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La violenza sulle donne è anche economica

16 Nov

Il 13 novembre il primo degli incontri curati da Centro Ricerche Documentazione e Studi (Cds) Cultura e Centro Donna Giustizia di Ferrara

Oltre la metà delle donne vittime di violenza che si rivolgono al Centro Donna Giustizia (CDG) di Ferrara non hanno reddito o perdono il lavoro in seguito alla violenza subita. Nel 2020 in Italia in media ogni giorno ci sono oltre 3 denunce di violenze subite da operatrici sanitarie durante lo svolgimento del proprio lavoro.
Sono alcuni dei drammatici dati emersi dall’incontro svoltosi on line il 13 novembre sul canale Facebook del Cds (Centro Ricerche Documentazione e Studi) Cultura di Ferrara. L’occasione – in vista del 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – è stata la presentazione dell’Integrazione all’Annuario socio-economico ferrarese 2020, proposto dal Cds e quest’anno dedicato all’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e declinato secondo i suoi 17 obiettivi, motivo di assegnazione del patrocinio ASviS. L’Integrazione riguarda, appunto, nello specifico l’Obiettivo (Goal) 5, quello dedicato alla Parità di genere, e raccoglie testimonianze e riflessioni di 15 protagoniste delle istituzioni, della politica, delle associazioni in chiave locale, insieme a interventi di due esperte, Marcella Chiesi e Daniela Oliva.
L’incontro del 13 novembre, introdotto da Cinzia Bracci (Presidente Cds Cultura) e condotto da Annalisa Ferrari (Direttivo Cds Cultura), ha visto fra gli interventi quello di Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia: «l’essere vittima di violenza è una limitazione forte per le donne e per il loro contributo alla crescita della propria comunità. Vi è – ha proseguito – un’intima relazione tra la violenza economica e quella fisica e psicologica contro le donne: la seconda è l’esito estremo delle disuguaglianze di genere». Castagnotto ha poi esposto i dati qui sopracitati: «più della metà delle donne che si sono rivolte al CDG, dopo la violenza sono diventate disoccupate, e la maggior parte di loro non hanno reddito o hanno reddito basso: parliamo del 56% delle 217 donne che si sono rivolte a noi. Più della metà, quindi, ha subìto anche violenza economica», oltre a quella fisica-psicologica.
Dopo gli interventi dell’Assessora Dorota Kusiak e di Rosanna Oliva de Conciliis (Presidente Rete per la Parità e Referente per ASviS del Goal 5), hanno preso la parola Daniela Oliva (Istituto Ricerca Sociale), Marcella Chiesi e Roberta Mori (consigliera e Presidente Commissione Parità Regione Emilia-Romagna). Quest’ultima ha posto l’accento su come durante la pandemia in corso «molte sono le imprese femminili colpite dalla crisi e tanti i posti di lavoro delle donne andati perduti»: se il problema non viene affrontato, «questo arretramento del protagonismo femminile diventerà strutturale».
È stata poi Debora Romano, presidente sezione ferrarese Associazione italiana Donne Medico, ad accennare ai dati sopracitati riguardanti le operatrici sanitarie nel nostro Paese: sono 176mila le donne medico in italia. Dati del 2020 parlano di 5 denunce al giorno di violenze subite da operatori sanitari, 2/3 delle quali vedono vittime donne (perlopiù medici di base, guardie mediche e operatrici nei Pronto soccorso), quindi circa 1.100 in un anno. L’incontro si è concluso con gli interventi di Ilaria Baraldi (consigliera e vice Presidente Commissione Pari Opportunità Comune di Ferrara), Paola Peruffo (consigliera e Presidente Commissione Pari Opportunità Comune di Ferrara) e Liviana Zagagnoni (UDI Ferrara).
Il programma degli altri incontri in programma sul tema della violenza contro le donne organizzati da Cds Cultura e CDG si può trovare qui: https://www.cdscultura.com/it/blog/471-cds-cultura-e-cdg-centro-donna-giustizia-una-sinergia-di-impegni-condivisi
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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L’immaginario mariano lungo le strade di Ferrara

