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Sarajevo, tutto l’orrore e tutta la speranza del mondo

30 Mag

«Irina aveva 1 anno quando fu uccisa da un cecchino»: a Santo Spirito in tante e tanti per la serata dedicata al ricordo dell’assedio negli anni ’90 e del “safari umano” su cui ancora si indaga. Ecco le testimonianze di quell’orrore e il grido di pace di chi c’era

Uomini che volevano sperimentare l’orrido piacere di sentirsi padroni della vita e della morte di innocenti, e rimandendo anonimi e impuniti. Ma c’è chi ora vuole portare alla luce questi delitti. Sulla “Voce” dell’8 e del 15 maggio scorsi vi abbiamo parlato dei “cecchini per gioco” nella Sarajevo assediata dal 1992 al ’96. 

Il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara ha compiuto la scelta coraggiosa di dedicare una serata a questo macabro pezzo della storia contemporanea, e l’ha fatto la sera dello scorso 22 maggio, con la proiezione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic, uscito nel 2022. 

Il documentario inizia con alcuni uomini che, durante l’assedio di Sarajevo, raccolgono su un ponte i corpi di un ragazzo e di una ragazza, colpiti a morte da un cecchino. Corpi che vengono posti nel baule di una macchina e portati in ospedale. Il loro sangue è colato sull’asfalto. Nel filmato, poi, la testimonianza di un uomo dal volto coperto, uno sloveno, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, poi assunto da un’importante agenzia investigativa USA. «Un giorno – racconta – vidi tre uomini stranieri, non vedevano l’ora di entrare in azione». Parla di statunitensi, canadesi, russi. «Si spostavano fra diverse postazioni, per sparare. Uno si sdraiò e ricevette un fucile: una persona venne colpita. La cosa mi inorridì molto».Questi stranieri «ricoprivano posizioni elevate, erano protette, uno di loro parlava un inglese fluente». Forse scelsero di fare questo safari umano «perché nella loro vita si annoiavano». L’uomo racconta anche di un bambino colpito a morte mentre passeggiava con la madre, «mano nella mano». Erano tutti «cacciatori esperti» questi stranieri, ma «generalmente colpivano al torace, perché alla testa era più difficile» a distanza.

Poi il documentario segue con la testimonianza di un uomo e una donna, marito e moglie, che raccontano di come nell’ottobre ’93, fossero in giro per una passeggiata nelle strade di Sarajevo con Irina, la loro figlia di 1 anno e 4 giorni. «Erano giorni tranquilli, non si sentivano spari», dice la donna. Ma all’improvviso, dal nulla, Irina viene colpita da un proiettile. Il proiettile di un cecchino. «E nel ’94 – racconta ancora – rimango incinta nuovamente, di un maschio, che però al 9° mese di gravidanza muore.Il medico mi spiegò che aveva assorbito il mio stato mentale».Lo stato mentale di una persona fortemente traumatizzata.

Un altro uomo, un bosniaco sulla 50ina, costretto su una sedia a rotelle, racconta di quand’era 20enne, soldato e studente universitario. Il 3 marzo del ’95 era contento ed essendo una giornata primaverile uscì per fare una passeggiata, «il cielo era bello». Un cecchino lo colpì, condannandolo a non poter più camminare. «Siamo stati tutti uccisi dalla guerra, stiamo tutti lentamente morendo per queste ferite», dice. E non parla delle ferite fisiche.

Viene poi intervistato Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, testimone molto importante, che riporta ciò che un soldato serbo di 20 anni fatto prigioniero dai bosniaci allora raccontò loro: «ci parlò di cinque stranieri, di cui 3 italiani – uno milanese -, diretti nel ’93 a Pale (cittadina a 17 km da Sarajevo, ndr) e con attrezzatura da caccia di lusso». Uomini arrivati anche «con auto di lusso, che dissero che pagavano per poter essere cecchini». Ed erano «scortati dalle forze speciali serbe».Allora «informammo SISMI e SISDE ma l’unica cosa che ci dissero, dopo mesi, e che tutto era stato bloccato e che non si sarebbero più ripetute queste azioni». Non fu così.

«Dio, se potessi vivere solo un altro giorno, per vedere il sole spuntare sulla Bosnia…», canta un gruppo di ragazzini bosniaci nel finale, seduti nei loro banchi di scuola. Un agrodolce canto di speranza. 

Quella che si è cercata di trasmettere a inizio e a fine serata a S.Spirito. In apertura, infatti, vi è stato il collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast “Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio”, prodotto da Bottega Errante Edizioni. «Fino a qualche anno fa sembrava incredibile – han detto – che in Europa ci fosse stata una guerra devastante come quella nei Balcani. Eppure, nel 2022 questo incubo si è ripetuto in Ucraina». Riguardo all’assedio di Sarajevo, gli abitanti di questa città «dalla sera alla mattina si son dovuti abituare a schivare i proiettili dei cecchini, a dover trovare acqua e a non trovare beni alimentari primari nei supermercati». Ma prima del ’92 Sarajevo era «una città multietnica e multireligiosa, aperta e inclusiva, e che veniva da decenni di florido sviluppo, come tutta la Jugoslavia». Gli abitanti di Sarajevo però trovarono il  modo di «resistere: sono stati oltre 2mila gli eventi culturali negli anni dell’assedio». E riguardo a Gabriele Moreno Locatelli – ucciso da un cecchino sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993 e a cui era dedicata la serata -, i due autori lo hanno definito «un faro, la concretizzazione del pacifismo concreto langeriano».

Dopo la proiezione del documentario è stata proiettata la videointervista realizzata da Alberto Mion del Cinema Santo Spirito (e organizzatore della serata) a don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, ex coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500. Marcia a cui parteciparono, fra gli altri, anche don Tonino Bello, don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, Eugenio Melandri e mons. Luigi Bettazzi. «Non avevamo altra possibilità che l’indignazione», ha detto don Sacco. «L’ultimo giorno a Sarajevo abbiamo visitato una chiesa cattolica, una ortodossa, una moschea e la sinagoga», segni della Sarajevo di pace. «La guerra non è un destino ineluttabile, si possono scegliere strade di pace», ha aggiunto. «Gli eserciti di domani saranno questi uomini disarmati», disse don Bello in quell’occasione. «Si trattava – ha ripreso don Sacco – di un tentativo di dar carne al sogno del profeta Isaia»: «essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci» (Is 2,4). «Venivamo considerati dei matti, come oggi matti vengono considerati gli uomini e le donne della Global Sumud Flotilla» dirette a Gaza, «nonviolenti come noi. È incredibile che venga criticata la Flotilla e non chi produce e vende armi… Non abituiamoci alla guerra!», il suo grido finale, più che mai urgente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto tratta dal doc. “Sarajevo Safari”)

Cecchini per divertimento: i safari umani a Sarajevo

8 Mag

Il terribile racconto dei 500 uomini (di cui 230 italiani) che tra il 1992 e il 1996 approfittarono dell’assedio di Sarajevo per ammazzare bambini, donne e anziani, come fossero in un videogioco. A Ferrara il racconto di Ezio Gavazzeni, autore dell’inchiesta. E il 22 maggio il film a Santo Spirito

di Andrea Musacci

Cento milioni di lire per diventare un cecchino e sparare a un bambino, a una ragazza, a un anziano. Era questo il passatempo del fine settimana per almeno 500 persone – di cui ca. 230 italiani -, durante l’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1996. Di questa orribile storia in Italia se n’è tornato a parlare da poco grazie alle inchieste dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni. Inchieste che ora ha pubblicato nel suo libro “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst ed.), presentato lo scorso 27 aprile nella libreria Libraccio di Ferrara, in dialogo con Marika La Pietra (ideatrice e voce del podcast “Voci in Ombra”) e con l’introduzione di Paola Bastianoni (docente UniFe e direttrice del Laboratorio “Uno sguardo al cielo”). Inoltre, vi anticipiamo che venerdì 22 maggio alle ore 21 il Cinema Santo Spirito di Ferrara (via della Resistenza) ospiterà la proiezione del film “Sarajevo Safari”, documentario del 2022 diretto dal regista sloveno Miran Zupanic, con interventi di alcuni giornalisti e pacifisti e un ricordo di Moreno Locatelli – classe ’59, del gruppo “Beati i costruttori di pace” – ucciso a Sarajevo nel ’93 da un cecchino serbo (v. locandina a pag. 11 e articolo sul prossimo numero).

PAGHI E UCCIDI

Cecchini che in quei quattro terribili anni si nascondevano sulle colline e puntavano gli inermi civili che camminavano tra un edificio e l’altro, cercando riparo lungo quella che verrà chiamata “Sniper Alley”, il viale principale della città. Cecchini che, appunto, spesso erano affiancati da imprenditori e professionisti anche italiani: «alcuni di loro – ha detto Gavazzeni a Ferrara – frequentano ancora oggi i salotti TV italiani, uno in particolare è spesso invitato in TV a parlare». Edin Subašic, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare questo orrore. «Oggi in Kenya – ha detto Gavazzeni – nei safari per sparare a un leone paghi 200mila dollari». E così a Sarajevo nei “safari umani” «le tariffe erano per obiettivi: per sparare a un bambino o bambina, il costo era di 100 milioni di lire; stessa cifra per sparare a un’adolescente; 70 milioni per sparare a una donna; 50 per un uomo; meno di 20 per un anziano o anziana. Più soldi mettevi, più porte si aprivano. Queste persone non avevano nessuna morale». E questi “turisti dell’orrore” «erano sempre accompagnati dal “Francese” – l’organizzatore di questi “safari” – e da un locale, che si assicurava che non ci fossero “fregature”, cioè che venisse colpito l’obiettivo concordato». Diverse erano le tecniche per attirare i possibili bersagli: «la prima consisteva nel ferire una persona così da poter colpire anche le persone accorse per soccorrerla; un’altra, era di aspettare che una madre uscisse per andare a prendere l’acqua con la tanica, così i suoi figli sarebbero usciti per giocare diventando obiettivi dei cecchini». Subašic, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org dichiara: «Secondo le nostre ipotesi, il nucleo del gruppo era composto da membri dei servizi segreti della Serbia (…). Sicuramente non è stato facile organizzare il trasporto attraverso un territorio sottoposto a sanzioni (Serbia), poi attraverso la zona di guerra per raggiungere le linee di combattimento. Si tratta di procedure molto impegnative. Pochissime persone erano a conoscenza del “safari”».

TRE GIORNI TUTTO ORGANIZZATO

La sede organizzativa dei “safari” in Italia era a Milano, con i “clienti” che forse partivano tutti da Trieste (o comunque dal Friuli) il venerdì, mentre la sede centrale europea era a Bruxelles. La sede milanese – ha proseguito Gavazzeni – «contattava sul territorio alcuni reclutatori, ad esempio ex militari della Folgore o lagunari; uno in particolare reclutava in un piccolo albergo, anche grazie al passaparola». Furono «quattro le denunce fatte allora alla Digos, tutte insabbiate, e non solo a Milano ma in varie parti d’Italia»: una è «quella di una signora che oggi in Friuli gestisce un b&b di famiglia», quindi ai tempi gestito dai genitori, dove lei lavorava: «lì i cecchini si fermavano il venerdì (e per diversi venerdì) – questa donna ha raccontato Gavazzeni – per mangiare e dormire prima di partire per Sarajevo. Alcuni di loro si sono confidati con me: “andiamo a uccidere donne e bambini, e paghiamo per questo”, mi dicevano». Anche lei entrerà nell’inchiesta ma «è molto terrorizzata».

«Due anni fa – ha proseguito Gavazzeni – ho anche incontrato colui che nel libro chiamo “Innominato”, un ex agente del SISMI che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90, e che mi ha aperto molte porte; anche lui ha lasciato la sua testimonianza alla Procura di Milano. Mi ha detto: “Noi servizi segreti – italiani e di altri Paesi – sapevamo tutto dei safari”». Infatti, «a fine ’93 una fonte avvisa Edin Subašic che a Sarajevo erano presenti cinque italiani per “cecchinare”. Di questo vennero informati anche due agenti del SISMI, lì presenti assieme a Michael Giffoni», allora vice capo della delegazione diplomatica speciale italiana a Sarajevo. E «ci confermano che a inizio del 1994 questi cecchini vengono rispediti in Italia. La loro identità è ancora ignota: io voglio scoprire chi sono. Lo scorso novembre, Giffoni ha confermato tutte queste cose in Procura».

30 ANNI DI SILENZIO

Ma le prime informazioni su questo turismo dell’orrore erano apparse nell’aprile del 1995 in un articolo uscito sulla prima pagina di Oslobodenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. «Grazie a un giornalista dell’Ansa – ha spiegato Gavazzeni -, ho scoperto come profughi bosniaci arrivati in Italia diedero la prima testimonianza di queste pratiche: racconti, questi, usciti in prima pagina sul Corriere della Seranel marzo ’95, in un articolo di Venanzio Postiglione. Allora perché 30 anni fa nessuno nella Procura di Milano si mosse?». Stesso discorso per un articolo uscito lo stesso anno su La Stampa: «perché nessuno della Procura di Torino fece qualcosa?». Come detto, nel ’22 esce il documentario di Miran Zupanicč e Gavazzeni lo contatta subito. «Ma perché nessuna tv in occidente aveva chiesto di poter mandare in onda il film?». E contatta anche Edin Subašic, che nel film fornisce la sua testimonianza. «Purtroppo – prosegue Gavazzeni – diversi documenti con testimonianze erano presso il Tribunale permanente dei popoli della Fondazione Lelio Basso, ma sono spariti, e di questi la magistratura non è mai stata avvertita». 

L’INCHIESTA 

Il libro presentato a Ferrara è ciò che Gavazzeni ha depositato alla Procura di Milano, all’attenzione del pubblico ministero Alessandro Gobbis, che l’ha affidata ai Ros dei Carabinieri. La Procura milanese ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di omicidio volontario aggravato per crudeltà e motivi abietti. «La maggior parte delle fonti che cito nel libro hanno depositato alla Procura di Milano fra il novembre 2025 e il febbraio 2026» e «prima di essere pubblicato, questo libro è stato letto da un avvocato e da un ex magistrato, che mi aiutano in ogni passaggio». Inoltre, da un paio di settimane – dal 21 aprile – «la Città di Sarajevo si è costituita parte civile e ha nominato i miei avvocati come avvocati difensori: a Sarajevo ci sono persone che aspettano da 30 anni di sapere chi ha ucciso i loro cari». E «da questa mia inchiesta sono partite diverse altre inchieste a livello internazionale», in Svizzera, Belgio e Francia. Ad esempio, «una settimana fa un avvocato di Parigi mi ha contattato dicendomi che ha un nuovo testimone: pochi giorni fa, il 25 aprile, mi è arrivata questa testimonianza protocollata. E mi ha detto che i servizi segreti francesi nel ’92-’93 erano a conoscenza di questi cecchini. Ciò lo riporterò alla Procura di Milano». Inoltre – ha detto ancora a Ferrara il 27 aprile – stamattina ho inviato 30 domande a questo testimone francese, che ha deciso di collaborare con la nostra inchiesta. Recentemente, «un’interrogazione è stata portata nel Parlamento francese e due in quello tedesco, grazie a deputati del SPD. E oggi un imprenditore brianzolo ha testimoniato alla Procura di Milano, facendo due nomi di persone coinvolte. Io stesso dal 17 al 19 settembre prossimi mi recherò a Sarajevo».

Insomma, «ci sono crepe nel muro» di omertà: «noi cerchiamo di vedere dentro queste crepe, ma per ora la grande assente in Italia è la politica: l’unica a fare un’interrogazione parlamentare nel nostro Paese è stata Stefania Ascari del M5S», lo scorso novembre. Come lei stessa ha spiegato, «ho presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia, dell’Interno, degli Affari Esteri, della Difesa per chiedere quali azioni siano state intraprese a seguito dell’apertura della suddetta inchiesta, se esista un coordinamento effettivo tra autorità giudiziarie italiane e bosniache, e se verranno messi a disposizione tutti i documenti eventualmente custoditi negli archivi dei servizi di informazione. Ho inoltre domandato quali misure si intendano adottare per garantire giustizia e tutela alle vittime e se l’Italia si farà promotrice, in sede internazionale, di iniziative per contrastare e prevenire nuovi episodi di “turismo di guerra”».

OGGETTI, NON PERSONE

Di «oggettificazione della vittima» e «indifferenza del male» parla Gavazzeni. Due definizioni condivisibili, per quanto queste nefandezze possano essere esprimibili a parole. «In generale – ha riflettuto -, ogni omicida si dà sempre una giustificazione per il suo atto. Ma in questo caso no, è un male senza scopo, sparavano per il solo gusto di sparare, per convincersi che l’essere ricchi, potenti e con una certa reputazione dava loro la licenza di uccidere rimanendo impuniti, nascondendosi dentro la guerra. E ciò alimentava la loro autostima». 

Ora, alle vittime e ai loro cari, va perlomeno data giustizia e memoria.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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(Foto Pxhere)

Letture e musica per ricordare l’attentato di Sarajevo

27 Giu

10386278_655623514520230_1513932414020443069_nIn occasione del centenario dell’attentato di Sarajevo, avvenuto il 28 giugno 1914, stasera alle 21.15 al chiostro di Santo Spirito, in vicolo S. Spirito 11, avrà luogo lo spettacolo dal titolo “Una mattina di giugno di cent’anni fa. A Sarajevo i primi due spari”. Lo spettacolo consiste in alcune letture di Magda Iazzetta e Fabio Mangolini basate sul testo di Piero Stefani, con la partecipazione del coro Euphonè diretto da Silvia Marcolongo, della violinista Lucilla Mariotti e del pianista Massimo Rubbi.

L’attentato di Sarajevo colpì l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austro-ungarico, e sua moglie Sofia durante una visita ufficiale nella città bosniaca. L’autore dell’attentato era lo studente Gavrilo Princip, membro della “Giovane Bosnia”, gruppo politico mosso dall’obiettivo di unificare tutti gli jugoslavi. In particolare il testo di Stefani affronta l’attentato, da cui si innescò il processo che condusse alla scoppio della Grande Guerra, ma anche l’ assedio di Sarajevo avvenuto negli anni novanta del secolo scorso, dunque i temi del nazionalismo e dei conflitti armati. In caso di maltempo lo spettacolo si effettuerà alla Sala Boldini in via Previati, 18.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 giugno 2014