Non esiste democrazia senza partecipazione attiva di tutti.Questa provocazione è risuonata forte lo scorso 23 maggio a Casa Cini nelle parole di Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, intervenuto nell’ambito della Scuola di Formazione Politica. Scuola che ha in programma altri due incontri: 28 maggio, ore 20.30, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio? Una riflessione col metodo della conversazione sinodale”; 4 giugno, ore 20.30, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”, con interventi di Valentina Marchesini, imprenditrice, e Giampiero Magnani, CDS Cultura OdV.
La nostra Costituzione – ha spiegato Pizzolato è considerata «trasformativa», cioè non punto di arrivo di una determinata fase, non «Costituzione-bilancio» ma «Costituzione-programma». Impegna dunque istituzioni e cittadini ad un compito grande, ad avviare una trasformazione: è una Costituzione «polemica nei confronti del presente». Espressione forse più grande di questo, è il comma 2 dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La «fioritura dell’umano» è il compito, quindi, della nostra Repubblica, che però non si può raggiungere senza la «partecipazione attiva e consapevole» delle cittadine e dei cittadini, in particolare attraverso il lavoro (inteso – oggi più che mai – nelle sue molteplici forme). Dal ’48 ad oggi – e il rischio forse aumenta sempre più – abbiamo perduto, dimenticato questo orizzonte “penultimo”. Anzi, la maggior parte delle persone – quando non sono indifferenti – concepiscono la democrazia come «mera procedura» e «rituale» delle urne (quest’ultimo aspetto è esso stesso sempre più in crisi). La nostra, insomma, è sì una democrazia anche rappresentativa, dove un ruolo importante è rivestito dalla delega, ma ancor più importante è la partecipazione diretta, effettiva e concreta di ogni cittadino/a ai rapporti sociali, economici (si pensi all’art. 1) e politici.
La finta alternativa – sempre più in essere soprattutto negli ultimi 30 anni – è l’antipolitica dal basso e dall’alto, la «tecnocrazia», il «governo degli eletti».Anche a livello europeo: «non si può sempre agitare lo spettro dei sovranismi per giustificare il mancato coinvolgimento dei cittadini europei su questioni fondamentali come quella del riarmo», ha detto Pizzolato. Una «torsione oligarchica sempre presente nella logica del potere», che in Italia – e non solo – continua a produrre una sempre maggiore ricerca del leader forte (anche a livello locale) parallelamente a un sempre maggiore svuotamento dei corpi intermedi (in primis, i partiti). In questa visione distorta e formalistica della democrazia, per Pizzolato rientrano anche i discorsi sulle cosiddette Riforme costituzionali, che «sganciano la seconda parte della Costituzione dalla prima: in Italia siamo già alla post-democrazia».
Insieme a una riscoperta del senso autentico della sussidiarietà («spesso usata per privatizzare»), vanno ripensati i partiti politici (e la loro democraticità interna), che per decenni hanno avuto «solide radici sociali, economiche e culturali nei territori», mentre oggi sono ridotti a essere «strutture galleggianti sul niente», non trasformando più «l’energia sociale per portarla nelle istituzioni». Si tratta, quindi, di «organizzare la fragilità», di «cooperare» per trasformare la società. Se la politica non fa questo, la Costituzione rimane solo sulla carta. Con le conseguenze che già sono sotto i nostri occhi.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025
Il progetto di Assorestauro portato avanti con la nostra Arcidiocesi grazie alla storica dell’arte Barbara Giordano e a mons. Massimo Manservigi: affreschi del XIV e XV sec. nascosti dietro la parete occidentale e ora visibili grazie alla Virtual Reality Experience
di Andrea Musacci
Affreschi finora inaccessibili che ora, invece, possono essere fruiti da tutti. Sono le opere d’arte riscoperte nella chiesa della Conversione di san Paolo a Ferrara (piazzetta Schiatti), presenti sull’antico muro (costruito fra il XIII e il XIV sec.) dell’edificio; dopo il terremoto del 1570, però, venne costruito dall’architetto Alberto Schiatti il nuovo edificio a tre navate con cappelle absidate (prima era a una navata), con un nuovo muro a poche decine di centimetri da quello antico, che quindi ha sempre reso molto difficile il poter analizzare gli antichi affreschi. Stiamo parlando del lato occidentale della chiesa, quello che affaccia sul primo dei due chiostri del complesso, il maggiore.
Dallo scorso gennaio, la nostra Arcidiocesi – nelle persone di Barbara Giordano, storica dell’arte e membro dell’UCS–Ufficio Comunicazioni Sociali diocesano, e mons. Massimo Manservigi, parroco di san Paolo e Direttore dell’UCS – ha collaborato a un interessante progetto di valorizzazione promosso da Assorestauro, in collaborazione anche con la parrocchia di San Paolo e finanziato dal Ministero della Cultura tramite fondi PNRR. Grazie a tecnologie digitali avanzate, ricostruzioni 3D e narrazione storica, ora viene restituito alla città – e non solo – un patrimonio di bellezza senza prezzo. L’esperienza VR (Virtual Reality Experience – Esperienza di Realtà Virtuale) è disponibile in loco all’interno della chiesa, tramite visori di ultima generazione posizionati nella navata di destra, all’altezza della quinta cappella rispetto all’ingresso principale. Un’esperienza, inoltre, accessibile a tutti, incluse persone con disabilità. Al monitor presente, è inoltre possibile vedere il video esplicativo, con immagini degli affreschi e video interviste ai protagonisti del progetto, oltre a un “trailer” di 20 secondi.
QUALI SONO GLI AFFRESCHI PROTAGONISTI DEL PROGETTO
Nel 1991, durante controlli preliminari effettuati dai restauratori della Direzione dei Musei Civici d’Arte Antica in previsione dei lavori di restauro architettonico all’intero complesso, ci si è imbattuti, nella parete della chiesa in confine col chiostro maggiore, in una serie di tracce estremamente complesse e in una tomba collocata in un vano di risulta fra il muro antico e le absidi laterali. Il lavoro eseguito ha, infatti, permesso di vedere – dai sottotetti o da parti accessibili dal chiostro adiacente – tutte le fasi decorative assieme. «Una parete straordinaria – spiega Barbara Giordano -, perché attraversa l’intera parabola storica e artistica della chiesa di san Paolo».
Partendo quindi dall’attuale ingresso principale della chiesa, se ci dirigiamo verso la navata destra, dietro l’attuale parete, all’incirca fra la prima e la seconda cappella, vi è quella che la stessa Giordano definisce «la scoperta più incredibile»: una “Madonna annunciata” databile al 1476, probabilmente eseguita da un allievo di Piero della Francesca.
Proseguendo, sempre dietro l’attuale parete, su quella più antica, all’altezza più o meno tra la seconda e terza cappella, vi è l’ormai noto affresco del “miracolo della gamba” dei Santi Cosma e Damiano, scoperto e presentato nel 1991. Così ne scriveva, nel ’94, Anna Maria Visser Travagli, allora Direttrice dei Civici Musei d’Arte Antica di Ferrara, su “Ferrara. Voci di una città”: «La visione, piena di dettagli, ha quasi un valore didascalico, con l’iscrizione illustrativa dell’avvenimento diligentemente riportata ai piedi del letto; non c’è dolore, non c’è sofferenza, non c’è sangue nella scena, tutto si svolge con naturalezza. Il malato dorme ignaro, quasi sorridendo, mentre i due Santi, sontuosamente abbigliati, maneggiano con disinvoltura gli arti che con virtù taumaturgiche stanno sostituendo. La stanza è inondata di luce e trasmette una calma tranquillità; accanto al letto vediamo il mobile coperto con una tovaglia ricamata, con la bottiglia d’acqua e il bicchiere per la notte; sulla finestra semiaperta s’intravede un vaso con una pianta verde e sulle testata del letto sono mescolati agli oggetti della stanza gli attributi dei Santi: le scatole con i medicamenti, l’ampolla con l’unguento, i libri con le prescrizioni mediche, resi con lo stesso ordine compositivo delle coeve tarsie lignee. Con questa scena, con quella successiva del gruppo di nobildonne mirabilmente acconciate e con l’immagine di uno dei santi lapidato – secondo la versione del martirio riportata da Jacopo da Varagine alla fine del XIII secolo – siamo lontani dalle astruserie, dal simbolismo e dai contorcimenti dei grandi maestri della scuola ferrarese del Quattrocento; qui c’è una chiarità inusitata di derivazione pierfrancescana; il miracolo è tale proprio per la naturalezza con la quale si manifesta; siamo più vicini all’area toscana come sensibilità e come stile e forse la mano è di un maestro di formazione o di cultura fiorentina, come di origine fiorentina poteva essere forse il committente: Baldinus, un mastro vetraio che, nel 1476, dedica una cappella in San Paolo ai Santi Cosma e Damiano, il cui culto è particolarmente radicato a Firenze».
