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Vite spezzate, vite salvate: a Ferrara storie di bimbi nella Shoah

17 Dic

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico curato dallo Yad Vashem di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il CDEC. Il 10 dicembre la presentazione pubblica

a cura di Andrea Musacci

gemellineGiovani, spesso giovanissime vite sconvolte, inghiottite dalle tenebre del male, vissute dentro l’orrore. Esistenze a volte distrutte per sempre, altre, invece, salvate.

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS dall’11 dicembre fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico, pensato quindi soprattutto per le scuole, curato dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Storie di bambine e bambini raccontate attraverso le loro immagini, a volte le loro stesse testimonianze e il racconto storico, una narrazione inevitabilmente commovente fatta di spezzoni di vita quoditiana, segni di storie di famiglie, di un popolo. La mostra è stata inaugurata ufficialmente nel pomeriggio del 10 dicembre scorso, anticipata, la mattina stessa, da una conferenza. Raccogliamo qui alcune vicende di bambine e bambini, le prime due accennate durante la conferenza stessa da Liliana Picciotto del CDE, le altre presenti in mostra.

Dino (classe 1929) ed Esther Molho, di Magenta (MI), che nel ’44, insieme ai genitori, imprenditori, dovettero nascondersi per 13 mesi in una stanza segreta (ideata da loro stessi insieme ad alcuni dipendenti) dello stabilimento di famiglia che produceva minuterie. La stanza era all’interno del magazzino, nascosta alla vista da una pila di casse alte fino al soffitto. Un sistema simile a quello usato dagli amici di Anna Frank.

Massimo Foa, nato l’8 novembre 43, torinese: la madre Elena Recanati è una sopravvissuta al campo di Bergen Belsen, mentre il padre Guido è morto, forse in una marcia della morte: Massimo, prima della deportazione dei genitori, è affidato a Suor Giuseppina De Muro, che lo fa uscire dalla prigione dov’è rinchiusa la madre in mezzo alle lenzuola sporche e viene affidato a una povera vedova di Cuorgnè di nome Tilde (Clotilde) Roda Boggio.

Leone (1930), Mirella (1932) e Davide Pecar (1935): tre fratelli milanesi che, insieme alla madre Ghenia vengono arrestati nel ’43 e portati al carcere di San Vittore, poi deportati ad Auschwitz, dove muoiono.

Franco Cesana, nome di battaglia “Balilla”, figlio di Felice e Ada Basevi, nato il 20 settembre 1931 a Mantova. A 13 anni si arruola nella brigata Scarabelli della seconda divisione Modena Montagna. Partecipa a numerosi scontri con i tedeschi e in uno di questi resta ucciso a Gombola (Polinago-Modena) il 14 settembre 1944.

Yehudit Czengery e Leah Czengery, gemelle rumene, hanno 6 anni nel ’44 quando vengono deportate con la madre Rosi nel campo di Auschwitz Birkenau. Il dottor Mengele le definì “le bellissime gemelle”: furono portate direttamente nel laboratorio riservato ai suoi esperimenti. La madre riuscì di nascosto a procurar loro del cibo. Si salvarono.

Marta Winter, classe 1935, polacca: nel ’43 la madre la affida a un amico di famiglia fuori dal ghetto. Fu poi deportata anche lei in un campo di concentramento ma si salvò.

Stefan Cohn, tedesco, nato nel ‘29: nel giugno ‘43 è deportato con la madre Bertha a Birkenau. Questa viene uccisa, Stefan fatto lavorare nella fabbrica di mattoni. Si salva e nel ’45 realizza 79 disegni raffiguranti la vita nei campi.

Sissel Vogelmann, torinese, nata nel ‘35, torino: il padre Shulim dirigeva la Giuntina editrice. Lei e la madre vennero uccise subito all’arrivo ad Auschwitz nel ’44, dopo esser state deportate dalla Stazione di Milano.

Henryk Orlowski e Kazimierz Orlowski, fratelli polacchi, rispettivamente del ‘31 e del ‘33.

Regina Zimet, classe ’33, nata a Lipsia. Nel ’39 con la famiglia fugge dalla Germania verso Israele, ma in Libia sono arrestati, riportati in Italia nel campo di Ferramonti. Poi rilasciati, sono costretti a vivere in clandestinità. Ma si salvano, e nel ’45 raggiungono Israele.

Sorte simile per Meir Muhlbaum, 1930, tedesco, e la sua famiglia, che nel ’44 riuscirono ad arrivare a Tel Aviv.

Adriana Revere: nasce alla Spezia il 18 dicembre 1934; i genitori Emilia De Benedetti ed Enrico Revere vengono arrestati in Vezzano Ligure per appartenenza alla “razza ebraica” ; la piccola viene catturata insieme ai genitori e inviata con loro al Campo di concentramento di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 la famiglia è deportata al Campo di Auschwitz; il padre, trasferito a Flossenburg, è ucciso otto mesi dopo l’arrivo; la piccola e la madre sono uccise il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 24 febbraio 1944.

Maud Stecklmacher, cecoslovacca, classe ‘29: viene raccontata la sua amicizia con Ruth Weiss, poi proseguita nel ghetto di Terezin. Ma Ruth fu deportata in Polonia e non fece ritorno. Maud andò poi a vivere in Israele.

Marcello Ravenna, nato il 14 ottobre 1929 a Ferrara: figlio di Letizia Rossi e Gino Ravenna, fratello minore di Franca ed Eugenio. Nel ‘38 inizia a frequentare la scuola ebraica di via Vignatagliata. Il 12 febbraio ‘44 con la famiglia è deportato nel campo di Fossoli, insieme ad altre 500 persone, poi deportate ad Auschwitz. Marcello fu tra quelli che non tornò più. Non si ebbero notizie precise sulla sua deportazione e morte.

“Tenere accese più luci possibili”: memoria, didattica e ricerca

della setaLa mattina del 10 dicembre al MEIS, dopo i saluti del Direttore del Museo Simonetta Della Seta, di Alessandro Criserà (Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna), Anna Quarzi (Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara) e Daniela Dana Tedeschi (vicepresidente Associazione “Figli della Shoah”), sono seguiti gli interventi di Liliana Picciotto (CDEC), Marcella Hannà Ravenna (Comunità ebraica di Ferrara), Rita Chiappini (collaboratrice dello Yad Vashem come contatto in Italia), e Cesare Finzi.

