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In via della Luna storia e bellezza si incrociano

25 Feb

A due passi dal Castello Estense di Ferrara, al civico n. 30, il gestore del “Ristorante Lotregano”, Valter Lucchini, ha deciso di valorizzare due gioielli presenti nel salone interno: uno stucco con Cristo del ’400 e un affresco del ’700. Per far questo ha coinvolto un giovane artista, Daniele Spanu

davForse non in molti, anche tra gli stessi ferraresi, sanno che al civico n. 30 di via della Luna a Ferrara, vi è, non immediatamente visibile per chi non vi entra, tanta storia quanta bellezza. Da diversi anni l’edificio, che dal XVI secolo ospitava il Monte di Pietà di Ferrara, accoglie un ristorante, attualmente il “Lotregano”, gestito da Valter Lucchini, il quale ha deciso di far conoscere i gioielli che adornano la sala interna dove vengono accolti gli avventori. Per questo, ragionando con un suo dipendente, Daniele Spanu, cameriere e artista, ha deciso di riempire la parete dell’ambiente d’ingresso, visibile dalla strada grazie a un’ampia vetrata, con un dipinto murario di grandi dimensioni. Ma, oltre ad aver così abbellito ulteriormente l’edificio, cosa c’è da richiamare all’interno? Come spieghiamo meglio dopo, citando ampiamente le indagini svolte dalla storica Silvia Villani (alla quale va, anche, la stessa riscoperta dell’intera iscrizione dell’affresco), nel soffitto del salone vi è un magnifico stucco del’ 400 col Cristo in Pietà levantesi dal sepolcro, simbolo dei Monti stessi, mentre sulle due pareti del salone stesso vi è una maestosa decorazione parietale.

Una città di ebrei e cristiani

Daniele Spanu, 36 anni, originario di Nuoro, 19ennne si trasferisce a Ferraraper studiare Architettura. Artista e cameriere, di certo non si può dire che non ami quella che ormai è diventata la sua città, la cui storia ha studiato per tentare di omaggiare e di valorizzare le bellezze sopracitate. “Ho impiegato 20 ore per realizzare il dipinto – ci racconta -, oltre a tutto lo studio preliminare. Ho voluto riprendere i colori dell’affresco all’interno, aggiungendone uno, il rosso cardinalizio, che ho scoperto essere presente in diversi affreschi presenti in altri Monti di Pietà della nostra Regione. Per i caratteri ho scelto, invece, lo stile gotico”. Quella di Spanu è un’opera fortemente simmetrica: sul lato sinistro si trova una coppia di ebrei, entrambi con un cappello a punta in testa, un giovane e alle sue spalle un anziano. Il primo regge in mano un calice di vino, richiamo al ristorante (e unico “falso storico”, nel senso che all’epoca, nel XVI secolo, non si usava questo tipo di bicchiere), mentre il secondo tiene in mano un sacco contenente soldi, quelli guadagnati grazie all’attività di prestito, all’epoca tipica di molti ebrei, ma che appunto dal ’500 vedrà la “concorrenza” dei Monti di Pietà nati grazie all’inventiva della Chiesa. Entrambe le figure, inoltre, hanno i piedi aperti, a voler simboleggiare come, probabilmente, fossero più abituati, in quanto benestanti, a partecipare a balli. A destra, invece, vi sono due cristiani poveri (richiamo, in particolare, al francescanesimo): questa volta, però, è l’anziano barbuto a essere in primo piano, mentre il giovane lo troviamo alle sue spalle. Il primo tiene in mano un pesce, l’altro alcune spighe di grano, entrambi simboli delle ricchezze del nostro territorio (un tempo la produzione ittica era maggiore rispetto a oggi). Infine, nella parte alta del dipinto, una croce cristiana si erge sopra 15 sacchi di pietre a simboleggiare i pesi un tempo usati per decretare il valore degli oggetti dati in pegno. A breve il ristorante installerà anche una targhetta all’esterno del ristorante, con le informazioni riguardanti l’affresco, lo stucco e l’intero edificio.

L’imago pietatis e la nascita del Monte di Pietà a Ferrara

E’ del ’400 lo stucco col Cristo in Pietà levantesi dal sepolcro ancora visibile sul soffitto. Tradizionale simbolo dei Monti stessi, l’iconografia può presentare diverse varianti. In questo caso si tratta del Cristo solitario a braccia aperte senza i dolenti o angeli di contorno ma con gli strumenti della Passione (croce, lancia, flagelli, spugna imbevuta d’aceto, corona di spine), il tutto racchiuso in una nicchia ottagonale in uno dei quadri del soffitto. Le spine della corona sono ricavate da veri chiodi, come veri sono i chiodi alle mani per creare un forte verismo e senso di pathos. Proprio questo era lo scopo dell’imago pietatis: eccitare forti emozioni e sollecitare una maggiore generosità nelle donazioni. Il Monte di Pietà di Ferrara era stato fondato da Giacomo Ungarelli, Minore Osservante, nel 1507, un cinquantennio dopo la comparsa dei primi Monti costituiti su impulso di Bernardino da Feltre, con l’intenzione di essere di sollievo ai poveri della città distribuendo contante a fronte di piccoli pegni e fissando il tasso di prestito al 5%, competitivo rispetto a quelli dei banchi allora esistenti, compresi quelli ebraici. L’attività creditizia era iniziata in un edificio di proprietà Bendedei in via Ripagrande, ma dopo pochi anni il giro si era talmente ampliato da rendere troppo angusti i primitivi locali. Nel 1515 venne a mancare uno dei fattori generali degli Estensi,Teodosio Brugia lasciando per legato testamentario il suo palazzo sulla via della Rotta (attuale via Garibaldi) in angolo con Boccacanale di S. Stefano al Monte di Pietà perché vi trasferisse la sua sede. Dal primitivo assetto aveva subito diversi accorpamenti di edifici circostanti arrivando a comprendere l’intero isolato da via Boccacanale di S. Stefano a via della Luna, con ripartizione funzionale degli spazi ad uso del pubblico (per impegnare e riscattare) e del personale. Il Monte di Pietà rimarrà in questa sede fino al 1761 quando sarà trasferito nel nuovo edificio appositamente costruito nell’area dell’ex giardino ducale del Padiglione in Largo Castello. Dopo il fallimento del 1599 seguito alla Devoluzione, il momento critico principale fu il crac del 1646 con chiusura del Monte e strascichi importanti per il tessuto economico della città per un quarto di secolo, fino alla riapertura del Monte di Pietà nel 1671. I responsabili diretti delle malversazioni e ammanchi vennero individuati tra il personale interno, arrivando ad un processo epocale che terminò con condanne capitali una delle quali eseguita proprio davanti al Monte. Per risanare il nuovo Monte di Pietà si ricorse a finanziamenti ad hoc attraverso imposte temporanee pubbliche, comprese le accise su carne, pesce e acquavite.

