In viale Po 4 già accolte 30 persone. Ecco cosa fanno i volontari e alcune storie (anche legate al Grattacielo)
Siamo in viale Po, 4, arteria di Ferrara sempre molto trafficata. Da un lato, le torri vuote del Grattacielo; dietro, le sedi di Cittadini del Mondo, Il mantello e Viale K. Ma qui, al civico 4, ha aperto un nuovo punto di ascolto per gli ultimi: l’Ufficio dell’Unità di Strada della nostra Caritas Diocesana. Lo scorso 12 giugno l’Ufficio è stato ufficialmente inaugurato, con anche un mercatino solidale per raccogliere un po’ di soldi utili per aiutare chi ha bisogno.
L’ufficio è aperto al pubblico ogni venerdì dalle 18 alle 20, oppure su appuntamento, sia per chi ha bisogno di aiuto sia per chi si offre come volontario. Questi i contatti (solo messaggio WhatsApp): cell. 347-8940187 (Silvia) o 392-5028893 (Carola). O lasciando un messaggio in segreteria allo 0532-476181.
A due passi, in v.le Po, 8, sempre Caritas ha un altro spazio dove porta avanti il progetto “Crescere Insieme”, che aiuta mamme e bambini migranti. Sopra, appartamenti (sempre di Caritas) proprio per mamme e bimbi stranieri.
L’Unità di Strada Caritas nasce nel Natale 2024 dal gesto spontaneo di due giovani che incontrano una persona senza dimora e iniziano a offrirle ascolto e un pasto caldo. Altri, attraverso social e passaparola, si offrono poi come volontari. Dall’anno scorso, sono 10 le coordinatrici, oltre a una 30ina di volontarie/i attivi nelle uscite, nella raccolta di beni e nell’organizzazione di iniziative solidali, tra cui mercatini.
Nel tempo, l’iniziativa si struttura e allarga, collaborando con altre realtà del territorio. Nel 2025, l’Unità di Strada ha accompagnato 52 persone, il 90% delle quali senza fissa dimora, il 42% italiani, il 50% con problematiche legate all’alcol, il 37% da sostanze stupefacenti, il 65% con precedenti penali.
Accanto alle attività di prima necessità – distribuzione di cibo, bevande calde, coperte e indumenti – il servizio ha via via sviluppato forme di accompagnamento più strutturate, di uscita dalle dipendenze, di cura per problemi di salute, di supporto legale, di ricerca del lavoro, di aiuto burocratico.
Ora, questa sede può diventare un ulteriore punto di riferimento per queste e altre persone.Anzi, lo è già: «siamo aperti da due mesi», ci spiega una delle coordinatrici, Silvia Imbesi. «Le persone le aiutiamo nella ricerca dell’alloggio, nel rinnovo della domanda all’ACER, per il programma “Sfitto Zero” di Comune e ACER, per problemi legati all’anagrafe o al permesso di soggiorno». Sono oltre 30 le persone che si sono rivolte a questo ufficio in appena due mesi. Per strada, i volontari escono ogni sera, turnandosi; il calendario lo aggiornano ogni lunedì sulla loro chat di gruppo. E su Facebook esiste un gruppo pubblico, “Unità di Strada Caritas (Ferrara)” dove regolarmente i volontari raccontano le loro uscite serali nelle quali incontrano i senza tetto.
Storie vere, come quella di «una signora africana che abita a Copparo – ci racconta Imbesi -, senza marito e con due bimbi piccoli, seguita dai servizi sociali ma che si è rivolta a noi perché sentiva l’urgenza di fare alcune analisi mediche. Lei è impiegata part time nelle pulizie all’Ospedale di Cona e si è rivolta anche al Centro donna Giustizia».
Oppure c’è chi abitava al vicino Grattacielo (v. anche qui) e da lì è stato ingiustamente cacciato, come un padre del Burkina Faso e suo figlio 16enne, quest’ultimo in Italia dallo scorso settembre. «Per mesi han dormito su un materasso per terra ospiti di un amico. Noi li abbiamo aiutati a trovare una nuova sistemazione, e il ragazzo l’abbiamo inserito in una squadra di basket, aiutato per alcune cure mediche, e il padre aiutato per la domanda ACER e per la disoccupazione». Altri sfollati del Grattacielo – prosegue Imbesi – dopo gli sgomberi han dormito per strada, in macchina, in subaffitto da amici. In casi gravi, abbiamo, anche recentemente, contattato il Pronto Intervento Speciale e i servizi sociali».Insomma, «spesso siamo “costretti” a sostituire le istituzioni».
E a proposito di Grattacielo, dai primi giorni dell’emergenza è attiva una rete di solidarietà composta da 20 associazioni, gruppi ed enti del Terzo Settore, 160 persone tra volontari e cittadini che hanno garantito accoglienza, 6mila pasti, ascolto e supporto alle persone coinvolte. Una rete sempre più fondamentale.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026
LE TORRI DI FERRARA. Vengono dal Mali, dal Pakistan e dalla Cina gli sfollati che abbiamo incontrato per farci raccontare le loro storie: sono lavoratori, alcuni di loro proprietari di un appartamento al Grattacielo e padri di famiglia. Han vissuto ospiti di amici e conoscenti, tanti sono ancora in b&b. Chiedono solo verità e giustizia. Nei prossimi giorni prevista una manifestazione di protesta
di Andrea Musacci
Una comunità dispersa, ma non del tutto, quella del Grattacielo di Ferrara.Persone sfiancate dall’attesa, la depressione che colpisce sempre più. Ma il desiderio di giustizia non ancora del tutto vinto. Lo scorso 14 giugno la sede di “Cittadini del mondo” in viale Mura di Porta Po ha ospitato un’assemblea organizzata dal Comitato Torri; presenti una dozzina di sfollati – di cui quattro proprietari – e alcune volontarie/i del Comitato e di “Cittadini del mondo”.
