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Ucraini, «una parrocchia nuova, fatta di aiuto e speranza»

30 Ago

Intervista a padre Vasyl Verbitskyy, guida della locale comunità cattolica di rito bizantino: «in sei mesi la nostra parrocchia ha accolto tanti profughi ucraini. Molti di questi sperano di tornare presto nella loro patria.Altri, invece, rimarranno qui»

A cura di Andrea Musacci


Padre Verbitskyy, in questi sei mesi come la guerra ha mutato la vita della vostra parrocchia?
«Sono stati tanti i cambiamenti. In alcuni giorni, in determinati periodi, la nostra chiesa di via Cosmè Tura a Ferrara era strapiena, con ucraini che venivano da diverse parti della provincia, e tanti ferraresi che ci raggiungevano per esprimere la loro vicinanza. Negli ultimi tempi ho notato come le persone scappate dall’Ucraina negli ultimi sei mesi siano ormai un terzo delle persone che frequentano la nostra parrocchia».

In particolare, quanti sono i bambini e gli adolescenti che seguite come parrocchia?
«Proprio in questi giorni abbiamo un campo estivo nel quartiere Barco, con 46 bambini iscritti, 30 dei quali arrivati come profughi. Da marzo, però, cioè da quando abbiamo organizzato i corsi di italiano e il catechismo, il nostro doposcuola era frequentato da ben 70 bambini, tutti profughi».

I bimbi e i ragazzi profughi come stanno vivendo questa loro nuova vita?
«Partecipano alla vita della parrocchia, ai momenti di preghiera, erano presenti alla Via crucis cittadina, alcuni di loro fanno i chierichetti, anche coloro che in Ucraina non frequentavano la chiesa o la frequentavano poco. Insieme agli altri stanno costruendo dei bei rapporti di amicizia e possono dar vita a un futuro migliore».

Più nel dettaglio, in questi mesi come si è svolta la vita della vostra comunità di S. Maria dei Servi?
«Possiamo dividere in modo netto l’attività della parrocchia in due periodi: fino al 24 febbraio [primo giorno dell’invasione russa in Ucraina, ndr] e dopo il 24 febbraio. Lo scorso 22 febbraio insieme a un gruppo di parrocchiani abbiamo svolto le prove per una rappresentazione teatrale dedicata alla parabola del figliol prodigo, spettacolo che avevamo programmato per domenica 27 febbraio. Ma la guerra ha stravolto tutti i nostri piani: le feste tradizionali nono sono state realizzate e a metà marzo abbiamo aperto il doposcuola con i profughi in arrivo dal nostro Paese. Oltre ai 70 tra bambini e adolescenti di cui ho accennato prima, abbiamo organizzato anche un corso di italiano a cui han partecipato 30 donne, oltre a una 20ina di volontari impegnati come insegnanti, tra italiani e ucraini. In parrocchia abbiamo anche decorato i rami di ulivo per la Domenica delle Palme, e poi, per la Pasqua abbiamo dipinto le uova. Senza dimenticare la festa per il Lunedì dell’Angelo, la festa della Mamma, il campo estivo per i bambini e le loro mamme a Lido delle Nazioni con 47 partecipanti e il Pellegrinaggio al Santuario del Sacro Monte di Varallo. Il culmine è stata la festa della Prima Comunione, un evento molto importante per ognuno di noi. A tal proposito ricordo una bambina arrivata qui con la madre dopo lo scoppio della guerra, col papà rimasto in Ucraina a combattere. È stata davvero una festa della speranza e della gioia».

Capitolo raccolta aiuti: quanto materiale avete raccolto e dov’è stato spedito?
«In sei mesi da Ferrara sono partiti 11 tir e 50 furgoncini, abbiamo acquistato e donato alla Caritas ucraina un’ambulanza e altre due auto. Il materiale spedito – fra cui molti farmaci – è sempre stato recapitato alle Caritas delle diverse Diocesi: Sambir-Drogobych, Ternopil, Charkiv, Odessa, Mykolaiv, Lutsk».

Quali programmi avete per settembre e i prosasimi mesi in parrocchia?
«Il 4 settembre alle ore 14.30 celebreremo la Divina Liturgia nella Basilica di Santa Maria in vado, appuntamento che gli anni scorsi era fissato in giugno. Per il mio sogno di un oratorio per i bambini ucraini, abbiamo già ricevuto dalla Diocesi – grazie all’Arcivescovo mons. Perego – la possibilità di usare l’ex-asilo nel quartiere Barco (Scuola dell’infanzia Pio XII, ndr), dov’è in corso il campo estivo. In parrocchia continuiamo a fare i corsi per gli adulti, oltre alla raccolta dei farmaci, di prodotti per l’igiene personale e di alimenti a lunga conservazione. Speriamo di riuscire a continuare la nostra attività con i bambini, non solo quelli arrivati dopo il 24 febbraio ma anche con quelli già residenti in città e in provincia».

In questi sei mesi ha avuto modo di sentire da suoi parrocchiani – profughi e non – dubbi di fede a causa della guerra?
«In questo periodo ho cercato di stare vicino a ogni persona arrivata qui o già presente. Ognuno vive la fede in maniera particolare. Certamente, alcune persone hanno avuto dubbi forti a causa della grave situazione in Ucraina, ma vedo come l’accoglienza, la vicinanza e la preghiera diano loro speranza. Addirittura, alcuni dei profughi arrivati in questi mesi, ora sono diventati loro stessi volontari».

Oggi i suoi parrocchiani sono più pessimisti o più speranzosi sull’esito della guerra e sulla possibilità di tornare in patria?
«Alcuni di loro si sentono ormai integrati qui, mentre altri sono già rientrati in Ucraina – in zone sicure – oppure vorrebbero rientrare a breve. In ogni caso, ognuno di loro nutre ancora la speranza che la guerra possa finire presto e quindi di poter tornare nella propria casa».

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 settembre 2022

Oksana e i demoni vivi della guerra

19 Mag
La città di Kharkiv

È arrivata nella nostra città con la figlia Tatiana. Hanno raggiunto l’altro figlio Roman, promessa del basket

La mattina del 24 febbraio Oksana, che vive al decimo piano di un condominio di 15 alla periferia di Kharkiv, si è svegliata molto presto: deve finire un lavoro, lei impiegata in un’azienda farmaceutica. Mentre si prepara il caffè, dalla finestra vede una luce lontana nel cielo. «Ho sentito un forte rumore di esplosioni. Era terribile». All’inizio non capisce, ma presto comprenderà: la Russia ha iniziato a bombardare il suo Paese. Dopo 10 minuti sul web arrivano le prime notizie. Chiama il fratello che abita a Kiev. È l’inizio di un incubo che dura ancora. 

Dai primi di aprile Oksana vive a Ferrara insieme alla figlia Tatiana, di 11 anni. Sono scappati qui perché l’altro suo figlio, Roman, è a Ferrara da settembre per giocare nell’Under 17 Eccellenza della VIS 2008, società di basket giovanile della nostra città. Appena lo scorso gennaio, Oksana era venuta a trovarlo per alcuni giorni.

«Prima di quel 24 febbraio – ci racconta – non sapevamo quanto fossimo felici in Ucraina. Avevamo problemi, certo, ma dopo lo scoppio della guerra abbiamo capito che non erano veri problemi. La nostra era una vita davvero normale e pensavamo che sarebbe stato così per sempre». 

Anche il marito Yevhen lavora in un’azienda farmaceutica, a loro non manca niente, e nulla fanno mancare ai propri figli. «Il 24 febbraio i russi sono entrati facilmente in Ucraina, nessuno se l’aspettava», non c’è stata una dichiarazione di guerra. Dall’altra parte, però, anche Putin e i suoi uomini non s’aspettavano una resistenza così forte da parte degli ucraini, senza contare che l’esercito di Zelensky era comunque preparato da 8 anni di tensioni fra i due Paesi.

«I primissimi giorni – prosegue – pensavamo che sarebbe finita molto presto, che avrebbero trovato un accordo. Le tv ucraine ci dicevano: “preparate le valigie in caso di emergenza”. Ma tutti pensavamo fosse solo una precauzione». E invece non è stato così. Nei giorni successivi i bombardamenti proseguono, «sentivamo ancora gli aerei passare con un rumore fortissimo, volavano basso. Anche questo non lo dimenticherò mai».

Dove abitano, non ci sono veri e propri rifugi, perciò molta gente si è nascosta negli scantinati dei condomini. «Mia figlia già dai primi giorni ha subito uno stress fortissimo, una grande stanchezza psicologica». I primi giorni di marzo decidono di partire da Kharkiv, in auto, disperati, rischiando la vita, dato che i russi iniziavano a colpire anche i corridoi umanitari. «Prima di partire ci chiedevamo: “cosa prendiamo con noi? Quanto staremo via? Ritroveremo la nostra casa?”. Una valigia a testa e siamo partiti». Impiegano 13 ore per arrivare a Kryvyj Rih, da parenti, che normalmente si raggiunge in 3 ore. Per un mese alloggeranno in una casa prestata da altre persone. Mentre il marito e i genitori sono rimasti lì, lei e la figlia il 30 marzo hanno lasciato il Paese, direzione Ferrara, che raggiungono dopo 4 giorni di viaggio, passando per Romania, Ungheria e Slovenia. «Mio padre purtroppo è morto lo scorso 5 maggio. Non ho avuto nemmeno la possibilità di dargli l’ultimo saluto». Da tempo malato, il covid ha peggiorato le cose, causando una rapida crescita e diffusione di tumori. La storia della sua famiglia è, purtroppo, una storia di fughe a causa del regime russo. Oksana, infatti, è nata e cresciuta in Crimea. I suoi genitori nel 2015, dopo l’annessione della penisola da parte della Russia e in seguito all’isolamento e alle continue molestie che subivano in quanto ucraini, han deciso di lasciare la casa dove hanno vissuto per 40 anni, per raggiungere la figlia, il genero e i nipoti. «Così – ci dice con profonda tristezza Oksana – i miei genitori per la seconda volta sono stati costretti a lasciare la loro casa a causa delle operazioni militari d’occupazione russe in Ucraina».

A Kharkiv, prosegue il racconto, «la metà delle case e dei condomini sono stati bombardati. Una mia collega voleva tornare nel suo appartamento, ma essendo stato il suo condominio colpito ai piani superiori, non può farlo, può crollare tutto. Il mio stesso ufficio è stato distrutto». Oksana è rimasta in contatto con alcuni amici e colleghi della sua città: «le persone che sono rimaste lì, l’hanno scelto o perché non sanno dove andare, o perché non vogliono lasciare la propria casa, o perché non possono in quanto malate, anziane».

Le chiediamo se ha colleghi russi, ci risponde di sì: «alcuni di loro hanno smesso di parlarmi, altri mi hanno detto “ci dispiace molto”, altri ancora dicono che in realtà la loro guerra è contro gli USA». Ma sono gli ucraini a morire. In ogni caso, «ora i russi hanno paura di venire arrestati, quindi hanno interrotto i contatti con noi». Riguardo a cosa pensa del governo del suo Paese, ci risponde: «so che Zelensky non ha molta esperienza politica ma ha scelto di rimanere, non è scappato dall’Ucraina e per questo mi fido molto di lui». 

La sua Ucraina è sempre vicina, forse mai come ora. È – come dicevamo – la loro vita prima di quel maledetto 24 febbraio a essere così lontana. «A molti interessava solo guadagnare più degli altri. Ora siamo tutti nella stessa situazione: se non c’è vita, se i nostri figli non sono al sicuro e se non ci si aiuta gli uni con gli altri, non c’è niente. Tutto il resto non conta più».

Oksana ci tiene molto a ringraziare Filippo Bertelli e Mauro Cavara, rispettivamente Presidente e Direttore generale della VIS 2008, «per il grandissimo aiuto che ci hanno dato e continuano a darci. Hanno fatto tutto per noi», così come l’amministrazione della Scuola San Vincenzo, che accoglie Tatiana per studiare. Ora, lei e sua figlia vivono in un appartamento che i genitori di un compagno di basket di Roman gli ha prestato. «Soprattutto per mia figlia – si sfoga -, è un incubo che sembra non finire. Ma almeno qui ha la possibilità di continuare a giocare a basket», che per lei, come per il fratello (che studia al Carducci) è molto importante. «Ora Tatiana sorride di più, gioca, sta bene con i compagni di scuola». I suoi nuovi compagni, perché quelle e quelli che aveva a Kharkiv sono sparsi per l’Europa, scappati con le famiglie nell’ovest dell’Ucraina, in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Regno Unito…

Il grande aiuto che sta ricevendo dai ferraresi, a un tempo commuove e imbarazza Oksana. «Non mi aspettavo tutto ciò, che così tanti sconosciuti ci aiutassero come fossimo loro amici». Dall’altra parte, ci confessa, «non è stato facile abituarsi a dover chiedere tutto, a prendere in dono anche l’essenziale: prima lavoravamo e guadagnavamo, ci mantenevamo tranquillamente. Ora c’è l’imbarazzo di dover chiedere per ogni cosa». Perché la guerra gli ha tolto tutto, lasciandole quel terrore negli occhi e nella mente: «quando passa un aereo ho ancora il panico». 

Come il presente e il recente passato sono qualcosa di assurdo, di incomprensibile, così il futuro è avvolto nella più grande incertezza. «Vorremmo tornare in Ucraina, ma non so se riusciremo. E in ogni caso, non so se nella stessa città, nella stessa casa». Quella casa dalla quale ha assistito all’inizio di un incubo di cui non vede ancora la fine.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 maggio 2022

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Da Kicman in Ucraina a Ferrara: Agnese è sempre in prima fila

12 Mag
Agnese Di Giusto

Casco bianco IBO, ha dovuto lasciare per la guerra. Ma qui prosegue il suo servizio

Da alcune settimane Agnese Di Giusto nei locali della parrocchia di S. Maria deiServi a Ferrara tiene corsi di lingua italiana a un gruppo di bambini ucraini dai 5 agli 11 anni d’età, mentre quando la incontriamo sta tenendo la sua prima lezione settimanale ad alcuni adulti (Qui le loro storie: Fra le lacrime si cerca di rinascere: i racconti di tre donne ucraine).

«I bambini hanno tanta voglia di imparare, sono molto curiosi, fanno molte domande», ci spiega Agnese. E non hanno perso la voglia di giocare. «Con gli adulti, invece, all’inizio ero un po’ preoccupata, perché non volevo, durante la lezione, toccare tasti dolenti che potessero intristirle, come ad esempio nell’insegnar loro a dire se sono sposate, o vedove… Ma sono informazioni importanti, che verranno loro chieste quando dovranno fare i documenti».

Pochi ma intensi mesi a Cernivci

Agnese è volontaria come Casco bianco per IBO e fino a febbraio era inserita come volontaria nel Centro riabilitativo per minori disabili “Campanellino” a Kicman, un paesino vicino a Cernivci, nel sud ovest dell’Ucraina, a poca distanza dal confine rumeno. In quella zona del Paese, IBO collabora anche con l’Associazione “Gente buona di Bukovina”.

Ventotto anni, laureata in educazione professionale, Agnese è originaria di Buja, provincia di Udine, dove, oltre a insegnare yoga, prima di iniziare il Servizio civile ha lavorato come educatrice in un Centro per minori stranieri non accompagnati.

A Ferrara, dove prosegue il suo anno di Servizio civile, si occupa principalmente di aiutare lo staff di IBO a organizzare e coordinare la raccolta di beni di prima necessità da inviare a Cernivci per sostenere la comunità locale nel far fronte al grosso numero di sfollati che stanno arrivando dalle zone più colpite del Paese. E a Cernivici, come ci spiega, mancano molti farmaci comuni ed è quasi introvabile l’insulina, in quanto le farmacie non vengono rifornite.

Inoltre, insieme ad Amos, l’altro volontario rimasto appena poche settimane in Ucraina, fa testimonianza nelle scuole, corsi di lingua italiana ad adulti e ragazzi nella sede dell’ADO, mantiene i contatti con “Campanellino” e con Ivan Sandulovich a Cernivci (Qui il suo racconto: Ivan a Cernivci guida la macchina della solidarietà), e regolarmente si coordinano col CSV di Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

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Fra le lacrime si cerca di rinascere: i racconti di tre donne ucraine

12 Mag
Oxana, Alina e Vasylyna

Oxana, Alina e Vasylyna sono arrivate a Ferrara negli ultimi mesi. Scappano da Kherson o hanno parenti in Donbass. Persone che non vogliono soccombere all’invasore russo

Quando le incontriamo nella sacrestia della parrocchia dei cattolici ucraini in via Cosmè Tura, Agnese insegna loro a leggere l’orologio in italiano.

Oxana, Alina e Vasylyna ascoltano con attenzione, fanno domande, si impegnano. Ma dai loro volti traspare tristezza. Agnese, volontaria di IBO Italia, ha trascorso oltre due mesi in Ucraina, ma è dovuta rientrare in Italia a causa della guerra, insieme a un altro volontario, Amos Basile.

Conclusa la lezione, chiediamo alle tre donne di raccontarci le loro storie.

«Vogliamo vivere da persone libere»

Da Cherkasy, nella parte centrale del Paese, arriva Oxana, qua da un mese. In realtà lei vive in Bulgaria e in Ucraina ci è andata per prendere i suoi due nipoti e portarli al sicuro, prima in Bulgaria, poi qui a Ferrara dove vive il suo compagno. «Durante il viaggio, grazie a una comunità protestante ho lasciato il Paese, ho dormito due giorni in una chiesa a Budapest, poi ho trascorso un mese a Sofia. Nel Donbass vivono le mie zie e mio zio», prosegue. «I loro figli non vogliono vivere sotto il giogo russo e quindi sono scappati in Belgio, Polonia e nei Paesi baltici. I russi propongono agli abitanti di andare a vivere in Russia, ma le persone si rifiutano. I miei cugini, come tanti altri nel Donbass, vogliono essere liberi, vivere da persone libere».

«A Kherson protestano contro l’occupazione russa»

Alina è scappata da Kherson, e da un mese è a Ferrara con i figli Artem e Costantin di 6 e 8 anni, con la cognata e i suoi figli di 3 e 10 anni. Nella nostra città, infatti, la madre Ludmila lavora come badante. «Siamo usciti da Kherson quando già era stata occupata dai russi, e non c’era nessun corridoio umanitario: abbiamo rischiato davvero la vita, di essere colpiti dai russi», ci spiega. «Mio marito ci ha portati a Odessa, dov’è rimasto, mentre noi da lì siamo partiti per l’Italia. A Kherson i militari si sentono i padroni, le bandiere russe sventolano, è orribile», ci dice tra le lacrime. «Non vogliamo far parte della Russia! Anche se non se ne parla, però, a Kherson ci sono proteste contro gli occupanti, la gente scende per strada con le bandiere ucraine». 

Quel viaggio a piedi di notte

A Ferrara è arrivata anche Vasylyna, venuta due mesi fa da Leopoli con i figli Anastasia e Roman di 11 e 13 anni, per raggiungere la sorella Alina. Un ricordo che le segna ancora il viso: «passata la dogana, abbiamo dovuto camminare per 8 ore, di notte. Poi per una settimana in Polonia siamo stati ospitati da una famiglia». Prima di arrivare in questa città che ora li accoglie, cercando di offrire loro un po’ di speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

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Marta e i suoi figli a Ferrara, ma la guerra resta vicina

12 Mag
Marta col marito e i figli in un momento sereno in Ucraina prima della guerra

Marta è sposata con Pietro, sacerdote. Da Drohobyc è scappata coi figli Ivan (8 anni) e Teresa (5). Qui a Ferrara cercano un po’ di serenità, tra la scuola e la parrocchia in via Cosmè Tura

di Andrea Musacci

Raccontare attraverso i giochi e i disegni la guerra e quella vita nuova non voluta, inaspettata.

Sono alcuni dei particolari toccanti che emergono ascoltando le storie delle donne giunte a Ferrara negli ultimi mesi, molte di loro giovani madri. Come Marta, cognata di padre Vasyl Verbitskyy, guida dei cattolici ucraini nella nostra Diocesi. Marta è arrivata nella nostra città lo scorso 5 marzo da Verkhniy Luzhok, un piccolo paese vicino Drohobyc, a 30 km dal confine polacco. Con lei, i suoi due figli, Ivan di 8 anni e Teresa di 5.

A Verkhniy Luzhok hanno lasciato il marito Pietro, sacerdote cattolico di rito bizantino. «Prima della guerra vivevamo una vita normale – ci racconta Marta -, Ivan andava a scuola, Teresa avrebbe dovuto iniziare l’asilo. E sognava tanto di andare a vedere uno spettacolo di canti, con i soldi che aveva ricevuto in dono per Natale…».

Ma alle 5 del mattino del 24 febbraio l’allarme delle sirene ha rotto ogni pace. «Abbiamo visto gli aerei militari sfrecciare sulla città e poco dopo abbiamo saputo dell’inizio dell’invasione russa. Anche noi come genitori non eravamo pronti. Non pensavamo potesse accadere una cosa del genere ai giorni nostri». La decisione di lasciare il Paese l’hanno presa dopo la notizia degli attacchi alla vicina centrale di Chernobyl, la notte fra il 3 e il 4 marzo.

«Era difficile spiegare ai bambini perché dovevamo partire, e perché con sé non potevano portare i propri giochi, ma solo l’essenziale. Prima di partire, i miei figli hanno creato loro stessi alcuni giochi: Ivan, coi Lego, ha creato tank, aerei da guerra e l’Antonov An-225 Mriya». Myria significa “sogno” in ucraino. Si tratta del più grande aereo del Paese utilizzato per i rifornimenti, costruito in un unico esemplare. I russi l’hanno distrutto a Hostomel’, vicino Kiev, nei primissimi giorni di guerra. Ivan l’ha voluto ricostruire dopo aver sentito in tv la notizia della distruzione.  

Poi la partenza verso la Polonia, direzione Italia. Alla dogana file di giovani mamme come lei, «con tutta la loro vita in uno zaino», prosegue Marta. «Nelle nostre valigie, oltre ai vestiti e all’essenziale, Ivan ha voluto mettere i suoi pennarelli, dato che ama molto disegnare, Teresa invece il suo unicorno, io un rosario. A mio marito, prima di partire abbiamo detto: “ti amiamo”…».

«Noi qua, i nostri cari sotto le bombe: non è giusto…»

Quotidianamente, più volte al giorno, Marta e i bambini si sentono via WhatsApp e Viber con Pietro. 

«Nella nostra parrocchia a Verkhniy Luzhok, soprattutto dopo gli eccidi di Bucha e Irpin, in molti hanno compreso ancora di più cosa fosse questa guerra, sono rimasti scioccati, considerano quel che sta accadendo incomprensibile. Si chiedono: “dov’è Dio? Perché permette tutto questo?”. Ci sembra di non vedere la fine di quest’incubo».

Il marito aiuta come può per organizzare l’ospitalità di tante famiglie che scappano dalla zona est del Paese: dà loro sostegno spirituale, anche psicologico, e insieme ai suoi parrocchiani li aiuta per i beni essenziali, raccogliendo beni anche per i militari della parrocchia impegnati a difendere la propria patria. 

«Poco tempo fa – ci racconta Marta – è morto un uomo del nostro paese che si era arruolato volontario in un battaglione per combattere in Donbass». Sono riusciti a far tornare il suo corpo a casa, per celebrare i funerali e lì farlo riposare. «Alle esequie era presente l’intero paese: quando è passato il feretro, tutti si sono inginocchiati, i bambini con le candele e i fiori in mano». E Marta poi ci racconta di Leopoli, dove ha molti amici impegnati come volontari nell’accoglienza dei profughi, e dove vivono suo fratello e i suoi genitori: «due giorni fa hanno visto quattro missili sorvolare la città a bassa quota». Era uno dei periodici attacchi sulla città.

«Noi siamo qui protetti e i nostri cari invece là sotto le bombe», dice commossa. «Questo mi fa stare molto male, quasi sentire in colpa. Per questo, anche se siamo scappati, la guerra la sentiamo ancora molto vicina a noi». 

Ricominciare a vivere

Appena arrivati a Ferrara, suo figlio Ivan ha voluto comprare la mappa d’Italia: su un grande foglio ha disegnato i luoghi e i monumenti caratteristici di alcune città italiane, Ferrara compresa, di cui ha realizzato il Castello. Ad aiutarlo in questa sua passione, una ferrarese amica di famiglia. E Ivan è rimasto molto colpito anche dallo splendore della Basilica di S. Maria in Vado, e ogni tanto aiuta padre Vasyl come chierichetto. Piccoli sprazzi di serenità per due bambini, come lui e Teresa, che in Ucraina hanno lasciato quasi tutto. Mentre la piccola non comincerà subito ad andare all’asilo, Ivan ha iniziato a frequentare la Scuola internazionale Smiling. «Il primo giorno – ci spiega Marta – si è commosso perché i suoi nuovi compagni lo hanno accolto con alcuni disegni di cuori con sia la bandiera ucraina sia quella italiana, realizzati apposta per lui. E fuori dall’orario delle lezioni, prosegue tramite Zoom la didattica a distanza con la sua insegnante in Ucraina, anche se a volte quando là suona l’allarme, si interrompe il collegamento». 

Anche Marta un po’ alla volta cerca di ritrovare un po’ di serenità: prima di Pasqua, ad esempio,  seguendo i bambini che si preparano per la Prima Comunione e aiutandoli a dipingere le uova pasquali e a preparare i rami d’ulivo. «Mi sono sentita utile, come se avessi di nuovo una vita normale. E in ogni chiesa che visitiamo qui in città prendiamo santini come souvenir che poi porteremo a Pietro». 

«Prima della guerra – dice con tristezza Marta – noi ucraini avevamo tanti sogni: di studiare, viaggiare fuori dal nostro Paese, aprire attività commerciali. Ora invece ogni giorno non sappiamo se avremo il cibo, l’acqua potabile, un letto e una casa. Si vive alla giornata. Anzi, le persone che vivono nelle zone occupate dai russi, vivono ora per ora. E i miei figli mi fanno tante domande sulla situazione in Ucraina, se ritroveranno i loro giocattoli. Speriamo che tutto questo finisca presto».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

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Prendersi cura delle vittime del conflitto

13 Apr
Elena Mazzola

Le testimonianze di Elena Mazzola, scappata da Kharkiv insieme alle ragazze disabili e agli orfani che accoglie nella sua cooperativa, e quella di Marco Peronio e del suo viaggio in Ucraina per portare medicinali

Solo un «amore sproporzionato» può far fronte all’orrore e alla ferocia che le cronache dall’Ucraina ci riportano ogni giorno. Un amore fatto di accoglienza, attenzione e cura a ogni persona, ai suoi sogni e desideri. Amicizie che nascono o si rafforzano pur nel dramma della guerra.
Questo il messaggio emerso dalle testimonianze di due persone diversamente coinvolte nel dramma di un popolo, quello ucraino (e, in parte, di quello russo, con tanti soldati morti), intervenute a Voghiera lo scorso 6 aprile durante una cena di beneficienza pro-AVSI dal titolo “Uno sguardo più forte della guerra”. Un evento promosso e organizzato dalla Pro Loco di Voghiera in collaborazione con il Centro Culturale Umana Avventura a sostegno della popolazione ucraina.

«Affermiamo la vita contro la guerra»
La prima testimonianza (In video collegamento) è stata quella di Elena Mazzola, presidente della cooperativa Emmaus con sede a Kharkiv, dove, grazie a vari progetti, giovani con disabilità o in uscita dall’orfanotrofio e dal collegio vengono accompagnati alla ricerca di una propria vocazione. Si tratta di ragazze e ragazzi tra i 18 e i 35 anni (foto in prima pagina), adolescenti che studiano in istituti speciali, bambini provenienti da famiglie di sfollati a causa del conflitto e i loro genitori. La prima “casa di transizione” per queste persone aperta a Kharkiv nel 2013 si chiama “La casa volante”, dove vivono sei ragazze con disabilità fisica uscite dall’orfanotrofio. Elena Mazzola, originaria di Desio (Monza-Brianza), che nella città ucraina dirige anche il Centro di Cultura Europea “Dante”, è traduttrice e docente universitaria e prima di trasferirsi in Ucraina ha vissuto per 15 anni, dal 2002 al 2017, a Mosca.
«I ragazzi con cui vivo quest’avventura della “Casa volante” – racconta – hanno storie molto drammatiche, sono stati abbandonati alla nascita dai genitori, per situazioni disagiate o perché nati con disabilità. Sono, quindi, ragazzi molto vulnerabili, cresciuti negli orfanotrofi, dai quali, appena escono, li proponiamo una vita il più normale possibile. Nelle nostre case – ha proseguito – imparano tanto, e soprattutto, per la prima volta si sentono amati. L’aspetto più tragico del loro passato, infatti, è che si sono sentiti dire di essere inutili, di non servire a nessuno, che non sarebbero riusciti a fare nulla nella vita».
Venendo al racconto degli ultimi mesi, Mazzola ha spiegato come lo scorso gennaio, quando incombeva la minaccia della guerra, «alcuni nostri ragazzi che ospitiamo sono andati in Italia da famiglie che già conoscevano perché da loro trascorrevano le vacanze. Altre, invece, i più fragili, con disabilità fisica o mentale, sono state con me a Leopoli, dove ci siamo trasferiti a metà febbraio. Ma una volta scoppiato il conflitto siamo venuti tutti in Italia». Una situazione di eccessivo pericolo, confermato dal successivo aggravarsi della situazione anche nella città al confine ungherese. «Siamo stati 50 ore al confine con i ragazzi». Poi, l’arrivo in Italia, a Novazza in Val Seriana, nel bergamasco, ospiti di amici. Una ventina tra ragazze disabili e dipendenti della cooperativa.
«Per me è un momento difficilissimo – racconta Mazzola -, forse in Italia non so quanto sia possibile immedesimarsi nel livello di dramma umano che si vive in Ucraina. Ho il cuore dissestato, sto vivendo in prima persona una violenza inimmaginabile: non so se la mia casa e i nove appartamenti per l’accoglienza della nostra cooperativa, in che stato sono. Non riusciamo ad avere notizie certe. Tutto quel che hai costruito, la certezza di qualcosa, rappresentato dalla casa, non c’è più. E i racconti che ci arrivano da Kharkiv dicono della ferocia e crudeltà disumana di questa guerra».
Ma Mazzola non riesce a fermarsi all’angoscia e all’amarezza per la situazione in Ucraina. Ha il desiderio di raccontare il bello che le persone fanno vivere, anche e soprattutto dentro drammi così.
«Qui in Val Seriana è tanto l’amore che stiamo ricevendo. Ad esempio, una parrucchiera si è presa un giorno dal lavoro per venire a tagliare e tingere i capelli alle nostre ragazze. O un’altra signora si preoccupa di regalare vestiti alle nostre donne». E le ragazze seguono le lezioni, imparano l’italiano, in una bottega imparano piccoli lavoretti col feltro o disegnano uova artistiche. Insomma, «un amore così sproporzionato, così personale sembra essere ora l’unica cosa in grado di opporsi alla guerra». Una guerra di per sé «fuori da ogni misura, per cui noi siamo chiamati ad amare in modo davvero sproporzionato, ad affermare la vita, la bellezza, l’amore».

Marco Peronio

«Un’amicizia reale, senza bisogno di Amazon…»
Alla cena a Voghiera ha partecipato anche Marco Peronio, Direttore del Consorzio di cooperative sociali “Il Mosaico” attivo tra Udine e Gorizia. Insieme alla moglie Cosetta, farmacista, ha aperto le porte della loro casa a Udine per aiutare Yuliya Mkheidze, ragazza ucraina di Mestre. La giovane, in collaborazione con il medico di Venezia Michele Alzetta, dirigente di pronto soccorso, ha indetto una raccolta umanitaria per l’Ucraina, dopo la richiesta di aiuto da parte della dott.ssa Rinna Konar di un piccolo ospedale a Uzhhoron, nella Transcarpazia. Dai medici della World Federation of Ukrainian medical Association sono stati chiesti lacci emostatici, analgesici non narcotici, medicazioni, sacchi per il contenimento di sangue raccolto, insulina e tutto quel che può essere utile per ferite e politrauma.
Già dal giorno successivo all’appello lanciato da Peronio, decine di persone in fila attendevano davanti a casa sua coi farmaci da donare. «Ho riempito il garage, e invece di un furgone, siamo partiti per l’Ucraina con cinque furgoni pieni di 7mila kg di aiuti tra farmaci, medicinali e alimentari per bambini».
«Nelle tante persone che ci hanno aiutato ho percepito un forte desiderio di vincere quel senso di indifferenza, quel “non mi interessa”, un desiderio di esserci e di conoscerci». L’appuntamento era a Záhony, in Ungheria, al confine con l’Ucraina, i primi di marzo. Alle 3emezza di notte l’arrivo a casa della dott.ssa Konar, «dove siamo stati accolti da una cena strepitosa. E la mattina dopo ci ha fatto visitare la città e la Cattedrale». Insomma, non un pur importante ma anonimo gesto di solidarietà, «non qualcosa fatto con Amazon, ma amici in carne e ossa che si incontrano e si accolgono reciprocamente. Ci hanno anche affidato tre profughe loro amiche da portare in salvo in Italia».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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Morire da medico sotto le bombe: la storia di Andrea dall’Ucraina

6 Apr

Era chirurgo nell’est del Paese, nell’ospedale militare di Ochtyrka distrutto dai russi lo scorso 26 febbraio. La madre Anna, che da 15 anni vive nel ferrarese, ci racconta la sua storia

Andrea, medico ucciso a Ochtyrka

di Andrea Musacci

Morire mentre si tenta di strappare alla morte un soldato ferito. Morire in un ospedale, sotto le bombe russe. È la storia di Andrea, 45 anni, medico chirurgo nell’ospedale militare a Ochtyrka, nell’oblast’ di Sumy, a 60 km dal confine russo e a 100 da Kharkiv. Andrea ha lasciato la moglie Lidia, medico anche lei, e il loro figlio Antony, di 13 anni, che vivono a Husiatyn, nella zona ovest dell’Ucraina, oblast’ di Ternopil.

E ha lasciato anche la madre Anna, 71 anni, che da 15 anni vive nel ferrarese. La incontriamo nei locali della parrocchia di Santa Maria dei Servi, casa della comunità ucraina a Ferrara guidata da padre Vasyl Verbitskyy. Il volto è triste e gentile, pieno di orgoglio e di dolore per quel figlio che non vedrà più.

In Italia per aiutare la famiglia

Anna lavora come badante nell’assistenza di una signora di 98 anni, Anita Toselli, in via Comacchio a Ferrara, casa dove abita. In questi anni ha lavorato in altre quattro famiglie tra Formignana e la città. A Husiatyn, invece, era ragioniera. Nel 2007 ha scelto di venire qui in Italia per aiutare i suoi figli: «non riuscivano a trovare una casa, un lavoro, erano in crisi», ci spiega. È venuta a Ferrara perché consigliata da un amico del figlio, amico che viveva e ancora vive qui in città.

Anna 9 anni fa ha perso anche il marito, «il 23 febbraio», ricorda. «Dopo aver lavorato come autista di autobus, mi aveva raggiunto in Italia per due anni, nei quali era stato impegnato come bracciante in campagna, per poi tornare in Ucraina».

Andrea medico fino alla morte

«Andrea amava aiutare gli altri, era una persona umile, per nulla orgogliosa, aiutava anche i colleghi medici», ci racconta Anna. «L’ultima volta che l’ho visto è stato la scorsa estate: da giugno ad agosto sono stata da lui in Ucraina».

Fin da bambino Andrea sognava di lavorare come medico in una struttura militare, «”dove c’è più bisogno, dove c’è più necessità”, mi diceva sempre». Dopo la laurea in Medicina, viene assunto per un periodo in un ospedale civile a Husiatyn. 

Poi nel 2014, dopo l’occupazione russa della Crimea, chiede di prestare servizio in un ospedale militare, dove lavorerà due anni. Dal 2015 fino a pochi mesi fa ha lavorato in un ambulatorio vicino Ternopil, e poi, dal dicembre scorso, nell’ospedale militare a Ochtyrka.

«Lo scorso 25 febbraio ho parlato con lui al telefono, mi ha detto: “stai tranquilla”». Alle ore 12 del giorno dopo, il 26, un sabato, Andrea stava operando un soldato ferito quando l’esercito russo ha bombardato l’ospedale: nessuno si è salvato. «La mattina del 26 ho provato a chiamarlo e non mi ha risposto, perché stava lavorando», racconta Anna. «Poi ho riprovato nel pomeriggio, e ancora non mi rispondeva. Lunedì, due giorni dopo, alle ore 15 mia figlia mi chiama e mi dice che Andrea è morto». Ci hanno messo diversi giorni per recuperare tutti i corpi. «Martedì, il giorno dopo aver ricevuto la notizia, sono venuta qui da padre Vasyl per chiedergli aiuto». Il sacerdote ha celebrato una S. Messa per Andrea e diverse sono le preghiere per lui in queste settimane. «Grazie a lui e alla vicinanza di tante persone, un po’ mi era passata la tristezza», prosegue Anna. «Ma mio figlio mi dava tanta forza per vivere, per andare avanti». 

Le vittime sono state tutte sepolte nel campo dell’ospedale, troppa la paura di portare i corpi lontano. Ma il cognato della moglie di Andrea insieme a un amico, rischiando di essere attaccati dai russi, con un furgoncino sono comunque andati a recuperare il corpo di Andrea e lo hanno portato a Husiatyn per i funerali – svoltisi dieci giorni dopo la morte – ai quali hanno partecipato tante persone. Le esequie sono state documentate anche dalla tv locale INTB. Tutti i funerali degli eroi caduti in guerra in Ucraina, e così anche quello di Andrea, sono preceduti da un corteo lungo le vie della città, durante il quale la gente ai bordi delle strade si ferma e si inginocchia in segno di omaggio. Anna è riuscita ad andare al funerale del figlio grazie a uno dei pullman che periodicamente, anche prima dello scoppio del conflitto, vanno dall’Ucraina all’Italia e viceversa, dall’inizio della guerra portando persone in Italia e beni alimentari alla Caritas di Ternopil.

Anna è rimasta in Ucraina dieci giorni, rivedendo anche l’altra sua figlia, sposata con due figli e insegnante di scuola, e ora, come tanti, impegnata come volontaria per aiutare i profughi che arrivano dal Donbass. «Ho invitato lei e la sua famiglia, così come mia nuora e mio nipote a venire qui a Ferrara, ma non hanno voluto perché vogliono rimanere lì per aiutare e difendere il loro Paese».

Anna ci tiene a ringraziare padre Vasyl, la comunità ucraina e le tante persone che le sono state vicino: Pierluigi Trevisani, la moglie Agnese e il fratello Davide; Claudio Travagli e la moglie Anna. E soprattutto Vanes Magnanini e la moglie Anna della famiglia di Anita, l’anziana che accudisce, oltre ai medici e agli infermieri di Cona e di San Rocco.

Una rete di amicizia che non potrà lenire l’enorme dolore  di una madre che perde un figlio in guerra, ma che perlomeno la fa sentire meno sola nell’affrontare un dramma senza senso.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 aprile 2022

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«Attendiamo la pace sotto le bombe»

30 Mar
Don Moreno insieme ad alcuni profughi accolti

Don Moreno Cattelan ci aggiorna da Leopoli: «siamo tra la paura crescente e piccoli segni di normalità». Il 26 tre bombe russe sopra la città

A un mese dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, ricontattiamo via WhatsApp don Moreno Cattelan, uno dei sacerdoti che vivono nella Casa della Comunità – Monastero di Leopoli (L’viv), nell’ovest del Paese, Monastero che ha un reparto di accoglienza per disabili chiamato Cafarnao e un ostello per giovani intitolato ai ss. Apostoli Giacomo e Giovanni. 

Sabato 26, appena 48 ore dopo la nostra telefonata, Leopoli è colpita da tre bombe russe.Questo il racconto di don Moreno: «Verso le 15,45 abbiamo ricevuto la visita da parte dell’ambasciatore italiano in Ucraina, Pier Francesco Zazo assieme  al  capo della cancelleria Sergio Federico Nicolaci. Sono venuti personalmente a ringraziare per il lavoro che svolgiamo in particolare per la collaborazione che  possiamo garantire nell’aiutare quanti si rivolgono all’Ambasciata  per raggiungere l’Italia. Mentre ci salutiamo scatta l’allarme bombardamenti. Non ci facciamo caso. Passano pochi minuti e sentiamo tre colpi secchi a ripetizione. Hai solo il tempo di mettere in salvo i bambini nel nostro sottoscala. Corri tu, come oltre la strada,  quanti cercano un riparo nei rifugi dei palazzi.  Sale il panico e la paura: “Ci bombardano! Ci bombardano!”.  È il grido dei bambini. Usciamo e notiamo una nube nera non lontano da noi. Il chierico Mykhailo con l’amico Arsen erano vicini alla fermata del tram e hanno visto i missili in cielo cadere sul bersaglio prestabilito. Un vecchio deposito di nafta. Alle 18 una seconda esplosione dalla parte opposta.  Dopo quattro ore l’allarme rientra.  Giusto il tempo di cenare e ci risiamo. Nuovo allarme. Ci troviamo tutti a Casa Cafarnao».  «Sembra passato un anno, non un mese, dallo scoppio della guerra», ci aveva confidato don Moreno. 

Lui e i confratelli nelle scorse settimane sono stati impegnati nell’organizzare viaggi per i profughi da Leopoli al confine con l’Ungheria e da lì per l’Italia o altri Paesi europei. «Sabato scorso è partito l’ultimo pullman, soprattutto di nostri parrocchiani. In molti fuggono perché hanno sempre più paura delle bombe. Ma il flusso di profughi è diminuito, prima facevamo 2-3 viaggi a settimana, ora meno». Il 21 marzo gli orionini di don Moreno avevano cercato di contattare una casa famiglia vicino Mariupol, a Melitopol, che ospita sei bambini orfani, proponendo loro accoglienza a Leopoli, ma il responsabile – che vive nel bunker con i bambini – si è rifiutato per il timore di attacchi durante il viaggio.

All’inizio di questa settimana dovrebbe partire da Leopoli un nuovo pullman con oltre 40 persone in direzione Italia. Ma ora l’incertezza e la paura aumentano. Inoltre, prosegue don Moreno, «da una settimana ospitiamo anche tre volontari italiani dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, provenienti da Rimini e Torino, venuti a Leopoli per assistere insieme ad altre associazioni (tra cui la locale BUR, che significa “Insieme costruiamo l’Ucraina”) i profughi alla stazione dei treni e a farli uscire dal Paese per raggiungere l’Italia in auto».

La solidarietà arriva anche dalla Romania e in particolare da alcuni confratelli orionini di Oradea – don Valeriano Giacomelli e don Gabriel Ciubotaru assieme ad una volontaria, Benedetta – la cui scuola, il Liceo don Orione, ha raccolto 4 tonnellate tra generi alimentari, medicine e materiale per l’igiene personale.

Uno dei missili esplosi non lontano dal Monastero di don Moreno

La vita, quindi, a Leopoli, e nel Monastero stesso, prima delle bombe cercava di riprendere, quanto più possibile, con sembianze di normalità: «abbiamo riaperto l’oratorio – ci spiega don Moreno -, i bambini vengono a giocare a ping pong, a calcetto, sono ripresi gli allenamenti della squadra di calcio dei ragazzi di 11-13 anni». E poi proseguono i lavori, iniziati nel 2018, per la nuova grande chiesa, ora sostituita da una provvisoria. A non essersi mai fermate sono le liturgie: «sempre più persone vi partecipano, per un conforto, per ritrovarsi, per non stare sempre davanti alla tv a sentire notizie di guerra. Al mattino facciamo la veglia di preghiera per i defunti e durante la Quaresima, la Messa la celebriamo solo il sabato e la domenica, oltre alla Via Crucis il venerdì». 

Ma la scuola, come il catechismo, è sospesa, e anche i beni alimentari iniziano a scarseggiare. «Nonostante ci riforniamo alla Metro, l’acqua è razionata, il grano saraceno scarseggia e così, ad esempio, anche i sacchi per la spazzatura». Insomma, nonostante tutto, prosegue, «se riesci a cacciare dalla testa che siamo in guerra, per alcuni aspetti sembra di essere tornati ad alcuni mesi fa», ci diceva il 24, due giorni prima delle bombe. 

«Quanto resta della notte?», è scritto in Isaia 21. Gli rivolgiamo la domanda a lui: «È una notte un po’ lunga, ci affidiamo a Dio. Quello che doveva essere una guerra-lampo si è trasformata in un lungo temporale, anzi in un terremoto. Aspettiamo il giorno in cui questo terremoto si fermerà e allora ci guarderemo attorno e inizieremo a ricostruire, non solo gli edifici, ma soprattutto i cuori e le vite delle persone». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° aprile 2022

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Donne e bimbi in fuga. Ma Igor è militare in Ucraina

24 Mar
Olga e la sua famiglia uniti in Ucraina prima dell’inizio della guerra

Famiglie divise dalla guerra. La storia di Olga, di Tatiana e dei loro figli. Da una vita serena alle porte di Kiev, al rifugio nei sotterranei. E ora l’accoglienza a Porotto. «Un’odissea per scappare dalle bombe russe. Chissà cosa troveremo al nostro ritorno»

Dal 12 marzo a Porotto vivono due famiglie scappate da Kiev, dove hanno lasciato familiari, parenti, amici. Ogni affetto e ogni luogo della loro vita.

Olga è scappata da Boryspil’, a 30 km dalla capitale, insieme ai figli, Daria di 17 anni e Ivan di 11. A Ferrara hanno raggiunto la madre Ludmila – che vive nella nostra città dal 2000 e lavora nella cucina del ristorante “Le nuvole” – e la sorella Caterina, dal 2004 a Ferrara, impiegata come cameriera all’Hostaria Savonarola.

Le due donne vivono insieme e non avendo spazio nel loro bilocale per ospitare Olga coi figli, han dovuto trovare un’altra soluzione: grazie all’Associazione Nadiya di piazza Saint Etienne, ora sono al sicuro in un appartamento nella frazione fuori città. Ma Olga non è scappata solo coi figli ma anche con l’amica Tatiana e i suoi due figli, Vitaliy di 17 anni e Lilia di 13, che vivono nella stessa località, dove si trova anche l’aeroporto internazionale di Kiev- Boryspil’.

Il marito di Tatiana è morto lo scorso luglio, mentre quello di Olga, Igor, è un militare impegnato nel Servizio di Coordinamento e Controllo dell’Aeronautica ucraina. «Ci sentiamo con lui ogni giorno, più volte al giorno – mi racconta Caterina -, e questo allevia molto la preoccupazione».

Dal 24 febbraio Olga, Tatiana e i loro rispettivi figli non si sono più separati. Da quel maledetto giorno in cui iniziarono i bombardamenti russi, hanno vissuto nel seminterrato di una signora loro vicina di casa: «di giorno mia sorella e Tatiana andavano a lavorare» – Olga è commercialista in una rete di poliambulatori -, e alle 17 rientravano» nel rifugio, dove quindi vivevano in sette.

Il viaggio per arrivare nella nostra città

«Abbiamo dovuto mettere tutta la nostra vita in un bagaglio a mano e partire, senza sapere se al ritorno ritroveremo la nostra casa e i nostri affetti». Così Olga e Tatiana cercano di spiegare la consistenza del dramma che stanno vivendo.

È Caterina a raccontarci la loro odissea da Kiev a Ferrara: «sono partiti la mattina del 9 marzo e sono arrivati a Ferrara alle 22 del 12. Da Kiev avrebbero dovuto arrivare col pullman a Trieste, ma loro e altre persone sono state prima scaricate alla frontiera con la Polonia, che quindi hanno attraversato a piedi, poi alcuni volontari le hanno portate a Varsavia e successivamente a Lubiana». Hanno trovato, nel frattempo, altre difficoltà nel trovare pullman disponibili e con gli ostelli dove poter alloggiare, dormendo anche in stazione. «Dopo tante telefonate abbiamo trovato un autobus privato diretto a Napoli, con 90 posti, a pagamento, che quindi le ha lasciate all’Autogrill Po Ovest».

Un approdo in un posto sicuro, anche se la sofferenza e l’angoscia rimangono. «Daria, mia nipote, il giorno dopo l’arrivo a Ferrara ha avuto un crollo psicologico, piangeva ed era molto triste. Almeno, però, riesce a rimanere in contatto anche con le compagne di scuola. Ora lui e il fratello sono un po’ più sereni».

A breve dovrebbero iniziare ad andare a scuola, e per ora hanno potuto seguire alcune lezioni registrate su Zoom.

Piccoli passi per riabituarsi a una vita normale, se così si può dire, in attesa che dall’Ucraina possano arrivare notizie migliori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 marzo 2022

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A Ferrara per tornare a respirare, a Kiev per resistere e sperare

24 Mar
Galina, Vyacheslav e i figli

Famiglie divise dalla guerra. A Ferrara, nella sede dell’Associazione Nadiya abbiamo  parlato con Galina, scappata con i figli di 6 e 7 anni. A Kiev ha lasciato il marito Vyacheslav, in attesa di essere chiamato a combattere. Lo abbiamo contattato per farci raccontare il dramma in corso

di Andrea Musacci

Galina e i figli in salvo a Ferrara

Kiev così lontana, Kiev mai stata così vicina. Vicina nel cuore, nelle viscere di una donna, di una moglie, di una madre. Vicina nello strazio che vive il cuore di Galina, una delle donne che fino a un mese fa vivevano una vita normale, in una grande capitale europea. E che ora sono qui a Ferrara, a oltre 2mila km di distanza, con i due figli piccoli, sperduti, spaventati pur non del tutto consapevoli di ciò che sta accadendo. Consapevolezza che invece ha lei, nei suoi occhi che presto si bruciano di lacrime. 

Conosciamo Galina il 17 marzo. Siamo in piazza Saint Etienne a Ferrara, di fianco alla chiesa di Santo Stefano. È da poco terminato uno dei corsi di italiano che l’Associazione Nadiya sta organizzando per i profughi provenienti dall’Ucraina. Roberto Marchetti alla fine della lezione domanda chi vuole lasciare una testimonianza per il nostro giornale. Tante le persone che si defilano, le teste che si abbassano, per pudore, tristezza. Galina invece dice: «io voglio raccontare cosa succede».

Arrivata lo scorso 6 marzo a Ferrara insieme ai figli Nazar di 7 anni e Tania di 6, nella Kiev sotto le bombe ha lasciato il marito Vyacheslav e una sorella. Col marito, ci spiega, si sentono quotidianamente tramite Viber o Skype, lui le invia anche immagini della città martoriata. In lei si capisce che combattono il bisogno di sapere e il dolore di conoscere quel che accade. Galina a deciso di venire a Ferrara perché qui sua madre lavora da oltre 10 anni. Lei e i bambini sono stati accolti dalla famiglia dove la madre lavora come badante.

«Alle 4.15 del mattino del 24 febbraio – ci racconta – la Russia ha iniziato a bombardare Kiev. Non ce l’aspettavamo. Abbiamo visto passare i razzi sopra le nostre case. Noi viviamo al 18° piano di un edificio di 22 piani, nel quartiere Darnyts’kyi», zona est di Kiev.

Il 3 marzo lei e i bambini hanno lasciato la città, pagando un privato perché li portasse fino a Ternopil. Un viaggio durato 19 ore. 

«Siamo stati un giorno in un parcheggio sotterraneo insieme a tante altre persone.  I genitori come me uscivano ogni tanto per comprare da mangiare. Poi per alcune ore siamo stati ospitati in un alloggio, prima che alcuni volontari ci portassero al confine con la Polonia. Ci tengo tanto a ringraziare le persone che ci hanno aiutato e quelle che ci hanno accolte». 

«Mio marito è rimasto a Kiev a fare la resistenza», prosegue Galina. «Mi racconta che lì la gente ha paura, si nasconde nei sotterranei, è terrorizzata dalle bombe e dai residui degli ordigni che cadono. Ma iniziano ad aver paura di andare anche nei sotterranei perché temono che le case possano crollare». 

«Non vorrei – conclude – che Kiev finisse come Mariupol o Kharkiv. Le persone nella mia città sono molto depresse dopo settimane di bombardamenti, pensano di morire, gli sembra di non avere vie d’uscita».

Vyacheslav aspetta di arruolarsi a Kiev

Prima mi invia le foto da Kiev dei palazzi dilaniati dalla furia russa. Poi mi inizia a scrivere su WhatsApp, Vyacheslav, marito di Galina, tre settimane fa ha dovuto farla partire con i bambini per un Paese lontano, il nostro. 

Le sue parole decide di anticiparle con le foto e i video della devastazione nel distretto di Podolsky e in quello di Lukyanovka, e dell’orrore dei corpi dilaniati a Mariupol.

«Sto aspettando di essere convocato per arruolarmi nell’esercito – ci spiega –, sono pronto per combattere». «Qui a Kiev in molti sono pronti ad arruolarsi ma attualmente non ci sono abbastanza armi per tutti. In ogni caso se i russi invadono la città, dobbiamo tutti combattere. Anch’io». 

Vyacheslav mi spiega che si è laureato al Dipartimento militare, ed è impiegato come contabile, anche se naturalmente ora la sua azienda è chiusa. Ora che la sua famiglia è dovuta scappare, vive con la madre di 82 anni nel suo appartamento nel Distretto di Nyvok a Kiev. «È anziana, non è riuscita a lasciare la città e in ogni caso non avrebbe voluto abbandonare la sua casa».

«Qui spesso i russi bombardano la città dalle 3 alle 8 del mattino, ogni giorno c’è il coprifuoco. L’azione della nostra difesa aerea è molto dura, Irpin e Gostomel sono vicine», rispettivamente a 50 e 70 km dalla capitale. «Il nostro Paese ha bisogno di una difesa aerea più imponente e di altri aerei perché la gente sta molto soffrendo sotto le bombe. Mariupol e Kharkiv sono state praticamente distrutte».

«Le nostre giornate le trascorriamo in casa, esco solo per comprare l’acqua e altri beni essenziali. All’inizio – prosegue – spesso ci rifugiavamo nel seminterrato della nostra casa, ma ora quando le sirene suonano non scappiamo nemmeno più, rimaniamo in casa. Tante persone, però, sono scappate nella metropolitana e ora vivono lì».

Vyacheslav poi mi racconta di suo figlio di 15 anni, avuto dal suo primo matrimonio. Lui vive con la madre e la nonna a Kherson, città occupata dai russi. «Mio figlio mi racconta che l’esercito russo bombarda i rifugi antiaerei dove le persone si rifugiano, quando l’esercito ucraino ha attaccato le loro truppe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 marzo 2022

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