
A breve, la Regione Emilia-Romagna avrà una sua legge sul suicidio medicalmente assistito. Torna, dunque, l’urgenza di porre nel dibattito pubblico alcuni elementi di riflessione che non perdano di vista alcune coordinate fondamentali: la condivisione con la persona, l’amore e la prossimità, le domande ultime su Dio e l’esistenza
di Andrea Musacci
Forse troppo poco si sta dibattendo a livello pubblico sulla proposta di legge della nostra regione dedicata al suicidio medicalmente assistito. Seguendo la scelta della Toscana, infatti, anche l’Emilia-Romagna avrà la sua legge sul fine vita, presumibilmente entro l’estate. La maggioranza in Regione – formata da Pd, Avs, M5s e Civici con de Pascale – ha stilato un testo che di fatto traduce in legge la determina dirigenziale che nel 2024 – presidente Stefano Bonaccini – fu fatta per aggirare il voto in Aula che non avrebbe ottenuto la maggioranza per la contrarietà manifestata da alcuni cattolici del Pd. Al di là dei contenuti della proposta di legge, crediamo che ogni discussione – e a maggior ragione ogni scelta legislativa – sul tema debba essere accompagnata da alcune riflessioni che vanno oltre il livello medico e giuridico, perché ne sono il fondamento.
Chi ogni giorno agisce all’insegna della cura, soprattutto delle fragilità (che sia la cura dei migranti, dei bambini, dei diversamente abili, degli anziani, ecc.) non può smettere di interrogarsi su quale sia il senso e il limite della cura stessa. In coscienza, cioè, non può mai smettere di interrogarsi se determinate parole e posizioni nel dibattito pubblico, e determinate scelte legislative che ne conseguono, possono andare in direzione contraria a questo principio fondamentale della cura.
DOLORE E COMUNIONE
Innanzitutto, partiamo dal dolore. Il dolore può insegnare: ciò significa che bisogna desiderarlo? Assolutamente no. Il dolorismo non appartiene all’autentica visione cristiana, che è anelito alla comunione con Dio, quindi alla piena beatitudine. Dall’altra parte, Cristo ci insegna una relazione vera con la realtà (in ultima analisi, con Lui stesso), non l’alienazione: il dolore – spirituale, mentale, fisico – è inevitabile. Autoeducarsi, quindi, a soffrire è fondamentale. Saper affrontare il dolore è decisivo: potrebbe aiutare a meglio comprendere il valore della gratuità, della grazia, del perdono, della misericordia. È la logica della Croce, dono supremo e più radicale. Abituarsi, quindi, anche quando si è in uno stato fisico e spirituale positivo e sano, a non concentrarsi troppo sul proprio ego, a desiderare la condivisione con gli altri, a lenire il loro dolore. A farsi prossimi, così da non dimenticare il gusto pieno della comunione.
DESIDERIO DEL NULLA E DESIDERIO D’AMORE
Ora ci poniamo un’altra domanda: cosa differenzia il suicidio in una clinica svizzera da quello di un uomo che, ad esempio, si getta dall’ultimo piano di un palazzo? La sua sofferenza negli ultimi istanti, si dirà. Su questo non c’è dubbio. Ma, ci permettiamo di aggiungere, forse vi è anche un po’ di ipocrisia e poca umanità fra chi elogia il primo metodo e rinnega il secondo: la morte, infatti, sembrano pensare, va sempre più nascosta, resa privata e, soprattutto, l’angoscia e il dolore che portano a un gesto estremo van considerati sempre più “fatto privato”. Fatto intimo, che appartiene solo alla coscienza della persona, alla sua libertà “assoluta”. Ma così, pian piano, su questo piano inclinato, si arriverà a non dover fermare nessun aspirante suicida; e si arriverà a negare anche ogni dibattito filosofico, antropologico e religioso sulla morte e sul morire, e dunque sulla vita e sul suo senso. È anche questo che, implicitamente, è in pericolo con la retorica dell’“autodeterminazione totale” e del ridurre la morte a un mero fatto medico e giuridico. Verrà a mancare quello sguardo di pietà piena che a chi è sul crinale dice “farò di tutto affinché tu viva, e viva sentendoti amato”.
E questa di chi non vuole dare la morte è anche una forma di nonviolenza, di rifiuto dell’atto omicida e di scelta consapevole della cura e dell’amore.
QUALE LIBERAZIONE?
Per chi non ha fede nella vita eterna, la morte significa annichilimento, caduta nell’abisso, salvo la memoria della persona defunta. Ma ci chiediamo: che “liberazione” c’è nell’annichilimento totale? Liberarsi dal dolore (spesso da un dolore davvero insopportabile) vuol dire curare il dolore, prendendosi cura della persona. Superarlo con l’amore, anzi nell’amore. La “liberazione” presuppone sempre il raggiungimento di una condizione migliore rispetto alla precedente. Lo stesso fermarsi in tempo per evitare l’accanimento terapeutico è un lasciar morire che sempre porterà in sé – anche per una persona credente – il dramma del distacco, dell’affacciarsi in maniera ancora più radicale sull’abisso del mistero; su questo piano ultimo, in questo punto dove le domande fondamentali si fanno crude, radicali, al punto da non poterle ignorare. Le parole della Gaudium et spes sono illuminanti nella loro chiarezza:
«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine.
L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva.
Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.
Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte» (GS 18).
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026
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(Foto: Pexels)
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