LE TORRI DI FERRARA. Non si ferma né la battaglia legale portata avanti dal Comitato dei condomini né l’impegno della rete solidale per gli sfollati. E la Biblioteca Popolare Giardino resiste nel “vuoto”
di Andrea Musacci
Oltre un mese fa alcuni condomini e proprietari del Grattacielo di Ferrara hanno iniziato una battaglia legale contro l’amministratore condominiale: l’ipotesi è che non siano stati eseguiti numerosi lavori antincendio in spazi comuni nonostante i soldi versati dai condomini. Ma è proprio un incendio, quello della notte tra il 10 e 11 gennaio scorsi, ad aver convinto la Giunta comunale a sgomberare in poche settimane le torri con un atto di imperio.
Circa 800 persone – tra residenti e non – costrette da un giorno all’altro a cercare faticosamente di rifarsi una vita. Una ferita indelebile che riguarda lavoratrici e lavoratori, famiglie con bambini e anziani nel giro di poche settimane costrette a cambiare città se non Paese, a trovare alloggi di fortuna, a spendere altri soldi di affitto oltre a quelli investiti per comprare casa nelle torri. Ma a inizio maggio la rabbia e la frustrazione di molti ha preso la forma di una battaglia legale (con l’aiuto dell’avvocato Riccardo Venturi) portata avanti da un proprietario del Grattacielo, Daniele Pachera, che insieme a un condomino, Filippo Calafato, ha dato vita al “Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo”(ne abbiamo parlato sulla “Voce” del 15 e del 22 maggio). Lo scorso 9 maggio Pachera al Comando Provinciale della Guardia di Finanza ha depositato una denuncia-querela riguardante la gestione economica e finanziaria del Condominio Grattacielo. L’iniziativa «mira a fare chiarezza su un debito dichiarato di oltre 2 milioni di euro e sulla gestione di circa 1,3 milioni già versati dai condomini per lavori antincendio (oltre a 500mila euro non ancora versati) che, a quanto risulta dai rilievi tecnici dei Vigili del Fuoco, non sono stati eseguiti nelle parti comuni. Esiste invece il sospetto che una parte consistente di lavori effettuati all’interno di singoli appartamenti privati siano stati impropriamente addebitati al bilancio condominiale, gonfiando il debito comune a danno dei condomini adempienti».
IL DEBITO VENNE GONFIATO?
Dopo questa prima denuncia-querela, i rappresentanti del Comitato Condomini sono riusciti a consultare alcuni documenti nello Studio dell’amministratore condominiale Francesco Donazzi. «Nel corso di questa ispezione – spiegano dal Comitato -, l’amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1,4milioni euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro». Debito che potrebbe essere addirittura inferiore a questa cifra. Serve, però, consultare altri documenti: ma «l’amministratore non ha consegnato i registri storici durante l’ispezione. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale sembra essere di molto inferiore rispetto a quello dichiarato?».
In attesa del primo tavolo tecnico dalla chiusura delle torri, in programma lunedì 8 giugno, il Comitato ha chiesto «di autorizzare esplicitamente l’accesso ai tecnici delle utenze (per bloccare le fatturazioni), ai periti privati e alle ditte specializzate in sanificazione. Abbiamo preteso che venga garantito ai residenti il recupero dei propri beni personali senza l’obbligo di costose vigilanze private, confermando che è sufficiente l’accompagnamento di personale con attestato antincendio».
SPECULAZIONI, SILENZI E SOLIDARIETÀ
Nel frattempo, c’è chi cerca di speculare sulla disperazione dei condomini: «il Consiglio di Condominio – spiega Pachera – ha diffuso un piano strategico che prevede la costituzione di una società veicolo (SPV “Grattacielo Ferrara S.r.l.”) per acquisire immobili “distressed” e gestire in via esecutiva i crediti deteriorati. Ma come si può minacciare di pignorare la casa di una famiglia se il debito non è certo? Non permetteremo che si utilizzino cifre non verificate per sottrarre le proprietà a chi sta già subendo il dramma dello sgombero».
E il Comitato interpella direttamente anche il Sindaco Alan Fabbri: «L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», aggiunge il Comitato. Comitato che annuncia una nuova iniziativa di supporto e assistenza diretta: «aiuteremo i condomini sfollati a richiedere formalmente la proroga e la sospensione delle rate di mutui e prestiti e forniremo appoggio a chiunque venga raggiunto da procedimenti esecutivi promossi dal condominio».
SAN BARTOLO “CHIUDE” IL 30 GIUGNO
In attesa di nuovi risvolti legali – si spera positivi per i condomini -, sono ancora tanti i singoli e le famiglie appesi alla speranza di poter tornare nelle proprie case. Fra questi, 46 persone ospitate nei locali dell’ex San Bartolo (alla periferia della città) gestiti dalla nostra Caritas (con l’aiuto degli scout AGESCI e di molti volontari e volontarie) ma di proprietà dell’AUSL, che ha concesso questa parte dell’edificio agli sfollati fino al 30 giugno. Ma queste persone non sono sole: lo scorso 24 maggio, festa di Pentecoste, è stato organizzato un grande pranzo proprio nel chiostro di San Bartolo. «Abbiamo invitato – spiegano gli organizzatori dell’Unità di strada Caritas -, oltre agli ospiti della struttura e molti altri ex abitanti delle torri, tanti volontari che in questi mesi hanno lavorato instancabilmente per l’emergenza grattacielo, e altri amici che ci hanno supportato. Ai ragazzi di San Bartolo, alle famiglie che continuiamo a seguire, e a tutti gli altri amici che abitavano le torri volevamo offrire una giornata senza pensieri e l’incontro con una parte di Ferrara generosa e solidale, che non li dimentica e continua a cercare delle soluzioni aiutarli a lasciarsi alle spalle questo difficile momento della loro vita».
Diverse persone accolte a San Bartolo hanno già trovato una sistemazione alternativa, ma molti sono ancora alla ricerca di un posto letto o un appartamento in affitto per una sistemazione a lungo termine. A Ferrara o altrove, chissà. E non si sa nemmeno con quale peso economico. Queste, sono tutte persone in possesso di regolari permessi di soggiorno, contratti di lavoro.
Per questo, l’Unità di strada Caritas rinnova l’appello a chi ha un appartamento sfitto: «se avete modo di aiutarci a trovare qualcosa, contattateci. Caritas è disponibile ad accompagnare e mediare, garantendo serietà e supporto». Questi i contatti: cell. 388-9706494, mail info@caritasfe.it
E a proposito di presidi solidali, a maggio ha compiuto 7 anni di vita la Biblioteca Popolare Giardino (BPG), che ha la propria sede proprio al Grattacielo, nel corpo aggiunto. Il progetto di questa odv nasce nel 2019 grazie all’azione di un gruppo di cittadine/i che decidono di impegnarsi nel Quartiere GAD per promuovere pratiche di integrazione e coesione sociale. La Biblioteca in questi anni è stata un punto di riferimento fondamentale per tante famiglie delle torri e non solo, per tanti bambine/i e ragazze/i, ma anche per l’intera città, grazie – ad esempio – alle tante presentazioni di libri, agli incontri di lettura e al language cafè. Il suo patrimonio librario comprende un settore narrativa, un settore infanzia con uno spazio appositamente dedicato e un settore multilinguismo, oltre a diversi giochi da tavolo. La Biblioteca opera all’interno della rete delle biblioteche comunali che fanno parte del Polo Bibliotecario Ferrarese (PoloUFe).
Venendo agli ultimi mesi, lo scorso 5 febbraio il Comune ha costretto la Biblioteca alla chiusura. Biblioteca che fino a quel giorno aveva ospitato il punto di ascolto dell’Unità di strada Caritas per gli sfollati e il doposcuola di Viale K (che in via Mura di Porta Po aveva lasciato spazio ad alcuni degli sfollati). Ma lo scorso 9 aprile la Biblioteca ha deciso in maniera autonoma di riaprire.
«L’emergenza era finita – ci spiega Arianna Chendi, responsabile della biblioteca – ed è stato appurato che il corpo aggiunto non rientra nelle due ordinanze». Fra i progetti di questi mesi, “Semi di volontariato”, a cura del CSV Terre estensi e della Biblioteca Popolare Giardino con alcune classi della Scuola Boiardo; i ragazzi/e hanno anche visitato la biblioteca e sono state anche coinvolte le mamme straniere del progetto della Papa Giovanni XXIII “Madri a scuola”. E ancora: il Book club “Maestre 2”, la gara di puzzle, l’incontro dedicato alle mobilità Erasmus+ KA121 – 2025, organizzate da “Equilibri – per leggere” di Modena. Le prossime settimane ci sarà un ciclo di presentazione di libri di poesie, una festa per i bambini e laboratori estivi. E «abbiamo comperato tanti altri libri nuovi». C’è una prospettiva, quindi, nonostante il calo degli utenti in seguito agli sgomberi. «Da noi vengono alcune famiglie nigeriane e pakistane, ragazzini che abitano nei pochi appartamenti considerati abitabili, quelli del corpo aggiunto. E poi viene una signora che abitava nelle torri, grande lettrice e nostra affezionata. Ora abita in via Modena ma continua a frequentare la nostra biblioteca».
Nelle torri sono rimasti aperti il bar e i negozi, ma i grandi edifici vuoti danno un senso di degrado, meno senso di sicurezza a chi ancora frequenta la zona. Alcuni dormono nell’androne del Grattacielo. Miseria provocata dalle scelte di chi amministra la città, miseria che si aggiunge al dramma degli sfollati: «gli sfollati – riflette con noi Chendi – per entrare a prendere i loro vestiti estivi devono spendere 30 euro per 45 minuti, oppure sono costretti a ricomprarseli». Le associazioni di volontariato sono già attive per aiutarli, ma rimane un’ingiustizia dentro la più grande ingiustizia. Infine, l’appello: «Stiamo valutando, non senza difficoltà – conclude Chendi -, la possibilità di trasferirci pur rimanendo sempre in zona. Speriamo in un benefattore che ha un ambiente che non vuole lasciare vuoto».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026
MEGACONCERTI. Il 5 e 6 giugno la città di Ferrara sarà letteralmente invasa da 120mila persone in occasione dei concerti di Vasco Rossi. Ma al di là delle luci, a rimetterci sono le casse comunali, la vita e il benessere di cittadine e cittadini, le risorse naturalistiche e la dignità della città
di Andrea Musacci
Chiunque viva Ferrara nel tempo libero, può dire che la nostra è tutt’altro che una città morta: che ci si concentri sull’ambito culturale in senso ampio, su quello artistico – in tutte le sue espressioni – o più ludico, sportivo e naturalistico, innumerevoli sono le iniziative quotidiane. Al contrario, una certa narrazione ideologica dominante negli ultimi anni, vuole convincerci che senza i grandi concerti Ferrara sarebbe un luogo morto. È anche grazie a questa nenia (ben manovrata da chi amministra la città) che da anni si giustificano grandi eventi musicali con un impatto devastante a livello naturalistico (nel caso soprattutto del Parco Urbano), della tutela del centro storico UNESCO (si vedano piazza Ariostea e piazza Trento e Trieste) e in generale sulla vita delle persone che a Ferrara ci abitano. Se sommiamo i concerti di marzo, quelli imminenti di Vasco, il Ferrara Summer Festival e il Buskers Festival privatizzato (con i rispettivi tempi preparatori e di smontaggio), circa 5 mesi in un anno vedono la nostra città invasa e occupata da manifestazioni espressioni della logica dominante di estrattivismo urbano che avvantaggia pochissimi – già benestanti – commercianti e i grandi investitori esterni.
A Ferrara si è svolta la rassegna di UniFe “Alfabeti urbani” con incontri sulle città contemporanee sempre più vittime della crisi ecologica, di logiche speculative e repressive. Ma nelle quali germogliano forme comunitarie e mutualistiche. E in un incontro, focus su Gaza: mancato collegamento con un pescatore lì residente a causa di un bombardamento israeliano. Lo Spin Time di Roma, i legami con la Chiesa e altre utopie concrete
di Andrea Musacci
Tre giorni di riflessioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle comunità e quindi delle nostre città.Dal 14 al 16 maggio a Ferrara si è svolta la rassegna “Alfabeti urbani”, organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici – Laboratorio di Studi Urbani di UniFe, con il coinvolgimento di studentesse e studenti del corso di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, e il contributo della rivista “Quants – Tempi Moderni”. Gli organizzatori sono i docenti Giuseppe Scandurra e Domenico Giuseppe Lipani, Antonino Princi, scrittore e docente, Chiara Tarabotti, regista teatrale, e Fabio Cuzzola, scrittore e docente.
