Le tante chiusure di una città che sempre più si fa abbagliare dall’illusione di guadagni facili, che non esistono. E che in cambio di questa illusione, sacrifica spazi comuni, luoghi protetti e il vivere civile
di Andrea Musacci
Ferrara città aperta: alla musica, ai turisti. Questa, la narrazione dominante nell’ultimo anno. Lo stesso si disse in occasione del concerto di Springsteen, e lo si ripete come un mantra per ogni grande concerto. L’idea che sempre più ci facciamo, al contrario, è quella di una città chiusa. Chiusa da parte di chi la amministra, nei confronti dei cittadini (residenti nelle aree interessate e non) che 5-6 mesi l’anno protestano per i forti disagi che vivono in termini di mobilità, inquinamento acustico, tutela e rispetto per gli spazi pubblici. Chiusura – che diventa dileggio, violenza verbale, insulto – di una parte di ferraresi nei confronti di chi dice no allo scempio della città.
GRATTACIELO USURPATO
Ma chiuso, da gennaio scorso è il Grattacielo, che si erge come simbolo di un’enorme ingiustizia, torri come dita puntate al cielo a implorare giustizia. Aperti, invece, il 5-6 giugno nel parco Coletta antistante il gigante vuoto, erano i quattro “food truck” (i camioncini per il magna&bevi) e il “Birrabus 30”, «il più grande beer truck d’Europa, dotato di 300 spine simultanee e di una capacità di 1.800 litri», recitava compiaciuto un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta comunale. E sempre lì, aperto era il bar “Mai guai”, purtroppo però con musica a volume altissimo fin dalla mattina del 5, tanto non c’è nessuno da disturbare lì dentro, e c’è da trasformare il parco in attrazione per turisti, gente di passaggio. I bambini e le mamme del Grattacielo, non ci sono più nel parco: al loro posto per due giorni (ma perché non renderli monumenti perpetui della città mordi&fuggi?) bagni chimici multicolori fluo, fin davanti la cancellata che divide le torri dal parco.
MEGACONCERTI. Il 5 e 6 giugno la città di Ferrara sarà letteralmente invasa da 120mila persone in occasione dei concerti di Vasco Rossi. Ma al di là delle luci, a rimetterci sono le casse comunali, la vita e il benessere di cittadine e cittadini, le risorse naturalistiche e la dignità della città
di Andrea Musacci
Chiunque viva Ferrara nel tempo libero, può dire che la nostra è tutt’altro che una città morta: che ci si concentri sull’ambito culturale in senso ampio, su quello artistico – in tutte le sue espressioni – o più ludico, sportivo e naturalistico, innumerevoli sono le iniziative quotidiane. Al contrario, una certa narrazione ideologica dominante negli ultimi anni, vuole convincerci che senza i grandi concerti Ferrara sarebbe un luogo morto. È anche grazie a questa nenia (ben manovrata da chi amministra la città) che da anni si giustificano grandi eventi musicali con un impatto devastante a livello naturalistico (nel caso soprattutto del Parco Urbano), della tutela del centro storico UNESCO (si vedano piazza Ariostea e piazza Trento e Trieste) e in generale sulla vita delle persone che a Ferrara ci abitano. Se sommiamo i concerti di marzo, quelli imminenti di Vasco, il Ferrara Summer Festival e il Buskers Festival privatizzato (con i rispettivi tempi preparatori e di smontaggio), circa 5 mesi in un anno vedono la nostra città invasa e occupata da manifestazioni espressioni della logica dominante di estrattivismo urbano che avvantaggia pochissimi – già benestanti – commercianti e i grandi investitori esterni.
«Irina aveva 1 anno quando fu uccisa da un cecchino»: a Santo Spirito in tante e tanti per la serata dedicata al ricordo dell’assedio negli anni ’90 e del “safari umano” su cui ancora si indaga. Ecco le testimonianze di quell’orrore e il grido di pace di chi c’era
Uomini che volevano sperimentare l’orrido piacere di sentirsi padroni della vita e della morte di innocenti, e rimandendo anonimi e impuniti. Ma c’è chi ora vuole portare alla luce questi delitti. Sulla “Voce” dell’8 e del 15 maggio scorsi vi abbiamo parlato dei “cecchini per gioco” nella Sarajevo assediata dal 1992 al ’96.
Il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara ha compiuto la scelta coraggiosa di dedicare una serata a questo macabro pezzo della storia contemporanea, e l’ha fatto la sera dello scorso 22 maggio, con la proiezione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic, uscito nel 2022.
Il documentario inizia con alcuni uomini che, durante l’assedio di Sarajevo, raccolgono su un ponte i corpi di un ragazzo e di una ragazza, colpiti a morte da un cecchino. Corpi che vengono posti nel baule di una macchina e portati in ospedale. Il loro sangue è colato sull’asfalto. Nel filmato, poi, la testimonianza di un uomo dal volto coperto, uno sloveno, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, poi assunto da un’importante agenzia investigativa USA. «Un giorno – racconta – vidi tre uomini stranieri, non vedevano l’ora di entrare in azione». Parla di statunitensi, canadesi, russi. «Si spostavano fra diverse postazioni, per sparare. Uno si sdraiò e ricevette un fucile: una persona venne colpita. La cosa mi inorridì molto».Questi stranieri «ricoprivano posizioni elevate, erano protette, uno di loro parlava un inglese fluente». Forse scelsero di fare questo safari umano «perché nella loro vita si annoiavano». L’uomo racconta anche di un bambino colpito a morte mentre passeggiava con la madre, «mano nella mano». Erano tutti «cacciatori esperti» questi stranieri, ma «generalmente colpivano al torace, perché alla testa era più difficile» a distanza.
