Duomo, trasformazione nel solco della tradizione

23 Feb

Il 23 marzo riapertura della Cattedrale con processione dall’Arcivescovado. A Santo Spirito serata con 200 persone per rivivere questi anni di attesa e iniziare a pensare al futuro. I prossimi lavori su protiro, Campanile, Madonna delle Grazie e facciate laterali

Alle ore 21 del 13 febbraio, al Cinema Santo Spirito ci sono solo posti in piedi. Quasi 200 persone si sono ritrovate in via della Resistenza a Ferrara mosse dal desiderio di ammirare le bellezze, nascoste e non, della loro casa: il Duomo. L’occasione era la proiezione del documentario “Tesori nella pietra”, con ideazione, regia e montaggio di mons. Massimo Manservigi e dott.ssa Barbara Giordano, e musiche di Giorgio Zappaterra. Oltre alla proiezione (già avvenuta lo scorso 15 dicembre nel Cinema di San Benedetto), è intervenuto il Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano don Stefano Zanella per une relazione sui lavori in Cattedrale. Un evento, quello del 13 febbraio, molto atteso in sé e ancor più per il recente annuncio della riapertura della Cattedrale il prossimo 23 marzo, quando alle 17.30 vi sarà la Processione delle Palme dal Palazzo Arcivescovile al Duomo e subito dopo, proprio in Duomo, il nostro Arcivescovo presiederà la Santa Messa nella Domenica della Passione del Signore.

DON VIALI: «UN TESORO DA CUSTODIRE E VALORIZZARE»

Ad aprire la serata è stato il parroco di Santo Spirito don Francesco Viali, neo canonico del Capitolo della Cattedrale (era presente anche il terzo neo canonico, don Roberto Solera): «Oggi per noi di S. Spirito è un giorno importante perché celebriamo la solennità della dedicazione della nostra chiesa parrocchiale avvenuta il 13 febbraio 1656», ha detto don Viali. «Anche qui c’è stato un cantiere dopo i gravi danni causati dal terremoto e nel maggio del 2022 abbiamo potuto riappropriarci della nostra casa di preghiera. Sono contento che la stessa sorte si realizzi anche per la nostra chiesa madre, la Cattedrale che, come abbiamo appreso, riaprirà al culto sabato 23 marzo con la celebrazione della Domenica delle Palme. Sappiamo che nonostante la chiusura degli ultimi anni essa è rimasta, come scrive mons. Franceschi nella lettera pastorale “Amiamo questa Chiesa”, “presenza nel cuore della città … qualcosa di più di un documento e di un messaggio che ci viene dalla lontananza dei secoli […] appello a riconfermare, oggi, la tradizione assumendola con tutta la carica di nuove responsabilità che essa domanda. Una presenza gratificante e impegnativa insieme”. Questa serata – ha concluso – vuole essere l’occasione per riconoscere il tesoro che siamo chiamati a custodire e valorizzare con impegno, assieme, come comunità diocesana».

DON ZANELLA: «UNA BELLEZZA CHE SEMPRE CI STUPISCE. I LAVORI CONTINUERANNO»

«Tante sono le richieste, le domande, le critiche che le persone mi hanno rivolto in questi anni in cui la Cattedrale è stata chiusa». Don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano (e neo canonico del Capitolo della Cattedrale assieme a don Viali e don Solera) è stato uno dei protagonisti della ricostruzione post sisma in Diocesi, e dei lavori nel nostro Duomo cittadino. «A Ferrara – ha proseguito – siamo sempre stati convinti di non essere zona sismica, e quindi non eravamo preparati a questo evento. Ricordo la notte di quel 20 maggio 2012. La mattina in bici come primo giro sono andato a vedere come fossero messi i tre monasteri di clausura cittadini. Poi, con l’allora Vescovo Rabitti, sono entrato in Duomo: a prima vista l’edificio non sembrava aver subito gravi danni. Erano caduti solo alcuni stucchi e candelabri». La realtà, però, era ben diversa, seppur non immediatamente visibile. «Alcuni materiali usati erano poveri, consumati. E pensare che appena pochi giorni prima, ignari di tutto, «erano state fatte perlustrazioni nel sottotetto dell’edificio per rafforzare la struttura…».

La nostra Cattedrale, «possiamo dire che non la conoscevamo così bene come la conosciamo ora». Da un dramma, un bene. Da un evento incontrollabile, la possibilità di conoscere, che è una forma maggiore di controllo e di consapevolezza sulla realtà. «Adesso – sono ancora parole di don Zanella – conosciamo meglio alcuni suoi segreti e come strutturalmente dall’impianto romanico sia stata nei secoli trasformata, fino a diventare come la vediamo oggi. E allora, quand’è stata costruita» (ma nemmeno nel XVIII secolo), «non c’era certo la documentazione che abbiamo oggi…».

Entrando poi più nel dettaglio, don Zanella ha spiegato come le lanterne – di circa 200 kg l’una – sulla facciata principale, «scoprimmo che erano sostenute da colonne in marmo consumate, con barre in ferro arrugginite. Con circa 500mila euro abbiamo dunque messo su il primo, necessario, ponteggio sulla facciata principale. Lo smog, il clima che cambia, il passaggio di mezzi pesanti davanti e di fianco al Duomo hanno anch’essi influito sulla stabilità dell’edificio». Edificio per cui ci vorrebbe «un Piano di manutenzione annuale». Arriviamo quindi al dicembre 2019, nove mesi dopo la chiusura dell’edificio: «il volto di un grifone appare dietro un mattone di un pilastro», mattone appena tolto da un muratore. «La qualità di questo volto è impressionante, sembra appena scolpito. Il muratore si commosse» davanti a questa scoperta, a questa epifania. «Poi facemmo le indagini sugli altri pilastri, scoprendo altri dieci capitelli, tesoro del nostro Duomo, che ci permettono di riscoprire la nostra storia: ad esempio che nel Medioevo il nostro Duomo era luminoso, colorato, policromo. Altro che secolo buio…».

Il Duomo, sempre per don Zanella, «è lo scrigno più bello della nostra storia e in futuro continuerà a regalarci nuove sorprese». E quello del 23 marzo «non sarà un evento solo per noi cristiani ma per l’intera città. Al bello non ci si abitua mai abbastanza», ci stupisce e sconvolge sempre: «nella nostra Cattedrale potremmo assaporare i capitelli riscoperti, rivivere i luoghi della nostra infanzia e trovare pace nella preghiera. Con la Madonna delle Grazie che ci sostiene e protegge sempre», ha aggiunto.

Pensando al futuro, «i lavori che proseguiranno nei pilastri “minori” non porteranno – ha chiarito alla fine don Zanella – a una nuova chiusura della Cattedrale. Oltre questo, i lavori proseguiranno  con due lotti coi fondi post-sisma: il primo riguardante il transetto della Madonna delle Grazie con un orizzontamento utile a rinsaldare il legame tra facciata monumentale ed il corpo della Basilica; l’altro cantiere, invece, riguarderà tutte le superfici pittoriche delle volte della navata principale e laterali, a carico dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano». Altri cantieri, curati dal Comune di Ferrara, riguardano il restauro delle facciate esterne e interne del Campanile, che dovrebbe partire entro la fine del 2024 e la facciata principale con il protiro, ancora in fase di studio ed elaborazione oltre alle facciate laterlali del Duomo, su via Adelardi e piazza Trento e Trieste. Insomma, il Duomo avrà bisogno di continui lavori».

DON MANSERVIGI: «IL CANTIERE METAFORA DELLA CHIESA»

«Troverete una Cattedrale più o meno come l’avevamo lasciata». Ha spiazzato un po’ tutti don Massimo Manservigi nel suo intervento prima della proiezione del documentario di cui è autore. Ma il senso delle sue parole è chiaro: il lungo cantiere avviato nel 2018 ha lasciato intatta la bellezza dell’edificio. «In questo risiede la ragione del documentario», ha proseguito. In questi anni c’è stato comunque un evento di trasformazione, una “distruzione” e “ricostruzione”, questo alveare di operai e restauratori che ricorda quello di secoli fa», quando le Cattedrali le costruivano. «Il documentario firmato da me e Barbara Giordano, con musiche di Giorgio Zappaterra – sono ancora sue parole – ci dice che questo cantiere è anche metafora della Chiesa: ognuno fa la propria parte e tante cose buone, tanto bene non si vede», o non subito. Proprio per questo, «nel documentario abbiamo fatto parlare i protagonisti del cantiere, scegliendo quindi di non inserire una voce narrante». Infine, un’ultima parola sulla mostra “Il Cantiere della Cattedrale”, inaugurata il 27 ottobre 2022 e rimasta visitabile fino alla nuova, temporanea chiusura dell’edificio, del 29 ottobre scorso: «La mostra rimarrà nelle transenne che ancora divideranno la navata sinistra da quella centrale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 23 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(L’immagine è tratta dalla clip di annuncio della giornata del 23 marzo: https://www.youtube.com/watch?v=15Vi5hYE0Hs)

Suicidio assistito…e molto breve: la delibera anti-vita della Regione Emilia-Romagna

16 Feb

La Regione Emilia-Romagna ha dato il via libera per la proposta di legge sul fine vita. Dopo l’insuccesso in Veneto, la norma è stata introdotta grazie a una semplice delibera regionale (così da non dover passare dal voto del Consiglio Regionale) che garantisce ai malati «il diritto di congedarsi dalla vita», come dispone la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. La Regione ha anche tracciato l’iter per accedere al suicidio medicalmente assistito, che l’Assessorato alle Politiche per la salute ha trasmesso alle Ausl.

