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Sarajevo, tutto l’orrore e tutta la speranza del mondo

30 Mag

«Irina aveva 1 anno quando fu uccisa da un cecchino»: a Santo Spirito in tante e tanti per la serata dedicata al ricordo dell’assedio negli anni ’90 e del “safari umano” su cui ancora si indaga. Ecco le testimonianze di quell’orrore e il grido di pace di chi c’era

Uomini che volevano sperimentare l’orrido piacere di sentirsi padroni della vita e della morte di innocenti, e rimandendo anonimi e impuniti. Ma c’è chi ora vuole portare alla luce questi delitti. Sulla “Voce” dell’8 e del 15 maggio scorsi vi abbiamo parlato dei “cecchini per gioco” nella Sarajevo assediata dal 1992 al ’96. 

Il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara ha compiuto la scelta coraggiosa di dedicare una serata a questo macabro pezzo della storia contemporanea, e l’ha fatto la sera dello scorso 22 maggio, con la proiezione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic, uscito nel 2022. 

Il documentario inizia con alcuni uomini che, durante l’assedio di Sarajevo, raccolgono su un ponte i corpi di un ragazzo e di una ragazza, colpiti a morte da un cecchino. Corpi che vengono posti nel baule di una macchina e portati in ospedale. Il loro sangue è colato sull’asfalto. Nel filmato, poi, la testimonianza di un uomo dal volto coperto, uno sloveno, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, poi assunto da un’importante agenzia investigativa USA. «Un giorno – racconta – vidi tre uomini stranieri, non vedevano l’ora di entrare in azione». Parla di statunitensi, canadesi, russi. «Si spostavano fra diverse postazioni, per sparare. Uno si sdraiò e ricevette un fucile: una persona venne colpita. La cosa mi inorridì molto».Questi stranieri «ricoprivano posizioni elevate, erano protette, uno di loro parlava un inglese fluente». Forse scelsero di fare questo safari umano «perché nella loro vita si annoiavano». L’uomo racconta anche di un bambino colpito a morte mentre passeggiava con la madre, «mano nella mano». Erano tutti «cacciatori esperti» questi stranieri, ma «generalmente colpivano al torace, perché alla testa era più difficile» a distanza.

Poi il documentario segue con la testimonianza di un uomo e una donna, marito e moglie, che raccontano di come nell’ottobre ’93, fossero in giro per una passeggiata nelle strade di Sarajevo con Irina, la loro figlia di 1 anno e 4 giorni. «Erano giorni tranquilli, non si sentivano spari», dice la donna. Ma all’improvviso, dal nulla, Irina viene colpita da un proiettile. Il proiettile di un cecchino. «E nel ’94 – racconta ancora – rimango incinta nuovamente, di un maschio, che però al 9° mese di gravidanza muore.Il medico mi spiegò che aveva assorbito il mio stato mentale».Lo stato mentale di una persona fortemente traumatizzata.

Un altro uomo, un bosniaco sulla 50ina, costretto su una sedia a rotelle, racconta di quand’era 20enne, soldato e studente universitario. Il 3 marzo del ’95 era contento ed essendo una giornata primaverile uscì per fare una passeggiata, «il cielo era bello». Un cecchino lo colpì, condannandolo a non poter più camminare. «Siamo stati tutti uccisi dalla guerra, stiamo tutti lentamente morendo per queste ferite», dice. E non parla delle ferite fisiche.

Viene poi intervistato Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, testimone molto importante, che riporta ciò che un soldato serbo di 20 anni fatto prigioniero dai bosniaci allora raccontò loro: «ci parlò di cinque stranieri, di cui 3 italiani – uno milanese -, diretti nel ’93 a Pale (cittadina a 17 km da Sarajevo, ndr) e con attrezzatura da caccia di lusso». Uomini arrivati anche «con auto di lusso, che dissero che pagavano per poter essere cecchini». Ed erano «scortati dalle forze speciali serbe».Allora «informammo SISMI e SISDE ma l’unica cosa che ci dissero, dopo mesi, e che tutto era stato bloccato e che non si sarebbero più ripetute queste azioni». Non fu così.

«Dio, se potessi vivere solo un altro giorno, per vedere il sole spuntare sulla Bosnia…», canta un gruppo di ragazzini bosniaci nel finale, seduti nei loro banchi di scuola. Un agrodolce canto di speranza. 

Quella che si è cercata di trasmettere a inizio e a fine serata a S.Spirito. In apertura, infatti, vi è stato il collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast “Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio”, prodotto da Bottega Errante Edizioni. «Fino a qualche anno fa sembrava incredibile – han detto – che in Europa ci fosse stata una guerra devastante come quella nei Balcani. Eppure, nel 2022 questo incubo si è ripetuto in Ucraina». Riguardo all’assedio di Sarajevo, gli abitanti di questa città «dalla sera alla mattina si son dovuti abituare a schivare i proiettili dei cecchini, a dover trovare acqua e a non trovare beni alimentari primari nei supermercati». Ma prima del ’92 Sarajevo era «una città multietnica e multireligiosa, aperta e inclusiva, e che veniva da decenni di florido sviluppo, come tutta la Jugoslavia». Gli abitanti di Sarajevo però trovarono il  modo di «resistere: sono stati oltre 2mila gli eventi culturali negli anni dell’assedio». E riguardo a Gabriele Moreno Locatelli – ucciso da un cecchino sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993 e a cui era dedicata la serata -, i due autori lo hanno definito «un faro, la concretizzazione del pacifismo concreto langeriano».

