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Colletta Alimentare, una Giornata per donare: ecco la nostra rete solidale

16 Nov

Giornata Colletta Alimentare. Torna sabato 16 novembre in 141 punti vendita a Ferrara e provincia, la grande iniziativa di carità. Vi raccontiamo tutti i soggetti coinvolti, la Colletta extra supermercati e l’impegno dei magazzini tutto l’anno

(Foto: Lidl via Po, Ferrara, 2023 – foto Alessandro Berselli)

di Andrea Musacci

Non solo il Banco Alimentare ma una rete di parrocchie, enti, associazioni e istituzioni coinvolte nell’organizzazione e nella promozione, e con l’impegno di tante volontarie e volontari. La Giornata della Colletta Alimentare, iniziativa promossa in tutta Italia dalla Fondazione Banco Alimentare, a Ferrara e provincia è una dimostrazione concreta di cosa significhi non solo essere Chiesa ma lavorare, dal basso, per il bene comune. 

Un grande gesto di carità che ha il suo culmine in una giornata – quest’anno, sabato 16 novembre (vigilia della Giornata Mondiale dei Poveri) – ma la cui preparazione e i cui effetti si protraggono tutto l’anno.

LA COLLETTA NEL FERRARESE

A Ferrara e provincia sono 141 i punti vendita nei quali si potrà fare la Colletta (erano 120 nel 2023), con un coinvolgimento di oltre 1300 volontari, circa lo stesso numero dell’anno scorso, anche se ogni anno se ne aggiungono sempre di nuovi. Oltre al Responsabile provinciale Giuseppe Salcuni, la Colletta è resa possibile grazie all’impegno di 11 responsabili/coordinatori sparsi su tutto il territorio provinciale. 

Rispetto a due anni fa, quando i kg raccolti furono 61460, l’anno scorso i kg sono stati 67021, con un aumento del 10%.

OLTRE I NEGOZI: COLLETTA  A SCUOLA E  AL LAVORO

Ogni anno, le volontarie e i volontari cercano di riproporre o ideare nuove soluzioni di raccolta: non solo invitare le persone a recarsi nei super e ipermercati il giorno della Colletta, ma portarla nei luoghi della quotidianità, quelli del lavoro e della scuola.

Così, dal 2019 Marco Cassarà e altre colleghe e colleghi nella sede ACER di c.so Vittorio Veneto a Ferrara raccolgono alimentari a lunga conservazione, quest’anno dall’11 al 15 novembre. Una novità riguarda, invece, la sede dell’Agenzia delle Entrate, in via mons. Maverna a Ferrara. Come ci spiega Giovanni Ragusa, Referente provinciale per i rapporti coi punti vendita, «alcuni dipendenti – già volontari della Colletta – hanno chiesto e ottenuto dal Direttore Provinciale di poter promuovere una raccolta in ufficio alcuni giorni prima della Colletta, spesa che verrà poi consegnata ai referenti del Banco Alimentare per Ferrara». Inoltre, «hanno ottenuto di proporre a tutti i colleghi tramite i canali istituzionali interni di partecipare alla Colletta sia come donatori che come volontari nei supermercati».

Enrichetta Corazza è, invece, la Referente della Colletta per le scuole e gli ambiti educativi: «da 20 anni – ci spiega – molte insegnanti di differenti scuole coinvolgono i loro alunni come volontari durante la Giornata della Colletta e loro stesse si impegnano direttamente»; quest’anno sono coinvolte classi del Liceo “Dosso Dossi”, del Liceo Carducci, dell’ITI “Copernico-Carpeggiani”, della S. Vincenzo e della Bonati. Inoltre, la Colletta Alimentare verrà svolta, il 15 novembre, in tutte le scuole gestite dalla Cooperativa Mondo Piccolo (S.Antonio e S.Vincenzo di Ferrara). Il Banco Alimentare ha invitato tutti gli Istituti scolastici della provincia a diffondere l’invito a studenti, insegnanti e personale a partecipare alla Colletta del 16 come volontari e/o donando.

Sempre in ambito educativo, nei tempi forti, da 20 anni il Centro di Solidarietà-Carità (CSC) aderisce all’iniziativa “Dona cibo” (a livello nazionale organizzato da Federazione nazionale Banchi di solidarietà, a cui il CSC aderisce): come per la Colletta, si raccolgono alimenti a lunga conservazione che andranno al magazzino del CSC per poi essere distribuiti ad enti e associazioni benefiche. “Dona cibo” in Quaresima è ancora più importante perché in questo periodo sono già stati tutti distribuiti gli alimenti raccolti durante la Giornata della Colletta. A “Dona cibo” aderiscono IC “Perlasca”, Primaria Bombonati (IC “Dante Alighieri”), Primaria di Ostellato e Scuole secondarie di primo grado di Copparo e Poggio Renatico.

LA RETE SOLIDALE 

Queste le parrocchie, gli enti e le associazioni coinvolte per la Giornata della Colletta Alimentare 2024:

Comune di Ferrara: Croce Rossa Italiana – Ferrara, Il Mantello, Viale K, Caritas Pontelagoscuro, Caritas Porotto, parrocchia Pontelagoscuro, parrocchia Perpetuo Soccorso, Scout Agesci, parrocchia Santo Spirito, parrocchia San Benedetto, SAV, parrocchia Porotto, Associazione Nazionale Alpini, parrocchia Immacolata, Rotary, Lions club, parrocchia Pontegradella, Azione Cattolica.

Alto Ferrarese: Cento Solidale, Scout Cento e Casumaro, Rotary Cento, Lions Cento, Caritas Penzale, CL Cento, Associazione Nazionale Alpini – Protezione Civile, Croce Rossa Cento, Caritas Renazzo, Caritas Terre del Reno. Poggio Renatico: parrocchia, Caritas, AVIS, Rotary, parrocchia Gallo. Caritas di Vigarano Mainarda e di Bondeno.