COSA DICE LA DELIBERA DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA

Chi desidera accedere al suicidio assistito deve, infatti, inviare una richiesta alla Direzione sanitaria di un’Ausl allegando la documentazione ritenuta necessaria per la valutazione. La manifestazione di volontà del paziente deve essere acquisita e documentata per iscritto o con un video. Le persone affette da disabilità, invece, potranno esprimere le loro volontà attraverso dispositivi che consentano loro di comunicare. La dichiarazione può essere modificata in qualsiasi momento. Dal momento della ricezione della domanda, parte l’iter di valutazione. La Direzione sanitaria trasmette la richiesta, entro al massimo tre giorni, alla Commissione di valutazione di Area Vasta.

Sarà quindi compito della Commissione effettuare, di norma, una prima visita al paziente e valutare la legittimità della richiesta alla luce dei requisiti indicati nella sentenza della Corte Costituzionale. La Commissione ha il compito di verificare le condizioni (presupposti clinici e personali), accertare l’avvenuta offerta delle possibili alternative disponibili (per esempio, un percorso di cure palliative, sedazione palliativa profonda continua, attuazione di un’appropriata terapia del dolore) e valutare se possano esservi motivi di ripensamento da parte del paziente, anche attraverso uno specifico supporto psicologico. La commissione – di cui fanno parte medico palliativista, anestesista-rianimatore, medico legale, psichiatra, medico specialista nella patologia di cui è affetto chi ha fatto domanda, farmacologo/farmacista, psicologo – incontra anche i familiari.

La Commissione, a conclusione dell’istruttoria, che durerà circa 20 giorni, produce una relazione che invia al Corec, il Comitato regionale per l’etica nella clinica, che dovrà esprimere un parere di competenza entro sette giorni;parere che poi verrà inviato alla Commissione di valutazione, che predisporrà una relazione conclusiva. Il documento dovrà quindi essere trasmesso entro cinque giorni, corredato dal parere del Corec, al paziente o suo delegato e al Direttore sanitario dell’Ausl di competenza e, nel caso il paziente sia ricoverato in ospedale, anche al direttore della struttura.

In caso di parere favorevole della Commissione, la Direzione sanitaria dell’Azienda dove deve essere svolta la procedura, assicura l’attuazione attraverso l’individuazione di personale adeguato, su base volontaria, il rispetto dei tempi e delle modalità previste, fornendo quanto indicato nella relazione conclusiva. La procedura deve avvenire non oltre sette giorni dal ricevimento della relazione conclusiva della Commissione. Al suicidio medicalmente assistito si potrà eccedere gratuitamente.

LA SENTENZA 242/2019 E IL CASO “DJ FABO-CAPPATO”

Ricordiamo che la sentenza 242 del 2019 nacque dopo il caso di Dj Fabo e Marco Cappato. Chiamati a decidere sulla legittimità del divieto di aiuto nel suicidio, i giudici della Corte Costituzionale ritennero che le pene previste dall’articolo 580 del Codice penale – istigazione o aiuto al suicidio – non debbano essere applicate quando a richiedere di morire sia una «persona affetta da patologia irreversibile, e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, la quale ritenga le stesse intollerabili, e sia inoltre tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale (nel caso in questione, si trattava di un respiratore), ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli», e le sia già stata prospettato l’accesso alle cure palliative. 

IL FLOP IN VENETO

La scelta della Giunta Bonaccini di non far passare la proposta di legge dal voto del Consiglio regionale è conseguenza di ciò che appena un mese fa è successo in Regione Veneto: la legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, proposta dall’Associazione “Luca Coscioni” e sostenuta dal Governatore Luca Zaia, non è passata per i voti contrari di parte della maggioranza (Fratelli d’Italia e Forza Italia) e per l’astensione decisiva della consigliera PD Anna Maria Bigon.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

La «memoria funerea» dei reduci della Repubblica di Salò

14 Feb

Il 9 febbraio importante incontro all’ISCO di Ferrara con Andrea Baravelli e Andrea Rossi. Nessun intento nostalgico, ma la volontà di andare oltre un’inutile damnatio memoriae

«Che qui si fa l’Italia e si muore / Dalla parte sbagliata / In una grande giornata si muore»: così cantava De Gregori nella sua “Il cuoco di Salò”, e in pochi versi riuscì a racchiudere la tragedia di «quindicenni sbranati dalla primavera» nella Repubblica Sociale Italiana (RSI), regime collaborazionista della Germania nazista esistito tra il settembre ’43 e l’aprile del ’45. Una “memoria nera” che solo i grandi artisti o gli storici onesti hanno ancora il coraggio di raccontare, senza rigurgiti nostalgici. 

Di questo si è parlato in un coraggioso incontro svoltosi lo scorso 9 febbraio nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, che ha visto, dopo i saluti della Presidente dell’ISCO Anna Quarzi, gli interventi degli storici Andrea Baravelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Ferrara, e Andrea Rossi, dottore di ricerca in Storia militare. Una 20ina i presenti, coinvolti anche in un appassionato dibattito finale

STORIOGRAFIA REPUBBLICHINA, DAL LIMBO ALLA RINASCITA

Ma partiamo dall’inquadramento proposto da Baravelli, che ha parlato del periodo della RSI come di «un tema sommerso, che nei decenni a volte riemerge per poi inabissarsi di nuovo». La memorialistica repubblichina iniziata nel ’46 «ha rappresentato una sorta di contro-storiografia che ha impedito il formarsi di una vera storiografia». Un «limbo», quello della storiografia sulla RSI, in particolare del periodo dal ’45 al ’62, «riflesso della scarsa storiografia, negli stessi anni, della Resistenza» e del desiderio di «rimuovere l’evento traumatico della guerra civile». Nei primi anni ’60 qualcosa inizia a cambiare grazie agli studi di Enzo Collotti e Frederick W. Deakin, oltre a quelli del parlamentare missino ed ex repubblichino Giorgio Pisanò. Quest’ultimo, ha spiegato Baravelli, «negò il concetto antifascista della Resistenza come “Guerra di Liberazione” e tolse alla Resistenza la sua dimensione nazionale, identificandola come scatenata e diretta esclusivamente dal PCI». Bisognerà aspettare la fine degli anni ’70 per veder avviarsi una «storiografia complessiva» sulla RSI. Negli anni successivi, importanti saranno gli studi di Giorgio Bocca (“La repubblica di Mussolini”, 1977) e Claudio Pavone (“Una guerra civile”, 1991). Proprio grazie a quest’ultimo è partita «una nuova stagione storiografica sulla RSI», con i successivi contributi di Renzo De Felice,Nicola Tranfaglia e Luigi Ganapini. 

Ma la storia repubblichina non poteva non vivere e alimentarsi anche di immagini, e per questo Baravelli ha dedicato parte del proprio intervento all’opera dell’illustratore Gino Boccasile, che lavorò prima per la RSI poi, fino alla morte avvenuta nel ’52, per il MSI.

