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Memorie di una vita nel nuovo libro di Roberto Marchetti

23 Giu

“Ti ricordi quando?” è la nuova pubblicazione di Marchetti, tra i ricordi del bondenese e l’Argentina

Un lungo diario, redatto perlopiù negli ultimi anni, ma che affonda nell’intera esistenza. Dopo “Ti racconto di noi…” (Este Edition, 2018), Roberto Marchetti prosegue il proprio lavoro introspettivo fondato sulla memoria e sulla sua relazione col presente nel nuovo libro “Ti ricordi quando?” (Este Edition, 2022, con prefazione di Giuseppe Muscardini), che uscirà a breve.
Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya”, per oltre 20 anni è stato impiegato e dirigente dell’Eridania e per alcuni anni impiegato a livello amministrativi in alcuni Uffici della nostra Arcidiocesi, prima di dar vita, nel 2013, alla ditta Adamant Bionrg.
Mai moralista e mai autoindulgente, fra ironia (tanta) e malinconia (dosata ma non meno acuta), Marchetti riesce sempre a mantenere quell’occhio arguto e saggio di chi non costruisce sovrastrutture da applicare alla realtà né pretende, quest’ultima, di “oggettivarla” dall’alto della propria esperienza concreta. «Ineluttabilità degli eventi » e «positività della vita» si contendono lo spazio dei ricordi, ma è quest’ultima ad aver la meglio, nella consapevolezza – pur non del tutto razionale – che la vita val la pena di essere vissuta perché in essa vi si ritrova un nucleo di bellezza e di verità.
Tra diari di viaggio – come quelli nella miseria e negli splendori dell’Argentina – e racconti familiari più intimisti, in ognuno si ritrova quella vita vissuta, ancora con intensità, nella carne e nell’anima.
C’è innanzitutto il «rimpianto» della Bondeno della giovinezza, di quella provincia fatta anche di noie e meschinità, ma di cui, forse complice anche il tempo che passa e smussa le asperità, rimangono il cortile parrocchiale «strapieno di biciclette », i «don Guerrino», i bar, gli scherzi con gli amici, quel Cristo in legno portato a Pasqua su un carro agricolo.
Nessuna ipocrisia, nessun intento di raccontare un fatato “piccolo mondo antico” ma il prezioso dono che la memoria, a volte, ci fa: quello di riuscire a setacciare nel proprio passato, mantenendo ciò che abbiamo amato e ciò che ci ha permesso di diventare quel che siamo, senza rimuovere tutto il resto, ma conservandolo, al di là del rancore, in uno spazio periferico.
Un universo, dunque, quello dell’infanzia e della giovinezza, con i suoi – a volte grandi – limiti, ma che nella sua anima più vera – soprattutto familiare, parrocchiale, amicale – ha permesso anche all’autore di formarsi una concezione del mondo da una parte molto legata alla propria terra, dall’altra aperta verso culture e fedi differenti, sempre con una fame di conoscenza, con una curiosità spassionata e mai retorica che, appunto, può avere solo chi ha amato un luogo, solo chi non dimentica le proprie radici.
Vi è un desiderio forte, dunque, nelle pagine di Marchetti: quello di conservare, prima che il tempo glielo impedisca, quei volti, quegli episodi, quegli oggetti che negli anni più spensierati hanno costruito la sua identità. E così, spazio al primo bacio, al venticello estivo nel pioppeto e a molto altro. Sempre con un marchio ormai unico: quello del cuore dell’autore, più consapevole di sé, del tempo che scorre e dell’importanza, quindi, di tenere vivo un rapporto fra generazioni, di tramandare esperienze, di lasciare tracce. Nel suo caso, un vero e proprio rapporto educativo – fatto d’amore – con il proprio nipotino, cercando di coltivare in lui uno sguardo sempre libero e desideroso di bellezza.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 giugno 2022

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L’amore inquieto nei versi di Filippo Reggiani

6 Giu
Filippo Reggiani

“De culpabili amore” è il libro di esordio del giovane poeta mirandolese. I tormenti di un cuore che anela a Dio

di Andrea Musacci

A volte, forse, la giovane età può far vedere ben poco sfumati i confini dei sentimenti, e dunque percepirne solo l’incandescenza o la cupezza. E così è bene che sia, e di questa istintività spirituale va conservata memoria in età adulta.

A ricordarcelo è Filippo Reggiani, giovane poeta classe 2000, che in questi mesi sta presentando il suo libro d’esordio, “De culpabili amore” (edizioni Kimerik, marzo 2022, pp. 84).

Un bagno negli abissi e negli splendori della classicità, che rivive nei versi di questo giovane nato a Mirandola, dove ha frequentato il Liceo Classico “Giovanni Pico”, lui originario di San Martino Spino ma che da alcuni anni vive a Ferrara dove a breve si laureerà in Lettere, arti e archeologia. Catechista e animatore della sua parrocchia, da ottobre a febbraio scorso ha svolto il tirocinio nell’Archivio storico della nostra Arcidiocesi.

Nonostante non abbia conosciuto il “secolo breve”, Reggiani ha già partecipato a diversi concorsi letterari, fra cui il “Premio Dante” indetto dall’Accademia dei Bronzi nel 2021, ricevendo la targa di merito, e il Premio “Habere artem” della Casa editrice Aletti. “De culpabili amore” l’ha presentato al recente Salone del Libro di Torino e il 10 giugno ne parlerà a Mirandola, nel Giardino ex Cassa di Risparmio, con inizio alle ore 21. Il libro è acquistabile sui principali store on line e su ordinazione nelle librerie di Ferrara.

Non male, insomma, per questo ragazzo che scrive poesie da circa 6 anni ma che fino a pochi mesi fa non aveva reso partecipe quasi nessuno della sua creatività. Un animo coraggioso, insomma, che non teme di mettersi a nudo, a maggior ragione in un’epoca come la nostra dove “poesia” – ahimè – è sempre più sinonimo di sdolcinatezza, di vuote e banali parole. Fa bene all’anima, invece, leggere “De culpabili amore”, dove fin da subito è chiara non solo la profondità dell’animo di chi scrive ma anche la sua conoscenza dello stile. 

