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CPIA in festa: un ponte nella città

24 Giu

Oltre 200 i presenti venerdì 21 giugno in piazza Municipale a Ferrara per l’evento di fine anno scolastico del Centro per l’istruzione degli adulti. Tanti i ragazzi stranieri protagonisti

21.danze

Una serata di festa nel cuore della città, insieme alla città. Non è, infatti, casuale la scelta del CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) di Ferrara, di svolgere, per il secondo anno consecutivo, la propria festa di fine anno scolastico in piazza Municipale, luogo simbolo della comunità. Oltre 200 le persone presenti dal tardo pomeriggio del 21 giugno scorso per assistere ai due spettacoli preparati da studenti e insegnanti. Fabio Muzi, Dirigente scolastico, ha introdotto l’evento spiegando come la festa sia una sorta di “resoconto alla città del lavoro progettuale che con i nostri studenti abbiamo realizzato in questo anno”. Il CPIA esiste dal 2015 e ha cinque sedi nella nostra provincia, delle quali due a Ferrara (via Ravera e carcere dell’Arginone), le altre a Cento, Codigoro e Portomaggiore. Molti degli iscritti sono stranieri che frequentano i corsi di lingua italiana. Il Centro offre soprattutto una formazione base: per il diploma conclusivo del primo ciclo di istruzione, la certificazione di assolvimento dell’obbligo di istruzione, la certificazione di conoscenza della lingua italiana di livello A2, oltre a corsi di alfabetizzazione funzionale (lingue straniere, informatica, ecc) e di Italiano come L2. Non mancano però proposte laboratoriali “per dare strumenti concreti – ha proseguito Muzi -, ponti verso l’esterno, aprendo la scuola alla città, in particolare al mondo dell’associazionismo. Così facciamo integrazione, che per noi significa scambio fra culture”. La festa ha voluto evidenziare due laboratori realizzati nell’ambito del progetto “Il Giardino del Mondo”, vincitore del concorso regionale “Io Amo i Beni Culturali 2019”. Il primo è il lavoro teatrale “Il cielo è di tutti gli occhi”, realizzato con Teatro Cosquillas, che vede la regia di Massimiliano Piva e Roberto Agnelli. Di particolare rilevanza questo progetto incentrato sul quartiere Giardino della città, “dove è stato importante intervenire per affrontare e cercare di dare una risposta ai problemi di convivenza tra alcuni residenti e alcuni immigrati”, ha spiegato ancora Muzi. A seguire, un altro spettacolo ha animato la piazza Municipale, a cura di Alberta Gaiani (che è anche attrice) e di uno studente straniero. Infine, un altro lavoro realizzato durante l’anno scolastico è stato “Al Presente: ritratti contemporanei”, mostra fotografica con i lavori realizzati dagli studenti del laboratorio condotto da Ippolita Franciosi e Luca Pasqualini: un progetto nel quale giovani immigrati indagano e cercano di rappresentare la propria condizione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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Contro il razzismo, progetti aperti a tutti

17 Giu

Lo scorso 11 giugno all’Università di Ferrara è stato presentato il “Laboratorio antirazzista” che vede insieme docenti e studenti dell’Ateneo. Tante altre le iniziative in collaborazione con singoli e associazioni cittadine per cercare di combattere quei pregiudizi che impediscono una pacifica convivenza e l’incontro tra le persone

studenti

Un Laboratorio di ricerca sul razzismo che mette in relazione docenti, studenti e chiunque, fuori dal mondo universitario, voglia parteciparvi, con un occhio alle relazioni internazionali. E’ questo l’ambizioso e più che mai necessario progetto presentato nel pomeriggio dell’11 giugno scorso al Mammut (Polo Chimico Bio Medico di UniFe) di Ferrara, nell’incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Sono stati tre studenti, Camilla Caselli, Claudia Andreozzi e Leonardo Magri, iscritti a diversi Dipartimenti dell’Università di Ferrara, a spiegare agli oltre 100 presenti le diverse iniziative, maturate negli ultimi mesi. Riguardo al “Laboratorio antirazzista”, si tratta di svolgere “una ricerca scientifica interdisciplinare sul tema del razzismo, cercando di mantenere legami stretti con la città e in relazione anche con altre università”. Ma non c’è solo il Laboratorio: dopo l’estate è previsto un pranzo per l’accoglienza di matricole del nostro Ateneo, per presentare le diverse associazioni antirazziste di Ferrara, fra le quali il Movimento nonviolento, Amnesty International e Cittadini del mondo. A seguire, partirà anche un laboratorio in collaborazione col progetto “Mediterranea”, un workshop con Romeo Farinella sul tema “urbanistica e cittadinanza”, la realizzazione di un documentario sul quartiere GAD con interviste ai residenti del quartiere, una collaborazione con FerraraOff. Inoltre, un cineforum sul tema razzismo organizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) – che inizia il 19 giugno a Factory Grisù -, e l’idea di creare uno Statuto antirazzista per il nostro Ateneo.

