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«E se così non fosse?»: il mistero della vita nel libro di Muscardini

3 Giu

Si intitola “La parte visibile” la nuova raccolta di racconti di Giuseppe Muscardini. Un viaggio nella storia e nel cuore dell’uomo

di Andrea Musacci

«E se così non fosse?». Se dietro il pesante velo del reale riuscissimo a intravvedere una luce, uno sprazzo del mistero della vita? È da poco uscito “La parte visibile”, raccolta di 23 racconti di Giuseppe Muscardini (Edizioni Montag, 2026). Muscardini è stato Responsabile della Biblioteca dei Musei d’Arte Antica di Ferrara e ha all’attivo cinque romanzi e diversi saggi in ambito storico-letterario. La domanda iniziale la pronuncia uno dei personaggi di questi suoi affascinanti racconti. La pronuncia con cinismo ma possiamo farla nostra e usarla nel viaggio attraverso i secoli, pagina dopo pagina.

O SANGUE O MUMMIA?

Si inizia nel 225 a.C., l’odio tra celti e romani è «piacere della ferocia» e brama di vendetta. Si conclude con l’ecatombe senza sangue versato del covid. In principio, il protagonista, un celto, dice di vivere «dissanguato completamente in ogni mia volontà di rinascere»; la conclusione corre il rischio dell’astratto ottimismo. La vita è un brivido di potenza, è pieno dominio di sé o pieno dominio sugli altri. Ma il fluire delle pagine porta con sé un affievolirsi tanto della crudeltà quanto del racconto al solo presente; col passare dei secoli, sempre più si fa strada la memoria, sempre più la storia che si fa è anche quella disseppellita e analizzata. La storia “mummificata”, da vivisezionare freddamente, corpo morto oggettificato.

MISTERO: FEMMINILE E MEMORIA

E quindi, «l’occulto era tale perché ancora non esisteva una spiegazione naturale». Ma il titolo stesso di questo libro ci dà un’indicazione, richiamando – per contrasto – l’antitesi, l’invisibile. «E se così non fosse?», appunto: si può fare esperienza vera abbandonando le lenti opache della razionalità, per percepire la vita come mistero, cioè come qualcosa di inafferrabile coi soli occhi di carne. C’è il femminile, in queste pagine, che del mistero è grembo: «La carne insolente che continua a gridare», certo, e il gioco di sguardi fra i vetri di un treno. Emblema del non possedibile, del mistero appunto, è la donna. E c’è un’altra porta verso il mistero, oltre l’algida analisi storica e l’atroce desiderio di distruzione: quella della memoria viva. Memoria nella suggestiva atmosfera di una casa in altri tempi abitata («Ho desiderato un ambiente già vissuto, che emanasse l’afflato dei vecchi inquilini»), o nel martirio di Palach, che prima di diventare reliquia trasforma la storia nel profondo.

NESSUN MANUALE

La ricerca e la lotta – tipiche dell’umano – non aprono quindi al passato, ma al presente e al futuro. Siamo noi che costruiamo quel che sarà storia, storia viva, non cimelio, non antica colonna da salotto. E così, anche un cimitero può essere progetto e creatività: «nessun codice o manuale» «registrerà» l’impronunciabile che è nel cuore dell’uomo. 

«E se così non fosse?»: il «gioire della vita», le parole non dette, gli sguardi rubati, i minuscoli bagliori, le calde prossimità: qui, in questo fluire ci siamo noi, «con le nostre vette e i nostri abissi», bisognosi di accogliere e di pronunciare perdòno, non di essere tra coloro che si pèrdono.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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Se l’imprevisto innesca di nuovo la vita

24 Mag

“Le luci avare dell’alba” è il nome del nuovo romanzo dello scrittore ferrarese Giuseppe Muscardini

A Rovigo la vita di un 60enne insegnante di Liceo, scapolo e stimato conferenziere ormai prossimo alla pensione, sembra scorrere tranquillamente. Ma alcune lettere ritrovate, spedite tra il ’46 e il ’47 da una giovane donna tedesca al padre, dopo avergli regalato spunti per le sue sedute accademiche, sconvolgeranno positivamente la sua esistenza. Un’esistenza non più vissuta in una solitudine divenuta pesante, e nemmeno in un passato ingombrante, ma riannodando i fili tra il primo e il secondo, ricercando una radice e un «affetto sincero» che ridoni senso alla vita.È da poco uscito il romanzo “Le luci avare dell’alba” (Edizioni Amande, 2021) scritto da Giuseppe Muscardini, saggista e romanziere classe ’53, fino al 2015 in servizio nei Musei Civici d’Arte Antica di Ferrara in qualità di Responsabile della Biblioteca.

Nel romanzo, una sorta di archeologia dell’amore e della passione, il passato viene scavato, rievocato con forza. Un passato che è tale perché, in realtà, si annida ancora nel presente, essendone lo spirito, l’origine. Un presente che, però, è vissuto dal protagonista come angusto spazio solitario – sembra dirci lo scrittore -, dunque assoluto, di cui si illude di essere padrone. Il libro ha la tensione investigativa del romanzo giallo e la lentezza e l’accuratezza tipiche di chi è abituato alla ricerca storica e filologica. L’abbrivio della narrazione, in parte autobiografica, è una vicenda per alcuni tratti comune, per altri rara: poco prima della Liberazione, il padre del protagonista viene abbandonato dalla moglie Illa che fugge con un soldato tedesco. Nel cercarla, avrà un rapporto epistolare – e che tale rimarrà – con una dattilografa tedesca, Elke, prima di sposarsi con un’italiana, madre del protagonista. Elke è in un certo senso la proiezione di Illa, il filo pericoloso che lo lega alla moglie fuggita. Un rapporto a distanza, dunque, quello con Elke, la cui reciproca sincerità e mancanza di pudore è forse facilitata proprio dalla lontananza che sembra insormontabile e grazie alla quale si può coltivare l’illusione, alimentare la fantasia e il desiderio.

Fosse finito qui, il romanzo sarebbe stato uno di quelli in cui protagonisti sono gli amori impossibili, irrimediabili, quelli mai goduti. Quelli malinconicamente perduti ma che rimangono sempre tali: potenti affermazioni nelle esistenze di chi li vive, che mai si disperdono del tutto. E invece il protagonista si rifiuta di pagare “le colpe” del padre (e forse di quella generazione), di rassegnarsi. E di quel mucchietto di lettere non ne fa un reliquiario ma una fonte viva d’ispirazione. In questo sta il primo salto da lui compiuto: l’attingere dalla vita, pur trascorsa. Ma compirà anche un secondo, più importante salto, quello dalle parole all’azione, dopo aver trasformato parole morte in parole vive. Un passaggio, questo, per nulla scontato, ma che gli permetterà di meglio mettere a fuoco la propria vita, dopo aver messo a fuoco, nella propria completezza, gli avvenimenti passati riguardanti il padre. «Ormai tutto è inarrestabile», dice all’inizio il protagonista, ancora ignaro che l’imprevisto appare indipendentemente dal nostro evocarlo, dal nostro desiderarlo.

L’innesco, o meglio la voce profetica, anticipatrice, nella vita del protagonista – ancor prima della donna che, come Altro, come volto nel suo apparire gli permetterà di meglio guardarsi – sarà un suo giovane allievo e il suo racconto puro e carnale, non il rimpianto di «quelle felicità intraviste / dei baci che non si è osato dare», citando Brassens/De Andrè. Un amore non pensato, non lontano, ma vissuto dal ragazzo, bruciato e che fa bruciare, un amore clandestino ma senza vittime né tradimenti, come invece nel caso del padre della protagonista.

Un amore concreto, quello del giovane allievo, ma ancora racconto, scintilla dell’amore che sarà, dell’imprevisto incarnato, invece, nella donna (Rosemarie) che, finalmente, comparirà in corpo, verbo e storia, nella totalità quindi del suo essere persona, senza infingimenti poetici, né nostalgici, diretta, fuori dalla narrazione altrui, porta dell’avvenire dentro la vita del protagonista. Una variabile non calcolata che lo rende fragile, dischiudendolo, portandolo, di nuovo, fuori di sé. Come per ogni apertura, egli si sentirà dunque esposto, provocato nel profondo da questa donna mossa dalla volontà di cercarlo in Italia proprio in relazione al padre, ma ignara delle conseguenze di tutto ciò sulle loro vite. Non più investigatori, dunque, saranno, né tantomeno spettatori, ma attori di un’altra storia. È, questo, in fondo, e fuori di ogni retorica, un altro modo di costruire l’avvenire: lasciando tracce di vita piena a chi verrà.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 maggio 2021

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