“La mostra – ha spiegato Della Seta – è dedicata a bambini che da un certo punto in poi non hanno più avuto un cielo, né luce: per questo, è importante anche oggi accendere più luci possibili. Vedere la Shoah attraverso gli occhi dei bambini che l’hanno vissuta, significa vederla con ancor più lucidità”. Dopo un omaggio a Piero Terracina, morto lo scorso 8 dicembre, uno degli ultimi sopravvissuti italiani ad Auschwitz, Della Seta ha ricordato anche i propri genitori, “anche loro ‘bimbi della Shoah’”. Dopo l’intervento di Criserà, che ha ricordato l’importanza della Legge regionale “Memoria del Novecento”, e l’intervento di Quarzi, ha preso la parola Tedeschi, la quale ha auspicato che la collaborazione tra l’associazione da lei rappresentata (e presieduta dalla Senatrice Liliana Segre) e il MEIS, ora iniziata, possa proseguire negli anni. “La Shoah – è stata la sua riflessione – ha negato tutti i diritti fondamentali dei bambini, compresi quella alla libertà, all’identità, all’educazione”. Ricordiamo che il 10 dicembre era l’anniversario dell’adozione della dichiarazione universale dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, avvenuta nel ’48.

“Nel fascismo e nel nazismo – sono invece parole di Picciotto – l’educazione era militarizzata, i bimbi venivano cresciuti come soldati obbedienti, non vi era più posto per l’educazione civile e al senso critico”. Nel ripercorrere i tragici passaggi della discriminazione e repressione antiebraica, la relatrice ha posto l’accento sulle conseguenze di tutto ciò per i più piccoli, in termini di “fame, freddo, spavento e terrore, promiscuità, fetore dei vagoni usati per la deportazione”.

Senza dimenticare la frequente separazione dai genitori, la vita clandestina, la falsificazione dei documenti d’identità, il dover dare nome e cognome inventati – non ebrei – per non essere riconosciuti ed evitare quindi l’arresto.

Sorte, questa, toccata anche a Eugenio Ravenna (1920-1977), uno dei cinque ebrei ferraresi sopravvissuti al campo di Auschwitz. La figlia Marcella ha analizzato come le leggi razziste iniziarono concretamente con l’espulsione dalle scuole di studenti e insegnanti ebrei, ricordando, per quanto riguarda la scuola di via Vignatagliata, alunni come Cesare Finzi, Corrado Israel De Benedetti, Giampaolo Minerbi, Donata Ravenna, Franco Schönheit, Maurizia Tedeschi e Gianfranco Rossi; tra i maestri, Giorgio Bassani, Matilde Bassani e Primo Lampronti.

“Da un lato, dalle testimonianze di alcuni studenti – ha spiegato – emerge tristezza, una sensibilità ferita nel sentirsi trattati come diversi, il senso di inferiorità; dall’altra, l’ammirazione per gli insegnanti, il poter stare insieme, i legami molto forti instauratisi, il poter svolgere attività coinvolgenti, come lo spettacolo teatrale diretto da Giorgio Bassani”. Ma dal ‘43 vi saranno gli arresti, le fughe, le deportazioni. La scuola verrà chiusa, Lampronti e i Bassani arrestati.

Ravenna ha ricordato uno per uno i bambini deportati nei campi di sterminio i cui nomi sono impressi sulle lapidi di via Mazzini: bambine e bambini che non hanno fatto ritorno: Marcella Bassani, Bruno Farber, Carlo Lampronti, Camelia Matatia, Roberto Matatia, Amelia Melli, Novella Melli, Marcello Ravenna, Roberto Ravenna, Vittorio Ravenna, Nello Rietti, Walter Rossi (studente alla scuola di via Vignatagliata, non indicato nella lapide perché non ferrarese), Adele Rothstein, Giorgio Rothstein, Wanda Rothstein, Cesarina Saralvo.

Dopo l’intervento di Chiappini, che ha spiegato il fondamentale ruolo informativo e didattico dello Yad Vashem di Gerusalemme, ha portato la sua testimonianza Cesare Finzi, scampato al campo di concentramento, la cui storia abbiamo raccontato nel numero del 13 settembre scorso e accennato – legato alla profumeria di famiglia (presente nella mostra “Ferrara ebraica” ancora visitabile al MEIS) – in quello del 22 novembre scorso.

Finzi nel suo racconto ha mostrato anche una foto della sua classe del ’36, quando aveva 6 anni, e una dell’autodenuncia, in quanto ebrei – ai tempi, obbligatoria – dei genitori: “hanno dovuto autodenunciare se stessi e i propri figli come ebrei, quindi come esseri inferiori”, ha spiegato.

Fra gli aneddoti, “il viso viola di rabbia di Giorgio Bassani quando – già escluso dal Tennis Club Marfisa in quanto ebreo – sentiva il rumore delle palline da tennis nel campo vicino”, o i documenti falsi che lui e i famigliari erano riusciti ad avere una volta fuggiti a Gabicce, nel ’43, dove il cognome era stato trasformato in “Franzi”. Traumi non da poco, per un 13enne, costretto a dover “rinnegare” il proprio nome, dunque la propria più profonda identità.

Il 16 gennaio Furio Colombo a Ferrara

Il 16 gennaio al MEIS è in programma un’intera giornata di incontri:

ore 10: “Dalle carte le vite. Gli archivi raccontano gli effetti delle leggi razziste del 1938”. Progetto nato dal Fondo Egeli della Compagnia di San Paolo, a cura della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura.

Intervengono: Walter Barberis, Elisabetta Ballaira, Piero Gastaldo.

Ore 16: Inaugurazione della mostra “1938: L’umanità negata”. Lancio del progetto didattico con il MIUR sulle leggi razziali, la Shoah e l’antisemitismo.

Ore 18.30, Ridotto del Teatro Comunale: “20 anni dalla Legge della Memoria: riflessioni per il futuro”, con Furio Colombo, promotore della Legge, in collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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Un “normale” odio verso gli ebrei

18 Nov

Una riflessione sull’antisemitismo oggi, in Italia e non solo, tra banalizzazione e orrore quotidiano

F49E7E60-FBD8-4B7A-A40D-35086A8381C9-755x491Italia, 2019. Il 26 settembre appare questa scritta su un muro di Roma: “entriamo senza bussare come nelle soffitte di Amsterdam…perché dobbiamo trovare quella bugiarda di Anna Frank”. A metà ottobre, in Toscana, una madre scopre per caso che il figlio minorenne fa parte di una chat su Whatsapp piena di immagini, testi e video orribili, riguardanti malati di cancro, stupri e violenze di ogni tipo: è l’indicibile, e in questo indicibile vi sono anche frasi antisemite (ad esempio: “gli accendini e gli ebrei dove sono?”, “gli ebrei sono combustibile”). La chat è stata chiamata “The Shoah Party”. Lo scorso 6 novembre il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza di Milano decide di assegnare la scorta a Liliana Segre, internata nel 1944, a 14 anni, in quanto di fede ebraica e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz. La motivazione risiede nelle continue minacce ricevute via web dalla senatrice a vita, che, secondo un’analisi dell’osservatorio Antisemitismo del Cdec – Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea – riceverebbe oltre duecento messaggio d’odio al giorno. Sono solo alcuni episodi recenti di odio verso gli ebrei avvenuti nel nostro Paese, fra i tanti, – pensiamo anche a “ebreo, via via!” contro Gad Lerner al raduno di Pontida -, più o meno pubblici, verbali e non, che accadono e spesso non emergono.