MEMORIE FRA ONORE E MORTE

Il lavoro degli storici nel caso dei reduci della RSI deve tener conto dell’importanza del «vissuto personale», ha sottolineato poi Rossi:«Ho lavorato molto sulla loro memorialistica, intervistando anche diversi reduci». Alcuni di loro, aderirono alla RSI da adolescenti. La RSI «non era un monolito ma qualcosa di molto magmatico», al cui interno vi erano sostanzialmente «quattro categorie» di persone: gli irriducibili, cioè «coloro che, anche nelle mie interviste, non compivano nessuna revisione critica del proprio periodo repubblichino, rimuovendone tutti gli aspetti sgradevoli. Altri, invece, da persone mature hanno riguardato criticamente quel loro vissuto», fra cui Piero Sebastiani e  Carlo Mazzantini, quest’ultimo autore del libro “A cercar la bella morte” (1986). A un’altra categoria appartengono poi coloro che non vi aderirono per motivazioni politico-ideologiche ma militari, essendo soldati di leva, spesso alpini. Vi è poi il gruppo, non irrilevante, di coloro che, nonostante vissero un’esperienza giovanile nella RSI, nel resto della loro vita «scelsero un’importante militanza antifascista». In ogni caso, per Rossi la memoria fascista è «una memoria funerea:nessuno di coloro che ho intervistato, pensava al dopo RSI: tutti sapevano che sarebbe finita male. E, infatti, raccontano quei 18 mesi a Salò e poi nulla», come se non vi fosse nulla di degno di nota dopo quell’esperienza totalizzante, dopo quella tragedia vissuta e mai superata. Il loro ricordo, quindi, non può che essere «cimiteriale», come un volto scolpito da Wildt. La morte e l’onore, per loro, erano tutto. Il resto è stato tradimento, piccole bassezze borghesi. Salò o niente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Unità e responsabilità: l’AC diocesana ha eletto il nuovo Consiglio 

12 Feb

Domenica 11 febbraio nella storica sede di Casa Bovelli a Ferrara erano presenti una 70ina di persone: eletti 20 consiglieri su 105 candidati.Gli interventi del Presidente uscente Martucci, del nostro Arcivescovo e del Delegato nazionale Francesco Vedana

Di responsabilità si è parlato lo scorso 11 febbraio a Casa Bovelli a Ferrara in occasione della 18^ Assemblea elettiva del nuovo Consiglio diocesano di Azione Cattolica.E di senso di responsabilità, nei fatti, ne abbiamo vista tanta in questi anni dentro l’AC. Responsabilità che significa gioia ma anche fatica, fraternità e sacrificio. Memoria e futuro. Proprio alla fine del pomeriggio dell’11 in via Montebello a Ferrara, veniamo a sapere il nome della tesserata AC di Ferrara-Comacchio più anziana: è Ada Cecchi, detta Nives, di Porotto. Non una semplice curiosità ma la testimonianza di come si possa vivere l’adesione all’Azione Cattolica come momento imprescindibile pur nei differenti periodi della propria vita.

E così, a Casa Bovelli, in un pomeriggio finalmente illuminato dal sole dopo due giorni di pioggia, si sono ritrovate una 70ina di persone, fra cui una 15ina di giovani.Fra i presenti, 57 avevano anche diritto di voto per scegliere, tra i 105 candidati, i 20 membri del nuovo Consiglio diocesano.Consiglio che darà l’indirizzo alla vita associativa, che poi a sua volta eleggerà chi dirigerà l’associazione durante il prossimo mandato (2024-2027) e andrà a comporre la Presidenza diocesana. Di solito l’Assemblea elettiva diocesana si svolge ogni tre anni, ma questa volta, eccezionalmente, si è svolta dopo quattro anni dall’ultima in quanto, causa Covid, quella nazionale è stata rimandata e  quindi, a cascata, tutte quelle locali.

DON ZECCHIN E FANTINATO: «RIPARTIRE DA CRISTO»

L’Assistente Unitario don Michele Zecchin ha introdotto la giornata con un commento di At 10,34-43:«la Chiesa è sempre il suo farsi – ha riflettuto -, non è mai qualcosa di già definito. E importante per l’AC è «il continuo rifarsi al suo fondamento,cioè a Cristo e alla sua storia, senza perdersi nelle discussioni sulle strutture e sull’organizzazione. In tanti, anche nella nostra città, nei nostri territori, aspettano da noi l’annuncio del Vangelo». Riflessione ripresa nel suo breve intervento da Chiara Fantinato, vice Presidente diocesana uscente e Presidente dell’Assemblea di domenica 11: «è necessario ripartire dalla centralità della Parola, da Lui», ha detto.«Corresponsabilità è il nostro concetto di base, come AC e come Chiesa», tema ancora più importante in un contesto di «crisi motivazionale del servizio dentro l’AC e di crisi di adesioni» alla stessa Associazione.

VEDANA: «TESSERE RAPPORTI DI COMUNIONE»

E proprio di responsabilità ha parlato Francesco Vedana, delegato del Centro nazionale di AC e originario della Diocesi di Belluno-Feltre. Il responsabile di AC, ha riflettuto, «tesse continui rapporti di comunione con tutti e fa trasparire sul territorio il valore dell’Associazione come esperienza comunitaria». Inoltre, si occupa di «conservare l’unità» nell’Associazione, evitando sia lo spontaneismo quanto la burocratizzazione della stessa. «Lavora assieme agli altri sapendo di non essere indispensabile, valorizza l’intergenerazionalità e la scelta democratica». Da due sondaggi istantanei tra i presenti all’Assemblea è emerso poi come la responsabilità dentro l’AC possa far paura perché richiede «fatica», sacrificio e non per il timore di essere giudicati: quest’ultimo è senz’altro segno del rispetto e della fiducia che domina tra i membri dell’Associazione.Le parole più usate dai presenti per descrivere, invece, la bellezza della responsabilità in AC sono state, non a caso, “cura”, “dono”, “sfida” e “relazione”.

MARTUCCI: «FARE IL PRESIDENTE È UNA SCUOLA DI UMILTÀ»

Non poteva che essere sentito e commosso l’intervento di Nicola Martucci, Presidente diocesano uscente di AC dopo quattro, difficili anni: «ho sempre vissuto l’AC come luogo di crescita e di nutrimento spirituale. In questi quattro anni mi sono lasciato guidare, ho intessuto legami, favorito la comunione, ascoltato», ha detto. Il ruolo del Presidente diocesano è «una grande scuola di umiltà». Un mandato, quello di Martucci, iniziato con «l’uragano» della pandemia da Covid, che «ci ha insegnato la preziosità del tempo, che le relazioni sono il centro della nostra vita, che gli strumenti digitali non solo non possono sostituire il contatto umano ma che possono diventare gabbie dorate nelle quali nascondersi».

Non dimentichiamo, invece – ha proseguito – «che dietro ogni persona si celano domande di senso e una grande sete di infinito a cui dare risposte. E poi – ha incalzato i presenti -, «siamo capaci di farci sorprendere da chi non fa parte dei nostri soliti circuiti?». In questi quattro anni, ha riflettuto, «abbiamo provato a porci in ascolto, a interrogarci e ad essere interlocutori di tutti. È comunque sempre necessaria una seria rilettura della propria presenza nella Chiesa e nel mondo e della propria vocazione».

AlConsiglio entrante Martucci ha quindi rivolto queste parole: «serve il coraggio di scegliere quale futuro costruire assieme, abbandonando quel modello a cui siamo affezionati ma che ormai appartiene a una minoranza». Vi è, poi, la «necessità di vivificare le nostre AC parrocchiali e delle Unità pastorali: senza queste, l’AC diocesana entra in crisi.Senza questo cammino concreto nelle parrocchie e nelle UP, perdiamo il contatto con la realtà, rischiamo di essere generici. Occorre, quindi, una proposta, un “vieni e vedi”».A tutti, parroci compresi, ha quindi rivolto un appello: «c’è bisogno dell’AC, di un associazionismo solido, che formi le persone alla corresponsabilità ecclesiale. Essere responsabili e prendersi cura è bello: questo ho imparato».

MONS. PEREGO: «GUARDIAMO ALLA CITTÀ»

«Ci tengo a ribadire l’importanza di camminare insieme.Continuiamo a confrontarci per guardare meglio il cammino da intraprendere, e tendiamo la mano a chi ha bisogno, che significa anche vivere concretamente la responsabilità, sempre nel contatto diretto con le persone, per capire chi sono, sentire la loro presenza, donare loro uno sguardo di compassione». Così mons. Gian Carlo Perego nel suo intervento conclusivo all’Assemblea. Importante è, poi, lo «sguardo alla città, luogo fatto di sempre più anziani, di tanti giovani che vengono da fuori, e di bambini. Grazie – sono state le sue parole finali rivolte all’AC -, perché in questi anni vi ho sentito vicino».

Prima della proclamazione degli eletti (v. box a fianco), sono intervenuti anche Miriam Turrini per ricordare la Causa di beatificazione della Serva di Dio Laura Vincenzi, e Matteo Duò per parlare della neonata Associazione “La pulce nel cuore”, da lui presieduta, per la cura della Casa di Loiano (ne abbiamo parlato sulla “Voce” dello scorso 9 febbraio).

Ricordiamo, infine, che il prossimo 25 aprile tutta l’Azione Cattolica italiana si troverà in piazza San Pietro insieme con Papa Francesco.L’incontro aprirà idealmente la XVIII Assemblea nazionale dell’associazione (“Testimoni di tutte le cose da Lui compiute”), che proseguirà da venerdì 26 fino a domenica 28 aprile.