Poi il documentario segue con la testimonianza di un uomo e una donna, marito e moglie, che raccontano di come nell’ottobre ’93, fossero in giro per una passeggiata nelle strade di Sarajevo con Irina, la loro figlia di 1 anno e 4 giorni. «Erano giorni tranquilli, non si sentivano spari», dice la donna. Ma all’improvviso, dal nulla, Irina viene colpita da un proiettile. Il proiettile di un cecchino. «E nel ’94 – racconta ancora – rimango incinta nuovamente, di un maschio, che però al 9° mese di gravidanza muore.Il medico mi spiegò che aveva assorbito il mio stato mentale».Lo stato mentale di una persona fortemente traumatizzata.
Un altro uomo, un bosniaco sulla 50ina, costretto su una sedia a rotelle, racconta di quand’era 20enne, soldato e studente universitario. Il 3 marzo del ’95 era contento ed essendo una giornata primaverile uscì per fare una passeggiata, «il cielo era bello». Un cecchino lo colpì, condannandolo a non poter più camminare. «Siamo stati tutti uccisi dalla guerra, stiamo tutti lentamente morendo per queste ferite», dice. E non parla delle ferite fisiche.
Viene poi intervistato Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, testimone molto importante, che riporta ciò che un soldato serbo di 20 anni fatto prigioniero dai bosniaci allora raccontò loro: «ci parlò di cinque stranieri, di cui 3 italiani – uno milanese -, diretti nel ’93 a Pale (cittadina a 17 km da Sarajevo, ndr) e con attrezzatura da caccia di lusso». Uomini arrivati anche «con auto di lusso, che dissero che pagavano per poter essere cecchini». Ed erano «scortati dalle forze speciali serbe».Allora «informammo SISMI e SISDE ma l’unica cosa che ci dissero, dopo mesi, e che tutto era stato bloccato e che non si sarebbero più ripetute queste azioni». Non fu così.
«Dio, se potessi vivere solo un altro giorno, per vedere il sole spuntare sulla Bosnia…», canta un gruppo di ragazzini bosniaci nel finale, seduti nei loro banchi di scuola. Un agrodolce canto di speranza.
Quella che si è cercata di trasmettere a inizio e a fine serata a S.Spirito. In apertura, infatti, vi è stato il collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast “Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio”, prodotto da Bottega Errante Edizioni. «Fino a qualche anno fa sembrava incredibile – han detto – che in Europa ci fosse stata una guerra devastante come quella nei Balcani. Eppure, nel 2022 questo incubo si è ripetuto in Ucraina». Riguardo all’assedio di Sarajevo, gli abitanti di questa città «dalla sera alla mattina si son dovuti abituare a schivare i proiettili dei cecchini, a dover trovare acqua e a non trovare beni alimentari primari nei supermercati». Ma prima del ’92 Sarajevo era «una città multietnica e multireligiosa, aperta e inclusiva, e che veniva da decenni di florido sviluppo, come tutta la Jugoslavia». Gli abitanti di Sarajevo però trovarono il modo di «resistere: sono stati oltre 2mila gli eventi culturali negli anni dell’assedio». E riguardo a Gabriele Moreno Locatelli – ucciso da un cecchino sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993 e a cui era dedicata la serata -, i due autori lo hanno definito «un faro, la concretizzazione del pacifismo concreto langeriano».
Dopo la proiezione del documentario è stata proiettata la videointervista realizzata da Alberto Mion del Cinema Santo Spirito (e organizzatore della serata) a don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, ex coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500. Marcia a cui parteciparono, fra gli altri, anche don Tonino Bello, don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, Eugenio Melandri e mons. Luigi Bettazzi. «Non avevamo altra possibilità che l’indignazione», ha detto don Sacco. «L’ultimo giorno a Sarajevo abbiamo visitato una chiesa cattolica, una ortodossa, una moschea e la sinagoga», segni della Sarajevo di pace. «La guerra non è un destino ineluttabile, si possono scegliere strade di pace», ha aggiunto. «Gli eserciti di domani saranno questi uomini disarmati», disse don Bello in quell’occasione. «Si trattava – ha ripreso don Sacco – di un tentativo di dar carne al sogno del profeta Isaia»: «essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci» (Is 2,4). «Venivamo considerati dei matti, come oggi matti vengono considerati gli uomini e le donne della Global Sumud Flotilla» dirette a Gaza, «nonviolenti come noi. È incredibile che venga criticata la Flotilla e non chi produce e vende armi… Non abituiamoci alla guerra!», il suo grido finale, più che mai urgente.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026
A due settimane dall’inizio del Ferrara Summer Festival, il Comune non ha ancora presentato i documenti per avere il via libera dalla Soprintendenza. I residenti ci spiegano tutte le violazioni ai danni dei cittadini e del patrimonio. E la stessa Soprintendenza nel 2022 sollevò forti critiche, ignorate dal Ministero allora guidato da Dario Franceschini
di Andrea Musacci
L’edizione 2026 del Ferrara Summer Festival (FSF) in programma dal 13 giugno al 26 luglio (per un totale di almeno 19 serate musicali, più due da confermare) nella centrale piazza Ariostea, potrebbe essere a rischio. A meno di un mese dall’inizio, infatti, Comune e organizzatori non hanno presentato la documentazione necessaria e, di conseguenza, la Soprintendenza non può dare il proprio parere sulla fattibilità dei concerti in quello che è un luogo «di interesse storico e artistico» secondo un D.M. del 1999. A rendere nota la situazione, una 50ina di residenti rappresentati dall’avv. Francesco Vinci, che hanno scoperto l’assenza dei permessi solo dopo una complessa vicenda amministrativa. A inizio dicembre, infatti, avevano presentato un’istanza di accesso agli atti, ignorata dal Comune tramite silenzio-diniego. I richiedenti hanno quindi fatto ricorso al TAR, che ha condannato l’ente pubblico all’ostensione dei documenti. Solo una volta ottenute le carte, i firmatari hanno potuto accertare la mancanza delle autorizzazioni.