Nella Relazione annuale a cura dello stesso Osservatorio, gli episodi di antisemitismo denunciati nel nostro Paese nel 2018 sono 197, senza contare naturalmente le migliaia di messaggi e commenti sul web (ad esempio, il rapporto “Voxdiritti” segnala per il 2019 – non ancora terminato – e solo su Twitter, 15.196 tweet negativi nei confronti degli ebrei). Un altro dato: sempre l’Osservatorio milanese nel 2017 ha compiuto un sondaggio sull’opinione dei nostri connazionali sugli ebrei: l’11% degli italiani (fra i 6 e i 7 milioni di persone) ha risposto con giudizi negativi. Anche per questo, le parole ribadite ancora una volta, nella nostra città, da Simonetta Della Seta e Dario Disegni, rispettivamente Direttrice e Presidente del MEIS, sull’importanza del Museo di via Piangipane nel legare gli orrori antisemiti del passato alle violenze in aumento oggi, sono assolutamente da sottolineare, da condividere e prendere sul serio. E’ un allarme continuo, quello che le stesse comunità ebraiche, di Ferrara e non solo, ci lanciano. Un’allerta, anzi, sempre più insistente, sempre meno scontata (se mai lo sia stata). Lo stesso presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, nel corso dell’inaugurazione della mostra “Ferrara ebraica” del 12 novembre scorso, ha spiegato come i fatti che riguardano la Senatrice a vita Liliana Segre, “il mondo ebraico non può non commentarli. Sono notizie molto molto tristi, segno della follia che sta invadendo il nostro Paese”.

Ha poi citato le parole di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “non si tratta solo di difendere Liliana Segre, ma l’Italia che non si china all’odio razziale e antisemita”. Papa Francesco, in un passaggio dell’udienza del 13 novembre scorso, ha voluto ricordare: “il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato… E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati”. Lo stesso giorno David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, nel corso di una mini-plenaria a Bruxelles ha detto: “è con incredulità ma anche con immensa rabbia che ci troviamo a constatare come il demone dell’antisemitismo torni ad affacciarsi in Europa”. E non a caso: appena due giorni prima, l’11 novembre, un corteo di 100-150mila persone provenienti da tutta Europa (anche dall’Italia) ha sfilato per Varsavia in occasione della festa nazionale. Fra i cori scanditi: “fermiamo i circoli ebrei”, quegli “ebrei che vogliono derubare la Patria”. Un anno fa, un’inchiesta dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, registrò come il 40% degli degli ebrei europei stesse pensando di abbandonare il Vecchio continente.

La Shoah, tra barzellette e luoghi comuni

Nuoro, 2009. Durante un comizio elettorale, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi raccontò questa barzelletta: “Un kapò all’interno di un campo di concentramento dice ai prigionieri che ha una notizia buona e un’altra meno buona. Quello dice: ‘metà di voi sarà trasferita in un altro campo’. E tutti contenti ad applaudire. ‘La notizia meno buona è che la parte di voi che sarà trasferita è quella che va da qui in giù…’, indicando la parte del corpo dalla cintola ai piedi. “Ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni”, raccontava Liliana Segre, in un Teatro Nuovo ammutolito, l’11 gennaio scorso a Ferrara. Chi, almeno una volta nella propria vita, non ha sentito, in momenti di pura convivialità, raccontare barzellette su Hitler, gli ebrei e le camere a gas. Divertissement qualsiasi usati da persone “normali” per allietare alcune delle tante noiose serate nel nostro mondo immerso nel benessere e nell’ozio, fino alla noia. Quella stessa noia che distruggeva ogni senso di umanità in adulti e bambini aderenti alla chat “The Shoah Party”, o in chi, a Nuoro rideva servile. “Un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi […] convintissimo di non essere […] un individuo sordido e indegno”: così Hannah Arendt parla di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio nazista, per lui diventato presto “un lavoro spicciolo, di tutti i giorni”. Un uomo che, venuto a sapere della totale adesione delle gerarchie naziste alla soluzione finale (considerato, dice la Arendt, dai suoi esecutori, un semplice “meccanismo”) si sentì innocente: “In quel momento – cita la Arendt, sempre ne “La banalità del male” – mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa”. “Eichmann – commenta la Arendt – ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato, e col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare” (corsivo mio). Alcune volte, anche recentemente, mi è capitato di dover provare a convincere alcune persone – colte, sistemate, “normali” – dell’infondatezza di una tesi che sostenevano con ostentata tranquillità: solo un’ossessione per il guadagno e una volontà di dominio radicata nella loro “razza” – dicevano -, poteva permettere a molti ebrei, ancora oggi, di controllare buona parte dei gangli politici e finanziari in Europa e negli Stati Uniti. Insomma, nel 2019 gli ebrei sono ancora costretti a doversi giustificare quasi per ogni atto che compiono. Sono come avvolti da una nube di sospetto, per cui qualsiasi cosa considerata “normale” se compiuta da una qualsiasi persona, diventa fonte di malizia, ambiguità, malfidenza, se è , invece, opera di una persona appartenente al mondo ebraico. Per non parlare del cosiddetto “benaltrismo”, diffuso tanto nei classici “discorsi da bar” quanto fra alcuni politici e giornalisti. Sul quotidiano “Il Foglio” dello scorso 14 novembre, nell’editoriale dal titolo “La destra e i vuoti sull’antisemitismo” è scritto: “anche Matteo Salvini, quando nella trasmissione ‘Dimartedì’ a La7 dice che Liliana Segre «porta sulla pelle i segni dell’orrore del nazismo o del comunismo» oltre che commettere un errore storico, visto che il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche, indulge in questo sgradevole e incauto gioco di rimpallo. A combattere le tracce dell’antisemitismo stalinista ci devono pensare, caso mai, i lontani eredi di quella tradizione e di quell’ideologia”. Tattiche pericolose usate per minimizzare, dimenticando quanto possa essere pericoloso l’odiare una persona per la sua – vera o presunta, scelta o non scelta – appartenenza ad una minoranza. E’ così che la differenza da segno di soggettività e di bellezza diventa, per chi non la accetta, arma di ricatto, mentre per chi la vive, difetto, vergogna, colpa.