Il cardinale Ruffo e l’affresco nel salone

Un momento di grande magnificenza per Ferrara fu la Legazione del cardinale Tommaso Ruffo, di famiglia principesca, che assunse nella sua persona la doppia carica vescovile e legatizia dal 1717 al 1736 con interruzioni. Lasciò il suo segno nell’architettura della città, soprattutto con gli imponenti lavori nella Cattedrale e nel Palazzo Arcivescovile, alle ville Mensa di Sabbioncello e Belpoggio di Voghenza ma anche in vari luoghi cittadini. Riguardo ai lacerti della maestosa decorazione parietale, sorpacitata, riapparsa nell’ampio salone del ristorante di via della Luna, si era notato uno stemma cardinalizio centrale affiancato da un cappello ecclesiastico vescovile e da una corona principesca. L’iscrizione era quasi completamente lacunosa ma l’intatto stemma ha consentito di individuare il momento storico e il committente della decorazione. E’ infatti riconoscibilissima l’araldica del cardinale Tommaso Ruffo che per un certo periodo a Ferrara aveva ricoperto la doppia carica di vescovo (poi arcivescovo) e cardinal legato per l’improvvisa morte del predecessore cardinal Patrizi. La sua ben nota volontà di autorappresentazione celebrativa riscontrabile in diversi luoghi cittadini si può ammirare anche qui. Per tentare di integrare l’iscrizione quasi completamente scomparsa si è cercato di individuarla nelle trascrizioni dell’erudito settecentesco Cesare Barotti che con grande acribia aveva raccolto le iscrizioni sepolcrali e civili ferraresi. Nel secondo volume del suo manoscritto di proprietà della Biblioteca Comunale Ariostea, la storica Villani ha ritrovato l’intera iscrizione datata 1727. Si riferisce all’ampia ristrutturazione del locale minacciante rovina per la sua vetustà e alla sua riedificazione in forma più appropriata ed elegante promossa dal referendario Fabrizio Serbelloni. Suggellano l’operazione i Provvisori del Sacro Monte dell’epoca, i nobili ferraresi Gaetano Oroboni, Ercole Calcagnini e Lodovico Gualengo. Nell’orgogliosa rivendicazione di indipendenza dalle diocesi ravennate e bolognese si coglie il successo epocale che il cardinale Ruffo si avviava a conseguire con la concessione dello ius metropolitico per Ferrara (anche se formalmente si concretizzerà solo nel 1735).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° marzo 2019

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Quella piccola comunità di detenuti italiani negli Stati Uniti

18 Feb

“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry. Fra i prigionieri a Letterkenny, anche 9 ferraresi

Alcuni prigionieri dell'82ma compagnia e un ufficiale americano al centro in terza fila, a LetterkennyLetterkenny è un nome che forse ai più non dirà molto, ma che 75 anni fa è diventato, a pieno diritto, luogo di memoria per gli italiani. E’ infatti il nome del campo che tra il ’44 e il ’45 ospitò – in modo più che dignitoso – più di 1200 soldati provenienti dal nostro Paese (del 321° battaglione di cooperatori), perlopiù catturati nell’ultima fase della campagna di Tunisia.
“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” (Il Mulino, 2018) è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry (soci dell’Associazione per la memoria dei prigionieri italiani a Letterkenny – AMPIL) che ricostruisce questo scorcio di storia del secolo scorso. Attraverso un lungo e certosino lavoro di ricerca – utilizzando soprattutto documenti di archivio, consultati presso i National Archives a Washington, gli Archivi militari italiani e l’Archivio Segreto Vaticano -, i due hanno contattato oltre 440 famiglie, che gli han fornito diari, lettere, memorie (spesso inedite), racconti orali e fotografie di loro membri detenuti nel campo a Chambersburg, a due ore di auto da Washington, fra cui gli unici reduci, il gaetano Giovanni Serpe ed Edoardo Quintarelli di Pescantina (VR).
1milione e 200mila furono i soldati italiani fatti prigionieri nella Seconda guerra mondiale, dei quali la metà catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre e gli altri dagli Alleati. Fra quest’ultimi, 125mila furono catturati dagli statunitensi, 51mila dei quali furono inviati negli USA, e qui divisi in 140 campi. Per trasferire i prigionieri italiani negli Usa, gli americani utilizzarono soprattutto navi EC-2 del tipo “Liberty”, per un viaggio di circa 20 giorni alla fine del quale sbarcavano nel porto di New York Citi, Boston o Norfolk/Newport News in Virginia. Da qui, attraverso treni passeggeri, venivano portati nei campi di detenzione.
Cooperatori volontari
Le ragioni per cui molti prigionieri scelsero di cooperare con gli americani furono diverse: “la maggior parte – è scritto nel libro – pensava che l’adesione fosse un dovere militare, dal momento che l’Italia, caduto il fascismo, aveva deciso di aiutare gli Alleati”. Altri prigionieri pensavano invece “che convenisse collaborare anche per guadagnare un po’ di soldi”, o, nel caso di fascisti, “per cercare di far dimenticare il loro passato politico”. Importante fu il contributo di questi circa 1200 soldati italiani all’economia bellica americana, in quanto fornirono la propria manodopera, utilissima in un periodo nel quale gli uomini erano sui vari fronti del conflitto.
L’esistenza dei detenuti cooperatori italiani, seppur limitata negli spostamenti e fatta di molto lavoro, era invidiabile rispetto al trattamento riservato normalmente a persone detenute: vi erano, infatti, diversi momenti di svago, come ad esempio escursioni turistiche, feste da ballo e altre attività ludiche e sociali. Ciò, soprattutto all’inizio provocò, com’è ben spiegato nel libro, un forte risentimento nei loro confronti da parte delle comunità indigene, che non comprendevano il perché di questi benefici elargiti a stranieri, perlopiù detenuti.
Il ruolo della Chiesa Cattolica americana
“Due altri aspetti – è scritto nel libro – resero unica la prigionia dei soldati italiani negli Stati Uniti: la presenza di circa 4 milioni di italoamericani e di una Chiesa cattolica ricca e organizzata”. I primi aiutavano i prigionieri sia con doni materiali e visite nei campi, sia facendo pressioni sulle autorità fossero trattati al meglio. Invece, “i sacerdoti e i cappellani cattolici, alcuni dei quali italiani o di origini italiane, fornirono il conforto religioso, aiuti materiali e operarono quali intermediari nella corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie in Italia”. I detenuti cooperatori di Letterkenny, come gli altri prigionieri italiani negli USA, furono molto assistiti dai War Relief Services (WRS) della National Catholic Welfare Conference, l’organizzazione assistenziale dei vescovi americani, nonché dal Vaticano stesso e dalla Delegazione Apostolica a Washington. “La fede – scrivono gli autori nel volume – era importante per aiutare molti prigionieri a sopportare i lunghi periodi di internamento e la Chiesa Cattolica iniziò a occuparsi dei militari italiani fin dal momento del loro arrivo negli Stati Uniti”.
Storica fu la visita di mons. Amleto Giovanni Cicognani, allora Delegato Apostolico negli USA, al campo di Letterkenny il 22 ottobre 1944. Nell’occasione, celebrò la Messa (nella quale cresimò 16 soldati), distribuì ai detenuti 1100 copie de “Il mio Messale della Domenica”, 100 copie del Nuovo Testamento (con dedica), molti crocifissi e rosari. Lasciò inoltre, come dono principale di Pio XII, la somma di 500 dollari da spendere per i bisogni collettivi del battaglione. Non mancava, tra i prigionieri, appartenenti ad altre confessioni, come Sebastiano Ganci, membro della Chiesa cristiana pentecostale.
Poco tempo dopo la visita di mons. Cicognani, venne approvato un progetto di costruzione di un grande edificio, con 500 posti a sedere, che doveva servire come sala riunioni, cappella, teatro e biblioteca. Nel genanio ’45, però, i detenuti diedero avvio alla costruzione di una chiesa, con campanile, per evitare che le liturgie si svolgessero in un ambiente polivalente. Domenica 13 maggio 1945, mons. Cicognani tornò per la seconda volta a Letterkenny per consacrare l’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

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Il sorriso di Norma e il triste tentativo di farne una martire fascista

11 Feb

Ogni anno, nel Giorno del Ricordo, torna la polemica strumentale sulla fine orribile di Norma Cossetto e di tanti altri italiani (fascisti e antifascisti), vittime delle violenze dell’OZNA, la polizia politica del regime di Tito

norma cossettoNella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943 muore, dopo giorni di violenze e sevizie di ogni tipo, Norma Cossetto, giovane studentessa nata 23 anni prima a Visinada, nell’entroterra istriano, oggi località croata. Il suo nome già negli anni immediatamente successivi alla Liberazione diviene simbolo delle violenze e dei massacri ai danni della comunità italiana locale dell’Istria e della Venezia Giulia nel biennio ’43-‘45, colpita da arresti arbitrari, processi sommari, fucilazioni, sepolture in fosse comuni e infoibamenti ad opera dei partigiani locali titini. Circa un migliaio furono i morti, non necessariamente fascisti, ma anche antifascisti (socialisti, cattolici, liberali). Ma la pietà non deve morire. Mai. E con essa mai dovrebbe venir meno il rispetto per i morti, come nel caso di Norma perlopiù giovani e innocenti. Pietà e rispetto che vengono meno quando da una parte si strumentalizza la morte di questa povera ragazza ergendola a “martire fascista”, usurpandone così il nome, e dall’altra quando si considera la sua una “morte di serie B” solo perché figlia di un gerarca del regime mussoliniano.

