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Ecologia e nonviolenza: un cammino di trasformazione personale e collettiva

7 Ott

Nel mese del Sinodo per l’Amazzonia, sono stati circa 150 i presenti nei due incontri del XXIV Convegno di Teologia della Pace svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre scorsi. Tanti i relatori, credenti (Piero Stefani, Emanuele Casalino, Giuliano Ferrari) e non credenti (Paolo Cacciari e Daniele Lugli). Il 2 ottobre si è tenuto anche l’ultimo incontro del “Tempo del Creato”

a cura di Andrea Musacci

mahatma-gandhi-a.900x600Dove trovare il giusto equilibrio tra la necessità di una resistenza alla catastrofe climatica che incombe su di noi, e il rispetto dei principi della mitezza e della nonviolenza? Questo è solo uno degli interrogativi emersi dal XXIV Convegno di Teologia della pace, svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre sul tema “La mitezza darà un futuro alla terra? Per una ecologia e nonviolenza integrali”, ispirato al passo delle Beatitudini, “I miti erediteranno la terra” (Matteo 5,5). L’appuntamento è stato organizzato da diverse associazioni (Pax Christi, SAE, Banca Etica, AC, ACLI, AGESCI, Movimento Rinascita Cristiana, Ferrara Bene Comune, MASCI), dall’Ufficio diocesano per la pace e la cura del creato, l’Ufficio diocesano ecumenismo e per il dialogo interreligioso, la Chiesa Battista di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Fra il testo biblico e la “Laudato si’ ”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl saluto iniziale del primo dei due incontri – svoltosi mercoledì 2 alla presenza di un’ottantina di persone nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana (in via XX settembre) – è spettato a don Andrea Zerbini, il quale si è soffermato sul ricordo di mons. Elios Giuseppe Mori (1921-1994) a cui, insieme ad Alberto Melandri, è stato dedicato il Convegno. Per l’occasione, è stato stampato e distribuito un piccolo opuscolo con alcuni passi di mons. Mori sul tema dell’ecologia e della pace. Il primo intervento ha visto Piero Stefani relazionare sul tema del Convegno: nella Bibbia la terra è promessa ai discendenti di Abramo, al popolo, dunque i padri trasmettono “qualcosa che non possono possedere”. E’ una terra, dunque, “che si eredita, che si accoglie, che mai dovrebbe essere conquistata”. Anche se spesso è proprio così, e questo, certamente, “non fa della Bibbia un testo ecologico”. Dall’altra parte, nel racconto biblico, “Dio ha cacciato alcuni popoli dalla terra che abitavano perché l’hanno resa impura: da qui l’idea, già presente, che stare sulla terra comporti un certo stile di vita”. Fondamentale per capire il versetto delle Beatitudini (Mt 5,5) è il Salmo 37, dove i giusti, i poveri e i miti “sono coloro che alla violenza non reagiscono con la violenza”, ma anche “coloro che prestano denaro, che aiutano chi ha bisogno”. Insomma, “sono coloro che confidano nella volontà di Dio”. Un’analisi dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco dal punto di vista di un “laico e agnostico” (come lui stesso si definisce) è stata poi tentata da Paolo Cacciari, scrittore, giornalista ed ex deputato, storico esponente ambientalista. Nell’aprile 2018, Cacciari insieme ad altri ha dato vita all’associazione “Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale”, basata sulla lettera–appello sottoscritta da 160 attivisti e intellettuali, fra cui don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Grazia Francescato, Raniero La Valle, Gad Lerner, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Luca Mercalli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Francesca Re David, Paolo Rumiz, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Luca Zevi e padre Mussie Zerai. Un primo grande merito della Laudato si’ – “nella quale il Papa riconosce l’importanza dei movimenti ambientalisti degli ultimi decenni e critica i vari negazionismi” sul tema della crisi climatica – per Cacciari, è di aver “riconciliato un’analisi scientifica della realtà con un’attenzione etica e, direi, metafisica”. Centrale nell’enciclica è il concetto di “ecologia integrale”, da intendere nel duplice senso di “ecologia non superficiale, non piegata a ragioni di marketing o di business”, e nel senso ancora più profondo di “correlata alle questioni sociali, economiche, strutturali. Sarebbe, però, riduttiva una lettura solo ambientalista della Laudato sì”, ha proseguito il relatore: infatti, “questa conversione ecologica sempre più urgente, non può essere affrontata solo da un punto di vista fisico, biologico, o meramente tecnologico. Occorre invece una rivoluzione culturale e spirituale profonda, cercando di immaginare la nostra vita al di fuori delle regole del mercato, della logica capitalista del commercio, del profitto e della competizione”, di questa “economia che uccide”. Per Cacciari non bisogna abbandonarsi a una sterile lamentosità, ma cercare “controegemonie culturali, vere e concrete. La stessa Chiesa dovrebbe essere meno ambigua sulle tematiche legate alla crisi ecologica”. Dal testo biblico aveva preso l’avvio Stefani nel suo intervento e col testo biblico si è chiusa la prima giornata. Cacciari ha infatti criticato il versetto di Genesi 1,28 (“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”). “Penso invece – ha concluso – che bisogna superare ogni forma di antropocentrismo, di specismo e, insieme, di androcentrismo, contrapponendo una forma di ’sacralizzazione’ della natura, iniziando a considerare i suoi beni non totalmente a disposizione degli esseri umani. Va quindi modificata la stessa concezione di esseri umani, pensandoci come interrelati con il resto della natura”.

La pace passa attraverso il sorriso, la testimonianza, la fede e la meditazione attiva: la tavola rotonda svoltasi il 3 ottobre dalle Clarisse

relatoriNel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nel dopocena di giovedì 3 ottobre, si è svolto il secondo appuntamento del Convegno di “Teologia della pace”. Sul rapporto fra ecologia e nonviolenza hanno discusso, moderati da Piero Stefani, Daniele Lugli (Presidente onorario del Movimento nonviolento), Emanuele Casalino (pastore della Chiesa Battista di Ferrara) e Giuliano Ferrari (monaco de “I Ricostruttori nella preghiera” di La Spezia. Lugli ha relazionato sul tema “Ferrara città nonviolenta?”, partendo da un ricordo di Alberto Melandri, insegnante, coordinatore del CIES – Centro informazione e educazione allo sviluppo, rappresentante dell’associazione Cittadini del mondo, scomparso il 10 giugno scorso a 69 anni. Così, dal suo “sorriso ambulante” (la definizione è della figlia di Melandri) Lugli ha proposto ai tanti presenti (una 70ina) una “carrellata” di testimoni della nonviolenza, tutti, come Melandri, portatori di “un sorriso accogliente”. Il pensiero è andato innanzitutto a Silvano Balboni, ferrarese classe ’22, morto giovane, nel ’48, per una grave malattia, organizzatore anche nella nostra città dei Convegni sul problema religioso, un’originale forma di dialogo fra credenti (di ogni confessione) e non credenti, ai quali partecipavano anche alcuni sacerdoti, fra cui mons. Elios Giuseppe Mori (a cui è stato dedicato questo Convegno di Teologia della pace, insieme ad Alberto Melandri). Pietro Pinna (1927-2016), il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici, è un altro “portatore”, secondo Lugli, di un sorriso indimenticabile, “segno di un animo nonviolento, nonostante una vita difficile, gli arresti e le critiche, contento comunque di non aver ucciso altri esseri umani”. Proseguendo, il relatore ha ricordato il sorriso di don Giuseppe Stoppiglia, ex parroco di Comacchio, deceduto il 24 settembre scorso, da lui conosciuto personalmente nella città lagunare alla fine degli anni ’60, “ritrovato” dopo 30 anni, e rincontrato nel 2016 in occasione della cittadinanza onoraria assegnatali proprio a Comacchio. Infine, un ricordo di Aldo Capitini, padre fondatore del Movimento nonviolento italiano, teorico della nonviolenza come apertura degli esseri all’esistenza nella sua interezza, senza però ’sacralizzare’ la natura. “Anche le varie Chiese Battiste italiane hanno prodotto negli anni diversi documenti ufficiali dedicati alla questione ecologica”, ha spiegato invece Casalino, spostando quindi il discorso sull’altro termine contenuto nel tema della serata. Si può partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, per fare un breve excursus, quando la Federazione delle Chiese evangeliche nel nostro Paese ha istituto una Commissione apposita sull’ambiente. “Nel giardino di Dio non ci sono rifiuti” è invece il nome del documento di quest’anno che segue diversi altri dal 2014 in poi. In quest’ultimo si denuncia come “l’attuale sistema di produzione e di consumo non faccia che generare rifiuti, compromettendo così il futuro e generando disprezzo verso il Creato”, con lo scarto anche degli esseri umani. La stessa lotta portata avanti da Greta Thunberg è, secondo Casalino, “frutto di una visione integrale della questione ecologica, che chiede quindi un cambio del sistema di produzione, non all’interno del sistema stesso”. Dopo aver citato importanti documenti sulla crisi ecologica, redatti da Legambiente e dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo ONU di esperti sul cambiamento climatico) sulle responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura media globale e di alcuni stravolgimenti all’ecosistema globale, Casalino ha riflettuto su come dovremmo ragionare da credenti: innanzitutto, prendiamo atto come nelle stesse comunità cristiane – delle varie confessioni – “se da una parte c’è una sempre maggiore consapevolezza, dall’altra molti cristiani tendono ancora a ignorare e a sottovalutare il tema”, se non addirittura a negarlo. Da qui il pastore ha proposto alcune considerazioni. Innanzitutto, l’importanza a suo dire di “riflettere su come, da cristiani, confessiamo la nostra fede in un Dio che è anche creatore di tutte le cose, così riconoscendo la centralità del Creato nella struttura dell’esperienza di fede. Ciò purtroppo, però, non ha impedito che anche Paesi dove il cristianesimo era dominante, si siano resi responsabili dell’attuale crisi ecologica”, con, ancora oggi, “diversi ambienti religiosi che sono veri e propri complici di questa situazione, strumentalizzando lo stesso testo biblico”. Un’altra causa della concezione errata di parte del mondo cristiano sul “dominio del creato” nasce, secondo il relatore, nel XII secolo quando si inizia a passare “da un’idea di Dio-Amore a una di Dio come potenza assoluta”, dalla quale deriverebbe la concezione dell’uomo, essendo a Sua immagine, come “colui che poteva disporre della natura per mandato divino”. Legata a questo grave errore, quello di “un’escatologia cristiana sempre più apolittica e sempre meno messianica”. Per Casalino, dunque, oggi è più che mai necessaria “una deontologia ambientale specifica da parte delle Chiese cristiane, non dimenticando mai che il problema non si può affrontare da soli ma collaborando con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, sia delle altre religioni sia non credenti”. Nell’ultimo intervento della serata, Ferrari ha innanzitutto posto una domanda: “chiediamoci non solo quale terra i miti erediteranno, ma anche quale terra loro stessi contribuiranno a costruire”. Da qui l’esempio di Gandhi (ricordiamo che il 2 ottobre era il 150esimo anniversario dalla nascita e la Giornata annuale mondiale della nonviolenza) e di altre figure – dall’Oriente o dall’Occidente -, veri e propri “germogli di una società e di un’umanità non violenta, semi che ci sono ancora oggi e che, se alimentati, crescono, come nel caso di Greta Thunberg o di Carola Rackete”. L’importanza di un approccio spirituale alla questione della difesa del Creato è stata quindi al centro dell’intervento del monaco: “sono gli occhi che devono aprirsi per vedere al di là delle apparenze, per vedere il divino nella realtà”, e dunque rispettarlo e amarlo. “Noi occidentali siamo tecnologicamente molto avanzati ma spesso non abbiamo questa capacità di visione, di vedere oltre, di vedere avanti. Il nostro – ha concluso Ferrari – dev’essere un cammino di coscienza, una trasformazione prima personale poi collettiva che ci unisca al mondo animale, vegetale, all’intero creato e al divino”.

Con S. Francesco per amare i doni di Dio

Un profondo momento di preghiera per concludere nei migliori dei modi il “Tempo del Creato”. Nel tardo pomeriggio dello scorso 3 ottobre, il Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha ospitato il terzo e ultimo appuntamento del mese dedicato alla cura del Creato, in concomitanza con i primi vespri della Festa di San Francesco d’Assisi, da 40 anni patrono dei cultori dell’ecologia. Dopo l’incontro del 1° settembre al porto di Gorino e quello del 13 al Santuario del Poggetto, questa volta è toccato alla nostra città – per la precisione alle Clarisse di via Campofranco – di ospitare questo momento di preghiera, con la meditazione tenuta da fra Paolo Barani dei Conventuali di Bologna, intervenuto dopo il racconto del transito del Santo di Assisi. Santo che, fino all’ultimo, ha invitato tutti a lodare Dio: “anche nel momento di maggiore sofferenza, aveva la lode nel cuore, l’ebbe fino all’ultimo respiro”. Nell’agonia che lo porterà alla morte terrena, nell’ospedale di San Salvatore, vicino Assisi, in una piccola cella, fra i topi, “sentiva la presenza del Signore”, presenza che gli ispirò il celeberrimo “Cantico di Frate Sole” (o “Cantico delle creature”). Questa sua divina capacità di vedere l’eterno in ogni creatura, ha proseguito fra Paolo, “è segno che Dio stesso ama le sue creature come vive, mai come mere cose morte, inermi”. Creato che, in quanto tale, non ha e non può avere nessuno scopo specifico, “nessuna utilità, solo di essere riflesso della bellezza, della bontà e dell’amore assoluti di Dio, riflesso che noi possiamo contemplare” per meglio conoscere l’Eterno. In conclusione, prima del saluto finale di don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Salvaguardia del Creato, il Vescovo mons. Perego ha spiegato come il fazzoletto di terra adagiato davanti all’altare dalle sorelle Clarisse, “ci ricorda la nostra creaturalità e dunque il nostro legame profondo con la terra, che spesso però devastiamo, dimentichiamo, non riconosciamo come ricchezza. Il Sinodo per l’Amazzonia – ha concluso – serve anche a ricordarci come gli esseri umani non debbono sacrificare la terra per i propri interessi utilitaristici, ma guardarla con gli occhi della povertà, del rispetto, della gioia e del ringraziamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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“E’ ancora possibile parlare lingue diversissime e comprenderci ugualmente”

2 Apr

Nel 1946 anche a Ferrara si sperimentava una forma – a quei tempi “scandalosa” – di dialogo fra credenti e non credenti: i Convegni sul problema religioso. Uno degli animatori era il giovane Silvano Balboni

SILVANO balboni“Da un’esposizione serena dei propri principi e da un contraddittorio leale non può che derivare una più forte comprensione dei tormenti, delle angustie, delle difficoltà, dei problemi che attanagliano le umane coscienze; e – quello che forse più conta – non può che derivare, quando si proceda su un piano di tranquilla e spassionata ricerca del vero, un amore più grande per l’umanità”. Sono parole che Luciano Chiappini scrive al concittadino Silvano Balboni nel ’46, nei primi mesi del lungo Convegno sul problema religioso, ideato a livello nazionale da Aldo Capitini, padre italiano della nonviolenza, e Ferdinando Tartaglia, per discutere fra cristiani, ebrei, atei di diverse sensibilità sulla religione nel mondo contemporaneo. Ma chi è Silvano Balboni? Nato a Ferrara il 23 aprile 1922, chiamato alle armi nel ’42, sostiene il suo diritto all’obiezione di coscienza, motivato dalla profonda scelta della nonviolenza, rifiutandosi di andare in Jugoslavia. Tornato a Ferrara, vive per qualche tempo alla macchia, aiutato da amici. Il 26 giugno è denunciato per diserzione al tribunale militare di Bologna. Carlo Bassi, suo amico, ha scritto: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. […]. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in guerra e con il regime spietato con gli oppositori. […] Silvano Balboni era da solo, compreso da pochissimi. […]. Il suo parlare era veramente solo ‘sì, sì, no no’, sempre con il sorriso sulle labbra”. Esule in Svizzera, nel dopoguerra viene eletto consigliere comunale a Ferrara dando vita al progetto dei COS–Centri di Orientamento Sociale, intuizione sempre di Capitini all’indomani della Liberazione (realizzati anche a Perugia, Arezzo, Firenze, Ancona). A Ferrara i COS iniziano nel marzo ’46 all’Auditorium comunale, e poi nel Salone del Plebiscito del Palazzo Municipale: sono uno strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, di conoscenza e di controllo. Si tengono con frequenza settimanale da marzo a luglio ’46. In essi si discutono temi politici e amministrativi ma anche etici, culturali, di costume, di fede e coscienza. Il 17 dicembre ’46 prende avvio invece il Convegno sul problema religioso a Ferrara (antesignano in un certo senso del “Cortile dei Gentili”) organizzato dallo stesso Balboni. Prosegue ogni martedì, per 12 settimane, fino all’11 marzo 1947. Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste, alla presenza, mediamente, di 200 persone, fra le quali molti giovani e molte donne. Vi partecipano e relazionano cattolici, protestanti (come il pastore evangelico Zeno Tonarelli), ebrei (il rabbino Leone Leoni, che nel suo intervento dirà: “Dio non è soltanto il distributore di giustizia; ha anche una funzione redimente. Dio è vicino a chi soffre, a chi è umile; non desidera che il bene (…) e aspetta per questo la nostra collaborazione”), atei, ex sacerdoti, anarchici, mazziniani, umanisti, esistenzialisti. Per il mondo cattolico, fra i protagonisti c’è Luciano Chiappini, che, scrivendo a Balboni, oltre alle parole sopracitate, lo ringrazia per l’opportunità “di ascoltare, di discutere, di conoscere le esperienze più svariate, di allargare insomma i confini delle nostre cognizioni al proposito. […] Ogni specie di rancori, di dualismi, di avversioni, di indifferentismi mi pare tanto deleteria da relegarla, almeno per quanto mi riguarda, nel mucchio delle tentazioni da evitare, mentre la carità e la comprensione – che non vogliono affatto significare rinuncia ai propri principii e incompatibili compromessi – costituiscono la base più solida e, per me, cristiana, sulla quale edificare le costruzioni più eccelse e più vitali per questa povera umanità immersa nel fango e assetata di bene”. Interverranno, tra gli altri, Pasquale Modestino e don Elios Giuseppe Mori, che rifletterà su come “l’uomo è ammalato. Ha perciò bisogno d’una verità: quale soluzione più umana di quella che con filiale amore congiunge l’uomo a Dio? Gesù s’innesta nella storia sviluppando una gamma infinita di variazioni cristiane. […] Ci si può salvare agganciandosi a Gesù; il mezzo per arrivare a questo è l’amore e l’adesione alla Chiesa, che non è, tuttavia, essenziale al cristianesimo. Non si potrà allora più parlare di ‘noi’ e degli ‘altri’ perché quando c’è di mezzo Cristo siamo tutti ‘noi’”. L’anno successivo, il 18 aprile 1948, Casa Romei ospiterà invece il Convegno nazionale del Movimento di Religione. Giovanni Gonnet, professore e storico valdese, scrive a Balboni nel ringraziarlo: “Il Convegno di Ferrara mi ha lasciato una profonda impressione. Malgrado tutto, è ancora possibile, in Italia, parlare insieme lingue diversissime e comprenderci ugualmente, o almeno c’è la buona volontà di comprenderci e stimarci reciprocamente”. La vicenda di Balboni è stata minuziosamente raccontata da Daniele Lugli nel libro “Silvano Balboni era un dono, Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, presentato lo scorso 26 marzo alla libreria Feltrinelli di Ferrara, ultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie”. Una vita, quella del giovane ferrarese, giustamente portata a conoscenza di un pubblico ampio. Balboni, rimasto legato alla sua compagna, Ester Merlo, fino all’ultimo, morirà a soli 26 anni il 7 novembre 1948, a causa di una rapida malattia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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“La mia obiezione di coscienza ispirata da don Lorenzo Milani”

25 Mar

Lo scorso 19 marzo Enzo Bellettato nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”

digUna disobbedienza fondamentale per rivendicare, anche in Italia, il diritto all’obiezione di coscienza. E’ quella compiuta da Enzo Bellettato, 77 anni, rodigino, insegnante in pensione, che con Piero Pinna e altri diede inizio, nell’agosto del ’63, al Gruppo di Azione Nonviolenta. Lo scorso 19 marzo nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, penultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Nonviolenza in azione”, promosso da Libreria Feltrinelli Ferrara, Movimento Nonviolento e Istituto di Storia Contemporanea con il patrocinio del Comune di Ferrara. Il 30 giugno 1967 Bellettato inizia il servizio militare a Bellinzago (NO), quattro giorni dopo la morte di don Lorenzo Milani. “Durante il mio servizio militare – ha raccontato – annotavo tutto ciò che mi colpiva, scrivendo in foglietti che tenevo nascosti. Ho rifiutato di proseguire il servizio militare dopo aver inutilmente cercato di sostituirlo con un servizio civile in Italia o all’estero”, ha spiegato. Così, nel marzo ’68, “prima dico al Capitano di non voler continuare il servizio militare, poi compio il gesto vero e proprio di disobbedienza strappandomi le stellette dalla divisa”. A maggio, il Tribunale militare di Torino lo condanna a sette mesi con la condizionale. Ne sconterà due e mezzo. Il suo caso avrà come ripercussione la sentenza della Corte costituzionale del 1970, per la quale la propaganda all’obiezione non è più “istigazione a delinquere”. La legge per l’obiezione di coscienza verrà promulgata due anni dopo. Nel corso della sua vita Bellettato continuerà l’impegno per la nonviolenza come obiettore fiscale alle spese militari e promotore della Consulta per la pace di Rovigo. Nell’incontro a Ferrara, l’autore si è soffermato anche sull’importanza della figura di don Lorenzo Milani: “prima della sua morte sono stato più volte a Barbiana”, attratto dalla sua celebre lettera ai cappellani militari e dall’originale metodo educativo. “Allora ero ancora cattolico, e sulla mia disobbedienza influirono lo spirito conciliare e figure – oltre a don Milani – come quelle di Papa Giovanni XXIII, La Pira e padre Balducci, che sembravano aprire al mondo cattolico prospettive importanti”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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La pipa inglese e altri mezzi pacifici di resistenza al nazifascismo

18 Mar

resistenza 2Una storia del sangue risparmiato, non del sangue versato. Un taglio diverso della Resistenza, un’opposizione alle barbarie nazifasciste fatta di piccoli grandi gesti personali e collettivi che hanno intessuto – quando ancora pesanti erano le tenebre oscuranti il cielo della libertà – tanti fili di pace e di nonviolenza. Diversi sono stati gli spunti e gli aneddoti nel terzo incontro del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione”, organizzato da Daniele Lugli alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Martedì 12 marzo Raffaele Barbiero, operatore del Centro per la Pace di Forlì, ha presentato il suo libro “Resistenza nonviolenta a Forlì” (ed. Risguardi, 2015). Per resistenza nonviolenta, ha spiegato l’autore, si intende “qualsiasi azione che non avesse comportato uccisione o ferimento di persone, o mancato rispetto della dignità della persona”. Qualcosa che richiede non poco “coraggio” e non meno “creatività”. Barbiero ha illustrato innanzitutto le azioni di boicottaggio e sabotaggio, quali ad esempio il fumare – in pieno conformismo autarchico – una semplice pipa inglese, o indossare sul lavoro un simbolo politico com’è un nastro rosso, invitare le giovani donne a non rendersi dispponibili in alcun modo agli occupanti tedeschi e ai loro vassalli italiani. Ancora, in maniera ancora più rischiosa e organizzata, il sottrarre macchinari, bestiame o derrate alimentari all’avversario, sabotare il trasporto di merci, disertare la chiamata militare. Altre “armi” nonviolente erano quelle dello sciopero, per conquiste lavorative o per solidarietà a compagni/e arrestati/e, della propaganda attraverso giornali, volantini, manifesti, poesie e canzoni, tutte rigorosamente clandestine, oppure il supporto e il soccorso agli alleati e ai partigiani stessi. “Senza tutto ciò – ha spiegato ancora l’autore – la resistenza armata non avrebbe avuto la stessa efficacia, e non avrebbe potuto velocizzare la Liberazione, risparmiando così tanti morti e feriti”. Non dimenticando che la prima, elementare, forma di opposizione nonviolenta consiste semplicemente nel non obbedire a un ordine ingiusto di un potere ingiusto. Un ambito, quello della Resistenza nonviolenta, che, si spera, in futuro possa essere indagato in modo organico anche riguardo al territorio ferrarese.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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Andrea Caffi, nonviolento che si ispirava alle prime comunità cristiane

11 Mar

caffiMartedì 5 marzo nella Libreria Feltrinelli è stato presentato il libro “La critica della violenza di Andrea Caffi”, con relatore Alberto Castelli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Ferrara, che ne ha curato la riedizione, e che ha dialogato con Daniele Lugli, organizzatore del ciclo di incontri “Raccontare la storia, raccontare storie. Nonviolenza in azione”. Chi era Andrea Caffi (1887-1955)? Nato a San Pietroburgo, in una famiglia italiana, fin da giovane conosce da vicino le condizioni di sfruttamento dei lavoratori e dei contadini nella Russia zarista. Partecipa, da socialista non bolscevico, alla Rivoluzione russa del 1905, viene arrestato e condannato a tre anni di reclusione. Trascorsi alcuni anni a Berlino, dove studia filosofia, si trasferisce a Firenze e poi a Parigi, e partecipa al primo conflitto mondiale. Torna poi in Russia, dove critica la violenza e l’autoritarismo dei bolscevichi, e per questo viene incarcerato. Nel 1923 è di nuovo in Italia, ma tre anni dopo, per via della dittatura fascista, è costretto a fuggire in Francia. Nel tempo consolida una visione sempre più pacifista e nonviolenta, contro l’autoritarismo sovietico e la democrazia liberale dell’epoca. “Penso che alcune idee esposte da Hannah Arendt in ’Sulla rivoluzione’ – ha spiegato Castelli – le siano state ispirate da Caffi, anche se lei, com’era sua abitudine, non citava quasi mai le sue fonti. Quella di Caffi – ha proseguito – era una critica feroce della violenza e dei metodi rivoluzionari bolscevichi: per lui l’uso della violenza organizzata non era mai funzionale all’idea di una società autentica. Pane, libertà e pace, secondo Caffi, aumentano quando aumenta la sfera dei cosiddetti rapporti spontanei, umani, non gerarchici, la sfera della socievolezza, la vera ’società’, come la definiva. Idea – ha concluso – maturata pensando soprattutto ai gruppi dei primi cristiani nelle catacombe dell’Impero”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019

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Alex Langer, rivoluzionario gentile

4 Mar

Un “profeta controvoglia” che sapeva riflettere, e vivere, con speranza e realismo, difficili situazioni di convivenza interetnica, come nel suo Sud Tirolo o nei Balcani degli anni ’90. Criticando chi usa le proprie “bandiere contro qualcuno”

langer1Nel leggere i tanti scritti di Alexander Langer, sembra di respirare un’aria pura, così diversa dalle tribune asfittiche di oggi, da una politica fatta di grida, cinismo, rincorsa del consenso “usa e getta”. Langer era proprio il contrario di tutto ciò, nella sua vita ha messo in opera quel principio anticompetitivista del “più lento, più profondo, più dolce”. Il suo dinamismo, la sua irrequietezza non facevano mai venir meno né lo “scandalo” delle sue denunce etiche e sociali, né la sua mitezza. Lui stesso ha scritto: “Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle maggiori ricchezze gli incontri, già familiari o nuovi che siano, che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontani da ogni esercizio di potere”.

Un impegno concreto e totale

Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22 febbraio 1946, raccontando della propria adolescenza, scrive: “il primo ideale universale che riesce a convincermi e a coinvolgermi è quello cristiano. […] Leggo, rifletto, prego. ‘Mi impegno’, sentendo questo impegno come cosa molto seria. Cerco di lavorare in senso ecumenico. […]. Magari per sensi di colpa, magari per sensibilità sociale cristiana, magari per istinto di giustizia sento molto interesse ‘per i poveri’ e per questioni sociali”. Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico e incontra Valeria Malcontenti che sposerà nel 1985. Del periodo fiorentino scrive: “Incontro Giorgio La Pira, mio professore; Ernesto Balducci, che ogni settimana tiene una lezione sul Concilio, al cenacolo […]. L’incontro più profondo è con don Milani e la sua Scuola di Barbiana, per la quale insieme a una vecchia ebrea austroboema, Marianna Andre, tradurrò in tedesco Lettera a una professoressa”. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico, e nel 1967 con altri giovani intellettuali fonda il mensile “Die Brucke”. Fa l’insegnante, il servizio militare, poi lavora tra gli immigrati in Germania. Collabora al quotidiano Lotta Continua e in Sudtirolo, nel ’78, viene eletto consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra (verrà poi rieletto nell’83 e nell’88). Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento dell’81 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, coi quali nell’89 viene eletto deputato al Parlamento europeo. Fra le sue mille battaglie, la campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, nel ’91 l’impegno come presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Decide di interrompere la propria vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni. Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.

Razzismo, radici, convivenza

Esattamente 30 anni fa, sul numero del 1° marzo 1989 di “Nigrizia”, Langer scriveva: “E’ una brutta bestia, quella che sta nascendo o rinascendo in giro per l’Europa, in forme aperte o sottili, ma sempre pericolose e qualche volta subdole. Parlo del razzismo”. Più avanti: “Come negare […] che la presenza di tante persone che dai loro paesi fuggono per miseria o per ragioni di persecuzione politica crea degli effettivi imbarazzi e delle vere difficoltà nei paesi ospitanti?”. Per ragioni anche storiche, “siamo poco abituati all’idea che la multiformità etnica e culturale di una società, di una città, di una regione possa essere una ricchezza anziché una condanna e un fardello negativo”. Sottolineava quindi il “ritorno di fiamma dell’idea di nazione e di compattezza etnica: un modo come un altro per sottrarsi al peso della complessità, inseguendo la pretesa semplificazione”. Un facile profeta, dunque, del nostro presente: “sarà inevitabile che gli squilibri indotti [da un sistema iperindustrializzato e consumistico] sull’intero pianeta – sono ancora sue parole – spingeranno milioni e miliardi di persone a cercare la loro fortuna – anzi, la loro sopravvivenza – ‘a casa nostra’, dopo che abbiamo reso invivibile ‘casa loro’. Perché meravigliarsi se in tanti seguono le loro materie prime e le loro ricchezze che navi, aerei e oleodotti dirottano dal loro mondo verso il nostro?”. Ma il suo non era uno sterile e retorico pessimismo (da lui stesso più volte criticato): “Per la prima volta nella storia si può – forse – scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza”. 25 anni fa sulla rivista “Arcobaleno” esce forse il suo scritto più celebre, “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”, nel quale emerge come il suo punto di vista fosse sempre quello di una persona immersa nel reale. “La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza”, scrive, aggiungendo: “ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio”. Detto questo, “l’autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all’esclusivismo e alla separatezza”. “Occorre sviluppare una complessa arte della convivenza”, ad esempio “offrendo momenti di ‘intimità’ etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica”. “Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l’organizzazione etnica della comunità […]. Ma è evidente – sono ancora sue parole – che se si vuole favorire la convivenza più che l’(auto-)isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico […]. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all’interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica”. Per questo, proponeva di “favorire l’esistenza di ‘zone grigie’, a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione”, dando spazio a “persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione, […dedicandosi alla] esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. Persone-ponti, queste, “capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”. Da qui la proposta dei “gruppi misti inter-etnici”, “un coraggioso laboratorio pioneristico”, un progetto tanto semplice quanto troppe volte complesso da realizzare, ma fattibile, necessario, sempre più urgente. In Langer, però, si badi bene, forte era l’attaccamento viscerale nei confronti della propria terra d’origine, nonostante il suo approccio cosmopolita: le radici le intendeva come “ciò che ci permette di sentirci a casa, di ciò che ci permette di sentirci parte di generazioni, di storia, di tradizione, di cultura, anche di prospettiva di senso”. Ma purtroppo sul bisogno di radici “si specula con tante forme di integralismo”, e dunque “la comunità locale deve essere la ragionevole alternativa su cui coltivare le radici senza abusi ideologici”, senza “un’ipervalutazione del noi”, evitando di usare “bandiere di identificazione” come “bandiere contro qualcuno”.

Giona dei giorni nostri

Mite e tenace era Langer, dicevamo all’inizio. Sempre al servizio, sempre in prima linea, spronava e attuava alla “semplicità” nel modo di vivere, che non significa “semplificare” un mondo così complesso. “In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del ‘gratuito’, di ciò che si può usare ma non comperare”, scriveva. Negli appunti per una relazione del 1991, dedicata a don Tonino Bello, cita Giona, definendolo “profeta controvoglia”, con un’ironia mista a sofferenza: “troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio […]. Quanta distanza dai tanti profeti autoinvestiti! Si capisce che Giona non corra per alcuna nomination, ma anzi cerchi di sottrarsi. Si ha fame di verità, di profeti il cui messaggio sia più importante del latore”. E’ così, oggi più che mai il nostro mondo ha fame di verità e al tempo stesso di profeti che la vivano. Langer era uno di questi.

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A Ferrara un incontro per conoscerlo meglio

Un “saggio e un profeta”, capace di “intrecciare tra loro sapienza e realismo”. Era questo Alexander Langer, ricordato in un incontro pubblico svoltosi nella Libreria Feltrinelli di Ferrara (in via Garibaldi) lo scorso 26 febbraio. L’appuntamento, introdotto da Anna Quarzi dell’ISCO, era il primo del ciclo di presentazioni librarie curate da Daniele Lugli, dal titolo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione” (con il patrocinio dell’Istituto di Storia Contemporanea, del Movimento Nonviolento e del Comune di Ferrara), incontro nel quale è stato presentato il volume “Alexander Langer. Una buona politica per riparare il mondo”, a cura di Marzio Marzorati e Massimo “Mao” Valpiana. “Cosa resta nell’oggi delle idee di Langer?”, si è interrogato quest’ultimo, al quale Lugli ha aggiunto: “e noi, quanto siamo attuali rispetto alle sue idee profetiche?”. “Langer – ha spiegato Lugli – non si limitava alla conoscenza delle cose, ma si impegnava per tentare di cambiarle con proposte concrete, guardando in profondità nei processi e sottolineando la complessità e la diversità come ricchezze, su una base di uguaglianza di fondo”. “Di lui, come di don Milani – ha spiegato Valpiana -, si potevi dire: ‘è una persona vera’, con lui il confronto era sempre costruttivo, in lui avvertivi che c’era della verità”. I prossimi incontri del ciclo sono i seguenti: martedì 5 marzo, “Critica della violenza”, di Andrea Caffi, a cura di Alberto Castelli; martedì 12 marzo, “Resistenza nonviolenta a Forlì”, di Raffaele Barbiero; martedì 19 marzo, “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, di Enzo Bellettato; martedì 26 marzo “Silvano Balboni era un dono. Ferrara 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, di Daniele Lugli. Il ciclo ha valore legale di corso di aggiornamento e formazione per insegnanti e studenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

http://lavocediferrara.it/

Un omaggio a Pietro Pinna: dodici artisti celebrano il primo obiettore

15 Nov

Prosegue il progetto dedicato al pacifista vissuto a Ferrara. Sabato inaugura la collettiva alla Galleria del Carbone

pinna

Dodici artisti ferraresi rendono omaggio al concittadino (acquisito) Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza al servizio militare del dopoguerra, nel 70esimo anniversario dal suo atto di “rivolta pacifica”.
Inaugura sabato 17 novembre alle ore 18 nella Galleria del Carbone di Ferrara (che spesso ha ospitato iniziative del Movimento Nonviolento) la collettiva – col patrocinio del Comune di Ferrara e dell’Istituto di Storia Contemporanea, visitabile fino al 9 dicembre – con opere di Raoul Beltrame, Maurizio Bonora, Paola Bonora, Riccardo Bottazzi, Daniela Carletti, Gianfranco Goberti, Gianni Guidi, Paolo Pallara, Lorenzo Romani, Paolo Volta, Sergio Zanni, Luca Zarattini. “Un mondo senza bellezza è un mondo senza significato…ci tenevo alla bellezza: fu una perdita molto grande quella”, dice Pinna riferendosi al desolante oltraggio alla sua città, e non solo, portato dal secondo conflitto mondiale. “Ci sono i morti, le sofferenze, ma una sensibilità acuta, per il bello, per l’arte, l’ha accompagnato tutta la vita”, scrive Daniele Lugli, figura storica del Movimento Nonviolento italiano, nel testo introduttivo alla mostra. Nonviolenza e arte trovano così occasione per rendere pubblico il proprio connubio, per dimostrare come “la bellezza salverà il mondo” dalla violenza dei popoli e dei potenti.
Il progetto espositivo al Carbone fa parte di un percorso che parte con la pubblicazione nella primavera del 2017 del libro “Silvano Balboni era un dono”, a cura dello stesso Lugli, prosegue con la doppia esposizione, un anno fa, nel Palazzo Municipale di Ferrara. “Senza Offesa. Strategia di opposizione nonviolenta” e “50 anni di Azione nonviolenta” sono i nomi delle due mostre allestite dalla Galleria del Carbone, e successivamente portate in diverse scuole cittadine (Licei Carducci, Ariosto, Roiti, mentre la prima attualmente è alla Scuola Tasso). Proseguendo, lo scorso 17 ottobre è stato inaugurato il fondo librario intitolato a Pinna, nella Biblioteca Bassani al quartiere Barco. E ora l’esposizione al Carbone – che vedrà un altro momento significato l’8 dicembre quando Fabio Mangolini leggerà brani di Pinna pubblicati nel libro “La mia obbiezione di coscienza” (ed. Movimento Nonviolento) -, e le cui 12 opere di altrettanti artisti verranno pubblicate nel calendario 2019 della Galleria del Carbone, e in un catalogo ad hoc.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 15 novembre 2018