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Potere o liberazione? Il ’68 e le sue contraddizioni

14 Gen

68.6Riflessioni a margine della mostra “Vogliamo tutto 1968-2018”, esposta fino al 20 gennaio a Ferrara grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca. Un racconto emblematico dell’essere umano, delle sue lotte e del suo cammino, partendo dal desiderio personale per arrivare al sogno di un mondo migliore

[Qui e qui le pagine con l’articolo]

“Vogliamo tutto”, la libertà e il potere, vogliamo desiderare di un desiderio grande e desiderare fino al rischio di perdere noi stessi. Sembravano dire questo i giovani che negli anni Sessanta hanno stravolto il secolo breve, invertendone la rotta, modificando per sempre il senso della storia, tanto in Occidente quanto in Oriente. Una mostra, esposta e presentata per la prima volta al Meeting di Rimini (che ne è anche l’ideatore e il realizzatore) nell’agosto del 2018, è visitabile nelle Grotte del Boldini di Ferrara fino al 20 gennaio grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca.

Tra Prometeo e Sisifo

Quando il desiderio viene liberato, tutto sembra possibile: finalmente, negli anni ’60, la persona riacquista una nuova centralità, dopo le sbornie dittatoriali, collettiviste, dopo il conformismo – positivo e negativo – dei partiti e dei sindacati di massa, nel mondo cattolico e in quello laico, dopo le adunate oceaniche e le truppe delle due ecatombi mondiali. Una volontà di essere soggetti che viene inglobata nell’universo mercificante del consumo. L’“io” viene illusoriamente posto al centro: ma è un “io” indistinto, a-personale, falso. Un “io” promesso a chiunque abbia sufficienti capacità economiche, che “torna al centro” proveniendo in molti casi dalla miseria, e dal conseguente anonimato. Il benessere del cosiddetto boom economico individua i soggetti più facili da attirare, i giovani, vale a dire coloro che meno rispetto agli adulti hanno vissuto la povertà e meno hanno introiettato retaggi e costumi tradizionali. E, soprattutto, sono coloro che hanno un futuro, sono dunque le potenziali basi sulle quali il potere può ricostruirsi, può investire a lungo termine. Ma i giovani, in positivo, sono anche coloro che possiedono una maggiore spinta creatrice, una speranza recondita, naturale, inevitabile per chi desidera che il domani sia migliore dell’oggi, che il futuro sia una promessa di gioia e non un incubo. “La modernità – si legge in uno dei pannelli esposti al Boldini – crea spazi di libertà e di affermazione personale, intercettando bisogni e introducendo nuovi desideri, che chiedono soddisfazione”. La liberazione del desiderio è dunque arma a doppio taglio:necessaria, insita nella natura dell’uomo, per non soffocarlo, per non anestetizzarlo, ma al tempo stesso orizzonte ignoto, rischio. La società “consumistica” fornisce una risposta al bisogno di affermazione dell’individuo, al suo desiderio. Ma è una risposta pericolosa, in quanto promette “una vita riempita di ‘cose’ ” – com’è scritto in mostra -, la sua è una finta razionalità. Questo tipo di società sottovaluta il rischio legato al possesso, la smania, per sua natura insaziabile, di accumulazione di beni. Al tempo stesso il consumismo crea anche un universo simbolico forte, prorompente, affascinante, e dà vita a un’illusione di comunità, quella dei consumatori, appunto, accomunati dal marchio, dall’esperienza (che si presenta sempre come la definitiva in termini di godimento e di soddisfazione). Una nebulosa di individui fra i quali non vi può essere vera relazione, vera condivisione. Ma questa illusione simbolica e d’appartenenza fa in modo che il consumo non crei solo cose, ma persone, dimostrando, comunque, di riconoscere che ciò che tende a ridurre a oggetto, oggetto non è. Celebre è la definizione di “consumismo” espressa negli anni Cinquanta dall’economista americano Victor Lebow, in un articolo intitolato “Price competition in 1955”: “La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo”. Infatti, scriveva Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione” del ’64, “in questa società l’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali”. “Abitudini, tradizioni e valori sono messi in discussione”, è scritto nell’esposizione, e “i beni superflui si sono trasformati in necessari”. Uno dei simboli di questo benessere e di questa, perlopiù illusoria, sensazione di appartenenza mai vista prima, è la televisione. Anche qui, il desiderio iniziale, di fondo, è positivo, naturale: il desiderio di conoscenza, il bisogno di sapere, di capire, antidoto alla paura dell’ignoto, desiderio istintivo di “controllo”, di superare il timore – atavico? – di essere esclusi, di finir relegati ai margini della società, della vita, della storia. “Vogliamo il pane ma anche le rose”, recitava uno slogan pronunciato da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista statunitense, nel 1912. Cosa c’è dunque di male in questo? Lo diceva anche Cristo (Mt 4, 1-4): «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». È l’essere umano, eterno Prometeo, che sempre più si ribella alla schiavitù dell’immobile dipendenza, entrando, però, nella dipendenza di un nuovo potere. Un nuovo potere che lo assoggetta in un circolo vizioso, trasformandolo, dunque, anche in un eterno Sisifo, che desidera, e desiderando si pone in movimento e in relazione, cerca soddisfazione, e la trova. Ma il desiderio rinasce sotto forme al tempo stesso sempre nuove e sempre identiche. E la relazione con l’altro, con l’Altro, si perde, evapora nel rapporto – non relazionale – con le cose e con quell’universo simbolico affascinante ma terribile, perché privo di volto, di storia. Promessa di libertà e al tempo stesso assurdità elevata a dovere, non affrontata ma vissuta, passivamente inalata (non più anelata). Com’è scritto nella mostra, “qual è la vera natura del desiderio? La ‘mancanza ad essere’ ”, che, appunto, il consumismo illude di soddisfare, incanalando pensieri, energie, sogni in un turbinio di simboli e cose che non fanno che scalfire appena la crosta del cuore umano.