20 Mag

Nel volume “Per le vie di Ferrara”, Daniela Fratti analizza 84 edicole mariane, riflettendo in profondità anche sui significati e sui risvolti sociali e nei rapporti di genere legati a questa forma devozionale

Microsoft Word - scheda 10Chi, passeggiando in una delle vie del centro storico di Ferrara, non ha mai notato, seppur distrattamente, un’immagine mariana su un muro, vegliare dall’alto? A questa silenziosa ma affascinante presenza anche nella nostra città è dedicato il volume, in uscita i primi di giugno, dal titolo “Per le vie di Ferrara. Edicole devozionali mariane e simboli religiosi” di Daniela Fratti (Faust Edizioni, collana ‘Centomeraviglie’), che ha il patrocinio dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, dell’Associazione De Humanitate Sanctae Annae e del Soroptimist International (Club di Ferrara). Il saggio verrà presentato martedì 11 giugno alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, alla presenza dell’autrice, di Diane Yvonne Ghirardo (University of Southern California) e di Giovanni Lamborghini (Archivista della nostra Arcidiocesi). Trent’anni fa vennero censite 137 immagini mariane in tutto il territorio cittadino, entro e fuori le mura, mentre per questo volume l’autrice ha scelto di rimanere all’interno, individuandone 84 (nella foto in alto: via Porta San Pietro, 59, Madonna con bambino; a dx: via Saraceno, 7-9, Madonna con Bambino). Di particolare interesse sono i risvolti sociali e di rapporti di genere rappresentati dalla scelta nei secoli – dal Seicento perlopiù, ma anche successivamente -, di dislocare queste immagini in diversi punti della città. “Le immagini sacre della Madonna a Ferrara […] – scrive la Ghirardo nella prefazione- rimangono punti di riferimento, simboli della sacralizzazione delle vie, degli incroci e degli edifici di una città della Val Padana”. L’autrice individua in queste edicole dedicate alla B. V. Maria, “spazi particolari del femminile e cioè luoghi che offrivano accoglienza a un genere tenuto ai margini della società”. Le donne, dunque, “potevano nei quartieri, in presenza di edicole sacre, assentarsi da casa per periodi brevi, proprio per rendere omaggio alla Madonna”, sfuggendo a quella sottomissione e segregazione subita per secoli. Una marginalizzazione riguardante ad esempio la “separazione delle donne nella navata destra delle chiese grazie a un telo disteso, dall’altare all’entrata, per renderle invisibili agli sguardi maschili”, o nelle processioni dove alle donne era imposto di procedere “separate dagli uomini”. L’autrice analizza inoltre “i confini che le donne in gravidanza erano tenute a rispettare fino a parto avvenuto, per poi indicare gli altri luoghi della geografia femminile nella Ferrara moderna”. Inoltre – prosegue la Ghirardo – “le donne rimaste vedove potevano ritirarsi in convento oppure, già nel Quattrocento, nelle case delle vedove ancora visibili in via Mortara. Infine, le donne meno fortunate e costrette a darsi alla prostituzione si raccoglievano, fin dai primi anni del Cinquecento, in una zona compresa tra Via delle Volte e Palazzo del Paradiso. Quando invece l’anzianità non permetteva più di svolgere alcuna attività – sono ancora sue parole – c’era la possibilità di entrare nel monastero delle Convertite vicino a Piazza Ariostea, consegnando tutti i propri beni e ricevendo in cambio un luogo dove dormire e mangiare. Alle donne non era nemmeno permesso di andare a fare gli acquisti; questo compito toccava ai mariti, ai cortigiani, o ai garzoni con istruzioni precise su quello che dovevano procurare, compresi, in particolare, i tessuti con i quali poi le stesse donne avrebbero cucito, o fatto cucire, i vestiti per sé e le loro famiglie. Solo le donne venute dalle campagne a Ferrara per vendere i loro prodotti agricoli al mercato e le lavandaie percorrevano le strade della città, anche se solo brevemente. Le altre donne che si fossero avventurate per le vie di Ferrara – nel Quattrocento e successivamente – nella migliore delle ipotesi rischiavano di essere bersagliate con feci di cavallo, anche in faccia. […] I rischi aumentavano quando una donna si trovava da sola nei campi, ad esempio per pascolare il bestiame o svolgere altre attività campestri. In questi casi si rendeva vulnerabile al rapimento e allo stupro”. Un aspetto surreale è, poi, che “qualunque violenza contro l’immagine riceveva una punizione severa, e cioè la morte. Per le donne invece – sono ancora parole della Ghirardo – , allora come adesso, le sanzioni contro chi le percuoteva, le rapiva o perfino le uccideva, erano minori, semmai fossero previste. Sia la chiesa che le consuetudini sociali e gli statuti locali permettevano infatti ai mariti e ai padri di percuotere le femmine nel caso fosse stato ‘necessario’ per esercitare il dovuto controllo sulle donne”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