Nel terzo affresco, dietro la quarta-quinta cappella della navata destra, vi è un enorme arcone tamponato, sottolineato da una fascia dipinta a partiture, con l’immagine del Cristo Redentore benedicente e di San Pietro con le chiavi in mano entro cornici polilobate, databile alla fine del Trecento. Nello stesso punto, più in basso, è stata rinvenuta un’altra Madonna, col manto blu, “picchiettata”, «che – spiega Barbara Giordano – ci ricorda soprattutto che c’era una grande devozione alla Madonna del Carmelo».
Nella cappella successiva, sopra la tomba, c’è invece un affresco del XIV secolo raffigurante una “Madonna con bambino”, «ascrivibile – spiega sempre Giordano – al Terzo Maestro di Sant’Antonio in Polesine. Una figura molto delicata, con la fronte alta e lo sguardo affusolato, tipico della metà del XIV secolo».
San Paolo, quindi, ora diventa anche un laboratorio aperto, con queste meraviglie artistiche ancora tutte da analizzare e interpretare.
*** Esperti da tutto il mondo per vedere i nostri tesori
La visita per ammirare, grazie alla realtà virtuale, gli affreschi nascosti. Solo l’ultima tappa di un lungo processo di valorizzazione
Lo scorso 15 maggio, nell’ambito del Salone del Restauro svoltosi a Ferrara, per la prima volta dopo oltre quattro secoli oltre 70 restauratori da tutto il mondo hanno potuto ammirare in anteprima questi affreschi nascosti. Doppio appuntamento in quella giornata storica: nel primo pomeriggio, in Fiera (Sala Antonioni), presentazione del progetto di Realtà Virtuale sulla chiesa di San Paolo e di quello simile sul Museo di Palazzo Schifanoia. Per l’occasione, sono intervenuti Andrea Griletto (Assorestauro), don Massimo Manservigi, Barbara Giordano, Antonino Libro (Agenzia Regionale Ricostruzioni), Matteo Fabbri (Tryeco 2.0 – Nuove ricostruzioni storiche di Palazzo Schifanoia), Alex Cayuela e Marco Usuelli (Elaborazione in Virtual Reality degli affreschi di San Paolo). Sono stati anche proiettati i documentari a cura del regista Fabio Martina. Replica, dentro San Paolo, nel tardo pomeriggio, per ammirare la splendida chiesa e vedere di persona la postazione con monitor e provare i visori per l’esperienza virtuale.
APRILE 2024: RIAPERTURA CHIESA DI SAN PAOLO
Risalente, nel suo primo nucleo, al X secolo, l’edificio di epoca tardo rinascimentale si trova all’angolo tra corso Porta Reno e piazzetta Alberto Schiatti, nome dell’architetto che ne progettò la rinascita tra il 1573 ed il 1611, dopo il terremoto cinquecentesco.
San Paolo viene considerata il pantheon della città in quanto ospita le sepolture di illustri personaggi di cultura, tra cui le tombe del poeta Guarino Veronese, il compositore Luzzasco Luzzaschi, di Alberto Lollio e di Giovan Francesco de Grossi (detto Siface). La chiesa – che ha annessi l’ex convento dei Carmelitani e i chiostri rinascimentali – è altresì nota per i tanti artisti che l’hanno impreziosita, tra cui Bastianino, Girolamo da Carpi, Domenico Mona e Scarsellino. A tal proposito, il Ministero dei beni culturali ha assegnato alla Soprintendenza 600mila euro per il restauro delle opere artistiche di grande pregio e degli altari laterali e delle pale per poter ospitare nuovamente i quadri (fin da subito messi in deposito).
La riqualificazione e il restauro dell’edificio ha comportato un doppio stanziamento, per un totale complessivo di 3,8 milioni di euro (3 milioni di finanziamento ministeriale del Ducato Estense e 850 mila di fondi regionali post sisma). In base a una specifica convenzione, per poter realizzare gli interventi, il Comune di Ferrara è stato stazione appaltante. All’imponente edificio di piazzetta Schiatti/corso Porta Reno e al cantiere interno ed esterno terminato il 31 gennaio 2024, l’UCS-Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi ha dedicato un video dal titolo “L’oro e il mistero” curato da mons. Massimo Manservigi (parroco di san Paolo e Direttore dell’UCS) e Barbara Giordano; l’oro è l’originario colore dominante all’interno della chiesa, riemerso grazie ai lavori di restauro, segno dell’importanza ricoperta nei secoli dalla chiesa. La chiesa è stata ufficialmente riaperta il 27 aprile 2024 con la S. Messa presieduta da mons. Gian Carlo Perego e animata dal “Coro e Orchestra Immacolata”. Ricordiamo che la chiesa di san Paolo era chiusa dal 2006, e la sua stabilità si era aggravata col sisma del 2012. Dal settembre 2023, la parrocchia di San Paolo fa parte, assieme alla parrocchia di Santo Stefano, di un’Unità Pastorale guidata da mons. Massimo Manservigi.
I TESORI RIEMERSI NEGLI ULTIMI ANNI
Durante i lavori di questi anni (iniziati a gennaio 2022 e realizzati dal raggruppamento temporaneo di imprese composto dalle ditte Leonardo Srl – Direttore cantiere, Andrea Natalucci – e Lolli Raffaele impianti Srl di Bologna), innanzitutto è riemersa la colorazione dorata dei pilastri e delle pareti (ad esempio nella Cappella del Carmine, nella navata di sinistra), ma anche, sotto alcune delle tinte del secolo scorso, alcuni magnifici affreschi rinvenuti nei catini absidali nelle navate laterali, raffigurazioni significative forse databili al XVI secolo, antecedenti al sisma del 1570. La speranza è di far riemergere ancora di più questi straordinari volti e figure, come alcuni rifacimenti ottocenteschi nel catino absidale. Altre scoperte riguardano firme di pittori, soprattutto del XIX secolo, intervenuti soprattutto nelle volte della navata centrale, e in quelle del transetto. Artisti a noi sconosciuti ma che proverebbero come tutta la pittura seicentesca, iniziata dopo il sovracitato terremoto, sia stata molto rimaneggiata nell’Ottocento. E ultimo, ma di certo non meno interessante, nella navata destra, in uno spazio di servizio dov’era stata progettata una scala di accesso al sottotetto, è stata rinvenuta una nicchia sotto l’intonaco: al di là di questa, è stata scoperta una tomba con resti umani, uno stupendo soffitto stellato e sulle pareti laterali un affresco di pregio raffigurante una città – molto probabilmente Gerusalemme -, e un albero della Vita con la crocifissione.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 maggio 2025
Padre Giuseppe Riggio a Casa Cini ha ragionato sull’importanza di riscoprire le ragioni profonde dei nostri legami
In ogni forma di consorzio umano, il pericolo maggiore non risiede tanto nella possibilità – scontata – di conflitto tra i membri ma nel perdere quel “fuoco sacro” che ha trasformato un gruppo di persone in una comunità. Su questo quid che trascende le singolarità e le contingenze ha riflettuto lo scorso 6 maggio a Casa Cini, Ferrara, padre Giuseppe Riggio s.j., Direttore responsabile di “Aggiornamenti sociali”, per la penultima lezione del 2024-25 della Scuola diocesana di teologia per laici. “Che cosa ci tiene uniti? Per una grammatica della partecipazione” il titolo dell’incontro, lo stesso del suo ultimo libro edito da “Il Pellegrino ed.”.
Partecipazione, comunità e missione sono le tre parole al centro del recente Sinodo universale: «da un’adesione personale all’annuncio del Vangelo ognuno è chiamato a dare il proprio contributo», ricordando che la missione non è necessariamente l’andare in un altro luogo ma «la testimonianza viva che tocca tutti», ha riflettuto p. Riggio. In tutto ciò, decisivo è «il senso di appartenenza», che rende «più forte, viva e attrattiva una comunità».
Oggi, però, viviamo in un tempo in cui le paure dominano: «tante delle promesse in cui abbiamo creduto (la pace, il benessere, ad esempio), oggi non sono più così salde», ha proseguito il relatore. Senza pensare alla «paura dell’altro» inteso come colui che viene da fuori, da un’altra realtà geografica, a cui si risponde innanzitutto con «la volontà di proteggersi», con «un accentuarsi delle dinamiche di polarizzazione, di conflitto e individualistiche».
Tutto ciò fa particolarmente riflettere sull’importanza per ogni comunità – ecclesiale o civile che sia – di «essere periodicamente rinnovata», di «ricordare e ripensare i motivi profondi per cui si sta insieme, si è comunità, e quindi per cui bisogna parteciparvi attivamente». Altrimenti, «i legami si attenuano e si sfaldano». Ma «la cura», la “manutenzione” di questi legami – non bisogna dimenticarlo – richiede sia «tempo» sia «luoghi per ritrovarsi e ragionarci assieme». Luoghi non solo fisici ma intesi – in senso ampio – come «condizioni di incontro, di ospitalità e dialogo».