Gli interventi

Durante l’iniziativa, il primo a intervenire è stato Romeo Farinella, direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale: “mai abbassare la guardia, i diritti acquisiti non lo sono eternamente, vanno difesi. L’Europa sta costruendo muri, ma storicamente ha sempre tentato di rompere quelli esistenti, al suo interno e nel mondo. Questo sincretismo culturale – ha proseguito -, questa mescolanza e dinamismo sono alla base della storia dell’umanità. Per questo, il concetto di nazionalismo è una sorta di manufatto culturale volto alla costruzione di una comunità politica immaginata. Rifiutiamo perciò le semplificazioni, a favore della complessità”. “L’Università nasce dal confronto tra idee e provenienze diverse”, ha esordito Guido Barbujani, genetista e scrittore. “Quello di razza biologica è un concetto inesistente, in quanto è impossibile tracciare linee di divisione tra ipotetiche razze. Nel genoma umano, tutte le differenze si concentrano nello 0,01%, mentre il 99,9% è comune a tutti gli esseri umani. Gli stessi caratteri somatici rappresentano un’infima parte del DNA”. Barbujani ha poi raccontato la storia rara, ma non rarissima, alla quale un anno fa il National Geographic ha dedicato la propria copertina: quella di due bambine inglesi di 11 anni, Marcia e Millie Biggs, sorelle gemelle eterozigote nate nel 2006, mamma inglese da generazioni e padre di origine Giamaicana. Bene, una delle due ha preso la tonalità della pelle e dei capelli dalla madre (carnagione molto chiara, capelli tra il biondo e il castano chiaro), e l’altra dal padre (carnagione scura, capelli ricci e neri). Barbujani ha poi proseguito illustrando brevemente come a partire da circa 10mila anni fa dal Continente africano gruppi di persone abbiano iniziato prima a contaminarsi tra loro e poi, nei millenni, a diffondersi in Asia ed Europa. Ma allora perché il diverso ci fa paura? Uno studio fatto negli USA, ha dimostrato che, “quando cerchiamo di identificare una persona, viene attivata una determinata regione del nostro cervello. Se questa ha tratti diversi dai nostri, scatta una zona di allarme. Quindi è una cosa assolutamente naturale: questo sistema di difesa per i nostri antenati era questione di sopravvivenza – ha proseguito -, in quanto permetteva loro di saper riconoscere rapidamente gli alleati o i nemici”. Ad ognuno di noi tocca, però, “far scattare anche la parte razionale che ci fa comprendere come non sia il caso di allarmarci. Possiamo quindi – ha concluso – scegliere non il conflitto ma l’empatia e il dialogo”. Ha poi preso la parola il sociologo Alfredo Alietti: “non dimentichiamo che l’antirazzismo è un valore democratico basilare, al di là delle singole scelte politiche”. Ma perché esiste? Un primo motivo è che “nei periodi di crisi – economica, sociale, culturale – il ‘noi’ diventa un tentativo di ancorarsi a qualcosa di solido. È in questa situazione, quindi, che le ideologie razziste iniziano a crescere, come risposta, dicendo ‘quello diverso da te è cattivo, pericoloso, portatore di disordine’. Ed è qui che nascono anche guerre, genocidi e massacri”. Un altro motivo sta nella “bassa istruzione e nella scarsa cultura. Questo naturalmente non significa che si possa generalizzare: una persona può avere scarsa cultura e non essere razzista o viceversa un’altra aver studiato ed esserlo. Ma tendenzialmente una bassa istruzione si accompagna a un rifiuto del diverso. Sicuramente – sono ancora parole di Alietti – l’antirazzismo è un problema, è problematico, perché richiede sempre di allenare la propria razionalità, per dimostrare che la diversità è un valore, mentre il razzista non va a fondo, non si pone nemmeno il problema”. Quali sono i limiti che il diritto internazionale impone agli Stati sul tema del razzismo, è stato invece l’interrogativo posto da Alessandra Annoni, giurista internazionalista. Esiste innanzitutto la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata nel 1965 dall’ONU, entrata in vigore quattro anni dopo, e la quale, al 2015, è stata sottoscritta da 88 firmatari e 177 parti. La Convenzione è monitorata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), anche se normalmente per questo tipo di questioni si fa maggior riferimento alla Corte europea per i diritti dell’uomo. “Il CERD recentemente ha evidenziato due problemi riguardo all’Italia”, ha spiegato la Annoni: quello del cosiddetto “hate speech”, dell’incitamento all’odio attraverso affermazioni violente soprattutto attraverso la stampa e gli altri media, emerso però anche nel caso di un parlamentare ed ex Ministro, Roberto Calderoni, ai danni di una collega, Cécile Kyenge. Un altro caso è quello che ha riguardato, e riguarda ancora, i cosiddetti “campi rom”, “veri e propri campi di concentramento e segregazione su base etnica”, ai danni perlopiù di cittadini italiani, “spesso discriminati anche negli accessi agli alloggi popolari, e vittime di sgomberi forzati”, al di fuori di ogni norma. “Dopo le raccomandazioni del Comitato però è cambiato molto poco. Il Governo italiano ha rifiutato anche il richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo”. L’ultimo intervento della giornata è toccato a Orsetta Giolo, filosofa del diritto: “il razzismo – ha spiegato – impatta sui principi fondamentali della democrazia – libertà, eguaglianza e solidarietà – negando le stesse pratiche democratiche. Il ‘Laboratorio antirazzista’ servirà anche a riflettere su ciò, e su come il razzismo richiami, al di là della discriminazione razziale, il tema dell’assoggettamento, della dominazione sugli individui e sui popoli”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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“Non siamo criminali, la nostra è un’obbedienza morale”

