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«Ascolto della cittadinanza, sinergia e visione: ecco ciò che oggi manca a Ferrara»

10 Dic

Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto per la presentazione del libro Spazi pubblici, usi privati di Italia Nostra: «così non c’è futuro»

di Andrea Musacci

Una città senza visione, quindi senza futuro, dove le società private la fanno sempre più da padrone, a scapito del governo pubblico e del ruolo della partecipazione dei cittadini.

È un’analisi dura ma necessaria quella emersa lo scorso 4 dicembre dall’incontro svoltosi nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, incontro dal titolo Spazi pubblici, usi privati: l’impatto dei grandi eventi sui luoghi storici e naturali

Il titolo è lo stesso del libro (ed. La Carmelina) presentato per l’occasione, curato da Lucia Bonazzi, promosso da Italia Nostra – Sezione di Ferrara, e uscito lo scorso giugno. Proprio Bonazzi ha dialogato con Romeo Farinella, urbanista dell’Università degli Studi di Ferrara, mentre le introduzioni sono state affidate a Giuseppe Lipani, presidente della sezione ferrarese di Italia Nostra, e a Patrizio Bianchi, titolare della Cattedra Unesco “Educazione, crescita, uguaglianza” dell’Università degliStudi di Ferrara.

FARINELLA: «SERVE PIÙ SINERGIA E RUOLO DEL PUBBLICO»

«Si parla tanto di partecipazione, ma la vera partecipazione è un gioco di attori, deve riguardare tanto la cittadinanza attiva quanto le istituzioni»: così Romeo Farinella fin dalle prime battute del suo intervento ha messo il dito nella piaga di una delle contraddizioni o meglio, mistificazioni, dell’ambito del confronto pubblico nella nostra città. «Se manca l’interlocuzione tra queste parti», se – cioè – la partecipazione è solo quella dal basso, dei cittadini, «è a senso unico, è meramente formale, burocratica», ha aggiunto. Partecipazione che significa anche «conflitto, elemento essenziale nelle democrazie».

Altro punto importante toccato da Farinella riguarda «l’importanza di ragionare in termini sinergici tra città, tra realtà locali: Ferrara purtroppo lo fa poco». Ad esempio, «gli Atenei di Ferrara, Modena e Bologna, pur vicini, non dialogano e collaborano tra loro» (considerando anche il fatto che «Ferrara è una città con l’università ma non ancora una città universitaria»). In questo, la gestione dei grandi eventi è emblematica, essendo «all’insegna della competizione fra le città». 

Nella nostra città – ha proseguito Farinella – «il Progetto Mura e dell’Addizione verde invece di essere considerati un punto di ripartenza, e quindi un laboratorio per ripensare la città e i suoi spazi pubblici, sono stati e sono vissuti come un punto di arrivo». Insomma, anche negli attuali amministratori pubblici di Ferrara «manca un progetto di città, una visione, una strategia; anzi, una strategia c’è ed è proprio quella che l’attuale Amministrazione sta attuando: sempre più parcheggi, anche in centro e in luoghi tutelati come la Certosa, e un aumento dell’accesso dei veicoli nel centro storico». Servirebbero invece «più treni invece di pensare al rafforzamento delle strade». Una critica Farinella l’ha rivolta anche in merito a un recente incontro pubblico: «alcuni giorni fa all’iniziativa in Municipio in occasione dei 30 anni dal riconoscimento UNESCO per Ferrara e il Delta, non si è parlato di quest’ultimo e non vi sono stati interventi riguardanti i problemi di Ferrara e della sua urbanistica».

«Perché – si è chiesto ancora il relatore – UniFe non ha dato vita a un laboratorio sulla città?»: questo è un altro esempio di mancata sinergia/dialogo tra le istituzioni.E vale anche per le precedenti Amministrazioni comunali». E a proposito di dialogo e di partecipazione, per Farinella risulta «imbarazzante» che nella nostra città «non esista più un Urban Center», cioè l’organismo  che fino a pochi mesi fa svolgeva funzioni cruciali come «attività di ascolto, informazione, analisi di casi, accompagnamento delle comunità, supporto alla promozione delle iniziative», oltre alla gestione degli strumenti online e al coordinamento del Gruppo di lavoro “Beni comuni”.

Altrettanto «imbarazzante» è il fatto che «non esista un Museo della Città di Ferrara, altro segno della mancanza di strategia di chi ci amministra», oltre alla «scarsa manutenzione dello spazio pubblico, all’interno di un serio “Piano del verde”. Ma anche di questo, a livello delle istituzioni non se ne parla…».

Le riflessioni conclusive di Farinella sono state più generali, ancor più profonde e han riguardato «il venir meno, negli ultimi decenni, di una dimensione comunitaria, e di un crescere di quella individualistica». A ciò si affianca sempre più il problema del «modello di sviluppo» delle nostre società, nelle quali «il governo pubblico dei processi è sempre più debole», ad esempio «nell’assumere sempre meno professionisti» nello stesso pubblico, «delegando a privati attività un tempo a carico dell’Amministrazione pubblica»; mentre sempre più potere – si veda riguardo alla stessa scelta e gestione dei grandi eventi – «lo hanno società private». Senza pensare al fatto che «quando una città esalta i grandi eventi come volàno di sviluppo, vuol dire – appunto – che è una città senza visione, quindi senza futuro».

GLI ALTRI INTERVENTI: NUOVE REGOLE E  MAGGIOR TUTELA DEI BENI COMUNI

«Come Italia Nostra ci auspichiamo che si arrivi a un Regolamento ufficiale, quindi nei termini di legge, su cosa si può fare e cosa no al Parco Urbano di Ferrara», ha detto Lucia Bonazzi: «quali e quanti eventi, con quanti spettatori, con quanti decibel».E «chiediamo che il Parco Urbano sia maggiormente tutelato, o attraverso un vincolo paesaggistico o rendendolo zona di protezione speciale della Rete UE “Natura 2000″», nato appunto per la conservazione della biodiversità. Per i grandi eventi, andrebbe invece «valorizzata l’area nella zona meridionale della città». 

Lipani ha invece auspicato nella nostra città un «guardare in maniera integrata»: sviluppo e tutela possono andare assieme» e lo sviluppo, quindi, «non segua la mera logica del mercato». Se i beni comuni sono «il  patrimonio ereditato dai padri», la loro tutela «non può non essere partecipata»: non vanno quindi considerati come «un insieme di risorse da consumare», ma beni per cui «mettere a disposizione le proprie competenze e conoscenze». Lavorare assieme, insomma, «all’insegna della reciproca responsabilità», una «co-produzione di conoscenze che diventa co-progettazione».

Sprazzi utili per la riflessione  li ha regalati anche Bianchi, trattando innanzitutto della partecipazione da intendere come «capacità di sentire individualmente e collettivamente la responsabilità», o del «rapporto tra patrimonio e sviluppo, da ridefinire considerando non solo il patrimonio tangibile, ma soprattutto quello intangibile, immateriale». E infine, l’accento sull’importanza di «tornare a ragionare sul lungo periodo, anche riguardo ai grandi eventi», e «pensando a tutte le possibili ricadute, considerando la città tutta assieme, non a comparti separati».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025

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«Oggi l’obiettivo dell’UE è la guerra, non la pace»

26 Nov

La guerra come «nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri»: la denuncia di Bersani (Stop Rearm Europe) e Pugliese (Rete pace E-R) a Ferrara

di Andrea Musacci

I numeri se isolati dalla realtà hanno il limite di non farla percepire nella sua drammaticità. Ciò è ancor più vero quando le cifre snocciolate sono quelle riguardante le spese per gli armamenti nel nostro continente e nel mondo. Il duro panorama del nostro presente ce l’hanno spiegato lo scorso 21 novembre Pasquale Pugliese (Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna) e Marco Bersani (Campagna Stop Rearm Europe), invitati dalla Rete per la Pace Ferrara nella Sala della Musica (via Boccaleone) e moderati da Elena Buccoliero, della stessa Rete, per l’incontro “Per la pace, per la nonviolenza, contro il riarmo”.

BERSANI: «IL GRANDO INGANNO DEL PIANO UE PRESERVING PEACE»

«Quelle contraddizioni già presenti nel 2001, anno dell’invasione USA dell’Afghanistan – ora sono venute al pettine,» ha spiegato Bersani: «siamo in una fase della storia che in futuro verrà studiata, col declino dell’impero USA e il culmine delle contraddizioni del sistema capitalistico»: sempre più forti disuguaglianze sociali, crisi ecologica, bolle speculative sono i fattori principali di «un modello di società non in grado di reggere», con l’Unione Europea che è «l’esempio principale del fallimento di tutte le politiche neoliberiste». Inoltre, come Europa non abbiamo più nessun rapporto con i Paesi del Mediterraneo, e non usiamo più la diplomazia».

«Se vivessimo in un mondo realmente democratico – ha proseguito -, faremmo decine di migliaia di assemblee ovunque per decidere del nostro futuro». Invece «le potenze politiche, economiche e finanziarie fan di tutto per mantenere questo sistema, anche se rispetto a 25 anni fa non hanno più il coraggio di dire che questo è il migliore dei mondi possibili, ma sanno che è l’unico possibile per loro».

Oggi «la ristrutturazione a livello globale si fa sui rapporti di forza» ed è la guerra «la nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri». Siamo «Paesi combattenti, anche se non ancora con i soldati». In Europa, la corsa al riarmo da poco più di un mese prende il nome del Piano Preserving Peace – Defence Readiness Roadmpap 2030 (ex ReArm Europe ed ex Readiness 2030). Il Piano parte dall’idea che «come popoli europei siamo sotto una perenne minaccia,» di conseguenza sono previsti missili, sistemi d’artiglieria, munizioni, droni, uno Scudo Aereo Europeo, uno Scudo Spaziale di Difesa, senza parlare della cosiddetta “guerra elettronica”. Ma non solo: «corsi di formazione per i formatori» (leggi: propagandisti), «ingresso nelle scuole e nelle università con corsi ad hoc, esercitazioni». Il tutto per far diventare «consuetudine per ognuno la frequentazione delle Forze Armate». Un piano, questo, che vale più di mille miliardi di fondi pubblici, ed entro il 2035 – fra spese UE e spese dei singoli Stati – saranno investiti «circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva», come detto un mese fa dal Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius. Sempre entro il 2035, l’Italia arriverà a una spesa pari a 700 miliardi per difesa, armi e settore industriale ad esse legate.

Tutto ciò, inoltre, permettendo – eccezionalmente – «anche all’Italia di spendere questi soldi una volta uscita dalla procedura d’infrazione – ma non per le spese sociali – e, per tutti gli Stati, con prestiti dall’UE che li indebiteranno in maniera consistente. Oltre all’utilizzo per armi e difesa anche di fondi strutturali UE e degli investimenti della Banca europea per gli investimenti, grazie a una recente modifica dello Statuto». Riguardo alla UE, Bersani ha anche accennato al cosiddetto “Pacchetto Omnibus sulla sostenibilità”, un’iniziativa di deregolamentazione radicale (v. anche art. sotto). In parole povere, «in nome della solita battaglia contro la burocrazia si eliminano vincoli sociali e ambientali che regolano il commercio delle armi». Ma non finisce qui: lo scorso luglio la Commissione Von der Leyen ha proposto un nuovo Bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 che prevede 131 miliardi destinati a difesa e spazio, «cinque volte più» del Bilancio 2021-2027.

Dietro questi numeri e queste realtà concrete c’è una propaganda non meno pericolosa: quella secondo cui «gli altri sono armati e noi non abbastanza per difenderci da loro», anche se la realtà dice che «l’UE oggi è il continente più armato del mondo e senza contare il Preserving Peace, non ancora partito…».

Nel finale, una nota positiva, quella delle mobilitazioni di massa degli ultimi mesi, movimento dal quale «credo stia nascendo una nuova generazione politica». E a proposito, l’incontro è partito con la proiezione del Documentario La strada più lunga del 2001, racconto di quel movimento pacifista rinato dopo l’invasione USA dell’Afghanistan, con la regia di Simone Diegoli, Cristina Squarzoni e Barbara Diolaiti. Nel video, i volti e le voci protagoniste in quel periodo nel Tendone del Forum Permanente per la Pace di Ferrara dell’autunno 2001 e in altri incontri nel centro cittadino con ospiti italiani ed internazionali, animato da quell’arcipelago di gruppi, movimenti, partiti e singoli cittadine/i da cui nacque la Rete per la Pace Ferrara. 

PUGLIESE: «LA RETE PACE E NONVIOLENZA EMILIA-ROMAGNA»

«Oggi in armi si spende più del doppio rispetto al biennio 2001-2003, con l’annessa ideologia bellicista, secondo cui non la pace ma la guerra è l’obiettivo degli Stati: una “logica della deterrenza” che in realtà è un pensiero magico…», ha spiegato Pugliese. «Il sistema capitalistico europeo sta preparando questo scenario, mai così tragico dalla seconda guerra mondiale in poi. La nostra per la pace dev’essere una risposta strategica, organizzata, continuativa». E fondamentale: «tutti i diritti e le libertà sono possibili solo se c’è la pace». Un grido più che mai necessario, in un mondo con 185 conflitti armati e in cui le spese per le armi hanno raggiunto il record storico di 2719 miliardi di dollari, in aumento da anni e destinate ancora a crescere.

Pugliese si è poi concentrato sulla nostra Regione dove da febbraio 2022 (invasione russa dell’Ucraina) le reti pacifiste si sono mobilitate e unite il 5 ottobre dello stesso anno nella Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna. Fra le proposte, quello di un Assessorato regionale alla pace, oltre all’impegno assiduo – solo per citare le voci principali – per la nonviolenza come metodo e primo principio valoriale, per la costruzione e diffusione di una cultura della pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti; per lo stare, nei conflitti, sempre e solo dalla parte delle vittime – tutte –, degli obiettori di coscienza e dei disertori. E per proseguire la lotta contro l’uso del territorio regionale per basi militari e industrie belliche, col parallelo rafforzamento dell’alleanza coi sindacati come la CGIL.

Insomma, le battaglie di 25 anni fa, di 50 anni fa. Con una piccola differenza: un’altra catasta di morti e feriti nelle guerre, e una nuova ossessione dei potenti di tutto il mondo, non solo dell’Occidente. Un’ossessione che potrebbe avere un costo molto alto, per tutti.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025

Olive, gomme e tè: ecco gli ingredienti della pace

18 Nov

Lo scorso 10 novembre a Ferrara è intervenuto Jeremy Milgrom, rabbino di Gerusalemme e da 40 anni uomo di pace e maestro di nonviolenza: ecco cos’ha detto

di Andrea Musacci

“La pace è una pratica, non una speranza”: un titolo forse “populista” a una prima lettura, per un incontro pubblico. E invece no, se presenta e racchiude i racconti e le riflessioni di una vita di un uomo come Jeremy Milgrom, rabbino di Gerusalemme di origini statunitensi e cofondatore nel 1988 dell’Associazione Rabbis for Human Rights (Rabbini per i Diritti Umani). Impegnato soprattutto per i diritti dei palestinesi e delle fasce più deboli della società israeliana, nonché pioniere nel dialogo interreligioso (col reverendo anglicano palestinese Shehadeh Shehadeh ha fondato l’associazione Clergy for Peace (Religiosi per la pace, che unisce ebrei, cristiani e musulmani), Milgrom è intervenuto nel tardo pomeriggio dello scorso 10 novembre nella Sala della Musica di Ferrara (via Boccaleone) invitato dalla Rete per la Pace (in collaborazione con i Gruppi Consiliari La Comune di Ferrara e Civica Anselmo). Milgrom è stato introdotto e intervistato da Alessandra Mambelli.

LE BELLE BANDIERE

La pratica, la concretezza, si diceva; quella che Milgrom conosce bene, lui veterano dell’esercito israeliano che ottenne l’esonero dagli obblighi di riservista dopo 8 anni di battaglie legali. Una pratica non violenta che non gli ha fatto perdere il legame col suo popolo: «in questa sala non è presente la bandiera israeliana», ma una della pace tra due palestinesi, ha esordito. «Secondo me invece dovrebbero essere esposte entrambe le bandiere. Ricordo che nel 1988 mia figlia voleva esporre la bandiera di Israele, in occasione dell’anniversario della nascita del nostro Stato. Le dissi di mettere, a fianco, anche quella palestinese. Spesso però in Israele se le persone vedono esposta quest’ultima si arrabbiano e dicono: “dopo 2mila anni finalmente questa terra è nostra, mentre gli arabi vivono già in tante altre terre!”».

SOLLIEVO E PAURA

Ora in Israele – ha proseguito – «vi è sollievo per gli ostaggi liberati e i corpi degli stessi uccisi restituiti. Ma non vi è pieno sollievo perché Netanyahu continua a smantellare il nostro sistema democratico. Le elezioni dovrebbero tenersi fra un anno ma non siamo sicuri che ci saranno». E «il governo israeliano teme che i suoi cittadini vengano a sapere cos’è successo a Gaza e cosa sta succedendo in Cisgiordania, e quindi cerca di tenerlo nascosto». Dall’altra parte, «molti israeliani hanno paura a venire in Europa quando nei cortei sentono slogan come “From the river to the sea Palestina will be free”, a maggior ragione ora che c’è la tregua». Sono in aumento, infatti, anche in Italia i casi di aggressione – anche fisica – a danno di ebrei: proprio il giorno dopo, il 12, una famiglia ebrea statunitense è stata aggredita alla Stazione Centrale di Milano da un giovane pakistano.

LE OLIVE DELLA DISCORDIA

Dopo la dura analisi del presente, la seconda parte dell’intervento di Milgrom è stata invece ricca anche di aneddoti e racconti positivi, per una convivenza possibile. «I mesi di ottobre e novembre – ha detto – sono quelli dedicati alla raccolta delle olive: ciò rappresenta un’importante fonte di guadagno per i palestinesi, ma per loro è diventato molto difficile farla a causa dei continui attacchi dei coloni, che così facendo cercano di spingerli ad abbandonare le loro terre. Per fortuna vi sono anche israeliani che li aiutano nella raccolta, in quanto la loro presenza spesso li difende da questi attacchi».

GOMME NEL DESERTO

L’ong  Vento di terra ets, nata nel 2006 e con sede a Milano, fra i vari progetti portati a termine ha Impronte di Pace, promosso nel 2009 per realizzare la Scuola di Gomme, realizzata nel deserto di Gerico con pneumatici usati. La Scuola ospita un centinaio di alunne e alunni beduini, prima esclusi dal diritto allo studio. «Il governo israeliano – ha spiegato Milgrom – voleva distruggere la scuola ma l’associazione ha denunciato questo tentativo al governo italiano e all’Unione Europea, a dimostrazione dell’importanza dell’impegno diretto dei cittadini». «Sono molto felice per quello che stanno facendo» a Gaza e in Cisgiordania, ha commentato. «Quando vengo in Italia collaboro con loro, facciamo molte attività assieme». «A volte dai beduini – ha aggiunto Milgrom – porto anche mia madre, che ha 97 anni, e lei con loro si trova molto bene…». Ma ancora oggi i beduini devono difendersi non solo dall’esercito ma anche dai coloni israeliani, come ben documentato da Avvenire lo scorso 11 novembre riguardo al villaggio di Al-Hatrura. 

LA PACE NEL TÈ

Sono frequenti e ben radicati i legami di Milgrom con tanti palestinesi: «spesso – ha raccontato a mo’ di esempio – sono ospite di un signore che mi offre sempre il tè. Una volta ho ricambiato la sua ospitalità invitando lui e la sua famiglia a pranzo: in quest’occasione ho raccontato la storia del popolo ebraico, quindi anche il periodo della schiavitù in Egitto e la successiva liberazione. Per il figlio di questo signore sembrava assurdo che gli ebrei potessero essere stati schiavi perché ora vede Israele come padrone, e loro palestinesi come schiavi…».

GIOVANI IN CARCERE

E a proposito di giovani generazioni, Milgrom ha raccontato anche di suo nipote, 16 anni di età: «non voglio che si arruoli nell’esercito, e proprio per questo ora con la famiglia vive nel Regno Unito. Anche sua madre da giovane si è rifiutata di fare il servizio militare. Chi si rifiuta di arruolarsi per me è un eroe». Persone che rischiano il carcere, lo stesso dove sono rinchiusi molti palestinesi: «la loro non è una causa popolare in Israele in quanto il governo – che è il più estremista nella storia dello Stato di Israele – non vuole che se ne parli. Come israeliano sono imbarazzato per come il governo tratta queste persone, giustificando questi metodi come deterrenti».

L’UNICA SOLUZIONE

«Dal 1948 Israele opprime i palestinesi», ha aggiunto Milgrom: «molti sono stati cacciati dalla loro terra, sono diventati profughi». E ancora oggi «molti israeliani sono d’accordo col Piano Trump e non vogliono il ritorno dei profughi palestinesi. Ma finché questi non torneranno nella loro terra, vi sarà ingiustizia e violenza». Dall’alta parte – ha aggiunto – «fra i palestinesi e i loro sostenitori ci sono molte persone che desiderano che tutti gli ebrei lascino la propria terra». Il finale è amaro, ma non del tutto: «con molta tristezza credo che non abbiamo fatto abbastanza: mai come oggi c’è stata brutalità e violenza, e mai Israele ha acquistato e prodotto così tante armi. L’unica soluzione è di vivere insieme in un unico Stato e di cooperare». L’unica risposta – insomma – è nella pratica di pace, l’unica che può dare speranza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

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Un popolo presente: il 15 novembre torna la Colletta Alimentare

14 Nov

GIORNATA DELLA COLLETTA ALIMENTARE 2025. Tutta la Giornata di sabato 15 novembre sarà possibile donare in 120 punti vendita a Ferrara e provincia beni alimentari non deperibli per le persone e le famiglie povere del nostro territorio. Ecco la rete della carità ferrarese e tutte le iniziative in programma anche prima di sabato 15…

di Andrea Musacci

Sabato 15 novembre torna anche a Ferrara e provincia l’appuntamento con la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, l’iniziativa promossa dalla Fondazione Banco Alimentare ETS per sensibilizzare la cittadinanza sul problema della povertà e in cui sarà possibile aiutare direttamente le persone bisognose acquistando alimenti non deperibili (ad es. olio, verdure e legumi in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, tonno e carne in scatola, alimenti per l’infanzia e riso).

POVERTÀ: I NUMERI

Sfiora il 10% della popolazione il numero di italiani che non può acquistare cibo o altri beni per vivere dignitosamente, secondo i dati recentemente pubblicati dall’Istat (relativi al 2024). Dati che parlano di 2 milioni e 200mila famiglie in stato di povertà assoluta, vale a dire 5,7 milioni di persone. Il 35,2% delle famiglie indigenti è composta totalmente da stranieri, il 6,2% da soli italiani. In Emilia-Romagna, i dati del Rapporto Istat 2025 dicono invece di 139mila famiglie che vivono in povertà relativa, pari al 6,8% del totale regionale e, tra queste, il 20% delle famiglie monogenitoriali con madre sola è più esposto al rischio di povertà assoluta. Inoltre, in Emilia-Romagna risultano attivi circa 50 tavoli che riguardano imprese operanti nelle province della regione e in quasi tutti i settori produttivi. Tavoli che coinvolgono circa 10 mila lavoratrici e lavoratori. E nei primi 6 mesi del 2025 in Emilia-Romagna sono state autorizzate quasi 34 milioni di ore di cassa integrazione, in aumento del 20% rispetto al 2024 e addirittura del 102% rispetto allo stesso periodo del 2023.

NEL FERRARESE

A Ferrara e provincia sono 120 i punti vendita nei quali si potrà fare la Colletta, con un coinvolgimento di circa 1300 volontari (lo stesso numero nel 2024, anche se ogni anno vi sono sempre nuove persone che scelgono di collaborare). Oltre al Responsabile provinciale Giuseppe Salcuni, la Colletta è resa possibile grazie all’impegno di 11 responsabili/coordinatori sparsi su tutto il territorio provinciale. Nel Ferrarese l’anno scorso, il 16 novembre, sono stati donati 70478 kg di beni alimentari a lunga conservazione, mentre nel 2023 erano stati 67050 kg e nel 2022, 61460. Una tendenza positiva che speriamo possa proseguire anche quest’anno.

LA COLLETTA…PRIMA DELLA COLLETTA

Per il sesto anno, questa settimana (dal 10 al 14 novembre) la Colletta viene svolta anche nella sede di ACER in c.so Vittorio Veneto a Ferrara, col sostegno dell’Azienda. Marco Cassarà, Agnese Travasoni e Cristina Sulsenti sono i responsabili dell’iniziativa. Le prime cinque edizioni in ACER hanno permesso di raccogliere 590 kg di generi alimentari (60 kg nel 2019, 120 nel 2021, 124 nel 2022, 154 nel 2023, 132 nel 2024); beni poi distribuiti, attraverso gli Enti associati al Banco Alimentare Emilia-Romagna, a famiglie povere in  Provincia. 

La Colletta il 13 e 14 novembre viene svolta anche nella sede ferrarese dell’Agenzia delle Entrate (via mons.Maverna), grazie ad alcuni dipendenti che fanno i volontari per la Colletta anche nei supermercati.

Anche diverse scuole del Ferrarese sono coinvolte: per quanto riguarda le Secondarie di primo grado, quelle di Poggio Renatico, Santa Maria Codifiume, oltre alla San Vincenzo e alla Bonati di Ferrara, mentre tra le Secondarie di secondo grado studenti e studentesse dell’ITI Copernico-Carpeggiani, del Carducci e del Dosso sono coinvolti come volontari in alcuni iper e supermercati. Lo stesso vale per alcuni insegnanti e bambini dell’Istituto Dante Alighieri. Alla San Vincenzo di Ferrara, invece,  la mattina di venerdì 14 si fa la Colletta dentro la scuola, con il coinvolgimento delle famiglie dal Nido alle Secondarie di primo grado (da cui in tanti andranno anche a fare i volontari il 15 nei punti vendita). Idem per l’infanzia e la primaria della Sant’Antonio. E diverse scuole del nostro territorio sono coinvolte anche nel progetto “Dona cibo”, progetto simile alla Colletta organizzato a livello nazionale da Federazione nazionale Banchi di solidarietà, a cui il Centro di Solidarietà-Carità ferrarese aderisce. 

POPOLO COINVOLTO

Queste invece le parrocchie, gli enti e le associazioni coinvolte per la Giornata della Colletta 2025 (gli stessi dell’anno scorso): Comune di Ferrara: Croce Rossa Italiana – Ferrara, Il Mantello, Viale K, Caritas Pontelagoscuro, Caritas Porotto, parrocchia Pontelagoscuro, parrocchia Perpetuo Soccorso, Scout Agesci, parrocchia Santo Spirito, parrocchia San Benedetto, SAV, parrocchia Porotto, Associazione Nazionale Alpini, parrocchia Immacolata, Rotary, Lions club, parrocchia Pontegradella, Azione Cattolica. Alto Ferrarese: Cento Solidale, Scout Cento e Casumaro, Rotary Cento, Lions Cento, Caritas Penzale, CL Cento, Associazione Nazionale Alpini – Protezione Civile, Croce Rossa Cento, Caritas Renazzo, Caritas Terre del Reno. Poggio Renatico: parrocchia, Caritas, AVIS, Rotary, parrocchia Gallo. Caritas di Vigarano Mainarda e di Bondeno. Medio Ferrarese: Associazione “Mons. A. Crepaldi” di Voghiera, Caritas di Portomaggiore, Lions di Portomaggiore, Emporio Solidale Argenta, Lions e LeoClub Argenta.  Basso Ferrarese: Caritas parrocchia Jolanda di Savoia, Pro Loco Jolanda di Savoia. Parrocchie di Ostellato, Dogato, Rovereto, San Giovanni. Scout di Mesola. Copparo e Tresignana: Lions, Croce Rossa, Caritas parrocchiali, Associazione Bersaglieri, Auser, Centro Aiuto alla Vita, Scout. Comacchio: parrocchia, Lions, Scout, Aiutiamoli a Vivere Odv, Cuccu trasporti, Istituto di Istruzione Superiore “Remo Brindisi”, Cicli Casadei (S. Giuseppe di Comacchio), parrocchia di Porto Garibaldi. E  nel Santuario di S.Maria in Aula Regia la Colletta “prosegue” anche il giorno dopo, il 16, col pranzo di fraternità e la raccolta di alimenti nelle chiese alle S. Messe, raccolta che andrà avanti fino a Natale.

LA DISTRIBUZIONE

La raccolta della Colletta è strettamente collegata al sistema di raccolta e distribuzione di beni alimentari, resa possibile grazie al Centro di Solidarietà-Carità (CSC), nato nel 1999 – dieci anni dopo la nascita del Banco Alimentare nazionale – e formato da 60 volontari e tre magazzini. Massimo Travasoni – Responsabile dei due magazzini del CSC di via Trenti (Mercato Ortofrutticolo) a Ferrara (il terzo è a Comacchio, in via Bonafede, 112) e vicepresidente dello stesso CSC guidato da Fabrizio Fabrizi – ci aggiorna sui dati dei destinatari degli alimenti, costanti da tre anni: sono circa 13mila le persone (di cui circa la metà nel Comune di Ferrara) che chiedono beni alimentari di prima necessità alle nostre parrocchie, alla Caritas, ad altre associazioni o enti; beni che questi ricevono dal Banco Alimentare di Imola (una decina di Associazioni/enti) o tramite il CSC (67 Associazioni/enti, di cui 26 nel Comune capoluogo, per 11730 persone, delle quali 6mila nel Comune di Ferrara). Si tratta, in un anno, di circa 1200 tonnellate di beni alimentari donati

Oltre alla Colletta, i beni arrivano da donazioni dall’industria, dall’ortofrutta e dall’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che si occupa del Fondo europeo FEAD e Del Fondo nazionale). Nel 2024 Fondazione Banco Alimentare denunciò il ritardo nella definizione dei nuovi bandi triennali AGEA, ritardo che quasi “svuotò” le riserve del magazzino di Ferrara e di altre località, e che quindi l’anno scorso e quest’anno rende ancor più importante la Giornata della Colletta. Inoltre, un dato sempre in aumento (seppur lieve) da anni è quello delle famiglie che ricevono il pacco alimentare o direttamente nei magazzini di Ferrara e di Comacchio o tramite i volontari del CSC che glielo consegnano a domicilio: sono 195 (oltre 550 persone, italiane e non).

IN EMILIA E IN ITALIA

Nel 2024 la Colletta in Emilia Romagna ha visto l’adesione di 17.145 volontari ed ha portato alla raccolta di oltre 888 tonnellate di prodotti in 1.121 punti vendita. Anche per l’edizione 2025 i punti vendita aderenti sono oltre 1.100. Quanto verrà raccolto giungerà, tramite le 722 organizzazioni convenzionate con il Banco nella nostra regione, a 132.300 persone in condizioni di bisogno. 

A livello nazionale, sono invece quasi 12 mila i supermercati aderenti, oltre 155.000 i volontari impegnati e ca. 7.600 le organizzazioni territoriali convenzionate con Banco Alimentare, che accolgono oltre 1.755.000 persone in difficoltà. Dal 15 novembre al 1° dicembre sarà possibile donare la spesa anche online su alcune piattaforme dedicate: per conoscere le varie modalità di acquisto dei prodotti e i punti vendita aderenti all’iniziativa è possibile consultare il sito http://www.bancoalimentare.it

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 novembre 2025

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Casa, diritto negato: se i ricchi si mangiano tutto

9 Ott


Sarah Gainsforth a Ferrara per Internazionale ha presentato il suo libro “L’Italia senza casa”

Un sistema di dominio e di estrazione di valore che rende sempre più le nostre città spazi di passaggio per i più ricchi, espellendo le famiglie e i residenti storici. È questa la lucida analisi proposta da Sarah Gainsforth, giornalista e ricercatrice, che lo scorso 3 ottobre a Ferrara (Aula Magna Facoltà di Economia) ha presentato il suo ultimo libro, “L’Italia senza casa” (Ed. Laterza, 2025). L’autrice ha dialogato con Romeo Farinella (Urbanista di UniFe) e Diego Carrara, fino ad alcune settimane fa Direttore di ACER Ferrara.

«L’Italia è piena di case, ma molte di queste sono vuote, non sono abitabili», ha detto Farinella. «Gran parte degli italiani non hanno, quindi, diritto alla casa». «Sono stimati fra i 70mila e i 100mila gli alloggi vuoti nel nostro Paese», ha aggiunto poi Carrara. Alloggi che dovrebbero essere riqualificati, ma che vengono lasciati a se stessi, perché «mancano investimenti pubblici» (tradotto: perché il pubblico decide di non investire in questo ambito). In Emilia-Romagna gli alloggi pubblici sono 56mila, di cui 5mila vuoti (quelli vuoti sono il doppio nella sola Milano). Ma nella nostra Regione sono ben 30mila i nuclei familiari presenti nelle graduatorie pubbliche in attesa di un alloggio (a livello nazionale sono 350-450mila le famiglie che attendono).

Nel capitalismo contemporaneo «il valore non viene nemmeno più prodotto ma estratto», ha spiegato Gainsforth . Estrazione del valore dal suolo – per speculare a livello immobiliare – che è «un atto di violenza», e «così è sempre stato, dall’impero coloniale britannico fino a oggi, come avverrà a Gaza quale conseguenza della guerra in corso». In Italia, nel secondo dopoguerra vi era stato un periodo di politiche pubbliche atte a regolare la rendita.Politiche pubbliche presenti ancora, ma che «oggi favoriscono processi di privatizzazione dell’ambito immobiliare», iniziati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Tutto ciò per favorire quella produzione di valore di cui si è accennato, attraverso l’attività edilizia e grazie ai cambi di destinazione d’uso (da agricolo ad abitativo, perlopiù). Forma di speculazione immobiliare dominante negli ultimi anni è quella legata al turismo, divenuto nel tempo «lo strumento principale di estrazione di valore d’uso dal suolo», affittando sempre più alloggi a turisti (quindi per periodi brevi) e non a singoli o famiglie che vogliono risiedere. Questo rent gap porta alla cosiddetta gentrification, vale a dire alla trasformazione delle città con la sostituzione dei ceti medi e popolari con ceti con redditi più alti.

«Soprattutto negli ultimi 5 anni – ha proseguito Gainsforth -, anche in Italia abbiamo assistito a questo fenomeno – in crescita -, che vede un target sempre più ristretto: prima gli studenti, poi i turisti, ora i ricchi stranieri». Dagli affitti brevi a quelli medi. Gainsforth nell’ultimo numero della rivista Jacobin Italia (n. 28 – autunno 2025) spiega quindi come «gli affitti medi [alcuni mesi o un anno, ndr], intermediati da piattaforme digitali, sono in crescita e stanno monopolizzando il mercato delle locazioni». E scrive ancora: «Le case diventano più care, sempre più quartieri un tempo popolari diventano inaccessibili a residenti stabili, mentre coworking, caffè e palestre boutique sostituiscono negozi, asili e altri servizi tradizionali. La nuova offerta di abitare di medio periodo si intreccia con una domanda, anch’essa in crescita, composta da profili come nomadi digitali o expat temporanei, spesso con alto potere d’acquisto».

Così, la città diventa «una macchina di accrescimento della ricchezza privata, e naturalmente per pochi. Oggi – soprattutto in Italia – col dogma della proprietà privata è impensabile immaginare che il pubblico sia il proprietario del suolo (fenomeno che invece avviene ad esempio in Austria e in Olanda) ed è quindi impensabile proporre una riforma del catasto». Ma l’assolutizzazione della proprietà privata così intesa «non difende dalla povertà, non difende il diritto al lavoro né quello alla casa», ha aggiunto l’autrice. «Nelle città vediamo una sempre maggiore polarizzazione: i ricchi/molto ricchi e i poveri (i senzatetto)», dato che la gentrification sposta sempre più le fasce medio-basse fuori dalla città.

C’è quindi bisogno – ha detto Gainsforth – di «ripoliticizzare il tema della casa», di difenderlo come «diritto non privato ma di tutti». E una possibile soluzione – ha concluso – potrebbe essere quella di «rivalutare la forma cooperativa di proprietà».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 ottobre 2025

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Foto: SevenStorm Juhaszimrus (Pexels)

Bassani urbanista politico: l’impegno dello scrittore per “conservare” Ferrara

24 Set

Ferrara, le Mura e il centro storico: un bagaglio storico straordinario, da difendere e valorizzare. Da rendere sempre più spazio di partecipazione democratica. Questo l’impegno di Giorgio Bassani (e di Bruno Zevi), fra letteratura e urbanistica: le riflessioni di Parussa e Scafuri in un Convegno

di Andrea Musacci

La passione che muove le persone e le comunità per difendere e valorizzare i propri luoghi, le proprie città, la propria storia, può esprimersi in forme differenti. Esempio alto e raro (sempre più raro) di ciò lo incarnava Giorgio Bassani.

Lo scorso 17 settembre la Sala Convitto di Factory Grisù (via Mario Poledrelli, Ferrara) questo tema è stato al centro del Convegno dal titolo “Essere conservatori per essere progressisti. Giorgio Bassani e il dibattito sull’urbanistica ferrarese del Novecento”

Francesco Franchella (Fondazione Giorgio Bassani) ha introdotto gli interventi di Sergio Parussa (docente presso il Wellesley College, Boston, USA) e Francesco Scafuri (già responsabile dell’Ufficio Ricerche Storiche del Comune di Ferrara), a cui han fatto seguito i saluti di Paola Bassani (Presidente della Fondazione Giorgio Bassani, intervenuta brevemente e a distanza), e preceduti dalle introduzioni di Alfredo Morelli (Università di Ferrara – curatore dell’evento assieme a Franchella) e Maria Calabrese (Biblioteca Popolare Giardino). Una 70ina i presenti.

L’evento – che ha visto anche la collaborazione di Carlo Magri (suo un video storico su Ferrara proiettato a fine incontro) – è stato organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Ferrara e dalla Fondazione Giorgio Bassani, con il sostegno di Italia Nostra – Sezione di Ferrara, Ferrariae Decus-ETS, Laboratorio per la Pace e Biblioteca Giardino.

TRA NON-FINITO E STORICIZZAZIONE

Ferrara protagonista della narrativa bassaniana, con l’urbanistica al centro dei suoi romanzi e racconti. Da qui ha preso le mosse Sergio Parussa, sottolineando l’impegno di Bassani – in particolare come Presidente di “Italia Nostra” dal 1965 al 1980 – per il restauro architettonico di Ferrara.Ferrara che nella sua narrativa «non è semplice sfondo degli avvenimenti ma filo rosso della trama».Ne è dimostrazione la «ricchissima topografia» presente nelle sue pagine, un «paesaggio urbano sempre nominato con esattezza». Si pensi, ad esempio, alla farmacia di Corso Roma(oggi Corso Martiri della Libertà) ne “La lunga notte del ’43” o alla porticina di via Gorgadello (oggi via Adelardi) dello studio di Fadigati ne “Gli occhiali d’oro”. E soprattutto il luogo simbolo della narrativa bassaniana e della sua Ferrara: il giardino al fondo di corso Ercole I d’Este, il luogo «più elusivo e inafferrabile« dell’universo bassaniano, «il giardino che non c’è». Bassani spiegò come per evocarlo si fosse ispirato al romano Giardino di Ninfa della nobile famiglia Caetani, e all’Orto Botanico della Capitale.Ma non solo: la famiglia protagonista del romanzo è ispirata a quella dei Finzi Magrini: Silvio Finzi Magrini ha infatti “suggerito” nello scrittore la figura di Ermanno Finzi Contini, capostipite della casata e padre di Micòl. I Magrini a Ferrara vissero al numero 76 di via Borgo dei Leoni, poco distante quindi. In ogni caso, il giardino più famoso di Ferrara non esiste ed «è frutto di combinazioni di luoghi diversi ma reali». E il punto di corso Ercole I d’Este dove Bassani colloca il giardino (che in realtà è un parco), al civico 129 (che non esiste, fermandosi al 123), in realtà «è uno spazio vuoto»: «Essendo il giardino – scrive Bassani nel romanzo – grande “un” dieci ettari, e i viali, tra maggiori e minori, sviluppando nel loro insieme una dozzina di chilometri, la bicicletta era a dir poco indispensabile».

Negli stessi anni, l’architetto e urbanista BrunoZevi (scomparso nel 2000) «fa di questi stessi luoghi il  fulcro dei suoi studi urbanistici». L’idea di fondo che accomuna i due è che «gli esperimenti urbanistici rinascimentali furono la base per progettare la ricostruzione dell’Italia antifascista e repubblicana». Il relatore ha quindi richiamato il concetto di «“non-finito” tipico dell’Addizione erculea e del tessuto urbano della nostra città», vale a dire «l’apparente disomogeneità e discontinuità tra campagna e città».Un “non-finito” come «frutto innanzitutto di una crisi politica all’inizio del XVI secolo, segno di una storia che avrebbe potuto essere e non è stata»; ed emblema, secondo Bassani, anche «della drammatica conclusione della pacifica storia della comunità ebraica ferrarese e degli ideali risorgimentali a inizio ‘900», a causa del fascismo.

E a proposito di fascismo, «la comune fede e appartenenza politica è un altro tratto che accomuna Bassani a Zevi, oltre naturalmente al «sodalizio intellettuale».Entrambi, infatti, «sono antifascisti gobettiani, vicini ai fratelli Rosselli», quindi appartenenti a quell’area liberal-socialista o del socialismo liberale concretizzatasi nel dopoguerra nel movimento “Giustizia e Libertà” (GL) di Carlo Cassola e poi nel movimento “Unità Popolare”, che raccoglieva dissidenti socialdemocratici, dissidenti repubblicani ed ex GL. Bassani e Zevi si conobbero, infatti, a Roma nei primi anni ’40, proprio quando nasce e si sviluppa il Partito d’Azione, che raccolse l’eredità di Giustizia e Libertà (il movimento antifascista e partigiano nato nel ’29 da Carlo Rosselli e altri). Altro loro punto di riferimento fu Benedetto Croce e la sua lezione sullo «storicismo legato all’azione intellettuale e di quella politica». Da qui la «storicizzazione» che accomuna Bassani e Zevi, cioè «il calare i luoghi e gli edifici di Ferrara nel contesto storico e nel loro tessuto urbano, sottolineando così l’interdipendenza di ogni elemento con gli altri». Interdipendenza che riguarda anche – e soprattutto – le persone: da qui, la centralità nei due intellettuali del tema della «partecipazione del cittadino alla creazione dello spazio urbano». Partecipazione che richiama la «democratizzazione» della città stessa:sia Bassani sia Zevi, infatti, vedevano nel paesaggio urbano «un’aspirazione egualitaria», facilitata «dall’orizzontalità di Ferrara città di pianura, estranea a ogni tentazione gerarchica e a ogni verticalismo». Così, per Zevi la Ferrara rossettiana è «una realtà urbanistica eminentemente democratica». E appunto, come richiamato nel titolo dell’incontro, lo spirito progressista della Giunta rossa non è stato sinonimo di mancato rispetto per la storia, anzi; è lo stesso Bassani ne “Il giardino dei Finzi Contini” a scrivere: «corso Ercole I d’Este è così bello, tale è il suo richiamo turistico, che l’amministrazione social-comunista, responsabile del Comune di Ferrara da più di quindici anni, si è resa conto della necessità di non toccarlo, di difenderlo con ogni rigore da qualsiasi speculazione edilizia o bottegaia, insomma di conservarne integro l’originario carattere aristocratico» (corsivo nostro).

MURA TORMENTATE

«Alle origini del “Progetto Mura” c’è il fallimento del progetto di rendere Ferrara un importante centro industriale».Da qui è partito Scafuri per la sua analisi. La zona industriale della città, sorta tra il 1937 e il 1942, infatti, «si basava su aspetti autarchici» e serie furono le conseguenze dei bombardamenti nel ’44. Dagli anni ’40 si inizia però a ragionare sulle nostre Mura, progettando nel ’47 un Piano di Ricostruzione e di valorizzazione, grazie soprattutto all’ing. Savonuzzi. Negli anni ’50 Ferrara «era ancora una città agricola e preindustriale» ma sempre più cresceva la consapevolezza dell’importanza di «valorizzarne l’enorme patrimonio storico, artistico e architettonico». È poi del ’58 il Convegno sull’edilizia artistica ferrarese a cui seguì, nel ’79, la pubblicazione dal titolo “Ferrara.Spazi, orizzonti”. Bassani era dentro questo dibattito: «Il verde va preservato, tutelato, per l’uso effettivo dei cittadini»;l’Amministrazione comunale deve difendere il centro «dalle insidie di chi parla di rinnovamento ma pensa soprattutto ai propri affari», disse al Consiglio Comunale di Ferrara il 25 giugno ’62, “profetizzando” la sempre più forte privatizzazione degli spazi pubblici. Così come intervenne nel ’73 nel “Corso Residenziale” e nel ’78 al 6° Symposium europeo sulla salvaguardia dei centri storici (da cui è tratta anche la sua citazione nel titolo del Convegno, «Essere conservatori per essere progressisti»). Se insufficienti furono i lavori sulle Mura negli anni ’60 in seguito al primo Piano Regolatore, negli anni ’70 e ’80 la pianificazione urbanistica coinvolse numerosi esperti, anche in riferimento all'”Addizione verde”, e negli anni ’80-’90 con gli importanti finanziamenti pubblici si riuscì a portare a termine il restauro integrale della cerchia urbana. Una storia – dunque – nata male, proseguita con successo ma non conclusa.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 settembre 2025

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(Foto: Giorgio Bassani – Archivi Mondadori – urly.it/31c6w6)

Referendum 8-9 giugno: lavoro e cittadinanza, ecco perché è importante votare

6 Giu

Alessandra Annoni e Silvia Borelli, docenti di UniFe, spiegano gli obiettivi dei 5 quesiti a cui siamo chiamati a rispondere col voto nelle urne. Tanti i temi che toccano la vita quotidiana: dai contratti precari agli incidenti sul lavoro, dai licenziamenti ai diritti civili legati all’acquisizione della cittadinanza

di Andrea Musacci

Quanto spesso nei normali discorsi fra le persone si sente – giustamente – lamentare del lavoro precario, delle cosiddette “morti bianche” (che quasi mai sono “bianche”), dei licenziamenti ingiusti (individuali o collettivi), dell’assurdità di persone – che incontriamo a scuola, al lavoro – che vivono da tanti anni nel nostro Paese e non sono riconosciuti cittadini come noi…

L’8 e il 9 giugno, ognuno di noi è chiamato a votare su 5 quesiti referendari riguardanti proprio lavoro e cittadinanza. Un’ottima occasione, quindi, per esprimere la propria opinione su temi che riguardano o potranno riguardarci direttamente, o persone a noi care, con le quali condividiamo momenti delle nostre quotidianità: i licenziamenti, i contratti a termine, la responsabilità negli appalti, la cittadinanza per gli stranieri. Le cinque schede di diverso colore rappresentano altrettanti ambiti su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi.

La sera dello scorso 27 maggio nel Cinema Santo Spirito di Ferrara erano oltre 200 le persone (fra cui diversi giovani) ritrovatesi per l’incontro organizzato da alcune associazioni e movimenti ecclesiali ferraresi (Azione Cattolica, ACLI, AGESCI, MASCI, Movimento Rinascita Cristiana, Comunità Papa Giovanni XXIII, Salesiani cooperatori). Le relatrici sono state Alessandra Annoni, professoressa ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Ferrara e Silvia Borelli, professoressa associata di Diritto del Lavoro dello stesso Ateneo. L’incontro è stato introdotto e moderato da Alberto Mion. Una forte risposta dei ferraresi per un’iniziativa di alto livello nel quale le due esperte hanno aiutato i tanti presenti a chiarire alcuni dubbi riguardanti temi sicuramente complessi. Con un appello ad andare a votare l’8-9 giugno per due motivi di fondo: per segnalare al Parlamento che questi temi interessano tutti i cittadini e le cittadine; come occasione per interrogarci sul modello cittadinanza, cioè su cosa significa essere cittadino/a italiano/a, qual è la nostra idea di popolo oggi. Popolo, lo ricordiamo, di una Repubblica democratica (dove il referendum è uno degli strumenti diretti di questa democrazia) fondata sul lavoro. Lavoro che, appunto, si vuole tutelare attraverso i primi 4 requisiti referendari.

Tante sono state anche le domande e le riflessioni dal pubblico a conclusione dell’incontro. La registrazione integrale dell’iniziativa a S. Spirito è disponibile sul canale You Tube della nostra Arcidiocesi: youtube.com/@chiesadiferraracomacchio

Vediamo ora nel dettaglio i cinque quesiti referendari attraverso l’analisi di Silvia Borelli e Alessandra Annoni.

Continua a leggere l’articolo qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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Che cosa oggi ci rende ancora comunità?

17 Mag

Padre Giuseppe Riggio a Casa Cini ha ragionato sull’importanza di riscoprire le ragioni profonde dei nostri legami

In ogni forma di consorzio umano, il pericolo maggiore non risiede tanto nella possibilità – scontata – di conflitto tra i membri ma nel perdere quel “fuoco sacro” che ha trasformato un gruppo di persone in una comunità. Su questo quid che trascende le singolarità e le contingenze ha riflettuto lo scorso 6 maggio a Casa Cini, Ferrara, padre Giuseppe Riggio s.j., Direttore responsabile di “Aggiornamenti sociali”, per la penultima lezione del 2024-25 della Scuola diocesana di teologia per laici. “Che cosa ci tiene uniti? Per una grammatica della partecipazione” il titolo dell’incontro, lo stesso del suo ultimo libro edito da “Il Pellegrino ed.”.

Partecipazione, comunità e missione sono le tre parole al centro del recente Sinodo universale: «da un’adesione personale all’annuncio del Vangelo ognuno è chiamato a dare il proprio contributo», ricordando che la missione non è necessariamente l’andare in un altro luogo ma «la testimonianza viva che tocca tutti», ha riflettuto p. Riggio. In tutto ciò, decisivo è «il senso di appartenenza», che rende «più forte, viva e attrattiva una comunità».

Oggi, però, viviamo in un tempo in cui le paure dominano: «tante delle promesse in cui abbiamo creduto (la pace, il benessere, ad esempio), oggi non sono più così salde», ha proseguito il relatore. Senza pensare alla «paura dell’altro» inteso come colui che viene da fuori, da un’altra realtà geografica, a cui si risponde innanzitutto con «la volontà di proteggersi», con «un accentuarsi delle dinamiche di polarizzazione, di conflitto e individualistiche».

Tutto ciò fa particolarmente riflettere sull’importanza per ogni comunità – ecclesiale o civile che sia – di «essere periodicamente rinnovata», di «ricordare e ripensare i motivi profondi per cui si sta insieme, si è comunità, e quindi per cui bisogna parteciparvi attivamente». Altrimenti, «i legami si attenuano e si sfaldano». Ma «la cura», la “manutenzione” di questi legami – non bisogna dimenticarlo – richiede sia «tempo» sia «luoghi per ritrovarsi e ragionarci assieme». Luoghi non solo fisici ma intesi – in senso ampio – come «condizioni di incontro, di ospitalità e dialogo».

Oggi, quindi, dobbiamo chiederci: nelle nostre comunità che cosa ci tiene uniti? Intendendo l’unità non come «uniformità», non come conformismo ma come quella – esempio storicamente particolarmente rilevante – messa in atto dall’Assemblea costituente che ha dato vita alla Carta Costituzionale della Repubblica italiana. Insomma, la comunità – e più in generale la società – «nascono quando l’altro passa dall’essere un pericolo a essere qualcuno di cui prendersi cura». Non è una differenza da poco.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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Dialogo, umiltà e concretezza: le parole della buona politica

16 Mag


Scuola diocesana di formazione. Due amministratori del territorio, Isabella Masina ed Elia Cusinato, hanno risposto alle domande di alcune giovani liceali di Ferrara

Chi l’ha detto che i giovani considerano la politica qualcosa a loro aliena?

La sera dello scorso 7 maggio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato il secondo incontro della Scuola diocesana di formazione politica. Virginia Balboni, Anna Battaglini e Sofia Righetto, in rappresentanza della loro classe, la V^ N del Liceo Ariosto di Ferrara, aiutate dal loro prof. di Religione Nicola Martucci, hanno elaborato una serie di domande che han posto a due amministratori del nostro territorio: Isabella Masina,Vicesindaca Comune di Voghiera, in politica da 16 anni, Vicepresidente nazionale di “Avviso Pubblico”; ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara per il PD (alla sua seconda esperienza in questo ruolo), originario di Francolino, dov’è anche catechista in parrocchia. 

Ricordiamo che il primo incontro della Scuola si è svolto il 30 aprile con gli interventi dell’urbanista di UniFe Romeo Farinella e di Chiara Sapigni (Ufficio Statistica Provincia) sul futuro di Ferrara. Il prossimo incontro, previsto per il 14 maggio, è stato spostato al 4 giugno: relatori saranno Valentina Marchesini, imprenditrice, e Gianpiero Magnani, CDS Cultura OdV su “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. Il prossimo incontro è in programma il 23 maggio sul tema “Per una democrazia trasformativa: la democrazia come diritto di tutti i cittadini”.Interverrà Filippo Pizzolato, Docente di Istituzioni di diritto pubblico, Cattolica Milano. A seguire, il 28 maggio, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio?”, una riflessione col metodo della conversazione sinodale.

CHE COS’È IL BENE COMUNE?

La sera del 7 maggio, innanzitutto le ragazze hanno cercato di dare una definizione – per quanto inevitabilmente sommaria – della politica: «un confronto critico e costruttivo per risolvere i problemi della società, in cui tutti hanno gli stessi strumenti e sono ugualmente coinvolti». Oggi, però, «dominano la disillusione e il disincanto».

Alla prima domanda, su cos’è il bene comune, Masina ha innanzitutto risposto richiamando il rischio che la politica, «dopo tanti anni che la si fa, diventi routine.La politica – ha poi aggiunto – non è solo risoluzione dei problemi ma anche occasione di crescita per tutti». È fondamentale, quindi, innanzitutto avere la «capacità di riconoscere l’altro», quindi «sentirsi parte di una comunità». La politica è «lavorare per costruire un futuro assieme, non è innanzitutto il trovare soluzioni ma è dialogo, per poi arrivare alle soluzioni». E richiede quindi «umiltà nel confronto e nel dialogo».

Andare incontro ai bisogni della comunità e dare risposti a questi bisogni»: questo è il bene comune per Cusinato. «Ascolto e dialogo sono quindi fondamentali per il bene comune».

È SEMPRE NECESSARIO SCHIERARSI NELLE QUESTIONI POLITICHE?

«Le radici, l’appartenenza non sono sempre negative, a meno che ci impediscano di vedere con onestà la realtà», ha risposto Masina. «Com’è nel mio caso, essere “civici” significa fare politica nei territori senza prendere ordini dai partiti. La differenza – quindi – la fanno le persone più che l’appartenenza politica. 

Per Cusinato, è «necessario e inevitabile che chi fa politica debba prendere una posizione». Ma ci vuole «più rispetto, sia da parte di chi governa, sia da parte della minoranza», nei confronti degli avversari. La crescente mancanza di rispetto è causata dalla «sempre più diffusa mancanza di professionalità» da parte di chi fa politica e dal «dare sempre più importanza alla spiccia comunicazione social».

È POSSIBILE FARE OPPOSIZIONE IN MODO COERENTE E COSTRUTTIVO?

«È difficile non solo fare un’opposizione costruttiva ma anche essere maggioranza in maniera costruttiva», ha risposto Masina. Per questo – ha ribadito -, innanzitutto c’è bisogno di un dialogo politico che sia costruttivo». Masina ha poi riflettuto sul delicato rapporto tra la propria coscienza e indole personale e le scelte del proprio gruppo: «a volte mi capita, al suo interno, di essere in disaccordo su alcune scelte. Ma è importante avere l’umiltà di riconoscere le ragioni altrui, o anche quando un semplice cittadino ti propone un’idea migliore, nonostante non abbia esperienza politica».

Cusinato ha invece riflettuto sulla «non semplice posizione di chi fa opposizione nel trovare sempre proposte alternative a quelle della maggioranza, soprattutto quando si ha a che fare con molti aspetti tecnici come nel caso del bilancio comunale».

RAPPRESENTANZA E PARTITO SONO CONCETTI ANCORA ATTUALI?

«È necessario ci sia una qualche organizzazione – partito o movimento che sia -, una qualche strutturazione, soprattutto per preparare i propri rappresentanti nelle istituzioni», è l’opinione di Masina. Compito, appunto, un tempo assunto dai partiti.«Per amministrare un territorio, infatti, non basta la buona volontà. Personalmente, parte della mia formazione politica l’ho fatta grazie a “Avviso Pubblico”. Sicuramente, esistono tanti bravi amministratori, esiste la buona politica, anche se spesso i media non ne parlano».

«Mi viene da chiedermi: i rappresentanti sono davvero rappresentativi?», ha invece detto Cusinato. Ed è importante che soprattutto i partiti «scelgano persone responsabili e preparate».

PERCHÉ GIOVANI DI 18 ANNI DOVREBBERO INTERESSARSI ALLA POLITICA?

Masina ha scelto di rispondere ricordando la drammatica situazione di tanti giovani che anche dal nostro territorio decidono di emigrare in altre parti d’Italia o spesso all’estero, abbandonando soprattutto i piccoli paesi. «Ma io sento il bisogno di far vivere il mio paese: per questo, dobbiamo fare in modo che i giovani restino». Come farlo?«Coinvolgendoli in politica». Rendendoli, cioè, protagonisti e responsabili della loro comunità. «Anche se spesso il problema è rappresentato da alcuni adulti, da genitori che li viziano e li deresponsabilizzano», ha aggiunto.

«La prima volta che mi sono candidato – nel 2019 – avevo 18 anni: scelsi di farlo – e di rifarlo l’anno scorso – come servizio alla mia comunità», ha raccontato invece Cusinato. «È importante che i giovani si impegnino in politica, hanno la mente più dinamica e più idee rispetto a una persona più anziana. E questa loro dinamicità dev’essere canalizzata. Un altro motivo per impegnarsi – ha aggiunto Cusinato – è quello di essere, poi, orgogliosi di far parte del proprio territorio, di sentirsene parte in maniera attiva. È, però, importante creare sempre più ricchezza nel Ferrarese, affinchéi ragazzi e le ragazze non scelgano di trasferirsi altrove, e quelli che sono emigrati, ritornino».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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Casa, mobilità, energia: una città davvero di tutti (e non privatizzata)

8 Mag


Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto a Casa Cini per il primo incontro della Scuola diocesana di formazione politica: «spesso la “rigenerazione green” è mera retorica classista»

di Andrea Musacci

«I problemi dell’organizzazione e della gestione degli spazi urbani non possono essere affidati ai “tecnicismi”. L’urbanistica è politica, ma c’è bisogno, sia a livello locale che globale, della capacità del governo pubblico di affrontare e assumere la complessità dei problemi, superando approcci settoriali per poi pensare a strategie serie». La Scuola diocesana di formazione politica, partita la sera del 30 aprile scorso a Casa Cini, Ferrara, intende affrontare temi riguardanti il nostro territorio nell’ottica della concretezza, del confronto e della partecipazione, per poter quindi immaginare stili e modi di vivere differenti. Un obiettivo ben sintetizzato dalle parole che abbiamo usato per iniziare questo articolo, pronunciate la sera del 30 dall’urbanista di UniFe Romeo Farinella, intervenuto insieme a Chiara Sapigni (Ufficio Statistica della Provincia) sul tema “Strategie per il futuro della città. Riflessioni su Ferrara”. Il secondo incontro è in programma il 7 maggio alle 20.30 a Casa Cini: un gruppo di giovani del Liceo Ariosto di Ferrara incontra Isabella Masina, vicesindaca Comune di Voghiera ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara.

CONTRO LE CITTÀ SELETTIVE

Per Farinella, ciò che serve a Ferrara e non solo è «una politica di solidarietà, non di competitività tra città» (e cittadini) che in particolare affronti i temi della mobilità pubblica e della casa – «che è un’emergenza nazionale». Occorre, però, innanzitutto abbandonare la «retorica della sostenibilità», termine ormai abusato e travisato, «categoria che il capitalismo sta usando per giustificare le sue logiche estrattivistiche». Occorre – per Farinella – recuperare «un’autorevolezza della politica, del ruolo pubblico nei processi di governo», oggi in crisi, una «crisi di classe dirigente, non di potere»: emerge, infatti, sempre più una classe dominante («che vuol dominare, non governare») «orientata al rafforzamento delle disuguaglianze» e con «forme subdole di autoritarismo e autoreferenzialità». Basta vedere «le politiche di rigenerazione urbana – fondate sull’ideologia neoliberista -, sempre più all’insegna della selettività», ha proseguito.Ad esempio, a Milano le politiche di “rigenerazione green” sono selettive nel senso che «riguardano solo determinati quartieri, a livello immobiliare accessibili solo a fasce di reddito medio-alto»; e queste “green”, inoltre, sono azioni che a loro volta determinano «un innalzamento del valore immobiliare». Un esempio opposto è Vienna (dove è appena stato riconfermato il sindaco socialista Michael Ludwig), nella quale «da decenni è forte l’investimento pubblico nell’edilizia popolare». È proprio questo il ruolo che il pubblico deve avere: «gestire i conflitti» (e il mercato), non far finta che non ci siano.«Basti pensare agli studentati in Italia, ormai quasi interamente affidati ai privati per la progettazione, realizzazione e gestione», esempio di come oggi vi sia «un’egemonia delle rendite immobiliari», una sempre più marcata gentrificazione, una «privatizzazione dello spazio pubblico», con conseguente controllo di determinati quartieri urbani, a livello di sicurezza, anche da parte di soggetti privati, oltre che di una sempre più diffusa «militarizzazione dello spazio pubblico». Per non parlare della «privatizzazione di aree pubbliche attraverso eventi» ludico-artistici che – come nel caso di Ferrara – occupano piazze e vie pubbliche per intere settimane, o l’idea della “città 15 minuti” che però viene applicata – in alcune metropoli – solo ai quartieri “benestanti” e non a quelli popolari. Conseguenza di tutto ciò è la sempre maggiore «marginalizzazione dei più poveri», che nell’ottica neoliberista-securitaria «non devono interferire con queste dinamiche ultraselettive, privatistiche» e classiste.

Tanto a livello globale quanto a livelo locale, quindi, per Farinella, la questione ecologica e della sostenibilità «non può essere affrontata senza prima affrontare le sempre più enormi disuguaglianze a livello economico»: ci vogliono, quindi, «forti politiche di redistribuzione delle ricchezze». Elaborare, quindi, «una seria strategia per Ferrara non significa solo piantare più alberi ma affrontare i problemi strutturali, e farlo coinvolgendo direttamente la cittadinanza: casa, mobilità pubblica, energia («le Comunità energetiche possono essere una risposta importante», ha aggiunto il relatore). 

Non di meri «ritocchi “estetici”», dunque, ma di «grandi cambiamenti» ha bisogno la nostra città.


IL LIBRO. Ne “Le fragole di Londra” la denuncia delle nuove city solo per le élites

È sempre più necessario «prendere posizione nei confronti del neoliberismo come modello di sviluppo che condiziona le politiche urbane da oltre quarant’anni».Così Romeo Farinella nel suo ultimo libro, “Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali” (Mimesis ed., 2024), nel quale approfondisce i temi affrontati a Casa Cini. 

«Il mercato della casa – scrive ancora – è mercificato e i processi riguardanti la gentrificazione, la turisticizzazione, la prevalenza dell’affitto short time su quello a lungo termine, contribuiscono spesso alla frammentazione del corpo sociale urbano».Fenomeni tipici delle metropoli (da quelle occidentali a quelle come IlCairo o Dubai, con nuovi insediamenti urbani costruiti ad hoc e ultra-classisti) ma sempre più presenti anche in città di piccole-medie dimensioni come Ferrara. Sempre nel volume spiega come «una grande parte dei progetti» urbanistici «presentati da gruppi finanziari, fondazioni filantropiche, amministrazioni competitive, stati autocratici, o archistar si configurano come progetti di “classe” o di “censo”, mentre le operazioni sottese di rigenerazione urbana “ecologica” sono sovente orientate ad una gentrificazione che, senza dichiararlo, rafforza la “polarizzazione” sociale a scapito dei più poveri». 

Così, si dà vita a «isole di ordine e bolle ecologiche rese possibili dallo sviluppo della tecnologia, che però a ben vedere appaiono altamente selettive, fisicamente delimitate e controllate da apparati di sicurezza. La “città ecologia neoliberista” è indifferente ai contesti politici; che siano democratici o autoritari, non interessa agli investitori». Meglio, comunque, se autoritari: in quest’ultimi, infatti, «la volontà di modificare una città o di costruirne una nuova è una decisione non negoziabile: è sufficiente un accordo tra investitore e potere. Nelle democrazie, al contrario, i livelli di interazione istituzionale e di garanzia dei diritti dovrebbero garantire il bene comune; quindi, la strategia degli investitori diventa più subdola» e l’idea “green” «diventa selettiva perché non prende in conto, ad esempio, le politiche pubbliche dell’abitare o il tema del diritto alla città per tutti».

Come sta il Ferrarese? Molti anziani e poco lavoro per i giovani.

«Serve un’alleanza intergenerazionale»

Un quadro dello stato di salute socioeconomico la sera del 30 l’ha fornito Chiara Sapigni

«Oltre al PIL – ha spiegato -, dal 2013 l’Istat elabora anche ilBES (Benessere Equo e Sostenibile), indicatore che tiene conto dei livelli di qualità a livello sociale e relazionale». E dal 2015 gli Uffici statistici delle Province han deciso di dettagliare questi dati specificatamente ai territori di riferimento.Nella nostra Provincia finora sono stati realizzati cinque RapportiBES. Oltre a ciò, esistono le “Mappe di fragilità” elaborate dalla nostra Regione.

Partendo quindi dai dati BES riferiti alFerrarese, gli indicatori positivi riguardano il buon livello di occupazione; la non alta divergenza tra uomini e donne per quanto riguarda le retribuzioni e il numero di giornate retribuite; la bassa percentuale di pensioni minime; l’uso dei Servizi per l’infanzia nella fascia 0-2 anni; l’uso delle biblioteche pubbliche e la raccolta differenziata.

Tra gli indicatori negativi, invece, il valore aggiunto pro capite, la dispersione scolastica (doppia rispetto alla media regionale e nazionale), la bassa occupazione giovanile, i residenti over 65 (pari al 29%), le truffe e le frodi informatiche.

Sapigni si è poi concentrata sul tema della casa, accennando ad alcune azioni dirette della Regione Emilia-Romagna come il Fondo Affitto, la semplificazione del Patto per la casa, la legge sugli affitti turistici brevi, la richiesta di un prestito alla Banca europea degli investimenti per la manutenzione dell’edilizia pubblica, soprattutto a livello energetico. Infine, i contributi a fondo perduto per l’acquisto di alloggi e la definizione dei criteri di accesso all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica).

Il tema casa richiama inevitabilmente il tema famiglia: a Ferrara e provincia la dimensione media familiare è di 2.08 componenti per nucleo, il 39% delle “famiglie” è composta da 1 sola persona, e appena il 3,3% è formata da 5 o più componenti. Ancora: il 43% ha al proprio interno almeno 1 persona over 65 e il 24,9% una over 75. Abbastanza nette, nello specifico, le differenze dei nuclei familiari tra i quattro distretti socio-sanitari. Sulle “famiglie” “monocomposte” (con 1 sola persona), il 45% è over 65 e il 28% over 75 (quest’ultimo, numericamente, significa che ben 18mila persone over 75 vivono da sole). Riva del Po, Mesola e Tresignana sono i Comuni del Ferrarese con il numero maggiore di over  75. La nostra è dunque una provincia sempre più anziana. E il Comune meno giovane è quello di Riva del Po, quello più giovane,Cento.

Il “cosa fare” avrebbe bisogno  di molto più tempo e spazio. In ogni caso, Sapigni ha posto l’accento sull’importanza di «un’alleanza fra le generazioni, creando luoghi appositi dove poter discutere di questi temi e condividere idee ed esperienze». Inoltre, è sempre più fondamentale una «collaborazione tra istituzioni, cittadini, aziende e terzo settore per interventi e sostegni adeguati». Sapigni in particolare ha sottolineato l’apporto fondamentale del terzo settore (è Vice presidente del CSV Terre Estensi – Ferrara-Modena), ancora purtroppo da molti sottovalutato.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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(Foto di Markus Winkler da Pixabay)