Medio Ferrarese: Associazione “Mons. A. Crepaldi” di Voghiera, Caritas di Portomaggiore, Lions di Portomaggiore, Emporio Solidale Argenta, Lions e LeoClub Argenta.

Basso Ferrarese: Caritas parrocchia Jolanda di Savoia, Pro Loco Jolanda di Savoia. Parrocchie di Ostellato, Dogato, Rovereto, San Giovanni. Copparo e Tresignana: Lions, Croce Rossa, Caritas parrocchiali, Associazione Bersaglieri, Auser, Centro Aiuto alla Vita, Scout. Comacchio: parrocchia, Lions, Scout, Aiutiamoli a Vivere Odv, Cuccu trasporti. Scout di Mesola, Istituto di Istruzione Superiore “Remo Brindisi”, Cicli Casadei (S. Giuseppe di Comacchio), parrocchia di Porto Garibaldi.

TUTTO L’ANNO: I MAGAZZINI E LA DISTRIBUZIONE

Massimo Travasoni da diversi anni è Responsabile del magazzino del Centro Solidarietà-Carità (CSC) di via Trenti (Mercato Ortofrutticolo) a Ferrara e vicepresidente dello stesso CSC guidato da Fabrizio Fabrizi. Un altro magazzino gestito dal CSC si trova a Comacchio, in via Bonafede, 112. Anche quest’anno Travasoni ci aggiorna sui dati delle persone e famiglie destinatarie dei beni alimentari. Dati sostanzialmente in linea con quelli del 2023: circa 13mila persone (la metà nel Comune di Ferrara) chiedono beni alimentari di prima necessità alle nostre parrocchie, alla Caritas, ad altre associazioni o enti; beni che questi ricevono dal Banco Alimentare di Imola (una decina di Associazioni/enti) o tramite il CSC (67 Associazioni/enti, di cui una 30ina nel Comune capoluogo, per oltre 11mila persone). Si tratta, in un anno, di circa 1200 tonnellate di beni alimentari donati (per 3milioni e mezzo di euro di valore commerciale). Oltre ai prodotti provenienti dalla Colletta, i beni arrivano da donazioni dall’industria, dall’ortofrutta e dall’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che si occupa del Fondo europeo FEAD e Del Fondo nazionale). Da diversi mesi, però, Fondazione Banco Alimentare ha denunciato il ritardo nella definizione dei nuovi bandi triennali AGEA, ritardo che ha “svuotato” o quasi il magazzino di Ferrara e di altre località italiane.  

In ogni caso, un dato che registra un lieve aumento è quello delle famiglie che ricevono il pacco alimentare o direttamente nei magazzini di Ferrara e di Comacchio o tramite i volontari del CSC che glielo consegnano a domicilio: sono 200 (oltre 600 persone italiane e non, fra cui alcuni studenti universitari camerunensi); l’anno scorso erano 180.

Sembrano tanti i kg raccolti a Ferrara e provincia, oltre 67mila. E in effetti lo sono. Ma – come ci spiega Travasoni – «l’anno scorso abbiamo finito di distribuirli tra gennaio e febbraio». In nemmeno 90 giorni, esauriti. La richiesta è tanta, c’è bisogno di sempre più donazioni.

IN EMILIA-ROMAGNA E IN ITALIA

La Colletta in Emilia-Romagna vede oltre 1100 punti vendita aderenti. Quanto verrà raccolto giungerà, tramite le 719 organizzazioni convenzionate con il Banco in Regione, a circa 130mila persone bisognose. In tutto il Paese sono oltre 150mila i volontari impegnati in più di 11.600 supermercati. Gli alimenti donati saranno poi distribuiti a oltre 7.600 organizzazioni territoriali che sostengono oltre 1.790.000 persone. Dal 16 al 30 novembre sarà possibile donare la spesa anche online su alcune piattaforme dedicate (consultare il sito colletta.bancoalimentare.it).

***

Redditi, Ferrara indietro

Secondo i dati elaborati nei mesi scorsi dalla Cgia di Mestre, basati sulle dichiarazioni relative all’anno 2022, la provincia di Ferrara è la settima in Emilia-Romagna per reddito medio dichiarato e dunque per imposta sul reddito delle persone fisiche versata (Irpef) versata nelle casse statali. I numeri dicono che il reddito complessivo medio dichiarato dai ferraresi è di 23.279 euro, con un Irpef media versata di 4.819 euro per contribuente (a Ferrara se ne contavano 272.198 nel 2022). Stando sempre ai dati della Cgia di Mestre, la provincia estense si trova più in basso rispetto ai valori medi nazionali per quanto riguarda l’Irpef dichiarata (5.381 euro), ma leggermente più in alto rispetto al reddito medio (23.633 euro). A livello nazionale, Ferrara è al 51º posto su 107.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2024

Abbònati qui!

Pieve di Argenta sommersa e invasa dalle acque

29 Ott

Il monumento più antico della provincia diventa simbolo 

L’acqua, fonte di vita, a volte può diventare funesta minaccia per le popolazioni, le case e per l’equilibrio ecologico. Lo sanno bene, ultimamente, i liguri e da alcuni anni gli emiliano-romagnoli. Nella città di Ferrara i danni sono stati molto limitati rispetto ad altre zone della Romagna e del bolognese ancora una volta duramente colpiti, escluso lo spavento per le aree in zona Po.

Ma nella nostra provincia i danni e i disagi  sono stati di sicuro più consistenti. E nel Ferrarese, fuori dalla nostra Arcidiocesi, c’è un’immagine-simbolo di questa eterna lotta tra l’uomo e la natura, che è – in un altro senso – anche l’eterna lotta tra il bene e il male.

È l’immagine dell’antica Pieve di San Giorgio ad Argenta sommersa in buona parte – e in parte invasa – dalle acque.  Le abbondanti precipitazioni di questo periodo hanno ingrossato i fiumi del territorio, facendo loro superare la soglia. L’Idice ha rotto l’argine, all’altezza della Chiavica Cardinala e le famiglie residenti in zona sono state evacuate. E nella Pieve di San Giorgio tecnici del Comune, Vigili del Fuoco e Carabinieri sono dovuti entrare per un sopralluogo. La chiusura dei ponti aveva isolato la chiesa di Sant’Antonio a Campotto, dove però non ci sono stati danni.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

Abbònati qui!