Dopo la proiezione del documentario è stata proiettata la videointervista realizzata da Alberto Mion del Cinema Santo Spirito (e organizzatore della serata) a don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, ex coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500. Marcia a cui parteciparono, fra gli altri, anche don Tonino Bello, don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, Eugenio Melandri e mons. Luigi Bettazzi. «Non avevamo altra possibilità che l’indignazione», ha detto don Sacco. «L’ultimo giorno a Sarajevo abbiamo visitato una chiesa cattolica, una ortodossa, una moschea e la sinagoga», segni della Sarajevo di pace. «La guerra non è un destino ineluttabile, si possono scegliere strade di pace», ha aggiunto. «Gli eserciti di domani saranno questi uomini disarmati», disse don Bello in quell’occasione. «Si trattava – ha ripreso don Sacco – di un tentativo di dar carne al sogno del profeta Isaia»: «essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci» (Is 2,4). «Venivamo considerati dei matti, come oggi matti vengono considerati gli uomini e le donne della Global Sumud Flotilla» dirette a Gaza, «nonviolenti come noi. È incredibile che venga criticata la Flotilla e non chi produce e vende armi… Non abituiamoci alla guerra!», il suo grido finale, più che mai urgente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto tratta dal doc. “Sarajevo Safari”)

Papa Prevost, «Leone mite che prova a calmare i bulli di questo mondo»

23 Mag
@Vatican Media

UN ANNO CON PAPA LEONE XIV. Al Cinema Santo Spirito  di Ferrara l’intervento di Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”: «nell’epoca walkie-talkie ci insegna la bellezza del saper ascoltare davvero l’altro»

di Andrea Musacci

Lo scorso 11 maggio al Cinema Santo Spirito di Ferrara si è svolto un incontro dedicato al primo anno di pontificato di papa Leone XIV. L’incontro è stato promosso dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, dal Cinema stesso e dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema, in sinergia con Vatican News – Radio Vaticana e Libreria Editrice Vaticana del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Presenti una 70ina di persone. Per l’occasione, Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”, ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e l’evento è stato moderato dal vicario generale mons. Massimo Manservigi. È stato presentato il libro “La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole” (LEV – Libreria Editrice Vaticana), antologia di testi di Papa Prevost che presenta dieci parole-chiave del cristianesimo per il nostro tempo, insieme al libro appena uscito “Liberi sotto la grazia”, sempre della LEV, che raccoglie testi scritti da Robert Francis Prevost quando era priore degli agostiniani. L’incontro è stato preceduto dalla visione di alcuni estratti dei documentari “León de Perú” e “Leo from Chicago,” prodotti dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede (e interamente visibili su You Tube), che raccontano la vicenda biografica e spirituale di Prevost a Chicago e in Perù.

Durante la serata, Monda in risposta a una domanda sui temi sociali – da cui il nome scelto in onore a Leone XIII – ha parlato dell’Intelligenza artificiale come la “res nova” e ha accennato al fatto che forse la prossima, prima Enciclica di Leone XIV, toccherà questo tema.

LA VITA IN PELLICOLA

Ma innanzitutto, un accenno ai due sopracitati spezzoni dei documentari. Il primo, sull’infanzia e la giovinezza di Robert F. Prevost raccontata dai fratelli Louis e John. Un ritratto del futuro papa e dei suoi Stati Uniti d’America nei suoi tratti più iconici: il baseball, le bistecche e gli hamburger («ma il venerdì mangiavamo pesce»), i piccoli Prevost «cresciuti nella Chiesa», la domenica a Messa, una fede semplice e profonda tramandata come un fuoco da mantenere sempre vivo. «La prima cosa che ho scoperto di lui – dice un fratello di Robert Francis – era che voleva diventare prete». Un sogno, per le madri di una volta. La mamma Mildred Agnes (nata Martínez), gli affetti, quindi, la casa: quella villetta come tante, situata al civico 212 di East 141st Place a Dolton, nei sobborghi di Chicago, che ora accoglie nel piccolo spazio antistante un pannello con l’immagine del pontefice e l’indicazione che lì nacque e crebbe, come si fa per i santi e per i personaggi storici. In questa umile casa, lui piccolo nella culla spesso “parcheggiata” nella sala da pranzo, e poi Robert Francis amante, ed esperto, di automobili, simbolo del viaggio, del partire, di mete lontane. 

Come quella che nel 1985, a 30 anni – e da tre anni sacerdote -, raggiunge per la prima volta: il Perù. Un Paese, questo, dove svolgerà la sua missione in diversi periodi (e di cui ha la seconda cittadinanza): 1985-86, 1988-99, 2014-23. Nel secondo documentario, vengono intervistati alcuni peruviani che lo hanno conosciuto: «lo abbiamo visto camminare qui, come una persona normale», perché una persona normale era, ed è, e lo si immagina passeggiare lì, in quelle strade di periferia, nei mercati rionali coi polli morti appesi da vendere, e su quella mula, altra immagine divenuta iconica un anno fa. Prevost che «vive col popolo, lotta col popolo», dice una signora ricordandolo con affetto e orgoglio, lui «uomo di poche parole e di molti fatti».

MONDA: «UOMO MITE SEMPRE IN ASCOLTO»

«Per il mio ruolo, sono in stretto contatto col papa», ha detto poi Monda. «Prevost l’ho conosciuto prima che diventasse pontefice, quand’era prefetto del dicastero dei vescovi». Monda ha ricordato in particolare un viaggio al seguito di papa Francesco, nel quale il card. Prevost «mi colpì perché a differenza degli altri cardinali non si faceva notare, non era vestito da cardinale ma da semplice sacerdote. Ed era taciturno, ma aveva una grandissima capacità di ascolto». Insomma, «abbiamo un papa che ha la grande virtù dell’ascolto, proprio ciò di cui ha bisogno il mondo». Una «virtù rara nel mondo “walkie-talkie” dove chi parla non deve, non può ascoltare l’altro…». E a tal proposito, Monda ha raccontato un altro aneddoto: «appena venne nominato prefetto del dicastero dei vescovi, convocò tutti i responsabili della comunicazione vaticana, me compreso, e ci disse “parlate, spiegatemi cosa fate”. E ci ascoltò in religioso silenzio. Di tutti i “ministri” dei dicasteri vaticani fu l’unico a convocarci, con la curiosità di ascoltarci per capire cosa facevamo».