Una poesia, la sua, che è catarsi, liberazione e purificazione dal male. Una poesia essenziale perché inebriata della sostanza dei sentimenti, degli aneliti fondamentali dell’umano, ma per nulla scarna, anzi ricca nelle immagini e nella musicalità. Sonetti, ottave, quartine libere per esprimere l’ambivalenza dell’amore, croce e delizia, via che conduce al bene e strapiombo per la perdizione. Sentimento fratello del tormento, che scatena emozioni ma anche affanni, l’amore è fatto anche di gioie ben poco durature, di ebbrezze e dolorose rinunce. Versi, quelli di Reggiani, battezzati dunque nelle acque agitate dell’esistenza, nel dolore e nelle mancanze, nella sete di vita vera.

È dunque l’amore il protagonista, tanto quello piccolo e meschino, quanto  quello immenso che libera. Il «disio è volubile come il vento, / d’ogni passion si riempie e mai sei grato», scrive Reggiani, «continua voglia e insaziabile brama». Il peccato «è adornar stanza che sempre resta vuota». «Eppur quel viso non riesco a dimenticare», perché in ogni volto vi è un segno dell’Eterno, una promessa di Bene. «Non la beltade, ma l’alma miro, / e mente affligge come il legno il tarlo. / Se quest’è il voler di Dio, allor, sol sospiro», sono ancora versi del mirandolese, e la preghiera è continua, non viene mai meno quel filo che lega il corpo al Cielo, la terra all’Infinito: Padre, «cura la lascivia, dà al cor nobiltà», «il peccar m’ancora qui, alla vita, / Vivo per lei che del viver è la ferita».

Ma la memoria della vera Promessa non viene meno, rimane fiamma viva senza dolore. «Vacilla mente ma salda è la Fede», è un altro verso del libro. «Cura Padre il mio cor, fallo ancor vivace, / stanco son di soffrir, il Tuo aiuto bramo», l’invocazione spontanea. «La mia lascivia porto al Tuo altare, / sì che le membra tornino leggiadre», sazie di quel Pane celeste che è nutrimento e riposo. 

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

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Essere stampatori nella Ferrara del Settecento

6 Giu
Ranieri Varese

L’ultima fatica di Ranieri Varese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo”. Un primo tentativo di colmare una lacuna nella nostra storia locale 

Una dimensione per nulla irrilevante della vita e dello sviluppo della città di Ferrara viene indagato da Ranieri Varese, che esce – lui storico dell’arte – in parte dall’ambito al quale ha dedicato innumerevoli pubblicazioni tra monografie, saggi, articoli e curatele. L’ultima fatica dell’accademico ferrarese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo” (Edizioni Pendragon, 2022, con postfazione di Maria Gioia Tavoni) e ha il merito di iniziare a colmare una lacuna riguardante un periodo così importante per la nostra storia locale. 

L’attività di stampa a Ferrara nel Settecento è un argomento ben poco trattato, per il quale è stato difficile reperire fonti approfondite (lavoro non agevolato dalla chiusura dell’Archivio di Stato cittadino: a fine XIX secolo troviamo un testo di Girolamo Baruffaldi sul tema, nei due secoli successivi rispettivamente i contributi di Luigi Napoleone Cittadella e Giuseppe Agnelli. 

Il contesto storico

Dal 1598 il Ducato di Ferrara passa sotto il diretto governo pontificio, divenendo Legazione di Ferrara. La Diocesi di Ferrara, retta da un Cardinale, nel 1725 si è definitivamente affrancata dalla dipendenza ravennate e nel 1735 diventa sede arcivescovile. Oltre alle Arti dei mestieri, in città vi è una storica Università, che nel 1771 viene sottratta al controllo del Maestrato e resa dipendente direttamente da Roma. Tanto la Legazione quanto il Maestrato dei Savi, l’organo politico di amministrazione pubblica, per la propria attività si avvalevano di uno “stampatore camerale”, mentre la Diocesi di un “impressore episcopale”.

Un servizio alla città

«Il bisogno della lettura, dell’aggiornamento e della partecipazione al dibattito delle idee e alla cosa pubblica favoriscono la presenza di librerie», spiega Varese nel testo. «A queste a volte si affianca, spesso coincide, l’azione di stampa e la promozione di edizioni». Nel contesto ferrarese era impossibile distinguere tra stampatore ed editore, dato che in tutti i casi di cui si ha notizia le due figure coincidevano nella stessa persona. 

Nella migliore delle ipotesi, come si può immaginare, solo un terzo della popolazione – la borghesia delle professioni, l’aristocrazia e gli ecclesiastici – possono usufruire di tutto ciò. La lettura è potere: significa comprendere gli atti pubblici, essere a conoscenza di eventi e situazioni, partecipare agli eventi cittadini, esprimere opinioni. Per questo, vi è la necessità di editori: molte sono in questo periodo le imprese che si occupano di raccogliere e stampare testi, prima fra tutte la tipografia di Bernardino Pomatelli, “impressore episcopale”, e dei suoi eredi, con oltre 500 titoli a partire dal 1687 e per oltre un secolo, fino all’occupazione di Ferrara da parte delle truppe francesi. Poi, per citare altri tipografi, Bernardino e Giuseppe Barbieri, Giglio Bolzoni, Tommaso Fornari e Giuseppe Rinaldi. Si stimano in almeno 2mila i titoli pubblicati a Ferrara nel corso del XVIII secolo, soprattutto di interesse locale. Un aspetto della nostra storia locale che merita ulteriori approfondimenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

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Via Crucis, anima della nostra storia

13 Apr
Via Crucis, Gaetano Previati

In uscita il libro “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” dei coniugi Margherita e Gianni Goberti. Con un occhio particolare alle sue espressioni nel nostro territorio

Una devozione sempre viva e popolare è quella della Via Crucis, anche nel nostro territorio, dove tante sono le sue rappresentazioni nelle chiese e nei musei.

Questa storia che prosegue, affascinando credenti e non, è al centro del libro in uscita dal titolo “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” (Edizioni La Carmelina, Ferrara, 2022) dei coniugi Margherita Goberti e Gianni Goberti, giornalista lei, poeta lui.

Nel volume, anche un breve pensiero del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: una «spiritualità francescana, carica di semplicità, di pace attraversa tutto il suo scritto, aiutandoci a vivere la Passione di Cristo con fede», scrive in un passaggio. Il libro è arricchito anche dal ringraziamento di Papa Francesco, dopo il dono di una copia del libro, tramite una missiva firmata dall’Assessore Peter B. Wells della Segreteria di Stato Vaticana.

La storia

La prima parte del libro ripercorre la storia della devozione, soffermandosi in particolare sul francescano San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) a cui si deve la diffusione, che nelle sue missioni ne eresse 572. Egli predicò anche a Ferrara e un suo ritratto dipinto su una grande tela, conservato nella chiesa cittadina di Santo Spirito, di autore anonimo forse della metà del XIX secolo. Qui è raffigurato mentre parla alla folla con il braccio destro alzato e un teschio sulla mano sinistra. 

Fu un’istanza del 1731 di papa Clemente XII a estenderne la facoltà anche nelle chiese non francescane.

San Leonardo dimorò a Ferrara dal 15 al 29 maggio 1746 su invito dell’Arcivescovo Girolamo Crispi. Come racconta il canonico Giuseppe Antenore Scalabrini, raccomandò la devozione della Via Crucis, istituì l’adorazione perpetua del SS. Sacramento e raccomandò che sopra le case si effigiasse il SS.mo Nome di Gesù. Questi ricordano quelli propagati da San Bernardino da Siena, ma con in più, oltre a IHS, la M di Maria. A Ferrara tornò a fine gennaio 1747, proveniente da Argenta per predicare in alcuni monasteri di clausura. Si recò anche a S. Antonio in Polesine e al Corpus Domini.

Un paragrafo a parte è dedicato al Santuario del Poggetto fuori Ferrara, con i suoi 15 capitelli inaugurati e benedetti il 21 ottobre 1894, rappresentanti i Misteri del Rosario.

La devozione

Nella seconda parte del libro, gli autori affiancano a ogni stazione della Via Crucis una chiesa: le prime cinque Via Crucis si riferiscono alle più antiche presenti nelle chiese di Ferrara e provincia, poi a quelle successive, ai tre monasteri in città e al nostro Seminario Arcivescovile. L’ultima stazione, quella riferita alla Resurrezione, si identifica con la Basilica di San Pietro a Roma. Ogni stazione è accompagnata da una poesia di Gianni Goberti.

Queste le chiese della nostra Diocesi citate: Chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Ferrara), chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (Porotto), chiesa Pieve dei SS. Pietro e Paolo (Vigarano Pieve), chiesa S. Antonio Abate (Ferrara), chiesa San Gregorio (Ferrara), chiesa S. Maria della Consolazione (Ferrara), chiesa San Luca (Ferrara), chiesa Sant’Agostino (Ferrara), chiesa San Giuseppe Lavoratore (Ferrara), chiesa San Benedetto (Ferrara), chiesa Santa Caterina Vegri (Ferrara).

L’arte

Tanti gli artisti che nei secoli hanno rappresentato la Via Crucis, fra cui Francesco Messina e il suo monumento in granito e bronzo a San Giovanni Rotondo, vicino al Convento di Padre Pio.

Un’attenzione particolare nel libro è data agli artisti ferraresi: Gaetano Previati, i nostri sacerdoti diocesani don Franco Patruno e don Lino Costa, Franca Venturini Chiappini, Mario Piva, Mirella Guidetti Giacomelli, Gianni Cestari. E poi quella speciale Via Crucis ospitata nella Casa Circondariale di Ferrara, realizzata da un gruppo di pittori del Circolo culturale “Il salotto” di Bondeno.

Un libro utile e appassionante, insomma, dove il rigore della ricerca storica si accompagna all’imprevedibilità del testo poetico, la devozione pulsa nella vita di un popolo, quello ferrarese, e in quella dei suoi artisti antichi e moderni. Una pubblicazione “urgente”, vien da dire, perché ci ricorda di considerare come mai procrastinabile la nostra scelta di porci alla sequela di Cristo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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Paoline, apostole di Cristo in nome di don Alberione

29 Nov
Suor Lidia Pozzoli, suor Daniela Cau, suor Luciana Santacà, suor Samuela Gironi

Abbiamo incontrato le Paoline di Ferrara in occasione del 50° anniversario dalla morte del loro fondatore 

Nella nostra città arrivarono nel 1940 e da quel momento non la lasciarono più. Punto di riferimento per la nostra comunità ecclesiale, e non solo, le Paoline di Ferrara insieme all’intera Famiglia Paolina ricordano i 50 anni dal ritorno alla Casa del Padre del loro fondatore don Giacomo Alberione, nato a San Lorenzo di Fossano  (Cuneo) il 4 aprile 1884 e deceduto a Roma il 26 novembre 1971. Il 26 giugno 1996 San Giovanni Paolo II l’ha dichiarato Venerabile. Lo stesso Pontefice il 27 aprile 2003 lo ha proclamato Beato. 


Le Figlie di San Paolo nella nostra città

Attualmente sono quattro le Paoline a Ferrara: Suor Daniela Cau, Superiora, arrivata nella nostra città nel maggio 2002, proveniente da Bologna; Suor Luciana Santacà, a Ferrara dal giugno 2002, proveniente da Perugia; Suor Lidia Pozzoli, qui dal 2014, precedentemente a Roma come l’ultima arrivata, suor Samuela Gironi, trasferitasi nella nostra città nel febbraio 2020. Fu proprio don Alberione, in visita a Ferrara, a scegliere nel 1962 insieme alla cofondatrice suor Tecla Merlo la sede di via San Romano, 35, abitazione delle suore e sede della libreria, edificio nel quale si trasferirono nel ‘66 dopo i necessari lavori di ristrutturazione. Precedentemente erano ospiti del Seminario diocesano nella vecchia sede di via Cairoli. Nei primi anni ‘60 le Paoline erano composte dalla Superiora sr M. Battistina Teodolinda Pisoni, da sr Pierina Maria Frepoli, sr Maria Nazarena Augusta Lovato, sr Maria Gabriella Almerina Manfrinati, sr Maria Saturnina Rosa Marcelli, sr Gaetanina Anna Medaglia, sr Maria Liliana Elda Ventresca. A queste si aggiunsero nel ‘61 sr Maria Federica Agnese Baronchelli (per un anno di postulato) e nel ‘62 sr Severina Maddalena Pellerino. 