(Foto: https://www.comune.argenta.fe.it/)

«Nel Mediterraneo si muore gridando il proprio nome»: le storie dei migranti

1 Ott

Giornata del migrante e del rifugiato. Fofana, Kimia, Hajar e gli altri: i racconti di dolore e riscatto

di Andrea Musacci

Guardare negli occhi le persone migranti, ascoltare dalla loro viva voce ciò che hanno vissuto, fermarsi a parlare con loro. Non si può affrontare il tema dell’immigrazione e dell’integrazione senza questo livello immediato di confronto.

Lo scorso 28 e 29 settembre anche a Ferrara si è svolta la 110^ Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, organizzata dal nostro Ufficio Migrantes Diocesano diretto da don Rodrigo Akakpo assieme alle diverse comunità linguistiche presenti nella nostra Arcidiocesi, i cui rappresentanti hanno portato la propria testimonianza diretta durante la giornata del 28 settembre a Casa Cini, Ferrara, luogo scelto per la ricca giornata di testimonianze e riflessioni. Una giornata moderata egregiamente da Chanel Tatangmo Kenfack, avvocato e membro della Commissione diocesana Migrantes.

Domenica 29 settembre, invece, Santa Messa in Cattedrale a Ferrara celebrata dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. La Messa ha rappresentato uno spazio di dialogo tra diverse culture e tradizioni: vi hanno, infatti, partecipato tutte le comunità linguistiche delle parrocchie diocesane (Comunità francofona, filippina, inglese, latino-americana, polacca, ucraina, romena), oltre agli italiani, ed è stata animata dal coro multietnico, con letture e canti in diverse lingue. Inoltre, alcuni fedeli delle comunità etniche presenti nella nostra Diocesi, vestiti con abiti tradizionali, hanno offerto doni caratteristici durante l’offertorio. La stessa preghiera del “Padre nostro” è stata pronunciata nelle varie lingue delle comunità presenti.

Qui tutti i racconti di fuga, di integrazione, dei salvataggi, di nuove vite.

Suicidio assistito…e molto breve: la delibera anti-vita della Regione Emilia-Romagna

16 Feb

La Regione Emilia-Romagna ha dato il via libera per la proposta di legge sul fine vita. Dopo l’insuccesso in Veneto, la norma è stata introdotta grazie a una semplice delibera regionale (così da non dover passare dal voto del Consiglio Regionale) che garantisce ai malati «il diritto di congedarsi dalla vita», come dispone la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. La Regione ha anche tracciato l’iter per accedere al suicidio medicalmente assistito, che l’Assessorato alle Politiche per la salute ha trasmesso alle Ausl.

COSA DICE LA DELIBERA DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA

Chi desidera accedere al suicidio assistito deve, infatti, inviare una richiesta alla Direzione sanitaria di un’Ausl allegando la documentazione ritenuta necessaria per la valutazione. La manifestazione di volontà del paziente deve essere acquisita e documentata per iscritto o con un video. Le persone affette da disabilità, invece, potranno esprimere le loro volontà attraverso dispositivi che consentano loro di comunicare. La dichiarazione può essere modificata in qualsiasi momento. Dal momento della ricezione della domanda, parte l’iter di valutazione. La Direzione sanitaria trasmette la richiesta, entro al massimo tre giorni, alla Commissione di valutazione di Area Vasta.

Sarà quindi compito della Commissione effettuare, di norma, una prima visita al paziente e valutare la legittimità della richiesta alla luce dei requisiti indicati nella sentenza della Corte Costituzionale. La Commissione ha il compito di verificare le condizioni (presupposti clinici e personali), accertare l’avvenuta offerta delle possibili alternative disponibili (per esempio, un percorso di cure palliative, sedazione palliativa profonda continua, attuazione di un’appropriata terapia del dolore) e valutare se possano esservi motivi di ripensamento da parte del paziente, anche attraverso uno specifico supporto psicologico. La commissione – di cui fanno parte medico palliativista, anestesista-rianimatore, medico legale, psichiatra, medico specialista nella patologia di cui è affetto chi ha fatto domanda, farmacologo/farmacista, psicologo – incontra anche i familiari.

La Commissione, a conclusione dell’istruttoria, che durerà circa 20 giorni, produce una relazione che invia al Corec, il Comitato regionale per l’etica nella clinica, che dovrà esprimere un parere di competenza entro sette giorni;parere che poi verrà inviato alla Commissione di valutazione, che predisporrà una relazione conclusiva. Il documento dovrà quindi essere trasmesso entro cinque giorni, corredato dal parere del Corec, al paziente o suo delegato e al Direttore sanitario dell’Ausl di competenza e, nel caso il paziente sia ricoverato in ospedale, anche al direttore della struttura.

In caso di parere favorevole della Commissione, la Direzione sanitaria dell’Azienda dove deve essere svolta la procedura, assicura l’attuazione attraverso l’individuazione di personale adeguato, su base volontaria, il rispetto dei tempi e delle modalità previste, fornendo quanto indicato nella relazione conclusiva. La procedura deve avvenire non oltre sette giorni dal ricevimento della relazione conclusiva della Commissione. Al suicidio medicalmente assistito si potrà eccedere gratuitamente.

LA SENTENZA 242/2019 E IL CASO “DJ FABO-CAPPATO”

Ricordiamo che la sentenza 242 del 2019 nacque dopo il caso di Dj Fabo e Marco Cappato. Chiamati a decidere sulla legittimità del divieto di aiuto nel suicidio, i giudici della Corte Costituzionale ritennero che le pene previste dall’articolo 580 del Codice penale – istigazione o aiuto al suicidio – non debbano essere applicate quando a richiedere di morire sia una «persona affetta da patologia irreversibile, e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, la quale ritenga le stesse intollerabili, e sia inoltre tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale (nel caso in questione, si trattava di un respiratore), ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli», e le sia già stata prospettato l’accesso alle cure palliative. 