Altra caratteristica del papa è di essere uno stakanovista: «lavora molto e ha una salute perfetta, dimostra vent’anni in meno». La domanda che Monda si pone, però, è: «ce la farà il mite Leone a calmare i bulli di questo mondo», come da ragazzino – raccontano i fratelli nel documentario – fece una volta in un bosco? Una mitezza e una capacità di ascolto tipici di una persona da sempre «innamorata di Gesù» e capace di dare valore alla Grazia: «per lui la fede non è uno sforzo titanico dell’uomo ma l’accogliere Gesù nella propria vita, la scoperta che il vero volto di Dio non è lontano dal nostro cuore».

«La pace sia con tutti voi!» furono le sue prime parole da papa. E qui, Monda ha iniziato la riflessione sul come «comunicare oggi parole eterne in un mondo frammentato com’è quello in cui viviamo. Papa Prevost in questo ultimo anno ha parlato tanto, ha fatto tanti discorsi pubblici ma con un linguaggio diverso da quello mainstream». E ha dimostrato «la forza della sua mitezza» per come, ad esempio, si è comportato nei confronti delle ripetute provocazioni del presidente Trump. Insomma, «il vero forte è Prevost, non l’arrogante che non riesce nemmeno a controllare la propria irruenza». La mitezza di Prevost ricorda il biblico «mormorio di un vento leggero»: quelle sue prime parole sullo «sparire perché rimanga Cristo» erano rivolte a chi ha ruoli di potere nella Chiesa, ma in realtà a ognuno di noi. Parole “scandalose” in un mondo «in cui invece tutti vogliono apparire» e in cui il piccolo, mite Prevost si trova «al centro, e attaccato anche dal presidente del proprio Paese…». Ma la sua mitezza «sta sconvolgendo questo sistema», un sistema sempre più fondato sulla guerra, nel quale i mercanti di armi si arricchiscono. Qui, proprio in questo mondo in crisi, quindi Prevost può essere un esempio per tutti, lui persona «umile e riservata, con una forte spiritualità perché con una forte fede». Una persona «disarmata e disarmante, umile e perseverante: in un modo in cui tutti pontificano, lui non “pontifica”».

MONS. PEREGO: «QUANDO PREVOST MI ACCOMPAGNÒ IN BIBLIOTECA»

Due, come detto, sono i libri di Papa Leone XIV presentati a S. Spirito. Ne ha accennato mons. Manservigi a inizio serata, delineando quelle che possono essere considerate le tre parole chiave di Prevost: Cristo, comunione e pace. «Cristo è il salvatore, in Lui siamo uno, in lui vi è l’unica pace che è conversione».

A fine incontro ha poi preso la parola il nostro Arcivescovo. «L’unica volta in cui l’ho incontrato – ha raccontato – fu a Roma all’Augustinianum» (il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum): «mi trovavo lì per prendere alcuni libri di Simonetti su S.Agostino, allora incrocio un prete e gli chiedo come raggiungere la biblioteca. Mi dice “Mi chiamo padre Robert”». Prevost, ha proseguito il nostro Vescovo, «è figlio di migranti» e «la sua Chicago è la città dove arrivò Francesca Cabrini, la prima santa americana», sempre al servizio degli immigrati negli USA. «E papa Leone XIII fu il primo pontefice a scrivere ai cattolici statunitensi per indirizzarli sulle questioni sociali». Mons. Perego, dopo aver ricordato la formazione agostiniana dell’attuale papa, ha sottolineato come egli sia pontefice «in quest’epoca particolare della storia, nella quale lui parla di pace, di disarmo, di nonviolenza» e nella quale «ribadisce la scelta preferenziale per i poveri, nel segno di Puebla». Il riferimento è alla III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, tenutasi a Puebla, in Messico, nel 1979, in cui si adottò ufficialmente l’espressione «opzione preferenziale per i poveri». In conclusione, il Vescovo ha accennato al tema del linguaggio adottato da Prevost, prima affrontato da Monda, parlando dell’«attualità di Dio» intesa come tentativo continuo di capire «come oggi la Parola di Dio parla», quindi sul come coniugarla «con le azioni sociali nel nostro presente».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto: Ricardo Stuckert / PR)

Cecchini per divertimento: i safari umani a Sarajevo

8 Mag

Il terribile racconto dei 500 uomini (di cui 230 italiani) che tra il 1992 e il 1996 approfittarono dell’assedio di Sarajevo per ammazzare bambini, donne e anziani, come fossero in un videogioco. A Ferrara il racconto di Ezio Gavazzeni, autore dell’inchiesta. E il 22 maggio il film a Santo Spirito

di Andrea Musacci

Cento milioni di lire per diventare un cecchino e sparare a un bambino, a una ragazza, a un anziano. Era questo il passatempo del fine settimana per almeno 500 persone – di cui ca. 230 italiani -, durante l’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1996. Di questa orribile storia in Italia se n’è tornato a parlare da poco grazie alle inchieste dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni. Inchieste che ora ha pubblicato nel suo libro “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst ed.), presentato lo scorso 27 aprile nella libreria Libraccio di Ferrara, in dialogo con Marika La Pietra (ideatrice e voce del podcast “Voci in Ombra”) e con l’introduzione di Paola Bastianoni (docente UniFe e direttrice del Laboratorio “Uno sguardo al cielo”). Inoltre, vi anticipiamo che venerdì 22 maggio alle ore 21 il Cinema Santo Spirito di Ferrara (via della Resistenza) ospiterà la proiezione del film “Sarajevo Safari”, documentario del 2022 diretto dal regista sloveno Miran Zupanic, con interventi di alcuni giornalisti e pacifisti e un ricordo di Moreno Locatelli – classe ’59, del gruppo “Beati i costruttori di pace” – ucciso a Sarajevo nel ’93 da un cecchino serbo (v. locandina a pag. 11 e articolo sul prossimo numero).