Il cordone di sicurezza e il “meccanismo” demoniaco

L’antisemitismo, anche da come emerge dalle statistiche, appartiene in misura nettamente maggiore, nel nostro Paese e in Europa, ad ambienti di destra; è comunque presente in misura non irrilevante in parte del mondo musulmano, e, seppur in misura decisamente minore, purtroppo anche cattolico, nonché in alcune frange della sinistra (in quest’ultimo caso, spesso mascherato dietro l’antisionismo; si pensi, ad esempio alle polemiche verso il Labour inglese o all’epiteto “sale juif”, “sporco ebreo” rivolto lo scorso febbraio da alcuni Gilet Gialli francesi ad Alain Finkielkraut). E’ comunque sempre responsabilità di ogni donna e di ogni uomo del nostro Paese non sottovalutare parole e gesti che vanno in questo senso, senza derubricarle a goliardia. Una preoccupazione ribadita lo scorso 15 novembre da Papa Francesco, nel suo discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione Internazionale di diritto penale: “Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36. Oggi. Sono azioni tipiche del nazismo – ha proseguito il Pontefice – che, con le sue persecuzioni contro gli ebrei, gli zingari, le persone di orientamento omosessuale, rappresenta il modello negativo per eccellenza di cultura dello scarto e dell’odio. Così si faceva in quel tempo e oggi rinascono queste cose. Occorre vigilare, sia nell’ambito civile sia in quello ecclesiale, per evitare ogni possibile compromesso – che si presuppone involontario – con queste degenerazioni”. Ognuno, se fermo nella difesa della dignità della persona, può rappresentare, una parte fondamentale di quel cordone di sicurezza – umano, culturale, politico, sociale – intorno a Liliana Segre come a ogni persona attaccata per le sue origini, o a chiunque venga discriminato, odiato o subisca atti di violenza per la propria appartenenza a una qualsiasi confessione religiosa, per il proprio orientamento sessuale, per le proprie scelte politiche, o, in generale, di vita. Se qualcuno arriverà a impugnare un’arma contro una persona di origine ebraica, in odio all’identità di quest’ultima, la responsabilità sarà anche di chi non avrà voluto denunciare o fermare quel “normale” “meccanismo” di odio de-umanizzante di cui ci parlava Hannah Arendt.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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“Ho fatto solo ciò che era giusto”: il film su don Giovanni Minzoni

15 Ott

Gli ultimi anni della vita del parroco di Argenta – ucciso dai fascisti di Balbo dopo il rifiuto di piegarsi al regime – raccontati nella pellicola di Marco Cassini, con Stefano Muroni protagonista. Alla prima nazionale a Ferrara, circa 600 i presenti al Cinema Apollo

di Andrea Musacci

don minzoni 1A Ferrara c’è una via centralissima a lui intitolata, fra il retro di una nota catena di fast food e il Museo della Cattedrale, fra corso porta Reno e San Romano, attraversando la Galleria Matteotti. Si poteva fare di più, qualcuno potrebbe pensare, ma vedendo come ciclicamente si torni a parlare dell’intitolazione a Italo Balbo, capo dello squadrismo padano, di vie o fantomatiche sezioni di musei, forse è meglio ritenersi soddisfatti. Soddisfatti e sempre vigili, perché a qualcuno non venga in mente nemmeno di fare di don Giovanni Minzoni un “inutile” santino, indebolendone la fortissima testimonianza, cristiana e civile, fino al martirio, in difesa della libertà delle donne e degli uomini. Di sicuro, il film dedicato agli ultimi anni della sua esistenza, “Oltre la bufera”, proiettato in anteprima nazionale al Cinema Apollo di Ferrara, aiuta la propria coscienza a rimanere ben desta (nella foto in alto, un fotogramma del film con a sinistra il fascista Augusto Maran e don Giovanni Minzoni). L’opera si presenta come una lunga sequela di immagini e parole che mozzano il fiato per l’alto livello di tensione che comunicano. La sera del 10 ottobre scorso, i gestori dello storico cinema di piazza Carbone sono stati obbligati a proiettare contemporanemante in Sala 1 (520 posti) e in Sala 4 (90 posti) la pellicola scritta e diretta da Marco Cassini (e prodotta da “Controluce”), per permettere ai tantissimi presenti di poterla ammirare. Un film fra l’altro decisamente ferrarese, a partire dall’interprete del sacerdote, l’attore Stefano Muroni, e dai luoghi dov’è stato girato dal 3 al 28 aprile 2018: Ferrara (negli interni di Palazzo Crema), Mesola (in diversi luoghi fra cui Piazza Umberto I° e il Consorzio di Bonifica), Ostellato (pieve di San Vito), San Bartolomeo in Bosco (al Centro di Documentazione del MAF – Mondo Agricolo Ferrarese) e Portomaggiore (nel Teatro Concordia). “Ho fatto solo ciò che era giusto”: è questa la prima battuta pronunciata nel film da Muroni alias don Minzoni. Il riferimento è al suo servizio come cappellano militare nel primo conflitto mondiale, ma la frase profetizza in modo sconvolgente quella che sarà la sua fine. Una lotta sempre combattuta a testa alta ma non scevra di delusioni e amarezze, come quelle provocate dal mancato appoggio da parte delle gerarchie ecclesiastiche: “mi stanno lasciando solo”, si sfogherà il sacerdote, ripetutamente ammonito dall’allora Vescovo ravennate Antonio Lega che nella pellicola spiega a un proprio collaboratore: “il fascismo si sta imponendo e noi dobbiamo adeguarci”.

Ma chi era don Minzoni?

Nato a Ravenna il 1° luglio 1885, una volta ordinato sacerdote viene destinato ad Argenta, dove fin da subito dimostra solidarietà ai tanti e poveri braccianti agricoli. Cappellano militare volontario nella prima guerra mondiale, decorato di medaglia d’argento, al termine del conflitto torna ad Argenta divenendo parroco. Promuove la costituzione di cooperative sia di braccianti sia di operaie del laboratorio di maglieria, caso quest’ultimo, di una cooperativa femminile, rivoluzionaria per il mondo cattolico dell’epoca, in quanto strumento di emancipazione e di autonomia per le donne tramite il lavoro. In ambito educativo dà vita al doposcuola, al teatro parrocchiale, alla biblioteca circolante, a circoli maschili e femminili. Ma la libertà e l’amore resi carne e sangue da un testimone di Cristo sono considerati “eretici” dall’asfissiante e ottusa ideologia fascista: don Minzoni si oppone alle violenze delle “squadracce”, sostenute dai proprietari terrieri e capeggiate da Italo Balbo, ostili alle più elementari rivendicazioni salariali dei lavoratori agricoli. Nel 1923 sono proprio loro a uccidere il sindacalista socialista Natale Gaiba, amico del parroco argentano. Parroco che nel 1923 rende esplicita la propria adesione al Partito Popolare Italiano, divenendo ancor più punto di riferimento degli antifascisti di Argenta, ma, più in generale, esempio civile per l’intero paese (“chi mi conosce sa che il mio amore è per tutti”, sono sue parole), grazie anche all’idea di fondare un gruppo scout in parrocchia, scelta considerata “sovversiva” dalle belve in camicia nera, trattenute ma in realtà sempre difese da Balbo. Ma alla violenza endemica degli squadristi, dirà don Minzoni, “rispondiamo con una sola arma: il nostro cuore”. La sera del 23 agosto 1923, intorno alle 22:30, mentre stava rientrando in canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Minzoni è vittima di un agguato teso da due squadristi di Casumaro, Giorgio Molinari e Vittore Casoni, facenti capo proprio a Balbo, responsabile morale dell’assassinio. Poco prima della morte, don Minzoni scrive: “a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo delle causa di Cristo”. I responsabili materiali verranno condannati solo nel 1947 per omicidio preterintenzionale, ma gli imputati superstiti saranno scarcerati in seguito all’amnistia. Il film è, come detto, percorso da una profonda tensione etica, in lotta costante contro le tentazioni del male – della violenza, della resa all’odio e al potere -, tensione che è nettamente dominante nei volti e nei corpi, più che nei luoghi radi, asfittici, mai messi a fuoco né “esplorati” dall’occhio del regista. Dall’inizio nel quale in modo deciso è ribadita la volontà di fare il bene, nonostante tutto, la pellicola si conclude col passaggio del testimone a quei giovani che tanto ha amato e cercato di tutelare: “i nostri figli dovranno illuminare questa terra”, dirà don Minzoni, frase che richiama il passo evangelico di Matteo: “Voi siete la luce del mondo […]. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 14-16).

cast alla fineEmozione per la presentazione a Ferrara

Alla fine della proiezione a Ferrara, sul palco, oltre al regista, a Muroni e a Valeria Luzi della casa di produzione, sono saliti diversi attori e altri protagonisti di questo progetto artistico. “Prima che un antifascista, don Minzoni era un educatore”, ha spiegato Muroni. “Siamo qui per lui, per fare memoria”. “Don Minzoni ha saputo dire ‘no’ in un momento molto difficile”, sono state invece le parole del regista Cassini. “La sua storia la sentivo profondamente, per questo ho voluto fare il film”. Film che non ha avuto vita facile, non riuscendo all’inizio a reperire i finanziamenti necessari, poi arrivati grazie anche a un finanziamento collettivo. Un coinvolgimento “popolare” vi è stato anche durante la preparazione e le riprese, tanto che lo stesso Muroni lo ha definito “un film del territorio”. E a proposito di territorio, dopo la proiezione, dal pubblico è intervenuto anche il parroco di Argenta, don Fulvio Bresciani, “successore di don Minzoni”: “il vostro merito più grande è quello di aver mostrato i suoi veri valori. Il suo ‘no’ al fascismo è stato un ‘sì’ a Dio”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2019

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“Quella volta che la maestra mi chiese: ma voi ebrei non avete la coda?”: Cesare Finzi si racconta

9 Set

La testimonianza del ferrarese, scampato nel ’43 alla deportazione, il 4 settembre a Ferrara in un incontro organizzato da CDEC, MEIS e ISCO

cesare finziDa una vita normale, scandita dalle ore a scuola, trascorse nel caldo nido della comunità, con i propri famigliari, nel negozio del padre, fino a venire a conoscenza, dal giornale, di essere diversi, dunque degni di esclusione dal consorzio umano. E di conseguenza dover sopportare derisione, odio, l’essere considerati simili a bestie, degni di un disprezzo del quale non provar vergogna. Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione, ha vissuto tutto questo, e da anni è impegnato a raccontare la sua testimonianza di vita soprattutto ai più giovani (testimonianza lasciata anche in un libro, “Il giorno che cambiò la mia vita”). Ma la commozione, il dolore traspaiono intatti dalla voce e dagli occhi.

L’ultima occasione è stata nel pomeriggio del 4 settembre scorso, quando nella Sala Estense di Ferrara si è svolto l’incontro “Pratiche formative sulla Shoah e sui diritti umani”, conferenza aperta a tutti ma pensata soprattutto per i docenti. La conferenza era parte del secondo seminario residenziale in programma in quei giorni a Ferrara, pensato per offrire a un gruppo di docenti delle scuole secondarie di secondo grado da tutta Italia gli strumenti per l’educazione alla cittadinanza attiva e il Giorno della Memoria. L’evento, introdotto e moderato dal vicepresidente della Comunità ebraica di Ferrara, Massimo Acanfora Torrefranca, è stato organizzato da The Olga Lengyel Institute for Holocaust Studies and Human Rights – TOLI e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC, in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS e con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – ISCO . “Sono nato e cresciuto in una famiglia ebraica, mio padre Enzo era ferrarese, mia madre mantovana. Una famiglia nella quale l’ebraismo era vissuto con una certa liberalità, pur essendo legata alle proprie radici. A quei tempi a Ferrara – ricorda Finzi – vi erano 4 sinagoghe, circa 700 ebrei (ancora nel ’37, mentre nel ’43 saranno la metà, e di questi, oltre 100 saranno deportati), di cui una parte rivestiva ruoli di rilievo nella pubblica amministrazione” – basti pensare ad esempio al direttore di CARIFE, del Consorzio agrario, al Podestà Ravenna, ai presidi dei Licei Scientifico e Classico. “Mio padre aveva ereditato da suo padre la profumeria in via Mazzini, la prima nella nostra città (dove oggi c’è ancora una profumeria, “Limoni”, ndr), che un tempo era anche e soprattutto una cartoleria e tabaccheria”. Enzo era uno dei tanti ebrei fieramente patriottici, riconoscenti all’Italia unita di aver loro concesso diritti e libertà. “Nel ’15 mio padre scappò di casa pur di arruolarsi nell’esercito” durante la Grande Guerra. “A Ferrara fu tra i primi a prendere la tessera del Partito fascista, un giorno la ritrovai, era la numero 12”, convinto di agire da patriota, “ma nel ’23, dopo l’omicidio di don Minzoni, scelse di uscire dal Partito”.

“Fino all’anno scolastico 1937-’38 frequentai la scuola ebraica di via Vignatagliata”, ha proseguito. “Per sostenere l’esame di accesso al 4° anno delle Elementari (una volta funzionava così) andai dunque in una scuola pubblica. Ma il 3 settembre 1938, tornando a casa, aprii il quotidiano e lessi: ‘Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate’. Capii il concetto ma non il perché. Mio padre rimase frastornato. Ricordo ancora quando, nel giugno ’40, sentii il celebre discorso di Mussolini (“Vincere! E vinceremo!”): ne rimasi sconvolto”. Nella scuola di via Vignatagliata, fra gli insegnanti Finzi ebbe Giorgio e Matilde Bassani, Primo Lampronti (campione di boxe) e Riccardo Veneziani. “Nel ’43 andai a presentarmi alla scuola media di via Borgo dei Leoni, per sostenere gli esami conclusivi. Insieme a me vi era Nello Rietti, che morirà il 13 marzo ’45 nel campo di Buchenwald. Quel giorno a scuola vennero chiamati tutti i bambini presenti, ma non noi due. Chiedemmo allora spiegazioni al Preside: i nostri nomi erano in fondo ai fogli, nell’ultima pagina. Una volta fatti entrare nell’aula, ci isolarono dagli altri, i quali, una volta saputo che eravamo ebrei, iniziarono a ridere, a fischiarci, a sbeffeggiarci. Era ‘normale’, dopo 5 anni che sentivano e leggevano che gli ebrei non erano del tutto umani, considerati più simili a bestie”. Ma l’assurdità dell’ideologia antiebraica aveva intaccato anche l’umanità degli adulti, anche di persone laureate: “all’improvviso una giovane insegnante dice a me e Nello: ‘tanto non attaccherete la malattia’. ‘Quale malattia?’, chiesi. ‘Come, voi ebrei non avete la coda?’, rispose serafica, credendo davvero in quel che diceva”.