Alcuni ricordi

«Ogni Paolina passata per la nostra comunità di Ferrara – ci spiega suor Daniela -, ha portato con sé nel proprio cuore sempre delle belle esperienze e delle riflessioni positive». Come ad esempio suor Maria Nives Toldo, che prima di morire il 25 ottobre 2016 all’età di 85 anni, alla sua Superiora ha detto: «il mio pensiero va alla comunità di Ferrara. Le avvisi che dal Cielo le proteggerò». Suor Toldo era stata a Ferrara dal 1955 al 1960 incaricata per l’apostolato nelle famiglie. Ritornò a Ferrara dal ’90 al ’92.O come suor Maria Adelaide Carandina, nata a Trecenta (RO) il 24 ottobre 1921, tornata alla Casa del Padre il 2 giugno 2011. Nel 1992 entrò nella comunità paolina di Ferrara anche per essere più vicina alla mamma, deceduta nel 2001. Dopo la morte della madre venne accolta nella casa “Giacomo Alberione” di Albano per trascorrere serenamente l’anzianità. Suor Maria Adelaide fu decisiva per la scelta vocazionale di don Fabio Ruffini, Cappellano della comunità paolina ferrarese: «nel momento delicato della mia conversione – ci racconta -, lei mi accolse. Era il tempo pasquale del 1994. Pian piano mi insegnò a pregare, ”a distanza” mi accompagnò al presbiterato, presente seppur già ammalata alla mia Prima Messa a Pontelagoscuro il 12 ottobre 2003».


«Don Alberione per noi»

«Aveva sempre chiara in mente la visione dell’universalità della Chiesa e quindi dell’apostolato», riflette con noi suor Samuela. «Preghiera e testimonianza» erano per don Alberione parole fondamentali, come anche la presenza paolina nelle librerie, la propaganda itinerante e le settimane bibliche. I banconi delle librerie paoline li definì veri e propri «pulpiti» da dove annunciare la Parola. «Le librerie Paoline – sono sue parole – non sono semplici negozi di compravendita. Esse debbono essere centri di luce, di amore, di preghiera. Debbono essere luoghi dove il Divin Maestro si siede volentieri per insegnare alla gente come fece quando pronunciò il discorso della montagna».


S. Messe di don Ruffini e del Vescovo

Venerdì 26 novembre, nell’anniversario della morte di don Alberione, alle 7.30 il Cappellano don Fabio Ruffini ha celebrato in sua memoria la S. Messa nella cappella della sede di via San Romano. Lunedì 29, invece, è stato mons. Perego a celebrare, sempre nella cappella, in memoria del fondatore delle Paoline. Don Alberione, nei suoi testi, ha «cantato senza fine le grazie del Signore», ha riflettuto don Ruffini nell’omelia. «Davanti a tante difficoltà, confidava nel signore. “Abbiate fede”, ripeteva sempre: in questa parole c’era tutta la sua vita». E la preghiera era sempre fondamentale per lui, la forma migliore di comunicazione col Signore. «Da lì – sono ancora parole di don Ruffini – gli veniva la forza, la luce per seguire le vie di Dio». Ma le immense grazie ricevute, don Alberione le ha sapute sempre «restituire»: aveva quindi coscienza di «essere sempre in debito col Signore, di “doversi” sdebitare nei confronti di un amore totalmente gratuito e più grande di noi». Da qui la centralità del discernimento». «Per questo ha potuto lasciare un’eredità così grande», perché ha saputo «leggere i segni dei tempi e cambiare le forme dell’apostolato». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021

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Con lo sguardo proteso oltre Ferrara e il Po

7 Giu

“Antonioni, Bassani, Vancini, Visconti e, affettuosamente, gli altri – Ferrara, il Po e l’Altrove” è il nome del volume di Maria Cristina Nascosi Sandri. Un dono alla nostra terra e all’arte che l’ha omaggiata

Ci sono corpi e sguardi di artisti e letterati talmente e profondamente legati alla terra ferrarese, da non riuscire, quando si parla dei primi, a non parlare anche della seconda.

Questo sa bene Maria Cristina Nascosi Sandri, giornalista, scrittrice, studiosa e ricercatrice di lingue anche dialettali, che l’anno scorso ha scelto di realizzare una piccola antologia dei suoi scritti dal titolo “Antonioni, Bassani, Vancini, Visconti e, affettuosamente, gli altri – Ferrara, il Po e l’Altrove” (Edizioni Cartografica, 2020, ora distribuita da “La Carmelina” di Federico Felloni).

Per chi, come l’autrice, da tanti anni è abituata alla cadenza quotidiana o settimanale dei propri articoli, a volte è necessario mettere dei punti fermi, e consegnare alla comunità tasselli di un lavoro durato anni, di una memoria personale e collettiva insieme.

Così la Nascosi Sandri in questo volume raccoglie testi scritti in circa quattro decenni tra carta e web, con l’aggiunta di alcune sue poesie dedicate al Po e a Ferrara. Sullo sfondo e nel midollo, quell’atmosfera trasognata e antica della città e del Delta, che emerge costantemente nelle pagine del libro. Radici di terra e di acqua da cui non può non nascere, e mai morire, un legame viscerale, materno. Un legame invincibile che accomunava oltre ai quattro citati nel titolo, anche gli altri protagonisti del volume (ma non meno importanti per l’autrice): Fabio Pittorru, scrittore, sceneggiatore, cineasta; Alfredo Pittèri, drammaturgo (non solo dialettale); Lyda Borelli Cini, attrice del Muto, moglie di Vittorio Cini; “Cici” Rossana Spadoni Faggioli, attrice teatrale della “Straferrara”, ed Elisabetta Sgarbi.

