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Sulla soglia ultima della vita: cura o indifferenza?

15 Giu

A breve, la Regione Emilia-Romagna avrà una sua legge sul suicidio medicalmente assistito. Torna, dunque, l’urgenza di porre nel dibattito pubblico alcuni elementi di riflessione che non perdano di vista alcune coordinate fondamentali: la condivisione con la persona, l’amore e la prossimità, le domande ultime su Dio e l’esistenza

di Andrea Musacci

Forse troppo poco si sta dibattendo a livello pubblico sulla proposta di legge della nostra regione dedicata al suicidio medicalmente assistito. Seguendo la scelta della Toscana, infatti, anche l’Emilia-Romagna avrà la sua legge sul fine vita, presumibilmente entro l’estate. La maggioranza in Regione – formata da Pd, Avs, M5s e Civici con de Pascale – ha stilato un testo che di fatto traduce in legge la determina dirigenziale che nel 2024 – presidente Stefano Bonaccini – fu fatta per aggirare il voto in Aula che non avrebbe ottenuto la maggioranza per la contrarietà manifestata da alcuni cattolici del Pd. Al di là dei contenuti della proposta di legge, crediamo che ogni discussione – e a maggior ragione ogni scelta legislativa – sul tema debba essere accompagnata da alcune riflessioni che vanno oltre il livello medico e giuridico, perché ne sono il fondamento.

Chi ogni giorno agisce all’insegna della cura, soprattutto delle fragilità (che sia la cura dei migranti, dei bambini, dei diversamente abili, degli anziani, ecc.) non può smettere di interrogarsi su quale sia il senso e il limite della cura stessa. In coscienza, cioè, non può mai smettere di interrogarsi se determinate parole e posizioni nel dibattito pubblico, e determinate scelte legislative che ne conseguono, possono andare in direzione contraria a questo principio fondamentale della cura.

DOLORE E COMUNIONE

Innanzitutto, partiamo dal dolore. Il dolore può insegnare: ciò significa che bisogna desiderarlo? Assolutamente no. Il dolorismo non appartiene all’autentica visione cristiana, che è anelito alla comunione con Dio, quindi alla piena beatitudine. Dall’altra parte, Cristo ci insegna una relazione vera con la realtà (in ultima analisi, con Lui stesso), non l’alienazione: il dolore – spirituale, mentale, fisico – è inevitabile. Autoeducarsi, quindi, a soffrire è fondamentale. Saper affrontare il dolore è decisivo: potrebbe aiutare a meglio comprendere il valore della gratuità, della grazia, del perdono, della misericordia. È la logica della Croce, dono supremo e più radicale. Abituarsi, quindi, anche quando si è in uno stato fisico e spirituale positivo e sano, a non concentrarsi troppo sul proprio ego, a desiderare la condivisione con gli altri, a lenire il loro dolore. A farsi prossimi, così da non dimenticare il gusto pieno della comunione.

DESIDERIO DEL NULLA E DESIDERIO D’AMORE

Ora ci poniamo un’altra domanda: cosa differenzia il suicidio in una clinica svizzera da quello di un uomo che, ad esempio, si getta dall’ultimo piano di un palazzo? La sua sofferenza negli ultimi istanti, si dirà. Su questo non c’è dubbio. Ma, ci permettiamo di aggiungere, forse vi è anche un po’ di ipocrisia e poca umanità fra chi elogia il primo metodo e rinnega il secondo: la morte, infatti, sembrano pensare, va sempre più nascosta, resa privata e, soprattutto, l’angoscia e il dolore che portano a un gesto estremo van considerati sempre più “fatto privato”. Fatto intimo, che appartiene solo alla coscienza della persona, alla sua libertà “assoluta”. Ma così, pian piano, su questo piano inclinato, si arriverà a non dover fermare nessun aspirante suicida; e si arriverà a negare anche ogni dibattito filosofico, antropologico e religioso sulla morte e sul morire, e dunque sulla vita e sul suo senso. È anche questo che, implicitamente, è in pericolo con la retorica dell’“autodeterminazione totale” e del ridurre la morte a un mero fatto medico e giuridico. Verrà a mancare quello sguardo di pietà piena che a chi è sul crinale dice “farò di tutto affinché tu viva, e viva sentendoti amato”. 

E questa di chi non vuole dare la morte è anche una forma di nonviolenza, di rifiuto dell’atto omicida e di scelta consapevole della cura e dell’amore.

QUALE LIBERAZIONE?

Per chi non ha fede nella vita eterna, la morte significa annichilimento, caduta nell’abisso, salvo la memoria della persona defunta. Ma ci chiediamo: che “liberazione” c’è nell’annichilimento totale? Liberarsi dal dolore (spesso da un dolore davvero insopportabile) vuol dire curare il dolore, prendendosi cura della persona. Superarlo con l’amore, anzi nell’amore. La “liberazione” presuppone sempre il raggiungimento di una condizione migliore rispetto alla precedente. Lo stesso fermarsi in tempo per evitare l’accanimento terapeutico è un lasciar morire che sempre porterà in sé – anche per una persona credente – il dramma del distacco, dell’affacciarsi in maniera ancora più radicale sull’abisso del mistero; su questo piano ultimo, in questo punto dove le domande fondamentali si fanno crude, radicali, al punto da non poterle ignorare. Le parole della Gaudium et spes sono illuminanti nella loro chiarezza: 

«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine.

L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva.

Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.

Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte» (GS 18).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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(Foto: Pexels)

Fine vita, il dolore estremo chiede compagnia e ci rimanda alla trascendenza

8 Mar

Eutanasia dal Belgio all’Emilia-Romagna: riflessioni sulla falsa pietà e l’autentica cura

di Andrea Musacci

Appena una settimana fa, in Belgio la Commissione federale di controllo e valutazione dell’eutanasia ha pubblicato i dati aggiornati: nel 2023 i casi di eutanasia certificata sono stati 3.423, il 15% in più rispetto al 2022 e il 3,1% di tutti i decessi (rispetto al 2,5% nel 2022). Ci spostiamo di poco geograficamente, e dai dati passiamo a una notizia: l’ex premier olandese (in carica dal 1977 al 1982, all’epoca del Partito cristiano democratico) Dries van Agt e sua moglie Eugenie, hanno chiesto e ottenuto l’eutanasia di coppia. Un fenomeno, quest’ultimo, in crescita nei Paesi Bassi (dove dal 2002 – come in Belgio – esiste una legge sull’eutanasia e il suicidio assistito): la Commissione di vigilanza Rte informa che nel 2022 sono state accolte quasi il doppio delle richieste di coppie. In totale 29: nel 2019 furono 17, nel 2020 13, e 16 nel 2021.

È utile partire dai dati di Paesi vicini dove l’eutanasia è permessa da molto più tempo, per renderci conto di quel che può essere il futuro anche nel nostro Paese se vengono fatte scelte come quella dell’Emilia-Romagna. Terra, questa, «sazia e disperata», come il card. Biffi definì il suo capoluogo Bologna.

Fa tremare le vene ai polsi il constatare, quindi, come nelle nostre società avanzate il morire si stia riducendo a un passaggio medico-burocratico fra i tanti. Una scelta come le altre, una rivendicazione estrema, assurda legata al falso principio del benessere: «Quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo», scriveva San Giovanni Paolo II in “Evangelium vitae (EV 64). Perciò, «l’eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante “perversione” di essa: la vera “compassione”, infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza». Così, proseguiva papa Wojtyła, «nella società si perde il senso della giustizia ed è minata alla radice la fiducia reciproca, fondamento di ogni autentico rapporto tra le persone» (EV 66).

Pur nella sempre estrema pietà verso chi compie il gesto estremo, va ricordato come questo innanzitutto «comporta il rifiuto dell’amore verso se stessi» (EV 66). Su questo riflette anche il filosofo Fabrice Hadjadj: «l’amore per la propria vita è il fondamento dell’amore per la vita altrui: se non amo me stesso, se detesto la vita, a quale scopo soccorrere il prossimo?» (in “Farcela con la morte”, 2005). Va contro il prossimo, dunque, e contro se stessi. È il non darsi nessun’altra possibilità: «Il suicidio è un assassinio più intimo, senza possibile pentimento, mentre ogni altro omicidio lascia il tempo per un’eventuale conversione (…). Colui che voleva poter fare tutto senza limiti si condanna a non poter fare più nulla. Con il suicidio pretende di liberarsi di tutto, invece si riduce a niente», prosegue Hadjadj.

Ma come scriveva Giovanni Paolo II, «la domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova. È richiesta di aiuto per continuare a sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno» (EV 67). E la speranza per sua natura è un salto oltre la logica e il peso del dolore. È sempre speranza di qualcosa che non riusciamo a scrutare. Ancora Hadjadj: «vedere tutto nell’orizzonte della padronanza significa chiudersi all’incontro, all’imprevisto, all’altro». E all’Altro: «La morte rimanda a una trascendenza, e io» col suicidio «cerco di metterla al livello dei miei ragionamenti». Al contrario, «colui che parla dal pulpito dell’agonia lascia un insegnamento indimenticabile, anche se ridotto a un pietoso battito delle palpebre. È più vivo di ogni altro, ricorda agli altri l’imminenza della morte e l’esigenza della speranza (…). In  quell’ultima ora l’uomo giacente è un tabernacolo».

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Il web può assicurarci “l’eternità”?

11 Nov

“La morte si fa social” è il titolo del libro di Davide Sisto presentato alla libreria Ibs+Libraccio di Ferrara lo scorso 6 novembre: l’importanza di non impedire l’elaborazione del lutto tramite un’illusoria continuità temporale sulla Rete. La proposta di un “testamento digitale”

sistoQuante tracce di noi lasciamo ogni giorno su Internet? Partendo da questo interrogativo, che forse non si pongono ancora in molti, ha iniziato a riflettere Davide Sisto (foto), filosofo, docente e saggista torinese, intervenuto il 6 novembre scorso all’Ibs+Libraccio di Ferrara per presentare il suo ultimo libro, “La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale” (Bollati Boringhieri, 2018). L’incontro è il terzo dei cinque del ciclo intitolato “Uno sguardo al cielo. Percorsi di avvicinamento all’elaborazione del lutto”, organizzato da Università degli Studi di Ferrara, Comune di Ferrara, Onoranze funebri AMSEF e Pazzi. Dopo la presentazione dell’ideatrice Paola Bastianoni, docente di UniFe e il saluto di Michela Pazzi, Stefano Ravaioli ha dialogato con l’autore, il quale ha spiegato: “il problema riguarda principalmente il fatto che sui social e in generale nel mondo della Rete lasciamo molte tracce di noi – audio, video, scritti, fotografie ecc. -, una sorta di ’eredità digitale’ importante, e che sarà sempre più rilevante da gestire”. Tant’è che negli Stati Uniti esiste già la figura del “Digital Death Manager”. Ogni persona, dopo la propria dipartita terrena, nel web diventerà uno “spettro digitale”: la nostra vita “digitale”, infatti, proseguirà dopo quella biologica. Purtroppo, ha proseguito Sisto, “il diritto all’oblio, nonostante si possa fare di più, è impossibile da raggiungere totalmente. Così, chi rimane in vita deve fare sempre più i conti col fatto che l’assenza della persona deceduta è sostituita da tutta questa mole di tracce digitali, che da una parte assomigliano – negativamente – a simulacri, dall’altra possiedono una propria identità specifica, sembrando vive, reali, dando una sorta di illusione che la persona in questione sia ancora viva”. Questo ha un risvolto particolarmente negativo: “impedisce o limita fortemente la necessaria elaborazione del lutto, incentivando il sentimento della rimozione della morte e della non accettazione della stessa. La mancata elaborazione del lutto rende anche in un certo senso “inutile” lo stesso rito funebre “nel suo senso di momento di passaggio, di rottura, di accettazione dell’assenza, di spartiacque tra un prima e un poi”, creando una sorta di “continuità temporale in cui passato, presente e futuro sembrano annullarsi”. Un’altra problematica particolarmente seria, anche dal punto di vista legale, riguarda chi potrà avere diritto all’“eredità digitale” della persona scomparsa (i famigliari? Lo stesso social network? ecc.), “con anche il rischio molto concreto di sciaccallaggio e di furti di dati e di immagini”, come nel caso di “Cambridge Analytica”. Secondo Sisto, sarebbe dunque più che mai necessario poter redigere una sorta di “testamento digitale”. Tanti gli esempi portati dall’autore sul legame tra “mondo dei morti” e “mondo della Rete”: sul social Facebook, ad esempio, si stima che su un totale di circa 2 miliardi di utenti, 50 milioni siano persone decedute. Oppure, è interessante e particolarmente inquietante il fatto che esista un social, “Eter9”, nato in Portogallo, nel quale, una volta iscritti, si possono lasciare informazioni e abitudini personali di ogni tipo: in questo modo, rielaborando in maniera molto complessa tutti questi dati, “Eter9” “continuerà” l’esistenza dell’utente una volta deceduto. Infine, il fatto che molte persone scelgano di assistere a concerti dal vivo nei quali, al posto di cantanti più o meno recentemente deceduti, vi siano ologrammi. La domanda quindi è: qual è il confine tra, da una parte, una giusta, compassionevole e anche necessaria consolazione nei confronti della morte di una persona cara, e, dall’altra, un’illusione che, a lungo termine, può nuocere chi vive il lutto, non elaborandolo adeguatamente?

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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La Voce di Ferrara-Comacchio