***

Ecco i 20 Consiglieri eletti. Diversi i giovani presenti

VICARIATI

Vicariato S.Caterina de Vigris: Chiara Fantinato e Francesco Ferrari. 

Vicariato SanMaurelio: Giacomo Forini e Aurora Righi. 

Vicariato Beato Tavelli: Elena Orsini e Fausto Tagliani. 

Vicariato San Giorgio: Emanuela Celeghini e Maria Cecilia Gessi. 

Vicariato Sant’Apollinare: Marina Guidoboni e SaverioAnsaloni. 

Vicariato San Cassiano: Cecilia Cinti e Luca Bianchi. 

Vicariato San Guido: nessun eletto. 

Vicariato urbano Madonna delle Grazie: Monia Minghini e Sara Ferioli.

Per l’ACR sono stati eletti Matteo Duò e Cristina Scarletti. 

Per i Giovani, Paolo Luciano Ferrari e Claudia Vannella. 

Infine, per gli Adulti, Chiara Ferraresi e Bernardetta Forini.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

Potere, limiti e comunità: stare da cattolici in politica

10 Feb

In vista dell’avvio della Scuola di politica diocesana, proponiamo una prima riflessione: quali forme può assumere la politica oggi, in una società consumistica e frammentata? E quale alternativa possono proporre i cattolici?

di Andrea Musacci

Nel regno ingannevole dell’immediato e del virtuale che domina il nostro presente, qual è il senso della vera politica, quindi di visioni colme di speranza e proiettate nel futuro, di radici solide, di comunità reali?

E in particolare, per un cristiano, come vivere l’impegno politico da “laico” senza dimenticare le parole sempre radicali di Gesù? («Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia»1).

POTERI SENZA LIMITI

Il potere mondano, di per sé, tende a essere illimitato. Il consumismo, per sua natura, lo è. Oggi, infatti, il nuovo principe del mondo è rappresentato anche dal mercato senza regole e dalla venerazione del consumo: ogni sensibilità, parola, esperienza è ridotta a merce. Tutto è vendibile, scambiabile e interscambiabile. Il neo-capitalismo non può non presentarsi con un unico obiettivo: non avere nulla al di fuori di sé. «Quando il potere umano esce dai limiti dell’ordine voluto da Dio, si autodivinizza e chiede l’assoluta sottomissione; diventa allora la Bestia dell’Apocalisse»2. Un sistema, quello del consumo, schiacciato sul presente, sull’attimo, sull’adorazione acritica di simboli che nulla hanno di reale, senza una storia; dove la fraternità è sostituita dall’illusoria vicinanza e somiglianza tra loro di individui che accumulano e “bruciano” cose ed esperienze. Senza aneliti, senza uno sguardo che riconosca il Bello, senza vita. Questo sistema onnivoro di cui spesso siamo ingranaggi inconsapevoli, che spazio può lasciare alla politica intesa come coesione, continuità, speranza, apertura vera all’altro?

Senza questi aspetti fondamentali, ogni progetto politico è destinato, infatti, a sfaldarsi. Ne sono prova le innumerevoli operazioni meramente di facciata che affollano da decenni il nostro Paese: liste, movimenti, accrocchi senza nessuna solidità. Illusioni fondate sulla mera reazione a una contingenza sfavorevole, sugli umori delle masse digitali o televisive, mosse dalla “magica” mano dei sondaggisti o dall’egocentrismo del leader salvifico di turno. Tutto ciò non è politica: è marketing e ipertrofia comunicativa. 

I LIMITI POSITIVI: CONFLITTO E COMUNITÀ

La politica – respiro collettivo nella polis, «forma più alta di carità»3 – raccoglie invece simboli e luoghi in una storia. De-limita, de-finisce, crea appartenenza. Divide, quindi: è anche sano conflitto, inteso come «esperienza di un limite»4. 

Il conflitto non fine a sé stesso impedisce l’omologazione in quanto animato dall’incontro con l’altro, ma senza buonismi. Lo aveva capito bene De Certeau: il “dialogo” inautentico del credente «con il non credente – scriveva – permetterà di riassorbire certe opposizioni sotto il verbalismo, assai deprimente, di buoni sentimenti comuni e di formule anodine». Dall’altra parte, però, il chiudere a priori l’altro in determinati schemi «fornirà anche la garanzia, del tutto superficiale, che non c’è negli altri nulla (da attendere o da temere) che non si sappia già: una maniera di concedersi a buon mercato, con il brevetto dell’altruismo»5.

«La convivenza umana… deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale», scriveva san Giovanni XXIII6. Un popolo è condivisione di valori profondi: solo da qui può nascere una vera comunione spirituale e morale. Solo una profonda trasformazione interiore – spirituale, appunto – può portare a una trasformazione della relazione, quindi alla creazione di comunità che vivano la propria appartenenza a un popolo rinnovandola sempre e mantenendone viva la fiamma. È l’alterità data dalla tradizione. Scrive Marcello Veneziani: «Più che all’identità, allusiva di un’impossibile fissità, meglio (…) riferirsi alla tradizione che si trasmette comunicando ed esprime il mutarsi nella continuità. Nella tradizione si diviene ciò che si è, non si è per sempre quel che si è stati una volta. La tradizione non sta, diviene; persiste, ma si modifica»7.

La comunità come condivisione autentica, come luogo del simile e il conflitto come luogo dell’alterità sono dunque due limiti all’idolatria, all’assolutizzazione del potere, delle cose e del loro consumo, del proprio piccolo “io” istintivamente egocentrato.

COME STARE DA CRISTIANI NEI “LIMITI DEL POSSIBILE”?

I cattolici impegnati in politica devono, quindi, essere capaci di cambiare i paradigmi dominanti senza abdicare alla logica del potere. Alzare sempre più l’asticella spirituale anche in un mondo contorto e corruttibile (in senso ampio) come quello dell’agone politico. Il cattolico in politica, perciò, non può prescindere da una profonda vita spirituale, per stare nel mondo senza esserne inglobato, senza diventare del mondo. Deve rimanere fedele alla verità, a quell’Incontro con una Persona che gli ha cambiato, e gli cambia, la vita. Deve portare parole di verità senza rinunciare alla propria essenza. 

Al mondo non servono parole e azioni comode, le ha già. Serve il Vangelo: spetta ad ogni politico cattolico, e a ognuno di noi, saper testimoniare questa nostra radicale ed invincibile alterità.

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«È una proposta di vita, la mondanità (…). È una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage (…). Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità». Ed è «un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani». 

(Papa Francesco, maggio 2020, omelia S. Messa a Casa Marta)

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«La città – pur non potendo mai coincidere con la comunità dei credenti e pur con i suoi rischi paurosi – ha però una possibilità di non essere pura perdizione e di potere rinnovarsi secondo progetti – sempre inadeguati e sempre periclinanti – che tuttavia ne evitino le più tremende catastrofi: tale possibilità sta solo in questo che i cristiani (tanti o pochi che siano nella città) non ricorrano – né per difendersene egoisticamente, né per usarne strumentalmente, né per volerla presuntuosamente sanare – non ricorrano, dico, a dei mezzi umani che sarebbero sempre dei “mezzucci” grotteschi e disperanti, ma essi, i cristiani, vivano l’inenarrabile avventura di essere sanati e guidati, nelle loro persone e nelle loro comunità di fede, dall’Amore trinitario». 

(G. Dossetti, Per la vita della città, 2016)

Pubblicato sulla “Voce” del 9 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Nostra figlia non è una Sindrome, noi vediamo lei»

8 Feb

Giornata per la Vita. A Ferrara il convegno sulla Sindrome di Down: testimonianze e voci dalla ricerca

«Nostra figlia non è una Sindrome, noi vediamo lei». È questa la frase che meglio sintetizza l’emozionante pomeriggio di racconti e testimonianze che gli oltre 100 partecipanti hanno potuto vivere lo scorso 3 febbraio. L’occasione era l’annuale Convegno organizzato dal SAV – Servizio di Accoglienza alla Vita di Ferrara in occasione della Giornata per la Vita. Quest’anno il nostro SAV ha scelto di narrare le vite delle persone con Sindrome di Down (Trisomia 21), un disturbo cromosomico dovuto alla presenza di un cromosoma 21 supplementare che causa deficit intellettivo e anomalie fisiche.

