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Quella piccola comunità di detenuti italiani negli Stati Uniti

18 Feb

“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry. Fra i prigionieri a Letterkenny, anche 9 ferraresi

Alcuni prigionieri dell'82ma compagnia e un ufficiale americano al centro in terza fila, a LetterkennyLetterkenny è un nome che forse ai più non dirà molto, ma che 75 anni fa è diventato, a pieno diritto, luogo di memoria per gli italiani. E’ infatti il nome del campo che tra il ’44 e il ’45 ospitò – in modo più che dignitoso – più di 1200 soldati provenienti dal nostro Paese (del 321° battaglione di cooperatori), perlopiù catturati nell’ultima fase della campagna di Tunisia.
“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” (Il Mulino, 2018) è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry (soci dell’Associazione per la memoria dei prigionieri italiani a Letterkenny – AMPIL) che ricostruisce questo scorcio di storia del secolo scorso. Attraverso un lungo e certosino lavoro di ricerca – utilizzando soprattutto documenti di archivio, consultati presso i National Archives a Washington, gli Archivi militari italiani e l’Archivio Segreto Vaticano -, i due hanno contattato oltre 440 famiglie, che gli han fornito diari, lettere, memorie (spesso inedite), racconti orali e fotografie di loro membri detenuti nel campo a Chambersburg, a due ore di auto da Washington, fra cui gli unici reduci, il gaetano Giovanni Serpe ed Edoardo Quintarelli di Pescantina (VR).
1milione e 200mila furono i soldati italiani fatti prigionieri nella Seconda guerra mondiale, dei quali la metà catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre e gli altri dagli Alleati. Fra quest’ultimi, 125mila furono catturati dagli statunitensi, 51mila dei quali furono inviati negli USA, e qui divisi in 140 campi. Per trasferire i prigionieri italiani negli Usa, gli americani utilizzarono soprattutto navi EC-2 del tipo “Liberty”, per un viaggio di circa 20 giorni alla fine del quale sbarcavano nel porto di New York Citi, Boston o Norfolk/Newport News in Virginia. Da qui, attraverso treni passeggeri, venivano portati nei campi di detenzione.
Cooperatori volontari
Le ragioni per cui molti prigionieri scelsero di cooperare con gli americani furono diverse: “la maggior parte – è scritto nel libro – pensava che l’adesione fosse un dovere militare, dal momento che l’Italia, caduto il fascismo, aveva deciso di aiutare gli Alleati”. Altri prigionieri pensavano invece “che convenisse collaborare anche per guadagnare un po’ di soldi”, o, nel caso di fascisti, “per cercare di far dimenticare il loro passato politico”. Importante fu il contributo di questi circa 1200 soldati italiani all’economia bellica americana, in quanto fornirono la propria manodopera, utilissima in un periodo nel quale gli uomini erano sui vari fronti del conflitto.
L’esistenza dei detenuti cooperatori italiani, seppur limitata negli spostamenti e fatta di molto lavoro, era invidiabile rispetto al trattamento riservato normalmente a persone detenute: vi erano, infatti, diversi momenti di svago, come ad esempio escursioni turistiche, feste da ballo e altre attività ludiche e sociali. Ciò, soprattutto all’inizio provocò, com’è ben spiegato nel libro, un forte risentimento nei loro confronti da parte delle comunità indigene, che non comprendevano il perché di questi benefici elargiti a stranieri, perlopiù detenuti.
Il ruolo della Chiesa Cattolica americana
“Due altri aspetti – è scritto nel libro – resero unica la prigionia dei soldati italiani negli Stati Uniti: la presenza di circa 4 milioni di italoamericani e di una Chiesa cattolica ricca e organizzata”. I primi aiutavano i prigionieri sia con doni materiali e visite nei campi, sia facendo pressioni sulle autorità fossero trattati al meglio. Invece, “i sacerdoti e i cappellani cattolici, alcuni dei quali italiani o di origini italiane, fornirono il conforto religioso, aiuti materiali e operarono quali intermediari nella corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie in Italia”. I detenuti cooperatori di Letterkenny, come gli altri prigionieri italiani negli USA, furono molto assistiti dai War Relief Services (WRS) della National Catholic Welfare Conference, l’organizzazione assistenziale dei vescovi americani, nonché dal Vaticano stesso e dalla Delegazione Apostolica a Washington. “La fede – scrivono gli autori nel volume – era importante per aiutare molti prigionieri a sopportare i lunghi periodi di internamento e la Chiesa Cattolica iniziò a occuparsi dei militari italiani fin dal momento del loro arrivo negli Stati Uniti”.
Storica fu la visita di mons. Amleto Giovanni Cicognani, allora Delegato Apostolico negli USA, al campo di Letterkenny il 22 ottobre 1944. Nell’occasione, celebrò la Messa (nella quale cresimò 16 soldati), distribuì ai detenuti 1100 copie de “Il mio Messale della Domenica”, 100 copie del Nuovo Testamento (con dedica), molti crocifissi e rosari. Lasciò inoltre, come dono principale di Pio XII, la somma di 500 dollari da spendere per i bisogni collettivi del battaglione. Non mancava, tra i prigionieri, appartenenti ad altre confessioni, come Sebastiano Ganci, membro della Chiesa cristiana pentecostale.
Poco tempo dopo la visita di mons. Cicognani, venne approvato un progetto di costruzione di un grande edificio, con 500 posti a sedere, che doveva servire come sala riunioni, cappella, teatro e biblioteca. Nel genanio ’45, però, i detenuti diedero avvio alla costruzione di una chiesa, con campanile, per evitare che le liturgie si svolgessero in un ambiente polivalente. Domenica 13 maggio 1945, mons. Cicognani tornò per la seconda volta a Letterkenny per consacrare l’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

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“Quando scrivevo a Otto Frank”

4 Feb

“E’ stato per me un maestro e un amico”: in un libro Cetty Muscolino racconta la sua amicizia col padre di Anne Frank e con la sua seconda moglie Fritzi

“Non l’ho mai visto dolente o lacrimoso. Sì, la forza e l’allegria lo dominavano tutto. Otto è stato per me un maestro di vita e quando si è molto giovani è importante avere maestri”. Scrive così Cetty Muscolino, docente ed ex Direttore del Museo Nazionale di Ravenna, nel suo libro “Quando scrivevo a Otto Frank” (Edizioni La Carmelina), nel quale racconta il suo rapporto epistolare d’amicizia col padre di Anne Frank e con Elfriede “Fritzi” Markovits-Geiringer, dal ’53 moglie di Otto e anch’essa reduce da Auschwitz. Lo scorso 28 gennaio il libro è stato presentato in Biblioteca Ariostea a Ferrara e per l’occasione l’autrice ha dialogato con Anna Maria Quarzi (direttrice ISCO, che ha scritto la prefazione), e con Silvia Pesaro (presidente della sezione ferrarese di Adei Wizo – Associazione Donne Ebree d’Italia). A 12 anni, nel ’63, Cetty legge il “Diario” di Anne Frank: “per me fu come una rivelazione”, scrive nel libro, “avevo Anne Frank nel mio cuore”. Nell’aprile dello stesso anno, viene a sapere che il padre Otto poco prima è stato ospite della classe II B della Scuola Rambaldi di Molinella, nel bolognese, al confine con la provincia di Ferrara. Cetty, incredula, contatta subito l’insegnante della scuola convincendola a farle avere l’indirizzo di Otto a Basilea. Dopo anni di intenso scambio epistolario, mentre il primo incontro avviene nel ’74.
“ ‘Considera sempre le tue benedizioni (Count your blessings), vedi il lato positivo’, mi scriveva sempre. Mi ascoltava e dava sempre consigli”, ha spiegato la Muscolino. “Otto era una persona buona, serena, positiva, proprio come la figlia Anne. Era sempre evidente anche il suo pudore a parlare dei drammi riguardanti la sua famiglia. Una volta mi disse – ha proseguito l’autrice -: ’non mi rendevo del tutto conto cosa Anne esattamente stesse esprimendo. Ora posso solo far conoscere al mondo il suo messaggio’ ”. Cetty ha mantenuto i contatti con Fritzi anche dopo la morte di Otto, avvenuta nel 1980.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 febbraio 2019

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“Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”

28 Gen

Raccontare l’Olocausto attraverso le vite di alcune persone: fra quelle scelte dal MEIS per il Giorno della Memoria, Etty Hillesum e Schulim Vogelmann. Due straordinarie testimonianze di amore e di perdono in mezzo all’orrore