13 Mag

Cecilia Strada (Mediterranea) e Claudia Vago (Finanza Etica) lo scorso 6 maggio sono intervenute nello Spazio Grisù di Ferrara per parlare del progetto che continua a salvare vite umane nel Mar Mediterraneo

cecilia strada“Prima, quando salvavamo vite, eravamo chiamati ‘angeli’. Poi siamo diventati ‘criminali’, ‘scafisti’, ‘amici dei terroristi’ ”. Con questa punta d’amarezza Cecilia Strada ha concluso il proprio intervento a Ferrara. Il 6 maggio scorso, nel tardo pomeriggio, presso lo Spazio Grisù in via Poledrelli, 21, si è svolto un incontro pubblico organizzato dal Gad – Gruppo Anti Discriminazioni con lei, ex presidente di Emergency, a rappresentare la piattaforma “Mediterranea”, e Claudia Vago di Finanza Etica, la Fondazione di Banca Etica, per parlare proprio del progetto “Mediterranea Saving Humans”. L’incontro, moderato da Marco Zavagli, direttore di Estense.com, ha visto, a seguire, presso l’attigua Hangar Birrerie, una cena di finanziamento del progetto. La serata, con più di 100 persone presenti, ha permesso di raccogliere oltre 650 euro. Quella pronunciata da Cecilia Strada è stata l’ennesima, ma sempre necessaria, denuncia di ciò che avviene nel Mar Mediterraneo, utile a spiegare il perché esiste “Mediterranea”: “la criminalizzazione delle ong che compivano salvataggi – ha spiegato – ha portato al fatto che le loro navi non presidiassero più il mare. Risultato: gli arrivi dalla Libia continuano (non si sono fermati come qualcuno ha detto, ndr) e le persone muoiono in mare perché non c’è più nessuno che le soccorre. Gli sbarchi, certo, sono diminuiti. Ma il tragico motivo è proprio questo. 1 persona su 10 muore cercando di attraversare il mare, prima era 1 su 40”, ha poi spiegato. Negli stessi giorni su Twitter Charlie Yaxley, portavoce dell’Unhcr per l’Africa e il Mediterraneo, ha fornito cifre ancora più tragiche: “nel 2019, una persona ogni tre ha perso la vita nel tentativo di arrivare in Europa lungo la rotta dalla Libia”, ha scritto. “Mediterranea – sono ancora sue parole – nasce quindi per cercare di soccorrere queste persone e, quando non riesce, perlomeno di denunciarne la loro scomparsa, che non avviene per disastri naturali inevitabili. Sempre nuove realtà continuano ad aggiungersi alla nostra piattaforma”, sempre più collaboratori e testimoni di chi racconta gli orrori subiti in prima persona, da famigliari, amici, “persone, ad esempio, che ci hanno spiegato come 2, 3, o 4 volte hanno tentato di attraversare il mare per arrivare in Europa, ogni volta catturate, riportate in Libia e torturate”. “Siamo disobbedienti, perché pensiamo che disobbedire sia giusto quando si va contro leggi ingiuste, si tratta di disobbedienza alla criminalizzazione delle ONG, di chi scappa da guerre e violenze. Al tempo stesso è un’obbedienza alla Convenzione di Amburgo (sulla ricerca e il salvataggio marittimo siglata nel 1979, entrata in vigore nel 1985, ndr), ai Trattati internazionali, alla Costituzione italiana: la nostra è la nave dei super-obbedienti, di un’obbedienza morale”. Un pensiero Cecilia Strada l’ha dedicato anche a don Mattia Ferrari (da noi intervistato su “la Voce” del 10 maggio scorso), sacerdote modenese salito per alcuni giorni sulla nave “Mar Jonio” di “Mediterranea”: “con lui condivido l’idea che la Chiesa debba stare tra gli ultimi. Stiamo andando nella stessa direzione – atei, agnostici e cattolici, o persone di diversa ispirazione politica -, perciò facciamo un pezzo di strada assieme. A bordo, tra l’altro, c’è anche il figlio del Ministro Tria”.

claudia vago“La nostra Fondazione si occupa delle ricadute non economiche di operazioni economiche, quindi delle ricadute sociali, di uguaglianza, rispetto dei diritti umani, contro il razzismo e le diverse forme di esclusione, contro la produzione e vendita di armi, il gioco d’azzardo e molto altro”. Così ha iniziato invece il proprio intervento Claudia Vago. “La Banca legata alla nostra Fondazione ha finanziato con un fido di 465mila euro il progetto Mediterranea, tramite ‘Ya Basta’ di Bologna”. ’Mediterranea’ da tempo ha attivato un crowfunding (raccolta fondi) con un obiettivo di 700mila euro, praticamente raggiunto. “Ora, certo, servono altri finanziamenti per far andare avanti il progetto. Con Banca Etica stiamo discutendo per un altro fido. Forse Mediterranea in futuro si trasformerà in Fondazione o assumerà comunque un’altra forma”. Di sicuro, c’è sempre bisogno che Mediterranea venga supportata: lo scorso 10 maggio ha salvato 30 naufraghi, prima di arrivare a Lampedusa, dove il giorno dopo è stata sequestrata dalla Guardia di Finanza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

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“Conosco il dolore dei migranti: ecco perché ho scelto di salire sulla nave che li soccorre”

6 Mag

Don Mattia Ferrari, sacerdote modenese, racconta a “la Voce” la sua recente esperienza sull’imbarcazione “Mare Jonio” di “Mediterranea”: “siamo una grande famiglia, anche atei e agnostici partecipano alla Messa”

