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Luce e dolore: la “Trasfigurazione” di Raffaello e la cura dell’altro nel nuovo libro di Piero Stefani

15 Mag

Nel suo ultimo libro Stefani riflette sul capolavoro del «divin pittore», fra arte e Vangelo

di Andrea Musacci

A vegliare le spoglie mortali di Raffaello Sanzio, accanto al letto nello studio di via del Borgo a Roma, vi era una sua opera, l’ultima da lui realizzata: la Trasfigurazione. L’estrema parola – potremmo dire – dell’artista, suggello di un’esistenza e anticipazione dell’Eterno. A quest’opera è dedicato il nuovo libro di Piero Stefani, dal titolo Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, 2026, collana Arti e Teologie), con prefazione di Guido Bertagna, teologo gesuita, artista ed esperto di giustizia riparativa.

Stefani – biblista, filosofo e teologo, collaboratore della rivista Il Regno e presidente di Biblia – con questo volume ci dona un’analisi profonda, intima e accurata, di uno dei capolavori dell’umanità. L’opera è una tempera grassa su tavola di cm 410×279, iniziata da Raffaello nel 1516 e conclusa poco prima della morte, che lo coglie all’età di 37 anni il 6 aprile 1520, Venerdì Santo.

In questo dipinto, esposto nella Sala VIII della Pinacoteca Vaticana, Raffaello – scrive Stefani – «compie l’inedita scelta di raffigurare sia quanto ha luogo in alto, la trasfigurazione di Gesù e il suo colloquio con Mosè ed Elia, sia quanto sta succedendo in basso, l’incapacità di porre rimedio al predominio del male». In quell’epoca, la trasfigurazione era spesso rappresentata, mentre era «inedita» la mancata liberazione del giovane ossesso. Ricordiamo che la trasfigurazione è narrata nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).

Così, radicale è la contraddizione «tra un volto trasfigurato e uno stralunato, tra l’essere avvolti e trasformati da una realtà divina e l’essere afferrati e deformati da un potere maligno». Qui, «impotenza» e «richiesta d’aiuto» sono l’unica realtà che sembra esserci data vivere. Là, lontano, parrebbe invece dominare, distante nel suo fluttuare, una sovra-realtà a noi inaccessibile, indifferente al nostro patire. Un passo avanti nella comprensione – attraverso la via della speranza – sta nel relativizzare questa contraddizione ponendola su un piano temporale: il momento presente – precario e implorante – contrapposto a «quel che saremo nella vita eterna», nella pienezza della comunione in Dio. Una contrapposizione, quindi, non definitiva, ma fatta di attesa.

Nessuno intento nichilistico ma nemmeno, all’opposto, futilmente consolatorio: «se si mette precocemente in campo il risanamento, l’anti-trasfigurazione che pesa ancora su tanta parte dell’umanità viene troppo sbrigativamente edulcorata», scrive l’autore. E dunque la trasfigurazione è anticipazione, non inganno, realtà presente, non magia. E in quanto “reale” e in quanto “presente”, capace di trasformare qui e ora. L’effetto, insomma, è immediato, la piena comprensione sarà – invece – mediata solo dalla Pasqua del Signore. «Il “cambio di forma”», cioè la metamorfosi della trasfigurazione – scrive Stefani -, «va inteso come anticipo della resurrezione».

Mediare, dunque, appartiene al tempo; e alla dinamica della relazione: Stefani, citando il Vasari, a un certo punto si sofferma sulla figura femminile presente nel mezzo della parte inferiore dell’opera. Al centro, come a dire dell’equilibrio di cui è partecipe, del ruolo del quale è investita: quello di mediatrice – sul piano orizzontale – tra gli apostoli e la famiglia dell’ossesso, tra il basso e l’alto – su un piano verticale. «La donna – scrive Stefani – costituisce di sicuro il cuore della parte inferiore ma, forse, assolve questo ruolo anche rispetto alla pala nel suo insieme». Con la sua «postura “serpentinata”», può essere «simbolo della fede», scrive l’autore o, chissà, richiamare la Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

In ogni caso, quest’opera è tanto universale – in quanto parla a un tempo della condizione e dell’anelito di ognuno – e personale, in quanto espressione ultima (non solo in senso temporale), testamento, grido estremo di Raffaello. Scrive Stefani: «Se, come sostiene Vasari, quel volto [del Cristo] è in assoluto l’ultimo soggetto dipinto dal sommo artista, è lecito pensare che in Raffaello operasse la speranza di raggiungere una vita più alta e duratura di quella terrena che era prossima a concludersi». Insomma, non esiste la morte, esiste il morire del singolo; la stessa condivisione di questo destino va vissuta come comunione, non come astratto comun denominatore. 

Ugualmente si può dire tanto dello sguardo stravolto del fanciullo quanto di quello – già illuminato – rivolto al Signore. È dunque l’altro che ci rimette coi piedi per terra, non per sprofondare, ma per ricentrarci, lontani dalla speculare tentazione dell’elucubrazione e del sentimentalismo. Ciò che ci permette di comprendere la realtà tanto del mondo sensibile quanto di quello eterno – essenza del primo – è ciò che li lega: una luce, mai distinta da un corpo; un volto, mai estraneo alla logica assurda della misericordia: «La parte inferiore della Trasfigurazione – scrive Stefani – testimonia l’ostinata volontà di prendersi cura dell’“altro” anche quando non si è nelle condizioni di aiutarlo in senso pieno». Nessuno basta a sé stesso, dunque; nessuno si salva da solo e nessuno salva l’altro da solo: «la tenda corporea del precario abitare di chi ha perduto la propria casa» non sta più nella tremenda solitudine del deserto, ma nello sguardo trasfigurato di Gesù, «casa imperitura».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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