringraziare Filippo Bertelli e Mauro Cavara, rispettivamente Presidente e Direttore generale della VIS 2008, «per il grandissimo aiuto che ci hanno dato e continuano a darci. Hanno fatto tutto per noi», così come l’amministrazione della Scuola San Vincenzo, che accoglie Tatiana per studiare. Ora, lei e sua figlia vivono in un appartamento che i genitori di un compagno di basket di Roman gli ha prestato. «Soprattutto per mia figlia – si sfoga -, è un incubo che sembra non finire. Ma almeno qui ha la possibilità di continuare a giocare a basket», che per lei, come per il fratello (che studia al Carducci) è molto importante. «Ora Tatiana sorride di più, gioca, sta bene con i compagni di scuola». I suoi nuovi compagni, perché quelle e quelli che aveva a Kharkiv sono sparsi per l’Europa, scappati con le famiglie nell’ovest dell’Ucraina, in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Regno Unito…

Il grande aiuto che sta ricevendo dai ferraresi, a un tempo commuove e imbarazza Oksana. «Non mi aspettavo tutto ciò, che così tanti sconosciuti ci aiutassero come fossimo loro amici». Dall’altra parte, ci confessa, «non è stato facile abituarsi a dover chiedere tutto, a prendere in dono anche l’essenziale: prima lavoravamo e guadagnavamo, ci mantenevamo tranquillamente. Ora c’è l’imbarazzo di dover chiedere per ogni cosa». Perché la guerra gli ha tolto tutto, lasciandole quel terrore negli occhi e nella mente: «quando passa un aereo ho ancora il panico». 

Come il presente e il recente passato sono qualcosa di assurdo, di incomprensibile, così il futuro è avvolto nella più grande incertezza. «Vorremmo tornare in Ucraina, ma non so se riusciremo. E in ogni caso, non so se nella stessa città, nella stessa casa». Quella casa dalla quale ha assistito all’inizio di un incubo di cui non vede ancora la fine.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 maggio 2022

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