“Ti fa rivoltare il cuore…”

“Siamo giovani […]. Abbiamo uno spirito sufficientemente libero per ribellarci ad ogni imposizione, per non venderci al conformismo in cambio della tranquillità e del quieto vivere. Sfuggiamo ad ogni compromesso come dal peggior nemico” (Rivista “Milano studenti”, 1958) Su questo terreno nasce la contestazione del ’68, da quei giovani stanchi di un mondo nel quale il fine ultimo deciso, anzi imposto, è quello del benessere, dell’opulenza, del narcisismo feroce e solitario, anti-comunitario, che è, certo, anche bellezza, ma al tempo stesso zavorra che impedisce un volo più grande. I giovani, è chiaro, si ribellano anche contro il mondo antico, fatto di autoritarismo, di comunità vissute come stantie e soffocanti, di regole viste come rigide, assurde, di sovrastrutture che occultano l’essenza del vivere, annacquandola. La rivoluzione tanto desiderata era già avvenuta, soprattutto nel linguaggio, nell’abbigliamento. I figli del mito americano, mentre lo vivono, lo mettono in discussione. I “prodotti” del mito si ribellano al padre e al suo presente già deciso, cercando un diverso equilibrio fra individuo e comunità, fra libertà e appartenenza, sognando un avvenire più vero, più umano, consci, almeno all’inizio, che l’unica strada stia nella ricerca continua. In questo, a tratti, la mostra si dimostra forse eccessivamente ingiusta nella critica che rivolge in particolare all’“avanguardia” degli studenti americani (Students for a Democratic Society), autori nei primi anni ’60 del Manifesto di Port Huron.

In generale, si cerca di sostituire i miti di plastica del consumo con miti in carne e ossa, seppur lontani, fra i quali “Che” Guevara, Mao Tse-Tung, Martin Luther King. Si cerca un’immedesimazione e al tempo stesso un sogno, quindi qualcosa che non finisca per appiattire sul già dato, sul presente, sul consueto. Anche qui, la questione si mostra ambivalente: da una parte vi è un desiderio collettivo di riconoscersi a livello globale, di dare carne e sangue al principio di fratellanza universale; dall’altra parte, vi è il rischio – molto concreto – che il modello diventi un nuovo idolo, un nuovo oggetto alienante. Una sintesi, dunque, che non si realizzerà mai pienamente. Ma il tentativo è stato fatto, ed è sincero, la sua radice è autentica.

Il convitato di pietra

Scuola e università sono tra i primi bersagli di quest’onda, di questa rivoluzione immaginata sotto l’effigie del “Che”. Si rivendica una pedagogia che sia – insieme – relazione, trasmissione e sviluppo della capacità di ragionamento. Come detto in modo simile per la tv, il desiderio di conoscenza, il scoprirsi essere “intelligenti” significa pensarsi ed essere pensati come persone, non come meri ricettori passivi. “Cercarsi un fine”, scriveva don Lorenzo Milani nella Lettera a una professoressa. “Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo”. Al contrario, scrive ancora il sacerdote di Barbiana, la scuola “non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Ed essere persona significa anche, nella libertà e nella creatività, nel genio irripetibile di ognuno, coniugare corpo e anima, spirito e materia, teoria e prassi. Non solo scuola e università, ma l’intero convitato di pietra delle istituzioni – Stato, partito, Chiesa, sindacato, famiglia – incombe, viene evocato dai giovani per distruggerne la falsa sacralità. Sarà, in effetti, per queste strutture, l’inizio della fine, di un’agonia che, se non li ucciderà del tutto, di certo li sconvolgerà, “obbligandoli” a ripensarsi, a ridefinirsi. Anche nel mondo cattolico ci si interroga, sospinti e interpellati dal trambusto culturale e di costume di questi anni. La stessa appartenenza ecclesiale è messa in discussione, è dunque affrontata, “semplicemente” interpellata (anche se in realtà è tutt’altro che semplice), attraverso un atto di discernimento, personale e collettivo, per poter vedere meglio, dunque per meglio comprendere, individuando cosa trattenere e cosa non, sentendo “l’esigenza di tornare al nucleo essenziale del messaggio cristiano”.

Il lato oscuro

La speranza di un’intera generazione, nata dal desiderio, si trasformerà, però, anche in un “tentato suicidio”: dalle lotte per la pace, dalla genuinità e dalla gioia, parte del Movimento approderà alla violenza, a un nuovo conformismo, a nuove ideologie, a un nuovo odio. Chi, in cuor suo manifestava e lottava con nel cuore una brama di potere, di comando, chi ha lasciato che il desiderio si corrompesse in volontà di controllo degli altri a lui “prossimi”, e di annullamento dei “lontani”, “deviò” dallo spirito originario del ’68. “Se non si grida evviva la libertà umilmente / Non si grida evviva la libertà”, dice P. P. Pasolini ne “La rabbia”. “Se non si grida evviva la libertà ridendo / Non si grida evviva la libertà. / Se non si grida evviva la libertà con amore / Non si grida evviva la libertà. / Voi, figli dei figli gridate / con disprezzo, con rabbia, con odio evviva la libertà. / Perciò non gridate evviva la libertà. / Questo sappiate, figli dei figli. / Che gridate evviva la libertà con disprezzo, con rabbia, con odio”. E’, questo, dunque, il lato oscuro del ’68, presente ma non totalizzante, che non fa venir meno quelli positivi, sacrosanti, di liberazione del desiderio, di ricerca di una più autentica convivialità (nelle differenze). Un naturale diritto come quello di parola e di espressione integrale (non solo verbale) viene conquistato, con tutte le contraddizioni e gli errori che si porta dietro il cammino e la lotta. Ma è un risultato che non si può dare per scontato. La mostra non riconosce del tutto questa conquista fondamentale, non rende del tutto merito a questa proficua e vitale lotta contro l’autoritarismo, contro il “si è sempre fatto così” applicato a ogni ambito della vita, dal mondo educativo e culturale a quello ecclesiale, passando per quello politico, familiare, e così via. Ma soprattutto, il grande assente del progetto espositivo è, purtroppo, il movimento operaio (che, ricordiamo, vide fra i suoi protagonisti anche parte del laicato cattolico) con le sue fondamentali lotte intraprese soprattutto nel biennio ’68-’69.

“Non abbiamo bisogno del potere”

Così si intitola un pannello della mostra, ed è forse qui la chiave del ’68 originario: un processo che non abbia “fini” ai quali sacrificare ogni mezzo possibile, ma che comprenda che il potere non va conquistato ma disseminato ovunque, in ogni coscienza, in ogni corpo, in ogni cellula della società. Che si costruiscano un presente e un avvenire nei quali si ottengano i diritti che spettano a ognuno, senza che siano elargiti dall’alto. Una società, dunque, dove non ci sia più nessuno che possa “concedere” dall’alto a qualcun’altro in basso. E che non si sostituisca, nei posti di potere, i “cattivi” coi “buoni”, i “vecchi” coi “giovani”. “Ti troverai – scriveva Pasolini ne “La poesia della tradizione” rivolgendosi a quella gioventù – a usare l’autorità paterna in balia del potere / imparlabile che ti ha voluta contro il potere, / generazione sfortunata!”. Dal ’68 possiamo, quindi, salvare una concezione assembleare, fondata sulla corresponsabilità, sul discernimento come processo continuo, partecipato e non finalistico. Proprio nel ’68 moriva Aldo Capitini, padre italiano del movimento nonviolento, che nel suo ultimo scritto, “La forza dei piccoli gruppi”, datato 6 ottobre 1968, scriveva: il movimento nonviolento “distingue due fasi nel potere, e la prima è il potere senza governo, quel potere di tutti che in tanti modi può essere, attivamente e coordinatamente, rafforzato dai nonviolenti mediante l’incoraggiamento a prender posizione, a controllare, a collegarsi, a formare comunità, a sacrificarsi”.

“Si risponde camminando”

In uno degli ultimi pannelli della mostra vi è scritto: “L’intensa stagione del Sessantotto ha generato trasformazioni profonde. Il quadro che ne esce è in chiaroscuro. La società è più libera, ma è anche instabile e inquieta. I giovani sono ancora alla ricerca di punti di riferimento non alienanti, che non tradiscano il desiderio di autenticità e di pienezza”. Ci sentiamo di concordare, sapendo però che “l’ instabilità e l’inquietudine” sono necessarie, sono segno di vita, rivolta contro l’atarassia. È sempre preferibile l’essere (la ricerca del proprio modo di essere persona) al non-essere della passività, dell’accettazione di forme propinate come “oggettive” di essere uomo o donna, cittadino/a, cristiano/a, giovane, padre o madre. “Allo scetticismo – scriveva ancora Capitini nel ’68 – si risponde camminando”. La mostra si conclude con questo interrogativo essenziale: “come si fa a cambiare davvero il mondo? E come si fa a vivere insieme e a condividere il destino comune? Ad ogni generazione si ripropone l’alternativa: prendere sul serio tali domande, oppure liquidarle magari con qualche risposta troppo facile, per sentirsi assolti dal compito di individuare la strada che ci permetta di avere una vita più piena e di contribuire alla costruzione di un mondo migliore”. Perché, come scrisse Capitini nel sopracitato scritto, “deve diventare assurdo che ci sia un escluso, un mancante, un misero”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

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Sakura, i colori e le atmosfere del Giappone per tre giorni a Ferrara

25 Lug

logo sakuraIn pieno solleone a Ferrara sbarca il…Sol Levante. Dopo il successo, sofferto e insperato, del debutto svoltosi nel settembre 2015 nel Palazzo della Racchetta, da venerdì 28 a domenica 30 luglio la nostra città ospiterà la seconda edizione della biennale Sakura Festival, rassegna artistico-culturale dedicata al Giappone e al rapporto tra il Paese orientale e la storia di Ferrara.

Nelle sotterranee Sale Imbarcadero del Castello Estense di Ferrara, le organizzatrici Grazia Guberti della Business Consulting & Event Design Srls (che curò la prima edizione) e Marianna Petronelli, pittrice, proporranno un ampio programma composto, tra l’altro, da esibizioni di danza e canto tradizionali, rituali tipici come la cerimonia del tè e la vestizione del Kimono tradizionale, oltre a pratiche come l’Ikebana, o le arti marziali. Ma non mancheranno anche laboratori interattivi, per grandi e piccoli, di calligrafia, etegami ed origami. Ed è proprio Grazia Guberti a raccontare (e raccontarsi) alla Nuova in vista della tre giorni.

Quale obiettivo si pone il Sakura?

«Il Festival ha come obiettivo principale quello di mettere in luce un evento storico svoltosi nel periodo rinascimentale con protagonisti la Corte Estense e il Giappone, facendo incontrare due culture tanto diverse ma al tempo stesso simili, attraverso differenti espressioni artistiche».

Il Sakura ha quindi un forte legame con Ferrara e la sua storia…

«Certo, si tratta di una storia lunga 430 anni, iniziata il 22 giugno 1585, quando giunsero nella nostra città tre giovani giapponesi con il loro seguito, ospitati per alcuni giorni alla corte di Alfonso II d’Este e Margherita di Gonzaga. I tre facevano parte di una missione, organizzata dalla Compagnia dei Gesuiti in Giappone al fine di far visita all’allora pontefice, Papa Gregorio XIII, e all’intera penisola italiana. Altro episodio che lega l’Italia al Giappone è la visita di Hasekura Rokuemon nell’anno 1615».

Quali sono le novità più rilevanti rispetto alla prima edizione?

«Sicuramente la location che si presta per ovvi motivi storici a tutto quello che è stato motore della prima edizione! Altro punto di forza saranno i nuovi espositori che cercheranno di coinvolgere i visitatori nella scoperta di questi due meravigliosi mondi. Infine, vi sarà un percorso di storie e leggende che trasporteranno le persone in realtà spesso sconosciute…»

Tutto ciò in un’ottica multidisciplinare…

«Esatto, vi saranno momenti ludico-ricreativi aperti a tutti i visitatori, ma anche teatro, musica, artigianato, senza dimenticare lo sport. Saranno tre giornate indimenticabili, grazie all’impegno di tante persone coordinate da me e Marianna Petronelli».

Com’è nata la collaborazione tra voi due?

«Ci siamo conosciute alcuni anni fa in occasione della prima edizione del Sakura, e da quel momento due persone molto diverse tra loro, come siamo noi due, si sono unite sempre di più: da lì è nata davvero una collaborazione forte, fondata su obiettivi comuni, ma soprattutto un’amicizia reale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 luglio 2017

L’importanza delle Fondazioni nell’eredità di Gramsci

17 Giu
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Antonio Gramsci

«In passato ci siamo avvicinati a passi troppo veloci e non ragionati alla costruzione del Partito Democratico. Alla sua nascita si decise, sbagliando, che il nuovo partito non avrebbe avuto rapporti giuridici col patrimonio immobiliare e culturale del Pci-Pds-Ds. Ciò ha riguardato anche Gramsci». ll senatore del Pd Ugo Sposetti ieri mattina è intervenuto nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (Isco) di Ferrara per un incontro in occasione dell’80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, tra i padri del Partito Comunista Italiano.
La “rottura”che, secondo le sopracitate parole di Sposetti, il Partito Democratico avrebbe attuato con la propria storia, sarebbe stato “mitigato” dalla nascita, in questo primo decennio di vita del Pd, di 62 Fondazioni eredi dell’enorme patrimonio, soprattutto immobiliare, appartenuto al Pci. Nel territorio ferrarese è la Fondazione “L’Approdo”, presieduta da Bracciano Lodi, a svolgere questo compito. «Nessun partito in Italia – ha proseguito Sposetti – ha conservato la propria intera documentazione storica», conservata nella nostra città dall’Archivio Storico PCI Ferrara, coadiuvato dall’Isco locale, e in parte digitalizzato sul sito http://www.storiapciferrarese.it, presentato da Omar Salani Favaro. «Ci vorranno ancora un paio di anni – hanno spiegato sia Lodi sia Anna Quarzi dell’Isco – per mettere in rete sul sito tutto l’archivio del Pci ferrarese».
Un pensiero, quello del comunismo italiano – sono stati concordi gli altri intervenuti, Andrea Baravelli, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Ferrara, e Fiorenzo Baratelli dell’Istituto Gramsci – oggi «sterminato culturalmente», e che quindi, a partire da Gramsci, va «ristudiato e diffuso» contro il «chiacchiericcio onnicomprensivo del dibattito politico attuale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 giugno 2017

Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara perla dell’architetto romano Mattei

7 Mag

Un libro del professore universitario Ticconi racconta le opere del concittadino «Con il suo scalone d’onore l’edificio è un gioiello purtroppo sottovalutato»

[Qui il mio articolo sul sito de la Nuova Ferrara]

index«Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara col suo scalone d’onore è un gioiello assoluto, purtroppo sottovalutato anche qui in città». Nella Ferrara degli Estensi ancora oggi è forte la tentazione di considerare il periodo pontificio come minore rispetto a quello rinascimentale. Così, luoghi come l’Arcivescovado e personalità come quella dell’architetto Tommaso Mattei sono ampiamente sconosciute o, nella migliore delle ipotesi, sottovalutate.
Per ridare il giusto peso a tutto ciò, lo scorso gennaio è uscito il volume Tommaso Mattei 1652-1726. L’opera di un architetto romano tra ’600 e ’700 (Gangemi Editore) di Dimitri Ticconi, professore di storia dell’architettura all’Università La Sapienza di Roma.
Chi era Mattei? Perché il suo lavoro è stato così importante? «Mattei inizia la propria formazione nella bottega di Gian Lorenzo Bernini – spiega Ticconi -, dove lavorava anche il padre orafo, poi si avvicinerà all’architettura diventando collaboratore di Carlo Rainaldi, alla cui morte ne assumerà l’eredità professionale. Nella sua carriera lavorerà, ad esempio, per alcune tra le più importanti famiglie romane, come i Borghese, rielaborando un raffinato decorativismo. Insomma, Mattei ha il merito di traghettare l’architettura dal ’600 al ’700, attraverso un gusto appartenente al primo Rococò romano, ancora barocco e lievemente decorativo».
Allora perché è così poco noto? «In Italia gli studi sulla cultura artistica e architettonica dal tardo ’600 fino agli anni ’30 del ’700, non hanno mai focalizzato un interesse su personalità di rilievo come Mattei, ma solo sulle più note come Carlo Fontana. Negli anni ’60 del secolo scorso ci sono state, in poche nicchie di studi storiografici, alcune personalità che hanno iniziato a recuperare il tardo ’600 e il primo ’700 romano, ma sono rimaste inascoltate. Negli ultimi 25-30 anni si ha un interesse a riscoprire figure come la sua ritenute minori, anche se non vi è ancora una storiografia al riguardo».
Ma Mattei da Roma come giunge a Ferrara? «Vi arriva nel 1717 quando era l’architetto più in auge a Roma, scelto dall’allora arcivescovo di Ferrara, Tommaso Ruffo, che voleva il meglio per ristrutturare il Palazzo Arcivescovile. Mattei porta dunque a Ferrara la sua cultura architettonica, di cui ne è segno lampante ad esempio la facciata, ma con equilibrio. L’opera di Mattei a Ferrara non può dunque essere considerata minore, sconta anche un eccessiva attenzione al periodo degli Estensi, che svaluta – ingiustamente – il periodo pontificio.E nello scalone Mattei ha “portato” a Ferrara, rielaborandolo con squisito decorativismo, una metafora della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini: varrebbe la pena di venire a Ferrara solo per vedere questo capolavoro assoluto, che ha nulla da invidiare ad altre gemme della città».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 6 maggio 2017

Storia e arte in parete: guida alle mostre del fine settimana

11 Mar
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Un’opera di Anna Di Prospero in mostra al MIA Photo Fair

Anche in questo fine settimana Ferrara si conferma a pieno titolo città d’arte. Partendo da fuori, da giovedì fino a domani è in programma a Milano il MIA Photo Fair, dove la ferrarese Maria Livia Brunelli home gallery è presente con tre fotografi (Silvia Camporesi, Anna Di Prospero e Hiroyuki Masuyama) allo stand A47, con un progetto curatoriale sull’energia dei luoghi.
Nel nostro territorio, oggi alle 10.30 nella Sala Voltini del Centro Culturale Cappuccini di Argenta inaugura, con la presentazione del libro omonimo, la mostra storico-documentaria “Legati mani e piedi con rozze funi. Le carte raccontano la pellagra a Ferrara ed Argenta 1859-1933” a cura di Magda Beltrami e Mara Guerra, presenti insieme a Benedetta Bolognesi dell’Archivio Storico comunale. La mostra, in parete fino al 1° aprile, è visitabile da lunedì a sabato dalle 8.30 alle 19. Sempre ad Argenta, oggi alle 17.30 nel Centro Culturale Mercato inaugura la mostra di Marino Trioschi, “Trioschi. Antologica 1970-2017”, promossa con la Galleria d’arte Stefano Poppi e la Galleria Giacomo Cesari, entrambe di Argenta, e con presentazione di Franco Bertoni. La mostra sarà aperta fino al 17 aprile e visitabile da martedì a sabato 9.30-12.30, da giovedì a domenica 15.30-18.30.
A Ferrara, invece, oggi alle 16 a Casa Ariosto è in programma il “Concerto per Franco” del duo Claudio Miotto (clarinetto) e Paolo Rosini (chitarra), nell’ambito della mostra di don Franco Patruno “La libertà di dire, la verità di fare”, in esposizione fino al 12 marzo. L’entrata è gratuita.
“Andar per rifugi” è, invece, il titolo della mostra fotografica che la Sezione di Ferrara del Club Alpino Italiano presenta da oggi, alle 17, fino al 19 marzo alla Porta degli Angeli.
Domani, invece, alle 11 nel Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara (in c.so Ercole I d’Este, 19) inaugura la seconda sezione della mostra storico-documentaria “E Beltrame disegnò la Grande Guerra”, a cura di Gian Paolo Marchetti, con la collaborazione di Antonella Guarnieri, Elena Ferraresi e Martina Rubbi. La mostra sarà visitabile fino al 9 aprile dal martedì alla domenica, 9.30-13 e 15-18.

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Un’opera di don Patruno in mostra a Casa Ariosto

Ancora domani, alle 11 nella sede dell’Associazione “Al boattino” di Masi Torello (in via dei Masi, 8) inaugura la mostra fotografica “Storie ferraresi”, con opere di Silvia Grillanda, Andrea Mantovani e Germano Nardini. La visita della mostra con aperitivo è possibile tramite iscrizione (10 euro) all’Associazione.
Sempre fuori città, domani dalle 15.30 al Mondo Agricolo Ferrarese a San Bartolomeo in Bosco (in via Imperiale, 265) avrà luogo l’evento “Arte internazionale e mondo culturale della tradizione a confronto”, con presentazione di G. P. Borghi della mostra di Habdessamad Halloumi, “Da Casablanca a Ferrara”, in parete fino al 5 aprile. Alle ore 16 di domani, invece, inaugura la personale di pittura di Alessandro Govoni nella sede di G&G Fashion Art in via IV novembre, 15/b a Renazzo.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara l’11 marzo 2017

Ottorino Bacilieri, una vita per la cultura e il territorio

15 Dic
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Chiara Cavicchi, Paolo Benetti e Ottorino Bacilieri a Belriguardo all’inizio del 2015

Nato a Portomaggiore nel 1951, Ottorino Bacilieri è stato direttore responsabile delle riviste Ceramica Antica e Pittura Antica, del periodico Il Porto e del Bollettino della Ferrariae Decus, della quale fu consigliere dal 2001. Realizzò diverse mostre e rassegne per la valorizzazione dei beni culturali del territorio. È autore di cinque edizioni aggiornate della Guida Turistica di Voghiera e dei testi relativi ai Comuni di Voghiera e Masi Torello nella Guida Turistica Sulle Sponde del Sandalo, di cui è stato anche il curatore. Svolse per conto del Comune di Voghiera una collaborazione per l’allestimento del Museo Archeologico di Belriguardo e per la Sala di Scultura dedicata a Giuseppe Virgili. Nel 2012 seguì e curò la mostra dedicata a Giorgio De Vincenzi allestita nella sala Torre di Belriguardo. Nel novembre 2013 ricevette l’incarico di realizzare la mostra artistica Wunderkammer a Malborghetto di Boara per conto della Fondazione Fratelli Navarra e realizzò anche il catalogo. Svolse l’incarico di Assessore alla Cultura del Comune di Voghiera per tre legislature, dal 1999 al 2014 e fu anche vicesindaco nell’ultima. Nel 2014 realizzò per Belriguardo la nuova sezione di “Archeologia Industriale”. Nell’aprile del 2015 seguì attivamente la retrospettiva di Antonio Torresi allestita a Belriguardo.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 15 dicembre 2016

Buffalo Bill a tavola dalla Gigina

13 Dic
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Buffalo Bill

Più che un ristorante è un “luogo di culto” della gastronomia ferrarese. È la trattoria Gigina, in via San Giacomo, 51 a Ferrara, così vicina alla stazione che, fino al 1983, i binari del treno merci rasentavano il locale.

“…da 115 anni una repubblica fondata sulla salama” è lo slogan non ufficiale del locale, coniato da Roberto, cliente fisso. Fondata nel 1901 dalla “Gigina”, al secolo Maria Luisa Zaccaria, di origini bolognesi, nata nel 1889 e morta nel 1977, la trattoria è sempre stata gestita dalla famiglia, prima dal figlio Tonino, poi dal nipote Gianpaolo“Franco” Baglioni, classe ’43. Proprio lui ci racconta la storia del ristorante e della nonna paterna Maria Luisa, forse chiamata “Gigina” perché iniziò a gestire il locale all’età di 19 anni.

Tra gli aneddoti, nel 1906 il leggendario Buffalo Bill (William Frederick Cody), a Ferrara per uno spettacolo, si fermò dalla “Gigina” per bere una birra. L’aneddoto, mai confermato, risulta verosimile in quanto Buffalo Bill si esibì in Piazza d’Armi,  a 100 metri dal ristorante. Gigina divenne famoso per il panino con la fetta di salamina, e per la birra Pedavena nello stivale da un litro, che Baglioni dall’anno scorso ha scelto di riproporre. A proposito della salama da sugo, invece, Baglioni ci spiega come « è merito nostro se è ancora in auge a Ferrara, in quanto l’abbiamo mantenuta anche se per diversi anni veniva “snobbata” come piatto volgare».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 13 dicembre 2016