IRREGOLARITÀ / 1: LA RICHIESTA LA DEVE FARE IL COMUNE, NON BUTTERFLY
La Soprintendenza, dunque, non può dare il proprio parere perché il Comune non ha ancora inoltrato la richiesta di autorizzazione ai concerti: la richiesta è stata, infatti, inoltrata dall’Associazione Musicale Butterfly, organizzatrice dei concerti. Si tratta di un’«illegittimità dell’intero procedimento autorizzativo per difetto di legittimazione dell’istante». Per legge, infatti, la Soprintendenza può dialogare solo col Comune in quanto titolare pubblico del territorio. L’Associazione Butterfly, soggetto privato, non ha il potere legale di attivare questa procedura.
A Ferrara si è svolta la rassegna di UniFe “Alfabeti urbani” con incontri sulle città contemporanee sempre più vittime della crisi ecologica, di logiche speculative e repressive. Ma nelle quali germogliano forme comunitarie e mutualistiche. E in un incontro, focus su Gaza: mancato collegamento con un pescatore lì residente a causa di un bombardamento israeliano. Lo Spin Time di Roma, i legami con la Chiesa e altre utopie concrete
di Andrea Musacci
Tre giorni di riflessioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle comunità e quindi delle nostre città.Dal 14 al 16 maggio a Ferrara si è svolta la rassegna “Alfabeti urbani”, organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici – Laboratorio di Studi Urbani di UniFe, con il coinvolgimento di studentesse e studenti del corso di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, e il contributo della rivista “Quants – Tempi Moderni”. Gli organizzatori sono i docenti Giuseppe Scandurra e Domenico Giuseppe Lipani, Antonino Princi, scrittore e docente, Chiara Tarabotti, regista teatrale, e Fabio Cuzzola, scrittore e docente.
CITTÀ SOMMERSE
La crisi climatica non è un discorso astratto o che riguarda terre lontane. È anche qui, dentro le nostre vite. Su questo ha riflettuto il 14 all’ex Teatro Verdi di Ferrara Alex Giuzio, che negli ultimi sei mesi assieme al fotogiornalista Michele Lapini e alla giornalista Zuza Nazaruk ha lavorato a un’indagine sull’adattamento all’innalzamento del mare tra l’Emilia-Romagna (Rimini e i Lidi ferraresi), il Galles (località Fairbourne) e l’Olanda (Rotterdam), grazie al sostegno del Journalismfund Europe. In mostra all’ex Verdi, anche alcune foto di Lapini.
«Sono 16mila i miliardi di dollari che entro il 2100 verranno spesi a livello globale contro l’innalzamento del mare», ha detto Giuzio. Nel 2018 il Centro nazionale oceanografico del Regno Unito (NOC) parlava di 14mila miliardi di dollari. Per questo motivo, «la Banca Mondiale ha deciso di difendere una località su tre a rischio». Una selezione ben poco naturale, risposta selettiva a una crisi ecologica che non solo non si ferma ma si radicalizza col passare degli anni. E le soluzioni proposte dall’alto seguono la stessa logica – ideologica – delle cause del problema: quella del mercato e del profitto. Si salvano i ricchi e i benestanti, coloro (pochissimi rispetto alle collettività) che ci guadagnano nelle località balneari più gettonate. Insomma, la crisi climatica è causata dalle disuguaglianze e dalla volontà di possesso e di dominio (nello specifico, anche «dall’urbanizzazione/bunkerizzazione delle coste») e la risposta che si dà acuirà queste disuguaglianze e questo atteggiamento predatorio. Senza contare che «i costi dell’energia sono in aumento e continueranno ad aumentare».
Basti pensare a Venezia, dove «per il Mose sono stati spesi 6,5 miliardi di euro», ha detto Giuzio. Almeno, però, Venezia è un gioiello di arte, cultura e architettura unico al mondo. Lo stesso non si può dire di Rimini, dove sono stati spesi 110 milioni di euro solo per il “Parco del mare”, «un progetto di rigenerazione urbana finalizzato in realtà anche a raccogliere l’acqua tramite due vasche sotterranee in piazzale Kennedy». E a proposito di Emilia-Romagna, la Regione «nell’ultimo quarto di secolo ha messo in atto diversi ripascimenti (spendendo, solo per l’ultimo, 23 milioni di euro)», quella tecnica, cioè, per posizionare artificialmente sabbia o sedimenti su un litorale eroso per ricostituire la spiaggia. Ma la spiaggia «deve rendere, quindi a essere salvate sono solo quelle più redditizie». La logica è solo quella «del turismo e del profitto», non della ricchezza ambientale e naturalistica. E «si ragiona solo col qui e ora: importante è che si riescano a piantare gli ombrelloni per la stagione». Da parte degli amministratori locali – che siano di centro-destra o di centro-sinistra (con alcune rare eccezioni) – «non vi è, quindi, lungimiranza, al massimo si danno un po’ di ristori solo dopo l’ennesima emergenza, per poi riprendere a cementificare». Bisogna, invece, «tanto gestire l’emergenza quanto progettare il futuro», per evitare – come detto – anche un aumento delle povertà e delle disuguaglianze sociali.
In conclusione, un accenno a Fairbourne, nel Galles, luogo sacrificato dal governo secondo questa logica, in quanto località poco abitata e non turisticamente attraente, quindi non redditizia. Nel 2054 sarà definitivamente abbandonata: «potrebbe quindi rappresentare quel che accadrà anche qui», nei nostri Lidi.
CITTÀ SORVEGLIATE
Sempre il 14, per “Alfabeti urbani”, di smart cities e Intelligenza artificiale (AI) ha riflettuto il giornalista Andrea Daniele Signorelli in dialogo con Federico Sardo (Direttore Editoriale “Quants”). La narrazione della smart city, per Signorelli si fonda sull’idea di sharing (quindi di “condivisione”) di auto, motorini e monopattini, per usare sempre meno l’auto privata. In realtà, «questi servizi di sharing non hanno sostituito l’auto privata ma l’utilizzo di mezzi pubblici», e perlopiù portando profitti a società private che offrono questo servizio. E vi sono «zone off limits» per questi mezzi in sharing: le periferie della città. Insomma l’obiettivo non detto di molte amministrazioni locali è quello di «non ampliare la rete dei mezzi pubblici» e di favorire poche aziende private. La smart city, quindi, secondo la narrazione che la sostiene è «una città intelligente, che integra in sé nuove tecnologie, sensori utilizzati per raccogliere dati e informazioni, per migliorare la gestione del territorio». In realtà, questa raccolta e successiva elaborazione di dati privati è la cosiddetta «AI predittiva», che mappa il territorio urbano cercando di eliminare ogni variabile dei comportamenti umani prevedendoli integralmente.
L’AI predittiva – molto diffusa in diverse città in USA e Cina, e sempre più anche in Europa – è dunque il «mezzo privilegiato delle società della sorveglianza», con ad esempio telecamere sempre più diffuse e che spesso permettono anche il riconoscimento facciale (si veda a tal proposito in particolare le società USA “Palantir Technologies” – fondata da Peter Thiel – e “Clearview AI”). Ma una società della sorveglianza è una società dove cittadine e cittadini, sentendosi osservati e temendo di essere schedati come “variabili non tollerabili”, finiscono per «autocontrollarsi», cioè per «autocensurarsi». Autocensura che avviene “dal basso”, cioè attraverso gli smartphone o «strumenti come Amazon Ring».
CITTÀ TURISTIFICATE
Un altro dispositivo che sempre più ridisegna le nostre città, mercificandole, è quello legato alla cosiddetta “turistificazione”. Di questo, il 15 Giangi Franz (Docente UniFe) ne ha parlato con Antonio Di Siena, autore del libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano”. Nel volume, Di Siena tratta ampiamente della Grecia (dove ha vissuto), Paese nel quale dal 2008-2009 la troika UE (Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale) ha compiuto «la peggior macelleria sociale degli ultimi 80 anni in Europa». Un processo, pur in modo diverso, iniziato qui e altrove dagli anni ’90, «con crisi economiche, conseguente precarizzazione del lavoro, deindustrializzazione e turistificazione. Un filo rosso», un ordine non casuale, avvenuto nei Paesi euromediterranei (Spagna, Portogallo, Italia e appunto Grecia). Non a caso, in essi «la turistificazione esplode dal 2008-2009, col conseguente aumento dell’imposta di soggiorno e riforma della tutela delle locazioni». Un solo settore viene finanziato: quello del turismo, che in Grecia rappresenta oltre il 30% del PIL, e oltre il 10 in Spagna e Italia. La crisi, quindi, rappresenta «l’humus funzionale a questo sistema di sviluppo, liberando così un’enormità di asset immobiliari, da mettere a rendita trasformandoli in b&b e dando lavoro a tanti disoccupati». Lavori «sottopagati, a basso costo, non sindacalizzati», spesso in nero. Il sud Europa diventa così «il parco divertimento dei ricchi del nord del continente, soprattutto tedeschi, olandesi, svizzeri».
E gli Stati del Mediterraneo europeo diventano «Stati-merce», vale a dire «operatori di mercato, venditori» che vendono sé stessi, le proprie risorse culturali e naturalistiche, come fossero meri brand. Un vero e proprio processo di «musealizzazione» che «trasforma gli enti pubblici a ogni livello in enti di promozione turistica» e la cultura in «intrattenimento», con le città che diventano «parchi a tema». Altre conseguenze di ciò sono la «rinascita di rievocazioni storiche, la creazione dal nulla di retaggi del passato (si veda la “Notte della taranta”) e la competizione tra città e regioni per accaparrarsi più turisti possibili». Insomma, i luoghi devono diventare sempre più «attrattivi», trasferendo il governo dei processi democratici dagli abitanti ai turisti. Abitanti sempre più cacciati dalle loro città grazie all’aumento continuo dei prezzi delle case, e dunque degli sfratti. In Grecia, ha raccontato ancora Di Siena, «non si può nemmeno fisicamente protestare quando ci sono le aste immobiliari perché ora avvengono on line».
E in Italia il governo Meloni ha presentato il ddl sfratti che rende l’esecuzione più rapida, più opaca e meno difendibile: l’eliminazione dell’avviso di rilascio consentirà, ad esempio, all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto. Una realtà già presente: si pensi a ciò che è successo a fine ottobre 2025 con lo sfratto in via Michelino 41 a Bologna di due famiglie con bambini piccoli dai loro appartamenti in poche ore. Famiglie con contratti in essere e affitti sempre pagati, che si sono viste recapitare un provvedimento di sfratto per finita locazione dopo la vendita dello stabile.
Anche Ferrara sta subendo gli effetti di questa gentrificazione/turistificazione: la nostra città, infatti, – ha riflettuto Franz, «30-40 anni fa è stata trasformata dall’ex Sindaco Roberto Soffritti in una città turistica. L’aumento vertiginoso degli studenti universitari, soprattutto dei fuori sede, ha fatto schizzare i prezzi degli immobili e sono aumentati i b&b», togliendo case a famiglie e lavoratici e lavoratori. Senza parlare del proliferare in centro di locali mangia&bevi, con l’omologazione dei negozi e la conseguente «banalizzazione» delle tradizioni culinarie e non.
CITTÀ OCCUPATE
Ben altre occupazioni subiscono da decenni i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in una guerra, quella tra israeliani e palestinesi, che sembra infinita e nella quale uno dei rischi maggiori è che vengano sempre più soffocate le vere voci di pace, quelle che uniscono l’ascolto delle sofferenze delle persone da entrambe le parti alla lotta per la libertà di chi, come i palestinesi, dal ’48 è ammazzato o costretto a lasciare la propria terra. Di questo, della Nakba, il 15 (giorno della memoria di questo dramma), all’ex Verdi di Ferrara (per la tappa ferrarese di “Flotilla 100 porti 100 città”) ha parlato in collegamento streaming Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo e storica attivista per la pace e per i diritti del popolo palestinese: «tanti sono stati in questi decenni i palestinesi uccisi, i villaggi e le case distrutte dagli israeliani, per cancellarne la memoria e la presenza. Il disegno di Israele è fare dei territori palestinesi una colonia col furto e l’occupazione delle terre». Ma in Israele, ha sottolineato Morgantini, «esistono anche antisionisti, minoranze che criticano l’occupazione israeliana, la pulizia etnica e che quindi solidarizzano con i palestinesi». Da qui, dal dialogo tra chi vuole la pace, bisogna ripartire.
Ma la guerra genocida di Israele continua e ha “lambito” Ferrara e il festival “Alfabeti urbani”: infatti, l’incontro in questione prevedeva l’intervento da Gaza di Zakaria Bakr, pescatore che vive a ovest di Gaza City, nel nord della Striscia. Ma è arrivata la notizia che l’esercito israeliano aveva bombardato un edificio vicino a dove vive Bakr. Poco dopo si è saputo che in quell’attacco sette persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite nell’attacco che ha colpito anche un veicolo civile. Secondo una fonte all’interno del servizio ambulanze di Gaza, in forma anonima, che ha parlato con “Al Jazeera”, fra i morti ci sono tre donne palestinesi e un minore. La notizia del bombardamento vicino alla casa di Bakr l’ha data poco dopo in collegamento on line con Ferrara l’avv. palestinese Zaher Darwish, collegato da Palermo dove vive da 40 anni e lavora come sindacalista CGIL. Darwish ha poi accennato anche alla campagna di sostegno al popolo palestinese anche attraverso la raccolta di finanziamenti per l’ospedale di Gaza, «importante non solo per le cure mediche ma anche per l’aiuto psicologico alle persone». Israele, ha aggiunto «sta distruggendo i valori costituzionali e umani».
A seguire, ha portato la propria testimonianza Elettra Negrini, giovane ferrarese da poco stata su una nave della Global Sumud Flotilla (la sua testimonianza la trovate sulla “Voce” del 15 maggio scorso). Un contributo importante l’ha portato anche Alessandra Annoni, docente di Diritto Internazionale a UniFe, che ha denunciato come «molti Stati non hanno la volontà politica di reagire alle continue violazioni da parte di Israele del diritto internazionale» tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. «Violazioni ci sono state anche da parte della Russia ai danni dell’Ucraina ma in quel caso perlomeno i Paesi occidentali hanno reagito con pacchetti di sanzioni contro Mosca». Oggi, quindi, «a livello globale sembrano non esserci più regole ma vince la legge del più forte».
CITTÀ LIBERATE
“L’utopia che abita la città. Esperienze dal Polo Civico Esquilino e Spin Time Roma” è stato il titolo del primo incontro del pomeriggio conclusivo (16 maggio) di “Alfabeti urbani”, moderato da Fabio Cuzzola. Lorenzo Teodonio e Martina Di Paolo sono venuti da Roma per raccontare l’esperienza del Polo Civico Esquilino (PCE) come «associazione di associazioni», all’insegna della «partecipazione civica e della trasformazione sociale». Attualmente sono 52 le associazioni aderenti al PCE, per un compito sempre più importante perché «aumentano povertà, fragilità sociale e marginalità». Chiara Cacciotti ha poi illustrato l’esperienza dello Spin Time (che fa parte del PCE), esperienza non solo di occupazione ma di autentica rigenerazione urbana: 140 le famiglie (ca. 400 persone) che risiedono nel palazzo di 10 piani, di cui 7 abitativi e gli altri per enti ed associazioni. Lo stabile è occupato dal 2013: storica sede dell’Inpdap, è stato poi acquisito dal fondo di investimenti immobiliari “Investire SGR”.
I residenti da sempre chiedono di essere regolarizzati, e si pongono come rivendicazione attiva e concreta per porre l’attenzione sull’enorme problema del diritto alla casa: «abbiamo fin da subito deciso di non barricarci ma di aprirci – ha spiegato Cacciotti -, mostrando la nostra funzione sociale e culturale», con tanti servizi, associazioni e iniziative, anche all’insegna dell’«economia circolare». Insomma, un luogo permeabile e al servizio della città, un «presidio sociale» per «restituire» a questa l’edificio, «un’istituzione costituente», per citare Castoriadis. Cacciotti ha poi citato l’episodio del maggio 2019 con l’allora elemosiniere del Papa, card. Krajewsky che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare la luce che era stata volontariamente staccata. Achiamarlo fu suor Adriana Domenici, religiosa che vive lì, e ci vive in maniera attiva, «essendo stata lei la prima ad aprire Spin Time alla città». Anche don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di “Mediterranea”, è amico di Spin Time. E lo scorso ottobre lo Spin Time ha ospitato il V Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari (EMMP – Encuentro per Papa Francesco), all’insegna delle tre T (Terra, Techo e Trabajo – Terra, Casa e Lavoro).
A seguire, incontro con Gianluca Pittavino (Askatasuna), Marina Boer (Mamme del Leoncavallo), Beatrice Tabacco (Ricercatrice), Carola Peverati (Cittadini del mondo), Francesco Ganzaroli (Resistenza) e Fabio Cuzzola (Alfabeti Urbani) su “Centri sociali e dintorni: tra riorganizzazione e repressione”. Da qui sono emerse «esperienze di trasformazione che resistono alle trasformazioni della città», modi di «applicare le utopie ai meccanismi reali dell’esistenza». Riguardo a Ferrara, Peverati ha parlato dei recenti sgomberati del Grattacielo come di una «forma di remigrazione», contrapponendo, ad esempio, l’esperienza ormai storica di Cittadini del mondo, che ora ha 256 iscritti al proprio corso per stranieri, compiendo – come anche La Resistenza -, un’opera di mutualismo dal basso, nonostante gli sfratti che entrambi han subìto dall’Amministrazione comunale.
L’ultimo incontro del Festival ha visto l’intervento di Alfredo Morelli (Docente UniFe) sul tema “Contro lo spaziocidio: per una nuova controcultura urbana”. Nell’epoca del «salto antropologico» che, a causa anche dell’AI e dell’automazione, ci porta nell’«oltreumano», le uniche forme di resistenza sono quelle anche qui sopra descritte, vale a dire «esperienze plurali di piccole polis, possibili laboratori per il futuro che sfidano il potere negli interstizi».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026
Sarebbe di 660mila euro e non di 1.400.000 euro il debito dei condomini del Grattacielo di Ferrara. A denunciarlo sono Daniele Pachera e Filippo Calafato, rappresentanti del Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo, dopo l’incontro dello scorso 15 maggio nella sede dello Studio di Francesco Donazzi, amministratore condominiale. «Le risultanze – dichiara Pachera – hanno sollevato interrogativi ancora più inquietanti sulla gestione finanziaria del Grattacielo». Il Comitato denuncia «una discrepanza contabile colossale che getta un’ombra pesante sulla trasparenza dei bilanci passati. Nel corso dell’ispezione – spiegano dal Comitato -, l’Amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1.400.000 euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro. A fronte di una differenza di ben 740mila euro, alla richiesta di chiarimenti da parte mia – spiega Pachera – l’Amministratore ha risposto testualmente che “nei bilanci approvati si maggiorano sempre le spese per sicurezza”. «È una dichiarazione scioccante – commenta Pachera –, si ammette candidamente che i bilanci sottoposti all’approvazione dei condomini contenevano cifre gonfiate rispetto alla realtà. Ricordiamo che inizialmente si parlava di un debito di oltre 2 milioni di euro: sembra che sotto la pressione della nostra azione legale e mediatica, questo debito diminuisca ogni giorno. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale è meno della metà di quello dichiarato?».
Ma non è finita qui: «Nonostante lo Studio Donazzi non abbia ancora consegnato le fatture e i giustificativi di spesa (promessi per il prossimo 21 maggio)», il Comitato spiega: «emergono indiscrezioni clamorose a seguito di una serie di telefonate interlocutorie e sondaggi informali avviati per verificare la reale entità delle pendenze con i creditori. Le risposte ricevute da alcune delle ditte inserite nell’elenco dei debiti farebbero ipotizzare che le fatture emesse e le somme che i fornitori realmente avanzano corrispondano a meno della metà rispetto a quanto riportato nel prospetto dei debiti “effettivi” esibito dall’amministrazione. Una discrepanza enorme che, se confermata dai documenti ufficiali, farebbe crollare definitivamente il debito milionario dichiarato».
E Pachera interpella nuovamente il Sindaco Alan Fabbri: «il 16 maggio ho inviato una nuova PEC urgente al Sindaco sollecitando un tavolo di confronto per la mattina del 21 maggio, dato che la precedente richiesta del 12 maggio è rimasta a tutt’oggi priva di riscontro. L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», conclude Pachera. «Chiediamo che i Magistrati diano tempestivo incarico alla Guardia di Finanza per sequestrare e cristallizzare la documentazione contabile presso lo Studio Donazzi, prima che i faldoni e i giustificativi di spesa del periodo 2018-2023 possano essere modificati, occultati o fatti sparire». Infine, spiega Pachera, «entro maggio chiameremo a rispondere l’amministratore del condominio per le gravissime irregolarità gestorie, i bilanci alterati e l’ostinato occultamento dei registri obbligatori, a partire dal Registro di Anagrafe Condominiale».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026
Elettra Negrini, 29 anni, nata e cresciuta a Ferrara, è fra i 22 italiani sequestrati dalla marina israeliana in acque internazionali il 29-30 aprile. «Agiamo nella nonviolenza, ci esponiamo per aiutare chi soffre. Se potessi ripartirei subito per Gaza»
di Andrea Musacci
«Sono nata e cresciuta a Ferrara. E ora ho deciso di spendermi in prima persona per Gaza». È molto toccante il racconto che Elettra Negrini (foto), ferrarese di 29 anni, ci fa della sua esperienza di fine aprile su una delle navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza per portare farmaci e aiuti alimentari alla popolazione. Elettra è stata invitata a testimoniare pubblicamente dalla Rete per la Pace di Ferrara, la mattina del 9 maggio scorso nella sede della CGIL in p.zza Verdi. Mi spiega di essersi diplomata all’Istituto Bachelet, poi ha concluso la laurea triennale in Antropologia all’Università di Bologna, ha fatto un anno di Erasmus in Spagna e poi preso la laurea magistrale in Antropologia culturale a Torino. «A Ferrara – dove ho lavorato anche durante gli studi – sono tornata da poco dall’Australia, dove io e Gonzalo, il mio fidanzato, abbiamo vissuto per un certo periodo. Lo scorso ottobre, quando lui era nella Flotilla, io ero in Australia: avevo più paura perché sola e perché non avevo ancora fatto questa esperienza. Ma ora che l’ho fatta e che ho l’opportunità di testimoniare e di condividere con tante persone, non ho più paura».
«Nella notte tra il 29 e il 30 aprile scorso siamo state tra le prime barche intercettate. Non dimenticherò mai quella notte: quello della marineria israeliana è paragonabile a un atto di pirateria». Così Elettra ci racconta. La ragazza è una dei 22 italiani sequestrati quella notte da Israele (5 donne e 17 uomini): la marina israeliana ha intercettato 22 imbarcazioni della Flotilla in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. Il 1° maggio, i partecipanti (da 55 Paesi diversi, e di cui una 50 italiani) sono stati trasferiti a Creta. Tutti tranne due – il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek – che sono stati deportati in Israele con l’accusa di «affiliazione a un’organizzazione terroristica», e liberati il 9 maggio.
«In quel momento – ci spiega Elettra – insieme ad altri mi trovavo su, in coperta, non dormivamo ma eravamo di guardia. Vedevamo tanti droni volare sopra di noi a bassa quota e la radio da un po’ non funzionava bene. Abbiamo visto luci rosse in lontananza e poi i fari puntati, ma sul momento non pensavamo potesse essere la marina israeliana», essendo lontani da Gaza: «si tratta dell’ennesimo schiaffo al diritto internazionale, anzi ancor più grave rispetto ai pur gravi precedenti». I soldati poi «ci han fatto spostare sulla parte frontale della nave, ma siamo rimasti fermi, con i nostri giubbotti di salvataggio addosso. Al terzo ordine da parte loro, ci han minacciato che ci avrebbero sparato e quindi ci han fatto inginocchiare, mettere le mani sopra la testa, la testa bassa, voltati verso il mare, verso l’oscurità. Ci hanno tolto i passaporti. A me hanno fatto mettere le mani sulla bandiera israeliana e mi hanno perquisito più volte. Poi ci han fatto sdraiare a terra e ci han legati i polsi con fascette di plastica, tanto da farci venire i lividi. Per 36 ore siamo stati detenuti in una specie di prigione galleggiante, senz’acqua né cibo né accesso ai servizi igienici per molte ore». E diversi compagne/i della Flotilla «sono stati feriti in modo grave tanto che avrebbero avuto bisogno di essere curati in ospedale. I soldati israeliani hanno ripetutamente cercato di manipolarci mentalmente; ad alcuni ragazzi della Flotilla dicevano “preferisci la morte o il dolore?”. Abbiamo buttato i nostri cellulari in mare e i coltelli che usavamo in cucina, ma un ragazzo si era dimenticato due coltelli addosso, uno alla cinta e uno al marsupio: a quel punto i soldati hanno iniziato a provocarlo pesantemente e l’hanno isolato. Ma eravamo stati addestrati molto bene a non rispondere alle provocazioni». Come il dire «perché piangi come un bambino?!» o, quand’erano sul gommone: «ora per voi inizia un lungo viaggio verso l’Africa, e lì ci sono regole diverse…». Oltre ai «colpi di proiettili (seppur di gomma) ripetuti tre volte di fila, per innervosirci ancora di più», o «alcuni di noi inondati di acqua e alcune donne sono state trascinate via, e hanno dei lividi, i visi gonfi, in alcuni ho visto anche delle tumefazioni a pochi centimetri dai genitali». O «traumi cranici, nasi e costole rotte».
«Questo sequestro programmato» – prosegue Elettra – fatto con l’aiuto della Guardia Costiera della Grecia («”siamo qui per la vostra sicurezza”, ci dissero mentendoci»), paese dell’Unione Europea – «vede anche la responsabilità dello Stato italiano, che non ci ha assistiti in nessun modo, nonostante la nostra nave battesse anche bandiera italiana».
Un’altra sua riflessione riguarda le differenti risposte delle persone al genocidio di Gaza, al dramma della Cisgiordania e all’impegno della Flotilla: «nel mondo di oggi, molti non riescono più a riflettersi nell’altro, come se ciò che succede alle persone di Gaza non li riguardasse. Ma lottare per un mondo migliore non è né un atto terroristico né un atto di coraggio ma di amore e di consapevolezza». Amore che è anche nonviolenza, termine ripetuto più volte da Elettra e scritto anche da Thiago Ávila nella sua ultima lettera alle compagne/i della Flotilla dalla detenzione. «Non c’è nulla di male nel credere nell’utopia ma queste nostre azioni con la Flotilla non sono qualcosa di utopico – dice ancora Elettra -, ma un atto di solidarietà concreta, un esporsi per aiutare chi soffre». Atto che «da sempre viene fatto perché può cambiare la realtà. Certo, ci sarà bisogno di tempo ma è importante l’impegno di tante persone, di metterci oltre che le proprie parole anche il proprio corpo». Purtroppo però «vi è in molti una certa ignoranza emotiva, un’apatia che porta all’indifferenza verso la sofferenza di queste persone. Dobbiamo, invece, trasformare il dolore in qualcosa di attivo».
Elettra, come detto, è fidanzata con Gonzalo Nestor Fabian Di Pretoro, di origini argentine, presente in questa Flotilla e in quella dello scorso ottobre. E ora Gonzalo sta per ripartire, essendo rimasto su una delle 33 imbarcazioni della Flotilla scampate all’attacco israeliano del 29-30 aprile, e dirette lo scorso 9 maggio, verso la città turca di Marmaris. «Io e Gonzalo ci sentiamo ogni giorno – mi racconta Elettra -, mi ha anche mandato un loro video in cui cantano, a dimostrazione che il loro morale è alto, che non hanno paura. Io stessa se ci fosse la possibilità ripartirei subito per un’altra missione diretta a Gaza». Per questa appena conclusa, a fine marzo scorso Elettra assieme ad altri è scesa prima in Sicilia: «già l’anno scorso volevo partire con la Flotilla. A differenza di Gonzalo e di altri, non avevo esperienza nautica quindi nella missione ho dato una mano in cucina e nell’organizzazione». La preparazione che gli hanno fatto prima della partenza, come detto, è «all’insegna della nonviolenza: ci hanno insegnato, cioè, a non reagire ai soldati, a non avere nessun contatto fisico o visivo con loro. È stato un addestramento importante, anche se vivere è qualcosa di differente. Io e Gonzalo – mi racconta alla fine – ci siamo conosciuti nel maggio 2023 a Conselice: eravamo lì entrambi come volontari per aiutare gli alluvionati, lui come attivista di Greenpeace». Dal servizio a chi ci è vicino – in Romagna – a quello a chi è lontano – a Gaza. Ma lo spirito è sempre lo stesso, amore e consapevolezza.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026
Presentata il 9 maggio alla Guardia di Finanza una denuncia-querela a firma Daniele Pachera, in rappresentanza di oltre 30 proprietari di immobili nelle torri. Obiettivo, «accertare la corrispondenza tra le somme versate dai proprietari e i pagamenti effettivamente ricevuti dalle ditte per i lavori antincendio». Pachera spiega a “La Voce” che cosa non torna e la mancata trasparenza sulla visione di certi documenti contabili, tecnici e amministrativi
di Andrea Musacci
«Centinaia di persone da mesi sono per strada: vogliamo chiarezza sui soldi versati dai condomini per lavori mai fatti». È questo l’appello che tramite “La Voce” Daniele Pachera rivolge alle istituzioni. Pachera, laureato in Giurisprudenza, da 5 anni è proprietario di un appartamento al II° piano della torre A del Grattacielo di Ferrara. La mattina del 9 maggio scorso al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ferrara ha formalmente depositato una denuncia-querela riguardante la gestione economica e finanziaria del Condominio Grattacielo. L’iniziativa «mira a fare chiarezza su un debito dichiarato di oltre 2 milioni di euro e sulla gestione di circa 1,3 milioni già versati dai condomini per lavori antincendio che, a quanto risulta dai rilievi tecnici dei Vigili del Fuoco, non sono stati eseguiti nelle parti comuni».
L’esposto chiede alla Procura della Repubblica, tramite le Fiamme Gialle, di «accertare la corrispondenza tra le somme versate dai proprietari e i pagamenti effettivamente ricevuti dalle ditte. In particolare, si chiede luce sulla gestione che ha portato a svariate aste giudiziarie e sull’eventuale addebito di lavori privati all’interno della contabilità condominiale comune. Esiste il fondato sospetto che circa 280mila euro di lavori effettuati all’interno di singoli appartamenti privati siano stati impropriamente addebitati al bilancio condominiale, gonfiando il debito comune a danno dei condomini adempienti».
Il 15 maggio a San Giacomo Ap. l’importante Convegno con tre esperti, fra cui Giampiero Neri (CEI), che abbiamo intervistato
a cura di Andrea Musacci
“A.I., Custodire volti e voci umane. Empatia, etica e responsabilità morale” è il titolo dell’importante incontro in programma il 15 maggio alle ore 20.30 nella chiesa di san Giacomo Ap. a Ferrara (via Arginone, 157). Si tratta di un Convegno di studi organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi in occasione della LX giornata delle Comunicazioni sociali. Questi i relatori che interverranno e i rispettivi temi: Giampiero Neri, IDS&Unitelm, Consigliere WECA, Servizio Informatico CEI, relazionerà su “A.I. Confini della comunicazione per generare speranza”; don Stefano Gigli, sacerdote della nostra Arcidiocesi interverrà su “Coltivare lo spirito nell’era digitale”; don Alessio Grossi, referente Diocesano Tutela Minori e Persone Vulnerabili rifletterà su “Intelligenza artificiale e minori: educare gli adulti”.
Abbiamo intervistato Giampiero Neri per iniziare a riflettere su un tema così attuale e che coinvolge diverse dimensioni dell’umano.
L’Intelligenza Artificiale (AI) pone – già nel suo nome – una divisione: si parla di intelligenza, non di ragione. La seconda, infatti, è caratteristica specificamente umana. Alcuni dubitano che lo stesso termine “intelligenza” sia adeguato, in quanto rimanda a “intelligere“, cioè “leggere dentro”, “comprendere a fondo”. Forte, però, è la tentazione di usare l’AI come sostituto dell’umano, se non come suo superamento. Lei cosa ne pensa? È una tentazione pericolosa e reale?
«È certamente una sfida, come lo è stata la nascita della Stampa, l’invenzione della Radio o le prime connessioni tramite ARPANET poi diventata Internet, solo che l’ambito non è più solo “mediatico” ma riguarda la vita di tutti noi, il nostro quotidiano, le nostre relazioni e quindi può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico.
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)