don mattia da solo

Il 1° maggio, mentre lo contattiamo, la nave “Mare Jonio” sta pattugliando la zona SAR compresa tra le città libiche di Zuara e Sabratha a una distanza compresa tra le 30 e le 35 miglia nautiche dalla costa libica, dopo essere salpata il giorno prima dal porto siciliano di Marsala. Lui è don Mattia Ferrari, 25 anni, sacerdote da circa un anno incardinato nella Diocesi di Modena-Nonantola. Tempo fa l’equipaggio della nave (lunga 37 metri e larga 9 che può tenere a bordo un centinaio di persone) di “Mediterranea Saving Humans”, aveva espresso il desiderio di avere un sacerdote a bordo nelle sue missioni per stazionare tra Italia e Libia permettendo di salvare centinaia di migranti che, disperati, fuggono da guerra e violenze. Da lì è nata l’idea di far salire don Mattia, da diversi anni impegnato nell’aiuto agli ultimi, in particolare nell’accoglienza e l’inclusione di migranti. Classe 1993, originario di Formigine (MO), don Mattia è vicario parrocchiale di Nonantola (a un’ora di macchina da Ferrara), Redù e Rubbiara, della stessa Unità Pastorale con anche Bagazzano. Entrato in seminario a 18 anni, appena dopo il diploma al liceo classico “Muratori” di Modena, è stato ordinato sacerdote il 26 maggio 2018. Ma la sua vicinanza ai migranti nasce molto prima. Con alcuni di loro ha partecipato, tra l’altro, a Ferrara il 3 giugno 2017 alla cerimonia d’ingresso nella nostra Arcidiocesi di mons. Perego, nelle vesti di accompagnatore dell’“Emilia-Romagna’s Brothers and Sisters S. Josephine Bakhita”, gruppo composto da una 40ina di rifugiati, richiedenti asilo e migranti provenienti dalle Diocesi di Bologna, Modena, Parma e Faenza. “La mia salita a bordo della ’Mare Jonio’ – spiega a “la Voce” – nasce da tre fattori concomitanti: innanzitutto dall’incontro fra Luca Casarini (uno dei capimissione di ‘Mediterranea’, ndr) e l’Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, nel corso del quale quest’ultimo ha appoggiato convintamente “Mediterranea” (“Sono con voi”, ha detto). In quell’occasione, Casarini espresse il desiderio di avere un sacerdote a bordo, e Lorefice appoggiò convintamente la proposta. Siccome – prosegue don Mattia – da due anni sono amico dei centri sociali bolognesi ‘Tpo’ e ‘Labas’, che tramite l’associazione ‘Ya Basta’ fanno parte di ‘Mediterranea’, e siamo amici proprio grazie alla comune fraternità con i migranti, i ragazzi hanno chiesto a me di essere il prete a bordo della nave. Non potevo rifiutare, perché ho molti amici migranti, avendo toccato con mano il loro dolore e la sofferenza che hanno passato in Libia e in mare, dove hanno visto morire amici e parenti”. “Due anni fa – sono ancora sue parole – ‘Ya Basta’ e ‘Labas’ accolsero Yusupha, un giovane migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto. Bussammo alla loro porta, e loro lo accolsero con gioia. Grazie a loro Yusupha è rinato, ha ripreso a vivere con dignità, perché si è sentito amato”. “I miei stessi parrocchiani – ci spiega ancora – hanno accolto positivamente questa mia decisione, alcuni di loro sono stati anche commossi. Debbo ringraziare i miei confratelli, don Alberto Zironi e don Riccardo Fangarezzi, che stanno supplendo alla mia assenza”. Ora una nuova comunità galleggiante ha accolto, seppur per un periodo limitato, don Mattia: “siamo come una grande famiglia”, prosegue. “Cuciniamo, sistemiamo la barca. Io non rinuncio alle mie preghiere: il breviario, la Messa e il rosario”. E, soprattutto, insieme, “teniamo monitorato il mare con i binocoli” per individuare eventuali navi colme di persone in fuga dall’inferno libico. E proprio il 2 maggio, riferisce “Mediterranea”, una motovedetta della cosiddetta “guardia costiera Libica” ha compiuto un’“operazione di cattura e deportazione in zona di guerra di 80 persone che erano a bordo di un gommone bianco a 65 miglia a nord di Al Khoms”. “Un’assoluta violazione di tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani, la cattura di persone in fuga da guerra e riportate in zona di conflitto”, peraltro sotto osservazione e con comunicazioni tramite canale Vhf, di un aereo di Malta Air Force. Tornando a don Mattia, la fratellanza tra i membri dell’equipaggio e il sacerdote si esplica anche con gesti semplici ma non scontati: “Alla Messa domenicale – che, come le altre, celebro su dei tavoli allestiti nei container – partecipano tutti, anche gli atei e gli agnostici, che sono maggioritari rispetto ai cattolici. Da parte loro è un bellissimo segno di riconoscimento verso il Vangelo e la Chiesa”. Tutti i volontari si sono resi disponibili. Le letture, il salmo, la preghiera dei fedeli: a ognuno il suo compito. “Abbiamo avuto modo di fare anche alcuni dialoghi spirituali, sulla fede e sul Vangelo, molto profondi e molto arricchenti anche per me”. E’ il racconto di una vera e propria Chiesa in uscita, che letteralmente prende il largo, perché sa che ogni luogo è luogo di evangelizzazione, di incontro con l’altro, di prossimità al povero, ai derelitti e ai dimenticati. Don Mattia è rappresentazione plastica di questa Chiesa che abbandona i porti sicuri, nei quali forte è la tentazione di rifugiarsi, che non getta l’àncora, ma salpa con le donne e gli uomini di buona volontà, con i samaritani del mare, spesso dileggiati e insultati, disprezzati alla stregua dei trafficanti che combattono. Mentre queste persone con la carne dei poveri non ci giocano, ma anzi tentano, nonostante tutto, di salvar loro la vita, strappandogli da quell’inferno d’acqua nel quale si è trasformato il Mediterraneo, mare di pace troppo spesso divenuto mare di morte.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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“La risposta al rifiuto delle migrazioni? Legalità e progetti condivisi”