PAGHI E UCCIDI

Cecchini che in quei quattro terribili anni si nascondevano sulle colline e puntavano gli inermi civili che camminavano tra un edificio e l’altro, cercando riparo lungo quella che verrà chiamata “Sniper Alley”, il viale principale della città. Cecchini che, appunto, spesso erano affiancati da imprenditori e professionisti anche italiani: «alcuni di loro – ha detto Gavazzeni a Ferrara – frequentano ancora oggi i salotti TV italiani, uno in particolare è spesso invitato in TV a parlare». Edin Subašic, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare questo orrore. «Oggi in Kenya – ha detto Gavazzeni – nei safari per sparare a un leone paghi 200mila dollari». E così a Sarajevo nei “safari umani” «le tariffe erano per obiettivi: per sparare a un bambino o bambina, il costo era di 100 milioni di lire; stessa cifra per sparare a un’adolescente; 70 milioni per sparare a una donna; 50 per un uomo; meno di 20 per un anziano o anziana. Più soldi mettevi, più porte si aprivano. Queste persone non avevano nessuna morale». E questi “turisti dell’orrore” «erano sempre accompagnati dal “Francese” – l’organizzatore di questi “safari” – e da un locale, che si assicurava che non ci fossero “fregature”, cioè che venisse colpito l’obiettivo concordato». Diverse erano le tecniche per attirare i possibili bersagli: «la prima consisteva nel ferire una persona così da poter colpire anche le persone accorse per soccorrerla; un’altra, era di aspettare che una madre uscisse per andare a prendere l’acqua con la tanica, così i suoi figli sarebbero usciti per giocare diventando obiettivi dei cecchini». Subašic, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org dichiara: «Secondo le nostre ipotesi, il nucleo del gruppo era composto da membri dei servizi segreti della Serbia (…). Sicuramente non è stato facile organizzare il trasporto attraverso un territorio sottoposto a sanzioni (Serbia), poi attraverso la zona di guerra per raggiungere le linee di combattimento. Si tratta di procedure molto impegnative. Pochissime persone erano a conoscenza del “safari”».

TRE GIORNI TUTTO ORGANIZZATO

La sede organizzativa dei “safari” in Italia era a Milano, con i “clienti” che forse partivano tutti da Trieste (o comunque dal Friuli) il venerdì, mentre la sede centrale europea era a Bruxelles. La sede milanese – ha proseguito Gavazzeni – «contattava sul territorio alcuni reclutatori, ad esempio ex militari della Folgore o lagunari; uno in particolare reclutava in un piccolo albergo, anche grazie al passaparola». Furono «quattro le denunce fatte allora alla Digos, tutte insabbiate, e non solo a Milano ma in varie parti d’Italia»: una è «quella di una signora che oggi in Friuli gestisce un b&b di famiglia», quindi ai tempi gestito dai genitori, dove lei lavorava: «lì i cecchini si fermavano il venerdì (e per diversi venerdì) – questa donna ha raccontato Gavazzeni – per mangiare e dormire prima di partire per Sarajevo. Alcuni di loro si sono confidati con me: “andiamo a uccidere donne e bambini, e paghiamo per questo”, mi dicevano». Anche lei entrerà nell’inchiesta ma «è molto terrorizzata».

«Due anni fa – ha proseguito Gavazzeni – ho anche incontrato colui che nel libro chiamo “Innominato”, un ex agente del SISMI che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90, e che mi ha aperto molte porte; anche lui ha lasciato la sua testimonianza alla Procura di Milano. Mi ha detto: “Noi servizi segreti – italiani e di altri Paesi – sapevamo tutto dei safari”». Infatti, «a fine ’93 una fonte avvisa Edin Subašic che a Sarajevo erano presenti cinque italiani per “cecchinare”. Di questo vennero informati anche due agenti del SISMI, lì presenti assieme a Michael Giffoni», allora vice capo della delegazione diplomatica speciale italiana a Sarajevo. E «ci confermano che a inizio del 1994 questi cecchini vengono rispediti in Italia. La loro identità è ancora ignota: io voglio scoprire chi sono. Lo scorso novembre, Giffoni ha confermato tutte queste cose in Procura».

30 ANNI DI SILENZIO

Ma le prime informazioni su questo turismo dell’orrore erano apparse nell’aprile del 1995 in un articolo uscito sulla prima pagina di Oslobodenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. «Grazie a un giornalista dell’Ansa – ha spiegato Gavazzeni -, ho scoperto come profughi bosniaci arrivati in Italia diedero la prima testimonianza di queste pratiche: racconti, questi, usciti in prima pagina sul Corriere della Seranel marzo ’95, in un articolo di Venanzio Postiglione. Allora perché 30 anni fa nessuno nella Procura di Milano si mosse?». Stesso discorso per un articolo uscito lo stesso anno su La Stampa: «perché nessuno della Procura di Torino fece qualcosa?». Come detto, nel ’22 esce il documentario di Miran Zupanicč e Gavazzeni lo contatta subito. «Ma perché nessuna tv in occidente aveva chiesto di poter mandare in onda il film?». E contatta anche Edin Subašic, che nel film fornisce la sua testimonianza. «Purtroppo – prosegue Gavazzeni – diversi documenti con testimonianze erano presso il Tribunale permanente dei popoli della Fondazione Lelio Basso, ma sono spariti, e di questi la magistratura non è mai stata avvertita». 