IL FLOP IN VENETO

La scelta della Giunta Bonaccini di non far passare la proposta di legge dal voto del Consiglio regionale è conseguenza di ciò che appena un mese fa è successo in Regione Veneto: la legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, proposta dall’Associazione “Luca Coscioni” e sostenuta dal Governatore Luca Zaia, non è passata per i voti contrari di parte della maggioranza (Fratelli d’Italia e Forza Italia) e per l’astensione decisiva della consigliera PD Anna Maria Bigon.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Governance cooperativa contro crisi ecologica e Intelligenza Artificiale»

23 Dic
Foto Pino Cosentino

A Ferrara l’intervento di Stefano Zamagni nel convegno su don Minzoni: «torniamo a cooperare»

«Oggi abbiamo bisogno di cooperazione, di capitale sociale, di reti di fiducia e di “lavoro decente”. È l’unico modo per governare la crisi ecologica e quella portata dall’Intelligenza Artificiale».

In questo modo Stefano Zamagni, noto economista, ha riflettuto sull’importanza della cooperazione nell’incontro svoltosi lo scorso 12 dicembre a Casa Cini, dal titolo “Per amore del mio popolo”. 

Un appuntamento dedicato a don Giovanni Minzoni, di cui è in corso la causa di beatificazione («si diventa santi anche facendo cooperazione», ha detto a Casa Cini il nostro Vescovo) e organizzato dalle locali Associazioni Scout, dall’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro e da Confcooperative Ferrara, con il patrocinio della Provincia di Ferrara, del Comune di Argenta e del Comune di Ferrara.

LA SCARSITÀ SI SUPERA COOPERANDO

Zamagni, ex Presidente Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, docente dell’Università di Bologna e della “Johns Hopkins” ha riflettuto innanzitutto sull’importanza della «competizione e della cooperazione come principi necessari per lo sviluppo e l’armonia sociale». Il primo è «positivo quando vi è abbondanza di risorse (materiali, naturali, intellettuali), il secondo invece in periodi di scarsità». In questi ultimi, infatti, sorge la «necessità di mettersi insieme», di collaborare. Ma oggi siamo in un periodo di scarsità? Secondo Zamagni, sì. Per due motivi: il primo, per la crisi ecologica e le sue gravi conseguenze; il secondo, per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (AI), «un tentativo di sostituire l’umano, in particolare con Q* (Q-Star)», un nuovo modello sviluppato da OpenAI. L’AI, per Zamagni, porterà a una vera e propria «disoccupazione di massa e a profitti per pochi». Due scenari angoscianti, ma che per l’economista portano anche una buona notizia: queste due trasformazioni epocali non potranno – appunto perché portatrici di scarsità – «non avere una governance cooperativa. Prepariamoci, dunque, a un inevitabile ritorno della cooperazione». Un ritorno che dovrà anche, e innanzitutto, riportare un’idea di «lavoro decente», inteso cioè non solo come diritto ma come lavoro che «tutela la dignità e l’identità della persona», quindi la sua umanità, il suo essere persona e non solo soggetto con determinati bisogni materiali da soddisfare.

La cooperazione, poi, andando al di là dell’ambito meramente materiale, «è ciò che (assieme alla famiglia) crea nell’intera società legami, reti, relazioni fiduciarie» («corde» le chiama Zamagni). Crea, quindi, «capitale sociale, il vero motore dello sviluppo».

FORMAZIONE E ISOLAMENTO

Mons. Gian Carlo Perego ha tratto le conclusioni del convegno ribadendo l’importanza della «solidarietà» e della «fiducia» in economia e ponendo l’accento sull’importanza di avere «luoghi di formazione», come sarà, ad esempio la Scuola di formazione politica e sociale che la nostra Arcidiocesi presenterà nei prossimi mesi.

Educazione e formazione che erano al centro della pastorale di don Minzoni, sulla cui figura si è soffermato don Francesco Viali (Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro): fra l’altro, il parroco di Argenta potenziò l’AC, fondò il circolo maschile “Giosuè Borsi” e quello femminile “Sacro Cuore”, riattiverà il doposcuola anche per adulti, darà nuovo impulso alla biblioteca circolante e all’Opera “Pia Liverani” per l’educazione delle ragazze. E organizzerà un laboratorio di maglieria facendo in modo che le macchine fossero in comproprietà con le operaie, oltre a interessarsi direttamente dell’Unione Professionale Cattolica, grazie alla quale affitterà una vasta tenuta agricola, la Bina, nei pressi di Bando d’Argenta, e dando vita alla cooperativa “Ex combattenti”, costituita per dare occupazione e lavoro ai reduci e alla quale affiderà il compito di gestire la tenuta. Insomma, «combattè contro l’isolamento e la solitudine delle persone, contro la sterilità delle lamentele fini a sé stesse, pensando a un nuovo modo di produrre, di lavorare, di stare nella società».

TESTIMONIANZE 

L’incontro, moderato da Chiara Sapigni (MASCI Ferrara), ha visto anche gli interventi di Giuseppe Tagliavia (CISL Ferrara), che ha parlato dell’opera di don Minzoni come di «liberazione dei lavoratori lavoratori attraverso un sistema di mutuo vantaggio» e di due rappresentanti di cooperative locali: Francesco Bianco della Coop. “Il Germoglio” (ambito educativo) ha parlato del parroco di Argenta come di «una persona mossa dal desiderio», cioè da quella «forza dinamica creatrice e protesa alle persone». Un’attenzione alle persone e alle comunità ripresa anche da Nicola Folletti della Coop. “Azioni” (per l’inclusione sociale), che ha spiegato come la cooperazione «riporti lavoro e legami in un territorio». A tal proposito, ha annunciato come “Azioni” – nel solco dell’esempio di don Minzoni – stia «cercando di riproporre un laboratorio tessile per la produzione di borse».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Paolo Giaccone vittima della mafia: l’omertà di tanti, la speranza nei giovani

22 Nov

La sera del 14 novembre dalle Clarisse è intervenuto Giacomo De Leo

«Giaccone è stato dimenticato».Si gela il sangue a sentire queste parole. La scelta etica di un uomo, per non soccombere all’arroganza mafia, scelta che gli è costata la vita, da tanti non è ancora oggi conosciuta.