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Perché si parla poco di Maddalena e delle altre discepole di Gesù?

18 Mar

Una lettura di genere su chi seguiva il “Maestro” Gesù: Piero Stefani e Silvia Zanconato ne hanno discusso in Biblioteca Ariostea

donne vangeloSeguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

La chiamata

“Due, innanzitutto – ha esordito Stefani – sono i tipi di chiamata di Gesù: la prima, nel Vangelo di Marco, rivolta ai primi quattro discepoli (due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), avviene all’inizio, nel primo capitolo (Mc 1, 14-20: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”), e i chiamati “lo seguono solamente, senza rispondergli a parole, anche se Lui li invita a seguirlo pur non avendo alcuna autorità dimostrata”. I quattro, quindi, “escono dalla propria condizione lavorativa, di pescatori, dalle proprie ‘strutture etiche’” (lavoro e famiglia). Nel Vangelo di Luca, invece, successivo come elaborazione a quello di Marco, “è come se chi scrive sentisse maggiormente la necessità di accreditare Gesù come autorità. Per questo, la chiamata dei quattro avviene dopo la cosiddetta ‘pesca miracolosa’”(Lc 5, 1-11). In entrambi i casi, comunque, “il luogo della predicazione è aperto, pubblico e non sacrale”. Riguardo alle discepole, invece, ha spiegato la Zanconato, i loro nomi, al contrario dei maschi, “non sono ben attestati, ma oggi si può dire con sicurezza che vi erano anche donne alla sequela di Cristo, anche se i Vangeli non riportano la loro chiamata in modo esplicito”. Oltre che in Luca (Lc 8, 1-3), è soprattutto nel capitolo 15 del Vangelo di Marco che si parla di donne che “facevano parte a pieno titolo della cerchia di Gesù”: “C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15, 40-41). “Si può dire che fossero discepole – ha spiegato la Zanconato – perché si usano i termini tipici del discepolato ebraico, ‘seguire’ e ‘servire’. Inoltre, è scritto che sono con Lui fin dalla Galilea, “quindi dall’inizio della sua predicazione”, e fino a Gerusalemme: “è Gesù stesso a chiedere ai discepoli, e solo a loro, di seguirlo fino a lì”.

La non-comprensione

Ma il seguirlo fisicamente non è sempre accompagnato a una piena comprensione. “Una non-comprensione, quella delle parole di Gesù – ha spiegato Stefani – da parte dei discepoli, che si accentua soprattutto col preannuncio della passione, morte e Resurrezione. Il loro è quindi un non-comprendere innanzitutto chi è davvero Gesù”. Quest’ultimo, comunque, a parziale “discolpa” dei discepoli “era anti-dogmatico, itinerante, a volte dava interpretazioni spiazzanti della Legge”, ha invece commentato la Zanconato: insomma, “non era semplice essere suoi discepoli, starci dietro implicava un allenamento esistenziale non irrilevante”. Inoltre, Gesù usa spesso le parabole, “forme comunicative non sempre così chiare nel loro significato”, ma utili per “‘costringere’ chi lo ascolta a sperimentare nuovi metodi di ragionamento, di comprensione del reale non scontati. Il discepolo/la discepola deve quindi allenarsi a osservare la realtà da più punti di vista, a porsi domande, a farsi sollecitare dagli interrogativi di Gesù”. Una sola volta, però, nei Vangeli, non è Lui a insegnare o a porre domande, ma un’altra persona, donna e pagana, che gli chiede di guarire la figli indemoniata: “Egli rispose: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. ‘È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’” (Mt 15,21-28). Insomma, la donna, perlopiù ‘pagana’, risponde a tono a Gesù “perché comprende il significato profondo delle sue parole – ha proseguito la relatrice -, e in un certo senso gli fa cambiare idea, facendo emergere la Sua Misericordia. Gesù è quindi capace di flessibilità mentale, dimostando davvero di credere in ciò che insegna”. “La sua itineranza, inoltre – ha aggiunto Stefani -, implica insufficienza, sentirsi bisognosi dell’aiuto degli altri, perlopiù delle donne”.