La storia di Norma

I genitori di Norma, Giuseppe e Margherita, sono possidenti terrieri. Il padre è stato per molti anni podestà di Visinada, segretario del Fascio locale prima della guerra, e in seguito Capo Manipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Dopo il diploma al Liceo Classico di Gorizia nel ’39, Norma si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Padova, e negli anni successivi inizia a lavorare come insegnante in licei e istituti magistrali. Nel ‘43 la sua famiglia lascia Visinada in quanto, all’arrivo dei partigiani titini in paese, iniziano le minacce. Il 25 settembre un gruppo di partigiani titini irrompe in casa Cossetto razziando ogni cosa, il giorno successivo prelevano Norma portandola nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i partigiani la tormentano, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare con il Movimento Popolare di Liberazione. Al netto rifiuto, viene rinchiusa con altri parenti, conoscenti ed amici nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo. La mattina seguente alcuni membri della famiglia Cossetto cercano di farle visita portando cibo e vestiario di ricambio ma vengono allontanati con la scusa che l’indomani tutti gli arrestati sarebbero ritornati alle proprie abitazioni. È il 30 settembre e la mattina seguente invece della liberazione giunge un nuovo e inaspettato trasferimento. I tedeschi sono in procinto di arrivare a Parenzo e uno degli ultimi autocarri a lasciare la città prima della colonna germanica è quello dei prigionieri che il Comitato Popolare di Liberazione manda ad Antignana, dove vengono rinchiusi, prima nella ex caserma dei Carabinieri, ed in seguito nell’edificio della locale scuola. La situazione repentinamente precipita perché i componenti del presidio partigiano iniziano a torturare e malmenare tutti i detenuti. Tutte le donne vengono violentate e seviziate. Norma, che continua a rifiutare ogni collaborazione con le milizie locali di Tito, viene portata in una stanza a parte dell’edificio, spogliata e legata ad un tavolo. Qui è ripetutamente violentata da diciassette aguzzini, e dopo giorni di sevizie viene gettata nuda nella foiba di Villa Surani, sita alle pendici del Monte Croce, vicino alla strada che da Antignana porta al villaggio agricolo di Montreo. È la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943. Il 13 ottobre 1943 i tedeschi ritornano in paese e, a seguito della cattura di alcuni partigiani titini, riescono a fornire informazioni attendibili a Licia, sorella di Norma, sul destino del padre e della sorella, confermando l’esecuzione di entrambi. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del Fuoco di Pola, al comando del maresciallo Arnaldo Harzarich, recuperano la salma di Norma: rinvenuta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate, un pezzo di legno conficcato nei genitali. La salma di Norma viene composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei vengono arrestati e obbligati a passare l’ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma della giovane donna, prima di venire fucilati dai tedeschi il mattino seguente. Ai funerali di Norma, che verrà tumulata nella tomba di famiglia a Santa Domenica di Visinada assieme al padre, partecipa un grande numero di persone. Nel dopoguerra, l’8 maggio 1949, il Rettore dell’Università di Padova, Aldo Ferrabino, su proposta di Concetto Marchesi (ex rettore, docente, nonché dirigente e deputato del Partito Comunista Italiano, membro dell’Assemblea Costituente e attivo nella scrittura della Costituzione italiana) e del Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia, le conferisce la laurea ad honorem, specificando che Norma è caduta per la difesa della libertà. L’8 febbraio 2005 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concede alla giovane istriana la Medaglia d’oro al merito civile. Il 10 febbraio 2011 l’Università degli Studi di Padova e il Comune di Padova, nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata del Ricordo in memoria delle vittime delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, scoprono nel Cortile Littorio del Palazzo del Bo’ una targa commemorativa. Il Comune di Limena (Padova) nell’aprile 2011 dedica a Norma la Biblioteca Comunale. Diverse città italiane le dedicano una via.

Nelle foibe anche cattolici e antifascisti

Come dicevamo, non solo fascisti o loro famigliari furono tra le vittime delle milizie slave. A Trieste e in Istria, ad esempio, vi furono uccisioni efferate come quella dei democristiani Carlo Dell’Antonio e Romano Meneghello e di don Francesco Bonifacio, torturato e assassinato (il suo corpo non è mai stato ritrovato), ritenuto martire in odium fidei dalla Chiesa, e beatificato nel 2008. Ma ricordiamo anche Augusto Bergera e Luigi Podestà, membri del Comitato di Liberazione Nazionale, che restano due anni in campo di concentramento jugoslavo, il socialista Carlo Schiffrer e l’azionista Michele Miani, scampati ai criminali slavi. A Gorizia e Provincia, fra le vittime si ricordano alcuni esponenti del CLN locale come Licurgo Olivi del Partito Socialista Italiano e Augusto Sverzutti del Partito d’Azione, mentre a Fiume molti antifascisti furono arrestati e deportati, dei quali solo alcuni faranno ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi periodi di detenzione. Gli altri furono giustiziati, senza pietà alcuna, colpevoli solo di non voler passare dalle barbarie nazifasciste a quelle di Tito.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 febbraio 2019

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Il maestro? Un testimone sempre in ricerca

28 Gen

Al via il ciclo di incontri di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea

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“Cosa autorizza una persona a istruire un’altra?”. Da questa domanda “inquietante”, ha preso le mosse la riflessione alla base del ciclo di incontri del 2019 organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’ISCO-Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. La rassegna “Maestri” è stata presentata venerdì 25 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di via delle Scienze a Ferrara. Dopo l’introduzione di Davide Pizzotti (vicedirettore dell’Isco) e i saluti del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, ha preso la parola il Direttore del Gramsci, Fiorenzo Baratelli. “Mettersi in ascolto di testi classici può essere importante per evitare sia di essere inghiottiti dal passato in modo acritico e passivo, sia per superare un’idea di libertà sradicata e delirante rispetto all’eredità di cui ognuno deve farsi carico dei beni della cultura e della sapienza”, è scritto nel testo introduttivo. Così, “il classico – ha riflettuto Baratelli – è colui che, al tempo stesso, è profetico e necessario al presente”, è oltre la contemporaneità e “fuori dal tempo”. Prendendo le mosse dal sopracitato e “inquietante” interrogativo, Baratelli ha riflettuto su come “il vero maestro non fornisce modelli, ma offre una testimonianza, quindi agisce soprattutto sul metodo, sollecitando la volontà dell’allievo, contro l’inerzia del conformismo, presente in tutte le società”. Proseguendo, “il maestro deve riuscire a trasmettere passione per la ricerca della verità, e deve rinnovare nell’allievo lo stupore, la meraviglia per la conoscenza e per la vita”. Deve, quindi, “generare potenzialità, aprire possibilità anche diverse da quelle che lui stesso possiede”. Per l’allievo vale, specularmente, la celebre frase di Goethe: “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. I maestri, dunque, “nascono ogni volta che vi sono domande di senso, che si sente il bisogno di un rinnovato ethos pubblico”. Successivamente, Piero Stefani e Magda Iazzetta hanno letto testi tratti da “Maestro, dove abiti?”, a cura dello stesso Stefani, e intervallate da musiche di W. A. Mozart e J. S. Bach eseguite dalla violinista Lucilla Rose Mariotti. Nel testo, Stefani ha riflettuto sulla coerenza, “che è sempre del testimone, non sempre del maestro”, e a tal proposito ha citato il passo evangelico Mt 23, 1-3: “Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. In conclusione, si può dire che il corretto rapporto tra maestro/testimone e allievo/discepolo sta, come la vita stessa, “in un cammino di ricerca condiviso, anche se è sempre personale”, chiamando così in ballo la responsabilità e la creatività di ognuno.

Andrea Musacci

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Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Potere o liberazione? Il ’68 e le sue contraddizioni

14 Gen

68.6Riflessioni a margine della mostra “Vogliamo tutto 1968-2018”, esposta fino al 20 gennaio a Ferrara grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca. Un racconto emblematico dell’essere umano, delle sue lotte e del suo cammino, partendo dal desiderio personale per arrivare al sogno di un mondo migliore

[Qui e qui le pagine con l’articolo]

“Vogliamo tutto”, la libertà e il potere, vogliamo desiderare di un desiderio grande e desiderare fino al rischio di perdere noi stessi. Sembravano dire questo i giovani che negli anni Sessanta hanno stravolto il secolo breve, invertendone la rotta, modificando per sempre il senso della storia, tanto in Occidente quanto in Oriente. Una mostra, esposta e presentata per la prima volta al Meeting di Rimini (che ne è anche l’ideatore e il realizzatore) nell’agosto del 2018, è visitabile nelle Grotte del Boldini di Ferrara fino al 20 gennaio grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca.

Tra Prometeo e Sisifo

Quando il desiderio viene liberato, tutto sembra possibile: finalmente, negli anni ’60, la persona riacquista una nuova centralità, dopo le sbornie dittatoriali, collettiviste, dopo il conformismo – positivo e negativo – dei partiti e dei sindacati di massa, nel mondo cattolico e in quello laico, dopo le adunate oceaniche e le truppe delle due ecatombi mondiali. Una volontà di essere soggetti che viene inglobata nell’universo mercificante del consumo. L’“io” viene illusoriamente posto al centro: ma è un “io” indistinto, a-personale, falso. Un “io” promesso a chiunque abbia sufficienti capacità economiche, che “torna al centro” proveniendo in molti casi dalla miseria, e dal conseguente anonimato. Il benessere del cosiddetto boom economico individua i soggetti più facili da attirare, i giovani, vale a dire coloro che meno rispetto agli adulti hanno vissuto la povertà e meno hanno introiettato retaggi e costumi tradizionali. E, soprattutto, sono coloro che hanno un futuro, sono dunque le potenziali basi sulle quali il potere può ricostruirsi, può investire a lungo termine. Ma i giovani, in positivo, sono anche coloro che possiedono una maggiore spinta creatrice, una speranza recondita, naturale, inevitabile per chi desidera che il domani sia migliore dell’oggi, che il futuro sia una promessa di gioia e non un incubo. “La modernità – si legge in uno dei pannelli esposti al Boldini – crea spazi di libertà e di affermazione personale, intercettando bisogni e introducendo nuovi desideri, che chiedono soddisfazione”. La liberazione del desiderio è dunque arma a doppio taglio:necessaria, insita nella natura dell’uomo, per non soffocarlo, per non anestetizzarlo, ma al tempo stesso orizzonte ignoto, rischio. La società “consumistica” fornisce una risposta al bisogno di affermazione dell’individuo, al suo desiderio. Ma è una risposta pericolosa, in quanto promette “una vita riempita di ‘cose’ ” – com’è scritto in mostra -, la sua è una finta razionalità. Questo tipo di società sottovaluta il rischio legato al possesso, la smania, per sua natura insaziabile, di accumulazione di beni. Al tempo stesso il consumismo crea anche un universo simbolico forte, prorompente, affascinante, e dà vita a un’illusione di comunità, quella dei consumatori, appunto, accomunati dal marchio, dall’esperienza (che si presenta sempre come la definitiva in termini di godimento e di soddisfazione). Una nebulosa di individui fra i quali non vi può essere vera relazione, vera condivisione. Ma questa illusione simbolica e d’appartenenza fa in modo che il consumo non crei solo cose, ma persone, dimostrando, comunque, di riconoscere che ciò che tende a ridurre a oggetto, oggetto non è. Celebre è la definizione di “consumismo” espressa negli anni Cinquanta dall’economista americano Victor Lebow, in un articolo intitolato “Price competition in 1955”: “La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo”. Infatti, scriveva Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione” del ’64, “in questa società l’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali”. “Abitudini, tradizioni e valori sono messi in discussione”, è scritto nell’esposizione, e “i beni superflui si sono trasformati in necessari”. Uno dei simboli di questo benessere e di questa, perlopiù illusoria, sensazione di appartenenza mai vista prima, è la televisione. Anche qui, il desiderio iniziale, di fondo, è positivo, naturale: il desiderio di conoscenza, il bisogno di sapere, di capire, antidoto alla paura dell’ignoto, desiderio istintivo di “controllo”, di superare il timore – atavico? – di essere esclusi, di finir relegati ai margini della società, della vita, della storia. “Vogliamo il pane ma anche le rose”, recitava uno slogan pronunciato da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista statunitense, nel 1912. Cosa c’è dunque di male in questo? Lo diceva anche Cristo (Mt 4, 1-4): «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». È l’essere umano, eterno Prometeo, che sempre più si ribella alla schiavitù dell’immobile dipendenza, entrando, però, nella dipendenza di un nuovo potere. Un nuovo potere che lo assoggetta in un circolo vizioso, trasformandolo, dunque, anche in un eterno Sisifo, che desidera, e desiderando si pone in movimento e in relazione, cerca soddisfazione, e la trova. Ma il desiderio rinasce sotto forme al tempo stesso sempre nuove e sempre identiche. E la relazione con l’altro, con l’Altro, si perde, evapora nel rapporto – non relazionale – con le cose e con quell’universo simbolico affascinante ma terribile, perché privo di volto, di storia. Promessa di libertà e al tempo stesso assurdità elevata a dovere, non affrontata ma vissuta, passivamente inalata (non più anelata). Com’è scritto nella mostra, “qual è la vera natura del desiderio? La ‘mancanza ad essere’ ”, che, appunto, il consumismo illude di soddisfare, incanalando pensieri, energie, sogni in un turbinio di simboli e cose che non fanno che scalfire appena la crosta del cuore umano.

“Ti fa rivoltare il cuore…”

“Siamo giovani […]. Abbiamo uno spirito sufficientemente libero per ribellarci ad ogni imposizione, per non venderci al conformismo in cambio della tranquillità e del quieto vivere. Sfuggiamo ad ogni compromesso come dal peggior nemico” (Rivista “Milano studenti”, 1958) Su questo terreno nasce la contestazione del ’68, da quei giovani stanchi di un mondo nel quale il fine ultimo deciso, anzi imposto, è quello del benessere, dell’opulenza, del narcisismo feroce e solitario, anti-comunitario, che è, certo, anche bellezza, ma al tempo stesso zavorra che impedisce un volo più grande. I giovani, è chiaro, si ribellano anche contro il mondo antico, fatto di autoritarismo, di comunità vissute come stantie e soffocanti, di regole viste come rigide, assurde, di sovrastrutture che occultano l’essenza del vivere, annacquandola. La rivoluzione tanto desiderata era già avvenuta, soprattutto nel linguaggio, nell’abbigliamento. I figli del mito americano, mentre lo vivono, lo mettono in discussione. I “prodotti” del mito si ribellano al padre e al suo presente già deciso, cercando un diverso equilibrio fra individuo e comunità, fra libertà e appartenenza, sognando un avvenire più vero, più umano, consci, almeno all’inizio, che l’unica strada stia nella ricerca continua. In questo, a tratti, la mostra si dimostra forse eccessivamente ingiusta nella critica che rivolge in particolare all’“avanguardia” degli studenti americani (Students for a Democratic Society), autori nei primi anni ’60 del Manifesto di Port Huron.

In generale, si cerca di sostituire i miti di plastica del consumo con miti in carne e ossa, seppur lontani, fra i quali “Che” Guevara, Mao Tse-Tung, Martin Luther King. Si cerca un’immedesimazione e al tempo stesso un sogno, quindi qualcosa che non finisca per appiattire sul già dato, sul presente, sul consueto. Anche qui, la questione si mostra ambivalente: da una parte vi è un desiderio collettivo di riconoscersi a livello globale, di dare carne e sangue al principio di fratellanza universale; dall’altra parte, vi è il rischio – molto concreto – che il modello diventi un nuovo idolo, un nuovo oggetto alienante. Una sintesi, dunque, che non si realizzerà mai pienamente. Ma il tentativo è stato fatto, ed è sincero, la sua radice è autentica.

Il convitato di pietra

Scuola e università sono tra i primi bersagli di quest’onda, di questa rivoluzione immaginata sotto l’effigie del “Che”. Si rivendica una pedagogia che sia – insieme – relazione, trasmissione e sviluppo della capacità di ragionamento. Come detto in modo simile per la tv, il desiderio di conoscenza, il scoprirsi essere “intelligenti” significa pensarsi ed essere pensati come persone, non come meri ricettori passivi. “Cercarsi un fine”, scriveva don Lorenzo Milani nella Lettera a una professoressa. “Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo”. Al contrario, scrive ancora il sacerdote di Barbiana, la scuola “non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Ed essere persona significa anche, nella libertà e nella creatività, nel genio irripetibile di ognuno, coniugare corpo e anima, spirito e materia, teoria e prassi. Non solo scuola e università, ma l’intero convitato di pietra delle istituzioni – Stato, partito, Chiesa, sindacato, famiglia – incombe, viene evocato dai giovani per distruggerne la falsa sacralità. Sarà, in effetti, per queste strutture, l’inizio della fine, di un’agonia che, se non li ucciderà del tutto, di certo li sconvolgerà, “obbligandoli” a ripensarsi, a ridefinirsi. Anche nel mondo cattolico ci si interroga, sospinti e interpellati dal trambusto culturale e di costume di questi anni. La stessa appartenenza ecclesiale è messa in discussione, è dunque affrontata, “semplicemente” interpellata (anche se in realtà è tutt’altro che semplice), attraverso un atto di discernimento, personale e collettivo, per poter vedere meglio, dunque per meglio comprendere, individuando cosa trattenere e cosa non, sentendo “l’esigenza di tornare al nucleo essenziale del messaggio cristiano”.