Giacomo De Leo, ex Preside della Facoltà di Medicina di Palermo e tra i fondatori del Centro Studi Paolo Giaccone (nato nel 2012), la sera del 14 novembre è intervenuto nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per raccontare la storia di Paolo Giaccone (classe ’29), suo collega, luminare di medicina legale ed ematologia forense, ucciso dalla mafia l’11 agosto 1982. Invitato da Dario Poppi (curatore di un ciclo di incontri sul tema della legalità), De Leo davanti a una 50ina di persone ha raccontato il clima che si respirava nella Sicilia di allora: un misto di ignoranza dei fatti, di indifferenza e omertà, fino alla collusione vera e propria. E ha raccontato la vita e la morte di questo “gigante buono” com’era Giaccone, che un giorno scoprì, da una perizia che stava svolgendo, che il responsabile della “strage di Bagheria” (giorno di Natale dell’ ’81) nella quale persero la vita tre mafiosi e un pensionato innocente, era Giuseppe Marchese, nipote di Filippo capo della cosca mafiosa di corso dei Mille. Il rifiuto di Giaccone di falsificare quella perizia, nonostante le minacce ricevute, gli costò la vita: 7 colpi di pistola, di cui 5 letali, lo colpirono davanti al  Policlinico dove lavorava, successivamente intitolato a lui.

Un uomo robusto, era Giaccone, «riservato, anche timido, ma eclettico e sempre disponibile».E con un vocazione profonda: di porsi al servizio degli altri nella professione medica, oltre che nel volontariato, essendo stato tra i fondatori del Centro trasfusionale AVIS di Palermo. Una vocazione ereditata in famiglia e che emerge  in modo struggente anche da un suo manoscritto che scrisse poco prima di essere ucciso, una sorta di «testamento» l’ha definito De Leo nel quale la sua professione è correlata ai concetti di «interesse pubblico», «serietà e umiltà», «dovere».

I primi anni ’80 in Sicilia erano gli anni degli omicidi “eccellenti” (Piersanti Mattarella, Mario Francese, Pio La Torre, solo per citarne alcuni), dei 500 morti nella guerra di mafia. Camilla, una dei quatto figli di Giaccone, descriverà quel periodo attraverso la sensazione di un «dolore freddo, avvolgente».E spettava a suo padre indagare sui corpi di quei morti, cercare tracce, dare risposte. Fino al prelievo di un’impronta digitale sul volante di una 500 legata a quella maledetta “strage di Natale” a Bagheria. L’impronta di Giuseppe Marchese.E poi le telefonate di minacce, i colleghi che gli dicono «lascia perdere…», e la sua tristezza per queste parole, per sentirsi isolato in una battaglia che non aveva scelto. «Agli stessi funerali di Giaccone – ha raccontato con immutata amarezza De Leo – vi erano pochi colleghi di Giaccone. E non c’erano politici».

Anche da questa crudele indifferenza,De Leo assieme ad altri decise di dar vita al Centro Studi intitolato a Giaccone e di girare l’Italia per raccontare  questo modello di coerenza, di virtù, la storia di quest’uomo affamato di giustizia. Un lavoro che sta portando i suoi frutti: ogni 11 agosto le commemorazioni sono sempre più partecipate, anche da tanti giovani, «che possono essere uno stimolo, un “inciampo”, come le pietre d’inciampo, per far prendere coscienza a molti che un futuro più libero è possibile».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 24 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Persona, dono e comunità: l’Avis massese in un libro

28 Giu

“Un viaggio tra i Valori della Vita”: il volume di Alberto Fogli

Si intitola “Un viaggio tra i Valori della Vita. Storie di umanità e solidarietà” (Ed. La Carmelina, 2023) il libro da poco uscito scritto da Alfredo Alberto Fogli. Il volume racconta la storia ultra cinquantennale dell’Avis di Massa Fiscaglia, di cui Fogli è stato presidente dal 1991 al 2021.

Fin dalla sua costituzione nel 1967, l’Avis massese, scrive Fogli, ha organizzato «iniziative mirate a testimoniare concretamente la possibilità di sviluppare una nuova cultura della solidarietà tra la nostra gente nonché di diventare “lievito” di un rinnovato impegno culturale, sociale e umano da proporre alle future generazioni». Perché l’obiettivo di un’associazione come l’Avis è di costruire una società «migliore e più umana e più solidale per le generazioni che verranno».

Per fare questo, fin dalla sua nascita ha svolto «un’incessante opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica locale e della popolazione scolastica sull’importanza sanitaria, morale e civica della donazione di sangue ma più in generale di un’educazione al dono e alla gratuità come valori sociali di una autentica civiltà solidale».

Civiltà solidale che, riflette Fogli nel libro, non può non avere le proprie radici e il proprio orizzonte in un sistema democratico che garantisce le libertà, incluse quelle di associazione e partecipazione alla vita pubblica. Senza dimenticare che «ciò che conta nella nostra quotidianità è un rapporto d’amore».

Ma per l’Avis massese la cultura del dono si accompagna e si è sempre accompagnata ad altre attività collaterali ma non meno importanti per la missione di fondo: iniziative per l’integrazione e l’inclusione sociale e culturale, screening sanitari per la popolazione locale, corsi di primo soccorso e di protezione civile, missioni umanitarie all’estero. E poi ci sono le collaborazioni – oltre che con le Istituzioni, con associazioni come Aido o Fondazioni come Telethon (dal ’94) -, i numeri che dicono della crescita dai primi 37 donatori del 1967 al picco nel ’96 (229 donatori) e il successivo calo fino ai 117 del 2022 – e alcune tappe significative: il 1975, con la prima sede nel Palazzo Comunale e il primo punto fisso di prelievo sangue. E il 2014, con la «rifondazione avisina massese» e il nuovo punto di raccolta sangue per l’intero Comune di Fiscaglia.

Tappe di un cammino che prosegue, e che ha la persona e il suo servizio al centro, il dono come bussola imperitura, la comunità come luogo concreto dove far vivere la carità quotidiana.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Esseri umani verranno creati in laboratorio?

20 Giu

SCIENZA SENZA LIMITI. L’annuncio della ricercatrice Magdalena Ernicka-Goetz:«abbiamo prodotto embrioni umani sintetici a partire da cellule staminali embrionali», senza ricorrere a ovociti e spermatozoi. Cos’altro dobbiamo aspettarci?

La notizia fa tremare i polsi. O dovrebbe farli tremare a chiunque ancora provi ad avere consapevolezza del fatto che una tecnica e una scienza senza limiti etici di alcun tipo possano condurre l’umanità a scenari impensabili, o immaginabili solamente in film o romanzi di fantascienza.

La notizia è questa: la settimana scorsa Magdalena Ernicka-Goetz (Università di Cambridge e del California Institute of Technology) al meeting annuale della Società internazionale per la ricerca sulle cellule staminali a Boston ha annunciato che sarebbero stati realizzati embrioni umani sintetici a partire da cellule staminali embrionali, senza ricorrere a ovociti e spermatozoi, dunque senza alcun concepimento. Dopo anni di ricerche sugli embrioni di topo, la ricercatrice ha voluto realizzare un modello il più possibile simile all’embrione umano nelle prime fasi dello sviluppo per studiare le malattie genetiche e le cause biologiche degli aborti spontanei. I simil-embrioni umani sviluppati non hanno un cuore pulsante né un cervello e non sarebbero destinati a essere fatti evolvere durante una gravidanza per far nascere un “bambino sintetico”. 

Ma la preoccupazione per possibili, incontrollabili, sviluppi rimane: Francesco Ognibene su  “Avvenire” del 15 giugno scrive: «Si tratta dunque di un esperimento che genera un’entità definita dai media come embrione sintetico perché non esiste un nome che le si possa dare. E se è un qualcosa di nuovo che non si può definire umano, allora è brevettabile, come ogni nuova creazione dell’ingegno: stiamo dunque producendo l’homunculus, un essere umano artificiale che integralmente umano non è? E se non è umano, qual è la sua natura?». Prosegue Ognibene: «chi garantisce che a nessuno, oggi e in futuro, venga in mente di “provare a vedere” cosa succede andando oltre la soglia di sviluppo raggiunta (due settimane)»? E infine, «se lo pseudo-embrione non è identico all’embrione umano del quale si vorrebbero capire meccanismi e patologie sinora indecifrabili, come si potranno ritenere attendibili i risultati di eventuali ricerche?».

Su “La Verità” del 16 giugno, invece, Patrizia Floder Reitter ragiona: «se qualche legislatore permetterà che un embrione sintetico venga impiantato nell’utero di una donna, che risultati potremmo avere? Oè un essere umano artificiale, quello che si sta cercando di produrre, e allora lo scenario appare spaventoso. O si vuole mettere insieme un simil umano e la prospettiva è ancora peggiore perché non ne comprendiamo l’utilità scientifica, solo l’orrore».

Come riporta Agensir, David Jones, direttore dell’Anscombe Bioethics Centre (centro di ricerca cattolico sulla bioetica, sponsorizzato dalla Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles) riflette: «Dal momento che non sappiamo se queste nuove strutture siano embrioni oppure no, e dal momento che gli scienziati provano da tempo a produrre embrioni con cellule staminali, queste nuove entità dovrebbero essere trattate come embrioni dal punto di vista morale e legislativo».

Antonio Gioacchino Spagnolo, docente di Medicina legale e coordinatore dell’Unità di Bioetica e Medical Humanities all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sempre su Agensir dichiara: il fatto che si tratti di «organismi destinati esclusivamente alla ricerca e quindi programmati per non svilupparsi, privati pertanto delle proteine finalizzate allo sviluppo di un individuo, potrebbe non avere in sé una rilevanza eticamente negativa, ma rimane il problema alla fonte: il prelievo di cellule staminali embrionali per la creazione di questi organismi destinati alla sperimentazione ha provocato la distruzione di altri embrioni, e questo non è mai lecito».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Daniele Lugli, testimone del bene e costruttore di pace

6 Giu

Addio a uno dei padri della nonviolenza italiana. Ritratto di un uomo mite, di una presenza positiva 

di Andrea Musacci

«Mi piace andare al mare in primavera: fine aprile, maggio. C’è poca gente. A fare il bagno nessuno. Ho tutto il mare a disposizione. Così ci vado anche quest’anno. Gli anni e la stagione mi inducono però a rinviare il mio lento nuoto. Le notizie dell’alluvione vicina rattristano e preoccupano». Scriveva così, Daniele Lugli, sul sito di “Azione nonviolenta”, appena due giorni prima di morire per un malore proprio mentre faceva il bagno nel suo mare di Lido di Spina.

Il 31 maggio, a 82 anni, ci ha lasciati, all’improvviso, una personalità molto amata per il suo impegno per la pace e la democrazia. Originario di Suzzara (MN), a 21 anni è tra i fondatori, insieme ad Aldo Capitini (detto il “Gandhi italiano”), del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne in seguito presidente.

Daniele aveva lo sguardo e la posa del saggio. La sua presenza, anche silenziosa, era sempre carica di esperienza. Un’esperienza forgiata nelle lotte, nella ricerca, nello studio, nella costruzione lenta di relazioni, di progetti, di parole. Il suo era un corpo antico, quasi scolpito nella pietra, come certe maestose statue antiche. Ma nulla aveva, Lugli, del distacco solenne, della freddezza marmorea, della sapienza che intimorisce e allontana. In lui la nonviolenza era carne. Lo si poteva notare nel suo viso rassicurante mentre si scioglieva nel calore di un sorriso accogliente.