Oggi, quindi, dobbiamo chiederci: nelle nostre comunità che cosa ci tiene uniti? Intendendo l’unità non come «uniformità», non come conformismo ma come quella – esempio storicamente particolarmente rilevante – messa in atto dall’Assemblea costituente che ha dato vita alla Carta Costituzionale della Repubblica italiana. Insomma, la comunità – e più in generale la società – «nascono quando l’altro passa dall’essere un pericolo a essere qualcuno di cui prendersi cura». Non è una differenza da poco.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025
Scuola diocesana di formazione. Due amministratori del territorio, Isabella Masina ed Elia Cusinato, hanno risposto alle domande di alcune giovani liceali di Ferrara
Chi l’ha detto che i giovani considerano la politica qualcosa a loro aliena?
La sera dello scorso 7 maggio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato il secondo incontro della Scuola diocesana di formazione politica. Virginia Balboni, Anna Battaglini e Sofia Righetto, in rappresentanza della loro classe, la V^ N del Liceo Ariosto di Ferrara, aiutate dal loro prof. di Religione Nicola Martucci, hanno elaborato una serie di domande che han posto a due amministratori del nostro territorio: Isabella Masina,Vicesindaca Comune di Voghiera, in politica da 16 anni, Vicepresidente nazionale di “Avviso Pubblico”; ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara per il PD (alla sua seconda esperienza in questo ruolo), originario di Francolino, dov’è anche catechista in parrocchia.
Ricordiamo che il primo incontro della Scuola si è svolto il 30 aprile con gli interventi dell’urbanista di UniFe Romeo Farinella e di Chiara Sapigni (Ufficio Statistica Provincia) sul futuro di Ferrara. Il prossimo incontro, previsto per il 14 maggio, è stato spostato al 4 giugno: relatori saranno Valentina Marchesini, imprenditrice, e Gianpiero Magnani, CDS Cultura OdV su “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. Il prossimo incontro è in programma il 23 maggio sul tema “Per una democrazia trasformativa: la democrazia come diritto di tutti i cittadini”.Interverrà Filippo Pizzolato, Docente di Istituzioni di diritto pubblico, Cattolica Milano. A seguire, il 28 maggio, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio?”, una riflessione col metodo della conversazione sinodale.
CHE COS’È IL BENE COMUNE?
La sera del 7 maggio, innanzitutto le ragazze hanno cercato di dare una definizione – per quanto inevitabilmente sommaria – della politica: «un confronto critico e costruttivo per risolvere i problemi della società, in cui tutti hanno gli stessi strumenti e sono ugualmente coinvolti». Oggi, però, «dominano la disillusione e il disincanto».
Alla prima domanda, su cos’è il bene comune, Masina ha innanzitutto risposto richiamando il rischio che la politica, «dopo tanti anni che la si fa, diventi routine.La politica – ha poi aggiunto – non è solo risoluzione dei problemi ma anche occasione di crescita per tutti». È fondamentale, quindi, innanzitutto avere la «capacità di riconoscere l’altro», quindi «sentirsi parte di una comunità». La politica è «lavorare per costruire un futuro assieme, non è innanzitutto il trovare soluzioni ma è dialogo, per poi arrivare alle soluzioni». E richiede quindi «umiltà nel confronto e nel dialogo».
Andare incontro ai bisogni della comunità e dare risposti a questi bisogni»: questo è il bene comune per Cusinato. «Ascolto e dialogo sono quindi fondamentali per il bene comune».
È SEMPRE NECESSARIO SCHIERARSI NELLE QUESTIONI POLITICHE?
«Le radici, l’appartenenza non sono sempre negative, a meno che ci impediscano di vedere con onestà la realtà», ha risposto Masina. «Com’è nel mio caso, essere “civici” significa fare politica nei territori senza prendere ordini dai partiti. La differenza – quindi – la fanno le persone più che l’appartenenza politica.
Per Cusinato, è «necessario e inevitabile che chi fa politica debba prendere una posizione». Ma ci vuole «più rispetto, sia da parte di chi governa, sia da parte della minoranza», nei confronti degli avversari. La crescente mancanza di rispetto è causata dalla «sempre più diffusa mancanza di professionalità» da parte di chi fa politica e dal «dare sempre più importanza alla spiccia comunicazione social».
È POSSIBILE FARE OPPOSIZIONE IN MODO COERENTE E COSTRUTTIVO?
«È difficile non solo fare un’opposizione costruttiva ma anche essere maggioranza in maniera costruttiva», ha risposto Masina. Per questo – ha ribadito -, innanzitutto c’è bisogno di un dialogo politico che sia costruttivo». Masina ha poi riflettuto sul delicato rapporto tra la propria coscienza e indole personale e le scelte del proprio gruppo: «a volte mi capita, al suo interno, di essere in disaccordo su alcune scelte. Ma è importante avere l’umiltà di riconoscere le ragioni altrui, o anche quando un semplice cittadino ti propone un’idea migliore, nonostante non abbia esperienza politica».
Cusinato ha invece riflettuto sulla «non semplice posizione di chi fa opposizione nel trovare sempre proposte alternative a quelle della maggioranza, soprattutto quando si ha a che fare con molti aspetti tecnici come nel caso del bilancio comunale».
RAPPRESENTANZA E PARTITO SONO CONCETTI ANCORA ATTUALI?
«È necessario ci sia una qualche organizzazione – partito o movimento che sia -, una qualche strutturazione, soprattutto per preparare i propri rappresentanti nelle istituzioni», è l’opinione di Masina. Compito, appunto, un tempo assunto dai partiti.«Per amministrare un territorio, infatti, non basta la buona volontà. Personalmente, parte della mia formazione politica l’ho fatta grazie a “Avviso Pubblico”. Sicuramente, esistono tanti bravi amministratori, esiste la buona politica, anche se spesso i media non ne parlano».
«Mi viene da chiedermi: i rappresentanti sono davvero rappresentativi?», ha invece detto Cusinato. Ed è importante che soprattutto i partiti «scelgano persone responsabili e preparate».
PERCHÉ GIOVANI DI 18 ANNI DOVREBBERO INTERESSARSI ALLA POLITICA?
Masina ha scelto di rispondere ricordando la drammatica situazione di tanti giovani che anche dal nostro territorio decidono di emigrare in altre parti d’Italia o spesso all’estero, abbandonando soprattutto i piccoli paesi. «Ma io sento il bisogno di far vivere il mio paese: per questo, dobbiamo fare in modo che i giovani restino». Come farlo?«Coinvolgendoli in politica». Rendendoli, cioè, protagonisti e responsabili della loro comunità. «Anche se spesso il problema è rappresentato da alcuni adulti, da genitori che li viziano e li deresponsabilizzano», ha aggiunto.
«La prima volta che mi sono candidato – nel 2019 – avevo 18 anni: scelsi di farlo – e di rifarlo l’anno scorso – come servizio alla mia comunità», ha raccontato invece Cusinato. «È importante che i giovani si impegnino in politica, hanno la mente più dinamica e più idee rispetto a una persona più anziana. E questa loro dinamicità dev’essere canalizzata. Un altro motivo per impegnarsi – ha aggiunto Cusinato – è quello di essere, poi, orgogliosi di far parte del proprio territorio, di sentirsene parte in maniera attiva. È, però, importante creare sempre più ricchezza nel Ferrarese, affinchéi ragazzi e le ragazze non scelgano di trasferirsi altrove, e quelli che sono emigrati, ritornino».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025
Il racconto in esclusiva a “La Voce” di Miriam Paredes, missionaria peruviana a Ferrara: «andai a Lima per consegnare documenti per conto del mio Vescovo: mi ospitò con umiltà»
di Andrea Musacci
«Ricordo con grande commozione quella volta che il card. Prevost a Lima mi aprì la porta e mi accolse, pur non conoscendomi». Così in esclusiva a “La Voce” Miriam Paredes, missionaria in servizio dall’anno scorso nella nostra Diocesi, racconta uno dei suoi incontri con l’allora Vescovo di Lima. «Per questo, quando l’ho visto affacciarsi dal balcone su piazza san Pietro ho provato un’emozione gigantesca…».