Fra Pietro e Maria Maddalena

Su queste due figure in particolare si sono concentrati i due relatori nella parte finale dell’incontro. “Pietro è sicuramente presentato, fra i dodici, come il primo – sono parole di Stefani -, ma non è indicato in modo chiaro come successore. Inoltre, è colui che maggiormente non-comprende le parole di Gesù, il quale lo chiama addirittura ‘Satana’ (‘tentatore’)”. “Interessante sarebbe riflettere meglio sul primato – quasi mai riconosciuto – di Maria Maddalena”, ha proseguito invece la Zanconato. Questa donna era insieme a Maria e a san Giovanni sotto la Croce (Gv 19,25-27), ed è la prima a vederlo risorto (Gv 20,11-18). “Nella storia però si è tentato purtroppo di etichettarla come prostituta, come peccatrice, rimuovendone volontariamente il primato”. Recentemente è stato il Santo Padre a riconoscere, anche se in parte, il suo ruolo fondamentale: il 3 giugno 2016 la Congregazione per il Culto Divino ha infatti pubblicato un decreto con il quale, “per espresso desiderio di papa Francesco”, la celebrazione di santa Maria Maddalena (che ricorre il 22 luglio), memoria obbligatoria, è stata elevata al grado di festa liturgica. Un passo decisivo, anche se di strada ce n’è ancora tanta da fare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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“L’ingegno di Eva” in mostra a Fabula

7 Mar

3398_b09f404a4fe16a958f4a66b7c616fa3aIl genio artistico delle donne protagonista nella nostra città. Venerdì 8 marzo alle 18 inaugura la nuova collettiva nella galleria “Fabula Fine Art” di via del Podestà, 11. “L’ingegno di Eva” è il nome del progetto curato da Lucio Scardino che vede esposte opere di dieci donne dal 1912 fino al 2019: Giovanna Baruffaldi, Adriana Bisi Fabbri, Nedda Bonini, Maria Chailly, Leonor Fini, Laura Govoni, Beryl Hight, Mimì Quilici Buzzacchi, Ada Santini, Priscilla Sclavi.

Scardino, da cosa sono accomunate queste dieci donne?
Dall’abilità nel fare arte, nell’arco di un secolo, usando le tecniche più disparate, dal disegno all’arazzo, dall’olio all’installazione plastica.

Il loro essere artiste in che modo rappresenta la volontà di autodeterminazione femminile?
Ad esempio neò rapporto con i mariti, spesso critici d’arte, come Giannetto Bisi, Nello Quilici o Andreotti che ne hanno seguito e condiviso le ricerche.
Poi, ad esempio, c’è il caso della zitella Chailly, la quale si sentiva un po’ soffocata a Ferrara, e andava a insegnare disegno in un istituto religioso del Cairo…

Questa mostra rappresenta un pezzo di storia delle donne nel ‘900, fino ad oggi?
Sì, certamente, partendo dalla grafica caricaturale di Adriana Bisi Fabbri di un secolo fa, in linea con le ricerche del grande cugino Umberto Boccioni, per giungere alle installazioni del 2018 della Govoni.

Ferrara è terra prediletta del genio artistico femminile?
Sì è no… Ferrara è stata epicentro d’arte, ma alcune di queste artiste hanno preferito trasferirsi a Milano (Bisi) o a Roma (Quilici) o vi sono semplicemente transitate (Leonor Fini), o ancora, hanno scelto di insegnare in altri luoghi, come la Bonini.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 7 marzo 2019

Le mille anime femminili dell’arte in mostra a Ferrara

21 Dic

“Women in Art” è il nome della collettiva inaugurata sabato scorso alle 18 nella Galleria Mazzacurati Fine Art di c.so Martiri della Libertà, e visitabile fino al prossimo 3 febbraio. L’intento è quello di mostrare il ruolo delle donne all’interno del panorama artistico del Novecento, unendo fotografia, pittura e installazioni all’interno dello spazio nel centro di Ferrara. Saranno in mostra circa 15 opere delle seguenti artiste: Cindy Sherman, Shirin Neshat, Esther Mahlangu, Dadamaino, Lady Pink, Nanda Vigo, Yasmin Sison, Nan Goldin, Tejai Shah, Betty Bee, Isabella Nazzarri, Aidan, Mara Gessi, Judith Balari, Jennifer Cleto e Fiorenza Bertelli.

Tra queste spicca Cindy Sherman, fotografa americana nata nel 1954, nota per essere solita ritrarre se stessa in serie di opere con costumi diversi. In mostra, un’opera del ciclo “Untitled film stills”. Tra le altre citiamo Esther Mahlangu, pittrice sudafricana classe 1936, artista di fama internazionale rappresentata anche al Museo Magi 900 di Pieve di Cento. Infine, Nanda Vigo, milanese classe 1936, lavora tra il capoluogo lombardo e l’Africa orientale. Tema centrale del suo lavoro è l’armonia o conflitto tra luce e spazio, concetto che usa anche nel lavoro di architetto e designer. Il nostro territorio la ricorda anche per aver curato gli interni della casa-museo Remo Brindisi a Lido di Spina.

Andrea Musacci

Pubblicato (in versione ridotta) su la Nuova Ferrara il 28 dicembre 2016

Apre “Stabat Mater”, la mostra fotografica della veneziana Galli

27 Ago

Un'opera della Galli

Una delle opere di Ivana Galli in mostra

Un’abissale ricerca intimistica che attinge a simboli e figure cristiane per mettere a nudo la propria fragilità e la conseguente ricerca di una salvezza. Da queste basi prende le mosse la personale fotografica di Ivana Galli, artista di origine veneziana, che domani alle 18.30 inaugura “Stabat Mater” nell’Alchimia R&B in via Borgo dei Leoni, 122 a Ferrara. L’esposizione, a cura di Barbara Vincenzi e Robert C. Phillips in collaborazione con Angelo Andriuolo e Ars Imago Dei, raccoglie una ventina di scatti selezionati da diversi progetti passati.

Il corpo femminile nella sua nudità è il protagonista di questa esposizione: attraverso una resa fortemente pittorica, le opere della Galli non intendono veicolare un banale approccio erotico, ma un’atmosfera mistica tanto di purezza quanto di dolore. Lei stessa ci spiega come «il fatto di riprendere simboli e figure religiose è il mio modo più semplice per esprimere tematiche personali, il mio passato di sofferenze». Basti pensare, ad esempio, all’immagine della passione, col Cristo nudo, martoriato e coronato di spine, reinterpretato nel pathos del corpo di una giovane modella.

Un linguaggio visivo così visceralmente impregnato dei simboli cristiani è segno della presa di coscienza che «ogni cosa della realtà – prosegue l’artista – è un’annunciazione, è già annunciato, già scritto». Le donne di “Stabat Mater”, però, prendono in mano il proprio destino, non sono passive, come Maria la Madre di Dio sanno dire il loro “Sì”. «Per me la stessa creazione artistica – è il pensiero della Galli – rientra in questo rifiuto dell’immobilità, è la mia assoluzione, la mia salvezza», dove “assoluzione” può essere intesa tanto come scioglimento, liberazione quanto come adempimento, azione, compimento: appunto, una catarsi salvifica.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 agosto 2016

Silencio Vivo, ovvero volti, sangue e suoni di donne dal Sud America

18 Apr

[Qui le mie foto della mostra sul sito de la Nuova Ferrara]

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Teresa Margolles, Pesquisas (part.), 2016

Il sangue della vita, il sangue della morte. La bocca impossibilitata a parlare, a urlare. La terra vergine, l’asfalto sporco, e poi il fuoco, le uova, l’odore e il suono del silenzio, dell’omertà e dell’eterno dolore.