Il lato oscuro

La speranza di un’intera generazione, nata dal desiderio, si trasformerà, però, anche in un “tentato suicidio”: dalle lotte per la pace, dalla genuinità e dalla gioia, parte del Movimento approderà alla violenza, a un nuovo conformismo, a nuove ideologie, a un nuovo odio. Chi, in cuor suo manifestava e lottava con nel cuore una brama di potere, di comando, chi ha lasciato che il desiderio si corrompesse in volontà di controllo degli altri a lui “prossimi”, e di annullamento dei “lontani”, “deviò” dallo spirito originario del ’68. “Se non si grida evviva la libertà umilmente / Non si grida evviva la libertà”, dice P. P. Pasolini ne “La rabbia”. “Se non si grida evviva la libertà ridendo / Non si grida evviva la libertà. / Se non si grida evviva la libertà con amore / Non si grida evviva la libertà. / Voi, figli dei figli gridate / con disprezzo, con rabbia, con odio evviva la libertà. / Perciò non gridate evviva la libertà. / Questo sappiate, figli dei figli. / Che gridate evviva la libertà con disprezzo, con rabbia, con odio”. E’, questo, dunque, il lato oscuro del ’68, presente ma non totalizzante, che non fa venir meno quelli positivi, sacrosanti, di liberazione del desiderio, di ricerca di una più autentica convivialità (nelle differenze). Un naturale diritto come quello di parola e di espressione integrale (non solo verbale) viene conquistato, con tutte le contraddizioni e gli errori che si porta dietro il cammino e la lotta. Ma è un risultato che non si può dare per scontato. La mostra non riconosce del tutto questa conquista fondamentale, non rende del tutto merito a questa proficua e vitale lotta contro l’autoritarismo, contro il “si è sempre fatto così” applicato a ogni ambito della vita, dal mondo educativo e culturale a quello ecclesiale, passando per quello politico, familiare, e così via. Ma soprattutto, il grande assente del progetto espositivo è, purtroppo, il movimento operaio (che, ricordiamo, vide fra i suoi protagonisti anche parte del laicato cattolico) con le sue fondamentali lotte intraprese soprattutto nel biennio ’68-’69.

“Non abbiamo bisogno del potere”

Così si intitola un pannello della mostra, ed è forse qui la chiave del ’68 originario: un processo che non abbia “fini” ai quali sacrificare ogni mezzo possibile, ma che comprenda che il potere non va conquistato ma disseminato ovunque, in ogni coscienza, in ogni corpo, in ogni cellula della società. Che si costruiscano un presente e un avvenire nei quali si ottengano i diritti che spettano a ognuno, senza che siano elargiti dall’alto. Una società, dunque, dove non ci sia più nessuno che possa “concedere” dall’alto a qualcun’altro in basso. E che non si sostituisca, nei posti di potere, i “cattivi” coi “buoni”, i “vecchi” coi “giovani”. “Ti troverai – scriveva Pasolini ne “La poesia della tradizione” rivolgendosi a quella gioventù – a usare l’autorità paterna in balia del potere / imparlabile che ti ha voluta contro il potere, / generazione sfortunata!”. Dal ’68 possiamo, quindi, salvare una concezione assembleare, fondata sulla corresponsabilità, sul discernimento come processo continuo, partecipato e non finalistico. Proprio nel ’68 moriva Aldo Capitini, padre italiano del movimento nonviolento, che nel suo ultimo scritto, “La forza dei piccoli gruppi”, datato 6 ottobre 1968, scriveva: il movimento nonviolento “distingue due fasi nel potere, e la prima è il potere senza governo, quel potere di tutti che in tanti modi può essere, attivamente e coordinatamente, rafforzato dai nonviolenti mediante l’incoraggiamento a prender posizione, a controllare, a collegarsi, a formare comunità, a sacrificarsi”.

“Si risponde camminando”

In uno degli ultimi pannelli della mostra vi è scritto: “L’intensa stagione del Sessantotto ha generato trasformazioni profonde. Il quadro che ne esce è in chiaroscuro. La società è più libera, ma è anche instabile e inquieta. I giovani sono ancora alla ricerca di punti di riferimento non alienanti, che non tradiscano il desiderio di autenticità e di pienezza”. Ci sentiamo di concordare, sapendo però che “l’ instabilità e l’inquietudine” sono necessarie, sono segno di vita, rivolta contro l’atarassia. È sempre preferibile l’essere (la ricerca del proprio modo di essere persona) al non-essere della passività, dell’accettazione di forme propinate come “oggettive” di essere uomo o donna, cittadino/a, cristiano/a, giovane, padre o madre. “Allo scetticismo – scriveva ancora Capitini nel ’68 – si risponde camminando”. La mostra si conclude con questo interrogativo essenziale: “come si fa a cambiare davvero il mondo? E come si fa a vivere insieme e a condividere il destino comune? Ad ogni generazione si ripropone l’alternativa: prendere sul serio tali domande, oppure liquidarle magari con qualche risposta troppo facile, per sentirsi assolti dal compito di individuare la strada che ci permetta di avere una vita più piena e di contribuire alla costruzione di un mondo migliore”. Perché, come scrisse Capitini nel sopracitato scritto, “deve diventare assurdo che ci sia un escluso, un mancante, un misero”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

Sakura, i colori e le atmosfere del Giappone per tre giorni a Ferrara

25 Lug

logo sakuraIn pieno solleone a Ferrara sbarca il…Sol Levante. Dopo il successo, sofferto e insperato, del debutto svoltosi nel settembre 2015 nel Palazzo della Racchetta, da venerdì 28 a domenica 30 luglio la nostra città ospiterà la seconda edizione della biennale Sakura Festival, rassegna artistico-culturale dedicata al Giappone e al rapporto tra il Paese orientale e la storia di Ferrara.

Nelle sotterranee Sale Imbarcadero del Castello Estense di Ferrara, le organizzatrici Grazia Guberti della Business Consulting & Event Design Srls (che curò la prima edizione) e Marianna Petronelli, pittrice, proporranno un ampio programma composto, tra l’altro, da esibizioni di danza e canto tradizionali, rituali tipici come la cerimonia del tè e la vestizione del Kimono tradizionale, oltre a pratiche come l’Ikebana, o le arti marziali. Ma non mancheranno anche laboratori interattivi, per grandi e piccoli, di calligrafia, etegami ed origami. Ed è proprio Grazia Guberti a raccontare (e raccontarsi) alla Nuova in vista della tre giorni.

Quale obiettivo si pone il Sakura?

«Il Festival ha come obiettivo principale quello di mettere in luce un evento storico svoltosi nel periodo rinascimentale con protagonisti la Corte Estense e il Giappone, facendo incontrare due culture tanto diverse ma al tempo stesso simili, attraverso differenti espressioni artistiche».

Il Sakura ha quindi un forte legame con Ferrara e la sua storia…

«Certo, si tratta di una storia lunga 430 anni, iniziata il 22 giugno 1585, quando giunsero nella nostra città tre giovani giapponesi con il loro seguito, ospitati per alcuni giorni alla corte di Alfonso II d’Este e Margherita di Gonzaga. I tre facevano parte di una missione, organizzata dalla Compagnia dei Gesuiti in Giappone al fine di far visita all’allora pontefice, Papa Gregorio XIII, e all’intera penisola italiana. Altro episodio che lega l’Italia al Giappone è la visita di Hasekura Rokuemon nell’anno 1615».

Quali sono le novità più rilevanti rispetto alla prima edizione?

«Sicuramente la location che si presta per ovvi motivi storici a tutto quello che è stato motore della prima edizione! Altro punto di forza saranno i nuovi espositori che cercheranno di coinvolgere i visitatori nella scoperta di questi due meravigliosi mondi. Infine, vi sarà un percorso di storie e leggende che trasporteranno le persone in realtà spesso sconosciute…»

Tutto ciò in un’ottica multidisciplinare…

«Esatto, vi saranno momenti ludico-ricreativi aperti a tutti i visitatori, ma anche teatro, musica, artigianato, senza dimenticare lo sport. Saranno tre giornate indimenticabili, grazie all’impegno di tante persone coordinate da me e Marianna Petronelli».

Com’è nata la collaborazione tra voi due?

«Ci siamo conosciute alcuni anni fa in occasione della prima edizione del Sakura, e da quel momento due persone molto diverse tra loro, come siamo noi due, si sono unite sempre di più: da lì è nata davvero una collaborazione forte, fondata su obiettivi comuni, ma soprattutto un’amicizia reale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 luglio 2017

L’importanza delle Fondazioni nell’eredità di Gramsci

17 Giu
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Antonio Gramsci

«In passato ci siamo avvicinati a passi troppo veloci e non ragionati alla costruzione del Partito Democratico. Alla sua nascita si decise, sbagliando, che il nuovo partito non avrebbe avuto rapporti giuridici col patrimonio immobiliare e culturale del Pci-Pds-Ds. Ciò ha riguardato anche Gramsci». ll senatore del Pd Ugo Sposetti ieri mattina è intervenuto nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (Isco) di Ferrara per un incontro in occasione dell’80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, tra i padri del Partito Comunista Italiano.
La “rottura”che, secondo le sopracitate parole di Sposetti, il Partito Democratico avrebbe attuato con la propria storia, sarebbe stato “mitigato” dalla nascita, in questo primo decennio di vita del Pd, di 62 Fondazioni eredi dell’enorme patrimonio, soprattutto immobiliare, appartenuto al Pci. Nel territorio ferrarese è la Fondazione “L’Approdo”, presieduta da Bracciano Lodi, a svolgere questo compito. «Nessun partito in Italia – ha proseguito Sposetti – ha conservato la propria intera documentazione storica», conservata nella nostra città dall’Archivio Storico PCI Ferrara, coadiuvato dall’Isco locale, e in parte digitalizzato sul sito http://www.storiapciferrarese.it, presentato da Omar Salani Favaro. «Ci vorranno ancora un paio di anni – hanno spiegato sia Lodi sia Anna Quarzi dell’Isco – per mettere in rete sul sito tutto l’archivio del Pci ferrarese».
Un pensiero, quello del comunismo italiano – sono stati concordi gli altri intervenuti, Andrea Baravelli, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Ferrara, e Fiorenzo Baratelli dell’Istituto Gramsci – oggi «sterminato culturalmente», e che quindi, a partire da Gramsci, va «ristudiato e diffuso» contro il «chiacchiericcio onnicomprensivo del dibattito politico attuale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 giugno 2017