Miriam Paredes, 55 anni, originaria di Lima, è una missionaria laica consacrata dal 1990 nella Diocesi di Lurìn, a sud della capitale. Nel suo cammino c’è tanto lavoro pastorale, prima nella sua parrocchia come catechista, dopo nella sua Diocesi come consacrata in mezzo ai più poveri. Dal 2012 insieme a don Giacomo Falco Brini, «che conosco fin dai tempi della sua presenza nel mio paese negli anni dal 2002 a 2008», ha avviato il progetto missionario chiamato Andiamo in Peruferia, al quale ogni anno partecipano anche diversi ferraresi. Nel 2024, il suo Vescovo, mons. Carlos E. Garcìa Camader, la lascia partire per la nostra Chiesa locale, dove collabora col Centro Missionario Diocesano e la parrocchia “del Gesù” a Ferrara (dove don Falco Brini è parroco), ospite dell’amica Giuliana Benvenuti.
«Ho conosciuto il card. Prevost in alcuni incontri a Lima della Conferenza Episcopale Peruviana e quando, sempre nella capitale, dovevo consegnare per conto del Vescovo della mia Diocesi alcuni documenti alla Nunciatura Apostólica: lì ho avuto modo di incontrare il card. Prevost, di vedere con i miei occhi la sua semplicità, attenzione, umiltà e attenzione ai più piccoli». Un episodio in particolare Miriam conserva nel cuore: «una volta mi ero recata da sola alla Nunciatura Apostólica a Lima per alcuni documenti per conto del Vescovo della mia Diocesi; solitamente, le suore ricevevano i documenti, e finiva lì. Non c’era tempo e modo per altro. Ma quella volta fu il card. Prevost in persona ad aprirmi la porta per farmi entrare, mi fece sedere e prese i documenti che dovevo consegnare. Fu davvero molto attento: era un Vescovo, quindi avrebbe anche potuto non fare ciò che ha fatto, ma lui si comportò come uno di noi».
Miriam ha lavorato per diversi anni, fino all’anno scorso, come segretaria del suo Vescovo della Diocesi di Lurìn, a sud di Lima. «Per il resto, i miei contatti col card. Prevost, sono stati solo incroci brevi e sporadici ma che mi hanno comunque fatto toccare con mano la sua semplicità e fraternità con tutti coloro che incontrava. Avendo lui vissuto 40 anni in Perù prima come sacerdote poi come Vescovo di una Diocesi povera» (quella di Chiclayo, nel nord del Perù) e «avendo la cittadinanza peruviana, posso dire che lo consideriamo peruviano, perché ha il cuore peruviano!». E peruviano, in un certo senso, lo è anche formalmente, avendo sia la cittadinanza statunitense sia quella peruviana…
DON FALCO BRINI: «COI POVERI»
«Ricordo questo grande agostiniano nella sua presenza nella Diocesi di Chiclayo, al nord», ci spiega don Giacomo Falco Brini, che per diversi anni è stato missionario in Perù, dove ci torna ogni anno. «Io ho prestato servizio sempre nelle baraccopoli nella periferia di Lima, ma anche lui è stato missionario in una terra ugualmente povera. Dopo che sono rientrato dalla missione, lui è diventato sempre più conosciuto e amato in Perù, essendo un pastore davvero mite e accogliente».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025
Ulises Paredes vive a Chiclayo ed è stato il responsabile legale della Diocesi guidata dall’allora mons. Robert Prevost. A “La Voce” racconta alcuni aneddoti: «retribuì noi dipendenti anche durante la crisi e pagò i funerali di mio papà. Guidava fino a 14 ore nella giungla per raggiungere la sua gente, e col niño camminò nel fango per portare gli aiuti. Col Covid portò l’Eucarestia per le strade deserte»
C’è un legame che unisce la nostra Arcidiocesi con il nuovo Santo Padre e con il Perù. È un legame inaspettato, che alla “Voce” viene raccontato tramite don Giuseppe Cervesi, Rettore del Santuario del Poggetto (Sant’Egidio), poco fuori Ferrara, e per diversi anni missionario in Messico.
Zaida Maribel Damian Paredes è collaboratrice di don Cervesi. Nata a Lima il 24 giugno 1969, a 10 anni si trasferisca a Chiclayo. Sì, proprio la Diocesi che ha visto il card. Prevost Vescovo per una decina di anni, dal 2014 al 2023. Zaida è arrivata in Italia lo scorso 12 dicembre, e ha un fratello, Ulises Milson, assesor legal (responsabile legale) della Diocesi di Chiclayo, quindi per molti anni stretto e fidato collaboratore di colui che diventerà Papa Leone XIV.
Ulises conosce Leone XIV nel 2015, quando l’allora mons. Prevost entra in carica come Vescovo di Chiclayo. Con lui, fianco a fianco, lavorerà dal 2015 al 2023. Mentre Zaida ha conosciuto Prevost solo di vista, non personalmente, il fratello Ulises – come detto – ha avuto modo di conoscere a fondo quest’uomo che giudica «saggio, giusto e molto di preghiera», spiega a “La Voce”. «Nella Diocesi di Chiclayo – prosegue Ulises – si è fatto parte del popolo: il popolo non doveva adattarsi a lui ma lui si adattava al popolo e, in un certo senso, è un esempio di vero seguace di Cristo, ora che sarà il Vicario di Cristo, il rappresentante di Cristo. Robert Francis è un giusto, una persona buona, una persona di preghiera, che ascolta, una persona molto intelligente».
Non mancano aneddoti e testimonianze dirette che ben rappresentano la personalità di Papa Prevost e confermano l’impressione che in molti hanno avuto fin dalle sue prime commosse parole dal balcone di piazza San Pietro. Siamo nel 2021 e muore il padre di Ulises e Zaida. Nonostante il Perù, e la stessa Diocesi di Chiclayo, vivano una forte e drammatica crisi economica, mons. Prevost fa retribuire regolarmente i propri dipendenti e, in più, aiuta Ulises con 20.000 soles (attualmente equivalenti a circa 5mila euro) necessari a pagare il funerale del padre.
Ulises, inoltre, non ha paura a definire quello che è diventato Leone XIV una persona «molto coraggiosa». La Diocesi di Chiclayo «confina a nord con la giungla», ci spiega. «La strada è giudicata particolarmente pericolosa ma il futuro Papa non esitava mai a prendere il fuoristrada per recarsi, da solo, a visitare e conoscere tutti i villaggi della Diocesi affidatagli».
Quando Prevost arrivò – nel 2015 – a Chiclayo, subentrò a un Vescovo spagnolo che aveva ritmi di lavoro abbastanza lenti. Prevost, invece, si dimostrò subito molto dinamico, infaticabile: ad esempio, «guidava fino a 14 ore per raggiungere tutti i villaggi della propria Diocesi. Gli ci volle un po’ di tempo (circa 1 anno) per conoscere le diverse forme della religiosità popolare, poi però si adattò perfettamente, mostrandosi davvero come uno del popolo. Riuscì – continua Ulises – a incrementare ulteriormente la già alta e profonda religiosità presente a Chiclayo, fra le più forti in tutto il Perù. Nella Cattedrale di Chiclayo – per capirci – vengono celebrate ben 8 Messe domenicali: sono tutte stracolme, soprattutto di giovani».
E a proposito di giovani, Prevost si interessò anche al mondo accademico. L’Università di Chiclayo è un’università cattolica. Ulises ci spiega come l’allora mons. Prevost «curò molto il rapporto con i professori per poter, tramite loro, raggiungere anche i giovani. E curò molto anche l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa cattolica».
La Diocesi di Chiclayo, inoltre, è soggetta al fenomeno atmosferico del niño, l’innalzamento delle temperature dell’acqua dell’Oceano Pacifico che porta a gravi effetti ambientali. «Una volta – ci racconta Ulises – è straripato un fiume allagando un villaggio con 1 metro d’acqua: Leone XIV attivò subito la “macchina della carità” per trasportare agli abitanti viveri e altri beni fondamentali. Egli stesso aiutò il trasporto, infilando gli stivali e camminando nel fango». Anche il Covid provocò molti morti a Chiclayo: Prevost prese il Santissimo e lo portò attraverso le strade deserte della città».
«Altra caratteristica di Prevost che ci tengo a sottolineare – prosegue Ulises – è l’aver individuato rapidamente i propri collaboratori: dopo aver verificato la loro attendibilità, delegava molto a loro, segno che si fidava delle persone che lo affiancavano, valorizzando in tal modo tanto i laici quanto i sacerdoti in cui aveva riposto fiducia».
Ulises ricorda anche il giorno che Prevost ha lasciato la sua Diocesi: «sentivamo una grande nostalgia di lui, perché non se ne andava solo un Vescovo, ma un amico. L’anno scorso è ritornato a Chirujana (nel nord del Perù), e per qualche giorno è venuto a Chiclayo per una cerimonia all’università; ed è passato anche nell’Arcivescovado per salutarci: in quell’occasione gli ho dato un forte abbraccio perché lo considero un grande amico, non solo un pastore; e insieme abbiamo ricordato tanti momenti condivisi assieme. È stato un momento molto bello e confortante. Quando ho saputo che lui, proprio lui, era diventato Papa, mi sono emozionato molto, avrei voluto gridare di gioia, abbracciare tutti i miei amici, e soprattutto ringraziare Dio per una persona che si faceva vicina, buona, un grande lavoratore.Aveva “l’odore delle pecore” – come disse Papa Francesco rivolto ai sacerdoti, perché come pastore si coinvolgeva completamente con le persone che incontrava».
Andrea Musacci
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IL CARD. PREVOST IN PERÙ(1985-1999 e 2014-2023)
Prevost consegue la licenza nel 1984 e l’anno dopo viene mandato nella missione agostiniana di Chulucanas, a Piura, in Perù (1985-1986). È il 1987 quando discute la tesi dottorale su “Il ruolo del priore locale dell’Ordine di Sant’Agostino” ed è nominato direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia agostiniana “Madre del Buon Consiglio” di Olympia Fields, Illinois.
Nel 1988 raggiunge la missione di Trujillo, sempre in Perù, come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. È priore della comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998) e nell’arcidiocesi di Trujillo vicario giudiziale (1989-1998) e professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo”. Gli viene anche affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, eretta poi parrocchia di S. Rita (1988-1999), nella periferia povera della città, ed è amministratore parrocchiale di Nostra Signora di Monserrat da 1992 al 1999.
Tra il ’99 e il 2014 avrà incarichi a Chicago, fino a quando Francesco lo nomina, il 3 novembre 2014, amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo e al contempo vescovo titolare di Sufar. Il 7 novembre fa l’ingresso in diocesi, alla presenza del nunzio apostolico James Patrick Green, che lo ordina vescovo il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, nella cattedrale di S. Maria. Il 26 settembre 2015 dal Pontefice argentino è nominato vescovo di Chiclayo e nel marzo 2018 viene eletto secondo vicepresidente del Conferenza episcopale peruviana, all’interno della quale è anche membro del Consiglio economico e presidente della Commissione per la cultura e l’educazione.
Nel 2020, il 15 aprile, arriva la nomina pontificia anche di amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao. Il 30 gennaio 2023 il Papa lo chiama a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025
Massimo Faggioli, esperto di cattolicesimo USA, a “La Voce”: «Prevost cattolico sociale non liberal»
di Andrea Musacci
Ferrarese d’origine, Massimo Faggioli è storico delle religioni e docente negli Stati Uniti alla Villanova University (Philadelphia, Pennsylvania), dove Papa Leone XIV si è laureato. Lo abbiamo contattato per chiedergli di analizzare con noi questa novità storica e inaspettata di un papa stars&stripes.
Faggioli, il nuovo Papa viene dalle Americhe come Francesco, ma non si può dire venga «dalla fine del mondo»…
«Sì, è un po’ diverso, è un papa delle Americhe, non solo dell’America latina, ma anche dell’America del nord: è quindi molto meno “fine del mondo” rispetto a Francesco. Nato a Chicago, una delle capitali del cattolicesimo USA, Leone XIV è stato missionario in un Paese povero come il Perù ma qui il venire “dall’altro mondo” si deve applicare in modo diverso rispetto a Bergoglio…
Papa Francesco, inoltre, proveniva dall’Argentina, Paese molto particolare in America latina in quanto a stragrande maggioranza bianca, a differenza del Perù – dove ha vissuto Prevost – e della sua Chicago, capitale nera degli States».
Che tipo di cattolico statunitense è Prevost?
«È un cattolico sociale ma non liberal, formatosi alla scuola di Leone XIII. È poi interessante il suo essere agostiniano e non un gesuita, quindi sulla modernità ha una visione più pessimista rispetto a un gesuita.Oltre, naturalmente, alla grande novità di essere il primo papa degli USA: ciò avrà effetti sia sul Vaticano sia sul cattolicesimo statunitense. Ma ci vorrà tempo per capire come la Chiesa USA si relazionerà col primo papa USA».
E rispetto all’attuale Amministrazione statunitense?
«Negli States viviamo in un tempo particolare: il trumpismo rappresenta un modo di appropriarsi della religione e il Conclave ha anche voluto, quindi, mandare un segnale sul fatto che esiste una voce alternativa al trumpismo. Lo stesso vicepresidente Vance si è definito “figlio di Sant’Agostino” ma è evidente che il suo e quello di Prevost sono due agostinismi tra loro diversi».
Qual è l’atmosfera oggi alla Villanova University? Che ricordi si hanno di Prevost?
«Io non ho avuto modo di conoscere personalmente Prevost, ma qui alla Villanova lo conoscono bene, era molto noto anche prima di diventare cardinale».
Come gli anni alla Villanova hanno influito sulla sua personalità?
«Gli agostiniani hanno il carisma della comunità: per loro è molto importante la vita di comunità, la formazione comunitaria. Qui diPrevost ne parlavano come membro di una comunità, come uno che ha vissuto da monaco agostiniano in modo più tranquillo, meno conflittuale di come Bergoglio visse nel mondo gesuita: infatti, il rapporto di quest’ultimo con la sua comunità è stata più accidentata rispetto a quella di Prevost negli agostiniani, dove non ha mai avuto un rapporto traumatico».
Qual è la situazione del cattolicesimo negli USA?
«I cattolici negli Stati Uniti purtroppo sono più o meno spaccati in due, seguendo i due grandi partiti – Democratico e Repubblicano.Questo papa è quindi chiamato più di altri a rispondere su questa profonda frattura, che Trump ha accentuato ma che nasce 30 anni fa e nel tempo si è aggravata. Ciò ha conseguenze sulla vita di ogni cattolico, come la scelta della scuola per i figli e della parrocchia dove andare. È un’esperienza che un cattolico europeo difficilmente può capire…».
L’elezione di un Papa USA accentuerà o meno queste fratture tra i cattolici statunitensi?
«Difficile dirlo.Sicuramente Prevost conosce molto bene la Chiesa americana, a differenza di com’era per Bergoglio. Prevost non ha bisogno di “traduttori” o mediatori per capire cosa succede nella Chiesa statunitense. È un altro tipo di rapporto. Qualcosa di inedito, tutto da studiare».
Quali novità Papa Prevost potrà portare alla Chiesa universale ?
«È un agostiniano e viene dopo un gesuita: ciò riequilibrerà determinati aspetti. È un prete missionario della Chiesa globale e questo permetterà di continuare certe traiettorie del papato di Francesco. Su altre questioni, eticamente sensibili, è difficile dire come si comporterà, forse qualche spostamento e differenza di accento rispetto a Francesco ci sarà.Ma bisognerà vedere, aspettare. In ogni caso, non credo ci sarà un “Francesco 2”. Sarà qualcosa di diverso».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025
Il docufilm di don Manservigi. A Santo Spirito la versione inedita de “L’unica via” con backstage e animazione. Ecco la storia di un martire del Vangelo, morto a 27 anni a Bando di Argenta.Il 13 maggio serata cinefila con tante sorprese
di Andrea Musacci
Il racconto del sacrificio estremo, quello della propria vita e – insieme – il racconto delle nostre terre e del nostro popolo durante la guerra. È stata una serata particolarmente toccante quella dello scorso 29 aprile al Cinema S. Spirito di Ferrara per la proiezione della versione inedita del docufilm “L’unica via” del regista don Massimo Manservigi e dedicato a don Santo Perin. La nuova versione è introdotta da scene inedite dal backstage e dal lavoro – anch’esso inedito – di Laura Magni per la grafica, il compositing e la titolazione, e della stessa Magni assieme a Giuliano Laurenti (entrambi dell’UCS – Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano) per l’animazione in video real grafica di diverse immagini della pellicola, oltre che di foto e filmati dell’epoca. La sera stessa, il Cinema di via della Resistenza ha ospitato due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita, e realizzate dallo stesso UCS Diocesano. La prima, fu ideata e creata nel 2010, dopo l’uscita del film; l’altra, rimarrà esposta fino all’11 maggio nella chiesa di Santo Spirito. Ricordiamo che questo del 29 è stato il secondo dei tre incontri del ciclo dedicato al cinema di don Manservigi, dal titolo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, che si concluderà il 13 maggio (alle ore 21, ingresso gratuito, e alle ore 20 con buffet offerto ai partecipanti) con “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”, con aneddoti legati ad alcuni film. Il primo incontro, tenutosi il 25 marzo, ha visto invece la proiezione dei documentari “Come il primo giorno” dedicato all’artista Giorgio Celiberti, e “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a p. Anselmo Perri sj.
Tornando a “L’unica via”, la prima fu il 14 ottobre 2010 al Multisala Apollo di Ferrara, per l’occasione gremito di persone.E non pochi erano nemmeno i presenti a S. Spirito. Qui, don Manservigi, nel presentare il film, ha posto ripetutamente l’accento sulla partecipazione di tante persone – soprattutto dell’argentano e di Ferrara – nella realizzazione della pellicola.Una partecipazione di non professionisti a titolo gratuito che ha dato vita, possiamo dire, a una comunità, «alla nascita o al rafforzarsi di relazioni di amicizia e di stima ancora oggi vive». Il film è, quindi, anche «un album di famiglia». Nel futuro, vi sarà anche la pubblicazione di un romanzo breve dedicato a don Perin, scritto da Barbara Giordano (Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano), co-sceneggiatrice del film.
Ricordiamo, fra gli altri protagonisti del progetto, Roberto Manuzzi per le musiche, Nicoletta Marzola per la scelta dei costumi d’epoca, Scolastica Blackborow per la fotografia di scena e Alberto Rossatti come voce narrante. Decisiva, già prima della realizzazione del film, anche la figura di Sergio Marchetti, Presidente del Comitato “Amici di Don Santo Perin”, che ha sposato Rosanna, una delle nipoti del sacerdote, e che ha svolto il ruolo di addetto al coordinamento durante le riprese. Il film inizia proprio con immagini inedite del backstage e interviste ad alcuni dei protagonisti, fra cui don Stefano Zanella – che interpreta don Perin -, allora sacerdote da appena 2 anni, e oggi parroco dell’Immacolata di Ferrara, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano e neo Presidente del Museo della Cattedrale.
Nel docufilm si alternano parti di cronaca storica ad altre di narrazione della vita – interiore e non – di don Santo e delle persone di Bando di Argenta a lui affidate. Ad arricchire il racconto, testimonianze e ricordi di Dolores Filippi, sorella di Pino, il giovane morto con don Santo, Bruno Brusa, e diversi nipoti di don Santo, oltre allo storico Rino Moretti e a molti altri. Quella di don Perin – «figura piccola sul piano storico ma grande sul piano umano», come ha detto don Manservigi -, è una delle vittime di un gruppo specifico nella seconda guerra mondiale: 7 sono stati, infatti, i preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia nella Seconda guerra mondiale, uccisi nello stesso periodo, su un totale di 123 sacerdoti e religiosi ammazzati in Emilia-Romagna negli stessi anni, come ha ricordato il nostro Arcivescovo mons. Perego nel saluto finale.
TUTT’UNO COL SUO POPOLO
Il docufilm di don Manservigi è anche un racconto popolare, della vita umile nelle campagne nel difficile periodo della guerra.E così la vita di don Santo è quella di una famiglia contadina, di un ragazzino presto dovutosi abituare al lavoro nei campi ma che non per questo non si innamorò dello studio, anzi.
Santo Perin nasce il 3 settembre 1917 a Trissino (Vicenza) da Crescenzio Luigi e Maria Miotti e 6 giorni dopo è battezzato al fonte della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo. Proprio nella località vicentina, l’Amministrazione, oggi, sta pensando di dedicargli una via. Nel ’24 la sua famiglia emigra ad Argenta, ma si pensa che alcuni Perin si siano recati lì già nel ’22 per valutare l’acquisto di alcuni terreni, e per l’occasione abbiano conosciuto quella che di lì a breve diventerà una delle prime vittime del fascismo: il parroco don Giovanni Minzoni. Passano 10 anni e il 28 novembre 1933 Santo decide, nonostante la giovane età, di iniziare il cammino che lo porterà al sacerdozio. Prima tappa, l’Istituto Missionario Salesiano “Cardinal Cagliero” di Ivrea (Torino). Nel ’36 muore il padre, stroncato da un infarto e un anno dopo Santo entra nel Seminario Arcivescovile di Ravenna dove il 5 dicembre 1943 riceve il diaconato e pochi mesi dopo, il 25 marzo 1944, l’ordinazione sacerdotale. Il 17 giugno dello stesso anno termina gli studi teologici e lascia il Seminario per essere destinato a Bando di Argenta come vicario cooperatore del parroco don Enrico Ballardini, che però, ormai molto anziano, muore pochi mesi dopo, lasciando al giovane l’intera responsabilità della parrocchia. Fin da subito, don Santo si dimostrerà un pastore attento a ogni singola persona a lui affidata; come ogni padre, capace di dosare tenerezza e fermezza, di rapportarsi ai più piccoli come ai più anziani, con una spiccata sensibilità che solo la fede nel Dio incarnato può donargli.
Il periodo non è di certo uno dei più facili, con la guerra che incombe e soffoca la vita delle persone. Guerra che nel film di don Manservigi innerva gesti, parole ed emozioni dei protagonisti, divenendo, delle loro esistenze, sfondo e ossatura, e intrecciandosi a quei riti quotidiani – una donna che impasta il pane, i bambini che giocano a calcio con un pallone di stracci -, come la nebbia che tutto avvolge e ovatta. Ma, scriveva il giovane parroco nel proprio diario, «sorriderò e il buio della mia anima si dissiperà»: incessante, infatti, è la sua preghiera al Padre, non tanto per sé ma, sempre, per questo suo popolo affidatogli; tanto che il paese si rappresentava in lui, e lui era il suo paese. Emblematica, a tal proposito, la scena della consegna da parte dei bandesi delle chiavi delle loro case a don Santo prima di sfollare nei campi. Don Perin scelse di vivere così il proprio servizio a Cristo e al suo pezzo di Chiesa: confortando i sopravvissuti, medicando i feriti come un buon samaritano, dando degna sepoltura ai morti. E svolgendo buona parte della propria missione sulla strada, da Bando a Filo, da Bando a Longastrino e ritorno, sempre inforcando la propria bicicletta, a portare i sacramenti e la prossimità, fisica e spirituale, del parroco, dell’amico, del Signore dei poveri e degli sfollati, medico per le ferite delle loro anime, capace anche di vincere il male di una guerra assurda e fratricida.
«Signore accetta la mia vita. Non avrò paura della morte. Il futuro è tuo», scriverà sempre nel suo diario.
E così vivrà, fino all’ultimo: tra il 10 e il 18 aprile ’45, gliAlleati sferrano l’attacco definitivo contro le ultime difese tedesche, provocando rovina e morte anche a Bando, dove don Santo celebrerà il rito di benedizione per 40 vittime, aiutando lui stesso a scavare la fossa. Il 25 aprile 1945, quando il Ferrarese è già stato da alcuni giorni liberato dall’invasore, il giovane prete viene a sapere che lungo l’argine del canale Benvignante c’è il corpo di un soldato tedesco, e subito decide di andare a seppellirlo. Perché rischiare la propria vita per un morto, perlopiù “nemico”? Ma la logica che muove don Santo non è quella di questo mondo, ma quella del Regno: i nemici vanno amati, perché tali non sono, ma fratelli nostri. DonSanto parte, seguito da alcuni ragazzi che si offrono di aiutarlo. L’esplosione di una mina li investirà, dilaniando a morte il corpo del giovane Giuseppe “Pino” Filippi e riducendo in fin di vita don Santo, che morirà il giorno dopo all’ospedale di Argenta. Nel cimitero di questa località verrà sepolto, ma le sue spoglie mortali il 20 aprile 2002 saranno traslate nella chiesa parrocchiale di Bando. Nel cippo posto sul luogo della sua morte, sono incise le parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Solo il Cristo Risorto può essere la fonte di questo amore assurdo.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025
Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto a Casa Cini per il primo incontro della Scuola diocesana di formazione politica: «spesso la “rigenerazione green” è mera retorica classista»
di Andrea Musacci
«I problemi dell’organizzazione e della gestione degli spazi urbani non possono essere affidati ai “tecnicismi”. L’urbanistica è politica, ma c’è bisogno, sia a livello locale che globale, della capacità del governo pubblico di affrontare e assumere la complessità dei problemi, superando approcci settoriali per poi pensare a strategie serie». La Scuola diocesana di formazione politica, partita la sera del 30 aprile scorso a Casa Cini, Ferrara, intende affrontare temi riguardanti il nostro territorio nell’ottica della concretezza, del confronto e della partecipazione, per poter quindi immaginare stili e modi di vivere differenti. Un obiettivo ben sintetizzato dalle parole che abbiamo usato per iniziare questo articolo, pronunciate la sera del 30 dall’urbanista di UniFe Romeo Farinella, intervenuto insieme a Chiara Sapigni (Ufficio Statistica della Provincia) sul tema “Strategie per il futuro della città. Riflessioni su Ferrara”. Il secondo incontro è in programma il 7 maggio alle 20.30 a Casa Cini: un gruppo di giovani del Liceo Ariosto di Ferrara incontra Isabella Masina, vicesindaca Comune di Voghiera ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara.
CONTRO LE CITTÀ SELETTIVE
Per Farinella, ciò che serve a Ferrara e non solo è «una politica di solidarietà, non di competitività tra città» (e cittadini) che in particolare affronti i temi della mobilità pubblica e della casa – «che è un’emergenza nazionale». Occorre, però, innanzitutto abbandonare la «retorica della sostenibilità», termine ormai abusato e travisato, «categoria che il capitalismo sta usando per giustificare le sue logiche estrattivistiche». Occorre – per Farinella – recuperare «un’autorevolezza della politica, del ruolo pubblico nei processi di governo», oggi in crisi, una «crisi di classe dirigente, non di potere»: emerge, infatti, sempre più una classe dominante («che vuol dominare, non governare») «orientata al rafforzamento delle disuguaglianze» e con «forme subdole di autoritarismo e autoreferenzialità». Basta vedere «le politiche di rigenerazione urbana – fondate sull’ideologia neoliberista -, sempre più all’insegna della selettività», ha proseguito.Ad esempio, a Milano le politiche di “rigenerazione green” sono selettive nel senso che «riguardano solo determinati quartieri, a livello immobiliare accessibili solo a fasce di reddito medio-alto»; e queste “green”, inoltre, sono azioni che a loro volta determinano «un innalzamento del valore immobiliare». Un esempio opposto è Vienna (dove è appena stato riconfermato il sindaco socialista Michael Ludwig), nella quale «da decenni è forte l’investimento pubblico nell’edilizia popolare». È proprio questo il ruolo che il pubblico deve avere: «gestire i conflitti» (e il mercato), non far finta che non ci siano.«Basti pensare agli studentati in Italia, ormai quasi interamente affidati ai privati per la progettazione, realizzazione e gestione», esempio di come oggi vi sia «un’egemonia delle rendite immobiliari», una sempre più marcata gentrificazione, una «privatizzazione dello spazio pubblico», con conseguente controllo di determinati quartieri urbani, a livello di sicurezza, anche da parte di soggetti privati, oltre che di una sempre più diffusa «militarizzazione dello spazio pubblico». Per non parlare della «privatizzazione di aree pubbliche attraverso eventi» ludico-artistici che – come nel caso di Ferrara – occupano piazze e vie pubbliche per intere settimane, o l’idea della “città 15 minuti” che però viene applicata – in alcune metropoli – solo ai quartieri “benestanti” e non a quelli popolari. Conseguenza di tutto ciò è la sempre maggiore «marginalizzazione dei più poveri», che nell’ottica neoliberista-securitaria «non devono interferire con queste dinamiche ultraselettive, privatistiche» e classiste.
Tanto a livello globale quanto a livelo locale, quindi, per Farinella, la questione ecologica e della sostenibilità «non può essere affrontata senza prima affrontare le sempre più enormi disuguaglianze a livello economico»: ci vogliono, quindi, «forti politiche di redistribuzione delle ricchezze». Elaborare, quindi, «una seria strategia per Ferrara non significa solo piantare più alberi ma affrontare i problemi strutturali, e farlo coinvolgendo direttamente la cittadinanza: casa, mobilità pubblica, energia («le Comunità energetiche possono essere una risposta importante», ha aggiunto il relatore).
Non di meri «ritocchi “estetici”», dunque, ma di «grandi cambiamenti» ha bisogno la nostra città.
IL LIBRO. Ne “Le fragole di Londra” la denuncia delle nuove city solo per le élites
È sempre più necessario «prendere posizione nei confronti del neoliberismo come modello di sviluppo che condiziona le politiche urbane da oltre quarant’anni».Così Romeo Farinella nel suo ultimo libro, “Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali” (Mimesis ed., 2024), nel quale approfondisce i temi affrontati a Casa Cini.
«Il mercato della casa – scrive ancora – è mercificato e i processi riguardanti la gentrificazione, la turisticizzazione, la prevalenza dell’affitto short time su quello a lungo termine, contribuiscono spesso alla frammentazione del corpo sociale urbano».Fenomeni tipici delle metropoli (da quelle occidentali a quelle come IlCairo o Dubai, con nuovi insediamenti urbani costruiti ad hoc e ultra-classisti) ma sempre più presenti anche in città di piccole-medie dimensioni come Ferrara. Sempre nel volume spiega come «una grande parte dei progetti» urbanistici «presentati da gruppi finanziari, fondazioni filantropiche, amministrazioni competitive, stati autocratici, o archistar si configurano come progetti di “classe” o di “censo”, mentre le operazioni sottese di rigenerazione urbana “ecologica” sono sovente orientate ad una gentrificazione che, senza dichiararlo, rafforza la “polarizzazione” sociale a scapito dei più poveri».
Così, si dà vita a «isole di ordine e bolle ecologiche rese possibili dallo sviluppo della tecnologia, che però a ben vedere appaiono altamente selettive, fisicamente delimitate e controllate da apparati di sicurezza. La “città ecologia neoliberista” è indifferente ai contesti politici; che siano democratici o autoritari, non interessa agli investitori». Meglio, comunque, se autoritari: in quest’ultimi, infatti, «la volontà di modificare una città o di costruirne una nuova è una decisione non negoziabile: è sufficiente un accordo tra investitore e potere. Nelle democrazie, al contrario, i livelli di interazione istituzionale e di garanzia dei diritti dovrebbero garantire il bene comune; quindi, la strategia degli investitori diventa più subdola» e l’idea “green” «diventa selettiva perché non prende in conto, ad esempio, le politiche pubbliche dell’abitare o il tema del diritto alla città per tutti».
Come sta il Ferrarese?Molti anziani e poco lavoro per i giovani.
«Serve un’alleanza intergenerazionale»
Un quadro dello stato di salute socioeconomico la sera del 30 l’ha fornito Chiara Sapigni.
«Oltre al PIL – ha spiegato -, dal 2013 l’Istat elabora anche ilBES (Benessere Equo e Sostenibile), indicatore che tiene conto dei livelli di qualità a livello sociale e relazionale». E dal 2015 gli Uffici statistici delle Province han deciso di dettagliare questi dati specificatamente ai territori di riferimento.Nella nostra Provincia finora sono stati realizzati cinque RapportiBES. Oltre a ciò, esistono le “Mappe di fragilità” elaborate dalla nostra Regione.
Partendo quindi dai dati BES riferiti alFerrarese, gli indicatori positivi riguardano il buon livello di occupazione; la non alta divergenza tra uomini e donne per quanto riguarda le retribuzioni e il numero di giornate retribuite; la bassa percentuale di pensioni minime; l’uso dei Servizi per l’infanzia nella fascia 0-2 anni; l’uso delle biblioteche pubbliche e la raccolta differenziata.
Tra gli indicatori negativi, invece, il valore aggiunto pro capite, la dispersione scolastica (doppia rispetto alla media regionale e nazionale), la bassa occupazione giovanile, i residenti over 65 (pari al 29%), le truffe e le frodi informatiche.
Sapigni si è poi concentrata sul tema della casa, accennando ad alcune azioni dirette della Regione Emilia-Romagna come il Fondo Affitto, la semplificazione del Patto per la casa, la legge sugli affitti turistici brevi, la richiesta di un prestito alla Banca europea degli investimenti per la manutenzione dell’edilizia pubblica, soprattutto a livello energetico. Infine, i contributi a fondo perduto per l’acquisto di alloggi e la definizione dei criteri di accesso all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica).
Il tema casa richiama inevitabilmente il tema famiglia: a Ferrara e provincia la dimensione media familiare è di 2.08 componenti per nucleo, il 39% delle “famiglie” è composta da 1 sola persona, e appena il 3,3% è formata da 5 o più componenti. Ancora: il 43% ha al proprio interno almeno 1 persona over 65 e il 24,9% una over 75. Abbastanza nette, nello specifico, le differenze dei nuclei familiari tra i quattro distretti socio-sanitari. Sulle “famiglie” “monocomposte” (con 1 sola persona), il 45% è over 65 e il 28% over 75 (quest’ultimo, numericamente, significa che ben 18mila persone over 75 vivono da sole). Riva del Po, Mesola e Tresignana sono i Comuni del Ferrarese con il numero maggiore di over 75. La nostra è dunque una provincia sempre più anziana. E il Comune meno giovane è quello di Riva del Po, quello più giovane,Cento.
Il “cosa fare” avrebbe bisogno di molto più tempo e spazio. In ogni caso, Sapigni ha posto l’accento sull’importanza di «un’alleanza fra le generazioni, creando luoghi appositi dove poter discutere di questi temi e condividere idee ed esperienze». Inoltre, è sempre più fondamentale una «collaborazione tra istituzioni, cittadini, aziende e terzo settore per interventi e sostegni adeguati». Sapigni in particolare ha sottolineato l’apporto fondamentale del terzo settore (è Vice presidente del CSV Terre Estensi – Ferrara-Modena), ancora purtroppo da molti sottovalutato.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025
«Tenace, tagliente, poi diplomatico. Ma sempre dal cuore grande»: così don Giuseppe Cervesi racconta a “La Voce” l’amico Pizzaballa, in questi giorni protagonista al Conclave. Il viaggio in Terra Santa, quello ad Assisi, i timori e la nostalgia di Ferrara: ritratto inedito di uno dei “papabili”
di Andrea Musacci
Lo scorso numero della “Voce” (v. pag. 7 del 2 maggio 2025) abbiamo dedicato un servizio al card. Pierbattista Pizzaballa – Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ex Custode di Terra Santa e fra i 133 cardinali che dal 7 maggio saranno presenti al Conclave – che ha vissuto tra il 1981 e il 1984 a Ferrara, tra la parrocchia di Santo Spirito (con i frati francescani) e il Seminario Arcivescovile dove studiava. Dopo quelle presenti nel numero scorso, vi proponiamo altre testimonianze di persone che lo hanno conosciuto direttamente.
IL RACCONTO DI DON GIUSEPPE CERVESI
«Pierbattista è stato un mio compagno di studi di Teologia a Bologna nel 1988-89, dopo gli anni a Ferrara nel 1987-88». Così inizia il racconto alla “Voce” di don Giuseppe Cervesi, Rettore del Santuario del Poggetto (Sant’Egidio), francescano con un forte spirito missionario (ha vissuto in Messico). «Nell’89-90 ero a Carpi, ero ancora diacono, poi venni a Ferrara per un anno sabbatico prima del mio ultimo anno di Teologia: fu proprio Pizzaballa a chiedermi di venire a Ferrara, città che amava. E aveva grande stima di padre Atanasio Drudi», guida francescana della parrocchia di S. Spirito dal 1967 al 1997.
«Pizzaballa mi è piaciuto molto come persona fin dalla prima volta che lo conobbi: era molto diretto, schietto, a volte anche tagliente, e tenace; ma dal cuore buono. Poi è cambiato, è diventato più diplomatico. E io gli dissi “stai studiando da provinciale”». Aveva visto bene…: «era diventato più diplomatico, non falso però, ma sincero come sempre. Ed è sincero – continua don Cervesi – anche quando mi scrive che ha voglia di vedermi. A volte ci sentiamo anche per telefono, ma è molto impegnato». Don Cervesi ci racconta, poi, un episodio specifico, molto importante per la biografia del card. Pizzaballa: «il 27 ottobre 1986 andammo assieme ad Assisi in occasione dell’incontro interreligioso con Giovanni Paolo II. Guidai io il pulmino. Ci tenevo molto a parteciparvi, e lui mi aiutò e mi accompagnò».
L’anno successivo, nell’87, «siamo andati assieme in Terra Santa: all’inizio ero titubante, ma poi accettai. Lui si innamorò, fin da subito, della Terra Santa: forse la sua passione per quei luoghi nacque proprio lì, in quella che per lui era la prima visita». Pizzaballa dimostrò il proprio aiuto all’amico don Cervesi anche nel 2021, per una guida per un altro pellegrinaggio in Terra Santa, anche se poi non si concretizzò.
Venendo al presente, don Cervesi ci spiega: «l’ultima volta che l’ho sentito – per messaggio – è stato lo scorso 21 aprile: gli ho scritto per fargli gli auguri di buon compleanno e naturalmente mi ha risposto chiedendo di pregare per il Papa. L’ultima volta che l’ho sentito per telefono è stato invece per la Festa di S. Martino nel 2019. Poi, siamo rimasti in contatto via mail e via WhatsApp: spesso mi scriveva rendendomi partecipe del suo desiderio di venirmi a trovare».
Ancor più dopo il 7 ottobre 2023, ma sempre, la vita a Gaza e in generale in Terra Santa, non è facile: «lui si sente a rischio», continua don Cervesi: «in un messaggio mi ha detto: “mi sa che il grande salto lo faccio prima io di te…”. È consapevole del rischio che corre; ma i cristiani sono un ponte di pace in Terra Santa, per una pace giusta, spero rimangano». Pizzaballa, infine, ci ricorda don Cervesi, «era molto legato agli ebrei convertiti» (gli “ebrei cattolici”, ndr), anche se lì la comunità cattolica è tutta araba».
ALTRI RICORDI
«Ricordo il bel rapporto che Pizzaballa aveva con i frati che abitavano a San Francesco e venivano a scuola con noi in Seminario», ci racconta il parroco di Bondeno don Silvano Bedin. «Le sfide di calcio con loro – prosegue – erano epiche». «Ho conosciuto personalmente Pizzaballa a S.Spirito negli anni ’80, quand’era a S. Spirito e io facevo le Elementari», ci racconta Paolo Martorana, pianista e produttore discografico ferrarese. «Cantavo nel coro parrocchiale diretto da suor Celestina nel quale lui faceva l’organista; per me Pierbattista ha avuto un ruolo fondamentale: se oggi faccio il musicista è anche grazie a lui. Nel vederlo suonare quell’Organo per accompagnare il Coro ebbi la conferma che avrei voluto imparare a suonare il pianoforte. Cosa che ho fatto».
L’intervista a Ferrara nel marzo 2024
Il 1° marzo 2024 il card. Pierbattista Pizzaballa ha risposto alle domande di Cristiano Bendin (“Il Resto del Carlino” Ferrara) in collegamento da Gerusalemme per il primo incontro dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, seguito da oltre 100 persone riunitesi nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara.
Dopo un’analisi della situazione nella Striscia di Gaza, riflesse così: il cristianesimo è «uno stile di vita prima che una religione», la fede cristiana deve «parlare alla vita, deve far comprendere come la pace non significa vittoria sull’altro, sconfiggerlo, farlo tacere o sparire», ma «inclusione dell’altro, suo coinvolgimento, sentirlo parte di sé, sentire anche il suo dolore. Come cristiani abbiamo nel cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi. L’altro, invece – sono ancora parole del cardinale -, qui è percepito come causa del proprio dolore: ciò rende impossibile ogni dialogo. Parlare con l’altro è interpretato come tradimento». Invece, a noi cristiani, la Croce «continua ad insegnarci che il male si vince amando gratuitamente: non è utopia, incontro persone che lo vivono». Qui, invece, «stiamo affogando nell’odio veicolato anche da un linguaggio che deumanizza l’altro». La Chiesa, disse, «non può entrare dentro l’agone, non può sposare nessuna delle due parti: è solo sposa di Cristo. Rifiuto, quindi, letture parziali da una parte e dall’altra». Infine, sul proprio servizio in Terra Santa, dove si trova da 35 anni, disse: «nel tempo – ha spiegato – ho acquisito uno sguardo più carico di misericordia, più capace di perdono e di pazienza per gli errori degli altri, anche a causa degli errori che io stesso compio». I momenti più belli «del mio servizio sono le visite pastorali che svolgo tutti i fine settimana, a volte anche a metà settimana: è commovente vedere come la gente vive la propria fede e la vicinanza agli altri».
Nel 2023 al Presepe vivente di Ferrara
Il card. Pizzaballa ha lasciato anche un messaggio video per il Presepe Vivente (organizzato da CL Ferrara) nel dicembre 2023 sul sagrato della Basilica di S. Francesco a Ferrara.
Nel messaggio video proiettato a lato della Basilica, il cardinale disse che il Presepe Vivente «è importante per recuperare la tradizione: nel passato si trova la certezza per il presente e il futuro e ciò che può rendere festoso il tempo. Natale è tempo di speranza per un mondo moderno che non crede più in niente. Natale è il tempo di riscatto dalla menzogna, dall’odio, dal nulla».
Il suo ricordo di Ferrara: scelta francescana e pazienza dei superiori
Dal discorso finale del card. Pizzaballa nel rito di Ordinazione episcopale (10 settembre 2016, Cattedrale di Bergamo):
«(…) e poi a Ferrara, con il primo servizio da ragazzo, liceale, in parrocchia, prima nel Santuario poi in parrocchia, io ero responsabile del coro ed ero anche organista. E lì ho vestito l’abito francescano: l’ingresso nell’ordine francescano era per me una scelta naturale, visto che venivo ormai da quel mondo, dopo tanti anni; e lì ho dato espressione concreta a quel desiderio di semplicità, di scelta radicale, di sobrietà. Son stati molto pazienti con me i miei formatori e superiori del tempo, li ringrazio per quella pazienza e quando necessaria anche per la loro severità (…)».
Il 27 maggio al Poggetto
Il prossimo 27 maggio il card. Pizzaballa si videocollegherà col Santuario del Poggetto alle ore 18 per un incontro dal titolo “Il ruolo della Comunità cristiana in Terra Santa per gettare le basi di una pace stabile e duratura nella terra di Gesù”. Per ora l’incontro è confermato.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)