CITTÀ SOMMERSE
La crisi climatica non è un discorso astratto o che riguarda terre lontane. È anche qui, dentro le nostre vite. Su questo ha riflettuto il 14 all’ex Teatro Verdi di Ferrara Alex Giuzio, che negli ultimi sei mesi assieme al fotogiornalista Michele Lapini e alla giornalista Zuza Nazaruk ha lavorato a un’indagine sull’adattamento all’innalzamento del mare tra l’Emilia-Romagna (Rimini e i Lidi ferraresi), il Galles (località Fairbourne) e l’Olanda (Rotterdam), grazie al sostegno del Journalismfund Europe. In mostra all’ex Verdi, anche alcune foto di Lapini.
«Sono 16mila i miliardi di dollari che entro il 2100 verranno spesi a livello globale contro l’innalzamento del mare», ha detto Giuzio. Nel 2018 il Centro nazionale oceanografico del Regno Unito (NOC) parlava di 14mila miliardi di dollari. Per questo motivo, «la Banca Mondiale ha deciso di difendere una località su tre a rischio». Una selezione ben poco naturale, risposta selettiva a una crisi ecologica che non solo non si ferma ma si radicalizza col passare degli anni. E le soluzioni proposte dall’alto seguono la stessa logica – ideologica – delle cause del problema: quella del mercato e del profitto. Si salvano i ricchi e i benestanti, coloro (pochissimi rispetto alle collettività) che ci guadagnano nelle località balneari più gettonate. Insomma, la crisi climatica è causata dalle disuguaglianze e dalla volontà di possesso e di dominio (nello specifico, anche «dall’urbanizzazione/bunkerizzazione delle coste») e la risposta che si dà acuirà queste disuguaglianze e questo atteggiamento predatorio. Senza contare che «i costi dell’energia sono in aumento e continueranno ad aumentare».
Basti pensare a Venezia, dove «per il Mose sono stati spesi 6,5 miliardi di euro», ha detto Giuzio. Almeno, però, Venezia è un gioiello di arte, cultura e architettura unico al mondo. Lo stesso non si può dire di Rimini, dove sono stati spesi 110 milioni di euro solo per il “Parco del mare”, «un progetto di rigenerazione urbana finalizzato in realtà anche a raccogliere l’acqua tramite due vasche sotterranee in piazzale Kennedy». E a proposito di Emilia-Romagna, la Regione «nell’ultimo quarto di secolo ha messo in atto diversi ripascimenti (spendendo, solo per l’ultimo, 23 milioni di euro)», quella tecnica, cioè, per posizionare artificialmente sabbia o sedimenti su un litorale eroso per ricostituire la spiaggia. Ma la spiaggia «deve rendere, quindi a essere salvate sono solo quelle più redditizie». La logica è solo quella «del turismo e del profitto», non della ricchezza ambientale e naturalistica. E «si ragiona solo col qui e ora: importante è che si riescano a piantare gli ombrelloni per la stagione». Da parte degli amministratori locali – che siano di centro-destra o di centro-sinistra (con alcune rare eccezioni) – «non vi è, quindi, lungimiranza, al massimo si danno un po’ di ristori solo dopo l’ennesima emergenza, per poi riprendere a cementificare». Bisogna, invece, «tanto gestire l’emergenza quanto progettare il futuro», per evitare – come detto – anche un aumento delle povertà e delle disuguaglianze sociali.
In conclusione, un accenno a Fairbourne, nel Galles, luogo sacrificato dal governo secondo questa logica, in quanto località poco abitata e non turisticamente attraente, quindi non redditizia. Nel 2054 sarà definitivamente abbandonata: «potrebbe quindi rappresentare quel che accadrà anche qui», nei nostri Lidi.
CITTÀ SORVEGLIATE
Sempre il 14, per “Alfabeti urbani”, di smart cities e Intelligenza artificiale (AI) ha riflettuto il giornalista Andrea Daniele Signorelli in dialogo con Federico Sardo (Direttore Editoriale “Quants”). La narrazione della smart city, per Signorelli si fonda sull’idea di sharing (quindi di “condivisione”) di auto, motorini e monopattini, per usare sempre meno l’auto privata. In realtà, «questi servizi di sharing non hanno sostituito l’auto privata ma l’utilizzo di mezzi pubblici», e perlopiù portando profitti a società private che offrono questo servizio. E vi sono «zone off limits» per questi mezzi in sharing: le periferie della città. Insomma l’obiettivo non detto di molte amministrazioni locali è quello di «non ampliare la rete dei mezzi pubblici» e di favorire poche aziende private. La smart city, quindi, secondo la narrazione che la sostiene è «una città intelligente, che integra in sé nuove tecnologie, sensori utilizzati per raccogliere dati e informazioni, per migliorare la gestione del territorio». In realtà, questa raccolta e successiva elaborazione di dati privati è la cosiddetta «AI predittiva», che mappa il territorio urbano cercando di eliminare ogni variabile dei comportamenti umani prevedendoli integralmente.
L’AI predittiva – molto diffusa in diverse città in USA e Cina, e sempre più anche in Europa – è dunque il «mezzo privilegiato delle società della sorveglianza», con ad esempio telecamere sempre più diffuse e che spesso permettono anche il riconoscimento facciale (si veda a tal proposito in particolare le società USA “Palantir Technologies” – fondata da Peter Thiel – e “Clearview AI”). Ma una società della sorveglianza è una società dove cittadine e cittadini, sentendosi osservati e temendo di essere schedati come “variabili non tollerabili”, finiscono per «autocontrollarsi», cioè per «autocensurarsi». Autocensura che avviene “dal basso”, cioè attraverso gli smartphone o «strumenti come Amazon Ring».
CITTÀ TURISTIFICATE
Un altro dispositivo che sempre più ridisegna le nostre città, mercificandole, è quello legato alla cosiddetta “turistificazione”. Di questo, il 15 Giangi Franz (Docente UniFe) ne ha parlato con Antonio Di Siena, autore del libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano”. Nel volume, Di Siena tratta ampiamente della Grecia (dove ha vissuto), Paese nel quale dal 2008-2009 la troika UE (Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale) ha compiuto «la peggior macelleria sociale degli ultimi 80 anni in Europa». Un processo, pur in modo diverso, iniziato qui e altrove dagli anni ’90, «con crisi economiche, conseguente precarizzazione del lavoro, deindustrializzazione e turistificazione. Un filo rosso», un ordine non casuale, avvenuto nei Paesi euromediterranei (Spagna, Portogallo, Italia e appunto Grecia). Non a caso, in essi «la turistificazione esplode dal 2008-2009, col conseguente aumento dell’imposta di soggiorno e riforma della tutela delle locazioni». Un solo settore viene finanziato: quello del turismo, che in Grecia rappresenta oltre il 30% del PIL, e oltre il 10 in Spagna e Italia. La crisi, quindi, rappresenta «l’humus funzionale a questo sistema di sviluppo, liberando così un’enormità di asset immobiliari, da mettere a rendita trasformandoli in b&b e dando lavoro a tanti disoccupati». Lavori «sottopagati, a basso costo, non sindacalizzati», spesso in nero. Il sud Europa diventa così «il parco divertimento dei ricchi del nord del continente, soprattutto tedeschi, olandesi, svizzeri».
E gli Stati del Mediterraneo europeo diventano «Stati-merce», vale a dire «operatori di mercato, venditori» che vendono sé stessi, le proprie risorse culturali e naturalistiche, come fossero meri brand. Un vero e proprio processo di «musealizzazione» che «trasforma gli enti pubblici a ogni livello in enti di promozione turistica» e la cultura in «intrattenimento», con le città che diventano «parchi a tema». Altre conseguenze di ciò sono la «rinascita di rievocazioni storiche, la creazione dal nulla di retaggi del passato (si veda la “Notte della taranta”) e la competizione tra città e regioni per accaparrarsi più turisti possibili». Insomma, i luoghi devono diventare sempre più «attrattivi», trasferendo il governo dei processi democratici dagli abitanti ai turisti. Abitanti sempre più cacciati dalle loro città grazie all’aumento continuo dei prezzi delle case, e dunque degli sfratti. In Grecia, ha raccontato ancora Di Siena, «non si può nemmeno fisicamente protestare quando ci sono le aste immobiliari perché ora avvengono on line».
E in Italia il governo Meloni ha presentato il ddl sfratti che rende l’esecuzione più rapida, più opaca e meno difendibile: l’eliminazione dell’avviso di rilascio consentirà, ad esempio, all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto. Una realtà già presente: si pensi a ciò che è successo a fine ottobre 2025 con lo sfratto in via Michelino 41 a Bologna di due famiglie con bambini piccoli dai loro appartamenti in poche ore. Famiglie con contratti in essere e affitti sempre pagati, che si sono viste recapitare un provvedimento di sfratto per finita locazione dopo la vendita dello stabile.
Anche Ferrara sta subendo gli effetti di questa gentrificazione/turistificazione: la nostra città, infatti, – ha riflettuto Franz, «30-40 anni fa è stata trasformata dall’ex Sindaco Roberto Soffritti in una città turistica. L’aumento vertiginoso degli studenti universitari, soprattutto dei fuori sede, ha fatto schizzare i prezzi degli immobili e sono aumentati i b&b», togliendo case a famiglie e lavoratici e lavoratori. Senza parlare del proliferare in centro di locali mangia&bevi, con l’omologazione dei negozi e la conseguente «banalizzazione» delle tradizioni culinarie e non.
CITTÀ OCCUPATE
Ben altre occupazioni subiscono da decenni i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in una guerra, quella tra israeliani e palestinesi, che sembra infinita e nella quale uno dei rischi maggiori è che vengano sempre più soffocate le vere voci di pace, quelle che uniscono l’ascolto delle sofferenze delle persone da entrambe le parti alla lotta per la libertà di chi, come i palestinesi, dal ’48 è ammazzato o costretto a lasciare la propria terra. Di questo, della Nakba, il 15 (giorno della memoria di questo dramma), all’ex Verdi di Ferrara (per la tappa ferrarese di “Flotilla 100 porti 100 città”) ha parlato in collegamento streaming Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo e storica attivista per la pace e per i diritti del popolo palestinese: «tanti sono stati in questi decenni i palestinesi uccisi, i villaggi e le case distrutte dagli israeliani, per cancellarne la memoria e la presenza. Il disegno di Israele è fare dei territori palestinesi una colonia col furto e l’occupazione delle terre». Ma in Israele, ha sottolineato Morgantini, «esistono anche antisionisti, minoranze che criticano l’occupazione israeliana, la pulizia etnica e che quindi solidarizzano con i palestinesi». Da qui, dal dialogo tra chi vuole la pace, bisogna ripartire.
Ma la guerra genocida di Israele continua e ha “lambito” Ferrara e il festival “Alfabeti urbani”: infatti, l’incontro in questione prevedeva l’intervento da Gaza di Zakaria Bakr, pescatore che vive a ovest di Gaza City, nel nord della Striscia. Ma è arrivata la notizia che l’esercito israeliano aveva bombardato un edificio vicino a dove vive Bakr. Poco dopo si è saputo che in quell’attacco sette persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite nell’attacco che ha colpito anche un veicolo civile. Secondo una fonte all’interno del servizio ambulanze di Gaza, in forma anonima, che ha parlato con “Al Jazeera”, fra i morti ci sono tre donne palestinesi e un minore. La notizia del bombardamento vicino alla casa di Bakr l’ha data poco dopo in collegamento on line con Ferrara l’avv. palestinese Zaher Darwish, collegato da Palermo dove vive da 40 anni e lavora come sindacalista CGIL. Darwish ha poi accennato anche alla campagna di sostegno al popolo palestinese anche attraverso la raccolta di finanziamenti per l’ospedale di Gaza, «importante non solo per le cure mediche ma anche per l’aiuto psicologico alle persone». Israele, ha aggiunto «sta distruggendo i valori costituzionali e umani».
A seguire, ha portato la propria testimonianza Elettra Negrini, giovane ferrarese da poco stata su una nave della Global Sumud Flotilla (la sua testimonianza la trovate sulla “Voce” del 15 maggio scorso). Un contributo importante l’ha portato anche Alessandra Annoni, docente di Diritto Internazionale a UniFe, che ha denunciato come «molti Stati non hanno la volontà politica di reagire alle continue violazioni da parte di Israele del diritto internazionale» tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. «Violazioni ci sono state anche da parte della Russia ai danni dell’Ucraina ma in quel caso perlomeno i Paesi occidentali hanno reagito con pacchetti di sanzioni contro Mosca». Oggi, quindi, «a livello globale sembrano non esserci più regole ma vince la legge del più forte».
CITTÀ LIBERATE
“L’utopia che abita la città. Esperienze dal Polo Civico Esquilino e Spin Time Roma” è stato il titolo del primo incontro del pomeriggio conclusivo (16 maggio) di “Alfabeti urbani”, moderato da Fabio Cuzzola. Lorenzo Teodonio e Martina Di Paolo sono venuti da Roma per raccontare l’esperienza del Polo Civico Esquilino (PCE) come «associazione di associazioni», all’insegna della «partecipazione civica e della trasformazione sociale». Attualmente sono 52 le associazioni aderenti al PCE, per un compito sempre più importante perché «aumentano povertà, fragilità sociale e marginalità». Chiara Cacciotti ha poi illustrato l’esperienza dello Spin Time (che fa parte del PCE), esperienza non solo di occupazione ma di autentica rigenerazione urbana: 140 le famiglie (ca. 400 persone) che risiedono nel palazzo di 10 piani, di cui 7 abitativi e gli altri per enti ed associazioni. Lo stabile è occupato dal 2013: storica sede dell’Inpdap, è stato poi acquisito dal fondo di investimenti immobiliari “Investire SGR”.
I residenti da sempre chiedono di essere regolarizzati, e si pongono come rivendicazione attiva e concreta per porre l’attenzione sull’enorme problema del diritto alla casa: «abbiamo fin da subito deciso di non barricarci ma di aprirci – ha spiegato Cacciotti -, mostrando la nostra funzione sociale e culturale», con tanti servizi, associazioni e iniziative, anche all’insegna dell’«economia circolare». Insomma, un luogo permeabile e al servizio della città, un «presidio sociale» per «restituire» a questa l’edificio, «un’istituzione costituente», per citare Castoriadis. Cacciotti ha poi citato l’episodio del maggio 2019 con l’allora elemosiniere del Papa, card. Krajewsky che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare la luce che era stata volontariamente staccata. Achiamarlo fu suor Adriana Domenici, religiosa che vive lì, e ci vive in maniera attiva, «essendo stata lei la prima ad aprire Spin Time alla città». Anche don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di “Mediterranea”, è amico di Spin Time. E lo scorso ottobre lo Spin Time ha ospitato il V Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari (EMMP – Encuentro per Papa Francesco), all’insegna delle tre T (Terra, Techo e Trabajo – Terra, Casa e Lavoro).
A seguire, incontro con Gianluca Pittavino (Askatasuna), Marina Boer (Mamme del Leoncavallo), Beatrice Tabacco (Ricercatrice), Carola Peverati (Cittadini del mondo), Francesco Ganzaroli (Resistenza) e Fabio Cuzzola (Alfabeti Urbani) su “Centri sociali e dintorni: tra riorganizzazione e repressione”. Da qui sono emerse «esperienze di trasformazione che resistono alle trasformazioni della città», modi di «applicare le utopie ai meccanismi reali dell’esistenza». Riguardo a Ferrara, Peverati ha parlato dei recenti sgomberati del Grattacielo come di una «forma di remigrazione», contrapponendo, ad esempio, l’esperienza ormai storica di Cittadini del mondo, che ora ha 256 iscritti al proprio corso per stranieri, compiendo – come anche La Resistenza -, un’opera di mutualismo dal basso, nonostante gli sfratti che entrambi han subìto dall’Amministrazione comunale.
L’ultimo incontro del Festival ha visto l’intervento di Alfredo Morelli (Docente UniFe) sul tema “Contro lo spaziocidio: per una nuova controcultura urbana”. Nell’epoca del «salto antropologico» che, a causa anche dell’AI e dell’automazione, ci porta nell’«oltreumano», le uniche forme di resistenza sono quelle anche qui sopra descritte, vale a dire «esperienze plurali di piccole polis, possibili laboratori per il futuro che sfidano il potere negli interstizi».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026
Sarebbe di 660mila euro e non di 1.400.000 euro il debito dei condomini del Grattacielo di Ferrara. A denunciarlo sono Daniele Pachera e Filippo Calafato, rappresentanti del Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo, dopo l’incontro dello scorso 15 maggio nella sede dello Studio di Francesco Donazzi, amministratore condominiale. «Le risultanze – dichiara Pachera – hanno sollevato interrogativi ancora più inquietanti sulla gestione finanziaria del Grattacielo». Il Comitato denuncia «una discrepanza contabile colossale che getta un’ombra pesante sulla trasparenza dei bilanci passati. Nel corso dell’ispezione – spiegano dal Comitato -, l’Amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1.400.000 euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro. A fronte di una differenza di ben 740mila euro, alla richiesta di chiarimenti da parte mia – spiega Pachera – l’Amministratore ha risposto testualmente che “nei bilanci approvati si maggiorano sempre le spese per sicurezza”. «È una dichiarazione scioccante – commenta Pachera –, si ammette candidamente che i bilanci sottoposti all’approvazione dei condomini contenevano cifre gonfiate rispetto alla realtà. Ricordiamo che inizialmente si parlava di un debito di oltre 2 milioni di euro: sembra che sotto la pressione della nostra azione legale e mediatica, questo debito diminuisca ogni giorno. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale è meno della metà di quello dichiarato?».
Ma non è finita qui: «Nonostante lo Studio Donazzi non abbia ancora consegnato le fatture e i giustificativi di spesa (promessi per il prossimo 21 maggio)», il Comitato spiega: «emergono indiscrezioni clamorose a seguito di una serie di telefonate interlocutorie e sondaggi informali avviati per verificare la reale entità delle pendenze con i creditori. Le risposte ricevute da alcune delle ditte inserite nell’elenco dei debiti farebbero ipotizzare che le fatture emesse e le somme che i fornitori realmente avanzano corrispondano a meno della metà rispetto a quanto riportato nel prospetto dei debiti “effettivi” esibito dall’amministrazione. Una discrepanza enorme che, se confermata dai documenti ufficiali, farebbe crollare definitivamente il debito milionario dichiarato».
E Pachera interpella nuovamente il Sindaco Alan Fabbri: «il 16 maggio ho inviato una nuova PEC urgente al Sindaco sollecitando un tavolo di confronto per la mattina del 21 maggio, dato che la precedente richiesta del 12 maggio è rimasta a tutt’oggi priva di riscontro. L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», conclude Pachera. «Chiediamo che i Magistrati diano tempestivo incarico alla Guardia di Finanza per sequestrare e cristallizzare la documentazione contabile presso lo Studio Donazzi, prima che i faldoni e i giustificativi di spesa del periodo 2018-2023 possano essere modificati, occultati o fatti sparire». Infine, spiega Pachera, «entro maggio chiameremo a rispondere l’amministratore del condominio per le gravissime irregolarità gestorie, i bilanci alterati e l’ostinato occultamento dei registri obbligatori, a partire dal Registro di Anagrafe Condominiale».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026
Presentata il 9 maggio alla Guardia di Finanza una denuncia-querela a firma Daniele Pachera, in rappresentanza di oltre 30 proprietari di immobili nelle torri. Obiettivo, «accertare la corrispondenza tra le somme versate dai proprietari e i pagamenti effettivamente ricevuti dalle ditte per i lavori antincendio». Pachera spiega a “La Voce” che cosa non torna e la mancata trasparenza sulla visione di certi documenti contabili, tecnici e amministrativi
di Andrea Musacci
«Centinaia di persone da mesi sono per strada: vogliamo chiarezza sui soldi versati dai condomini per lavori mai fatti». È questo l’appello che tramite “La Voce” Daniele Pachera rivolge alle istituzioni. Pachera, laureato in Giurisprudenza, da 5 anni è proprietario di un appartamento al II° piano della torre A del Grattacielo di Ferrara. La mattina del 9 maggio scorso al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ferrara ha formalmente depositato una denuncia-querela riguardante la gestione economica e finanziaria del Condominio Grattacielo. L’iniziativa «mira a fare chiarezza su un debito dichiarato di oltre 2 milioni di euro e sulla gestione di circa 1,3 milioni già versati dai condomini per lavori antincendio che, a quanto risulta dai rilievi tecnici dei Vigili del Fuoco, non sono stati eseguiti nelle parti comuni».
L’esposto chiede alla Procura della Repubblica, tramite le Fiamme Gialle, di «accertare la corrispondenza tra le somme versate dai proprietari e i pagamenti effettivamente ricevuti dalle ditte. In particolare, si chiede luce sulla gestione che ha portato a svariate aste giudiziarie e sull’eventuale addebito di lavori privati all’interno della contabilità condominiale comune. Esiste il fondato sospetto che circa 280mila euro di lavori effettuati all’interno di singoli appartamenti privati siano stati impropriamente addebitati al bilancio condominiale, gonfiando il debito comune a danno dei condomini adempienti».
Si chiama “domicidio” ed è una pratica sempre più diffusa, in zone di conflitto armato ma anche nelle nostre città: è la distruzione sistematica delle abitazioni, la scomparsa dello spazio di vita raffigurato dalla casa, dalla domesticità. È la concretizzazione di precise politiche di esclusione in seguito a episodi traumatici come eventi naturali o conflitti; ma è anche l’esito, e forse l’obiettivo, di sfratti e sgomberi legati a una visione esclusiva e autoritaria degli spazi urbani e determinati da una morosità incolpevole. Vittime ne sono sempre più larghe fasce di famiglie in condizioni di vulnerabilità.
Quanto sta accadendo a Ferrara dall’inizio di questo anno attorno al Grattacielo ne è la più evidente rappresentazione. I fatti, innanzitutto.
GRATTACIELO di FERRARA. All’imponente manifestazione del 7 marzo abbiamo incontrato alcune persone sgomberate: Ansar e Amina, genitori di quattro figli; Faith, Josh, le loro tre bimbe e il nonno adottivo. E altri le cui vite sono ancora sospese
di Andrea Musacci
Un migliaio di persone il pomeriggio dello scorso 7 marzo ha invaso le strade di Ferrara per manifestare la propria solidarietà alle circa 800 persone sfollate dal Grattacielo negli ultimi due mesi. Un fiume pacifico, festoso e indignato, intergenerazionale, multietnico e popolare. Per l’occasione abbiamo nuovamente parlato con alcuni degli ormai ex residenti delle torri per farci raccontare il loro dramma e come stanno cercando di rifarsi una vita.
Quando incontriamo una famiglia originaria del Bangladesh, il corteo sta per partire da Largo Poledrelli direzione piazza Municipale. Ansar Mia Md e la moglie Amina Begum Mst sono proprietari di un appartamento al sesto piano della torre A. Hanno due bimbe rispettivamente di 10 e 12 anni, una frequentante la Tasso, l’altra la Poledrelli.E davanti a loro ci sono due carrozzine, con i piccoli gemelli nati appena 3 mesi fa (prima foto in basso). Ora abitano in via Modena, ma il 13 marzo dovranno lasciare l’appartamento per il quale han pagato 300 euro di affitto. In via Modena in questi mesi oltre a loro vivono altre 10 famiglie sfollate, con 20 bambini. Un piccolo quartiere multietnico, una mini riproduzione di convivenza di quella costruita a fatica negli anni al Grattacielo.Ma che ora rischia nuovamente di essere interrotta. Ansar lavora come aiuto cuoco al ristorante pizzeria “Al Cristallo” di via Bologna, mentre Amina ci racconta di come frequenta il progetto di integrazione “Madri a scuola” coordinato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, supportato dalla Fondazione Migrantes e appoggiato dalla nostra Arcidiocesi con la collaborazione della parrocchia dell’Addolorata di Ferrara.
A fine manifestazione, invece, abbiamo modo di parlare con Venicio Fachin, originario della Carnia, per una vita residente a Udine dove lavorava come elettricista.Nel 2020 ha comprato un appartamento al Grattacielo di Ferrara vicino a quello di Faith Akinade, nigeriana di origine, sua figlia adottiva, e alle sue nipotine adottiveDelia (4 anni), Eliore (21 mesi) e Abigal (7 mesi). Faith col compagno Josh, infatti, aveva anche lei acquistato un appartamento al secondo piano della torre A, invogliata dai prezzi bassi. «Ma nessuno – ci spiega Venicio – ci aveva avvertito delle forti problematiche esistenti.E la precedente amministratrice condominiale ha sottovalutato i debiti importanti di alcuni proprietari». Venicio, dicevamo, per una vita ha fatto l’elettricista: «secondo me l’11 gennaio il problema riguarda un cavo di alimentazione dell’ENEL, in bachelite, che è un materiale che non può andare a fuoco ma solo in combustione. E infatti è uscito solo del fumo.Quella notte, infatti, dal tipo di puzza avevo capito subito cos’era successo».
Ora Venicio e la famiglia di Faith vivono in una casa a Salvatonica, nel bondenese, nella quale han ricavato due appartamenti. «Ma per entrambi gli appartamenti al Grattacielo – ci spiega l’uomo – avevamo speso 80 mila euro, senza aprire mutui.E io per lo stress di questi mesi ho perso 6 kg.Sono sicuro che prima o poi verrà qualcuno che vorrà comprarci gli appartamenti alle torri sfruttando la nostra disperazione». E la speranza è che, almeno, ora non debbano continuare a pagare le spese condominiali: «ho cercato più volte di prendere appuntamento con l’amministratore condominiale per sospendere queste spese, ma non mi risponde».
Nel frattempo, Faith rischia fortemente di perdere il proprio lavoro come OSS a Bologna, perché non sa come gestire la situazione, con tre bimbe piccole, e così lontani da Ferrara: «ho sempre lavorato – ci racconta quasi in lacrime -, prima come donna delle pulizie, poi ho fatto un corso da OSS e in seguito un tirocinio.Dal 2013 lavoro come OSS, ho lavorato in varie strutture prima di essere assunta a tempo indeterminato nella sede di Bologna. Ho fatto tanti sacrifici per acquistare l’appartamento del Grattacielo, e tanto è stato lo stress per farci all’interno i lavori necessari: in quel periodo ero incinta della mia primogenita, che per il mio stress è nata prematura…». Ora sta bene, ma con le sorelle vive un nuovo dramma:lei e la secondogenita hanno smesso di andare all’asilo, non potendo così rincontrare le proprie amichette e stare con loro. Josh, invece, fa il magazziniere ad Altedo: «si sveglia alle 2 di notte, con la bici elettrica che si è comprato apposta raggiunge la fermata dell’autobus per andare al luogo di lavoro dov’è in turno dalle 6 alle 14.E alle 16 torna a casa». Dopo 12 ore dalla sveglia.
Disagi, angosce immeritate. E con le speculazioni di alcuni: «a Ferrara diverse agenzie immobiliari – ci spiega Venicio – hanno alzato i prezzi degli affitti dopo gli sgomberi. «So anche di un giovane lavoratore che per esempio ha deciso di trasferirsi a Bologna, dove lavora, ma dove paga 400 euro per stare in una camera…».
Incontriamo anche Makrem, tunisino, di cui vi abbiamo già raccontato nelle scorse settimane.Con la moglie Noura vive a Ferrara dal 2007, anno in cui hanno acquistato un appartamento nelle torri. Hanno 4 figlie: la più piccola ha 2 anni, le altre hanno 12, 14 e 15 anni (vanno rispettivamente al Tasso, al Carducci e al Bachelet). Ora vivono in via Modena dove, però, sono costretti a pagare 700 euro al mese per il loro appartamento. «La mia bambina che frequenta la Tasso – ci racconta Makrem – ha scritto un tema per raccontare il dramma che sta vivendo. Verrà pubblicato sul sito della scuola. Soffre molto per questa situazione ma almeno così si è sfogata un po’». Amara Sacko guineiano di 27 anni, viveva invece nella torre B. A distanza di due mesi, è ancora ospite di un suo amico a Pontelagoscuro, perché non riesce a trovare null’altro. Lavora all’Interoporto di Bologna: prima ci andava in treno, ora è costretto a usare l’auto.E rincontriamo anche Imad, giordano di 65 anni, sposato con un’ucraina. Entrambi hanno il reddito di inclusione, e pur essendo proprietari del loro appartamento al Grattacielo, ora sono costretti a pagare 300 euro al mese per un altro appartamento che comunque fra 30 giorni dovranno lasciare.
Infine, rincontriamo anche George Shahzad, ragazzo pakistano, che fino a poco fa ha vissuto nella residenza di S. Bartolo: i servizi sociali l’hanno separato dalla moglie incinta di 8 mesi e con un bimbo di 11 mesi, che han vissuto un mese in un appartamento in via Boccacanale di S.Stefano. «Ora – ci spiega – viviamo a casa di una famiglia ferrarese che ci ha ospitato perché i servizi sociali non rispondevano, non ci aiutavano, nemmeno per il nostro bimbo che è malato».
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026 – Abbònati qui!)
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)