21 Gen

Presentato a Ferrara il Rapporto Caritas – “Il Regno” sull’immigrazione: l’accoglienza e l’integrazione dei migranti sono anche discorsi ecumenici. L’unità tra fratelli e sorelle cristiane può combattere la percezione capovolta della realtà

1Nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato l’incontro di presentazione (con una 50ina di presenti) della ricerca condotta da Caritas Italiana e rivista “Il Regno”, dal titolo “Immigrazione. Il fattore sfiducia degli italiani”, organizzato con il patrocinio della Caritas e della Migrantes diocesane. Sono intervenuti Gianfranco Brunelli (Direttore della rivista “Il Regno”) e Guido Armellini (Chiesa Metodista di Bologna), introdotti e moderati da Piero Stefani (redattore de “Il Regno” e rappresentante del Segretariato Attività Ecumeniche). Quest’ultimo ha spiegato come il tema immigrazione e quello ecumenico siano tra loro correlati per tre ragioni fondamentali: “le realtà ecclesiali, cattoliche e non, sono sempre più multietniche” al loro interno; “le diverse Chiese sono sempre più impegnate nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti; non tutti i membri delle stesse Chiese, però, sono favorevoli ad accogliere”. Ciò provoca ferite, fratture importanti all’interno delle comunità. “E’ sempre più forte il rifiuto dell’immigrazione – ha spiegato Brunelli -, domina spesso la paura dell’immigrato, e l’immigrazione viene vista solo come problema e non anche come opportunità”. Il primo dato che emerge dalla ricerca in questione riguarda il numero di migranti nel nostro Paese, dunque “il problema della percezione del fenomeno, spesso sovrastimato”, ha spiegato. La realtà italiana, infatti, “non è particolarmente esposta al problema dell’immigrazione, anche in rapporto alla popolazione totale, ma la percezione diffusa è diversa, e associa l’immigrato prevalentemente all’irregolare”. Risulta inoltre come “percentualmente i cattolici fra gli immigrati rispecchiano all’incirca la media della popolazione italiana”, e che, altro dato che emerge, “meno si è colti più si avverte come grave il problema immigrazione”. Riguardo al tema della sicurezza, il fenomeno migratorio, ha spiegato ancora Brunelli, “non è tanto percepito come minaccia personale, ma a partire da un sentimento sociale e culturale diffuso da molto tempo: in uno Stato considerato da molti come corrotto, i cittadini non si sentono tutelati nella loro sicurezza”. Un altro orrendo pregiudizio, “seppur non particolarmente diffuso nel nostro Paese, ma ancora esistente è quello “contro gli ebrei”. “L’integrazione non può non passare attraverso un’assimilazione governata politicamente, cioè che risponda tanto al bisogno di migranti quanto a quello di sicurezza. Al contrario, il rifiuto aumenta solo l’immigrazione illegale e incontrollata”. Armellini ha improntato il suo ragionamento principalmente sull’importanza delle “opere” per far progredire il cammino ecumenico, che “ha senso se si traduce in servizio agli esseri umani, soprattutto i più deboli. La Chiesa Metodista di Bologna, ad esempio, organizza corsi di italiano per stranieri, ed è arrivata a contare una 70ina di insegnanti e più di 400 studenti. Conoscendo queste persone, abbiamo ad esempio ’scoperto’ come prima della caduta di Gheddafi, avvenuta nel 2011, mole persone emigravano in Libia per lavorare. Dopo la sua caduta – ha proseguito – , il Paese è caduto nelle mani di bande di criminali, e, come ormai purtroppo è stato ripetutamente accertato, finiscono in veri e propri lager, sono costretti ai lavori forzati, subiscono violenze, stupri, a volte vengono ammazzati per nulla”. “La percezione della realtà di diversi italiani sul tema immigrazione è totalmente distorta. La clandestinità – ha poi spiegato, riprendendo un concetto di Brunelli -, è causata da leggi ben precise, a partire dalla Bossi-Fini, che ha prodotto una massa di persone inesistenti a livello anagrafico. La risposta, quindi, consiste nel legalizzare, non nell’aumentare l’area della clandestinità, come invece fa il Decreto Salvini”. “In Italia, poi, putroppo, la religione cristiana da molti viene vissuta come un’identità da difendere”. Armellini ha citato un passo dal capitolo 29 del primo libro delle Cronache. Si sta per costruire il tempio, il popolo porta immense donazioni a questo scopo. Il Re Davide nel suo discorso a un certo punto dice: “Ora, nostro Dio, ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Ora tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c’è speranza” (1 Cr 29, 13-15). Insomma, “la terra non è nostra, noi siamo di passaggio, nessun territorio è di nostra proprietà, e quindi non possiamo decidere chi ci deve stare e chi no”. Tre sono i progetti ecumenici attivi organizzati anche dalle Chiese protestanti italiane: il primo, “Essere Chiesa insieme”, per superare le singole etnie; i “corridoi umanitari”, che da febbraio 2016 hanno permesso a più di 1800 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa, di approdare in modo sicuro in Italia; infine, “Welcoming Europe”, raccolta firme proposta da un arcipelago di chiese, associazioni, reti cristiane e laiche per depenalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri (simili ai corridoi umanitari) e riaprire i flussi migratori. E’ possibile firmare fino a fine febbraio 2019 (http://welcomingeurope.it/).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