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“Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito”. E’ stata questo Etty Hillesum, una straordinaria donna d’amore e di fede, alla vita, alle persone e a Dio. Il MEIS ha scelto di dedicarle uno degli eventi del Giorno della Memoria, svoltosi nella sede di via Piangipane a Ferrara nel pomeriggio di lunedì 21 gennaio. “Etty Hillesum. Osare Dio” (Edizioni Cittadella) è il nome dell’antologia (con testi dalle sue lettere e dai suoi diari) presentata, curata da Alessandro Barban (monaco camaldolese) e Antonio Carlo Dall’Acqua (foto a sinistra). “Questo libro è anche una lettura cristiana del suo pensiero”, ha esordito il Direttore MEIS Simonetta Della Seta. “Dei ‘sommersi’ della Shoah ci sono poche voci. Etty è una di queste, che ci ha lasciato un messaggio di amore”. Barban, non potendo essere presente, ha lasciato un messaggio nel quale spiega come “leggere gli scritti di Etty è un cammino di crescita spirituale e di consapevolezza profonda. I suoi sono testi utili contro tutti i razzismi, e per i diritti dei più deboli della nostra società”. “Etty – ha spiegato invece Dall’Acqua – è morta 45 giorni prima di compiere 30 anni, e il suo diario l’ha iniziato a scrivere a 27 anni. Il tempo, perciò, non è qualcosa di fisso, ma di variabile: per questo possiamo dire che Etty ha vissuto veramente in pienezza tutta la vita, ma ha vissuto più gli ultimi tre anni della sua vita che i precedenti”. I genitori Levi e Rebecca si sposano nel 1912 e, oltre a Etty, hanno due figli maschi, Mischa e Jaap. Etty si laurea in giurisprudenza all’Università di Amsterdam, e si iscrisse anche alla facoltà di Lingue Slave, ma a causa della guerra deve interrompere i suoi studi. Conclude invece il percorso di Lingua e Letteratura russa, e negli anni successivi impartisce sia lezioni private sia lezioni di russo all’Università popolare di Amsterdam. All’inizio della guerra si interessa della psicologia analitica junghiana, grazie al lavoro dello psico-chirologo Julius Spier che conosce il 3 febbraio 1941 come paziente, divenendo in seguito la sua segretaria e una delle amiche più intime. Una conoscenza, ha spiegato Dall’Acqua, “che le ha permesso di maturare molto a livello spirituale”. La sua terra, l’Olanda, viene invasa e occupata dai nazisti nel ’41, le deportazioni inizieranno l’anno successivo. Ma come Etty scrive nel suo diario nel ’42, “ho un grande bisogno di lavorare profondamente, per diventare un essere adulto e completo”. “Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia”. Nello stesso anno lavora come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico. Diverse volte Etty rifiuta di accettare l’aiuto di amici non ebrei che insistevano per ospitarla e nasconderla. In seguito, arrivò a pentirsi di aver accettato il lavoro al Consiglio ebraico, si sentiva in colpa. “Voglio condividere il destino del mio popolo”, scrisse. In seguito lavora nel campo di transito di Westerbork come assistente sociale. Qui riesce comunque anche a leggere delle poesie di Rilke, “per non perdere la propria umanità”, ha spiegato il relatore che si è poi soffermato su un episodio legato all’arrivo di un treno nel campo di Westerbork nel giugno ’43, di cui Etty, che ne è molto addolorata, ne parla in una sua lettera: nei vagoni bestiame vi erano “donne con bambini piccoli, 1600 in tutto (altri 1600 arrivano stanotte)”. “I vagoni merci erano completamente chiusi, ma qui e là mancavano delle assi e dalle aperture spuntavano mani a salutare, proprio come le mani di chi affoga”. “Etty mentre scrive – sono ancora parole di Dall’Acqua – naturalmente è cosciente che sarà deportata, anche se non subito. Ma nonostante questo, è serena”. Il 21 giugno ’43, però, da un treno che arriva nel campo, vede, attraverso alcuni assi mancanti, i genitori e il fratello Mischa. Scriverà: “questo è il giorno più triste della mia vita”. Il 7 settembre ’43 scrive a Christine van Nooten, e la lettera viene trovata perché è la stessa Etty a gettarla fuori dal treno prima della partenza, direzione Auschwitz: “Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, mamma e papà molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro. Etty”. E’ la sua ultima lettera. Mentre Etty, i genitori e il fratello Mischa mouoiono poco tempo dopo il loro arrivo ad Auschwitz, l’altro fratello, Jaap, perde invece la vita a Lubben, in Germania, dopo la liberazione, il 17 aprile 1945, durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi. La data della morte di Etty è il 30 novembre 1943. Da Westerbork, in una delle ultime lettere, Etty scrive ad un amico queste parole “scandalose”: “la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina”. Per Dall’Acqua ciò significa “salvare la propria umanità: il suo, quindi, è un messaggio che non tramonta, un messaggio di pace e di amore, che ci dice che alla violenza si può reagire con l’amore”. “Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”, scrive lei stessa. “Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio”. A 27 anni ad Amsterdam scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso è coperto da sassi e sabbia: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri”.

“Il falsario di Schindler”

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Il giorno dopo, il 22 gennaio, il MEIS ha ospitato Daniel Vogelmann (foto a destra), che ha parlato di suo padre Schulim, “il falsario di Schindler”, introdotto dal Presidente del MEIS, Dario Disegni , che ha spiegato l’importanza di raccontare storie come questa in quanto “oggi corriamo tanti rischi, vi è un ritorno di fenomeni di razzismo, intolleranza, antisemitismo, vi è tanta indifferenza verso chi soffre e intolleranza verso tutti quelli considerati diversi”. “Mio padre Schulim – ha spiegato Daniel – mi ha sempre raccontato poco della sua vita, e non solo riguardo alla sua prigionia ad Auschwitz. Certe cose, poi, le ho sapute soltanto molti anni dopo la sua morte, come, per esempio, che c’era anche lui nella lista di Schindler. E io, purtroppo, non gli ho mai chiesto nulla, anche perché è morto quando avevo solo ventisei anni. Qualcosa, però, è giunto miracolosamente fino a me, e così ho scritto questa piccola autobiografia per le mie nipotine. Ma non solo per loro”. Schulim Vogelmann nasce in Ucraina ma a 15 anni si traferisce a Vienna e poi in Palestina, dove si arruola come caporale nell’esercito britannico, e nel ’22 a Firenze, dove già risiedeva il fratello Mordechai, e viene assunto alla Tipografia Giuntina, allora di proprietà dell’editore Leo Samuele Olschki. Schulim nel 1928 diviene direttore della tipografia. Nel ’33 si sposa con Annetta Disegni (insegnante di lettere, parente di Dario) e la coppia nel ’35 ha una bambina, Sissel (nella foto col padre). Dopo l’8 settembre 1943 la famiglia cerca di rifugiarsi in Svizzera, ma fermati dalla polizia a Sondrio vengono rinchiusi al carcere di San Vittore a Milano e di lì deportati ad Auschwitz il 30 gennaio 1944, dal famigerato binario 21 della Stazione di Milano. La moglie e la figlia vengono immediatamente uccise. Schulim si salva grazie alla sua abilità di tipografo che i tedeschi cercarono di sfruttare nei campi di lavoro per coniare sterline false. Unico italiano incluso nella lista di Oskar Schindler, Schulim rientra nel dopoguerra a Firenze dove riprende a lavorare alla Tipografia Giuntina. Risposatosi con Albana Mondolfi, la coppia ha un figlio Daniel, nato nel ’48, come ha spiegato lui stesso, “14 giorni dopo la nascita dello Stato di Israele”, sottolineando “l’importanza straordinaria di far nascere un bambino ebreo, quando, fino a pochi anni prima, i bimbi ebrei venivano sterminati (furono un milione e mezzo in totale)”. Schulim muore a Firenze nel 1974. “Poco prima di morire legge ’Se questo è un uomo’ di Primo Levi”. Quattro anni dopo, nel ’78 nasce il figlio di Daniel, Shulim Vogelmann. Daniel nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina. “Mio padre – ha spiegato Daniel al MEIS – aveva un forte senso della vita, ed era essenzialmente una persona ottimista e buona, e oggi, segno dei tempi, chi è buono viene definito con disprezzo ‘buonista’ ”. “Non gioire mentre il tuo nemico cade e quando egli inciampa il tuo cuore non si rallegri” (Proverbi 24, 17): “questo passo biblico me lo ripeteva spesso”. Una grande domanda ha lasciato Daniel ai tanti ferraresi accorsi per ascoltarlo: “chi decide il destino degli uomini? Questo ci ha insegnato la Shoah…”.

