In 200 a Ferrara per il Festival con parrocchie da varie città del Nord Italia. L’Esarca a “La Voce”: «qui ci sentiamo a casa»
Il dramma della guerra e la letizia del Natale. Le contraddizioni del mondo e la speranza che non delude. L’eterna lotta tra il bene e il male è al centro delle Sacre Scritture e così il Festival dei Presepi Viventi ucraini tenutosi a Ferrara ha voluto rappresentarla nelle forme delle tradizioni popolari.
Erano circa 200 i presenti lo scorso 4 gennaio nella nostra città per l’importante iniziativa che ha visto direttamente coinvolte parrocchie di diverse località, oltre a Ferrara: Firenze, Mantova, Reggio Emilia, Rovigo, Bologna, Brescia, Carpi, Correggio, Modena, Parma, Rimini e Cattolica. Gli sguardi a un tempo dolci e fieri delle ragazze e dei ragazzi emigrati – o qui nati – hanno interpretato la Vergine Maria, san Giuseppe, Elisabetta, i Re Magi. Ma non sono mancate streghette, diavoletti, soldati romani e centurioni con scudi e armature, pastori, pastorelle, pecorelle. E un ragazzo vestito di bianco con mantella nera che impugna una falce: è la morte, la morte che sconfigge il male, tipica della tradizione ucraina. E ancora: diverse le bandierine col simbolo dell’Ucraina, fasci di grano (altro simbolo del Paese), angeli e angioletti, e tante donne con gli abiti tipici tradizionali. E poi la Stella di Betlemme, a 8 punte, anch’essa tipica ucraina, che annuncia il Natale (anche se dal 2023 i greco-cattolici ucraini lo hanno “anticipato” dal 7 gennaio al 25 dicembre).
Nella tarda mattinata, nella chiesa di Santa Maria dei Servi (via Cosmè Tura, ang. Contrada della rosa) il nostro Arcivescovo mons. Perego ha presieduto la Divina Liturgia assieme all’Esarca Apostolico in Italia mons. Paulo Dionisio Lachovicz e ad altri sacerdoti e diaconi sia della nostra Arcidiocesi che di altre comunità cattoliche ucraine in Italia. Dopo il pranzo comunitario, è partita la processione dei Presepi Viventi da S. Maria dei Servi fino alla Sala Estense (piazza Municipale), passando per via Contrada della Rosa, viale Cavour, corso Martiri della libertà; dopo una breve “sosta” in piazza Duomo, l’ingresso in piazza Municipale e quindi in Sala Estense. Un uomo con la fisarmonica ha accompagnato l’esecuzione di alcuni canti tradizionali, fra cui “Una nuova gioia”. In Sala Estense si sono quindi alternati i Presepi Viventi ucraini: alcuni uomini hanno indossato moderne divise militari, una donna era vestita da infermiera, una giovane col violino ha suonato le note di “Astro del ciel”. Il dramma della guerra ha dunque richiamato l’eterna lotta tra il bene e il male, di cui rappresenta l’ultima terribile manifestazione. Ma la letizia del Natale di Nostro Signore non viene solo per addolcire i volti stanchi e malinconici di questi emigrati, ma è autentica promessa di una Pace duratura, di una Pace che non mente, di una Pace senza ombre.
L’ESARCA ALLA “VOCE”: «UCRAINI QUI SI SENTONO A CASA»
Prima della Divina Liturgia, l’Esarca mons. Paulo Dionisio Lachovicz ha rilasciato alcune dichiarazioni al nostro Settimanale: «i cattolici ucraini nella chiesa e nella comunità di Ferrara si sentono a casa, si ritrovano a casa, possono cantare e pregare in ucraino. Questo è molto importante. Si sentono nel loro Paese, nel loro spazio sacro». Due le Porte Sante aperte da mons. Lachovicz in chiese “ucraine” in Italia: una, la Cattedrale della Madonna di Zhyrovyci e dei Santi Martiri Sergio e Bacco a Roma; l’altra, la chiesa di San Michele a Bologna, entrambe scelte quindi come chiese giubilari. E Porte Sante, naturalmente, sono state aperte a Kiev e in tutte le Diocesi dell’Ucraina. Gli chiediamo della guerra che ancora non si ferma da quasi 3 anni dall’invasione russa all’Ucraina: «è una tragedia immensa, una distruzione sistematica», commenta con dolore. «Se Putin non verrà fermato, distruggerà l’Ucraina». A fine Messa ha poi ringraziato pubblicamente mons. Perego e la Diocesi «per la vostra vicinanza al nostro popolo, alla nostra gente. Grazie per aver accolto tutti i nostri migranti».
I CAMPANARI AMICI
Prima della Liturgia, ci è stato consentito come “Voce” di salire sul campanile della chiesa di Santa Maria dei Servi assieme a Francesco Buttino, membro dei Campanari Ferraresi dei quali fa parte da 25 anni. Tre le campane, una delle quali – la centrale, la maggiore, con caratteri gotici – risale al 1412 ed è probabilmente la più antica nella nostra Diocesi. Nel 2022 a S. Maria dei Servi i Campanari Ferraresi (che attualmente contano una dozzina di membri) han suonato ogni giorno dei primi mesi successivi allo scoppio della guerra, e successivamente in occasione delle feste. «La prima volta che abbiamo suonato qui – ci spiega Buttino – è stato per la Pasqua di 10 anni fa». E «la prima domenica in lockdown, a marzo 2020, abbiamo suonato su vari campanili qui in città: molte persone si affacciavano per applaudirci e gridarci il loro grazie. Fu commuovente».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 gennaio 2025
La meditazione di don Ruffini in Duomo: «confessione, perdono e carità al centro»
Nella Cattedrale di Ferrara si sono tenute le tre meditazioni sul tema del Giubileo 2025: dopo quella del Vescovo il 6 dicembre e quella di don Bovina il 13, l’ultima si è svolta il 20 dicembre con don Fabio Ruffini che ha riflettuto su “Giubileo: cammino di perdono”.
Don Ruffini ha preso le mosse dalla Lettera ai Romani (5, 1-5), da quella «speranza che non delude e non illude», perché «l’Amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo».
È grazie alla docilità allo Spirito Santo che il Vangelo «entra davvero nella nostra vita e non rimane un mero spartito scritto ma è la nostra stessa vita a diventare una bella musica che suona». L’Anno Santo – ha proseguito il relatore – è anche «un atto di pedagogia da parte della Chiesa, che diventa ancor più nostra maestra».Da parte della Chiesa, dunque, c’è «la volontà di richiamare all’importanza di determinate verità di fede, a partire dai novissimi».
Da qui, il tema del Giubileo, “Pellegrini di speranza”, «che in realtà sarebbe meglio tradurre con “Pellegrini attraverso /dentro / verso la speranza”, in modo da sottolineare maggiormente il dinamismo, il cammino di speranza e di perdono».
Citando la Lettera agli ebrei (6,18-20), don Ruffini ha quindi spiegato come la speranza è «un’àncora gettata nel domani di Dio, nel pieno compimento: siamo àncorati al Cielo, al Cristo risorto dai morti. La speranza trascina già il cuore al di là della meta».
Il nostro dev’essere «un cammino di continua versione e di perdono, anche attraverso le indulgenze». E la comunione con Cristo e in Cristo è «comunione con i nostri fratelli e sorelle, oltre che con i morti e i santi». Sempre, però, «tenendo assieme la Confessione dei peccati, l’indulgenza e la carità».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 gennaio 2025
L’intervento a Casa Cini di suor Elena Massimi: «la liturgia come memoria di Eterno»
Il tempo della liturgia e quello della festa come tempo di rottura, di apertura all’Altro, “inutile”. Sono state tante, e affascinanti, le suggestioni proposte lo scorso 27 novembre a Casa Cini da suor Elena Massimi, intervenuta per una lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “La speranza nel tempo della liturgia”, il titolo della religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Docente di Teologia Sacramentaria alla Pontificia Università Salesiana e all’Istituto di Liturgia Pastorale Santa Giustina in Padova, oltre che Presidente dell’Associazione Professori di Liturgia (APL) e Coordinatrice della sezione Musica per la Liturgia dell’Ufficio Liturgico Nazionale CEI.
Oggi – per la relatrice – viviamo nel tempo della «perdita della memoria», quindi «del legame del presente col passato». Tutto ciò è difficilmente conciliabile con la liturgia, che è «tempo lento». Ma la liturgia è «una grande risorsa: la liturgia, e così il concetto autentico di festa, interrompe infatti il ciclo feriale». Come ha ben analizzato il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, il cosiddetto “tempo libero” serve ormai come «mera pausa per tornare poi a essere ancora più prestanti lavorativamente». Il tempo libero, invece, dovrebbe essere «tempo di rottura dall’ordinario, tempo differente, tempo dell’esperienza di senso, tempo comunitario». La festa è «qualcosa di originario sia rispetto al tempo libero sia rispetto al tempo di lavoro», è «memoria di un tempo fondamentale per la comunità», memoria dell’origine e della meta (individuale e collettiva), «memoria della nostra identità originaria». Questo discorso a maggior ragione vale per la festa religiosa, nella quale «si fa memoria del tempo della salvezza». La festa è “a perdere”, «non segue una dinamica economica, eccede il quotidiano» e, come diceva Guardini, è di per sé «gioco: dà, cioè, senso e gratuità alla vita». E così, la liturgia «dà senso, ci fa vivere in un tempo sacro, nel tempo di Dio». L’aver tolto la festa – quindi – «ci fa vivere l’ansia di prestazione e ci fa essere succubi di tutto quel che bruciamo, cioè produciamo e consumiamo. Viviamo nel culto dell’attivismo, forma di idolatria in quanto pensiamo che tutto dipenda da noi e non da Dio», ha proseguito suor Massimi.
Nella liturgia legata al giorno di festa, «camminiamo, cantiamo e leggiamo in modo diverso». La liturgia, ricordandoci che esiste «un Ulteriore», è essa stessa «anticipazione dell’eternità, rallentamento del tempo e apertura a una dimensione altra». Nella liturgia, tutto – anche il tempo – diventa «simbolico». E tutto ci fa capire che «siamo fatti per la relazione con gli altri e con Dio. È un tempo santificato, quindi, il suo».
Così, anche la liturgia quotidiana, la Liturgia delle ore, possiamo viverla dalla lode mattina alla sera come cammino da una sempre rinnovata speranza, da un «sempre nuovo inizio», a un ritorno in sé per abituarci a prepararci alla morte. Un tempo di silenzio e di ascolto, come potrà essere l’Anno Santo alle porte: «tempo di speranza, di lode, di grazia, di letizia, di rinascita». Tempo santo e di pellegrinaggio, quindi – come detto prima riguardo la festa – tempo rallentato, di rottura, tempo condiviso coi fratelli e le sorelle, in una osmosi unica di «intensità vitale e contemplazione».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2024
La tesi di Romeo Pio Cristofori (Musei Arte Antica Ferrara): «potrebbe essere di fine XV secolo»
Chiunque entri nella Basilica di Santa Maria in Vado, che ne sia o no assiduo frequentatore, viene immediatamente rapito dal ricco splendore nell’area del presbiterio e dell’abside (oltre che, naturalmente, del tempietto del Miracolo eucaristico). Ma nella quarta cappella della navata sinistra si trova una scultura del Cristo crocifisso, che attira comunque l’attenzione. Attenzione non solo dei pellegrini o turisti che si recano nella Basilica, ma anche degli studiosi, data l’incerta datazione.La sera dello scorso 20 novembre, proprio a S. Maria in Vado, ne ha parlato Romeo Pio Cristofori, conservatore dei Musei di Arte Antica di Ferrara, in un incontro organizzato dall’Unità Pastorale Borgovado e dal Circolo ANSPI di Santa Maria in Vado.
L’IPOTESI DELLA DATAZIONE
Cristofori ne parla anche in un articolo dal titolo “Dopo Baroncelli. Crocifissi a Ferrara nell’età di Borso d’Este”, pubblicato sulla rivista semestrale “Schifanoia” (n. 64-65, 2023).
«Alla morte di Borso, nel 1471 – scrive Cristofori -, gli artisti attivi durante il primo Ducato ferrarese si trovarono parzialmente esclusi dalle nuove richieste della committenza e, travolti dall’arrivo delle nuove soluzioni formali e stilistiche richieste dal gusto di Ercole I e della sua consorte, modificarono il proprio stile o abbandonarono la scena artistica locale. Dopo la floridezza della stagione appena conclusa, di cui un ulteriore interessante esempio potrebbe essere lo sconosciuto crocifisso ligneo dell’altare maggiore della chiesa di San Paolo, la realizzazione di crocifissi monumentali sembra subire un rallentamento a favore di composizioni diverse o di rielaborazioni locali».
Il Cristo crocifisso presente a Santa Maria in Vado – prosegue lo studioso – «potrebbe essere una tarda interpretazione della figura di Cristo che ebbe così tanto successo negli anni borsiani. Testimoniata fin dalla fine del Settecento, la scultura (170 x 100 cm circa) è comunemente ritenuta opera di un ignoto artista ferrarese, cronologicamente collocabile nei primi decenni del Cinquecento. Tuttavia – è l’ipotesi di Cristofori -, un’attenta analisi dell’intaglio potrebbe consentire una datazione più antica, non troppo distante» da opere come il Cristo ligneo della chiesa di San Cristoforo alla Certosa, oggi esposto al Museo Schifanoia, o quello della chiesa di Santo Spirito. Il periodo sarebbe, quindi, all’incirca tra la fine del ducato di Borso d’Este (1452-1471) e l’inizio di quello di Ercole I (1471-1505). Così lo studioso analizza nel dettaglio l’opera:«Nonostante lo stato conservativo non favorevole, le numerose ridipinture e i corposi depositi di polvere (che ne alterano la policromia e offuscano la qualità dell’intaglio), l’opera denuncia una vicinanza a un patetismo delle forme, specie nel volto, nei capelli e nelle solide gambe, vicini alle ricerche formali condotte a partire dalla fine degli anni settanta da Guido Mazzoni. La figura schiacciata e la sproporzione delle lunghe braccia rendono la scultura il frutto di un artista locale di grande interesse sebbene lontano dagli esiti delle opere già presentate. L’intaglio delle gambe, in cui si intravedono le vene sottili, la cassa toracica sporgente e striata, l’attenzione non pienamente riuscita sul particolare anatomico dei pettorali in tensione e delle spalle estroflesse, consentono di ipotizzare una conoscenza non solo del crocifisso bronzeo di Baroncelli ma anche degli emuli che negli anni successivi occuparono gli spazi ecclesiastici cittadini. Un restauro della scultura consentirebbe di riscoprire pienamente un’opera di grande interesse, la cui ipotetica datazione a metà degli anni settanta del Quattrocento, ben si adatta anche con il perizoma all’antica, la cui decorazione orizzontale è assai simile a quella già utilizzata da Vicino da Ferrara nella sua tela parigina».
Questo studio sulla misteriosa opera di S. Maria in Vado, ci tiene a sottolineare Cristofori – «è ancora in corso e passibile di ulteriori sviluppi». Inoltre, «un restauro permetterebbe di comprendere ancora meglio l’opera e collocarla con maggiore chiarezza nel contesto storico-critico».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2024
Convegno Turismo Religioso. In attesa del 5 dicembre, il “Cammino di San Guido” e altre idee
Il 2025 è più vicino che mai e anche la nostra Arcidiocesi si sta preparando per l’avvio dell’Anno Santo (domenica 29 dicembre alle ore 17.30 vi sarà la Solenne apertura in contemporanea nella Cattedrale di Ferrara e nella Concattedrale di Comacchio).
Un primo appuntamento è il Convegno “Ferrara e il Turismo Religioso nell’orizzonte del Giubileo” in programma il 5 dicembre alle ore 18 a Casa Cini.Lo scorso 22 novembre gli organizzatori hanno incontrato la stampa per presentare l’importante iniziativa, che vede come sponsor il Florenz Village di Lido degli Scacchi (alla conferenza stampa era presente Arnalda Vitali, co-titolare assieme a Gianfranco Vitali) e l’Agenzia Generali di corso Giovecca, il cui agente Luca Buccino è socio UCID. Presenti all’incontro coi giornalisti anche mons. Marino Vincenzi (Assistente ecclesiastico Serra club Ferrara e, per il Giubileo del 2000, responsabile diocesano per i pellegrinaggi) e don Augusto Chendi (Assistente ecclesiastico UCID Ferrara).
Antonio Frascerra (Presidente UCID Ferrara) ha innanzitutto spiegato da dov’è partita l’idea di questo Convegno: «come UCID abbiamo fatto la proposta prima all’Arcidiocesi poi al Serra club per alcuni motivi, primo fra tutti l’imminenza del Giubileo, che vede la nostra Arcidiocesi ospitare due sedi giubilari (Cattedrale di Ferrara e S. M. in Vado, ndr), oltre a diverse chiese giubilari.Per questo – ha proseguito – lavoreremo all’organizzazione di diversi eventi collaterali pensati soprattutto per i pellegrini» che durante l’anno transiteranno per il nostro territorio diocesano. La collaborazione tra l’Arcidiocesi e UCID «è pensata anche in vista della chiusura per lavori del CastelloEstense» per 4 anni (i primi due con chiusura integrale), che rischia di portare a un calo di turisti, e «per valorizzare ancora di più la Cattedrale di Ferrara e la vicina chiesa di San Paolo», riaperte da poco dopo tanti anni.
Ha preso poi la parola Alberto Lazzarini (Presidente Serra Club Ferrara) il quale, nel porre l’accento sulla «profonda condivisione di valori tra l’associazione che rappresenta, l’UCID e l’Arcidiocesi», ha sottolineato l’importanza di «valorizzare assieme luoghi sacri e non della nostra città e del nostro territorio». Riguardo al Convegno del 5 dicembre, ha poi sottolineato come «gli interventi dei rappresentanti della Camera di Commercio e di ASCOM serviranno soprattutto per fare un quadro della situazione economica della nostra provincia, in particolare nel versante turistico».
Il sopracitato Gianfranco Vitali (che è anche Presidente provinciale FIAVET – Federazione Italiana Associazioni Imprese di Viaggi e Turismo) porterà invece la sua esperienza nell’ambito turistico, impegno «da sempre in linea con i valori cristiani dell’UCID». Fra gli altri interventi, vi sarà quello di Massimo Caravita, Presidente di Petroniana Viaggi srl (di proprietà della Diocesi di Bologna) e Presidente della FIAVET regionale.
L’ultimo – ma non meno importante – intervento è toccato a Emanuele M. Pirani (Incaricato diocesano Turismo e Pastorale Tempo Libero), che ha spiegato come il Giubileo ci spinge come Chiesa locale «ad occuparci ancora di più di quello che chiamo il “movimento del sacro”»: il sacro, cioè, «porta tante persone a muoversi, a cercare e raggiungere luoghi di fede e spiritualità. La tradizione dell’ospitalità organizzata è antica e nasce in ambito benedettino con l’accoglienza dei viandanti e dei pellegrini». Basti pensare ai tanti che da secoli passano per Pomposa. «Come Ufficio diocesano per il Turismo e i Pellegrinaggi intendiamo, quindi, farci prossimi al pellegrino – mi piace chiamarlo “ospite” più che turista – per annunciargli il Vangelo attraverso la bellezza dell’arte, dell’architettura, della natura, forme attraverso le quali Dio parla all’uomo. Intendiamo perciò mettere in rete le diverse chiese giubilari e altri luoghi di fede del nostro territorio, proponendo pacchetti per i pellegrini, cioè percorsi mirati di arte, fede e cultura. Stiamo lavorando, ad esempio – ha proseguito -, sul “Cammino di San Guido”, un percorso di rilevanza nazionale di 55 km che parte dall’Abbazia di Pomposa e si conclude sempre all’Abbazia di Pomposa, con in mezzo alcune tappe significative fra le quali le dune fossili di Massenzatica, la chiesa di Mesola e il Bosco Eliceo con la sua chiesa.E in città, valorizzare i nostri monumenti religiosi e ciò che celano, cioè la manifestazione di Dio.Pensiamo, ad esempio, al Miracolo Eucaristico nel Santuario di Santa Maria in Vado». Infine, ricordiamo che la nostra Arcidiocesi ha organizzato due pellegrinaggi per Roma il prossimo anno: l’11-12-13 marzo e il 17-18-19-20 giugno. Per informazioni e iscrizioni: solo via email a turismopellegrinaggite@gmail.com fino ad esaurimento posti.
Ufficio Diocesano Pellegrinaggi, Pastorale del Tempo Libero e Turismo: martedì e giovedì ore 10 – 11, via Cairoli 30, Ferrara (Curia). Tel: 329/2221972.
L’iscrizione sarà formalizzata dopo il versamento di euro 200 di caparra (l’Ufficio fornirà l’IBAN). Saldo entro 30 giorni dalla partenza.
Non si accettano iscrizioni per telefono.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2024
Dibattito ricco e appassionato per la XXV edizione del Convegno di Teologia della Pace organizzato a Ferrara: la testimonianza di padre Zelinsky sulla sua obiezione di cristiano all’ideologia imperante in Russia, il racconto di De Francesco dalla Terra Santa e il contributo di Simonelli sulla violenza diffusa. E ancora, qual è il ruolo delle Chiese nella costruzione, quotidiana e non, della pace? Han cercato di rispondere Paronetto (Pax Christi), Aprile (Chiesa Battista), Sala (Il Regno) e i rappresentanti delle Chiese locali
a cura di Andrea Musacci
La pace che nasce e sgorga dal cuore, inscindibile da quella che si costruisce solo nell’incontro col volto dell’altro. La pace, quindi, che ha come unica vera fonte il Cristo. Sono stati innumerevoli gli spunti emersi dal tanto atteso Convegno di Teologia della Pace, giunto alla XXV edizione (dopo 5 anni di pausa) e svoltosi a Casa Cini, Ferrara, il 15 e il 16 novembre. Tema scelto da SAE, Pax Christi e dalle altre associazioni organizzatrici, “Diventare Chiese di pace in tempo di guerre”.
PADRE ZELINSKY: «PENTIMENTO VERO CONTRO LE FOLLIE IDEOLOGICHE RUSSE»
«Facendo questa relazione qui a Ferrara, commetto un reato davanti allo Stato russo e davanti alla Chiesa ortodossa russa». Padre Vladimir Zelinsky(foto sotto), prete ortodosso e scrittore nato nell’ex URSS, dal ’91 vive a Brescia dove guida una parrocchia «composta dall’85% da ucraini». Fa parte del Patriarcato autonomo della Chiesa russa (Arcivescovado della Chiesa della tradizione russa, di rito bizantino slavo), distinto sia dal Patriarcato di Mosca sia dall’Esarcato Russo del Patriarcato di Costantinopoli (a cui Zelinsky apparteneva). «Un giorno vorrei tornare nella mia patria, ma oggi per me è molto complicato, anche perché ciò che dico a voi lo dico anche altrove, e non solo in italiano ma anche in russo».
A differenza del periodo sovietico – ha riflettuto – oggi in Russia non vi è più il problema della Chiesa clandestina, «ma la parola “pace” è sparita dallo spazio pubblico. Oggi lo Stato più che ortodosso è diventato autoritario e per questo Stato la pace significa guerra, massacro». Ed è la stessa Chiesa ortodossa russa a sostenere la guerra in quanto “difesa della patria”», contro il nemico che per loro «coincide con l’Occidente», mentre in realtà è «un nemico inventato». In questa narrazione «perversa», l’”invasore” possiede i tratti apocalittici dell’anticristo, infernali come satana. L’Occidente è accusato innanzitutto di corruzione morale e di voler salvare la salute morale dell’Ucraina». Dal punto di vista ecclesiale, per p. Zelinsky «il concetto di mondo russo introdotto dalla Chiesa ortodossa rappresenta una pura eresia. L’ideologia ha danneggiato i cervelli delle persone e la loro stessa fede». Quella di Putin in Ucraina, «manipolatore e mafioso», non è una «guerra santa, ma un bagno di sangue». In Russia domina una vera e propria «religione di Stato iniziata nel 1945» e che oggi vede, ad esempio, «lezioni obbligatorie di patriottismo già dalle Scuole Elementari». Per non parlare delle tante «conferenze ecclesiali organizzate a fine 2024 per celebrare l’80° anniversario dal 1945».
P. Zelinsky ha voluto specificare che «non tutta la popolazione è segnata da questa tentazione di una vittoria indemoniata», ma il «vento che soffia sulla Russia e le sue Chiese purtroppo è questo»: oggi la propaganda ufficiale descrive la Russia come «il catéchon, colui che trattiene l’ordine divino facendo da ostacolo all’anticristo collettivo». Il dilemma per molti cristiani è questo: «andare contro la propria coscienza o contro tutti, compresa la propria parrocchia». Le prime vittime della guerra – ha proseguito p. Zelinsky – sono «la verità e la capacità di compassione e di empatia, oltre alla capacità di guardare la realtà in faccia». Come ad esempio, «il numero altissimo di morti anche fra i soldati russi, e i loro corpi spesso abbandonati sui campi di battaglia». Da tutto ciò, la Russia non otterrà altro che «odio che continuerà per secoli».
In tutto questo, che ruolo può avere una teologia della pace? Innanzitutto, per p. Zelinsky «l’Ortodossia ha tutti i mezzi spirituali per liberarsi da questa gabbia ideologica». Il principale strumento per arrivare a ciò è «il pentimento» che permette innanzitutto dentro di noi «di distinguere il bene dal male» e che «ci permetterebbe di uscire dalla “gabbia dorata” del mondo russo per aprirci al mondo creato da Dio», col risveglio «di una nuova vocazione spirituale». Ciò che è necessario è «una linea di demarcazione spirituale fra politica e fede», tra quest’ultima e «l’obbedienza cieca al potere».
IGNAZIO DE FRANCESCO: «PASSARE DAL FUCILE AL BULBUL»
Monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata (fondata da don Giuseppe Dossetti), Ignazio De Francesco è una testimonianza vivente di come la fede in Cristo non possa non incarnarsi in un’amicizia profonda e quotidiana con chi è diverso da noi. De Francesco guida una comunità cattolica a 7 km da Ramallah, in Cisgiordania, ed è esperto di islam. «Qui – ha raccontato a Casa Cini –, dove noi cristiani siamo una piccolissima minoranza, ho tanti amici sia tra i musulmani sia tra gli ebrei: la nostra “inutilità” di minoranza – ha proseguito – ci permette una relazione pacifica con tutte le anime che abitano questa terra». Il racconto, poi, è andato al 7 ottobre 2023: «stavamo recitando il salmo 118 («Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti…»), quando abbiamo sentito i missili lanciati da Hamas verso Tel Aviv passare sopra di noi». In questa «bolla di omicidi nella quale viviamo, mi chiedo: c’è forse qualcosa di sbagliato nel software e nell’hardware dell’umano», cioè alla radice dell’umano? «L’uomo è una bestia?». Partendo da Caino e Abele, «che noi in Terra Santa sentiamo particolarmente nostri», De Francesco ha amaramente constatato come le religioni monoteiste – pur nelle differenze nei secoli «hanno spesso sacralizzato, canonizzato la violenza e la guerra». Ma a volte la denuncia pubblica è dovere di un cristiano, come – ha citato De Francesco – fece don Dossetti nel settembre 1982 in occasione del massacro nei campi palestinesi di Sabra e Chatila. «Ma il “tu” esiste? Esiste l’altro? È la domanda che ci poniamo, che dobbiamo porci – ha proseguito -, altrimenti l’altro diventa invisibile». Come avviene per i bambini in Terra Santa, indottrinati all’eliminazione dell’altro, prima concettuale poi anche fisica, a una «negazione reciproca per poi incontrarsi sul campo di battaglia». «Spesso anche nei programmi scolastici sia nelle scuole di Israele che in quelli della Cisgiordania, il tu non esiste: per gli arabi, gli israeliani sono solo frutto del colonialismo occidentale e sono solo o uomini in divisa o coloni, cioè non hanno un’identità personale». Così, nelle scuole israeliane «l’arabo palestinese scompare, è solo il terrorista». Le identità, quindi, «sono una grande ricchezza ma possono diventare muri assassini. È importante quindi conoscere l’altro, vedere che l’altro esiste, per arrivare a un reciproco riconoscimento: quando l’altro diventa un “tu”, non puoi più ucciderlo. E da qui, a partire dall’altro, si può anche conoscere nuovamente sé stessi».
Ma lo sparo, quello sparo nella notte che non è difficile sentire in Cisgiordania e in Israele, «non può avere l’ultima parola. E allora, quella notte il bulbul (una specie di usignolo) «ha iniziato il suo cinguettio, il suo canto, a cui si sono aggiunti gli altri uccelli del bosco». Il bulbul ha, cioè, «rotto la dittatura dell’io, del fucile, risvegliando anche gli altri uccelli: la nostra specie umana, che sembra così orientata all’io del fucile, dovrebbe quindi imparare da altre specie animali».
SIMONELLI: «NONVIOLENZA SU PIÙ LIVELLI»
Sull’ospitalità, la cura e accoglienza dell’altro ha centrato il proprio intervento, venerdì 15, anche la teologa Cristina Simonelli, partendo dal “Pace a questa casa” di Lc 10, riflettendo quindi sull’«ospitalità e sulla possibilità del suo rifiuto», della non accoglienza fino alla morte, come nel caso di Moussa Diarra, ucciso lo scorso 20 ottobre a Verona da un poliziotto. Sempre nel Vangelo lucano (capitoli 13 e 19), Gesù «attraversa diverse dimensioni della realtà», emergendo come «chioccia che cova, culla, protegge i suoi figli» ma anche come Colui che denuncia, con parresia, «come il tempio da casa di preghiera sia diventata una spelonca di ladri». Diverse e ambivalenti le dimensioni della pace legata al concetto di casa e diversi i livelli della violenza. Johan Galtung, sociologo e teorico della pace, propose il triangolo della violenza: la punta è rappresentata dalla «violenza palese, verso cui spesso le Chiese sono troppo afone». Il livello intermedio, dalla violenza strutturale, «dalle ingiustizie e dalle disuguaglianze globali, dalle quali nasce la guerra». La base, infine, è rappresentata dalla «violenza culturale, dai discorsi d’odio e dalla narrazione fatta di stereotipi». La nonviolenza, di conseguenza, «deve lavorare su tutti questi livelli» e sempre nel solco della speranza, che è «potente» e ci chiede «di stare in attesa ma in maniera radicale e attiva». La speranza, insomma, «è una virtù nonviolenta».
PARONETTO: «PAX CHRISTI, STORIA DI PACE»
La pace come speranza concreta, si diceva, come progetto umano e collettivo, e quindi come storia di donne e uomini in tutto il mondo. Non parole, ma una storia realistica che associazioni come Pax Christi costruiscono ogni giorno da decenni. Durante il Convegno di Teologia della Pace tenutosi a Casa Cini, ne ha parlato Alessandra Mambelli (Pax Christi Ferrara), la quale ha raccontato la nascita 30 anni fa di questi Convegni dopo la nascita del Punto Pace a Ferrara. Mambelli ha poi ricordato, in particolare, il legame stretto di Pax Christi con don Tonino Bello. E col biblista ferrarese don Elios Mori.
Ha poi relazionato Sergio Paronetto, già vicepresidente di Pax Christi Italia, del cui Centro studi è attualmente presidente e nel cui gruppo veronese è ancora attivo. «Azione costante, continua, determinata e globale: questa è la nonviolenza», ha spiegato. E questa è un’ottima definizione per Pax Christi, che nasce a livello internazionale grazie a un gruppo di donne, idem in Italia, oltre al ruolo decisivo del card. Montini, di mons. Rossi Vescovo di Biella, mons. Castellano Vescovo di Siena e di don Luigi Bettazzi, dal ‘68 presidente nazionale e poi anche presidente internazionale. «Non bisogna solo – diceva – costruire la pace ma essere pace». La pace, quindi, è «qualcosa che riguarda tutte le dimensioni della vita (spirituale, personale, economica, ecologica ecc.) e con un respiro ecumenico, interreligioso e umanistico. Con gioia – ha proseguito – dobbiamo combattere contro tutto ciò che deturpa l’uomo come immagine di Dio».
Paronetto ha ricordato come dagli anni ’60 Pax Christi abbia avviato «progetti per un’economia di pace, disarmata, organizzato le Marce della pace nate a Sotto il Monte, terra di papa Giovanni XXXIII, e diversi convegni di studi. Un’altra lotta è stata quella per l’obiezione di coscienza al militare: «molti andavano in carcere o andavano – come me – in Servizio civile in Paesi del terzo mondo». Paronetto ha poi ricordato l’impegno contro la guerra in Vietnam e, in particolare, la grande assemblea per la liberazione dei popoli dell’Indocina francese, svoltasi nel ’73 a Torino grazie anche all’allora Vescovo card. Pellegrino. E ancora, le lotte contro le dittature e per la pace negli anni ’80 e ’90. «La guerra è sempre un fratricidio e un deicidio, – ha riflettuto Paronetto – perché bestemmia contro il Suo nome: verso il dio delle guerre e delle violenze, ci vuole il più radicale ateismo». Gesù cristo «è nonviolento, è la nostra pace: con il dono del suo corpo ha abbattuto i muri di separazione e in lui ha unito i popoli. E questo, oggi, è il compito della Chiesa». La pace è, quindi, «la sostanza del messaggio cristiano, perché affonda le radici nel mistero trinitario, che è mistero d’amore. La Chiesa non potrà dunque mai essere neutrale ma sempre profetica».
Riprendendo poi don Tonino Bello, Paronetto ha spiegato come «la pace è il progetto politico più realistico, perché la guerra è sempre una strage, oltre a distruggere, a svuotare la politica». La pace è «la più bella avventura della vita, è una trasformazione radicale della vita». Significa far coincidere i mezzi coi fini. Insomma, «se vuoi la pace, prepara la pace», fin da ora.
APRILE: «COSTRUIRE LA PACE NEL PICCOLO»
Massimo Aprile, pastore battista di Napoli ha poi preso la parola (in collegamento online) spiegando come ha avuto «l’onore di conoscere personalmente don Tonino Bello e don Luigi Bettazzi. «Pace, giustizia e salvaguardia del creato – fra loro strettamente connessi – rappresentano l’urgenza del nostro tempo». Oggi, invece, «spesso le Chiese difendono interessi e privilegi, invece di essere vessilli del Vangelo della pace». Insieme a valdesi e metodisti, Aprile ha poi spiegato le diverse forme di collaborazione, anche per la pace, oltre che con altre anime del mondo riformato. «Ognuno deve chiedersi: cosa sono disposto a fare per la pace? E cosa sono disposto a rinunciare per la pace?». Per fare la pace innanzitutto bisogna «decostruire l’immagine negativa del nemico, iniziando ad ascoltarlo, a sentire le sue ragioni». Va poi «smontata l’ideologia del militarismo, del nazionalismo e della corsa agli armamenti» e «ognuno di noi nel piccolo, nel quotidiano dev’essere mediatore di pace». Infine, la pace va costruita anche nell’ambito del «linguaggio, che dev’essere sempre più inclusivo e sempre meno discriminatorio», e quello legato «all’uso del denaro», pubblico e personale.
SALA: NONVIOLENZA, GUERRA GIUSTA E CAUSE STRUTTURALI
E a proposito di linguaggio, lo scorso febbraio i Vescovi tedeschi hanno cercato le parole giuste per parlare di pace, producendo un’importante Dichiarazione, “Pace a questa casa”, presentata da Daniela Sala, Caporedattrice de “Il Regno – documenti”. Un documento pensato «per approfondire e aggiornare il pensiero della Chiesa sulla pace, tentando di «superare due posizioni differenti e contrapposte: la tradizione della nonviolenza e quella della guerra giusta». La formula di sintesi è la cosiddetta «opzione preferenziale per la nonviolenza», cioè «la scelta della nonviolenza pur nel riconoscimento della necessità, a volte, di difendere la pace e contenere la violenza». Sono state diverse, e alterne, le fortune della pace nel secolo scorso e così differente è stato il dialogo all’interno del mondo cristiano al riguardo. Negli ultimi due ventenni – ha detto Sala – «la riflessione etica cristiana ha sempre più abbracciato la linea della “pace giusta”, che considera fondamentale anche il superamento di tutte le ingiustizie». In ogni caso, il documento in questione dell’episcopato tedesco «tenta di ricucire le differenze fra chi riconosce un diritto alla guerra pur rifiutandola, chi pensa che non vi sarà pace finché non ci saranno organismi sovranazionali capaci davvero di difenderla, e chi invece rifiuta sempre la guerra». L’importante è «dialogare sempre pur nelle differenze e lavorare sempre per la pace nel mondo», anche attraverso «la deterrenza nelle sue varie forme, concentrando i nostri sforzi per affrontare le sfide del futuro». Ma quindi, per stabilire una pace duratura, la Chiesa cosa può fare? «Testimoniare la pace di Cristo in un mondo diviso», ha detto Sala. «Non sarà facile, ma questa è la missione di ogni cristiano, di ogni Chiesa».
LA PACE NEL CUORE
L’introduzione del convegno venerdì 15 è spettata al biblista Piero Stefani, fra gli organizzatori storici, che ha preso le mosse da uno dei testi fondamentali del Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 78: da esso si deduce come «la guerra permane perché siamo nella dimensione del peccato»; ma i conflitti – senza per nulla volerli giustificare – possono essere comunque «un tempo di kairos, un tempo opportuno»: infatti, da una parte «ci si rende conto che la catastrofe è tale solo dopo che questa avviene»; dall’altra, la guerra «fa risaltare ancora di più gesti di bene».
Sempre il primo dei due giorni, i saluti del Vescovo e dell’Arcidiocesi li ha portati il Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, che ha accennato alla «pace come dono di Dio ma che ha bisogno di essere accolta nel nostro cuore». Concetto, questo, decisivo, e poi ripreso anche da padre Oleg Vascautan, alla guida della Comunità ortodossa moldava di Ferrara: «le Chiese – ha detto – sono sempre punti di pace, riferimenti per la pace». Pace che, però, «è innanzitutto qualcosa di interiore, deve cioè scendere nel cuore di ognuno, nel profondo, non rimanere a livello delle idee, sul piano teorico». Al contrario, dev’essere qualcosa di “pratico”, di concreto. Per questo, «la guerra più pesante è quella col prossimo, la volontà di sopraffazione nei confronti di chi mi è vicino: qui ha inizio la guerra». L’unica vera pace è «quella che viene da Dio. E la nostra pace – chiediamoci – coincide con quella di Dio? Spesso, infatti, ci rappresentiamo Dio come piace a noi (un dio governabile, confortevole), invece di essere aperti alla Sua rivelazione». Quando parliamo di pace, dunque, «parliamo non di qualcosa ma di Qualcuno: la Pace è una Persona, Dio. È quindi a Lui che dobbiamo guardare se vogliamo vivere la vera pace. Chi trova Dio, trova la pace». «È importante lavorare anche e soprattutto sul verticale, sulla radice spirituale», ha poi in un certo senso proseguito Raffaele Guerra, diacono della Chiesa ortodossa rumena di Ferrara: «finché la nostra interiorità sarà in conflitto, nulla potrà portare a una pace duratura».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2024
Scuola, mensa e centro sanitario per aiutare i poveri a 15 km dalle bombe: il racconto del missionario nella nostra città
L’indimenticato Fabrizio De Andrè nella sua canzone “Khorakhanè (A forza di essere vento)”, dedicato al popolo Rom, parlava dell’importanza di «raccogliere in bocca il punto di vista di Dio». La necessità, dunque, di uno sguardo altro, alto, difficilissimo da assumere ma decisivo per non soccombere al male.Ed è questo che ha provato anche a trasmettere padre Damiano Puccini, missionario a Damour in Libano, dove ha fondato e dirige l’Associazione “Oui Pour La Vie – OPV “. Padre Puccini è intervenuto la sera del 30 ottobre scorso – alla fine quindi, del Mese missionario – nella chiesa diS. Maria della Consolazione, invitato da don Francesco Viali, parroco di Santo Spirito (la Consolazione fa parte della stessa Zona pastorale) e in collaborazione con la vicina parrocchia del Perpetuo Soccorso, guidata da don Roberto Solera e dal vicario don Nicola Gottardi.
CONVIVERE OLTRE I CONFLITTI
Giovanni Paolo II nel 1989 nel suo Messaggio al Libano, lo definì «un esempio di coesistenza pacifica dei suoi cittadini, sia cristiani che musulmani, sul fondamento dell’eguaglianza dei diritti e del rispetto dei principi di una convivenza democratica». E ancora, riguardo invece allo specifico della posizione di grave conflitto come quello che continua a perpetuarsi in Medio Oriente, padre Puccini ha più volte citato il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, e la sua premura nel sottolineare più volte come «il cristiano non si schiera con l’una o l’altra parte», non per pavidità o indifferenza ma perché «se lo facesse si metterebbe automaticamente contro qualcun altro».
«Dobbiamo imparare ad ascoltare la sofferenza», ha proseguito padre Puccini sempr56e citando il card.Pizzaballa. «Un bambino che muore è sempre una cosa ingiusta, al di là della sua nazionalità. Questo è il primo grande insegnamento, da non dimenticare mai», concetto espresso dal Patriarca anche nell’intervento in diretta dalle Clarisse di Ferrara lo scorso 1° marzo.
Come cristiani, quindi, «dobbiamo stare nel mezzo e comprendere che per Israele il pogrom del 7 ottobre 2023 è il loro 11 settembre negli USA; dall’altra parte, quella palestinese, la nakba, il grande esodo è una ferita sempre aperta. Purtroppo, israeliani e palestinesi non riescono a intendersi nemmeno sul dolore». Per padre Puccini è dunque compito non solo dei cristiani ma «dell’Occidente non schierarsi con una parte o l’altra: l’Occidente, anzi, dovrebbe reinsegnarci a stare assieme».
Il Libano, come detto in apertura citando San Giovanni Paolo II, può essere «un modello positivo: basti pensare al suo Parlamento, alle sue alte cariche dello Stato e ruoli nella pubblica amministrazione, assegnati equamente a cristiani, sciiti e sunniti».
FRATELLI E SORELLE NELLA SOFFERENZA E NELLA GIOIA
La missione di padre Damiano – come accennato – si trova a Damour, a metà strada tra Beirut e Sidone; una città a maggioranza cristiana e tristemente famosa per una strage nel ’76 causata dal Movimento Nazionale Libanese con la collaborazione dell’OLP. «Qui – a 15 km dai bombardamenti – siamo l’ultima comunità cristiana rimasta», ha proseguito il missionario.«Ma la maggior parte dei media parla solo dei conflitti in corso, mentre vi sono anche tante relazioni positive, un equilibrio, una convivenza tra cristiani maroniti (che sono cattolici, ndr), ortodossi, drusi, musulmani sciiti e sunniti. Ogni morto ammazzato, fosse anche un capo di Hezbollah, è una ferita nel cuore di ogni libanese». Bisogna dunque «guardare sempre le cose col cuore, cioè con gli occhi di Dio. Noi cristiani, quindi, preghiamo il Signore che ci aiuti a non rispondere mai alla violenza con la violenza». Si tratta, quindi, per padre Damiano, oltre che di stare in mezzo, anche «di stare al di sopra» delle faide. «La nostra missione di “Oui Pour La Vie” ha realizzato a Damour una scuola, una cucina, un centro sanitario e una casa per malati di AIDS nella periferia di Beirut».Servizi più che mai necessari, soprattutto dall’inizio – 5 anni fa – della gravissima crisi economica nel Paese.
«Scopo ultimo della nostra missione – che continua ancora ora, nonostante tutto – è di far sentire che Dio c’è. Oltre a bimbi libanesi, ne ospitiamo anche di siriani e palestinesi e cerchiamo di usare con loro – e di insegnare loro – parole di amore, non di aggressione: così, cerchiamo di mostrare che Dio non li abbandona. Non è scontato – ha proseguito padre Damiano – che palestinesi e siriani, ora siano accomunati a noi come vittime, che soffrano assieme a noi: a volte, infatti, in alcuni libanesi vi è ancora la tentazione di vendicarsi dei torti passati». Ma in un mondo di forti contrapposizioni, «dobbiamo cercare di guardare come Gesù guarda ognuno dei suoi figli dalla Croce». La fede è questo, «vivere i rapporti col cuore, senza rabbia, col cuore di Gesù, quindi col sorriso.Siamo un’unica famiglia, tutti figli Suoi, fratelli e sorelle.Solo Gesù può farci sentire davvero così».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024
Presente come attesa attiva del compimento in Dio: Prolusione del Vescovo alla Scuola di teologia
Si avvicina l’inizio del tanto atteso Giubileo 2025 e si avvicina anche il 60° dalla pubblicazione della Costituzione pastorale “Gaudium et spes”. La nostra Scuola diocesana di teologia per laici ha scelto quindi di dedicare il suo programma 2024-2025 al tema della speranza, al centro dell’anno giubilare. Lo scorso 22 ottobre a Casa Cini il nostro Arcivescovo è intervenuto per la Prolusione di inizio anno dal titolo “Giubileo 2025, guardare il mondo con gioia e speranza”.
«Sperare – ha esordito – significa tendere con l’animo verso un bene futuro, desiderato. La speranza è attesa, tensione verso la pienezza, a partire da una mancanza, da un presente lacunoso. È uno slancio verso un traguardo buono, con un’attesa di miglioramento, di un orizzonte positivo. Sperare vuol dire quindi essere protesi, aperti».
LA SPERANZA CRISTIANA
Ma nello specifico, la speranza cristiana è qualcosa di più di questa speranza solo umana. Attingendo principalmente dalla “Spe salvi” di Benedetto XVI, il Vescovo ha spiegato come la speranza sia una «virtù per poter affrontare il presente», ma «non una generica attesa in un futuro positivo e indeterminato». È, invece, «attesa di Dio, di Colui che crea e sostiene la vita, di Colui che è il futuro». La speranza coincide quindi con «l’incontro col Signore». È anche miglioramento del presente e attesa, ma è molto di più: «è l’eschaton, il compimento della vita, Gesù stesso, cioè Dio dentro la storia, Dio con un volto». La speranza cristiana «non è quindi un tempo (il futuro), né un luogo (il Paradiso) ma una Persona, l’incontro con una Persona. L’Oltre è un incontro: quello con Dio». Diversi, poi, gli accenni di mons. Perego al tema della speranza in Paolo, o alla “Teologia della speranza” di Moltmann, differente dal “principio-speranza” laico-marxista di Bloch.
Avere speranza per noi cristiani significa dunque «sapere qual è la meta e raggiungerla assieme agli altri», anche e soprattutto nel dolore. L’orizzonte non può quindi che essere «un orizzonte buono, un orizzonte di salvezza. Solo così l’uomo può dirsi davvero libero dalla tentazione della desperatio, dal un fato cieco o dalla presunzione di essere il protagonista solitario della storia».
COME RENDERNE RAGIONE
Ma affinché la speranza cristiana non resti una semplice idea, è essenziale capire come darle carne e sangue. C’è solo un modo: «andando incontro alle donne e agli uomini, sentendosi solidali con loro e con la loro storia». Forti della speranza che non delude, «Cristo Risorto, pur nelle crisi della nostra società, nelle tenebre, nelle nostre difficoltà.
La storia è teocentrica perché ha per protagonista Dio, è una storia di salvezza che ha come destino l’incontro dell’uomo con Dio. Non è una storia solo terrena, solo umana». La speranza cristiana ha quindi radicalmente «a che fare con la vita», non è – come pensavano Marx o Feuerbach – fuga, alienazione dalla realtà. Al contrario, la visione cristiana è «critica di ogni passività, di ogni fuga dal mondo e promuove invece la cittadinanza attiva». Segni di speranza – citando ancora “Spe salvi” e “Gaudium et spes” – sono la preghiera, l’azione, la sofferenza, così come la solidarietà, la collaborazione, il dialogo e il servizio.
ANDARE OLTRE
La speranza è dunque «un uscire da sé nel tempo e nello spazio, ha una dimensione costitutivamente comunitaria: per il cristiano non esiste l’io senza l’altro». Una concezione, questa, rifiutata dalla modernità. «Nessuno è una monade chiusa in sé stessa ma è aperto essenzialmente ed eternamente agli altri», ha proseguito mons. Perego. Come scrive Benedetto XVI sempre in “Spe salvi”, la speranza è sempre anche «speranza per gli altri». Ciò richiama un concetto (ancora travisato) di Hans Urs von Balthasar secondo cui non si può non sperare che l’inferno sia vuoto. Insomma, la speranza cristiana «ci fa passare dal sé al noi, dal singolo alla comunità». «Spero in Te, per noi», scriveva Gabriel Marcel.
«Non ha quindi senso – si è avviato alla conclusione il Vescovo – una speranza che non sfoci nella carità, come non si può comprendere una speranza priva di fede».
L’incontro ha poi visto il confronto fra l’Arcivescovo e alcuni dei tanti partecipanti, i quali han posto domande e riflessioni. A una di queste, mons. Perego ha risposto spiegando che quando prega lo fa innanzitutto «affinché la vita sia accolta e difesa sempre, e che qualche nostro giovane diventi sacerdote». Ma la difficile situazione nella nostra Diocesi, come nel resto d’Italia e d’Europa, non deve farci pensare, a tal proposito, che sia così in tutto il mondo. In diversi Paesi africani e dell’Oriente, crescono le vocazioni al sacerdozio e le congregazioni religiose. Anche questo può aiutarci a non disperare, anche questo è un “segno dei tempi”.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024
Lo scorso 8 ottobre è tornato al Padre il fondatore don Guido Todeschini. Angiolina Gallani ci racconta come Ferrara fu importante per questa tv
Telepace è il nome di una delle più note emittenti televisive cattoliche, nata quasi mezzo secolo fa. Ma in pochi sanno che il nome di Telepace per molto tempo è stato strettamente legato a quello di Ferrara.
A raccontare questa storia a “La Voce” è Angiolina Gallani, Ministra dell’Ordine Francescano Secolare di Ferrara e 40 anni fa colei che, assieme al marito, ha portato Telepace a Ferrara. L’occasione per questo ricordo è il recente ritorno al Padre (lo scorso 8 ottobre) a 88 anni di mons. Guido Todeschini, fondatore dell’emittente televisiva a Cerna, nel veronese, in quella “Casa Gioiosa” ancora oggi sede di Telepace. E sempre a Cerna, sul Colle della Pace, su invito di San Giovanni Paolo II, don Todeschini realizzò un Santuario dedicato a Maria “Stella dell’Evangelizzazione”.
Ma torniamo a Ferrara, a inizio anni ’80. «Una sera – ci racconta Gallani – a me e mio marito, l’ing. Nino Masina, ci telefona padre Guglielmo Gattiani» – cappuccino ai tempi a Faenza, morto nel ’99 e oggi Venerabile – per chiederci se eravamo disponibili a diventare animatori di Telepace a Ferrara. Padre Guglielmo andò da don Todeschini, che da poco aveva aperto Telepace, per parlargli del suo sogno di avere una tv cattolica mondiale…». La casa di Angiolina e del marito diviene quindi la sede ferrarese di Telepace. «Ai tempi non c’era internet – prosegue Gallani – e quindi ci recavamo regolarmente a Verona per prendere il palinsesto di Telepace e diffonderlo a Ferrara. Don Casaroli, ai tempi Direttore della “Voce”, lo pubblicava anche sul nostro Settimanale diocesano». Ben presto a Ferrara nasce quindi il gruppo degli “Amici di Telepace” per sostenere l’emittente tv: sede del gruppo erano i locali della parrocchia di San Biagio e Santa Maria Nuova allora guidata da mons.Italo Marzola. Don Todeschini viene anche due volte a Ferrara per incontrare personalmente i volontari di Telepace.
«La prima trasmissione locale a Ferrara mediante Telepace – prosegue Gallani – avviene in occasione della festa della Madonna delle Grazie nell’ottobre del 1988». Uno dei giorni dell’anno più importanti per la nostra Diocesi, diventa anche un giorno memorabile a livello di comunicazione.
Due anni dopo, don Todeschini e i tecnici di Telepace saranno impegnati per immortalare la storica Visita Pastorale a Ferrara-Comacchio di papa Giovanni Paolo II il 22 e 23 settembre 1990. «Io e mio marito li accompagnavamo», sono ancora parole di Gallani. «Siamo stati anche a Pomposa, tante sono state le interviste a sacerdoti e a semplici fedeli, e le riprese in diversi luoghi, fin dai precedenti mesi estivi». E in quell’occasione, Angiolina assieme al marito, ai loro due figli, a don Todeschini, ad altri volontari ferraresi di Telepace e a padre Guglielmo Gattiani hanno potuto incontrare riservatamente il Santo Padre in Arcivescovado a Ferrara: «è stato un grande dono per noi, che non dimenticherò mai».
Successivamente, una signora ferrarese (che ha sempre voluto mantenere l’anonimato) ha finanziato per tre anni il passaggio di Telepace al satellite, dal 1998 fino al Giubileo del 2000. Sul satellite, Telepace vi è rimasta fino al 2001, e ora si trova sul digitale (canale 76 per il Veneto e Mantova, per Roma e Rieti 75), in streaming qui https://www.telepace.it/diretta-streaming/ o sull’app per smartphone e tablet.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024
Madre Noemi Scarpa, la testimonianza alla S. Famiglia: «annunciamo a tutti la salvezza del Signore»
Nel mese dedicato alle missioni, la parrocchia della Sacra Famiglia di Ferrara fa una scelta solo apparentemente controcorrente, invitando per un doppio incontro Madre Noemi Scarpa, 45enne Abbadessa del Monastero delle Benedettine di S.Anna a Bastia Umbra (PG). L’11 ottobre la religiosa ha incontrato gli adulti (prima di cena) e poi i giovani dopo cena (foto).
Ora et labora, adagio antico che si crede appartenente a un passato lontano: «proprio stamattina raccoglievo le olive nel nostro orto e ora, eccomi qui in mezzo a voi», ha detto M.Scarpa all’incontro con gli adulti. La sua è una vera e propria missione: portare il Signore – missione di ogni cristiano – tanto nella preghiera quanto nella semplicità del lavoro quotidiano.Ora et labora, appunto. E, nel suo caso specifico, anche girando l’Italia per spiegare a giovani e a meno giovani la bellezza di vivere nella propria carne il Vangelo.Che significa amare e perdonare, a partire dal proprio familiare, dal conoscente o parrocchiano che ci ha offesi. «Io stessa – ha raccontato – alcuni giorni fa ero “tentata” da non fare gli auguri di buon compleanno a una persona che mi aveva seriamente offesa e trattata male.Poi glieli ho fatti e tutto è cambiato». Sì, perché la nostra diversità – che è la bellezza e l’immensa grandiosità del Signore -è di amare i nostri nemici, chi porta il male nelle nostre vite.
DAL DESERTO ALLA CHIAMATA
Sveglia alle 5, tre ore di preghiera, lavoro, pranzo, ancora preghiera e condivisione: questa la giornata tipo di Madre Scarpa e delle sue consorelle. Lei in monastero ci vive da 26 anni, e da 10 è Abbadessa. Originaria dell’isola di Murano (Venezia), è nata e cresciuta in una famiglia «molto cattolica», seconda di sette figli. «Ero una ragazzina vivace e da piccola volevo fare…la santa. Con la Bibbia donatami per la Prima Comunione, volevo andare nel “deserto” – l'”abbandonato” di Murano, dietro il cimitero – e vivere lì». Ma a 18 anni il richiamo del mondo diventa più forte: Noemi smette di andare a Messa, continua a giocare a basket. E d’estate gira le capitali europee con una cugina. A metà del viaggio, però, l’Imprevisto che sconvolge la sua vita: «vengo a sapere della morte di Madre Teresa di Calcutta. Mi chiedo: come questa donna così piccola è riuscita a donare la sua vita e a essere più felice di me? Allora prego Santa Teresina e sento forte dentro la chiamata del Signore ad abbracciare la vita religiosa.Sempre sarò grata a Lui per tutti i doni che mi ha fatto, nonostante le fatiche che non mancano».
DALL’ARCIPELAGO ALLA COMUNITÀ VIVA DI CRISTO
Questa la testimonianza personale, importante per ricordarci come Dio ci chiami per nome, dentro le nostre vite, in modo inatteso. Ma ogni vocazione non è nulla senza la comunione coi fratelli e le sorelle in Cristo: «siamo chiamati a essere Corpo di Cristo, cioè Chiesa». Essere Chiesa «non coincide con l’andare in chiesa ma col sentirsi un unico Corpo. La Chiesa non è un arcipelago ma una comunità fondata sull’amore, nella quale ognuno cerca di essere cristiano e non di “fare” il cristiano». Solo l’amore, quindi, ci fa essere veri testimoni del Signore: «innanzitutto, a partire dalle nostre comunità ecclesiali, è importante sospendere il giudizio sugli altri».Giudizio che «spetta solo a Dio». Parallelamente, non ci è chiesto di essere indifferenti ma di andare verso chi è solo, malato, povero, infelice. Verso chi ha scelto di non far più parte della Chiesa. «Queste persone non deve conoscerle solo il parroco, ma ogni parrocchiano». “Dov’è tuo fratello?” Questa domanda dobbiamo continuamente sentircela rivolta. «Siamo tutti custodi l’uno dell’altro», ha proseguito Madre Scarpa. Questo significa essere cristiani: «dopo la Messa, portare fuori, a tutti, quello che assieme abbiamo celebrato». Andando a cercare il dolore, per alleviarlo, e «portando la gioia di essere cristiani, essendo in questo senso contagiosi.La salvezza, la vita eterna è il bene più grande che possiamo ricevere».Eche possiamo annunciare al mondo.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)