L’INCHIESTA 

Il libro presentato a Ferrara è ciò che Gavazzeni ha depositato alla Procura di Milano, all’attenzione del pubblico ministero Alessandro Gobbis, che l’ha affidata ai Ros dei Carabinieri. La Procura milanese ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di omicidio volontario aggravato per crudeltà e motivi abietti. «La maggior parte delle fonti che cito nel libro hanno depositato alla Procura di Milano fra il novembre 2025 e il febbraio 2026» e «prima di essere pubblicato, questo libro è stato letto da un avvocato e da un ex magistrato, che mi aiutano in ogni passaggio». Inoltre, da un paio di settimane – dal 21 aprile – «la Città di Sarajevo si è costituita parte civile e ha nominato i miei avvocati come avvocati difensori: a Sarajevo ci sono persone che aspettano da 30 anni di sapere chi ha ucciso i loro cari». E «da questa mia inchiesta sono partite diverse altre inchieste a livello internazionale», in Svizzera, Belgio e Francia. Ad esempio, «una settimana fa un avvocato di Parigi mi ha contattato dicendomi che ha un nuovo testimone: pochi giorni fa, il 25 aprile, mi è arrivata questa testimonianza protocollata. E mi ha detto che i servizi segreti francesi nel ’92-’93 erano a conoscenza di questi cecchini. Ciò lo riporterò alla Procura di Milano». Inoltre – ha detto ancora a Ferrara il 27 aprile – stamattina ho inviato 30 domande a questo testimone francese, che ha deciso di collaborare con la nostra inchiesta. Recentemente, «un’interrogazione è stata portata nel Parlamento francese e due in quello tedesco, grazie a deputati del SPD. E oggi un imprenditore brianzolo ha testimoniato alla Procura di Milano, facendo due nomi di persone coinvolte. Io stesso dal 17 al 19 settembre prossimi mi recherò a Sarajevo».

Insomma, «ci sono crepe nel muro» di omertà: «noi cerchiamo di vedere dentro queste crepe, ma per ora la grande assente in Italia è la politica: l’unica a fare un’interrogazione parlamentare nel nostro Paese è stata Stefania Ascari del M5S», lo scorso novembre. Come lei stessa ha spiegato, «ho presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia, dell’Interno, degli Affari Esteri, della Difesa per chiedere quali azioni siano state intraprese a seguito dell’apertura della suddetta inchiesta, se esista un coordinamento effettivo tra autorità giudiziarie italiane e bosniache, e se verranno messi a disposizione tutti i documenti eventualmente custoditi negli archivi dei servizi di informazione. Ho inoltre domandato quali misure si intendano adottare per garantire giustizia e tutela alle vittime e se l’Italia si farà promotrice, in sede internazionale, di iniziative per contrastare e prevenire nuovi episodi di “turismo di guerra”».

OGGETTI, NON PERSONE

Di «oggettificazione della vittima» e «indifferenza del male» parla Gavazzeni. Due definizioni condivisibili, per quanto queste nefandezze possano essere esprimibili a parole. «In generale – ha riflettuto -, ogni omicida si dà sempre una giustificazione per il suo atto. Ma in questo caso no, è un male senza scopo, sparavano per il solo gusto di sparare, per convincersi che l’essere ricchi, potenti e con una certa reputazione dava loro la licenza di uccidere rimanendo impuniti, nascondendosi dentro la guerra. E ciò alimentava la loro autostima». 

Ora, alle vittime e ai loro cari, va perlomeno data giustizia e memoria.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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(Foto Pxhere)

Don Santo Perin che donò la vita per uno sconosciuto

9 Mag

Il docufilm di don Manservigi. A Santo Spirito la versione inedita de “L’unica via” con backstage e animazione. Ecco la storia di un martire del Vangelo, morto a 27 anni a Bando di Argenta.Il 13 maggio serata cinefila con tante sorprese

di Andrea Musacci

Il racconto del sacrificio estremo, quello della propria vita e – insieme – il racconto delle nostre terre e del nostro popolo durante la guerra. È stata una serata particolarmente toccante quella dello scorso 29 aprile al Cinema S. Spirito di Ferrara per la proiezione della versione inedita del docufilm “L’unica via” del regista don Massimo Manservigi e dedicato a don Santo Perin. La nuova versione è introdotta da scene inedite dal backstage e dal lavoro – anch’esso inedito – di Laura Magni per la grafica, il compositing e la titolazione, e della stessa Magni assieme a Giuliano Laurenti (entrambi dell’UCS – Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano) per l’animazione in video real grafica di diverse immagini della pellicola, oltre che di foto e filmati dell’epoca. La sera stessa, il Cinema di via della Resistenza ha ospitato due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita, e realizzate dallo stesso UCS Diocesano. La prima, fu ideata e creata nel 2010, dopo l’uscita del film; l’altra, rimarrà esposta fino all’11 maggio nella chiesa di Santo Spirito. Ricordiamo che questo del 29 è stato il secondo dei tre incontri del ciclo dedicato al cinema di don Manservigi, dal titolo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, che si concluderà il 13 maggio (alle ore 21, ingresso gratuito, e alle ore 20 con buffet offerto ai partecipanti) con “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”, con aneddoti legati ad alcuni film. Il primo incontro, tenutosi il 25 marzo, ha visto invece la proiezione dei documentari “Come il primo giorno” dedicato all’artista Giorgio Celiberti, e “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a p. Anselmo Perri sj.

Tornando a “L’unica via”, la prima fu il 14 ottobre 2010 al Multisala Apollo di Ferrara, per l’occasione gremito di persone.E non pochi erano nemmeno i presenti  a S. Spirito. Qui, don Manservigi, nel presentare il film, ha posto ripetutamente l’accento sulla partecipazione di tante persone – soprattutto dell’argentano e di Ferrara – nella realizzazione della pellicola.Una partecipazione di non professionisti a titolo gratuito che ha dato vita, possiamo dire, a una comunità, «alla nascita o al rafforzarsi di relazioni di amicizia e di stima ancora oggi vive». Il film è, quindi, anche «un album di famiglia». Nel futuro, vi sarà anche la pubblicazione di un romanzo breve dedicato a don Perin, scritto da Barbara Giordano (Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano), co-sceneggiatrice del film.

Ricordiamo, fra gli altri protagonisti del progetto, Roberto Manuzzi per le musiche, Nicoletta Marzola per la scelta dei costumi d’epoca, Scolastica Blackborow per la fotografia di scena e Alberto Rossatti come voce narrante. Decisiva, già prima della realizzazione del film, anche la figura di Sergio Marchetti, Presidente del Comitato “Amici di Don Santo Perin”, che ha sposato Rosanna, una delle nipoti del sacerdote, e che ha svolto il ruolo di addetto al coordinamento durante le riprese. Il film inizia proprio con immagini inedite del backstage e interviste ad alcuni dei protagonisti, fra cui don Stefano Zanella – che interpreta don Perin -, allora sacerdote da appena 2 anni, e oggi parroco dell’Immacolata di Ferrara, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano e neo Presidente del Museo della Cattedrale.

Nel docufilm si alternano parti di cronaca storica ad altre di narrazione della vita – interiore e non – di don Santo e delle persone di Bando di Argenta a lui affidate. Ad arricchire il racconto, testimonianze e ricordi di Dolores Filippi, sorella di Pino, il giovane morto con don Santo, Bruno Brusa, e diversi nipoti di don Santo, oltre allo storico Rino Moretti e a molti altri. Quella di don Perin – «figura piccola sul piano storico ma grande sul piano umano», come ha detto don Manservigi -, è una delle vittime di un gruppo specifico nella seconda guerra mondiale: 7 sono stati, infatti, i preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia nella Seconda guerra mondiale, uccisi nello stesso periodo, su un totale di 123 sacerdoti e religiosi ammazzati in Emilia-Romagna negli stessi anni, come ha ricordato il nostro Arcivescovo mons. Perego nel saluto finale.

TUTT’UNO COL SUO POPOLO

Il docufilm di don Manservigi è anche un racconto popolare, della vita umile nelle campagne nel difficile periodo della guerra.E così la vita di don Santo è quella di una famiglia contadina, di un ragazzino presto dovutosi abituare al lavoro nei campi ma che non per questo non si innamorò dello studio, anzi.

Santo Perin nasce il  3 settembre 1917 a Trissino (Vicenza) da Crescenzio Luigi e Maria Miotti e 6 giorni dopo è battezzato al fonte della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo. Proprio nella località vicentina, l’Amministrazione, oggi, sta pensando di dedicargli una via. Nel ’24 la sua famiglia emigra ad Argenta, ma si pensa che alcuni Perin si siano recati lì già nel ’22 per valutare l’acquisto di alcuni terreni, e per l’occasione abbiano conosciuto quella che di lì a breve diventerà una delle prime vittime del fascismo: il parroco don Giovanni Minzoni. Passano 10 anni e il 28 novembre 1933 Santo decide, nonostante la giovane età, di iniziare il cammino che lo porterà al sacerdozio. Prima tappa, l’Istituto Missionario Salesiano “Cardinal Cagliero” di Ivrea (Torino). Nel ’36 muore il padre, stroncato da un infarto e un anno dopo Santo entra nel Seminario Arcivescovile di Ravenna dove il 5 dicembre 1943 riceve il diaconato e pochi mesi dopo, il 25 marzo 1944, l’ordinazione sacerdotale. Il 17 giugno dello stesso anno termina gli studi teologici e lascia il Seminario per essere destinato a Bando di Argenta come vicario cooperatore del parroco don Enrico Ballardini, che però, ormai molto anziano, muore pochi mesi dopo, lasciando al giovane l’intera responsabilità della parrocchia. Fin da subito, don Santo si dimostrerà un pastore attento a ogni singola persona a lui affidata; come ogni padre, capace di dosare tenerezza e fermezza, di rapportarsi ai più piccoli come ai più anziani, con una spiccata sensibilità che solo la fede nel Dio incarnato può donargli.

Il periodo non è di certo uno dei più facili, con la guerra che incombe e soffoca la vita delle persone. Guerra che nel film di don Manservigi innerva gesti, parole ed emozioni dei protagonisti, divenendo, delle loro esistenze, sfondo e ossatura, e intrecciandosi a quei riti quotidiani – una donna che impasta il pane, i bambini che giocano a calcio con un pallone di stracci -, come la nebbia che tutto avvolge e ovatta. Ma, scriveva il giovane parroco nel proprio diario, «sorriderò e il buio della mia anima si dissiperà»: incessante, infatti, è la sua preghiera al Padre, non tanto per sé ma, sempre, per questo suo popolo affidatogli; tanto che il paese si rappresentava in lui, e lui era il suo paese. Emblematica, a tal proposito, la scena della consegna da parte dei bandesi delle chiavi delle loro case a don Santo prima di sfollare nei campi. Don Perin scelse di vivere così il proprio servizio a Cristo e al suo pezzo di Chiesa: confortando i sopravvissuti, medicando i feriti come un buon samaritano, dando degna sepoltura ai morti. E svolgendo buona parte della propria missione sulla strada, da Bando a Filo, da Bando a Longastrino e ritorno, sempre inforcando la propria bicicletta, a portare i sacramenti e la prossimità, fisica e spirituale, del parroco, dell’amico, del Signore dei poveri e degli sfollati, medico per le ferite delle loro anime, capace anche di vincere il male di una guerra assurda e fratricida.

«Signore accetta la mia vita. Non avrò paura della morte. Il futuro è tuo», scriverà sempre nel suo diario. 

E così vivrà, fino all’ultimo: tra il 10 e il 18 aprile ’45, gliAlleati sferrano l’attacco definitivo contro le ultime difese tedesche, provocando rovina e morte anche a Bando, dove don Santo celebrerà il rito di benedizione per 40 vittime, aiutando lui stesso a scavare la fossa. Il 25 aprile 1945, quando il Ferrarese è già stato da alcuni giorni liberato dall’invasore, il giovane prete viene a sapere che lungo l’argine del canale Benvignante c’è il corpo di un soldato tedesco, e subito decide di andare a seppellirlo. Perché rischiare la propria vita per un morto, perlopiù “nemico”? Ma la logica che muove don Santo non è quella di questo mondo, ma quella del Regno: i nemici vanno amati, perché tali non sono, ma fratelli nostri. DonSanto parte, seguito da alcuni ragazzi che si offrono di aiutarlo. L’esplosione di una mina li investirà, dilaniando a morte il corpo del giovane Giuseppe “Pino” Filippi e riducendo in fin di vita don Santo, che morirà il giorno dopo all’ospedale di Argenta. Nel cimitero di questa località verrà sepolto, ma le sue spoglie mortali il 20 aprile 2002 saranno traslate nella chiesa parrocchiale di Bando. Nel cippo posto sul luogo della sua morte, sono incise le parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Solo il Cristo Risorto può essere la fonte di questo amore assurdo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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(Immagine: un frammento dal docufilm di don Manservigi)

Duomo, trasformazione nel solco della tradizione

23 Feb

Il 23 marzo riapertura della Cattedrale con processione dall’Arcivescovado. A Santo Spirito serata con 200 persone per rivivere questi anni di attesa e iniziare a pensare al futuro. I prossimi lavori su protiro, Campanile, Madonna delle Grazie e facciate laterali

Alle ore 21 del 13 febbraio, al Cinema Santo Spirito ci sono solo posti in piedi. Quasi 200 persone si sono ritrovate in via della Resistenza a Ferrara mosse dal desiderio di ammirare le bellezze, nascoste e non, della loro casa: il Duomo. L’occasione era la proiezione del documentario “Tesori nella pietra”, con ideazione, regia e montaggio di mons. Massimo Manservigi e dott.ssa Barbara Giordano, e musiche di Giorgio Zappaterra. Oltre alla proiezione (già avvenuta lo scorso 15 dicembre nel Cinema di San Benedetto), è intervenuto il Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano don Stefano Zanella per une relazione sui lavori in Cattedrale. Un evento, quello del 13 febbraio, molto atteso in sé e ancor più per il recente annuncio della riapertura della Cattedrale il prossimo 23 marzo, quando alle 17.30 vi sarà la Processione delle Palme dal Palazzo Arcivescovile al Duomo e subito dopo, proprio in Duomo, il nostro Arcivescovo presiederà la Santa Messa nella Domenica della Passione del Signore.

DON VIALI: «UN TESORO DA CUSTODIRE E VALORIZZARE»

Ad aprire la serata è stato il parroco di Santo Spirito don Francesco Viali, neo canonico del Capitolo della Cattedrale (era presente anche il terzo neo canonico, don Roberto Solera): «Oggi per noi di S. Spirito è un giorno importante perché celebriamo la solennità della dedicazione della nostra chiesa parrocchiale avvenuta il 13 febbraio 1656», ha detto don Viali. «Anche qui c’è stato un cantiere dopo i gravi danni causati dal terremoto e nel maggio del 2022 abbiamo potuto riappropriarci della nostra casa di preghiera. Sono contento che la stessa sorte si realizzi anche per la nostra chiesa madre, la Cattedrale che, come abbiamo appreso, riaprirà al culto sabato 23 marzo con la celebrazione della Domenica delle Palme. Sappiamo che nonostante la chiusura degli ultimi anni essa è rimasta, come scrive mons. Franceschi nella lettera pastorale “Amiamo questa Chiesa”, “presenza nel cuore della città … qualcosa di più di un documento e di un messaggio che ci viene dalla lontananza dei secoli […] appello a riconfermare, oggi, la tradizione assumendola con tutta la carica di nuove responsabilità che essa domanda. Una presenza gratificante e impegnativa insieme”. Questa serata – ha concluso – vuole essere l’occasione per riconoscere il tesoro che siamo chiamati a custodire e valorizzare con impegno, assieme, come comunità diocesana».

DON ZANELLA: «UNA BELLEZZA CHE SEMPRE CI STUPISCE. I LAVORI CONTINUERANNO»

«Tante sono le richieste, le domande, le critiche che le persone mi hanno rivolto in questi anni in cui la Cattedrale è stata chiusa». Don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano (e neo canonico del Capitolo della Cattedrale assieme a don Viali e don Solera) è stato uno dei protagonisti della ricostruzione post sisma in Diocesi, e dei lavori nel nostro Duomo cittadino. «A Ferrara – ha proseguito – siamo sempre stati convinti di non essere zona sismica, e quindi non eravamo preparati a questo evento. Ricordo la notte di quel 20 maggio 2012. La mattina in bici come primo giro sono andato a vedere come fossero messi i tre monasteri di clausura cittadini. Poi, con l’allora Vescovo Rabitti, sono entrato in Duomo: a prima vista l’edificio non sembrava aver subito gravi danni. Erano caduti solo alcuni stucchi e candelabri». La realtà, però, era ben diversa, seppur non immediatamente visibile. «Alcuni materiali usati erano poveri, consumati. E pensare che appena pochi giorni prima, ignari di tutto, «erano state fatte perlustrazioni nel sottotetto dell’edificio per rafforzare la struttura…».

La nostra Cattedrale, «possiamo dire che non la conoscevamo così bene come la conosciamo ora». Da un dramma, un bene. Da un evento incontrollabile, la possibilità di conoscere, che è una forma maggiore di controllo e di consapevolezza sulla realtà. «Adesso – sono ancora parole di don Zanella – conosciamo meglio alcuni suoi segreti e come strutturalmente dall’impianto romanico sia stata nei secoli trasformata, fino a diventare come la vediamo oggi. E allora, quand’è stata costruita» (ma nemmeno nel XVIII secolo), «non c’era certo la documentazione che abbiamo oggi…».

Entrando poi più nel dettaglio, don Zanella ha spiegato come le lanterne – di circa 200 kg l’una – sulla facciata principale, «scoprimmo che erano sostenute da colonne in marmo consumate, con barre in ferro arrugginite. Con circa 500mila euro abbiamo dunque messo su il primo, necessario, ponteggio sulla facciata principale. Lo smog, il clima che cambia, il passaggio di mezzi pesanti davanti e di fianco al Duomo hanno anch’essi influito sulla stabilità dell’edificio». Edificio per cui ci vorrebbe «un Piano di manutenzione annuale». Arriviamo quindi al dicembre 2019, nove mesi dopo la chiusura dell’edificio: «il volto di un grifone appare dietro un mattone di un pilastro», mattone appena tolto da un muratore. «La qualità di questo volto è impressionante, sembra appena scolpito. Il muratore si commosse» davanti a questa scoperta, a questa epifania. «Poi facemmo le indagini sugli altri pilastri, scoprendo altri dieci capitelli, tesoro del nostro Duomo, che ci permettono di riscoprire la nostra storia: ad esempio che nel Medioevo il nostro Duomo era luminoso, colorato, policromo. Altro che secolo buio…».

Il Duomo, sempre per don Zanella, «è lo scrigno più bello della nostra storia e in futuro continuerà a regalarci nuove sorprese». E quello del 23 marzo «non sarà un evento solo per noi cristiani ma per l’intera città. Al bello non ci si abitua mai abbastanza», ci stupisce e sconvolge sempre: «nella nostra Cattedrale potremmo assaporare i capitelli riscoperti, rivivere i luoghi della nostra infanzia e trovare pace nella preghiera. Con la Madonna delle Grazie che ci sostiene e protegge sempre», ha aggiunto.

Pensando al futuro, «i lavori che proseguiranno nei pilastri “minori” non porteranno – ha chiarito alla fine don Zanella – a una nuova chiusura della Cattedrale. Oltre questo, i lavori proseguiranno  con due lotti coi fondi post-sisma: il primo riguardante il transetto della Madonna delle Grazie con un orizzontamento utile a rinsaldare il legame tra facciata monumentale ed il corpo della Basilica; l’altro cantiere, invece, riguarderà tutte le superfici pittoriche delle volte della navata principale e laterali, a carico dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano». Altri cantieri, curati dal Comune di Ferrara, riguardano il restauro delle facciate esterne e interne del Campanile, che dovrebbe partire entro la fine del 2024 e la facciata principale con il protiro, ancora in fase di studio ed elaborazione oltre alle facciate laterlali del Duomo, su via Adelardi e piazza Trento e Trieste. Insomma, il Duomo avrà bisogno di continui lavori».

DON MANSERVIGI: «IL CANTIERE METAFORA DELLA CHIESA»

«Troverete una Cattedrale più o meno come l’avevamo lasciata». Ha spiazzato un po’ tutti don Massimo Manservigi nel suo intervento prima della proiezione del documentario di cui è autore. Ma il senso delle sue parole è chiaro: il lungo cantiere avviato nel 2018 ha lasciato intatta la bellezza dell’edificio. «In questo risiede la ragione del documentario», ha proseguito. In questi anni c’è stato comunque un evento di trasformazione, una “distruzione” e “ricostruzione”, questo alveare di operai e restauratori che ricorda quello di secoli fa», quando le Cattedrali le costruivano. «Il documentario firmato da me e Barbara Giordano, con musiche di Giorgio Zappaterra – sono ancora sue parole – ci dice che questo cantiere è anche metafora della Chiesa: ognuno fa la propria parte e tante cose buone, tanto bene non si vede», o non subito. Proprio per questo, «nel documentario abbiamo fatto parlare i protagonisti del cantiere, scegliendo quindi di non inserire una voce narrante». Infine, un’ultima parola sulla mostra “Il Cantiere della Cattedrale”, inaugurata il 27 ottobre 2022 e rimasta visitabile fino alla nuova, temporanea chiusura dell’edificio, del 29 ottobre scorso: «La mostra rimarrà nelle transenne che ancora divideranno la navata sinistra da quella centrale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 23 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(L’immagine è tratta dalla clip di annuncio della giornata del 23 marzo: https://www.youtube.com/watch?v=15Vi5hYE0Hs)