Andrea Musacci

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Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 1° febbraio 2019

“Questa è per noi la Chiesa”: in un libro le parole dei giovani

21 Gen

Alberto Galimberti, giornalista comasco, è l’autore del libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” nel quale fa idealmente dialogare tra loro giovani credenti e non credenti

libro galimbertiCome volti di un poliedro, parole di uno stesso discorso, nervi nella stessa carne. Così sono le storie, raccontate in prima persona, di giovani “qualsiasi” che Alberto Galimberti, acuto giornalista comasco, ha scelto come protagonisti del suo libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” (Ancora 2018, 142 pagg.). Dare la parola ai giovani è per sua natura “un rischio”, a maggior ragione in un periodo storico nel quale, in particolar modo nel nostro Paese, scrive Galimberti, i giovani sono spesso descritti come “inetti, inermi e insipienti. Nichilisti, sprecati e sdraiati”. Ma la domanda di senso è insita nel cuore di ogni persona, così anche loro non bisogna darli persi nel tentativo di “scovare il senso della propria esistenza”. L’autore va in cerca di questi giovani, per stanarli, perché trovino il coraggio di esporsi. A differenza dell’ordine nel volume, potremmo accennare alle loro storie tracciando idealmente una linea che parta dall’approccio più critico verso la religione e la Chiesa, per arrivare a coloro che, seppur nel non scontato cammino, hanno scelto di seguire Cristo. Certi del fatto che la Verità stia anche nella sua ricerca, grazie alla quale il soggetto già viene trasformato. “Tavola rotonda” sulla fede Marco è ateo, a 18 anni scopre di avere un tumore, ma guarisce, si laurea, lavora, fa volontariato in un reparto di pediatria. Da bambino credeva “in un concetto stereotipato di dio”, a 15 anni lascia la Chiesa. L’esperienza del male fisico non scalfirà la sua convinzione. Quando scopre il tumore, “la primissima cosa che ho fatto è stato maledirlo [a Dio]”. E ancora è così: “Un bambino di due mesi può morire di leucemia. Dov’è il vostro Dio? Perché tace? Perché lo permette? Se esistesse, questo non sarebbe un Dio, sarebbe un mostro”. Mentre per Davide la Chiesa “più è indifendibile, più moraleggia”, “giudica senza voler essere giudicata”, per Fabio e Sara, conviventi, credenti non praticanti, ciò che allontana dalla Chiesa, spiega lei sono soprattutto “gli atteggiamenti contraddittori rispetto al Vangelo osservati all’interno della comunità parrocchiale”. Inoltre, “i divieti moralistici [..] non aiutano a dialogare con i ragazzi che vivono in una società nella quale la sessualità non è più un tabù, ma un aspetto che va approcciato con responsabilità e coscienza”. Proseguendo, Chiara e Luca, marito e moglie, vogliono una Chiesa “aperta e misericordiosa”, mentre Ivan racconta così la propria conversione: “ho avvertito un senso di pace e di serenità. Come essere al posto giusto al momento giusto, né troppo in anticipo né troppo in ritardo. Un dono. Cioè una cosa ricevuta inaspettatamente”. Gabriele, diacono in attesa di diventare sacerdote, confessa: nella scelta “mi ha guidato questo pensiero: ‘Non io, ma Dio’ ”. Maria Grazia, insegnante e cantante di musica cristiana, invece, racconta come anni prima “durante un incontro, nel momento di adorazione, ho sentito la presenza del Signore. Stavo pregando e ho percepito di essere accompagnata. Di essere voluta bene”. Incontriamo anche Francesca, già vicepresidente dell’Azione Cattolica di Milano, che, fra i problemi della Chiesa, considera l’“organizzazione gerarchica” e la “distanza anagrafica tra i consacrati […] e i giovani”, mentre Giulio, esperto di comunicazione, apprezza l’“approccio aperto e inclusivo” di Papa Francesco, Vi è, infine, Laura, che spiega: “nella fede ho sempre trovato il mio riparo, la comprensione che altrove non c’era. Io credo in Lui, Lui crede in me. Lui con le sue certezze, io con i miei dubbi. Lui con la sua forza, io con le mie debolezze. Eppure so che mi ama”. La parola agli “esperti” Nel libro vi è spazio anche a personalità che, a vario titolo, affrontano le tematiche giovanili, e nello specifico, le dinamiche interne al mondo cattolico. Così incontriamo innanzitutto Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, che coordina il “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo. Per lui la Chiesa dovrebbe “essere accompagnatrice dei giovani nel loro percorso di vita, nel loro discernimento”, “dovrebbe compiere questo sforzo: non scaricare la colpa sui giovani che non le vanno incontro; ma lei, la Chiesa, dovrebbe dirigersi verso di loro”, chiedendosi ciò che “vuole e può dare ai giovani per aiutarli a dare più senso e valore alle loro vite”. Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, spiega: “il cuore di tutto è rimettere al centro l’unicità di ogni ragazzo, come soggetto di possibilità inedite”. “I giovani – sono ancora sue parole – sono scettici di fronte a qualsiasi forma strutturata di fede, ma perché troppo spesso li educhiamo alla fede come dovere e non come rapporto reale d’amore, che come ogni rapporto richiede riti che lo proteggano”. Si passa poi a Franco Garelli, sociologo, esperto di religioni nelle società contemporanee, per il quale ad impedire un avvicinamento dei giovani alla Chiesa sono “una serie di ostacoli dottrinali, culturali, morali o ecclesiali, quali la difficoltà ad accettare le norme della Chiesa in campo etico, i cattivi esempi forniti dagli uomini del sacro, l’idea che vi sia una sola verità esclusiva, un’interpretazione del Vangelo non all’altezza dei tempi, una predicazione sorda al vissuto quotidiano”. “Una fede religiosa – spiega -, se vuole essere all’altezza delle sfide della modernità, deve essere abitata da senso critico, più frutto di una scelta che di una costrizione, interiormente fondata, rispettosa delle altrui convinzioni”. Le conclusioni sono invece affidate al dialogo con Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e Antropologia all’Università Cattolica di Milano, la quale nel delineare alcune delle qualità dell’attuale pontefice, ragiona sui caratteri che la stessa Chiesa dovrebbe possedere: essere “più tattile e corporea”, e meno astratta, semplice e profonda al tempo stesso. “Bergoglio – spiega la Giaccardi – è consapevole dell’ambivalenza della natura umana: c’è un mondo ideale che non esisterà mai, e c’è un mondo reale, concreto, dove bene e male si mescolano, in cui bisogna accompagnare il primo per vincere il secondo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

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“Ti racconto di noi…”: storie da un mondo antico che non esiste più

14 Gen

Il nuovo libro di Roberto Marchetti

[Qui la pagina con l’articolo]

libro marchettiIl ricordo di eventi vissuti a distanza di anni, dilata luoghi, persone, cose, dona loro una luce diversa, un’aura forse anche un po’ irreale ma non per questo meno vera. La malinconia vi aggiunge ulteriore profondità, una sacralità carnale, perché vissuta davvero. Così è per il libro di Roberto Marchetti, “Ti racconto di noi” (Este Edition, 2018, con introduzione di Camilla Ghedini), che, raccontando la propria esistenza, tesse un mosaico di diverse generazioni, soprattutto del bondenese. Anche nel caso di questo libro, dunque, il distacco temporale non può essere – per i tasselli affettivi che lo compongon – freddo distacco storico ma sempre calda narrazione, a tratti cruda e malinconica, ma mai ingrata. Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya” di Ferrara, per oltre 20 anni impiegato e dirigente dell’Eridania, successivamente è impegnato nella nostra Arcidiocesi (con la Fondazione Migrantes e con l’Istituto Sostentamento Clero), mentre nel 2013 insieme ad altri costituisce la ditta Adamant Bionrg, che opera nel campo della produzione di bioenergia e bioliquidi. Ormai prossimo alla pensione, sceglie di riordinare ricordi, aneddoti e riflessioni. “Arriva un punto dell’età – scrive – che realizzi come il tempo sia passato tanto rapidamente (…). Arriva un giorno in cui ti accorgi di come il tempo sia volato via (…). Ti rendi inoltre conto che poche saranno le occasioni di raccontargli [al tuo nipotino] la storia della sua famiglia d’origine”. Ciò che viene fuori è una piccola grande epopea che ricorda in parte quella narrata da Bernardo Bertolucci in “Novecento”, un’enorme famiglia di agricoltori (60 persone conviventi, con diversi gradi di parentela), “piccola comunità, che aveva una tradizionale visione di politica socialista” e che “terminò con l’avvento del fascismo”, in quanto la “nascita del regime determinò le condizioni per una diaspora”. Commoventi i ritratti degli avi, dal bisnonno Luigi al nonno Lorenzo, fino ai genitori: la madre Angelina, detta Redimes, a cui “devo il dono della mia di vita e per questo suo regalo credo di non averle mai espresso gratitudine, dandolo forse per scontato”, e il padre, che, ricorda, “seppur affaticato da una lunga giornata di lavoro, ci caricava in spalla e ci trasmetteva quell’ultimo abbraccio in sicurezza con quelle forti braccia, e noi eravamo certi che quelle braccia ci avrebbero retto, sorretto e protetto per sempre”. “Sembra inverosimile come ora, dopo quasi 40 anni, mi manchino le carezze di mio padre”. “Oggi – scrive ancora Marchetti – guardo a questi episodi con molta tenerezza e vedo nella nostra dignitosa povertà, soprattutto la forza dei miei genitori che hanno mantenuto la serenità pur nell’affrontare con accettazione gli avvenimenti della vita, e vorrei poter tornare, anche solo per un attimo, ad abbracciarli e a ringraziarli, perché sono stati veri eroi, nell’affrontare i disagi che a loro la vita ha riservato” e perché “mi hanno inculcato nel tempo quel senso di moralità che ancor oggi mi fa discernere tra il bene o il male”. Una svolta importante avviene nel 1960, col trasferimento della famiglia a Bondeno, nella canonica dell’allora parroco don Guerrino Ferraresi, morto nel 1984, “persona spesso schiva e scontrosa” ma “buona d’animo, generosa, altruista” e “uomo di estrema cultura”. Per un bimbo di umili origini contadine (abitavano nella frazione Ponte Rodoni), Bondeno era considerata alla stregua di una moderna metropoli. L’autore ricorda se stesso durante il trasloco, lo straziante addio, “seduto in fondo al carro, con i piedi penzoloni e gli occhi puntati su quella casa che si allontanava sempre più”. Tanti gli aneddoti presenti nel libro: il primo “adsen al maiàl”, l’uccisione del maiale, al quale Marchetti assistette, nel ’59 – rito collettivo sacro e macabro al tempo stesso -, il bagno clandestino al macero, la trebbiatura – “tradizionale e grande festa sull’aia” -, il “raccontafavole” che girava per le campagne, la televisione che si poteva vedere, dal ’60, solo al bar “Baracon” di Ponte Motte. E ancora, la colonia a Igea Marina, la Minicomet, l’impegno come chierichetto, la “dipendenza” dal flipper del Bar Centrale, l’oca viva in regalo, le gite in montagna con gli immancabili panini al tonno e cipollotti sottaceto come pranzo al sacco, i fioretti nel mese mariano, le Magistrali frequentate in via Borgoleoni a Ferrara e le prime campagne saccarifere. Un racconto, dunque, nostalgico e frastagliato, unito da questa linea invisibile degli affetti del cuore, da nomi, paesaggi, riti e sensazioni che lo rendono più di un “diario” personale, quasi una storia collettiva. Una storia solidale. Marchetti ricorda in modo particolare, della sua infanzia, la “solidarietà gratuita che la gente di allora metteva a disposizione del prossimo, portando aiuto a chiunque si trovasse in difficoltà”. “A volte – sono ancora sue parole – [l’inizio della mia pensione] lo immagino come i primi giorni dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola, e penso alla mia adolescenza, ed a quella fortuna di aver vissuto in piazza e di avere comunque avuto qualche amico con cui condividere quella noia degli assolati pomeriggi. Non avevamo internet né telefonino, ma la comunicazione o il richiamo avveniva a volte anche semplicemente chiamando ad alta voce quello che abitava nel palazzo di fronte, ed era sufficiente dire: ‘…andiamo…?’ e il ‘dove?’ non importava, l’importante era non sentirsi soli, condividere anche il niente, ma rigorosamente insieme”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019