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I lager libici per migranti e l’Europa corresponsabile

8 Lug

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“L’inferno libico” è il nome scelto per l’ultimo incontro degli Emergency Days 2018, svoltisi nello Spazio Grisù di Ferrara (in via Poledrelli) questa settimana. Ieri pomeriggio, sabato 7 luglio, è stato presentato il libro “Non lasciamoli soli” (Chiarelettere, giugno 2018,  Francesco Viviano e Alessandra Ziniti). Uno degli autori, Francesco Viviano, inviato de “la Repubblica”,  è intervenuto nel dibattito, spiegando come “quando incontri persone che sono state in questi lager in Libia, conosci le loro sofferenze, ti si accappona la pelle. Le loro sono storie allucinanti, la maggior parte tristi, alcune a lieto fine. Poi – ha aggiunto – pensi all’ignavia, all’indifferenza, al massacro da parte di molti, dei nostri governanti, dell’attuale Governo e del precedente, fatta sulla pelle di queste persone, che non sono numeri e non sono carne da macello. Chi fa accordi con criminali come sono questi schiavisti libici, è anch’esso criminale”.

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Viviano ha poi citato la tragica storia, risalente a marzo scorso, del 22enne migrante morto in Sicilia, all’Ospedale Maggiore di Modica, dopo essere sbarcato anoressico, malnutrito, affetto da tubercolosi. E ha raccontato anche la storia del giovane costretto dai suoi aguzzini in Libia a fare il becchino del mare, raccogliendo in tre anni circa 3mila cadaveri, o pezzi di cadaveri, che ha dovuto ispezionare per trovarvi eventuali oggetti preziosi nascosti.

Prima di Giulio Cavalli, scrittore, attore e giornalista, è intervenuto – nel dibattito moderato dallo scrittore Martino Gozzi – Marco Bertotto, Responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere.”Non è vero – ha spiegato – che la presenza in mare delle ONG sia una calamita per le navi con i migranti. Infatti, ora che le loro navi non sono più presenti nel Mediterraneo, le partenze dalla Libia non si sono ridotte. Dall’altra parte, com’è inevitabile, sono aumentati i morti in mare, visto appunto l’assenza delle ONG per i salvataggi. E’ chiaro che il soccorso in mare non è la soluzione – ha proseguito -, ma è necessaria per salvare vite umane. La soluzione sarebbe un piano di canali regolari per far arrivare le persone nel nostro Continente. L’attacco alle ONG, che va avanti da anni – ha poi concluso -, è molto grave perché le associazioni come la nostra si fondano sulla reputazione, e perché questi attacchi sono più in generale un attacco alla solidarietà”.

Andrea Musacci

 

“Le nuove generazioni, una sfida per la Chiesa”: Mons. Perego al Meeting di Rimini

26 Ago
2 - Copia

Mons. Perego e Giorgio Paolucci

«Incontro, proposta e dialogo» per tutte quelle ragazze e quei ragazzi immigrati nel nostro Paese che sono «soggetti attivi, non semplici ospiti, nelle nostre comunità». Ieri l’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio S. E. Mons. Gian Carlo Perego è intervenuto nell’incontro “Le nuove generazioni, una sfida per la Chiesa”, parte del programma del Meeting per l’amicizia fra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini da domenica scorsa fino a oggi. Mons. Perego è stato intervistato da Giorgio Paolucci, firma di punta di “Avvenire” e tra i curatori della mostra, in parete al Meeting, dal titolo “Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica”. Un tema, questo specifico dell’esposizione e dell’incontro ad essa collegato, che permette di riflettere in modo originale sul tema dell’edizione 2017, “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”, quindi anche sulle trasformazioni nei rapporti con la tradizione.
Un dialogo, quello con Mons. Perego – alla presenza di alcune decine di persone, tra cui l’Arcivescovo emerito S. E. Mons. Luigi Negri – nel quale si è cercato di inquadrare il tema migranti in Italia anche attraverso dati, presenti nel Rapporto Immigrazione 2016 stilato da Caritas e Fondazione Migrantes. Sono oltre 5 milioni gli immigrati in Italia, provenienti da 198 Paesi, molti dei quali giovani che cercano di «costruirsi un’identità diversa». Per questo, l’approccio giusto non sta nel considerare la questione come «una sfida fra tradizioni o esperienze religiose, ma un incontro importante dal quale possono nascere realtà e storie nuove».
Tre sono gli aspetti fondamentali perché questa sfida sia declinata in positivo: innanzitutto, quello del saper «incontrare e del riconoscere questo tassello rappresentato dalle nuove generazioni. Tutto ciò che allontana è da rifuggire». Altrettanto importante è, poi, il «non lasciare questi giovani senza una proposta credibile, che significa anche costruire luoghi dove poterli incontrare, ascoltare, nei quali confrontarsi con loro». Infine, conseguente, l’aspetto del «dialogo, l’apertura a nuove domande». Prendendo le mosse anche dal disegno di legge che tende a introdurre una forma di ius soli temperato e di ius culturae, ancora in discussione al Senato, Mons. Perego ha riflettuto su come essere cittadini significhi, nel senso più profondo, «passione per la realtà in cui si vive, essere attivi nella propria comunità. Per questo – ha proseguito – è sbagliato creare due livelli di città [una di cittadini, e una di non cittadini, ndr], soprattutto in un periodo in cui abbiamo bisogno di giovani interessati alla vita delle nostre comunità, che non si sentono solo ospiti ma chiedono di esserne riconosciuti come parte attiva».
21106883_1882543698429562_352441202150051196_nInfine, l’Arcivescovo, incalzato anche dalle domande di Paolucci, ha riflettuto sul tema dell’immigrazione in Italia da Paesi con forte tradizione cattolica, o, al contrario, da zone del mondo dove la libertà religiosa è un miraggio. Sono circa 3mila i sacerdoti stranieri presenti nella nostra penisola, e circa un migliaio i catecumeni, perlopiù non cittadini italiani. «La speranza – ha spiegato Mons. Perego – è che per molti immigrati che vivono nel nostro Paese il fatto di sperimentare una situazione di rispetto della libertà religiosa possa avere ricadute positive nei loro luoghi d’origine».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 26 agosto 2017