Una grande esposizione dove regna il silenzio di una terra sterminata e sterile, dove l’essere umano, con la propria essenziale corruzione, con la propria connaturata violenza, domina incontrastato, senza alcun timore di Dio.

Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina è la mini-collettiva inaugurata sabato nel Padiglione d’Arte Contemporanea riaperto per l’occasione su c.so Porta Mare, dietro Palazzo Massari. La mostra, curata da Lola Bonora e Silvia Cirelli e organizzata da UDI Ferrara e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è anche il ritorno della Biennale Donna, per la sua XVI edizione, dopo la pausa imposta, nel 2014, dal terremoto.

Quattro artiste sud americane – Ana Mendieta (Cuba), Anna Maria Maiolino (Brasile), Teresa Margolles (Messico) e Amalia Pica (Argentina) – lanciano un grido al Cielo e a ogni uomo, sul troppo sangue femminile innocente versato nelle loro terre martoriate.

Ana Mendieta (L’Avana, Cuba, 1948 – New York, USA, 1985):

  • Untitled (Volcano Series #2, 1979-1999): la terra madre, generatrice di vita e di morte, con la sua forma al tempo stesso vaginale e tombale.
  • Anima, Silueta de Cohetes (Firework Piece, 1976): l’anima che brucia fino a esaurirsi.
  • Untitled (Body Tracks, 1974-2012): le mani sporche di sangue, la violenza consumata.
  • Moffitt Building Piece (1973): una chiazza di sangue davanti a un uscio, l’indifferenza dei passanti. L’opera si ispira alla tragica morte della studentessa Sarah Ann Ottens, compagna della Mendieta all’università, morta in seguito a un violentissimo stupro.

Anna Maria Maiolino (Scalea, Italia, 1942):

  • Entrevidas (Between Lives, 1981-2010): le uova, una tensione continua, la fragilità essenziale dell’uomo, non solo in rapporto al Potere.
  • E’ o que Sobra (What Is Left, 1974-2010).
  • In-Out (Antropofagia, 1973-2000): bocche impossibilitate a parlare.
  • Untitled (2014-2015), tre sculture e un’installazione.

Teresa Margolles (Culiacan, Messico, 1963):

  • Pesquisas (Investigations, 2016): i tanti volti di giovani scomparse.
  • Aire (Air, 2003): l’odore della morte.
  • Installazione: con un telo stato assorbito il sangue del corpo di una donna assassinata, e poi questo telo è stato mondato nelle acque di Ferrara.
  • Sonidos de la muerte (Sounds of Death, 2008): registrazione dei suoni del silenzio, dell’indifferenza verso la violenza subita da molte donne.

Amalia Pica (Neuquén, Argentina, 1978):

  • On Education (2008): menzogna e verità.
  • Palliative for Chronic Listeners #1 (2012): chiusi all’ascolto, chiusi all’altro.
  • Switchboard (2011-2012).
  • The Wireless Way in Low Visibility (Recreation of the First System for non Cable Transmission, as seen on TV, 2013).

Andrea Musacci

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Anna Maria Maiolino, Entrevidas, 1981-2010

A l’Altrove mostra e incontro dedicati al “gentil sesso”

22 Nov

altroveIn occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre (giornata istituzionalizzata dall’0NU nel 1999), lo Spazio d’arte l’Altrove organizza una mostra e un pomeriggio dedicato al “gentil sesso”.

“Donna è Rosso” 2015 è il nome dell’iniziativa: rosso come il sangue, come la violenza, ma anche come l’amore, la passione.

Nello Spazio d’arte l’Altrove, in via de’ Romei, 38 a Ferrara, sede dell’Associazione Olimpia Morata diretta da Francesca Mariotti, da domani sarà possibile visitare l’esposizione collettiva con opere e installazioni varie sul tema. Inoltre, mercoledì 25 a partire dalle ore 18 vi sarà un “AperiDonna”, aperitivo tutto al femminile, momento di incontro e di convivialità per donne, un’occasione per parlare, confrontarsi, consigliarsi, fare letture insieme, senza formalismi, per creare e rinnovare amicizia e complicità. Un evento all’insegna della solidarietà oltre che dell’arte e della bellezza.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 22 novembre 2015

Impresa al femminile, convegno al Verginese

29 Mar

Donne-lavoroDonne e imprenditoria, un connubio spesso sottovalutato o ignorato ma che riveste un ruolo importante anche nella nostra Provincia. A tal proposito, ieri mattina nella Delizia del Verginese a Gambulaga ha avuto luogo il convegno “Diritti delle donne: partiamo dal lavoro”. La giornata è stata introdotta da Barbara Panzani, Assessore alle Politiche Sociali e Pari Opportunità del Comune di Portomaggiore, la quale ha spiegato come sul territorio c’è bisogno di posti di lavoro, e anche per questo «l’amministrazione comunale deve aiutare le donne imprenditrici. Bisogna – ha proseguito – dare loro strumenti,  ma anche ascoltare le loro esperienze concrete». L’intervento della Panzani è proseguito con la proposta di costituzione di un osservatorio permanente formato da amministratori e imprenditrici sul tema della conciliazione tra tempi di lavoro e di famiglia.

Uno strumento fondamentale è quello del Comitato Imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Ferrara. Vittorio Bovi nel suo intervento ha raccontato come esso nasce nel 1999 grazie al protocollo tra Unioncamere, Ministero dello Sviluppo Economico e Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Pari Opportunità. Il Comitato è formato da Unindustria, Confartigianato, Confagricoltura, Ascom, Confesercenti, Lega Cooperative, Carife e Cisl. Presieduto da Gisella Ferri, organizza seminari, presenta bandi pubblici, premi e varie iniziative sul territorio. Passando ai dati, a livello provinciale su 32.938 imprese, il 22,5% sono “femminili” (soprattutto individuali), in leggero aumento rispetto, invece, al trend negativo delle altre imprese. Infine, gli ambiti nei quali le donne imprenditrici sono più attive sono il commercio, l’agricoltura e i servizi.

La mattinata è poi proseguita con le testimonianze di donne imprenditrici: Patrizia Caleffi (Azienda Agricola Negrella S.S.), Marica Casoni (Legale rappresentante di Cromia FX S.r.l.), Alessandra Mariotti (Az. Vitivinicola Mariotti), Caterina Paparella (imprenditrice artigiana settore autoriparazione) e Fabiana Protti (Società Agricola Malvina).

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 29 marzo 2015 (in versione ridotta)

Giornata di studio su donne e lavoro

27 Mar

220px-Delizia_del_Verginese“Diritti delle donne: partiamo dal lavoro” è il titolo di una giornata di studio sullo sviluppo dell’imprenditoria femminile, autoimpiego e forme di accesso al credito, che si terrà domani alla Delizia del Verginese a Gambulaga. Durante l’iniziativa verranno affrontati i diversi temi del rapporto donne/lavoro. Si concluderà, quindi, con la testimonianza di imprenditrici nei vari settori. Questo il programma dettagliato: ore 09.30, saluto del Sindaco di Portomaggiore Nicola Minarelli. Ore 09.45, intervento di Barbara Panzani, Assessore alle Politiche Sociali e Pari Opportunità. Ore 10, intervento di Vittorio Bovi, funzionario della Camera di Commercio di Ferrara e coordinatore del Comitato provinciale per l’imprenditoria femminile, con intervento dal titolo “Comitato provinciale per l’imprenditoria femminile: progetti, idee e servizi per favorire la ripresa dell’economia locale”. Alle 10.30, “Women at work”, le testimonianze delle imprenditrici. Interverranno Patrizia Caleffi, Azienda Agricola Negrella S.S., Marica Casoni, Legale rappresentante di Cromia FX S.r.l., Alessandra Mariotti, Az. Vitivinicola Mariotti e Caterina Paparella, imprenditrice artigiana settore autoriparazione.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 marzo 2015