Poi nel luglio ’43 cadde il regime, ma le leggi razziali, anche con Badoglio, rimasero in vigore, e furono riprese dalla Repubblica Sociale Italiana: “per questo è corretto chiamarle non solo ‘leggi fasciste’ ma ‘leggi italiane’ ”. La notte dell’8 settembre dello stesso anno, subito dopo la firma dell’armistizio, il cugino 17enne di Cesare, Alberto, residente con la famiglia a Bolzano, esce a festeggiare. Viene riconosciuto, arrestato col padre, Renzo Carpi, portati nel carcere di Bolzano. Furono i primi ebrei italiani presi dai fascisti e consegnati ai tedeschi. La zia di Cesare, Lucia Rimini e la cugina Germana, di 16 anni, non vollero scappare. Furono presi con gli altri ebrei dell’Alto Adige la notte fra il 15 e 16 settembre. L’intera famiglia venne di fatto riunita nel campo di concentramento di Reichenau, e lì rimase fino al febbraio del ’44 quando vennero caricati su uno dei treni della morte. Solo di un’altra cuginetta, Olimpia, 3 anni e mezzo, era noto il destino: fu uccisa il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 7 marzo ’44, gasata e bruciata. “Grazie a un altro mio parente, lo zio Renato – ha proseguito il racconto Finzi -, io e i miei famigliari di Ferrara ci salvammo, perché scappò e venne da noi per avvisarci. La notte fra il 13 e il 14 novembre del ’43 io, lui e mio padre con una fune ci calammo dalla finestra nel cortile del vicino per scappare da fascisti e carabinieri che erano venuti a prenderci. Andammo a Gabicce – dove una persona riuscì a farci avere documenti falsi, privi del timbro di appartenenza alla razza ebraica – poi Mondaino, e poi sulle colline di Montefiore Conca. Una volta finita la guerra, sono tornato a scuola, al terzo anno del Liceo Scientifico: i miei nuovi compagni mi hanno accettato come se fossi sempre stato loro amico: è anche grazie a questo che sono riuscito ad arrivare fino ad oggi”. E’ questo il ricordo più intenso – che ancora lo fa commuovere, spezzandogli la voce –, insieme a quello della cuginetta: “ogni mattina, da 75 anni, appena mi sveglio penso alla piccola Olimpia e ai miei cari che non ci sono più”.

Antisemitismo ieri e oggi

Dopo la proiezione di un video sulla storia dell’ebraismo italiano (normalmente proiettato al MEIS), il 4 settembre nella Sala Estense hanno preso la parola Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS, la quale ha posto l’attenzione sull’importanza di ripercorrere tutta la storia dell’antisemitismo, le cui radici sono molto lontane, e Anna Quarzi, Presidente dell’ISCO (Istituto di Storia Contemporanea) di Ferrara. Quest’ultima ha ripercorso la storia degli insediamenti ebraici in Emilia-Romagna: i primi si registrano fra l’XI e il XX secolo d. C. fra Ravenna e Rimini, ma è nel XIV secolo che l’immigrazione ebraica aumenta nella nostra Regione, dal sud Italia e dal centro-nord Europa. Anche a Ferrara, per secoli gli ebrei hanno vissuto pacificamente, in particolare furono ben accolti nel periodo di Ercole I° d’Este. I ghetti a Ferrara come in altre città emiliano-romagnole (in tutto 32 località) verranno creati successivamente, sotto lo Stato Pontificio (a Ferrara, nel 1627). Proseguendo, durante i moti risorgimentali e poi con l’unità d’Italia molti ebrei furono in prima linea, sentendosi a pieno titolo italiani, cittadini, partecipando anche in massa al primo conflitto mondiale. Fino ad arrivare, appunto, all’antisemitismo di Stato, già anticipato da una campagna d’odio e, nella nostra città, nel ’37, da una schedatura degli ebrei residenti, anticipazione, grazie all’“intraprendenza” dei funzionari locali, delle leggi razziali (o, meglio, razziste). Dopo l’intervento di Cesare Finzi e prima delle relazioni di cinque docenti formati da TOLI – Fondazione CDEC – ISCO, ha preso la parola la professoressa di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Milena Santerini, che ha affrontato il tema specifico dei discorsi d’odio oggi, in particolare sul web. Antisemitismo, antigitanismo, maschilismo, islamofobia, odio contro i migranti, razzismo, sono forme d’intolleranza tra loro correlate, e vanno quindi combattute insieme: “non è vero che la scelta di un capro espiatorio mette ‘al sicuro’ altre categorie. Vale invece la logica dei vasi comunicanti, per cui l’odio si riverbera su ogni categoria considerata ‘altra’, ‘diversa’ ”, ‘inferiore’, attraverso parole e discorsi d’odio che, la storia ce lo insegna (ma spesso, come si dice, non ha allievi…), preparano le azioni. È importante dunque prevenire, non solo reprimere legalmente e legare i discorsi d’odio del passato a quelli del presente.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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La pipa inglese e altri mezzi pacifici di resistenza al nazifascismo

18 Mar

resistenza 2Una storia del sangue risparmiato, non del sangue versato. Un taglio diverso della Resistenza, un’opposizione alle barbarie nazifasciste fatta di piccoli grandi gesti personali e collettivi che hanno intessuto – quando ancora pesanti erano le tenebre oscuranti il cielo della libertà – tanti fili di pace e di nonviolenza. Diversi sono stati gli spunti e gli aneddoti nel terzo incontro del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione”, organizzato da Daniele Lugli alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Martedì 12 marzo Raffaele Barbiero, operatore del Centro per la Pace di Forlì, ha presentato il suo libro “Resistenza nonviolenta a Forlì” (ed. Risguardi, 2015). Per resistenza nonviolenta, ha spiegato l’autore, si intende “qualsiasi azione che non avesse comportato uccisione o ferimento di persone, o mancato rispetto della dignità della persona”. Qualcosa che richiede non poco “coraggio” e non meno “creatività”. Barbiero ha illustrato innanzitutto le azioni di boicottaggio e sabotaggio, quali ad esempio il fumare – in pieno conformismo autarchico – una semplice pipa inglese, o indossare sul lavoro un simbolo politico com’è un nastro rosso, invitare le giovani donne a non rendersi dispponibili in alcun modo agli occupanti tedeschi e ai loro vassalli italiani. Ancora, in maniera ancora più rischiosa e organizzata, il sottrarre macchinari, bestiame o derrate alimentari all’avversario, sabotare il trasporto di merci, disertare la chiamata militare. Altre “armi” nonviolente erano quelle dello sciopero, per conquiste lavorative o per solidarietà a compagni/e arrestati/e, della propaganda attraverso giornali, volantini, manifesti, poesie e canzoni, tutte rigorosamente clandestine, oppure il supporto e il soccorso agli alleati e ai partigiani stessi. “Senza tutto ciò – ha spiegato ancora l’autore – la resistenza armata non avrebbe avuto la stessa efficacia, e non avrebbe potuto velocizzare la Liberazione, risparmiando così tanti morti e feriti”. Non dimenticando che la prima, elementare, forma di opposizione nonviolenta consiste semplicemente nel non obbedire a un ordine ingiusto di un potere ingiusto. Un ambito, quello della Resistenza nonviolenta, che, si spera, in futuro possa essere indagato in modo organico anche riguardo al territorio ferrarese.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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Il sorriso di Norma e il triste tentativo di farne una martire fascista

11 Feb

Ogni anno, nel Giorno del Ricordo, torna la polemica strumentale sulla fine orribile di Norma Cossetto e di tanti altri italiani (fascisti e antifascisti), vittime delle violenze dell’OZNA, la polizia politica del regime di Tito

norma cossettoNella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943 muore, dopo giorni di violenze e sevizie di ogni tipo, Norma Cossetto, giovane studentessa nata 23 anni prima a Visinada, nell’entroterra istriano, oggi località croata. Il suo nome già negli anni immediatamente successivi alla Liberazione diviene simbolo delle violenze e dei massacri ai danni della comunità italiana locale dell’Istria e della Venezia Giulia nel biennio ’43-‘45, colpita da arresti arbitrari, processi sommari, fucilazioni, sepolture in fosse comuni e infoibamenti ad opera dei partigiani locali titini. Circa un migliaio furono i morti, non necessariamente fascisti, ma anche antifascisti (socialisti, cattolici, liberali). Ma la pietà non deve morire. Mai. E con essa mai dovrebbe venir meno il rispetto per i morti, come nel caso di Norma perlopiù giovani e innocenti. Pietà e rispetto che vengono meno quando da una parte si strumentalizza la morte di questa povera ragazza ergendola a “martire fascista”, usurpandone così il nome, e dall’altra quando si considera la sua una “morte di serie B” solo perché figlia di un gerarca del regime mussoliniano.

La storia di Norma

I genitori di Norma, Giuseppe e Margherita, sono possidenti terrieri. Il padre è stato per molti anni podestà di Visinada, segretario del Fascio locale prima della guerra, e in seguito Capo Manipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Dopo il diploma al Liceo Classico di Gorizia nel ’39, Norma si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Padova, e negli anni successivi inizia a lavorare come insegnante in licei e istituti magistrali. Nel ‘43 la sua famiglia lascia Visinada in quanto, all’arrivo dei partigiani titini in paese, iniziano le minacce. Il 25 settembre un gruppo di partigiani titini irrompe in casa Cossetto razziando ogni cosa, il giorno successivo prelevano Norma portandola nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i partigiani la tormentano, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare con il Movimento Popolare di Liberazione. Al netto rifiuto, viene rinchiusa con altri parenti, conoscenti ed amici nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo. La mattina seguente alcuni membri della famiglia Cossetto cercano di farle visita portando cibo e vestiario di ricambio ma vengono allontanati con la scusa che l’indomani tutti gli arrestati sarebbero ritornati alle proprie abitazioni. È il 30 settembre e la mattina seguente invece della liberazione giunge un nuovo e inaspettato trasferimento. I tedeschi sono in procinto di arrivare a Parenzo e uno degli ultimi autocarri a lasciare la città prima della colonna germanica è quello dei prigionieri che il Comitato Popolare di Liberazione manda ad Antignana, dove vengono rinchiusi, prima nella ex caserma dei Carabinieri, ed in seguito nell’edificio della locale scuola. La situazione repentinamente precipita perché i componenti del presidio partigiano iniziano a torturare e malmenare tutti i detenuti. Tutte le donne vengono violentate e seviziate. Norma, che continua a rifiutare ogni collaborazione con le milizie locali di Tito, viene portata in una stanza a parte dell’edificio, spogliata e legata ad un tavolo. Qui è ripetutamente violentata da diciassette aguzzini, e dopo giorni di sevizie viene gettata nuda nella foiba di Villa Surani, sita alle pendici del Monte Croce, vicino alla strada che da Antignana porta al villaggio agricolo di Montreo. È la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943. Il 13 ottobre 1943 i tedeschi ritornano in paese e, a seguito della cattura di alcuni partigiani titini, riescono a fornire informazioni attendibili a Licia, sorella di Norma, sul destino del padre e della sorella, confermando l’esecuzione di entrambi. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del Fuoco di Pola, al comando del maresciallo Arnaldo Harzarich, recuperano la salma di Norma: rinvenuta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate, un pezzo di legno conficcato nei genitali. La salma di Norma viene composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei vengono arrestati e obbligati a passare l’ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma della giovane donna, prima di venire fucilati dai tedeschi il mattino seguente. Ai funerali di Norma, che verrà tumulata nella tomba di famiglia a Santa Domenica di Visinada assieme al padre, partecipa un grande numero di persone. Nel dopoguerra, l’8 maggio 1949, il Rettore dell’Università di Padova, Aldo Ferrabino, su proposta di Concetto Marchesi (ex rettore, docente, nonché dirigente e deputato del Partito Comunista Italiano, membro dell’Assemblea Costituente e attivo nella scrittura della Costituzione italiana) e del Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia, le conferisce la laurea ad honorem, specificando che Norma è caduta per la difesa della libertà. L’8 febbraio 2005 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concede alla giovane istriana la Medaglia d’oro al merito civile. Il 10 febbraio 2011 l’Università degli Studi di Padova e il Comune di Padova, nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata del Ricordo in memoria delle vittime delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, scoprono nel Cortile Littorio del Palazzo del Bo’ una targa commemorativa. Il Comune di Limena (Padova) nell’aprile 2011 dedica a Norma la Biblioteca Comunale. Diverse città italiane le dedicano una via.

Nelle foibe anche cattolici e antifascisti

Come dicevamo, non solo fascisti o loro famigliari furono tra le vittime delle milizie slave. A Trieste e in Istria, ad esempio, vi furono uccisioni efferate come quella dei democristiani Carlo Dell’Antonio e Romano Meneghello e di don Francesco Bonifacio, torturato e assassinato (il suo corpo non è mai stato ritrovato), ritenuto martire in odium fidei dalla Chiesa, e beatificato nel 2008. Ma ricordiamo anche Augusto Bergera e Luigi Podestà, membri del Comitato di Liberazione Nazionale, che restano due anni in campo di concentramento jugoslavo, il socialista Carlo Schiffrer e l’azionista Michele Miani, scampati ai criminali slavi. A Gorizia e Provincia, fra le vittime si ricordano alcuni esponenti del CLN locale come Licurgo Olivi del Partito Socialista Italiano e Augusto Sverzutti del Partito d’Azione, mentre a Fiume molti antifascisti furono arrestati e deportati, dei quali solo alcuni faranno ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi periodi di detenzione. Gli altri furono giustiziati, senza pietà alcuna, colpevoli solo di non voler passare dalle barbarie nazifasciste a quelle di Tito.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 febbraio 2019

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Un ferrarese vittima dell’orrore delle foibe

11 Feb

La vicenda del Maresciallo di Finanza Antonio Farinatti è raccontata in un libro appena pubblicato: l’uomo, originario di Migliaro, rimase a Parenzo (vicino Trieste) nonostante l’arrivo delle feroci milizie di Tito

farinatti1 copia“Antonio Farinatti. L’eroe di Parenzo” è il nome del volume – appena edito da La Carmelina – che racconta la vita del Maresciallo di Finanza originario di Migliaro, ucciso dai partigiani di Tito per infoibamento nell’ottobre del ’43. Il testo, a cura di Gerardo Severino e di Federico Sancimino, ha il patrocinio del Comune di Ferrara e del Museo Storico Guarda di Finanza – Comitato di Studi Storici, e il patrocinio e il contributo del Comitato Provinciale di Ferrara dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (il cui presidente Flavio Rabar ha scritto l’introduzione al volume) e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Antonio Farinatti nasce il 7 febbraio 1905 a Migliaro da Romolo e Pasqua Bonora. Lascia presto la scuola, mettendosi a lavorare come carpentiere e iscrivendosi alla Sezione locale del Partito Nazionale Fascista, partecipando anche alla Marcia su Roma. Nel febbraio ’23 invia la domanda di arruolamento nel Corpo della Regia Guardia di Finanza. L’ottobre dello stesso anno si trasferisce a Verona, in uno dei Battaglioni di formazione delle Fiamme Gialle. Un anno dopo, finito il corso, è promosso a guardia. Da qui, è costretto a spostarsi, per anni, in diverse località: a Piedicolle, Legione di Venezia, oggi territorio sloveno, poi Porto Nogaro (UD), Cortina, a Caserta per frequentatre il corso di allievo sottoufficiale, quindi, una volta divenuto Sotto brigadiere, a Cernobbio, sul Lago di Como, e nel ’27 a Piazzola, nelle vicinanze, dove conosce la futura moglie, Luigia Giulia Della Torre. L’anno dopo viene trasferito a Predazzo (TN), Maslianico, Bormio. Nel frattempo nasce la prima figlia Maria detta “Titti”. Farinatti torna al Sud, a Maddaloni (CE), Palermo e in provincia di Caltanissetta, per poi risalire al nord, a Firenze e a Cesenatico. Nel ’34 si sposa con Luigia a Cernobbio, e l’anno dopo si trasferiscono a Bellaria, a Ravenna e poi nel Comune di San Pietro del Carso, allora sotto Trieste, dove nel ’39 nasce la seconda figlia Stefania, detta “Neni”. Nel ’40 è nella vicina Postumia e viene promosso al grado di Maresciallo Ordinario, mentre nel ’41 è a Parenzo, a metà strada tra Pola e Trieste, e viene poi promosso al grado di Maresciallo Capo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, l’Istria e la Dalmazia diventano terra di nessuno: iniziano le vendette slave contro gli italiani, innanzitutto finanzieri (parte dei quali nel ’45 si schiereranno apertamente con i partigiani italiani), carabinieri, Guardie di Pubblica Sicurezza e membri della Milizia Volontaria per la Sicurezza dello Stato, ma anche responsabili di uffici pubblici, insegnanti e sacerdoti, fascisti e antifascisti, uomini e donne, giovani e anziani. La IV Armata del Maresciallo Tito fa ingresso a Trieste il 1° maggio ’44: per un mese gli italiani vengono prelevati dalle loro case, molti finiranno nelle foibe o nei campi di concentramento titini. Molte saranno anche le confische, le requisizioni e violenze di ogni genere. Farinatti è tra i finanzieri che rimangono a Parenzo anche dopo l’armistizio dell’8 settembre, seppur cosciente dei seri rischi che corre. Il 14 dello stesso mese, i miliziani slavi arrivano a Parenzo, occupandola: “i giorni che seguirono – è scritto nel libro – portarono in città lutti e tragedie di ogni genere, ascrivibili a quella che agilmente può essere definita una ‘brutale rappresaglia militare’ ”. Il 19 iniziano i fermi e gli arresti di italiani (in tutto furono 84), prelevati con l’inganno, lasciando spesso i famigliari nell’attesa, illusoria, che avrebbero presto fatto ritorno. Fra questi, Norma Cossetto (ne parliamo a pag. 11). Farinatti viene prelevato dalla sua abitazione, davanti alla moglie e alle figlie, la notte tra il 20 e il 21 settembre ’43 da alcuni partigiani titini, e portato nella prigione adibita nel Castello Montecuccoli di Pisino, località ad alcune decine di km da Parenzo. Nell’ultima lettera, spedita alla moglie, prima di essere infoibato, Farinatti scrive (la data è 27 settembre ’43): “[…] Come tu ben puoi immaginare, il mio pensiero è sempre rivolto a voi. Vi vedo sempre davanti agli occhi e siete sempre nel mio cuore e nel mio pensiero. Noi qui siamo trattati molto bene. Il vitto è sano e sufficiente”. La mattina del 4 ottobre insieme ad altri dieci prigionieri viene trasferito a Vines, dove vi è una foiba: “giunta l’oscurità – è scritto nel volume – sotto la luce dei fari degli automezzi ebbe dunque luogo la ‘mattanza’, secondo un rituale ormai noto. Il Maresciallo Farinatti, con i polsi legati da uno spesso filo di ferro e accoppiato ad altre due vittime, fu gettato nella sottostante foiba (profonda circa 146 metri)”. Solo il 25 ottobre il suo corpo viene riportato in superficie e riconosciuto dalla moglie, grazie al particolare di un lembo di camicia indossata dal marito. Il 23 novembre 2006 il Direttore del Museo Storico della Finanza, l’allora Tenente Gerardo Severino, propone una ricompensa al Merito Civile per Farinatti: con Decreto del 24 luglio 2007, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, gli conferisce la Medaglia d’Oro.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 febbraio 2019

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