Un libro per Ferrara, dunque, un libro-omaggio alla nostra città e al suo territorio attraverso lo sguardo mai banale delle sue figlie e dei suoi figli dediti alla ricerca della bellezza e di quell’altrove citato anche nel titolo, oltre il fiume, la nebbia e i ricordi di una vita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 giugno 2021

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Trasfigurare cose e luoghi: le poesie inedite di Lucia Boni

31 Mag

Uscita la nuova edizione di “Imbuti di cristallo” con i versi scritti durante il lockdown

Henri Matisse, Donna che legge, 1894


La sostanza del tempo nel quotidiano, nella vita animata da oggetti semplici che la poesia sa trasfigurare. E, insieme, il vuoto e l’attesa nel tempo del “confinamento” domestico obbligato.

Verso la fine del mese di marzo 2020, la poetessa ferrarese Lucia Boni ha composto alcuni versi ispirati proprio a quel lockdown di due mesi. Ora, vista l’assonanza con alcune sue poesie del 2009, ha deciso di pubblicarle insieme nella nuova edizione di “Imbuti di cristallo” (La Carmelina ed., 2021), con prefazione di Anna Paola Mambriani, postfazione di Monica Pavani e un commento di Gianni Cerioli del 2009.

Mai come in una rottura così netta e radicale, com’è stata la “segregazione” necessaria del 2020, ci siamo resi conto di come il tempo non possa avere oggettività. E così, nelle nuove poesie di Boni è protagonista il tempo del soggetto, fatto della stessa materia della vita di chi lo percepisce, degli oggetti che lo scandiscono, che affollano il quotidiano di chi scrive. Tempo inscindibile dallo spazio: «esploro», «colmiamo» sono alcuni termini usati dalla poetessa che dicono di un movimento.

Ma il tempo è anche legato al suono: le parole, la loro carne, è così diversa – nel loro mistero – da quella degli oggetti. Quest’ultimi sembrano guardiani, torri e mura della distanza, mentre le prime, vento, ciò che riempie senza confini, indefinibile. Riempiono. Sì, perché diverse volte le poesie di “Imbuti di cristallo” – nella prima edizione del 2009 – si chiudono con la parola «vuoto». Ma, come scriveva Bachelard nel suo “La poetica dello spazio”, «per i grandi sognatori di angoli, di buchi, niente è vuoto, la dialettica del pieno e del vuoto non corrisponde che a due irrealtà geometriche». «Le immagini abitano», prosegue il francese. «Lo spazio dell’attesa / non è vuoto», scrive Lucia Boni.

Nelle sue poesie, tanto quelle del 2009 quanto quelle del marzo 2020, questo «spazio dell’attesa» (di cosa, in realtà?) è un piccolo mondo vivo, raccolto e non fortificato. Gli oggetti evocati, nelle credenze e nei “fine pasto”, nel desco di stoviglie e terraglie, dicono dell’anima di chi li ha creati, di chi dona loro presenza, di chi li interpreta dandogli così vita. La poetessa li informa di sé e al tempo stesso ne è avvinta, ne dona e ne riceve senso.

Il luogo intimo dei suoi versi ha, dunque, l’atmosfera trasognata che solo una vera casa può avere, una dimora, un guscio dove riposare e riconoscersi. Dove gli spazi e i volti hanno una storia, le affezioni ritrovano sempre un proprio filo che li lega tra loro e nel tempo. Dove la memoria assume sostanza. Un luogo di verità.

Ma la verità è sempre nelle parole, come nel caso di Lucia Boni. Dar vita e verità alle cose significa trasfigurarle nelle parole. E così i movimenti, i piccoli rumori, i bagliori di luce nelle sue poesie hanno la consistenza del sogno. Come saremmo, viene da chiedersi, senza questa luce avvolgente, onirica, questa luce che inonda, “senza tempo”, spesso all’improvviso, i nostri ricordi, come lampi inattesi?

Forse davvero la nostra vita quotidiana si invera in pienezza grazie all’immagine che la poesia ci dona, immagine che non descrive e non annulla, che coglie e non adultera. È ciò che Lucia Boni sa fare. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 giugno 2021

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Se l’imprevisto innesca di nuovo la vita

24 Mag

“Le luci avare dell’alba” è il nome del nuovo romanzo dello scrittore ferrarese Giuseppe Muscardini

A Rovigo la vita di un 60enne insegnante di Liceo, scapolo e stimato conferenziere ormai prossimo alla pensione, sembra scorrere tranquillamente. Ma alcune lettere ritrovate, spedite tra il ’46 e il ’47 da una giovane donna tedesca al padre, dopo avergli regalato spunti per le sue sedute accademiche, sconvolgeranno positivamente la sua esistenza. Un’esistenza non più vissuta in una solitudine divenuta pesante, e nemmeno in un passato ingombrante, ma riannodando i fili tra il primo e il secondo, ricercando una radice e un «affetto sincero» che ridoni senso alla vita.È da poco uscito il romanzo “Le luci avare dell’alba” (Edizioni Amande, 2021) scritto da Giuseppe Muscardini, saggista e romanziere classe ’53, fino al 2015 in servizio nei Musei Civici d’Arte Antica di Ferrara in qualità di Responsabile della Biblioteca.

Nel romanzo, una sorta di archeologia dell’amore e della passione, il passato viene scavato, rievocato con forza. Un passato che è tale perché, in realtà, si annida ancora nel presente, essendone lo spirito, l’origine. Un presente che, però, è vissuto dal protagonista come angusto spazio solitario – sembra dirci lo scrittore -, dunque assoluto, di cui si illude di essere padrone. Il libro ha la tensione investigativa del romanzo giallo e la lentezza e l’accuratezza tipiche di chi è abituato alla ricerca storica e filologica. L’abbrivio della narrazione, in parte autobiografica, è una vicenda per alcuni tratti comune, per altri rara: poco prima della Liberazione, il padre del protagonista viene abbandonato dalla moglie Illa che fugge con un soldato tedesco. Nel cercarla, avrà un rapporto epistolare – e che tale rimarrà – con una dattilografa tedesca, Elke, prima di sposarsi con un’italiana, madre del protagonista. Elke è in un certo senso la proiezione di Illa, il filo pericoloso che lo lega alla moglie fuggita. Un rapporto a distanza, dunque, quello con Elke, la cui reciproca sincerità e mancanza di pudore è forse facilitata proprio dalla lontananza che sembra insormontabile e grazie alla quale si può coltivare l’illusione, alimentare la fantasia e il desiderio.

Fosse finito qui, il romanzo sarebbe stato uno di quelli in cui protagonisti sono gli amori impossibili, irrimediabili, quelli mai goduti. Quelli malinconicamente perduti ma che rimangono sempre tali: potenti affermazioni nelle esistenze di chi li vive, che mai si disperdono del tutto. E invece il protagonista si rifiuta di pagare “le colpe” del padre (e forse di quella generazione), di rassegnarsi. E di quel mucchietto di lettere non ne fa un reliquiario ma una fonte viva d’ispirazione. In questo sta il primo salto da lui compiuto: l’attingere dalla vita, pur trascorsa. Ma compirà anche un secondo, più importante salto, quello dalle parole all’azione, dopo aver trasformato parole morte in parole vive. Un passaggio, questo, per nulla scontato, ma che gli permetterà di meglio mettere a fuoco la propria vita, dopo aver messo a fuoco, nella propria completezza, gli avvenimenti passati riguardanti il padre. «Ormai tutto è inarrestabile», dice all’inizio il protagonista, ancora ignaro che l’imprevisto appare indipendentemente dal nostro evocarlo, dal nostro desiderarlo.

L’innesco, o meglio la voce profetica, anticipatrice, nella vita del protagonista – ancor prima della donna che, come Altro, come volto nel suo apparire gli permetterà di meglio guardarsi – sarà un suo giovane allievo e il suo racconto puro e carnale, non il rimpianto di «quelle felicità intraviste / dei baci che non si è osato dare», citando Brassens/De Andrè. Un amore non pensato, non lontano, ma vissuto dal ragazzo, bruciato e che fa bruciare, un amore clandestino ma senza vittime né tradimenti, come invece nel caso del padre della protagonista.

Un amore concreto, quello del giovane allievo, ma ancora racconto, scintilla dell’amore che sarà, dell’imprevisto incarnato, invece, nella donna (Rosemarie) che, finalmente, comparirà in corpo, verbo e storia, nella totalità quindi del suo essere persona, senza infingimenti poetici, né nostalgici, diretta, fuori dalla narrazione altrui, porta dell’avvenire dentro la vita del protagonista. Una variabile non calcolata che lo rende fragile, dischiudendolo, portandolo, di nuovo, fuori di sé. Come per ogni apertura, egli si sentirà dunque esposto, provocato nel profondo da questa donna mossa dalla volontà di cercarlo in Italia proprio in relazione al padre, ma ignara delle conseguenze di tutto ciò sulle loro vite. Non più investigatori, dunque, saranno, né tantomeno spettatori, ma attori di un’altra storia. È, questo, in fondo, e fuori di ogni retorica, un altro modo di costruire l’avvenire: lasciando tracce di vita piena a chi verrà.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 maggio 2021

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Il cammino della nostra fede: dal desiderio alla Luce di Cristo

7 Dic
“Adorazione dei Magi”, Gaetano Previati, 1896, olio su tela, cm 98 x 198. Milano, Pinacoteca di Brera

“La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” di Luigi Maria Epicoco: nell’ultima fatica del sacerdote il viaggio in profondità nella fede, partendo dai tre Magi e dai loro doni: “nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è la solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso”

di Andrea Musacci
La fede come attesa e cammino, viaggio e contemplazione. Poli tra loro apparentemente contraddittori ma che dicono di uno stesso profondo movimento interiore.
È da poco uscita l’ultima fatica di Luigi Maria Epicoco, “La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” (San Paolo Edizioni, 2020, pagg. 176, € 15,00). Il sacerdote, noto e apprezzato teologo e scrittore della Diocesi dell’Aquila, offre in vista del Santo Natale un saggio di facile lettura ma denso di riflessioni sull’essenza della nostra fede cristiana.
Punti fermi della sua riflessione, i tre Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassarre – e i doni che portano a Gesù bambino, oro, incenso e mirra.
Il percorso di Epicoco prende avvio con gesti che denotano un movimento: «alzare lo sguardo», «non siamo nati fermi». Sono i gesti di un’inquietudine, di una domanda, di una ricerca mossa da un desiderio, da ciò che ci fa essere vivi, umani.
Le stelle – da qui l’etimologia del desiderio, de-sidus – sono ciò che ci orientano, che ci “obbligano” ad alzare lo sguardo per coordinarci nel cammino della nostra vita. Tenendo troppo a lungo lo sguardo basso, rischiamo di perdere la misura delle cose, il loro senso. Le assolutizziamo, finendo, specularmente, per svuotarle di senso.
Ma per saper alzare lo sguardo – per guardare nella profondità delle cose – bisogna reimparare il silenzio: «il silenzio è pericoloso» perché «è la soglia vera del cuore», scrive Epicoco. «Il silenzio inizia con il riconoscimento di un anelito dentro di noi. C’è in noi un bisogno di approdo». Un silenzio e una preghiera vere, perciò, che non significhino chiusura del nostro cuore nei confronti degli altri, della realtà, ma apertura.
Un’immersione in quel mistero che è la nostra anima, non certo facile, per nulla scontata: «Varcata la soglia dell’interiorità – continua -, la prima impressione è quella di un buio pesto. Non si vede e non si comprende quasi nulla. Eppure, si avverte in quel buio una presenza, e la si avverte perché proprio in quel buio ci raggiunge una Parola».
Compiamo, seppur a fatica, un cammino, uno sforzo di uscita e, al tempo stesso, di ingresso dentro noi stessi: «i viaggi ci modificano, ci plasmano, anzi forse la cosa più giusta da dire è che i viaggi ci rivelano, tirano fuori da noi cose e parti che non pensavamo nemmeno di avere». Da qui l’importanza di non concentrarsi solo sulle mete, sugli obiettivi che ci poniamo, per non diventare ciechi, cinici, per non rimanere con la testa bassa. Al contrario, centrale è la riscoperta dell’attesa, della contemplazione, del saper guardare. Senza la brama di divorare, di arrivare a tutti i costi, di sentirci arrivati. E così, con questo atteggiamento, durante il nostro viaggio, potremmo anche scoprire che le mete che ci eravamo prefissate in realtà erano miraggi.
Ma per compiere questo peregrinare, bisogna saper attendere e affidarsi. Come un bambino: «c’è un bambino dentro ciascuno di noi», scrive Epicoco. «È quella parte di noi che non deve mai smettere di avere fiducia nella vita stessa, nell’attesa di ciò che sta per accaderci». E l’accadere ha il corpo e il volto del Cristo, di Colui che è venuto al mondo per riempire il vuoto che sentiamo dentro di noi «in maniera indefinita ma radicale». Una sensazione di buio e di solitudine. Di abbandono. «Ma nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è questa solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso». E per comprenderla, molto spesso dobbiamo sperimentare la sofferenza, la Croce, rappresentata anche dalla mirra: «è la sofferenza che ci riduce all’osso, cioè ci riconduce all’essenziale», ci fa capire ciò che conta davvero nella vita, e cosa invece pensavamo lo fosse ma non lo è.
Se il cammino verso Dio è contemplazione, abbandono e attesa, la preghiera – rappresentata dall’incenso – è la via: «la radice della preghiera è il desiderio», scrive Epicoco, e pregare significa «trovarsi soli, faccia a faccia davanti al Signore». E quando sei da solo devi «fare i conti con te stesso». Dovremmo quindi «lasciare che la preghiera diventi dentro di noi fiducia, fiducia in Lui, e quindi fiducia nella vita e in noi stessi. Lasciare che tutto questo possa reinsegnarci da capo cosa significa imparare a desiderare», cioè «ritornare ad essere umani fino in fondo».
Così, partiti dal movimento del desiderio, il cerchio si chiude, il cammino della contemplazione e dell’incontro è chiaramente attesa, «attesa matura»: è il senso del Natale, dunque, «festa di immensa speranza, perché ci fa attendere a occhi spalancati l’arrivo di quell’“imprevisto” che cambia il finale di una partita quasi persa».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

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Il mistero del manoscritto ritrovato: era di un monaco ferrarese?

7 Dic

L’avvincente storia dietro il libro “Abbi a cuore il Signore”, nato dall’iniziativa di mons. Daniele Libanori. Il volume raccoglie carte antiche, forse del XVII secolo, con meditazioni sulla fede, molto probabilmente scritte da un monaco dell’ex monastero cistercense ferrarese di San Bartolo

A cura di Andrea Musacci
Prendete un monaco del nostro territorio, vissuto nel XVII secolo e dall’identità ignota, un mercatino dell’antiquariato in piazza a Ferrara e un antico fascicolo a lungo trascurato.
Questa che assomiglia alla trama di un romanzo di Umberto Eco o di un film di Roman Polanski, in realtà è l’antefatto della nuova pubblicazione dal titolo “Abbi a cuore il Signore”, che vede come autore appunto un misterioso “Maestro di San Bartolo” e l’introduzione di mons. Daniele Libanori, ferrarese Vescovo Ausiliare di Roma. Il volume edito da San Paolo (Collana “Dimensioni dello spirito”, pagg. 320, novembre 2020) è la trascrizione di alcune carte casualmente ritrovate in un mercatino in piazza Savonarola a Ferrara a fine anni ’90, quindi oltre vent’anni fa, da un ferrarese appassionato di storia, da lui stesso trascritte con una vecchia Olivetti e quindi arrivate – nella trascrizione – sulla scrivania di mons. Libanori e lì rimaste per due decadi fino a quando un giovane ricercatore le ha lette e ha convinto il sacerdote ferrarese a pubblicarle.
«Figlio a me caro nel Signore, ho pensato di mettere per iscritto alcuni punti che possano servirti per il tuo progresso spirituale, così come aiutarono il mio»: inizia così il libro con meditazioni di spiritualità cristiana probabilmente redatte da un monaco vissuto nel XVII secolo del monastero cistercense ferrarese di San Bartolo, nella zona sud-est subito fuori Ferrara, vicino ad Aguscello.
Nell’introduzione del libro mons. Libanori cita per intero la lettera che questo suo anonimo conoscente gli aveva allegato alla trascrizione dell’antico fascicolo: i fogli, spiega nella lettera indirizzata a Libanori, «sono la trascrizione di un testo che tenevo da tempo presso di me, da quando cioè lo comprai a pochi soldi su una di quelle bancarelle che si trovano ai mercati ambulanti dell’antiquariato che vanno da una città all’altra. Passando per la piazzetta Savonarola – ormai a Ferrara torno solo di rado -, era una domenica, fui attirato da un banco su cui stavano alla rinfusa libri vecchi e faldoni sconnessi. (…)». A catturare la sua attenzione è in particolare un fascicolo «piuttosto corposo, che un tempo doveva essere stato legato a un quaderno: fogli piegati in due sui quali la scrittura era stesa con un inchiostro acido, che in molti punti aveva corroso la carta. A mio parere, stando alla grafia – minuta, regolare come quella di una copista – e alle abbreviazioni, doveva trattarsi di un manoscritto del Seicento, in un latino ecclesiastico di facile comprensione». Nella parte alta di una delle pagine del fascicolo, si legge: “…(lacuna) ex mon. S.ti Bartol.”. «La scritta era posta in mezzo alla carta, scritta soltanto sul retto e i margini consunti confermavano l’ipotesi che fosse la prima d’un fascicolo. Pensai che doveva trattarsi di carte d’archivio, probabilmente frutto di antiche spoliazioni, riemerse su quella bancarella da chissà quale fondo. (…) Pensando che potessero provenire dal soppresso Monastero cistercense di S. Bartolo, poco lontano dalla città, comprai quello che trovai. A casa rividi un po’ meglio quel materiale, confermandomi nell’idea che doveva trattarsi di appunti di qualche monaco, il quale deve avere avuto sotto mano carte più antiche e senza un ordine preciso».
Il monaco che ha raccolto i testi del “Maestro” confratello – prosegue la lettera pubblicata da mons. Libanori – «deve essere stato uno che aveva messo insieme quel materiale per suo uso personale. Queste carte sarebbero dunque la trascrizione di tutto o di parte di varie esortazioni, forse a discepoli diversi (data la ricorrenza dei temi), che egli aveva ripreso da qualcuno a noi rimasto ignoto che abbiamo voluto chiamare “Maestro di S. Bartolo”; altri testi, più lunghi, sono sviluppati invece come delle meditazioni o appunti per la predicazione».

Cinema e letteratura: analogie

È proprio a fine anni ’90 – nel 1999 – che nei cinema esce “La nona porta” di Roman Polanski, con Johnny Depp ed Emmanuelle Seigner. Nel film, Boris Balkan, interpretato da Frank Langella, un editore e bibliofilo newyorkese, commissiona a Dean Corso (Depp), esperto di libri antichi, un’indagine su un antico testo esoterico presente nella propria collezione privata, “Le nove porte del Regno delle Ombre,” scritto e stampato nel 1666 da Aristide Torchia, un non meglio definito esoterista veneziano, processato e giustiziato sul rogo dalla Santa Inquisizione. Balkan è in possesso di uno dei tre soli esemplari superstiti, ma è anche convinto che solo uno dei tre sia autentico.
Nel 1980 Bompiani dà alle stampe quello che diventerà un autentico best seller: “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Nel prologo, quest’ultimo racconta di aver letto durante un soggiorno all’estero il manoscritto di un monaco benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un’abbazia sulle Alpi piemontesi.

Il complesso abbaziale di San Bartolo

Il complesso abbaziale cistercense di San Bartolomeo, più conosciuto come San Bartolo, era situato nell’antico Borgo della Misericordia posto a sud-est della città, nell’antica isola di San Giorgio, e per antichità secondo solamente a San Giorgio dei Benedettini, ora degli Olivetani.
Secondo quanto tramandato da un altro Libanori, l’Abate Cistercense e storico Antonio Libanori, nel XVII secolo, la prima pietra fu fatta porre nell’854 dalla contessa Ada, moglie di Ottone I d’Este, in onore dell’Apostolo Bartolomeo per grazia ricevuta. Il figlio Marino infatti, nel giorno dedicato a quel santo, mentre difendeva Comacchio dai veneziani, scampò miracolosamente all’incendio e alla rappresaglia per vendicare la morte di Badoardo, fratello del Doge.
Cinque sacerdoti, appartenenti a famiglie nobili ferraresi e canonici di San Giorgio, fra i quali Sabino Gruamonti, Ursone Giocoli e Ursone Leuti, fondarono e dotarono dei loro beni patrimoniali il primo nucleo abbaziale col consenso del vescovo di Ferrara Viatore. Il privilegio venne conferito da Ludovico II, nipote di Carlo Magno a Ravenna nell’869 mentre i cinque monaci vestivano l’abito dei Cluniacensi e Sabino ne diveniva il primo Abate.
Da San Bartolo uscirono illustri personaggi quali: Gottifredo, figlio di Azzone d’Este, che ne fu Abate nel X secolo, Filippo Fontana che fu Vescovo di Ferrara nel XIII secolo. L’Abbazia di San Bartolo era quindi divenuta tanto importante da essere posta in Collazione Apostolica nel 1391 e innalzata a Commenda della Santa Croce di Gerusalemme nel 1484. Il suo Abate, addirittura, doveva già aver ottenuto la dignità cardinalizia.
Nella chiesa abbaziale restaurata nella metà del ‘700 dall’Abate Muzzi, vi erano preziosi affreschi nel presbiterio, nelle cinque lunette absidali e nel protiro, realizzati tra il 1260 e il 1294 da un artista noto come “Maestro di San Bartolo” (da non confondersi con il presunto autore del volume “Abbi a cuore il Signore”), restaurati nel 1955 e oggi conservati presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti. Vi erano, inoltre, tavole e quadri di Camillo Filippi, Benvenuto Tisi da Garofalo, Annibale Carracci, Sigismondo Scarsella padre dello “Scarsellino”, Giovanni Francesco Lai, Filippo Porri, Cesare Mezzogori, Girolamo Gregori, Francesco Naselli, Lodovico Mazzolini, del Molina e del Rosati. Si pensa fossero conservate anche importanti reliquie, fra le quali una mano dell’Apostolo Bartolomeo e alcune ossa di S. Quirino e S. Maria Maddalena.
Successivamente, arrivò l’occupazione napoleonica con la confisca di tutti i beni ecclesiastici e la loro vendita all’asta a fine del XVIII secolo.
Il 18 aprile 1904 l’intera area di San Bartolo viene trasformata in una colonia agricola del manicomio cittadino di via Ghiara, come esempio di ergoterapia. Ancora oggi l’edificio di proprietà dell’AUSL Ferrara ospita la Residenza Psichiatrica “Il Convento”: al suo interno vengono forniti trattamenti riabilitativi prolungati (6 – 36 mesi) a pazienti affetti da disturbi psichiatrici gravi e persistenti in fase sub-acuta e/o cronica con l’obiettivo di contrastare la disabilità e favorire l’integrazione. La struttura può accogliere fino a un massimo di 30 ospiti. Un modo di dire dei ferraresi è “A vagh a finìr a san Bartul”.
Infine, nel marzo del 2018 dei 320 milioni di euro sbloccati per l’Emilia-Romagna dal Comitato interministeriale per la programmazione economica, 14,45 furono destinati a interventi riguardanti Ferrara e provincia.
Fra questi, all’ex chiesa di San Bartolo sono stati destinati 1,5 milioni di euro per realizzare lavori di adeguamento antisismico e di restauro all’edifico risalente al XIV secolo. A oggi non vi sono novità sui lavori.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

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