La sua era una presenza priva di algidità, mite e mai austera. Era difficile immaginare piedistalli sotto i suoi piedi. Rifiutava la violenza dell’arroganza, della verbosità usata come clava, volontà di supremazia, mezzo per non incontrare l’altro.

Nel 2018 andai a casa sua per intervistarlo in vista di uno speciale nel 50esimo del ’68: anche in quell’occasione notai la sua capacità di sapersi, all’occorrenza, decentrare, di evitare inutili narcisismi. Forse non sempre in maniera consapevole, ogni suo brano di vita era alimento per la narrazione, per la memoria, per ogni sua nuova testimonianza.

Qualche anno fa mi fece dono di una copia del suo volume dedicato a Silvano Balboni. Un giorno mi disse: «Sei una persona curiosa, ti consiglio di leggere questo libro». Si trattava di “Religione aperta” di Capitini (che dopo, in effetti, comprai), suo amico e maestro. Capii che Daniele sapeva cogliere la bellezza dentro le cose, dentro le vite. Anche questo significa essere “costruttori di pace”: saper riconoscere il bene, dargli spazio, forza. Non solo denunciare il male, non rimanere alla polemica sterile e che avvelena. Costruire la pace in ogni gesto, in ogni parola. Col corpo e nello spirito. 

Per Capitini la nonviolenza era «un’apertura affettuosa all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere», ciò che pone «in primo piano assoluto la presenza e la compresenza degli esseri viventi». La nonviolenza è «positiva», cioè sempre attiva; è «lottatrice», ha cioè «bisogno di coraggio»; ed è «creativa» e «inesauribile», «inattuabile tutta perfettamente».

Così era Daniele Lugli, vero «amico della nonviolenza»: la sua presenza (ancora forte tra chi gli ha voluto bene) era apertura affettuosa all’altro, coraggio e continua ricerca creativa. La sua vita è stata testimonianza di bene, dell’intima positività del reale. Testimonianza che il male non ha l’ultima parola.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto di Francesca Brancaleoni)

Laura De Paoli, medico: «vi racconto i morti in mare e gli orrori in Africa»

13 Mag

Di origini ferraresi, De Paoli negli ultimi anni come medico soccorre in mare i migranti nel Mediterraneo. E dal 1998 cura gli ultimi del mondo in vari Paesi dell’Africa. Abbiamo raccolto la sua testimonianza

di Andrea Musacci

I cadaveri galleggianti nel Mediterraneo, il dolore di non poterli salvare. E le tante storie di orrore e rinascita frutto di anni in missione nel mondo come medico. 

Di Laura De Paoli colpisce la calma nel raccontare un quarto di secolo vissuto negli angoli più bui e dimenticati della terra, a contatto con miserie di ogni tipo: dal Bangladesh alla Sierra Leone, dalla Repubblica Centrafricana ai cimiteri del nostro mare. Calma che non è freddezza ma profonda empatia, lucida consapevolezza. 

L’abbiamo incontrata per farci raccontare questa sua vita che non conosce sosta nel curare, ovunque ce ne sia bisogno, persone che vivono la fame, la guerra, che affrontano quei drammatici viaggi della speranza per arrivare in Europa.

Ferrarese, ha lasciato la nostra città dopo la laurea per lavorare come medico chirurgo prima in Gran Bretagna, poi in Sudafrica, e poi tornare in Italia, a Milano. In seguito, ha iniziato la sua esperienza prima come chirurgo di guerra con la ICRC – Croce Rossa Internazionale e altre organizzazioni, per poi dedicarsi al management sanitario soprattutto con l’OMS. Negli ultimi anni, si occupa di assistenza ai migranti naufraghi nel primo soccorso in mare e una volta fatti sbarcare. L’ultima sua missione è stata a Lampedusa, dopo la tragedia vissuta in prima linea a Cutro lo scorso febbraio. E a breve tornerà in Sicilia per una nuova missione.

MEDICO IN AFRICA E IN PAKISTAN

La prima missione come medico è stata nel 1998-’99 in Sierra Leone, ai tempi della guerra civile, con la Croce Rossa, a Freetown: «ho visto tante persone, anche bambini, con le mani amputate dai guerriglieri», racconta a “La Voce”. Poi è stata a Juba nel Sud Sudan e a seguire, nel 1999-2000, a Cibitoke in Burundi: «qui dalla nostra casa sentivamo sparare tutte le notti». Sono gli anni della guerra civile tra le fazioni tribali Hutu e Tutsi. «Una volta è stato portato in ospedale da me anche un ragazzino impalato, e in un’altra occasione il corpo di un Hutu torturato, ucciso e lasciato per strada al fine di terrorizzare la popolazione. Ero molto stanca e traumatizzata, ho avuto quello che si definisce un Post-Traumatic Stress Disorder». Decide quindi di ritornare e di seguire un Master in Sanità Pubblica. Poi inizia la collaborazione con l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in altri Paesi poveri del mondo. Nel 2013 Laura è a Peshawar, nel nord del Pakistan, per conto di Medici Senza Frontiere, come direttrice di un grande ospedale di maternità. «A parte un uomo, eravamo tutte donne medico. Gli uomini, islamisti radicali, non volevano far visitare le proprie mogli da maschi, quindi le portavano nel nostro ospedale».

Negli anni 2014-2015 Laura è, invece, sempre con Medici Senza Frontiere, in Guinea. È il periodo dell’emergenza ebola. «Ho visto morire tre miei colleghi per questa pandemia», ci spiega. Nel 2020 (come anche nel 2014-2015), presta invece servizio nella Repubblica Centrafricana, durante la guerra civile. Di questa esperienza ci riporta il racconto fattole da alcuni colleghi: «la guerra civile, mi dissero, non era tra cristiani e musulmani, ma era stata fomentata da milizie francesi, interessate a riprendere il controllo delle miniere dopo che il governo aveva tolto alla Francia l’utilizzo esclusivo, per appaltarle a compagnie cinesi e giapponesi. La guerra civile aveva, quindi, l’obiettivo di destabilizzare il Paese».

Nel maggio 2020 rientra in Italia dove coordina il forum delle varie agenzie dell’ONU. In queste esperienze, Laura come altri, per motivi di sicurezza legati alla guerra, trascorreva anche interi periodi chiusa in casa o in ospedale: «nel 2015 nella Repubblica Centrafricana ho vissuto, di giorno e di notte, in ospedale. Per questo, dopo alcune settimane o mesi, ci spostavano in altri luoghi. L’Africa – prosegue – la considero ormai la mia seconda casa, ho sofferto anche del cosiddetto “mal d’Africa”. E ho quasi sempre trovato nei colleghi africani una grande umanità e un grande spirito di collaborazione».

NEI CAMPI PROFUGHI E IN MARE PER I SALVATAGGI 

Non meno drammatico e sentito è il suo racconto delle esperienze vissute nei campi profughi e in soccorso ai migranti in mare. «Come coordinatore medico sono stata nel campo profughi degli etiopi di Kassala in Sudan: ho conosciuto persone nate e vissute solo in quel campo». Più tardi, nel 2016, con l’UNHCR (l’Agenzia ONU per i rifugiati), ha il compito di mantenere in Grecia le relazioni tra le varie ONG e il Ministero della Salute. Era il periodo delle diatribe tra Unione Europea da una parte, e Polonia e Ungheria dall’altra sulla questione dell’accoglienza dei migranti siriani. Nel 2018, con Medici Senza Frontiere ha prestato, invece, servizio nei campi rifugiati dei Rohyngya (minoranza etnica perseguitata nel Myanmar) a Cox’s Bazar, nel Bangladesh.

Nel 2017 Laura è sulla nave Prudence di Medici Senza Frontiere in soccorso ai migranti, provenienti soprattutto dall’ovest dell’Africa: «dal porto di Catania uscivamo in mare per soccorrerli: credo di non aver visto nessuno che non fosse stato torturato nei campi libici, e quasi tutte le donne erano state stuprate, anche se molte magari per vergogna non lo ammettevano. Anche alcuni uomini erano stati violentati». 

E pure da Lampedusa «è un continuo uscire in mare dei soccorsi per qualche segnalazione di imbarcazioni in pericolo. Mi è capitato di dover uscire ogni giorno, e a volte di rimanere in mare anche per 12-13 ore di fila. È un compito delicato quello dei soccorritori, è importante anche avvicinarsi lentamente alla barca, per evitare di sollevare onde. Negli anni – prosegue Laura – ho visto anche come sono cambiate le imbarcazioni dei migranti: dai gommoni alle barche di legno, a quelle di ferro. Barche stracolme di persone, che spesso, muovendosi, fanno oscillare il mezzo». Spesso anche per questo avvengono le tragedie. «Ogni volta che partivo da terra per soccorrere i migranti, mi aspettavo di vedere di tutto. La speranza è sempre che si salvino, ma tante volte non è così. Noi soccorritori dobbiamo essere forti, ma non ci si abitua mai del tutto, soprattutto quando si vedono bimbi morire in mare».

E a tal proposito, è impossibile dimenticare le strazianti immagini viste a Cutro, nel crotonese, quando la notte tra il 25 e il 26 febbraio scorso un caicco partito dalla Turchia e carico di almeno 180 migranti, è naufragato. L’ultimo bilancio parla di 94 morti e un numero imprecisato di dispersi. Laura era lì durante il salvataggio: «Quando siamo arrivati sul punto del naufragio – racconta – abbiamo visto cadaveri che galleggiavano ovunque e abbiamo soccorso due uomini che tenevano in alto un bimbo. Purtroppo il piccolo era morto. C’era mare forza 3 o 4, era difficile avvicinarci. La barca dei migranti era già a pezzi sulla spiaggia e noi avevamo intorno tanti cadaveri galleggianti», continua.

Mentre ci racconta, le preme fare anche un appello: «voglio che questi racconti arrivino a più gente possibile. Questi migranti quando arrivano sulle nostre coste sono malnutriti, non bevono da giorni, spesso sono senza scarpe, con sé hanno solo uno zainetto (a volte nemmeno questo). E provengono tutti da situazioni di miseria. Sono soprattutto giovani uomini, ma ci sono anche donne e bambini. Molti subsahariani non solo non sanno nuotare, ma hanno proprio paura del mare».

«Un giorno – prosegue – eravamo partiti per compiere un salvataggio. A un certo punto nell’acqua abbiamo visto dei cadaveri con addosso delle camere d’aria per le ruote, usati come possibili salvagenti. Una camera d’aria la tenevano sotto l’ascella, l’altra a tracolla. Non ho idea – continua – di quanti possano essere i naufragi che avvengono al largo delle nostre coste, perché molti non vengono segnalati. E appunto, alcuni di questi, si scoprono solo casualmente».

Le chiediamo come i bambini che arrivano sulle nostre coste possano sopportare tutto questo strazio: «può sembrare strano, ma tante volte i più piccoli dimostrano una grande forza di reazione». E poi ci sono gli scarni racconti che, rare volte, alcuni migranti si sentono di fare, sempre di loro spontanea volontà, mai interpellati dagli operatori: «lo scorso dicembre ero in servizio come medico al CARA (Centro di accoglienza per richiedenti asilo, ndr) di Crotone. Qui ho conosciuto una coppia di afghani, lui dentista, lei medico, fuggiti anche perché lei, col ritorno dei talebani nel loro Paese, non può più esercitare la professione». La speranza è che possa tornare a esercitarla in un Paese libero. In Laura De Paoli ha trovato sicuramente un modello da imitare.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio