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Francescani, il terz’ordine ha una nuova novizia

11 Ott

Il 6 ottobre gran festa per l’Ordine Secolare di Ferrara: 22 nuovi probandi e Noviziato per Giulia Leardi, che ci racconta il suo cammino. Ecco la storia e il presente dei Secolari ferraresi

A due giorni dalla festa di San Francesco, l’Ordine Secolare di Ferrara ha vissuto una domenica di festa e di comunità. Al mattino, dopo la relazione di P. Tarcisio Centis, fratello di P. Celso, è stata celebrata la S. Messa col Rito di ammissione al Probandato di 22 persone provenienti da Legnago (VR) e col Rito di ammissione al Noviziato di una ragazza, Giulia Leardi. Conclusione col pranzo comunitario in Convento.

Giulia Leardi, 33 anni, dal 2020 vive a Cento e da 1 anno è insegnante di religione alle Medie inferiori di PoggioRenatico e nella stessa Cento. A “La Voce” racconta di essere entrata nella Gioventù Francescana (Gi.Fra.) della Basilica della Madonna dei sette dolori di Pescara Colli, guidata dai Cappuccini, città dov’è nata e cresciuta. «Il mio cammino in Gi.Fra. – continua – è iniziato il 12 settembre 2009 – dopo un’esperienza ad Assisi -, con la prima promessa: è stato per me un nuovo battesimo». In  seguito, dal 2019 al 2022 ha fatto anche parte del Consiglio Nazionale della Gioventù Francescana.

LO SPIRITO DEI FRANCESCANI SECOLARI

«Siamo persone diverse per età, lavoro, esperienze di vita, ma accomunate e fortemente unite dalla volontà di ricercare la Persona vivente e operante di Gesù Cristo e di vivere, pur nei limiti delle nostre fragilità, i Suoi insegnamenti sull’esempio di S. Francesco d’Assisi». Con queste parole, Angiolina Gallani ci presentà la Fraternità secolare francescana di Ferrara, di cui  è Ministra. «Nostro impegno principale  – prosegue – è la formazione cristiana e francescana da tradurre nel quotidiano e anima di tale impegno è la preghiera, senza la quale ogni sforzo umano sarebbe vano». Formazione e preghiera che vengono attuate nella “fraternità”, «grande intuizione di S. Francesco che in Gesù Cristo riteneva tutti fratelli, persino gli animali e le creature inanimate. Per questo ci incontriamo frequentemente in fraternità, dove ci unisce anche la gioia dello stare insieme come fratelli. Così, le sofferenze, i problemi e le vicissitudini delle nostre vite non sono annullati ma assumono un senso nuovo perché vissuti alla luce del Vangelo, nella condivisione fraterna e, soprattutto, nella consapevolezza che le nostre vite sono “nelle mani” di Dio, che ci ama infinitamente».Da qui, «con fede, speranza e carità ci accostiamo agli altri con il desiderio di renderli partecipi della bellezza e della gioia della vita in Cristo Gesù».

LA FRATERNITÀ SECOLARE FERRARESE

Ma com’è strutturata e come nasce la Fraternità secolare ferrarese? Giuridicamente e per motivi storici, fino a poco tempo fa in città esistevano tre Fraternità (Fraternità di S. Francesco, di S. Maurelio e di S. Spirito), anche se di fatto agivano assieme. Il 30 ottobre 2016, in seguito alla soppressione di queste tre Fraternità, è stata eretta la nuova unica “Fraternità OFS Ferrara”, composta dai Fratelli e dalle Sorelle provenienti dalle tre precedenti, con sede presso il Convento di S. Francesco .

«Manteniamo uno stretto legame con le Sorelle Clarisse del Monastero “Corpus Domini”, che vivono il medesimo ideale francescano come Monache di clausura», ci spiega Gallani. Attualmente i Professi, cioè coloro che hanno professato la Regola dell’Ordine Francescano Secolare, sono 37, di cui 8 non frequentanti per malattia o altro. Di questi 37, 23 sono donne e 14 uomini. L’Assistente spirituale della “Fraternità OFS Ferrara” è Padre Celso Centis. Nella nostra Arcidiocesi è presente anche la Fraternità OFS di Comacchio, che si incontra in Santa Maria in Aula Regia ed è assistita spiritualmente da un Padre dei Francescani dell’Immacolata. 

Ogni Fraternità è guidata da un Consiglio che, mediante un Capitolo Elettivo appositamente convocato, viene rinnovato ogni 3 anni, anche se i suoi componenti non necessariamente devono cambiare, o meglio, cambiano necessariamente solo dopo 3 turni, cioè 9 anni. 

Nel Consiglio sono previsti 5 ruoli: Ministro, Viceministro, Economo, Segretario e Maestro di formazione, cui si aggiungono Consiglieri più o meno numerosi secondo la consistenza numerica della Fraternità.

Attualmente il Consiglio della Fraternità OFS Ferrara è formato da 6 persone: Angiolina Gallani nel ruolo di Ministra, Patrizia Paci nel ruolo di Viceministra e Maestra di formazione, Elisabetta Avanzi nel ruolo di Segretaria, Alessandra Budini nel ruolo di Economa, e i due Consiglieri Giuseppe Miccoli e Domenico Matrangolo. 

La formazione, cioè il cammino di preparazione per arrivare ad emettere la Professione, dura almeno 2 anni: il primo per conoscere la figura di San Francesco e la spiritualità francescana, il secondo per studiare la Regola. Il primo periodo si chiama Probandato, il secondo Noviziato. «Attualmente – ci spiega Gallani – 20 persone hanno iniziato ufficialmente il percorso del Probandato e altre 2 inizieranno questa fase il prossimo novembre». Sempre a novembre, «4 Novizi, avendo ormai terminata la fase del Noviziato, emetteranno la Professione». L’appuntamento è per domenica 17 novembre, durante il ritiro che la Fraternità OFS Ferrrara organizza ogni anno per festeggiare i Santi Patroni Elisabetta d’Ungheria e Ludovico re di Francia.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2024

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«Madre Cànopi faceva sentire il Verbo vivente»

9 Ott

Al Monastero di S.Antonio in Polesine presentata la mostra sulla nota abbadessa e scrittrice

Era la generatività la cifra di Madre Anna Maria Cànopi, abbadessa dell’abbazia benedettina “Mater Ecclesiae” sull’isola di San Giulio (Novara) e autrice di numerose pubblicazioni, tornata al Padre il 21 marzo 2019, Transito di San Benedetto. 

Dal 5 al 12 ottobre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara è possibile visitare la mostra con gli acquerelli della nipote Agnese Cànopi (nella foto, assieme alla zia) dedicati a Madre Cànopi e all’isola di San Giulio, organizzata assieme a Gianfranco Mastrolilli; opere che sono accompagnate da diverse foto di Madre Cànopi e della sua famiglia, oltre a copie di molti suoi libri e a due sue poesie inedite, “Fili d’erba” e “Il nido”. 

La mostra è visitabile dalle ore 9.30 alle 11.30 e dalle 15.15 alle 16.45. Il 12 ottobre padre Raffaele Talmelli presiederà la Santa Messa in ricordo di Madre Cànopi. 

In mostra, opere lievi, leggere, piene di una poesia dolce e personale. E colme di luce: quella del sole che sorge, quella di una lampada della notte.Del lago e del verde della natura. Quella di mani unite nel gesto della preghiera, e quella di un girasole, che Madre Cànopi tanto amava.

La mattina dello scorso 5 ottobre il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego è intervenuto all’inaugurazione della mostra assieme all’abbadessa del Monastero ospitante Madre Maria Ilaria Ivaldi, ad Agnese Cànopi e a Mariella Enoc.

UNA DONNA ECCEZIONALE

«Fra le tante sorprese della vita monastica, questa di introdurre una mostra su Madre Cànopi è per me una delle più belle e sorprendenti», ha esordito emozionata Madre Maria Ilaria. «Tanto è il bene che ho appreso da questa donna eccezionale, di preghiera e di ascolto. Una donna che generava il Signore. La mia benedizione abbaziale è stata l’ultima occasione nella quale ho potuta incontrarla, dato che venne qui a Ferrara. Per me rimarrà sempre un ricordo commovente».

MOSTRA ITINERANTE

Agnese Cànopi ha vissuto la presentazione pubblica con un forte coinvolgimento emotivo. Nel suo intervento ha spiegato come lo scorso marzo la mostra è stata esposta a Tortona, «la mia Diocesi, assieme alla presentazione di due libri di Madre Cànopi». La mostra è già stata allestita – e verrà allestita – in diversi altri luoghi benedettini e non: prossimamente, andrà anche a Pecorara, luogo di nascita di Madre Cànopi.

DONNA FRAGILE E FORTE

La storia dell’abbazia “Mater Ecclesiae” è stata illustrata da Mariella Enoc.Dopo la morte dell’anziano parroco dell’Isola, il Vescovo di Novara mons. Aldo Del Monte chiese all’Abbazia di  Viboldone la disponibilità ad inviare alcune monache per la fondazione di un monastero benedettino. All’inizio non fu facile: M. Cànopi con le prime cinque monache trovarono un luogo «poco accogliente, senza riscaldamento. C’è da dire che anche la Diocesi non condivideva molto la scelta del proprio Vescovo», ha spiegato Enoc. «Ma la gente che abitava nei dintorni si affezionò alle monache e iniziò ad aiutarle». Poi prese avvio l’accoglienza, «ancora oggi uno dei punti di forza del Monastero. Lì c’è una grazia, un’atmosfera molto particolare. Solo pochi giorni fa vi ho accompagnato un gruppo di ricchi cinesi che in Italia volevano imparare il significato di “filantropia”…». E dove non imparare l’amore vero per la persona se non in luogo così?

«Madre Cànopi – ha proseguito – era una donna tanto fragile nel corpo quanto forte dentro, di grandissima umanità. La sua, quindi, è una storia di grande generatività. Nel suo Monastero ha sempre anche accolto giovani monache non perfette, con dei limiti, che magari all’inizio potevano creare problemi, ma che col tempo si trasformavano». Si trasfiguravano, perché Madre Cànopi «era capace di valorizzare anche le povertà spirituali. Era una mistica, una donna capace di far sentire l’umanità di Dio: non solo la Parola ma anche il Verbo incarnato, vivente. Cercate anche voi, qui a Ferrara, di capire a fondo l’importanza di avere un Monastero benedettino».

IL VESCOVO: «QUANDO LA CONOBBI DI PERSONA»

«Tutti e tre i nostri Monasteri sono doni per la nostra città», ha rimarcato mons.Perego. «Madre Cànopi – ha aggiunto – è una delle figure più importante degli ultimi 50 anni. Ho avuto la grazia di incontrarla una volta, quand’ero seminarista: ricordo la sua figura semplice, che generava un clima di silenzio, di preghiera. E ricordo l’invito a sentire il Signore sempre presente nella nostra vita. Senza una relazione col Signore, la nostra vita – infatti – può affossarsi: abbiamo bisogno di uno sguardo che veda oltre». Poi, «durante i miei studi di teologia – ha proseguito il Vescovo -, i suoi libri sono stati strumenti importanti di preghiera e di meditazione». Riguardo alle opere della  nipote Agnese, mons.Perego ha infine spiegato come la tecnica dell’acquerello richieda «delicatezza» e una scelta netta, precisa, in quanto non si può correggere in corsa. Segno, quindi, di una tempra e di una dolcezza condivise con l’amata zia.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2024

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«Portiamo Cristo a chi non lo conosce»

5 Ott

André e Victor sono i due nuovi missionari brasiliani di Shalom presenti a Ferrara. Li abbiamo incontrati per farci raccontare la loro esperienza di fede e la loro missione 

Nell’estate del 2023 a Ferrara si sono trasferite cinque missionarie della Comunità Shalom, nata in Brasile nel 1982 e presente in diversi Paesi europei e non. Aline Teixeira, Sara Ponzo, Chiara Rondoletti (attuale Responsabile Comunità Shalom di Ferrara), Sheisse Góes e Rayana Soares hanno iniziato fin da subito a collaborare con la Pastorale Universitaria e Giovanile diocesana e con don Giovanni Polezzo, neo Rettore di San Giorgio fuori le Mura, per animare la vita del Santuario diocesano. Nel tempo, sono riuscite a creare un gruppo di giovani e uno di adulti che regolarmente si ritrova nell’antica Basilica fuori le Mura per serate di lode e convivialità.

Recentemente Sheisse e Aline sono tornate in Brasile, mentre le altre tre sono state raggiunte a San Giorgio da altri due giovani missionari brasiliani di Shalom:André Filipe e Victor Amorim, arrivati il primo lo scorso maggio, il secondo lo scorso marzo.

Li abbiamo incontrati per farci raccontare il loro cammino di fede.

CHI È ANDRÉ FILIPE

Originario di Recife, 28 anni,André (nella foto, a dx) a 16 anni vive la prima esperienza personale col Signore durante un incontro di “Rinnovamento Carismatico”. Da qui inizia un cammino di fede che lo porta a Shalom: «capii che questo è il mio posto», ci spiega. Dopo un percorso vocazionale, arriva a Fortaleza dove per  5 anni è impegnato nell’ambito della comunicazione (anche come filmmaker) per la sede centrale di Shalom e altri 2 nella “Scuola di evangelizzazione”.Quest’ultima esperienza, in particolare, sarà per lui fondamentale:«a due a due andavamo dal lunedì al venerdì a evangelizzare porta a porta, mentre nel fine settimana nelle piazze e in altri luoghi pubblici. Portavamo Gesù e la Sua Chiesa alle persone, non aspettavamo che fossero loro a venire da noi». Gli chiediamo quale forme di evangelizzazione stanno sperimentando a Ferrara: «qui come Shalom innanzitutto abbiamo cercato di formare un piccolo gruppo di persone», giovani e adulti. Uno degli obiettivi sarà, ad esempio, quello di aprire un luogo per gli universitari, ad esempio un’aula studio. Nel frattempo, però, «soprattutto noi due maschi che siamo qui da meno tempo, dobbiamo conoscere meglio la città e le persone che la vivono, residenti e studenti fuori sede». Per questo, «a volte la sera tutti e cinque andiamo assieme in centro o lungo la nuova Darsena, e continueremo a fare così per tutto l’anno accademico».

CHI È VICTOR AMORIM

Nato e cresciuto a Fortaleza, 30 anni, al Festival musicale cattolico “Halleluya” (che in cinque giorni proprio a Fortaleza riunisce 1 milione di persone) Victor (nella foto, a sx) ha avuto la sua prima vera esperienza di fede. Nel 2012 un ritiro spirituale nella sua parrocchia gli fa comprendere «che non era sufficiente partecipare alla Messa domenicale».Da qui «ho iniziato a sentire il bisogno di qualcosa di più profondo»: inizia a frequentare gruppi di preghiera, gruppi di giovani, a prestare servizio in parrocchia. Nel ’14 con Shalom partecipa a un “Seminario di vita nuova” e due anni dopo vive l’anno vocazionale per poi entrare nella “Comunità di vita” di Shalom. Vivrà poi per due anni e mezzo a Budapest in missione. Ora qui a Ferrara è l’economo della Comunità Shalom, mentre André si occupa della comunicazione e delle uscite per l’evangelizzazione, Rayana della formazione e della vita del Santuario (insieme a don Polezzo), e Sara dell’ambito musicale e delle relazioni con i benefattori, importanti per il loro sostentamento.

VIVERE PER GLI ALTRI

Chiediamo quindi ai due di raccontarci alcuni incontri con i giovani di Ferrara. André ci racconta di Dario, un ragazzo conosciuto al Mammut o dell’amicizia nata, anch’essa in modo spontaneo, con alcuni studenti di Medicina al Parco Pareschi. «Prima ci presentiamo, come semplici amici. Poi, se vogliono, parliamo loro di Gesù». È forse l’aspetto più bello della loro esperienza missionaria: «saremmo potuti rimanere tranquilli nelle nostre parrocchie – ci spiegano – ma abbiamo sentito il desiderio di andare a cercare altre persone per far conoscere loro Cristo». «Non c’è un senso razionale, logico in quel che facciamo – prosegue André –  non si può, cioè, spiegare del tutto. È l’Amore di Dio. Punto». Quel che gli fa uscire da sè e scegliere di dedicare la propria vita agli altri, contro la logica individualista che – oggi ancor di più – domina nel mondo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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AC, tanti i propositi per il nuovo anno

4 Ott


L’Assemblea unitaria diocesana: più spazio ai giovani, corresponsabilità, pastorale d’ambiente

Un pomeriggio per ritrovarsi, guardarsi in faccia.Come sempre, con franchezza e rispetto, confrontarsi.Questo e molto altro è stata l’Assemblea Unitaria dell’Azione Cattolica diocesana svoltasi lo scorso 29 settembre a Casa Bovelli, Ferrara. Assemblea alla quale mons. Perego ha portato il proprio saluto auspicando come questo terzo anno del cammino sinodale sia di «conversione personale e comunitaria».

NATALI: «ANDIAMO DOVE ANCORA NON SIAMO»

Dopo la preghiera iniziale guidata dall’Assistente diocesano don Michele Zecchin, Alberto Natali, da alcuni mesi Presidente diocesano di AC, ha introdotto il pomeriggio di confronto: «l’Azione Cattolica vuole continuare a essere presente nella nostra Arcidiocesi, soprattutto in quelle parrocchie dove ancora non c’è», ha spiegato. Al riguardo, importante sarà il rapporto coi parroci, «con i quali non siamo in competizione ma in un rapporto di corresponsabilità». Il solo livello locale può, però, essere riduttivo: «Non dimentichiamo che più che l’AC diocesana noi siamo l’AC italiana in questa Arcidiocesi. Il centro nazionale è l’humus sul quale si sviluppa l’albero dell’AC diocesana».

Natali ha poi brevemente illustrato il Documento di programmazione 2024-2027, i cui ambiti centrali sono “Persone e Comunità”, “Comunione e Responsabilità”, “Formazione e Cultura”, “Spiritualità e Sinodalità”. Fra i temi accennati dalPresidente, l’importanza di tornare a pensare, come AC diocesana, alla cosiddetta «Pastorale d’ambiente», ragionando sulla possibilità di ricostruire il MSAC (Movimento Studenti di Azione Cattolica) e il MLAC (Movimento Lavoratori di Azione Cattolica).

GLI APPUNTAMENTI IN PROGRAMMA

Oltre ai diversi interventi dai partecipanti, sono poi intervenuti Andrea Rimondi (ACR), Francesco Ferrari (Settore Adulti), Claudia Vannella e Paolo Luciano Ferrari (Settore Giovani), per presentare ognuno i progetti dell’anno nei rispettivi ambiti.

Fra gli appuntamenti in calendario per il 2024-2025, segnaliamo il ritiro d’Avvento degli Adulti in Seminario il 1° dicembre, la Veglia dell’Adesione il 7 dicembre, la Giornata della Pace il 26 gennaio, il ritiro di Pasqua il 9 marzo e il Giubileo dei Giovani dal 28 luglio al 3 agosto. Miriam Turrini ha poi anticipato altre due importanti iniziative: dal 3 al 5 novembre prossimi a Tresigallo gli Esercizi spirituali dell’AC guidati da mons.Andrea Turazzi: il 15 e 16 novembre a Ferrara il convegno di “Teologia della pace”, sostenuto anche dall’AC.

DON MARTINELLI: «AFFIDARCI PER GENERARE»

A nome dell’AC nazionale è intervenuto don Michele Martinelli, Assistente Nazionale del Settore Giovani. All’Assemblea in via Montebello hanno partecipato una 50ina di persone, fra cui una decina di giovani. E  proprio dai giovani ha preso le mosse don Martinelli: «spesso come AC corriamo il rischio di coinvolgerli e poi di metterli da parte perché non li consideriamo ancora maturi. Invece, il momento dei giovani è questo, è adesso, dev’essere sempre il presente». Non a caso, per don Martinelli, «il nostro modello rimane Laura Vincenzi che incarna il “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6, 37, ndr), avendo donato totalmente se stessa». 

Riguardo l’Icona Biblica di quest’anno associativo – il passo del Vangelo secondo Luca, cap. 5,1-11 – don Martinelli ha spiegato come «la nostra vita all’improvviso può essere travolta da qualcosa che ci sembra insormontabile. Ma il Signore ci chiede di fidarci di Lui, di affidarci a Lui. Solo così capiremo cosa fare, senza la pretesa di risolvere tutto, superando fatiche e tiepidezze spirituali»; e comprendendo davvero che «ci chiede di dare, di darci – proprio come Laura Vincenzi -, non di trattenere, non di trattenerci, ma di condividere e generare».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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Ferrara terra di missione: quattro giovani brasiliani  in servizio nel bondenese

21 Set

Gabriel, Lucas, Jacylyane e Gracieli vengono da Parauapebas e rimarranno a Pilastri e Burana fino al 30 novembre, ospiti di don Roberto Sibani, dal 1995 legato al Brasile. Li abbiamo incontrati per farci raccontare le loro storie e cosa li ha spinti a intraprendere un’esperienza così importante

di Andrea Musacci

Dopo 5 anni, le comunità di Burana e Pilastri nel bondenese tornano ad accogliere alcuni giovani missionari brasiliani: Gabriel, Lucas, Jacylyane e Gracieli sono arrivati il 6 settembre da Parauapebas e rimarranno fino al prossimo 30 novembre, ospiti di don Roberto Sibani, instancabile promotore e organizzatore del progetto solidale “Cammino di Fraternità”. Progetto iniziato nell’agosto del 2008 con l’accordo tra il Vescovo di Marabá dom José Foralosso e l’allora Arcivescovo di Ferrara-Comacchio mons. Paolo Rabitti per una presenza missionaria nel Vicariato Beato Giovanni Tavelli. Per i primi quattro anni, la presenza di tre missionari è stata di 12 mesi, ma poi, per motivi burocratici, il periodo è stato ridotto a 90 giorni. I giovani missionari, però, col tempo sono diventati quattro  (nel 2019 furono Elayne, Rosinha, Thainan e Renato). Don Sibani dal 1995 si reca ogni estate a Parauapebas (esclusi gli anni del Covid, dal 2020 al 2022). Abbiamo incontrato i quattro ragazzi presenti ora in Diocesi per farci raccontare il loro cammino di fede e il primo impatto con la realtà italiana.

Gabriel Morais, 32 anni, single (come anche gli altri tre), è un Agente Comunitario di Salute a Parauapebas. «In Brasile, sono attivo nella chiesa di Sant’Antonio della Parrocchia della Madonna del Perpetuo Soccorso, dove svolgo il servizio nel gruppo di canto suonando la chitarra nelle Messe e partecipando a un gruppo teatrale. Fin da piccolo – prosegue – facevo parte di un coro, poi ho iniziato a suonare la chitarra e a partecipare a un gruppo di giovani in parrocchia. Nel 2011 ho iniziato a seguire le lezioni di italiano grazie ai missionari che erano già stati qui in Italia. Anche da questa esperienza, è nato in me il desiderio di essere missionario nella vostra Diocesi». Per Gabriel è la seconda esperienza di questo tipo nel bondenese, essendo già venuto nel 2017 con Agda, Lorenna e Willyan. «È un’esperienza davvero bella – ci spiega – e mi aspetto sia anche diversa rispetto alla precedente. Non pensavo di poter tornare qui in Italia, le famiglie di Burana e Pilastri ci accolgono con gioia, si prendono cura di noi. E anche noi cercheremo di prenderci cura di loro». 

Lucas Reis, 27 anni, è insegnante (lavora soprattutto con bambini autistici) e ballerino. All’età di 10 anni, ha subìto la morte del padre. Oltre che in parrocchia, è attivo nel Movimento “Pastorale Giovanile”, in cui giovani evangelizzano altri giovani, soprattutto del popolo. «Qui in Italia – ci spiega – ci sono pochi bimbi e giovani rispetto al Brasile, dove partecipano anche molto alla vita della Chiesa. Spero che questa esperienza missionaria sia per me trasformativa, che rinnovi la mia fede, che mi smuova dalle mie comodità e mi faccia vedere la realtà, anche quando tornerò in Brasile, con occhi diversi». Insomma, «che mi faccia diventare una persona migliore, più umile ed empatica, per poi tornare a casa con una fede e una carità moltiplicate. Dopo la morte di mio padre – prosegue Lucas -, Dio è sempre stato al mio fianco, soprattutto quando non pensavo di farcela. Ho fede e speranza che lo rincontrerò».

Jacylyane Costa, 32 anni, lavora in un Laboratorio Ambientale come Analista di laboratorio. È attiva sia nella parrocchia (soprattutto attraverso la musica) sia nella Comunità “Buon Gesù di Nazaret”, facendo parte di “Rinnovamento nello Spirito”. «I miei genitori – ci racconta – sono stati molto importanti per la mia fede, fin da quando ero bambina. Da adolescente ho sentito nel mio cuore un forte desiderio di evangelizzare nel mio Paese: vedendo altri missionari in azione, desideravo essere missionaria lì, fra la mia gente. Ma avevo un po’ paura…e ora, addirittura, sono missionaria in Italia! È un sogno di Dio, un Suo desiderio, non solo mio». Nonostante le difficoltà con la lingua italiana, tiene a dirci: «è meraviglioso essere qui…Dio ha scelto noi per questa missione, la nostra esperienza qui è un Suo progetto. Di sicuro questi tre mesi rinnoveranno il mio cammino di fede, per rafforzarla».

Gracieli Costa, 30 anni, sorella di Jacylyane, è laureata in pedagogia e insegna ai bambini nella scuola pubblica. Anche lei fa parte della Comunità “Buon Gesù di Nazaret” e inoltre da 9 anni è Ministra Straordinaria della Parola e dell’Eucaristia. «Ci sentiamo davvero accolti qui», ci racconta. «La prima domenica, siamo stati subito invitati a pranzo da una famiglia di Pilastri». «D’ora in poi – aggiunge don Sibani – le famiglie faranno a gara per invitarli, ne son sicuro…». Un modo, questo, anche per fare compagnia a persone sole, anziani, vedove che magari per l’occasione inviteranno anche i propri figli, «ricreando così alcuni legami, un senso di comunità». E a proposito di anziani, due sabati fa i quattro missionari han fatto visita agli ospiti della Casa di riposo di Gavello. «Da piccola ero molto malata – prosegue Gracieli con commozione – ma la Madonna si è presa cura di me. Poi ho iniziato a prestare servizio nella liturgia, nella catechesi e nel gruppo di “Rinnovamento nello Spirito”. A Parauapebas sono anche guardia del gruppo “Nostra Signora di Nazareth”. In Gesù – prosegue – trovo la mia forza, in particolare quando sono in difficoltà. Non è facile essere lontani dalle nostre famiglie, dai nostri affetti ma sappiamo che Dio guarda e protegge ognuno di noi, che ci è sempre vicino. Lascio che il mio cuore bruci, per essere strumento di grazia nella vita di ogni persona, uscendo dalla zona di confort per vivere il primo comandamento, “amare Dio e il prossimo”».

Pubblicato sulla “Voce” del 20 settembre 2024

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Don Francesco Forini, un libro per ricordarlo

19 Set

A 10 anni dal ritorno alla Casa del Padre, la parrocchia di Mizzana lo omaggia con un libro e altre iniziative. Vi anticipiamo alcuni contenuti del volume in uscita

di Andrea Musacci

«Questo libro nasce al cuore…il cuore di una comunità», scrivono don Paolo Cavallari e Paolo Gioachin nella prefazione del libro  “Laici dentro e fuori la Chiesa: tra il dire e il fare. L’eredità di don Francesco”, dedicato a don Francesco Forini, sacerdote di Ferrara-Comacchio tragicamente scomparso 10 anni fa, il 28 settembre 2014, a 67 anni. Il volume è curato dalla parrocchia di Mizzana – in particolare da Chiara Cortesi, Erik Natali, Isabella Gamberini, Paolo Gioachin, Rita Cortesi, don Paolo Cavallari – e uscirà come Quaderno del CEDOC (Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana): il pdf sarà disponibile gratuitamente la prossima settimana a questo link: http://santafrancesca.altervista.org/biblioteca.html. Il cartaceo, invece, si potrà avere in occasione dell’incontro nella parrocchia di San Giacomo Apostolo a Ferrara il 28 settembre alle 16.30 (v. locandina sotto), e successivamente contattando la parrocchia di Mizzana (tel. 0532-51701 o mail a scrittideldon@gmail.com).

Il volume è diviso in sei sezioni: “Tutto parte dal Concilio”, in riferimento al Concilio Vaticano II; “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”, con ricordi e testimonianze di amici, familiari e parrocchiani; “La ‘mia’ Africa”, sulla sua missione a Kamituga; “Ogni mia Parola”, sul suo amore per il Vangelo; “ ‘Andate per le strade…’: i viaggi”. Inoltre, vi è un’appendice con selezione di scritti che testimoniano il suo forte interesse per il ministero battesimale. Fra i tanti interventi, ne segnaliamo solo alcuni: vi sono sacerdoti (don Ivano Casaroli, don Giampiero Mazzucchelli, ad esempio), laici del mondo della cultura (Piero Stefani e Francesco Lavezzi, per citarne due), familiari (il fratello Giorgio, tornato al Padre lo scorso 1° novembre, e i nipoti), personalità della politica (l’ex Sindaco Tiziano Tagliani e Francesco Colaiacovo) o legate alla missione (Silvia Sgarbanti, suor Teresina Caffi, Herman M. Kyambo, fra i tanti).

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«Tutto è diventato luce in pochi istanti»: la strage di Paderno e l’unica speranza, quella in Dio

14 Set

L’Editoriale della “Voce” del 13 settembre 2024

di Andrea Musacci

Chissà perché ancora ci stupiamo che delitti efferati, come quello di Paderno Dugnano, possano accadere in località tranquille, in questo caso dell’hinterland milanese. Come se la cronaca – e la letteratura – non ci avessero mai raccontato di come il male – soprattutto quello assurdo (ma, ontologicamente, vi può essere “logicità” nel male?) – non ha residenza esclusiva in categorie sociologiche di comodo (il “mondo della delinquenza”, il “degrado”).

Lorenzo 12 anni, Daniela 48, Fabio 51. Un ragazzino e i suoi genitori. Morti assieme, a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, per mano di Riccardo, 17 anni, fratello e figlio, carne della loro carne. In tutto, 68 le coltellate inferte, delle quali 39 al fratellino. Un omicidio che in parte ricorda quello di Pontelangorino del gennaio 2017.

NON SOLO CRONACA

Iniziamo col dire che non servono – o non bastano – analisi sociologiche o psicologiche.

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Cristiani nel mondo: immersi ma diversi

7 Set

L’Editoriale della “Voce” del 6 settembre 2024

di Andrea Musacci

Anche quest’estate si avvia alla conclusione, riconsegnandoci al lavoro, allo studio, alle attività di ogni giorno, nel vortice frenetico del quotidiano. La vacanza si spera sia stata tempo di riposo, svago, distacco – per quanto possibile – dalle ansie e dalle fatiche “feriali”.

Detto ciò, sappiamo bene che ogni momento dell’anno può essere, per il cristiano, proficuo per cercare di incarnare quanto più possibile il Vangelo. Lo raccontiamo su questo primo numero dopo la pausa estiva: i campi dei giovani e degli adulti, il grande raduno degli Scout a Verona, la Settimana Sociale a Trieste…E ora, come da tradizione tra fine estate e inizio autunno, il Tempo del Creato, mentre dal 2 al 13 il Santo Padre è impegnato in un faticoso viaggio in Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Lest e Singapore.

IL SIGNORE UNICA GUIDA 

Ma per essere «sale della terra» e «luce del mondo» – e non insipidi attori in uno spettacolo deciso da altri, timide ombre fra le tante -, i cristiani mai debbono dimenticare di essere nel mondo ma non del mondo, chiamati a portare una voce alternativa…

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Ricchezza e verità nell’altro: è nostro ospite oppure ostaggio?

9 Mag

Padre Claudio Monge a Ferrara: «accettiamo la nostra mancanza, scegliamo lo sguardo di Dio»

L’altro non come «preda di cui appropriarci» ma «depositario di ricchezza e verità da far emergere assumendo lo sguardo di Dio». È questa la visione che a Ferrara ha proposto il frate domenicano padre Claudio Monge, Direttore del Centro Studi DoSt-I (Dominican Study Institute) di Istanbul, intervenuto a Casa Cini lo scorso 2 maggio per la Scuola diocesana di teologia per laici. Un altro ospite d’eccezione che ha richiamato un centinaio di persone, tra presenti e collegati on line, professore associato alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna (Fter) e all’Istituto di Studi Ecumenici “S. Bernardino” (ISE) di Venezia, e da dieci anni Consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

UNA BIOETICA GLOBALE CONTRO LA VISIONE ECONOMICISTICA

Padre Monge è partito dall’analisi del presente: «è necessario – ha riflettuto – passare da una bioetica dei comportamenti a una bioetica globale», cioè a un approccio che non si limiti a tutelare la vita umana ma si preoccupi anche «della qualità della stessa, della sua crescita spirituale». Non bisogna limitarsi, perciò, «alla difesa della vita all’inizio e alla fine: tra l’ostetrica e il becchino c’è la vita nel suo sviluppo e nelle sue fragilità». Padre Monge si è soffermato, a tal proposito, sulla cura e l’assistenza alle persone malate, denunciando «lo smantellamento, in Italia e non solo, del sistema sanitario pubblico, ad esempio con la proposta di Pronto soccorsi privati per sopperire alle mancanze di quelli pubblici». La salute è un «bene comune» ma oggi domina una «visione economicistica» della sanità, una «visione funzionalistica, che monetizza i rapporti, guidato da un orientamento antropologico che riduce l’umano al consumo, feticizzando il denaro». Tutto – secondo questa visione – «deve avere una resa immediata, ridicolizzando ogni visione d’insieme». Ciò è molto evidente anche nel rapporto col creato, dove assistiamo a uno «sfruttamento selvaggio che apre a scenari di nuove guerre e di esodi sempre più di massa». Tutte queste crisi sono – ha proseguito il relatore – «l’epifenomeno di una più radicale crisi antropologica, anche se spesso è parte del mondo cattolico a non riconoscere la gravità e l’urgenza di queste crisi», pur ripetutamente denunciate da papa Francesco. Crisi che sono spia di «un Occidente come culla vuota», che nasconde cioè un grande vuoto di senso.

MENDICANTI E CONTEMPLATIVI

Prendersi cura dell’umano e del creato è per padre Monge «un atto profondamente religioso e spirituale»: dobbiamo ritornare all’idea dell’umano (Adam di Genesi, cioè il terrestre non ancora differenziato sessualmente) «come strettamente legato alla terra» e quindi rapportarci al creato «non come a una preda ma nei termini di relazione». Lo stesso umano è nella sua essenza «relazione», com’è evidente nell’episodio di Genesi in cui Adamo ed Eva nascono dalla comune radice Adam (e non la seconda dal primo, come si crede): solo una «mancanza», dunque, «apre il soggetto all’alterità», solo il proprio essere «feriti e mendicanti» ci fa scoprire l’altro e la differenza, «quindi anche noi stessi». Adamo diventa tale, cioè maschio, solo dopo la nascita della femmina, cioè di Eva, per differenza, distinzione.

Solo dall’alterità, dunque, e dal «riconoscimento dell’altro come dono può nascere il dialogo, la relazione, la cura». Ma questo riconoscimento non è scontato: se non avviene, «se non sopportiamo e accettiamo la nostra mancanza, cerchiamo di appropriarci dell’alterità», quindi di annullarla. E, inoltre, nell’incontro con l’altro non ci è chiesto nemmeno di «annullare le proprie ricchezze, di rinnegare noi stessi»: sa accogliere solo chi ha un’identità.

In ogni caso, l’altro va guardato «con lo sguardo di Cristo, uno sguardo di amore che fa emergere l’essenza dell’altra persona»: alla visione economicistica va, perciò, contrapposta una «visione mistico-contemplativa, capace di vedere la grandezza sacra dell’altro, di vederlo con lo sguardo di Dio, di vedere Cristo in lui». Solo su questo può fondarsi una vera fraternità, «per non cadere nella mera filantropia o nel sociologismo».

COME LEVATRICI

Oggi, invece, nell’epoca dei social, le relazioni tendono a essere «escludenti e costringenti»: non accogliamo l’ospite ma «creiamo ostaggi». L’ospitalità, invece, è «la forma propria dell’umanizzazione», è ciò che permette che l’estraneo «non diventi nemico, è ciò che apre a una sovrabbondanza divina». Accogliere, ospitare significa anche «riconoscere noi stessi come stranieri». «Stranierità, gratuità e mutua ospitalità» sono quindi i tre criteri fondamentali «per vivere una logica nuova», non di appropriazione né di sfruttamento. È la logica del «prendersi cura, per far in modo che la vita possa prosperare, per far emergere maieuticamente – come levatrici – le ricchezze e le verità che Dio ha depositato dentro gli altri». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 10 maggio 2024

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Dalla «cava del bisogno» al “Tu” della preghiera

27 Apr

La sera del 17 aprile a Casa Cini il primo incontro del percorso sulla preghiera: 50 persone (metà giovani) assieme a don Federico Giacomin

«Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te», scriveva Sant’Agostino nelle sue Confessioni e queste parole che un uomo rivolge a Dio rimangono scolpite, oltre il tempo e i confini, come le parole sgorganti dall’abisso di grazia e miseria che abita il cuore di ognuno.

Una fiamma che divampa, anche improvvisa, può essere l’orazione, imprevista nei tempi e nei modi, ad abbattere barriere e certezze, croste di odio e di disperazione. Non si impara mai abbastanza a pregare. Lo sapevano, sicuramente, le 50 persone (la metà delle quali giovani) che la sera del 17 aprile scorso si sono radunate nel Salone di Casa Cini a Ferrara per il primo dei tre incontri formativi sulla preghiera guidati da don Federico Giacomin, coinvolgente e appassionato presbitero della Diocesi di Padova, Direttore del Centro di Spiritualità”Villa Immacolata”.

“Perché pregare? Prega solo chi perde il controllo – Antropologia dell’orante” il titolo di questo primo appuntamento, introdotto da Gianfranco Conoscenti di Taizè Ferrara, uno dei soggetti organizzatori dell’ampio programma e iniziato con un coinvolgimento dei presenti.A questi, don Giacomin ha chiesto innanzitutto di presentarsi e di esporre con una parola la propria idea di preghiera. Ciò che è emerso riguarda principalmente l’ascolto, la consapevolezza, l’affidarsi, la fatica e la riconciliazione con sé e con Dio, la compagnia, l’abbandono a Qualcuno che ci sovrasta.

VISIONE, CORPO E IMMAGINE

Come dentro di sé «ognuno ha un bisogno, cioè ciò che desidero ma non ho», così «esiste qualcosa più grande di noi, che però abita la nostra storia»: da qui nasce la preghiera, da questo «materiale grezzo», da questa «cava», dal male, dalla sofferenza «che ci sveglia, come la fame ci fa desiderare qualcosa che non abbiamo». In questo senso – ha proseguito don Giacomin – il bisogno è «rivelativo del nostro essere intrinsecamente poveri, mancanti». Ma nella consapevolezza che in tutto ciò, «Qualcuno mi viene accanto e mi salva». Siamo sì sempre incompleti ma «non condannati in eterno all’incompletezzza». Nella cava del bisogno cerchiamo sempre, ma «se non cerchiamo ciò che davvero può riempirci, cadiamo nella disperazione», ha proseguito il sacerdote. Dobbiamo imparare, come il Santo di Ippona, a dare del “Tu” a «Colui che sta dietro alla realtà», passare dal bisogno al desiderio, dalla cava alla preghiera, dalle inquietudini a una relazione con Dio.

Ma «ogni nostro rapporto con la realtà passa per il vedere», dentro e fuori di noi, e facile è cadere «nel rischio di crearci illusioni, di vedere cioè ciò che vogliamo vedere, di dar vita a fantasie che mi fanno andare oltre le mie possibilità, fuori dal reale». Per stare lontani dalle illusioni, bisogna quindi «educare la propria fantasia».

Madeleine Delbrêl (1904-1964), mistica e poetessa francese, questo l’aveva intuito bene, percependo «l’esistenza di Dio come persona: così, non per fede, a 20 anni, dopo un periodo di ateismo radicale, spontaneamente si inginocchia». L’immaginazione (Dio come persona da incontrare) va, cioè, educata anche attraverso il corpo, attraverso «atti» (in questo caso, l’inginocchiarsi), «azioni precise e quotidiane», non formali né meramente rituali ma necessarie per fare in modo che «il male non intacchi la nostra stessa immaginazione». La preghiera è, dunque, un’azione che ci permette di «allenare la fantasia a vedere l’azione di Dio nella nostra vita».

In questo modo, il nostro «desiderio di salvezza, che vive dentro al Mistero, può essere colmato solo da Chi ci ama, da Chi ci salva».Pregare è dire un “Tu”, non concentrarsi sul proprio “io”. Come C.S. Lewis fa dire al demone nelle Lettere di Berlicche, per impedire alle persone di rivolgersi direttamente a Dio bisogna «stornare il loro sguardo da Lui verso loro stessi». In questo modo rimaniamo prigionieri nella cava del nostro bisogno  sempre frustrato, nelle sabbie mobili della disperazione. Ma fuori c’è Altro. È dentro di noi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 26 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio