Archivio | marzo, 2026

Afghanistan, dove «essere donna oggi è una colpa»

6 Mar

Cristiana Cella a Ferrara: «donne senza diritti. Le grandi potenze fanno affari coi talebani»

Rimarranno nella storia le immagini disperate degli afghani che nell’agosto 2021 non riuscendo a scappare consegnavano ai marines in fuga dal loro Paese i bambini, anche molto piccoli, per metterli in salvo dall’orrore che stava tornando.I talebani, infatti, dopo 20 anni avevano riconquistato il potere. È partita da questo la cruda ma necessaria riflessione di Cristiana Cella, giornalista e scrittrice che lo scorso 25 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara ha presentato il suo ultimo libro, “Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani” (ed. Altraeconomia), intervistata da Giorgia Pizzirani di Emergency. Racconti raccolti negli anni da confidenze, sfoghi delle stesse donne afghane (che nel Paese sono 21 milioni).

Cella segue le vicende afghane dal 1980, quando entrò clandestinamente a Kabul per documentare la resistenza contro l’invasione russa. Ha vissuto tra i combattenti laici e democratici sulle montagne del Paktia e dal 2009 fa parte dell’Associazione CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), che dal 1999 promuove progetti di solidarietà a favore delle donne afghane. CISDA è in contatto con RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), organizzazione femminile afghana indipendente – ora clandestina -, attiva dagli anni ’80.

La mancanza di ogni diritto e libertà, soprattutto per le donne ma non solo, in Afghanistan oggi si accompagna a una tremenda crisi economica  che affama più di 14 milioni di persone, con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, secondo il recente report del l’ONU, Analytical Support and Sanctions Monitoring Team, diverse formazioni jihadiste internazionali (fra cui al-Qaeda) restano attive sul territorio.

Cella ha iniziato con l’elencare i diviete imposti oggi alle donne in Afghanistan; ne citiamo solo alcuni: lavorare, studiare, pregare in pubblico, uscire senza un familiare stretto, incontrare altre donne in pubblico, vestirsi liberamente, truccarsi, ascoltare o suonare musica, fare sport, andare in bici. Insomma, la donna «non può vivere», ha detto Cella. «La polizia morale può arrestare una donna se ha l’hijab messo male. È diventata una forma di assedio, il Governo fa solo controllo ormai, non governance, entra nelle vite delle donne, nei loro corpi e nelle loro menti in maniera perfida. La colpa è stata femminilizzata: essere donna oggi in Afghanistan è una colpa». Intorno alla donna – ha proseguito Cella – c’è «una totale oscurità».Per ogni minima infrazione, può essere sbattuta in carcere, e spesso non uscirne viva. E «le prigioni talebane sono qualcosa di inimmaginabile in quanto a violenze, privazioni e condizioni igieniche.E quando la donna conclude la sua detenzione, viene isolata dalla famiglia, perché essere stata in carcere è una vergogna». Non è un caso, quindi, «se fra le donne sono in forte aumento i suicidi, soprattutto fra le adolescenti e le ragazze», che «faticano a trovare un motivo per vivere»: tante donne soffrono di depressione, «e spesso fanno uso di mix di droghe sintetiche micidiali. Le madri si sentono impotenti, non possono dar loro un futuro». Recentemente, a gennaio 2026, i talebani hanno promulgato il nuovo Codice penale, il Criminal Procedures Code for Courts, che ad esempio all’articolo 9 – ha proseguito Cella – «divide la società in caste: in alto ci sono i ricchi e i religiosi, gli imam; poi la classe media; e in fondo la maggior parte della popolazione, coloro che non hanno niente, veri e propri schiavi».

In tutto questo orrore, c’è un minuscolo spiraglio di luce: «alcune donne resistono, esiste una resistenza sotterranea», grazie soprattutto alla sopracitata RAWA, «che aiuta le donne anche a livello medico-sanitario», perché da una parte una donna non può essere visitata svestita o curata da un medico uomo, dall’altra le donne non possono più svolgere il servizio come mediche o ostetriche. «Se un uomo fa male ad un animale – un gallo, un cammello – si fa 5 mesi di carcere, se invece fa male a una donna, 15 giorni. Anche perché la donna non potendosi far vedere da un medico non può mostrare i segni delle violenze subite».

E RAWA ha anche «scuole segrete», luoghi «dove la speranza può fiorire.Alcune donne mi han detto: “vivo solo perché esistono luoghi come questo”.Anche se vivono con la costante paura di essere scoperte». Ad esempio, ha raccontato Cella, una scuola segreta si trova nelle grotte del Bamiyan – dove vive gente poverissima -, zona nella quale nel 2001 le due enormi statue del Buddha del 6° secolo furono distrutte dai talebani. Nelle scuole «viene anche insegnato alle donne a cucire, almeno per tenersi impegnate in casa».

I talebani, quindi, «hanno distrutto la vera cultura afghana, l’arte, le tradizioni», come il Nowruz, il capodanno afghano che molti «festeggiano di nascosto. Ciò che mi commuove davvero è la loro forza, il loro desiderio di vivere.Le donne afghane hanno tanto coraggio e fantasia. A volte fanno piccoli flash mob di nascosto, filmandosi e diffondendoli via web».

Cella ha poi analizzato le enormi e criminali responsabilità delle medie e grandi potenze del mondo: dall’Accordo di Doha del 2020, alla Conferenza di Doha del 2023 e a quella dell’estate del 2024, con l’indifferenza complice di Cina, India, Russia, Iran, USA, e in generale di tutti i Paesi dell’ONU. «Perché nessuno dei governi ha detto nulla?», si chiede Cella. Responsabilità che Paesi come gli Stati Uniti si portano dietro dagli anni ’80, quando finanziarono i talebani in chiave anti-URSS. D’altra parte, «soprattutto Cina, Russia e USA anche recentemente han fatto affari coi talebani». Gli afghani «come altri popoli – curdi, palestinesi, vari popoli africani – sono considerati sacrificabili».

Insomma, «l’Afghanistan è una galera a cielo aperto, è impensabile che le donne debbano affogare in un buio così». Ma c’è chi cerca di tener aperti piccoli spiragli di luce.

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La guerra contro le donne afghane e le storie di 21 rifugiate



A Ferrara il libro “Donne. Resistenza. Libertà” di Angela Iantosca

Ventuno milioni sono le donne in Afghanistan. Ventuno l’anno che segna il ritorno dei talebani al potere.E ventuno le donne raccontate dalla scrittrice e giornalista Angela Iantosca nel suo ultimo libro, “Donne. Resistenza. Libertà.Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” (Ed. Paoline), presentato il 27 febbraio a Ferrara, nella Sala della Musica di via Boccaleone. L’evento organizzato dal Comune di Ferrara (Assessorato alle Pari Opportunità), con la partecipazione delle Paoline, in collaborazione con ACLI provinciali di Ferrara, in occasione dell’80° Anniversario del Diritto di voto alle Donne, e per celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale per i Diritti delle Donne, ha visto l’autrice intervistata da Donatella Ferri.

La definisce una sorta di «guerra civile contro le donne, che si inventano strategie di sopravvivenza», Iantosca, quella in Afghanistan. Un lavoro, quello dell’autrice, che inizia quando viene a conoscenza dell’ONG Nove -Caring Humans, che opera proprio nel Paese asiatico. «Un giorno, sentendo parlare pubblicamente una madre costituente, sento le stesse parole usate dalle donne afghane oggi. È stata quindi questa ONG ad aiutarmi a trovare queste donne rifugiate in Italia, altri Paesi europei o in Pakistan». Di queste – dice – «i grandi media – escluso “Avvenire” – non ne parlano più». Ma loro «hanno una consapevolezza dei loro diritti, una linfa vitale che noi abbiamo perso. Ciò dimostra come spesso i migranti e i rifugiati possano ridarci questa consapevolezza. Ma  anche in Italia spesso la società civile non sa accoglierle: loro stesse mi hanno raccontato dello sguardo pieno di pregiudizi di molti nei loro confronti».

Delle 21 donne (tutte di etnia azara) raccontate nel libro, 19 han lasciato l’Afghanistan in quell’agosto del 2021 che ha segnato il ritorno al potere dei talebani.Le altre due invece erano già all’estero: una fa la cantante a Londra, l’altra è una scrittrice che ha aperto un salone di bellezza a Modena, ed è stata vittima di violenza da parte dell’ex marito. Le altre sono artiste, giornaliste, politiche, studentesse, insegnanti, ostetriche, speaker radiofoniche. Tutte prima del 2021 bene o male avevano una vita sociale, legami familiari e amicali. «Ora molte di loro sono costrette come rifugiate a fare lavori diversi: OSS, donne delle pulizie, bariste, benzinaie». Sono tutte istruite, c’è anche una giovane, Fatima, 18 anni, «la prima guida turistica in Afghanistan, che faceva la pastorella e quando aveva 8 anni per volontà del padre non poteva più andare a scuola: così, all’aperto mentre lavorava seguiva di nascosto una scuola per uomini e scriveva sulla sabbia perché non aveva quaderno e penna». C’è Waheeda, 21 anni, che viveva a Kabul con madre, fratello e sorella. Con quest’ultima è arrivata in Italia incinta di 4 mesi, il padre di suo figlio rimasto in Iran. «Quando il bimbo è nato, il padre di Waheeda ha smesso di parlarle, ma lei può insegnare la libertà a molte donne, mi ha ricordato un’altra ragazza madre, madre costitutente, Teresa Mattei, che  Togliatti voleva far abortire». Limitazioni e pregiudizi «che in parte mi han ricordato quelli raccontatimi da alcune calabresi della Locride». E ancora: Sediqa, ostetrica, col marito gestiva una scuola di 1000 studenti ma non andava in bici. «Ora in Italia se l’è comprata e mi ha promesso che la userà». O Nesa, che in Italia «ha impiegato 3 anni per riuscire a togliersi il velo». E Khrisma, che mi ha detto: «ora mi vedo coi miei occhi, non con quelli degli altri».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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«Noi curiamo le loro ferite, loro curano le nostre anime»

6 Mar

Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir: «i corpi dei migranti, torturati e ingombranti»

Nella Piazza del Mondo di Trieste, un gruppo di donne ricama su un enorme lenzuolo i nomi dei migranti morti durante i viaggi per sfuggire alla violenza, in cerca di una vita migliore.È il lenzuolo della memoria “Madri di frontiera”. Un “velo pietoso” che non nasconde il dolore ma lo mostra, e ne mostra le cause. È il dolore dei migranti che a migliaia arrivano o transitano a Trieste, provenienti perlopiù da Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq Iran e Bangladesh.

Lo scorso 1° marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara sono intervenuti i coniugi Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, fondatori dell’Associazione “Linea d’ombra” che a Trieste soccorre queste persone in arrivo dalla rotta balcanica. I due sono stati intervistati da Massimo Cipolla, avvocato già consulente legale, tra gli altri, del Centro Servizi Integrati per l’Immigrazione dei Comuni della provincia di Ferrara. Un centinaio i presenti all’incontro.

«Sono, i nostri, a livello globale, tempi atroci, fatti di guerre e genocidi», ha esordito Franchi. Le domande “Chi sei Tu?Che sono io?” del ciclo di incontri per l’Ottavario «mi portano a domandarmi “Chi siamo noi”». L’io-tu, quindi, come embrione del noi. «I migranti a Trieste – nei loro Paesi vittime del colonialismo e della crisi ecologica – mi hanno in qualche modo aiutato a rispondere». Trieste, dove da anni incontriamo «migranti ai limiti della sopravvivenza, più volte abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza: e allora abbiamo compreso che non potevamo non fare nulla. Curiamo le loro ferite e diamo loro da mangiare: ecco cosa facciamo. Ma il nostro intento è anche politico, inteso come qualcosa che modifica la polis.Non accettiamo – ha proseguito – questo mondo di indifferenza prima e di violenza poi. Aiutiamo queste persone affinché possano essere libere di andare dove vogliono, contro il potere degli Stati e dell’Unione Europea che li bloccano o li uccidono coi loro dispositivi di controllo e di morte». È il potere istituzionale di un Occidente dominato «dall’indifferenza, dall’individualismo e dalla competizione/guerra, che fa dell’altro un nemico. Cerchiamo, invece, di creare  forme comunitarie di vita:è questo il “comunismo della cura” che dà il titolo a un mio libro», dove comunismo, appunto, è sinonimo «di cura e di relazioni necessarie affinché ci sia la vita». Insomma, «è solo la comunità a poter salvare la vita».

«I migranti – ha esordito poi Fornasir – coi loro sguardi ci insegnano a vedere noi stessi, il nostro trauma». Loro, «sporchi di fango, con l’odore di marcio e le piaghe nei piedi». Loro che, però, «spesso arrivano sorridenti e mi chiedono “Come stai?”». Insomma, «sono loro a curare noi. A volte mi dicono “sono salvo ma non sono vivo”»: si sentono morti dentro per tutta la violenza che han subito e alla quale hanno assistito. Come quel migrante che, alla frontiera tra Grecia e Turchia, ha visto un poliziotto uccidere un bimbo piccolo in braccio alla mamma con un colpo di pistola in testa e gettarlo nel fiume solo perché il suo pianto lo disturbava. «Ho visto i segni sui corpi di alcune persone migranti delle torture subite: io mi chino su di loro per curare le loro ferite», e «come posa di sovvertimento della posizione di potere che normalmente noi bianchi abbiamo nei confronti degli altri popoli. “Dio mio, perché mi è stato fatto tutto questo?” è il grido che spesso leggo negli occhi di queste persone» che arrivano a Trieste. Tra loro, «sempre più minori: arrivano di sera o di notte, e la mattina dopo prendono il primo treno diretto verso il nord Europa» e così proseguono il loro game, gioco (così lo chiamano), fatto di tappe, di livelli. Una sfida, però, molto, troppo reale. Molti migranti dormono nel silos, vecchio edificio abbandonato vicino alla Stazione dei treni. «Corpi ingombranti», da “sfrattare”, come quelli degli abitanti del nostro Grattacielo. Il potere, si diceva.Che è anche quello che amministra Trieste in questi anni e che contro questi migranti «ha chiuso i bagni pubblici e i sottopassi, messo reticolati, fatto sgomberi di massa». Ma alcuni anche giovani, lì sono morti per il freddo e le violenze subìte.

“Linea d’ombra” è una presenza di carità e non è solo un gruppo di triestini che ogni giorno li soccorre, ma una rete nazionale fatta anche da tanti “Fornelli resistenti”, gruppi che dalle varie città cucina e poi porta il cibo a Trieste (sono oltre 55 in tutta Italia).Un “Fornello resistente” esiste anche a Ferrara e per l’occasione l’ha brevemente presentato Gaetano Zanghirati. Sono gruppi che portano anche beni alimentari confezionati oltre che vestiti, scarpe e coperte. Diversi, sono, anche nella nostra città, i mercatini di autofinanziamento che ciclicamente tornano durante l’anno. Il prossimo viaggio di ferraresi è l’11 e 12 marzo, guidato da Domenico Bedin.

Andrea Musacci

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GLI ALTRI INCONTRI DELL’OTTAVARIO AL CORPUS DOMINI

Il secondo appuntamento, venerdì 6 marzo alle 20.45, avrà come destinatari privilegiati i giovani, offrendo loro la possibilità di “incontrare” Francesco in modo esperienziale, proprio a partire dalla sua domanda “Chi sei Tu? Che sono io?”. Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista) attraverso la metodologia dello psicodramma (parola composta da psyché, anima e drama, azione) accompagnerà i partecipanti a sperimentare in gruppo l’incontro con questo personaggio storico.

Sabato 7 marzo alle 16 sarà fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo) ad intrattenere con la sua competenza e amicizia appassionata per il Poverello. Ci aiuterà ad individuare i cardini dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi e a riconoscere come il suo desiderio e la sua esperienza di Dio, pur portati fino alla dimensione più estrema possibile ad un uomo, possano essere alla portata anche di ciascuno di noi, di quanti intendano vivere da discepoli. 

Infine, domenica 8 alle ore 16 avremo modo di sostare in ascolto di “Francesco e l’infinitamente piccolo”, una lettura teatrale con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte) con testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin. Sarà un viaggio poetico attraverso i sentieri luminosi dell’anima di Francesco d’Assisi. Non segue l’ordine cronologico della vita di Francesco, ma indugia su alcuni momenti cruciali, illuminandoli con la sua prosa poetica. “Francesco e l’Infinitamente Piccolo” diventa un invito a riflettere, a interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul nostro posto nel mondo e sul nostro legame con il Tu di Dio. La vera felicità, ci ricorda l’autore, non risiede nei beni materiali, ma nell’amore, nella gioia e nella semplicità. 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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La cura come gratuità, non relazione di potere 

5 Mar

Suor Linda Pocher è intervenuta a Casa Cini: «Gesù modello di cura  che supera i generi. Ripensare il ruolo delle donne nella Chiesa»

Lo scorso 26 febbraio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato la nuova lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Liberare la comunicazione dal potere”.Relatrice è stata suor Linda Pocher, Figlia di Maria Ausiliatrice, laureata in filosofia, dottoressa in teologia dogmatica, socia dell’Associazione Teologica Italiana e co-autrice, fra l’altro, del libro “Smaschilizzare la Chiesa? Confronto critico sui Principi di H.U. Von Balthasar”, scritto con Lucia Vantini e Luca Castiglioni.

Papa Francesco ha parlato del «linguaggio nuovo della cura», legata in particolare alla maternità.Ma sono tre le obiezioni/domande di sr Pocher a questa concezione: in che senso la cura è un «linguaggio nuovo»? Secondo: «è sbagliato idealizzare la maternità». Terzo: «in ogni relazione educativa, soprattutto in quella materna, si nasconde una relazione di potere». Nel riflettere su questi tre punti, la relatrice ha innanzitutto spiegato come la cura sia «lo stile di Gesù: Egli si è preso cura delle persone e ha lasciato che altre persone si prendessero cura di lui». Nell’ultima cena, istituzione dell’Eucarestia, «lo stesso Suo nutrire è un gesto di cura», in esso Gesù offre il proprio corpo e sangue «come fa una madre: la gravidanza è infatti l’unico caso in cui un essere umano si nutre a livello biologico del corpo di un altro», della madre appunto.E ciò Gesù «chiede  anche ai suoi discepolo di farlo». Così, «comportandosi come una madre, Gesù rompe la distinzione fra i generi» e per questo dopo San Paolo potrà dire: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Ogni persona – maschio o femmina – è chiamato a «comunicare attraverso il linguaggio della cura, a maturare questa dimensione. Dimensione che è diventata anche etica, «etica della cura», solo nel XX secolo, quando alle donne è stato permesso di iniziare a proporlo in ambito scientifico/accademico. La cura, poi, è un linguaggio nuovo perché «il Vangelo è sempre nuovo», Gesù è sempre una novità, una lieta notizia. La stessa parola, quindi, «non è strumento di potere se lascia spazio all’altro, all’ascolto dell’altro: per prendermi cura di un’altra persona devo mettermi innanzitutto in suo ascolto». Il Regno di Dio «si manifesta quando le persone sono guarite e quindi diventano capaci di amare sé e gli altri».

Ma relazioni nate come cura possono facilmente trasformarsi in «relazioni di potere in quanto asimmetriche: si pensi alla relazione madre-figlio, o con un superiore/una superiora in un ordine religioso o in Seminario». Qui possono nascere anche «forme di abuso». Per questo, sr Pocher ha citato la filosofa Luigina Mortari, la quale mette in guardia dall’assolutizzazione/idealizzazione di una relazione di cura:«il rischio è di non riuscire più a interpretare correttamente la realtà». Per Mortari la relazione più a rischio è quella madre-figlio, la seconda quella tra infermiere e malato (sì asimmetrica ma non di sangue), mentre quella di amicizia se vissuta autenticamente è la migliore, «la più libera e gratuita». Tutto ciò, senza dimenticarci che «dobbiamo innanzitutto prenderci cura di noi stessi, poi dell’ambiente in cui viviamo e quindi degli altri». Invertire l’ordine è nocivo per sé e per gli altri.

Infine, sollecitata da una domanda proveniente dal pubblico, suor Pocher ha riflettuto sulla questione del diaconato e del sacerdozio femminile: «nella società di oggi – ha detto la relatrice – non esistono più ambiti di azione solo maschili o solo femminili». Inoltre, «non è vero che nella storia della Chiesa non siano mai esistite donne ordinate, anche se queste diaconesse erano solo al servizio di donne» (ma appunto, erano altre epoche); è poi vero che gli apostoli erano tutti maschi ma «questi non c’entrano col sacerdozio perché i primi presbiteri o vescovi ordinati risalgono al III secolo»;  e ricordiamo che «dalle lettere di Paolo emergono alcune donne alla guida di comunità cristiane». Contro l’ordinazione diaconale o sacerdotale femminile, vi è poi l’obiezione che Cristo era un maschio «ma tutti – uomini e donne – siamo stati creati a immagine del Figlio e rappresentare Cristo non significa essere uguali a lui in aspetti come quello legato al genere». Sr Pocher ha poi citato l’art. 60 del Documento finale del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2024), dove fra l’altro è scritto: «In forza del Battesimo, uomini e donne godono di pari dignità nel Popolo di Dio. Eppure, le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa (…). Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo. Anche la questione dell’accesso delle donne al ministero diaconale resta aperta e occorre proseguire il discernimento a riguardo (…)». Parole su cui riflettere.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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La bellezza del «quasi niente» contro il subdolo veleno del male

4 Mar


Don Luigi Verdi a Ferrara: «guardare gli altri con gli stessi occhi di Dio, vivere la meraviglia»

Il male è «un fungo», è «un veleno«, si diffonde facilmente. Ma non serve lamentarsi: bisogna costruire «un’alternativa» con la propria vita.

Ha incantato gli oltre 100 presenti, don Luigi Verdi, fondatore della Fraternità di Romena vicino Arezzo. La sera dello scorso 25 febbraio è intervenuto nella chiesa del Gesù, a Ferrara (via Borgo dei Leoni), invitato dal parroco don Giacomo Falco Brini. A metà giornata aveva incontrato anche un gruppo di detenuti all’interno della Casa Circondariale di via Arginone. Teologo e scrittore per il quotidiano Avvenire, don Verdi nella chiesa del Gesù ha riflettuto sul tema “Le umili meraviglie”, alternando alle sue meditazioni clip video suggestive, con musiche e immagini.

«Oggi siamo tutti muti nel dolore – ha detto -, tutti più soli, non ci sentiamo a casa», se per casa intendiamo «quel luogo dove c’è qualcuno che mi guarda davvero, di cui posso fidarmi». Siamo tutti «avvelenati dal veleno dell’antico serpente, che ci rende disumani. I soldi, oggi, contano più delle persone, il demonio non è all’inferno ma da tutte le parti». Ma è importante capire che «il male non ha profondità, è stupido, è banale, si diffonde ovunque, come un fungo». Male che non va evitato ma «attraversato», come va attraversato «il tempo che viviamo». La domanda fondamentale che ognuno deve porsi è: «voglio andare verso la vita o verso la morte?». La meditazione di don Verdi è sincera, senza retorica: «nella storia le religioni han fatto tanti danni, han diviso popoli, le persone tra loro e nel loro cuore. Io invece amo la parola “spirituale”, parola universale, che fa respirare».

Don Primo Mazzolari nel 1937 scriveva: «A un mondo che muore di fame, di miseria, di pesantezza, di odio, che gli egoismi più feroci divorano, le parole non bastano. Occorre che qualcuno esca e pianti la tenda dell’amore accanto a quella dell’odio». Da qui è proseguita la riflessione del sacerdote. Dall’invito ad abbandonare il lamento sterile, a non parlare solo del male che c’è ma a «far crescere il grano, l’amore», salvare «ciò che inferno non è» (Calvino), «avere compassione per chi sbaglia: è facile abbracciare il corpo della vittima, di chi soffre, dobbiamo invece abbracciare il corpo del traditore, di chi fa il male». Bisogna, quindi, creare «un’alternativa al male, qualcosa di diverso». «Oltre ciò che è giusto e sbagliato, c’è un luogo. Ci incontreremo là», ha scritto Jalal al-Din Rumi, teologo e poeta musulmano persiano del XIII secolo. È una delle scritte poste all’ingresso della pieve di Romena. «Nel mondo può non cambiare nulla, ma può cambiare il mio sguardo, quindi posso non vedere solo il male, ma mettermi in cammino.Ogni mattina – ha proseguito don Verdi – rivolgo due preghiere a Dio: di rimanere piccolo, cioè umile, e di avere gli occhi di Dio». Cioè di «vedere come Dio guarda ognuno di noi, quel Dio che ci aspetta, sempre. Noi siamo eredi sia di Caino sia di Abele: il primo ha ucciso la parte più bella di sé, il secondo ci insegna che si può vivere anche nella semplicità, nella concretezza: se vuoi davvero capire la vita, toccala, entraci dentro, fai qualcosa». La meraviglia, dunque, è «il guardare e riguardare sempre con ostinazione, e con umiltà, cioè ponendosi all’altezza della terra», con concretezza, appunto.

«”Io non posso credere alla morte, sarà solo un momento, ma non l’ultimo”: questo è ciò che una volta mi disse un mio amico contadino, che non era credente, e stava per morire». La vita non può finire nel nulla, «c’è sempre un nuovo inizio», dopo l’inverno viene sempre la primavera. Ed è così anche per il terribile mondo nel quale viviamo: «è come un parto, doloroso certo, ma dopo ci sarà qualcos’altro, una nuova alba. Buttiamo quindi via la malinconia», quel sentimento col quale «pretendiamo tutto e non sappiamo più dire “grazie”». E invece coltiviamo «la nostalgia, cioè il dolore del ritorno, il dolore che si vive finché non torna qualcosa di buono, il ridesiderare ciò che abbiamo perduto». È il «quasi niente», il «scegliere di vivere con poco, e a quel poco dare il massimo di senso. Un pezzo di pane e un angelo accanto – cioè una persona cara che mi vuole bene -: se abbiamo questo, non ci manca nulla». Facciamo, quindi, come «i veri profeti», che vanno «in direzione ostinata e contraria», «amiamo: la vita è troppo breve per essere egoisti».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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(Foto Pexels – Pixabay)

«Il governo autoritario delle città espelle chi considera sacrificabile»

4 Mar

SPAZIOCIDIO. Romeo Farinella e Alfredo Alietti sono intervenuti il 26 febbraio a Ferrara: «dalla Palestina alle nostre città, il neoliberismo “sfratta” gli ultimi in nome del profitto. Viviamo già in uno stato di eccezione». E «lo sgombero del Grattacielo è parte di questo discorso»

di Andrea Musacci

Esistono ormai, anche nelle città come Ferrara, fasce di popolazione considerate «sacrificabili» dal potere, gruppi di persone private del diritto fondamentale della casa. È questa l’analisi proposta lo scorso 26 febbraio in Biblioteca Ariostea da due studiosi, l’urbanista di UniFe Romeo Farinella e il sociologo urbano dello stesso Ateneo Alfredo Alietti. L’occasione è stato il primo incontro del ciclo intitolato “Spaziocidio. Dalla Palestina alla Metropoli Globale”, a cura della Rete per la Pace Ferrara, con l’adesione del Laboratorio per la Pace dell’Università di Ferrara. Un centinaio i presenti per l’incontro introdotto da Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara).

FARINELLA: DAL COLONIALISMO ISRAELIANO ALLA TERRAFORMAZIONE

Il concetto di “spaziocidio” viene sviluppato dall’israeliano Eyal Weizman, teorico dell’architettura, nel suo libro “Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele” e nella seconda edizione aggiornata dal titolo “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”. Farinella ha quindi spiegato come è Sari Hanagi, sociologo palestinese, ad aver coniato il termine. «Israele – che come Stato e Governo va sempre distinta dalla più ampia e variegata cultura ebraica – dopo la seconda intifada (2000-2005) ha iniziato a prendere di mira i palestinesi e la loro terra», ha detto il relatore. Fino al presente: lo scorso dicembre l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, per ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania. Ma il deserto «è da sempre considerato dai beduini come territorio relazionale governato in modo comunitario, senza nessuna volontà di appropriazione», com’è invece quella di Israele.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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