IL VESCOVO: «LA VITA ACCOLTA DIVENTA RISORSA»

Dopo i saluti dell’Assessora Cristina Coletti del Comune di Ferrara (che ha dato il patrocinio all’iniziativa) e di Alessandra Cescati Mazzanti (Presidente SAV), è intervenuto il nostro Arcivescovo: «la Giornata per la Vita non è una giornata confessionale ma dell’intero popolo della vita», ha detto. «La vita ci sorprende sempre, anche quando è fragile, affaticata, segnata. Si stima che in Italia siano circa 50mila le persone con Sindrome di Down: sono persone vive, che non sono state rifiutate, cioè abortite. Questo Convegno è un momento di verità, per contrastare le falsità», ha aggiunto mons.Gian Carlo Perego. «IlSAV e i CAV ogni giorno ci fanno comprendere cosa significa difendere la vita». «La vita delle persone in alcune stagioni o momenti – l’anziano, il migrante, il malato, il bambino indesiderato, il diversamente abile – è particolarmente faticosa, perché “negata”, cioè non considerata o sfruttata o dimenticata, priva di attenzioni e cure»,  ha detto invece nell’omelia della S.Messa presieduta domenica 4 nella Basilica di San Francesco. «Di fronte a queste fatiche che generano la negazione del valore della vita riconosciamo, però, come nonostante tutto la forza della vita, che viene accolta, che cresce, che si realizza, diventa una risorsa per la comunità, costruisce la comunità».

LEJEUNE E RASTELLI

Chiara Mantovani del SAV che ha moderato gli interventi e guidato l’intero Convegno, è quindi intervenuta per accennare all’impegno nella lotta alla Trisomia 21 di due figure fondamentali. Il primo, Jérôme Lejeune (1926-1994), padre nobile della genetica come disciplina autonoma, nel trentennale della sua morte, «sapeva riconoscere la realtà, non voleva crearla». Un approccio che fa la differenza. «Ogni persona umana in qualsiasi momento della sua vita è una persona», diceva Lejeune: «quando questo semplice principio non viene applicato, accadono situazioni negative», ha commentato Mantovani. Nel ’58 è proprio Lejeune a scoprire la Trisomia 21, iniziando quindi a cercare la cura per la Sindrome di Down. Ma gli onori e gli applausi saranno destinati a scemare: nel 1969 a San Francisco, infatti, tiene un importante discorso all’Assemblea dell’ONU mentre accetta uno dei più prestigiosi riconoscimenti per un genetista, il Premio William Allan. Lejeune non perde l’occasione per difendere la vita, condannando anche l’aborto, ricevendo quindi molte critiche. Quel giorno stesso scrive alla moglie: «Oggi ho perso il Premio Nobel per la medicina».

«Non spetta alla scienza decidere della dignità della persona», ha aggiunto Mantovani, la quale ha ricordato come spesso Lejeune invitasse a pranzo a casa propria (e della moglie Birthe  anche il card.Carlo Caffarra. «Grazie a te, sono fiero di me» disse un giovane con Sindrome di Down, Bruno, alle esequie di Lejeune. Una sintesi perfetta di una vita dedicata a queste persone e ai loro familiari.

Il secondo modello proposto è il cardiochirurgo Gian Carlo Rastelli (1933-1970), ideatore di due tecniche chirurgiche (Rastelli e Rastelli 2) ancor oggi insuperate nel correggere malformazioni cardiache pediatriche, comprese quelle che talvolta sono presenti nei bimbi Down. «In ogni ammalato vedeva l’impronta di Dio», ha detto Mantovani. Rastelli, che lavorò nella nota Clinica Mayo nel Minnesota, amava dire: «La prima carità al malato è la scienza», dimostrando così «un grande realismo, una grande concretezza, unita a una grande fede in Dio». Lo scorso ottobre è ripartito il processo per la sua Causa di Beatificazione.

LA RICERCA OGGI

Chiara Locatelli è Responsabile dell’Ambulatorio Pediatrico per la salute del piccolo paziente con Trisomia 21 al Policlinico Sant’Orsola di Bologna e fa parte del CEPS – Centro Emiliano Problemi Sociali per la Trisomia 21. Locatelli fa parte anche dell’équipe del prof. Pierluigi Strippoli che, assieme alla dott.ssa Lorenza Vitale dell’Università di Bologna, hanno lanciato “Genoma 21”, innovativo progetto di ricerca sulla Trisomia 21. «Importante nella nostra ricerca – ha detto in Sala Estense -, non è solo il tempo passato in laboratorio ma quello trascorso in ambulatorio a contatto con i pazienti affetti da Sindrome di Down». Inoltre, ha raccontato, «nella mia esperienza, lavorando anche nell’Unità di Neonatologia del Sant’Orsola, ho a che fare anche con donne in gravidanza che portano in grembo un bambino con Trisomia 21». Diverse sono le pubblicazioni su riviste scientifiche realizzate dall’équipe di Strippoli, che sta lavorando a una nuova sperimentazione clinica.

Ma le ragazze e i ragazzi conSindrome di Down si sono “presi il palco”, essendo loro i protagonisti dell’iniziativa: un intermezzo musicale è stato proposto da Francesca, che al clarinetto ha eseguito il Capriccio italiano di Cajkovskij,e Alessio che alla tastiera ha eseguito un brano della colonna sonora del film “Titanic”.

TESTIMONIANZE DI VITA 

Spazio poi alle testimonianze. La prima l’hanno portata Chella Vavalle Padovani e il marito Marcello, la cui quarta e ultima figli, Maria Claudia, 11 anni, è nata con la Sindrome di Down. «Quando, in gravidanza, lo abbiamo scoperto, non ci è mancata la salda certezza di accogliere questa vita, anche se dopo paura, smarrimento e preghiera sono stati il nostro pane quotidiano. Ma ci siamo detti: un essere così piccolo e miracoloso non poteva farci paura. E una nostra amica suora ci disse: “è perfetta e meravigliosa così com’è”. Ora sappiamo che si può essere molto felici con una figlia con Sindrome di Down. Maria Claudia non è una Sindrome, noi vediamo lei», hanno aggiunto. «È arrivata per tutti noi come un dono, nonostante le paure e le incertezze rimangano. In famiglia fa uscire il meglio di noi, crea amore attorno a sé. Grazie a lei, il Signore ci ha cambiato la vita».

Maddalena Anzaghi Esposto è invece la fondatrice dell’Associazione “7 x Te 21” diGorgonzola (MI):«Tabata è la mia  quarta figlia, i primi tre li ho persi, e dopo di lei ne ho persi altri due. Da ultimo, è nato Taddeo. La nostra associazione vuol far conoscere la quotidianità di queste persone». Antonella Misuraca, dell’Associazione G.R.D. (Genitori Ragazzi Down) di Bologna è invece madre di quattro figli.«Ci guida la fiducia e la sicurezza che stiamo costruendo un futuro positivo e felice per i nostri figli». Ma il pensiero non è rivolto solo al “dopo di noi”, anche al “durante noi”: fra le attività dell’associazione (da poco nata anche a Ferrara grazie alla coppia Chella-Marcello), vi sono incontri periodici con i genitori per supportarli e condividere i nostri rispettivi sentimenti e, dall’età di 11 anni, ai ragazzi viene proposto un percorso affettivo-relazionale e un percorso verso l’autonomia abitativa (per circa 60 ragazzi): vengono, quindi, abituati a fare la spesa, a cucinare e mangiare assieme, a fare le pulizie. Inoltre, fanno corsi di fotografia, teatro, danza e seguono progetti di inserimento lavorativo.

Il pomeriggio si è concluso proprio con l’esibizione “Diamoci da fare!” del Gruppo di teatro dell’Associazione “G.R.D.” guidati dal maestro Filippo Plancher. Un commovente e divertente momento per ricordarci il rispetto e la pace in un mondo dominato da guerra e arroganza. Un altro bell’insegnamento datoci da questi ragazzi e da queste ragazze.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 9 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Tutto del Signore e della sua gente: ritratto di don Giuseppe Crepaldi

7 Feb

87enne parroco di Masi Torello, sempre al fianco di chi ha bisogno

«Con Gesù ritornano più facili e sereni i rapporti con i fratelli; si fa viva la responsabilità dei doveri quotidiani; ci si apre alle necessità di famiglie, di poveri e di infermi». La lunga vita di don Giuseppe Crepaldi (per tutti, Dongiu) si può riassumere così, con le sue stesse parole affidate al nostro Settimanale “La Voce” il 20 maggio 2020, alla fine del primo doloroso lockdown anti covid. 

La storia di don Crepaldi è la storia di un’esistenza totalmente consacrata al Signore nella carità quotidiana ai fratelli e alle sorelle…

Leggi l’articolo integrale qui.

Pubblicato anche sulla “Voce” del 9 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Tutto si può comprare: se una tecnica malvagia stravolge corpi e identità

2 Feb

La tragica illusione della “riassegnazione sessuale”, i bloccanti della pubertà ai bambini, la gravidanza ridotta a profitto, l’orrore degli uteri artificiali…Fulvia Signani, psicologa e sociologa di UniFe, riflette sulle sempre più urgenti sfide della bioetica

di Andrea Musacci

Una certa nefasta narrazione sembra volerci convincere che non esistono più uomini né donne, ma che il genere è una mera scelta individuale. Anzi, che l’umano come l’abbiamo conosciuto (come abbiamo sempre pensato che fosse) è destinato ad essere cancellato. E che – è solo una delle conseguenze di tutto ciò – i bambini non nasceranno più dall’utero materno dopo un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Fantascienza? Assurdità? Nulla di tutto ciò, purtroppo. Queste a dir poco angoscianti prospettive sono già realtà. Di questi temi ha parlato lo scorso 23 gennaio a Ferrara Fulvia Signani, psicologa e sociologa, Docente UniFe incaricata di Sociologia di genere a Studi Umanistici e Medicina, Membro del Centro Strategico Universitario di Studi sulla Medicina di genere ed ex Dirigente psicologa all’AUSL di Ferrara. Invitata dal gruppo “Caschi Blu della Cultura”, ha dialogato con le moderatrici Gianna Andrian e Mara Guerra (ex Assessora alla Sanità del Comune di Ferrara) e con i presenti all’iniziativa svoltasi a Palazzo Bonacossi.

«La scienza si sta discostando sempre più dall’umano, dall’etica», riflette Signani. Una voce critica, la sua, da laica, su temi sui quali forte incombe una volontà di censura e di conseguente delegittimizzazione di ogni voce minimamente dubbiosa. 

LA TEORIA GENDER E LA «RIASSEGNAZIONE SESSUALE»

Signani ha iniziato la propria riflessione dalla critica del postgenderismo. Quest’ultimo – che nasce da “A Cyborg Manifesto” (1985), saggio della filosofa USA Donna Haraway – «ha come obiettivo la creazione di un individuo non sessuato, già ipotizzato da Aldous Huxley. Secondo questa teoria, la tecnologia applicata ai corpi è liberante, per me invece come per tante altre femministe, è oppressiva». Di conseguenza, secondo il postgenderismo, «a nessun individuo si può assegnare un genere: il genere è solo una scelta personale». 

BRUCE, BRENDA, DAVID: IL TRAGICO CASO REIMER

Signani cita dunque il caso del piccolo Bruce Reimer che nel ’66, in Canada, a nemmeno un anno di vita, perse il pene in seguito a un intervento di circoncisione. I genitori, disperati, dopo una serie di consulti medici, si affidarono a John Money, un medico che avevano sentito parlare alla tv dei miracoli della «riassegnazione sessuale» al Johns Hopkins Hospital di Baltimora. Money convinse i genitori del piccolo Bruce a farlo castrare e a provare, nei suoi primi anni di vita, a vestirlo come una femminuccia, a non tagliarli i capelli. Insomma, a farlo sentire una lei e non un lui. Ma la piccola Brenda (questo il nome assegnatogli) era un maschio e da maschio si comportava. Da adolescente, quindi, Bruce/Brenda decise di tornare al suo sesso biologico e di prendere il nome David (pensando al re di Israele). Dopo si sposò anche con una donna, ma il trauma fu sempre troppo forte: nel 2004 si suicidò, due anni dopo lo stesso gesto estremo compiuto dal fratello gemello. «È possibile modificare l’anatomia sessuale – riflette Signani -, ma in questo modo la medicina viene meno alla propria vocazione, che è la cura della persona».

TRIPTORELINA PER BAMBINI

Sui casi di minori che vogliono cambiare sesso (minori gender variant), una svolta decisiva in Italia è stata l’approvazione nel 2019 da parte dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) dell’utilizzo off label della triptorelina. Questa molecola può, quindi, essere somministrata, sotto stretto controllo medico, ad adolescenti affetti da disforia di genere (persone che non si sentono nel proprio corpo, per la conformazione sessuale che hanno), allo scopo di procurare loro un blocco temporaneo (fino a un massimo di qualche anno) dello sviluppo puberale, con l’ipotesi che ciò “alleggerisca” in qualche modo il «percorso di definizione della loro identità di genere». 

Ma la disforia di genere per Signani, che porta a sostegno delle sue affermazioni, considerazioni di importanti psichiatri, «spesso è accompagnata da patologie psicologiche o psichiatriche» e l’uso off label (per scopi diversi da quelli per i quali è stato sperimentato) della triptorelina «può portare anche all’infertilità». Insomma, «dietro c’è un discorso di mero profitto».

Sarantis Thanopulos è il Presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Un anno fa ha inviato un’allarmata lettera al Ministro della Sanità Orazio Schillaci: «La diagnosi di “disforia di genere” in età prepuberale è basata sulle affermazioni dei soggetti interessati e non può essere oggetto di un’attenta valutazione finché lo sviluppo dell’identità sessuale è ancora in corso», scrive in un passaggio, parlando a nome della Società che presiede. «Sospendere o prevenire lo sviluppo psicosessuale di un soggetto, in attesa della maturazione di una sua definizione identitaria stabile, è in contraddizione con il fatto che questo sviluppo è un fattore centrale del processo della definizione», continua. Lettera, che dice Signani, «ho sostenuto, scrivendo direttamente a Thanopulos». E proprio la settimana scorsa, ispettori del Ministero della Salute sono stati inviati da Roma all’Ospedale Careggi di Firenze per avviare un confronto in merito ai percorsi relativi al trattamento dei bambini con disforia di genere e all’uso del farmaco triptorelina. 

Ma la scelta di cambiare sesso quanto dura nel tempo? Il metodo di ricerca in questi casi è difficile da individuare e Signani cita quanto viene riportato nel 2016 facendo riferimento alle poche ricerche esistenti che forniscono dati complessivi, molto variabili e che dicono che appena il 6-23% dei maschi e il 12-27% delle femmine persiste nella scelta di cambiare sesso. In Italia, però, per Signani, «c’è ancora un silenzio ostinato sui bloccanti della pubertà: non si possono conoscere quanti minori ora sono sotto trattamento, in quali centri e ospedali, con quali risultati…». 

RIPENSAMENTI

Nei Paesi europei pionieri di queste pratiche, qualcosa però sta cambiando. È il caso della Tavistock, clinica pubblica inglese: lo psichiatra David Bell, che ne è stato dirigente, afferma che la disforia di genere viene confusa dal punto di vista diagnostico con l’effettiva omosessualità (maschile o femminile); in un documento ufficiale pubblicato lo scorso giugno, il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha dichiarato che i bloccanti della pubertà non dovranno più essere prescritti «al di fuori di un contesto di ricerca» a bambine/i e adolescenti che presentano «incongruenza o disforia di genere». La svolta è confermata dalle linee guida per due nuove “cliniche di genere” private che sostituiranno la Tavistock. Ripensamenti di questo tipo sono sempre più frequenti: la finlandese Riittakerttu Kaltiala è una pioniera delle cure ormonali per i bambini transgender, ma oggi è in prima linea contro i bloccanti della pubertà: in un’intervista dello scorso ottobre a “The Free Press” ha raccontato di come i giovani pazienti della sua clinica soffrivano in effetti di depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo, episodi psicotici. Non di disforia di genere. 

MATERNITÀ, UTERO IN AFFITTO, ECTOGENESI

«Non è corretto parlare di cambio di sesso tanto che queste persone per tutta la vita assumono ormoni, proprio perché restano del sesso che hanno alla nascita. Le cellule non cambiano geneticamente se uno prende ormoni». Così Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica all’Agenzia Dire, sul recente caso di cronaca che ha visto “Marco”, “donna che si percepisce uomo”, rimanere incinta (oggi è al quarto mese di gravidanza) durante il proprio percorso di transizione per “cambiare sesso”.

Da qui, Signani prende le mosse per riflettere sul radicale stravolgimento della maternità, uno dei segni più evidenti della rivoluzione antropologica in atto, e su quelle aberrazioni che arrivano a ribaltare la realtà parlando di “uomini gravidi” (seahorse dad), dissociando la figura materna dal proprio figlio o spezzettandola. Il microchimerismo (scambio di cellule tra feto e madre), spiega Signani, dovrebbe perlomeno far riflettere sulle conseguenze della rottura a tavolino della relazione primaria tra madre e figlio. Ma il business, purtroppo, anche in questo caso sembra essere più forte della realtà e del senso di umanità.

IL DOMINIO DEL MERCATO

Per Signani, alcune considerazioni sono dovute: «le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita – spiega – sono sostanzialmente eugenetiche, in quanto, attraverso la scelta dei gameti da far incontrare (quelli sani, o con determinate caratteristiche), l’obiettivo non può che essere quello di migliorare la “razza” umana». Per non parlare dell’utero in affitto (v. anche “Voce” del 31 marzo 2023), ipocritamente detta GPA – Gestazione Per Altri, che nulla di gratuito e solidale ha: Marie-Jo Bonnet, femminista di sinistra francese, così ne parlava su “Le Figaro” già nel 2014: l’utero in affitto estende «il dominio del mercato in modo quasi illimitato (…). Tutto si può comprare, tutto si vende, compreso il potere riproduttivo delle donne. Ciò che era un atto libero diventa un atto commerciale. È il ritorno della lotta di classe nel campo della procreazione».

NON CI SARANNO PIÙ MADRI

Questa negazione della madre  è sempre più incentivata anche dallo sviluppo delle tecniche legate all’ectogenesi, vale a dire la crescita del feto al di fuori dell’utero naturale, attraverso l’utilizzo di “uteri artificiali”. La filosofa e bioeticista inglese Anna Smajdor scriveva al riguardo: «Così come un tempo si riteneva assurdo che le donne votassero o andassero a cavallo, allo stesso modo potrebbe un giorno apparirci assurdo che fossero incatenate ai processi degradanti e pericolosi della gravidanza e del parto semplicemente a causa della nostra incapacità di immaginare un’alternativa». Uno scenario apocalittico. 

«Gli uteri delle donne – commenta Signani – non saranno più necessari per far nascere i bambini». Le conseguenze – volute – di tutto ciò, e già in atto, sono «la cancellazione della funzione procreativa della donna, l’espropriare la donna della procreazione e la cancellazione (anche mediatica) della figura della madre».

L’UE, purtroppo, su questo tema non manda buoni segnali: lo scorso settembre iI Parlamento europeo ha approvato in prima istanza una proposta di regolamento che equipara gli embrioni umani a cellule e tessuti, definendoli «sostanze di origine umana», aprendo così le porte all’eugenetica e «al libero mercato di embrioni e feti», dice Signani. 

Cos’altro deve accadere per una rivolta delle coscienze, tanto nel mondo cattolico quanto in quello laico, e al di là delle singole appartenenze politiche?

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«Il nostro corpo carnale ci è proprio, ma non ci appartiene come un bene, ossia come una proprietà alienabile, che possiamo dare o vendere come una bicicletta o una casa. La confusione fatale tra i due termini è deliberatamente coltivata dall’ideologia ultraliberale che vuole persuaderci del fatto che, poiché il nostro corpo “ci appartiene”, noi siamo liberi di alienarlo. Un ammirevole paradosso».

Sylviane Agacinski, in “L’uomo disincarnato. Dal corpo carnale al corpo fabbricato” (Neri Pozza editore, 2019)

Pubblicato sulla “Voce” del 2 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Arnoldo Foà: arte come memoria 

31 Gen

L’intervento della figlia Orsetta e alcuni aneddoti, in un incontro svoltosi a Ferrara lo scorso 24 gennaio

«Mio padre era libero da condizionamenti e costrizioni, parlava liberamente e per questo spesso discuteva e veniva visto come “scomodo”». Così Orsetta Foà, figlia di Arnoldo, lo scorso 24 gennaio ha ricordato il padre, attore, regista teatrale e doppiatore, nell’incontro a Palazzo Roverella dal titolo “Ebraismo, cinema, teatro e vita ebraica”, organizzato da Istituto Provinciale Nastro Azzurro di Ferrara, Circolo Negozianti e Associazione De Humanitate Sanctae Annae. «Oggi se fosse qui in questa sala direbbe: “parlate, dite ciò che non va, parlate coi vicini e coi lontani”», ha proseguito. «Lui diceva quel che riteneva fosse giusto dire. Era scomodo, però la sua scomodità creava un’opportunità di crescita, riflessione, rielaborazione: ogni crisi è un’opportunità. Grazie, non dimenticate mio padre!», ha concluso.

Circa 120 i presenti all’incontro – fra cui gli Assessori Marco Gulinelli e Andrea Maggi -, che ha visto gli interventi di Riccardo Modestino e Carlo Magri e un finale in musica con Francesco Petrucci e Nicola Callegari: quest’ultimo ha incantato il pubblico con musiche della tradizione yiddish.

Modestino ha raccontato la storia del teatro ebraico, che nasce a fine ‘800-inizio ‘900 anche in vista «dell’acquisizione di un’identità nazionale» dentro il sogno della creazione di quello che diventerà lo Stato di Israele. “Habima” è la prima compagnia teatrale ebraica, nata a Mosca nel ’17 e nel ’31 trasferitasi a Tel Aviv, per poi diventare nel ’58 Teatro Nazionale di Israele. Modestino ha poi ricordato alcuni dei protagonisti del teatro ebraico, come Joshua Sobol (classe ‘39), Rina Yerushalmi, Edna Mazya e Semel Nava. «Il teatro in Israele – ha riflettuto – si è fatto interprete, anche critico, dei processi storico-sociali e culturali del Paese e della cultura ebraica. Arnoldo Foà è in comunione con questa grande storia artistica».

Magri ha invece riflettuto su come «spesso chi si dichiara ateo, in realtà nel suo intimo è alla ricerca di una grande spiritualità. E ciò vale anche per Arnoldo Foà». A seguire, vi è stata la proiezione di un documentario che lo stesso Magri ha dedicato a Foà. Tante le suggestioni di una vita raccolte nel video: dalla prima poesia da lui scritta all’età di 8 anni dopo una fuga notturna da casa («Cigola, cigola, macchina mia / Sai come piange l’anima mia»), all’impegno civile. Dall’intervista a Otto Frank, padre di Anna, alla sua lettura dell’Ariosto al Ridotto del Comunale di Ferrara. «Per essere un attore, bisogna innanzitutto essere», diceva Foà. E Foà non si può dire non sia stato, non abbia cioè vissuto fino in fondo la propria esistenza. 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 2 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Un angelo ci parla del Paradiso»: la piccola Elena e la sua vita in Cristo

24 Gen

È tornata alla Casa del Padre a 17 anni la ragazza vittima di un grave incidente nel 2016. Ecco la sua esistenza spesa nella fede nel Signore, nell’amore e nella preghiera. Tante le persone che grazie a lei hanno riaperto il cuore a Gesù

di Andrea Musacci

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». (Mt 11, 25)

Elena piccola e fragile, Elena forte e matura. Elena bambina, Elena modello di fede. Elena immobile, Elena che cammina nelle vite delle persone. Elena che è morta e risorta mille volte, Elena sempre viva.

È una storia straziante e magnifica quella che ci arriva dalle porte di Ferrara: è la storia di Elena Marangon, una bambina mai diventata donna, un’anima speciale, il cui calvario, la cui forza, la cui fede genuina stanno portando a Cristo sempre più persone.

L’INCIDENTE

È il 7 settembre 2016, siamo in provincia di Rovigo: un terribile incidente stradale tra Adria e Corbola costa la vita a Gino “Angelo” Firenzuola, 72 anni, residente a Cologna vicino Berra. “Angelo” è il nonno affidatario della nostra piccola Elena, 10 anni, che nell’incidente si salva assieme ad altri due nipotini, un maschio e una femmina, e alla nonna Maria Rita Smanio (che passerà tre mesi in ospedale).

Natascia, figlia di Gino e Maria Rita, in un colpo solo rischia di perdere i genitori e una delle sue figlie in affido. Intubata e caricata a bordo dell’elicottero per essere trasportata all’Ospedale di Padova, Elena subirà diversi interventi che le salveranno la vita ma rimarrà con un forte deficit motorio fino al 20 dicembre 2023, giorno del suo ritorno alla Casa del Padre. 

Proprio nel trigesimo, sabato 20 gennaio, il nostro Arcivescovo ha presieduto la S. Messa in sua memoria nella chiesa di Santo Spirito. 

RINASCERE, SEMPRE

Natascia Firenzuola e il marito Riccardo Vassalli sono i genitori affidatari di Elena. In particolare, Natascia ha lavorato come educatrice e operatrice sanitaria con minori, anziani e disabili e oggi si occupa appunto di minori in difficoltà. Elena nasce l’11 luglio 2006 e quando ha appena 20 giorni viene affidata alla coppia: «è la cosa più bella che il Signore mi ha donato», ci racconta Natascia. 

Una grazia vera e propria, una vita appena nata ma già da far rinascere. Fin dai primi anni di vita, Elena si dimostra una bambina particolarmente affettuosa, legata ai genitori e ai nonni affidatari. «Con me – ci racconta la nonna Maria Rita – amava lavorare a maglia, cucinare, pulire, assistermi quando tiravo il collo alle galline…». Una bambina sempre obbediente e molto più matura e responsabile della sua età anagrafica. Una maturità e genuinità che le facevano dire, spesso anche agli adulti, ciò che pensava, anzi ciò che andava detto, la verità delle cose.

Poi inizia il periodo della scuola con le Materne, le Elementari e le Medie. Fino all’incidente di quel maledetto 7 settembre 2016, che segnerà la vita di Elena e della sua famiglia in maniera irreversibile. Ma che aprirà gli occhi e il cuore di tante persone. 

Elena sarà ricoverata tre settimane in terapia intensiva pediatrica all’Ospedale di Padova, poi 11 mesi al Centro San Giorgio di Ferrara per la riabilitazione, alternando alcuni periodi in pediatria. E poi, a parte due mesi di ricovero al Sant’Orsola, sarà sempre a casa, curata e amata dalla sua famiglia. 

Fondamentale sarà anche l’aiuto della fisioterapista Barbara Bellagamba, che ha seguito la ragazza per sei anni. Elena, piccola guerriera, continuerà a rimanere sempre lucida, consapevole, comunicando solo con gli occhi. All’inizio, grande è il dolore e lo shock in tanti amici e conoscenti: il suo allenatore di pallavolo, ad esempio, dopo quell’episodio decide di non allenare più. Dopo due anni di sosta obbligata, Elena riprende anche gli studi, concludendo le Medie e iscrivendosi a un Istituto Superiore di Ferrara, dove sta collegata in dad 4 ore al giorno per seguire le lezioni. Lo scorso ottobre, Elena ha fatto in tempo ad andare a visitare i propri compagni di classe, appena due mesi prima di morire: «avrebbe dovuto starci 15 minuti – ci racconta Natascia -, ma alla fine è rimasta lì 1 ora e mezza, tante erano le domande e tanto l’affetto dei compagni». 

Ora riposa nel cimitero di Mezzogoro (paese d’origine dei genitori naturali), ma una sua foto è stata posta nella cappella della famiglia di Natascia, di fianco all’amato nonno Gino.

TESTIMONE DELLA FEDE

Una bambina avvolta dalla grazia era Elena. «Sempre altruista – ci racconta Natascia -, portava a scuola due merende, una per sé e una per una sua compagna, nel caso questa non l’avesse avuta». A 5 anni i genitori scoprono la sua celiachia: «desiderava fare l’Istituto alberghiero per aiutare le persone che come lei soffrivano di questa malattia». 

Ma tanti cuori, Elena, ha toccato anche con quel suo naturale senso religioso, quell’inclinazione, che sembra innata, alla preghiera: «diverse persone grazie al suo esempio – prosegue Natascia – hanno ricominciato ad andare a Messa, a comunicarsi. Persone che da tanti anni avevano perso la fede o non l’avevano mai avuta, hanno riaperto i loro cuori a Gesù». Per la sua Prima Confessione il parroco le diede, come da tradizione, un libricino per imparare a recitare il Santo Rosario. Elena se ne innamorò: fu, quella, una delle fonti della sua grande forza. «Aveva fatto sua l’importanza della preghiera», prosegue Natascia. «Nei momenti di sconforto andava a pregare davanti a una grande statua con la Madonna e Gesù Bambino». Si tratta di una scultura lignea – un tronco intero in noce – scolpita da Fratel Giuseppe Piccolo (morto nel 2021, Direttore della Città del Ragazzo dal 2000 al 2003), posta nel porticato della casa dei nonni Maria Rita e Gino. Una statua strappata all’abbandono essendo stata trovata nel cortile dell’ex studentato in via Borsari a Ferrara fino ad allora gestito dall’Opera “Don Calabria”. 

Un bisogno di un dialogo col Signore, quello di Elena, che la seguiva ovunque: «Nel 2016, qualche giorno prima dell’incidente, si ruppe un braccio in piscina: nel tragitto verso l’ospedale pregava la Madonna invece di piangere e urlare», come avrebbe fatto qualsiasi bambino. «Oppure, quando andavamo in gita, se in macchina passavamo davanti a una chiesa si voleva sempre fermare per entrare e accendere una candela, dire una preghiera. E sgridava i propri compagni se in chiesa non cantavano», lei che adorava cantare per il Signore. «Una bambina di altri tempi, insomma». 

LUCENTEZZA DIVINA

Elena nei suoi 17 anni di vita ha sofferto tutte le sofferenze immaginabili: emotive, psicologiche, fisiche. Un vero e proprio calvario, il suo. «Ma mai – proseguono Natascia e Maria Rita – le è venuta meno la voglia di vivere e la fede in Dio». Elena non solo convertirà, grazie al suo esempio, diverse persone ma spingerà molti a pregare per lei: il gruppo di preghiera del suo paese dieci giorni dopo l’incidente organizza un pellegrinaggio al santuario di Chiampo, nel vicentino; per un lungo periodo, sempre dopo l’incidente, la mattina alle 7 a casa di Natascia si recita il Santo Rosario, con diverse persone presenti fra cui il parroco. E don Alessandro Denti, a inizio 2017, poco prima di morire, l’ultima Messa la celebra proprio per Elena e nonno Gino. La stessa Elena, pochi giorni prima di tornare al Padre, riceve la Comunione a Cona, dove trascorrerà due giorni ricevendo la visita, fra gli altri, dell’allora cappellano don Andrea Martini e dei medici di famiglia Francesco Turrini e Matilde Turchetti. Anche il nostro Vescovo mons. Perego prenderà a cuore la vicenda di Elena, incontrandola più volte sia a casa sia in ospedale.

Ciò che rimane come segno dell’Eterno è «la purezza e lucentezza negli occhi di Elena, pietra scartata che è diventata pietra d’angolo», aggiunge Natascia fra quelle lacrime che però non le tolgono il sorriso nel ricordare il suo «angelo». «Elena è ancora molto presente, col suo spirito è sempre con noi». Continua la sua “opera” con le tante conversioni e con le testimonianze di chi ha imparato la gioia vera, imperitura grazie al suo sorriso, alla sua fede semplice e inscalfibile. «Elena ora ci assiste da Lassù e ci dice che il Paradiso esiste». I suoi occhi ne erano una dolce anticipazione.

S. Messa e testimonianze a Santo Spirito

Sabato 20 gennaio a Santo Spirito Elena ha radunato tante persone, segno dell’amore che ha sparso in tanti cuori: le compagne e i compagni delle Elementari, delle Medie e delle Superiori, oltre alle maestre, agli insegnanti, ai presidi e dirigenti scolastici. Alcuni di loro hanno accompagnato la liturgia – celebrata da mons. Gian Carlo Perego assieme a don Giacomo Granzotto – con le chitarre e un flauto e le letture sono state curate da persone che l’hanno conosciuta, mentre la liturgia è stata accompagnata dal coro parrocchiale dove ha vissuto. Dopo la Messa, un grande pallone con una pergamena contenente le firme dei suoi ex compagni è stato fatto volare sopra la chiesa e a seguire, il Cinema parrocchiale ha ospitato un filmato con diverse foto e video di Elena, realizzato da un suo ex compagno di scuola assieme a Natascia e ad alcune mamme, nel quale si racconta la vita della ragazza dalla nascita fino alle ultime settimane di vita. 

A fine Messa, in chiesa sono stati letti alcuni ricordi, fra cui quello della sorella di Elena: «il tuo ricordo mi terrà compagnia nelle notti insonne, resterà la tua anima ad amarmi». E ancora: «grazie a te mi sono ritrovata quando mi ero persa, con te mi sentivo a casa». Un’altra lettera molto toccante è quella scritta da una persona che ha voluto bene ad Elena, immaginando fosse proprio la ragazza a scriverla alla mamma Natascia: «Tu mi hai insegnato a parlare, a camminare, a ridere. Mi hai insegnato a vivere», è un passaggio. «Ma soprattutto mi hai insegnato che cosa significhi volere bene, e che per farlo, a volte, è necessario mettersi da parte». «Elena per me è stato un fiore di grazia, una grande testimonianza di come la verità nasca dalla carne», scrive invece Francesco Turrini. «È stata mia paziente nel suo ultimo anno di vita, nel mio primo anno come Medico di Famiglia a Ferrara. Il mio caso più “complesso”. Sono stato spesso a casa di Elena e tutta la sua famiglia. Ho avuto il privilegio di stare di fronte alla sua “carne”, vederla, toccarla e ascoltare il suono di quei polmoni che vibravano di una risonanza che è quella del nostro corpo segno dell’Infinito che porta dentro». 

«Elena non è stata guarita fuori – ha detto il Vescovo in un passaggio dell’omelia -, ma è stata guarita e liberata dentro da tutto ciò che allontana. Elena è stata purificata dall’amore di Dio e dall’amore dei familiari, del prossimo. Cari fratelli e sorelle, guardando ad Elena, oggi nella casa del Padre, ma in comunione con noi, impariamo a desiderare sempre qualcosa di più dalla nostra vita».

Pubblicato sulla “Voce” del 26 gennaio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio