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Vittorio Cini «proteso verso la luce di Dio»: Ferrara e la fede ritrovata

11 Gen

Il conte che si riscoprì cattolico. Imprenditore, politico e mecenate ferrarese, negli anni ’40 ritrovò la sua fede cristiana. Un aspetto della sua vita ancora poco indagato

di Andrea Musacci

Vittorio Cini (1885-1977), politico, imprenditore e mecenate nasce proprio in quella che poi diventò Casa Cini in via Boccacanale di Santo Stefano, 24 a Ferrara. La sua, è stata una vita grandiosa e tragica, che ha segnato la storia della nostra città e dell’Italia per buona parte del Novecento. Massone, poi cattolico “rinato”, ministro fascista e poi sostenitore della Resistenza, uomo d’affari e amante del bello, Cini non perse mai il suo profondo legame con la città natale. 

Casa Cini e i dialoghi coi gesuiti

Dopo la seconda guerra mondiale, la deportazione a Dachau e, soprattutto, la morte del figlio Giorgio, fanno maturare in Vittorio Cini una non scontata rinascita del sentimento religioso. Una “nuova conversione” che lo porta ad abbandonare la Massoneria – a cui fu legato per molti anni nella nostra città -, a creare la Fondazione Giorgio Cini nell’isola di San Marco a Venezia e, a Ferrara, nel ‘50 a donare il palazzo di Renata di Francia all’Università e la casa di famiglia di via S. Stefano alla Provincia Romana della Compagnia di Gesù in onore del figlio scomparso. Con una clausola: di farne un centro culturale e di formazione educativa e morale dei giovani.

La donazione della casa paterna («la mia casa», continuò poi a chiamarla) ai Gesuiti avviene per esplicito interessamento dell’Arcivescovo Bovelli. Presenza, quella dei Gesuiti, che si concluderà nel 1984 con la donazione dell’immobile, degli arredi e della biblioteca all’Opera Archidiocesana della Preservazione della Fede e della Religione, che ancora l’amministra. Due lettere presenti nell’Archivio storico della nostra Diocesi attestano del rapporto tra Cini e l’allora Vescovo Bovelli. Quest’ultimo il 13 febbraio 1950 gli scrive a tal proposito: «Ferrara ha bisogno, estremo bisogno di queste opere: la Provvidenza si è servita di Lei ed io ne gioisco e ringrazio dal profondo del cuore. Però la gioia del dono è diminuita al pensiero che ella voglia rompere completamente i legami con la città natale: ciò sarebbe per me veramente doloroso. Penso però che se anche lontano colla persona, ella sarà con noi col cuore. Vicino all’amato figliuolo che ancora ricordiamo e raccomandiamo al Signore». Il 29 dicembre dello stesso anno, il conte scrive al Vescovo: «Sono sicuro che l’opera affidata al fervido zelo dei benemeriti Padri della Compagnia di Gesù darà frutti sempre più fecondi di bene, tali da confortare la Ecc. Vostra nel Suo apostolato».

Ma il legame di Cini con Ferrara non si interrompe con la donazione della casa di famiglia. Racconta Alessandro Meccoli su “Ferrara. Voci di una città” (n. 7/1997): «Vi si recava, puntualissimo com’era in tutto, ogni primo venerdì del mese. Qualche volta l’ho accompagnato: si andava al cimitero, dove oggi anch’egli riposa accanto ai suoi cari; poi a gustare la salama da sugo dal notaio Brighenti; quindi nella sua casa natia, da lui donata alla Curia e trasformata in centro culturale». Il gesuita p. Vincenzo D’Ascenzi scrive sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 novembre 1978: «veniva a Ferrara puntualmente ogni mese, ogni primo del mese, con qualunque stagione entrava di mattina presto in Certosa, ascoltava la Messa in suffragio dei suoi cari Giorgio padre, Giorgio figlio e Lyda Borrelli consorte, la nota attrice (…). In questa occasione veniva spessissimo a rivedere la sua casa paterna che amava come la “sua casa”, ne conosceva la storia mattone per mattone. Si intratteneva volentieri in conversazione con i padri di Casa Cini scherzando amabilmente e argutamente». Sembra che dormisse nel suo vecchio “appartamento”, dove ora ha sede la Cattolica assicurazioni. Ma in questa testimonianza, più unica che rara, emerge la fede del conte Cini: «Mai che avesse parlato di problemi economici e amministrativi», continua D’Ascenzi; «amava parlare piuttosto dell’uomo, del futuro del mondo, della necessità di portare gli uomini ad incontrarsi al livello mondiale; della funzione della cultura per l’unificazione e la pace dei popoli. Ma spesso parlava di temi religiosi: della fede, dei valori, e della sua fede inquieta». 

Molto più riservato, su questo tema, era con altre persone, come ci testimonia Maurizio Villani, storico frequentatore di Casa Cini, dove ha anche insegnato nell’Istituto di Scienze Religiose: «da giovane lo conobbi personalmente ed ebbi con lui diversi incontri, tutti di argomento storico, economico o artistico. Sulla sua “conversione” ha sempre mantenuto assoluto riserbo». Coi padri di Casa Cini, invece, l’approccio era diverso: «Specialmente quando ci si trovava in conversazione intima era capace di affrontare il discorso della fede in termini del tutto personali e inediti», scrive ancora p. D’Ascenzi nel sopracitato articolo. «Cini, dietro quel sorriso aperto e accogliente, era un uomo inquieto e l’inquietudine più profonda era forse quella della fede; voleva credere come un bisogno istintivo che non riusciva a giustificare razionalmente. Un animo profondamente pascaliano; a Pascal infatti si riferiva spessissimo. Era anche innamorato di Teilhard de Chardin (…). Non potrò dimenticare l’intensità e la profondità di questo animo – prosegue – capace di entrare spietatamente entro sé stesso giudicandosi con estrema severità; capace di guardare il mondo e la storia (…) oltre la contingenza; capace soprattutto di guardare oltre la storia, verso la Trascendenza, proteso chiaramente verso la luce di Dio». 

Prosegue poi D’Ascenzi: «Si occupava del resto, del mondo finanziario, sì; ma quel mondo era fuori della dimensione del suo spirito; anzi oso dire che guardava quel mondo con un certo occhio di disgusto e di disprezzo, come la zavorra che ci portiamo dietro nella vita come terreno del peccato». 

Donazioni per la nostra Diocesi

Il sostegno economico di Cini per la Chiesa di Ferrara non si concluse con la donazione della Casa di S. Stefano. Lo attestano alcune lettere che abbiamo ritrovato nel nostro Archivio diocesano. Partiamo dagli aiuti economici che Cini fece nel 1942 a favore degli Olivetani di San Giorgio e delle Benedettine di Sant’Antonio in Polesine. In una missiva a Cini del 25 agosto 1942, l’allora Vescovo  Bovelli scriveva: «Le buone Monache Benedettine, come pure i Monaci Olivetani a S. Giorgio mi hanno messo al corrente dei progetti magnanimi che V. E. ha ideato per venire incontro alla indigenza di quei poveri locali da essi abitati. Sento quindi il dovere di rivolgermi (…) a V. E. e dopo aver ringraziato Iddio che ha saputo ispirare a sì munifico benefattore tale urgente indispensabile necessità, ringraziarvi dal più profondo del cuore».

Undici anni dopo, sarà una delle figlie di Cini, Yana, a offrire donazioni alla nostra Chiesa locale. Da tramite farà il padre, che il 12 febbraio 1953 scrive a mons. Bovelli: «in occasione delle sue nozze mia figlia Yana desidera fare alcune elargizioni benefiche: e non può, naturalmente, dimenticare Ferrara. Le invia, mio tramite, l’accluso assegno di E. 2.000.000, che La prega distribuire come Ella meglio crederà, avendo presenti anche la Parrocchia di S. Stefano e la “Casa Giorgio Cini”».

Una settimana dopo, il Vescovo gli risponde che oltre a S. Stefano e a Casa Cini («una fucina di bene intelligente e fattiva e sta imponendosi alla Città»), hanno beneficiato dell’elargizione di Yana le Benedettine, il «povero» Monastero delle Carmelitane di Borgo Vado, «le quali versano in miseria e sono tutte malate», il Seminario «ed alcuni chierici poveri che sono a carico della Diocesi». Le Monache di entrambi gli ordini scriveranno al Conte per ringraziarlo dell’aiuto.

Progetto mancato a San Giorgio?

Un aneddoto molto interessante riguarda anche il Monastero di San Giorgio a Ferrara. In un’intervista al nostro Settimanale del 28 maggio 2021, padre Roberto Nardin, olivetano, ci spiegò perché, probabilmente, il conte alla fine scelse Venezia e non Ferrara per il suo progetto del polo culturale e della Fondazione: «Dalla testimonianza di alcuni monaci che hanno vissuto nel monastero di S. Giorgio di Ferrara durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, si può affermare che Vittorio Cini avesse intenzione di ricostruire completamente il monastero olivetano quasi totalmente distrutto a seguito delle soppressioni di fine ’700, per riportarlo allo stato originario, con l’intento, probabilmente, di costituirvi una fondazione, come poi avvenne a Venezia, dedicandola al figlio di nome Giorgio, prematuramente scomparso in un incidente aereo nel 1949. È doveroso precisare – prosegue – che la testimonianza dei monaci, che io stesso ho sentito, riferiva dell’intenzione del Cini di ricostruire il monastero, non della Fondazione. Tuttavia è molto verosimile che l’intento ultimo fosse proprio la costituzione della Fondazione, perché essa divenne realtà a Venezia dopo pochi anni, nel 1951, e in un monastero ancora dedicato a S. Giorgio, lo stesso nome del figlio, dopo ampi lavori di ristrutturazione. Il progetto che Cini intendeva realizzare con il monastero di S. Giorgio di Ferrara lo possiamo concretamente vedere, quindi, in ciò che è stato realizzato nel monastero di S. Giorgio a Venezia».

Albino Luciani amico fraterno e quel sogno dell’isola

Accennavamo prima al rapporto di Vittorio Cini con Venezia, sua patria d’adozione, e luogo dove si spense nel ‘77.

Per onorare la memoria del figlio Giorgio – morto il 31 agosto 1949 nel rogo del suo aereo all’aeroporto di Cannes, sotto gli occhi della fidanzata Merle Oberon – Vittorio riscatta dal degrado la famosa isola di San Giorgio, dove dà subito inizio a imponenti lavori di restauro del vecchio convento dei Benedettini, riuscendo, inoltre, a rintracciare e recuperare, con una spesa enorme, le antiche biblioteche e rarissimi mobili sparsi in tutta Europa. Qui nasce la Fondazione Giorgio Cini che, come accennato, avrebbe forse dovuto nascere nel Monastero olivetano di S. Giorgio a Ferrara. Così, nel ’57, i Benedettini fanno ritorno a S. Giorgio a Venezia, dopo esservi stati sfrattati da Napoleone. Cini viene, inoltre, nominato Primo Procuratore di S. Marco tra il 1955 e il 1967 (la più prestigiosa carica vitalizia della Repubblica di Venezia, subito dopo il Doge), durante la quale appoggia importanti restauri nella Basilica di S. Marco. In questi anni instaura anche un intenso rapporto con i pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI. Cini, inoltre, fu per oltre mezzo secolo parrocchiano della chiesa dei Gesuati alle Zattere.

L’amicizia con Albino Luciani

Albino Luciani, poi divenuto papa Giovanni Paolo I, dal ’69 al ’73 è Patriarca di Venezia. In quanto tale, era membro d’ufficio del Consiglio Generale della Fondazione Cini. Come citato da Stefania Falasca (articolo pubblicato nella rivista “Lettera da San Giorgio”, Fondazione Giorgio Cini, Anno XI, n. 21, settembre 2009 – gennaio 2010), il 27 aprile 1970, partecipando per la prima volta alla riunione del Consiglio Generale, così si espresse: «L’altro giorno il conte Cini ha avuto la bontà di accompagnarmi a visitare il complesso intero di San Giorgio in Isola. Non c’ero mai stato. Ne sono tornato via con un’idea veramente grandiosa di quello che è stato fatto qui». «Le affinità elettive che lo legarono ad essa – scrive Falasca – s’intrecciano indissolubilmente con quelle del suo primo ispiratore, con l’uomo Vittorio Cini, che dei tempi aveva saputo capire, interpretare e far vivere ciò che ha una validità profonda e duratura. Non bisogna dimenticare che negli ultimi anni del patriarcato di Luciani venne sancito, per volere di Cini, di trasmettere al patriarca protempore di Venezia i compiti che egli aveva riservato a sé stesso come fondatore». Inoltre, «il 5 aprile 1971 Albino Luciani, Vittorio Cini e Vittore Branca, ricevuti da Paolo VI, fecero omaggio al Papa del prestigioso volume sui tesori di San Marco, in occasione dei venti anni della Fondazione». 

Il giorno del funerale del conte nel settembre del 1977, Luciani lo ricorda con queste parole: «A me Vittorio Cini guardava più come a un figlio. Mi minacciava, scherzando, col dito, mi rimproverava: “lei non mi chiede mai nulla”; “lei non sa quanto bene le voglia”; “lei lavora troppo”. Devo confessare che mi piaceva riscontrare in lui un caso in cui l’intelligenza e la cultura aiutavano la fede, invece che ostacolarla. Vedere come alla raffinatezza sorridente e garbatamente ironica del gentiluomo, soggiacesse una vera e profonda umiltà. Quando ieri appresi la sua morte mi sono sentito un po’ orfano, non mi vergogno a dirlo. Ed è con cuore di figlio che prego il Signore affinché lo riceva presto nel suo Paradiso». 

E come ricorda p. Vincenzo D’Ascenzi in un articolo sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 novembre 1978, «il rito religioso (nel ’78, primo anniversario della morte, ndr) l’avrebbe dovuto celebrare il Card. Patriarca Albino Luciani; ma la sua imprevista elezione al Pontificato lo ha costretto a malincuore a delegare Mons. Loris Capovilla, già Segretario particolare di Papa Roncalli a cui Cini del resto era affezionatissimo». 

Il rapporto con La Pira

Nel libro “Lo specchio del gusto. Vittorio Cini e il collezionismo d’arte antica nel Novecento” (a cura di Luca Massimo Barbero, Marsilio, 2021) si narra anche del particolare incontro di Cini col Servo di Dio Giorgio La Pira, Sindaco di Firenze dal ’51 al ’57 e dal ’61 al ‘65. A metà degli anni ’50, in occasione della crisi delle Officine Galileo di Firenze, la cui proprietà era detenuta dalla SADE, (Società elettrica di cui Cini era presidente), «si intrecciò un rapporto particolare con il sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che coinvolse il comune sentire spirituale delle due personalità individuali e collettive in economia. La Pira, convinto e accorato sostenitore che “una fabbrica è sacra, come è sacra la Cattedrale”, supplicava Cini: “Non licenziare, ne avrai benedizione dal Cielo e dalla terra”; Cini rispondeva fermamente ricordando la distinzione del piano spirituale da quello laico: “Sensibile ai richiami del Vangelo, io credo di essere tra coloro che maggiormente avvertono le esigenze sociali ed umane; ma penso che in una società bene ordinata è funzione dello Stato creare le condizioni necessarie perché il diritto al lavoro possa essere esercitato, o di provvedere alle conseguenze di una eventuale disoccupazione”». Una divergenza che rispecchiava però reciproca stima, «testimoniata anche dagli incontri avuti in occasione dell’avvio e delle prime iniziative della Fondazione Giorgio Cini».

Cini in fuga dai nazifascisti fu accolto a Padova dai francescani?

Una tappa importante della rinascita religiosa del Conte Cini, sulla quale vogliamo soffermarci in conclusione di questa nostra ricerca, è quella che va dal 1943 al 1947 e che riguarda Padova e Monselice.

Da Dachau alla Svizzera

Dopo il discorso del 19 giugno 1943, nel quale Cini esterna l’impossibilità di continuare la guerra con la Germania, seguito dalle proprie dimissioni – richieste il 24 giugno e accettate da Mussolini solo un mese dopo, il giorno prima del Gran Consiglio – Mussolini intende vendicarsi dell’ex Ministro, come avvertimento per gli altri Ministri che avrebbero voluto schierarsi contro il Duce. Lo fa quindi arrestare a Roma, nell’Hotel Excelsior dove il senatore risiede, il 24 settembre dello stesso anno. Cini viene inviato nella prigione del campo di concentramento di Dachau, in Germania, con altri sei italiani. Grazie al figlio Giorgio, dopo sei mesi viene trasferito nella clinica del dottor Bieling, un sanatorio a Friedrichroda, in Turingia. Il figlio gli fa visita, corrompe le guardie tedesche e il medico, e scappa col padre. «Oggi sappiamo che Giorgio dovette corrompere il colonnello delle SS di Roma, Eugen Dollmann, per salvare il padre», scrive Anna Guglielmi Avati, nipote di Vittorio Cini (Dal libro “Vittorio Cini. L’ultimo Doge”, “Il Cigno GG Edizioni”, 2022). Dollman non volle soldi ma chiese i favolosi smeraldi di Lyda Borelli, moglie di Vittorio Cini. Fabrizio Sarazani su “Il Borghese” del 9 ottobre 1977 propone una versione diversa sulle donazioni: «A Kappler regalarono un sarcofago etrusco e questi concesse il “visto” per il viaggio di Giorgio, il quale riuscì a salvare il padre conducendolo in Svizzera. Non era facile, nell’inverno 1943-1944, anche possedendo lingotti d’oro, giade, sarcofaghi etruschi, aver coraggio con tipi come Kappler! Giorgio, partendo, sapeva di poter finire in un forno crematorio».

Vittorio e Giorgio raggiungono quindi l’Italia: dopo un mese di clandestinità (in una casa di cura presso Padova, scrive la Treccani, ma vedremo come forse non è del tutto esatto), nel settembre 1944 vanno in Svizzera per raggiungere il resto della famiglia. Rimangono lì in esilio fino al 3 luglio 1946 (secondo la Treccani, fino al dicembre ’46). Nella cittadina svizzera di Tour-de-Peilz, vicino Vevey, dove vivono, Vittorio Cini – scrive ancora Avati – «incontrò colui che divenne per sempre suo consigliere e confessore, suo amico spirituale: il padre gesuita don Mario Slongo, all’epoca cappellano militare della Svizzera romanda». Durante il soggiorno svizzero, don Slongo celebra sempre la Messa per la famiglia Cini. «La spiritualità del senatore, uomo di mondo, poco religioso, era accresciuta durante la prigionia a Dachau. Qui, un prete cattolico, prigioniero anch’egli, gli aveva regalato un libretto di preghiere e gli distribuiva regolarmente la comunione (con del pane all’interno del quale erano nascoste delle ostie). Tutto questo era stato per Cini di grande conforto. Più tardi, padre Slongo confessò Cini perfino a Roma tutte le volte che questi glielo chiese: del resto, il senatore aveva l’abitudine di chiedergli consiglio per ogni cosa che faceva».

Don Slongo svolge un ruolo importante anche nella vita sentimentale di Cini. Una giovane, Maria Cristina Dal Pozzo D’Annone, conosce il senatore nel 1932 e si infatua di lui, ma solo il 16 febbraio 1967 don Slongo li unisce in matrimonio nella Cappella della Missione cattolica italiana a Muttenz, vicino a Basilea. «Da quel giorno in poi – scrive ancora Avati -, ad ogni anniversario del loro matrimonio, Cini e la nuova moglie si recarono a Muttenz, a casa della sorella di don Mario per pranzare, partecipare alla Messa e ricevere la comunione dalle mani del loro fidato amico».

Ma un mistero, legato al periodo tra il ’44 e il ’46, riguarda il conte Cini e i Frati Minori di Padova.

Cini ospite dei francescani a Padova?

Fra’ Graziano Marostegan, vicentino d’origine, da una decina di anni si trova nella Basilica di San Francesco a Ferrara, guidata dai Frati Minori, proveniente dalla Comunità religiosa di Sanzeno, nella Val di Non. È lui a raccontarci un aneddoto difficilmente verificabile in maniera integrale ma di particolare interesse, riguardante il periodo di clandestinità di Vittorio Cini tra il 1944 e il 1946: «il Conte Cini è stato ospitato clandestinamente al Convento del Santo a Padova, ai tempi guidato dal suo amico, il Padre Provinciale Andrea Eccher. Me lo raccontarono alcuni frati ora deceduti». Il periodo potrebbe essere tra il ’45 e il ’46, ma è forse più probabile nell’estate del ’44 prima della fuga in Svizzera. «In quel periodo – prosegue fra’ Graziano – alcuni giovani frati erano malati di tubercolosi, allora padre Eccher chiese aiuto a Cini, il quale diede loro in comodato d’uso il suo castello di Monte Ricco, vicino Monselice». Un luogo salubre dove poter curare i giovani infermi. Nel corso della Prima guerra mondiale il castello venne requisito per scopi militari dal Regio Esercito, che lo lascerà, completamente devastato, nel 1919. Vittorio Cini, entratone in possesso per asse ereditario (dalla nonna paterna Domenica Giraldi, che sposò il ferrarese Paolo Cini, e che ereditò anche delle cave nel monselicense), lo fa interamente restaurare, divenendo così una delle residenze di famiglia. Lì nascono anche le sue figlie. E Cini vuole che la chiesetta venga dedicata alla memoria di nonna Domenica, che di fatto lo allevò. Come detto, nel ’47 Cini lo dona ai Francescani di Padova, che lo trasformano in una casa di ritiro spirituale, l’eremo di Santa Domenica (in memoria della nonna di Cini), con possibilità di ospitare 60 persone. Nel 1981 passa di proprietà alla Regione Veneto e nel 2003 i frati lo trasformano in comunità terapeutica per il recupero di tossicodipendenti e alcolisti e per l’accoglienza di alcune famiglie in difficoltà. I frati si sono trasferiti nella sede principale della comunità a Monselice (fra’ Graziano è stato l’ultimo a lasciare l’eremo), ma la comunità va avanti sotto altra gestione. 

Abbiamo contattato i frati minori di Padova per cercare ulteriori conferme sul periodo di clandestinità di Cini a Padova ospite degli stessi frati. «Non ho mai trovato conferme di una sua ospitalità qui al Santo in qualche documento scritto», ci spiega padre Alberto Fanton, archivista della Provincia Italiana di Sant’Antonio. «Non nego che sia successo, ma erano sempre atti che “si-facevano-ma-non-si-documentavano”, non si lasciava, cioè, traccia formale in documenti, cronache, atti, verbali di capitoli conventuali. Ed è anche facile capirne il perché…».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 gennaio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

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Biografia: la carriera, il fascismo, Dachau, la morte del figlio Giorgio

Nato a Ferrara il 20 febbraio 1885, in quella che oggi è Casa Cini, figlio di Giorgio Cini, farmacista ferrarese, e di Eugenia Berti, eredita dalpadre alcune cave di trachite nel Veneto e alcuni terreni nel Ferrarese. 

Studia economia e commercio in Svizzera, e in Italia è il primo a intraprendere importanti opere di bonifica. Compie lavori di canalizzazione e progetta una rete per la navigazione interna della Valle Padana. Trasferitosi a Venezia, dove acquista il palazzo sul Canal Grande a San Vio, intreccia un saldo legame soprattutto con Giuseppe Volpi, sviluppando interessi in imprese elettriche (SADE), del turismo d’élite (CIGA), di costruzioni, comunicazioni e trasporti. 

Il 19 giugno 1918 sposa l’attrice Lyda Borelli (dalla quale avrà quattro figli: Giorgio nato nel 1918, Mynna nel 1920, le gemelle Yana e Ylda nel 1924). Tra le numerose cariche, è stato Presidente dell’ILVA (dal 1921 al 1939), “fiduciario del governo” per il riassetto della struttura agraria del ferrarese (1927), senatore del Regno dal 1934 e, dal 1936, commissario generale dell’Ente esposizione universale di Roma. 

Si dissocia dal regime fascista nel giugno 1943, dopo essere stato per circa quattro mesi Ministro delle comunicazioni, anticipando il pronunciamento del Gran Consiglio del 25 luglio e per questo viene catturato dopo l’8 settembre dai tedeschi e internato nel campo di concentramento di Dachau, da dove viene liberato grazie al figlio. Vittorio si ritrova, quindi, con Volpi in Svizzera e nel loro esilio stringono amicizia con personaggi della futura DC. Vittorio poi sostiene, anche con consistenti contributi finanziari, il movimento della Resistenza. 

Sul suo legame col fascismo, Alessandro Meccoli scrive (su “Ferrara. Voci di una città – n. 7 / 1997”): «Mi narrava (…) di Italo Balbo, che nel 1926 gli aveva portato la tessera del Fascio a casa, per essere sicuro che l’accettasse (attenzione dunque: di chiare origini liberal-giolittiane, Vittorio Cini, al pari del suo fraterno amico e socio Giuseppe Volpi a Venezia, aderì formalmente al fascismo soltanto nel Ventisei, a cose fatte)». 

Il 5 marzo 1946, il Consiglio dei ministri, per impulso di Alcide De Gasperi e di Carlo Sforza, restituisce a Cini la legittimità del titolo di senatore, per aver egli preso «netta posizione contro le direttive del regime» e aver dimostrato «vivo patriottismo e violenta avversione al fascismo e al tedesco invasore».  

Il 31 agosto 1949, a soli 30 anni, il figlio Giorgio muore in un incidente di volo presso Cannes: il padre in sua memoria istituisce il 20 aprile 1951 la Fondazione che ne porta il nome, a Venezia, e Casa Cini a Ferrara. Vittorio Cini muore a Venezia il 18 settembre 1977 ed è sepolto alla Certosa di Ferrara insieme alla moglie Lyda Borelli, deceduta il 2 giugno 1959 a Roma.

Lo squadrista Italo Balbo: una mostra per indagare le origini del Fascismo

21 Nov

Nel centenario della Marcia su Roma, una mostra del Centro Studi del Museo del Risorgimento e della Resistenza raccoglie a Ferrara documenti e testimonianze della violenza nei primi anni ’20 nel nostro territorio. Il ruolo decisivo del gerarca

Una mostra esposta nel Centro Studi del Museo del Risorgimento e della Resistenza (MRR), a Porta Paola, arricchisce ulteriormente il dibattito nel centenario della Marcia su Roma.

“Lo squadrismo raccontato dai fascisti. Il diario di Italo Balbo e altre fonti” – questo il titolo dell’esposizione a Ferrara, a cura di Antonella Guarnieri in collaborazione con l’ANPI provinciale – cerca di inquadrare storicamente, attraverso documenti dell’epoca e successive ricerche, il ruolo di Italo Balbo nello squadrismo padano, di cui fu uno dei maggiori artefici assieme a Dino Grandi, Roberto Farinacci e pochi altri.

Ricordiamo che una volta conclusi i lavori di ristrutturazione, la sede del MRR sarà nella Casa della Patria Pico Cavalieri, in Corso Giovecca 165. Il Centro Studi del Museo è a Porta Paola dal settembre 2020, mentre la sua storica sede è stata in Corso Ercole I d’Este 19, dove dovrà nascere il nuovo bookshop di Palazzo Diamanti.

«Al Fascismo, sin dagli inizi, incombeva il destino della conquista integrale e rivoluzionaria del potere»

Nel suo “Diario 1922” – pubblicato dalla Mondadori il 6 ottobre 1932, poco prima del decennale della Marcia su Roma – Italo Balbo, è scritto in mostra, «manifestava con evidenza la volontà di strizzare l’occhio a quella parte del fascismo che era stata fondamentale per il raggiungimento del potere ed era stata poi collocata in pensione da Mussolini». 

Nell’introduzione al “Diario” Balbo stesso scrive: «A chi mi chiedeva quale fosse il segreto di una organizzazione volontaria così perfetta, rispondevo…esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario». E più avanti parla della «certezza che al Fascismo, sin dagli inizi, incombeva il destino della conquista integrale e rivoluzionaria del potere. Integrale: cioè senza compromessi, e su tutto il fronte della vita pubblica italiana; rivoluzionaria: cioè un atto violento, insurrezionale che segnasse un netto distacco, anzi un abisso, tra il passato e il futuro». Due anni fa – lo ricordiamo – a Ferrara riesplose una polemica legata alla presunta legittimazione di Balbo, dopo la dichiarazione di Vittorio Sgarbi di voler allestire una mostra a lui dedicata – soprattutto come aviatore – a Palazzo Barbantini-Koch in Corso Giovecca, sede della direzione territoriale della BPER Banca. La polemica coinvolse soprattutto – da una posizione critica – Anna Quarzi, Presidente dell’Isco locale.

Dalle lotte sindacali alla violenza squadrista

Lo sviluppo dei sindacati che organizzarono la vasta massa di lavoratori – circa 71mila -, l’allargamento del suffragio e le conseguenti vittorie socialiste nelle elezioni del 1919-1920 preoccuparono gli agrari che temevano di perdere il loro potere indiscusso sui lavoratori. Per migliorare le condizioni di lavoro dei braccianti e togliere egemonia agli agrari, le leghe rosse «con le buone o le cattive, reclutarono anche elementi recalcitranti», viene spiegato nell’esposizione. «L’uso della violenza da parte dei socialisti, in alcuni casi fu evidente, ma non deve essere esagerato come fu invece abitudine della propaganda padronale. Le armi più usate furono il boicottaggio, l’isolamento dei crumiri, raramente la violenza fisica». Fu invece «organizzato, programmato, costante, militarizzato» l’uso della violenza da parte dello squadrismo fascista.

Un pannello cita anche l’opinione dello storico Emilio Gentile, allievo di De Felice, che su “Repubblica” del 27 ottobre 2012 scrive: «non c’è alcun rapporto diretto tra la violenza del massimalismo socialista e la violenza fascista. Quando in Italia si afferma lo squadrismo, il pericolo bolscevico non esiste più (…). Finché dura il cosiddetto “biennio rosso” il fascismo è un fenomeno marginale. Esso cominciò ad affermarsi quando il socialismo entra in crisi. E poi non c’è proporzione tra violenza rossa e violenza nera: i socialisti non hanno mai assaltato le case della borghesia né i circoli degli altri partiti; i fascisti applicano alla politica le pratiche da guerra civile».

«La verità – scrive invece Gaetano Salvemini nel suo “Le origini del fascismo. Lezioni di Harvard” – è che sia da una parte sia dall’altra vi furono aggressori e aggrediti, assassini e vittime, imboscate ed assalti su terreno aperto, atti di coraggio e di tradimento; ma i fascisti, sostenuti economicamente da industriali, proprietari terreni e commercianti, e politicamente da polizia, magistratura e autorità militari, godettero di una forza schiacciante».

Alcuni tragici episodi nel Ferrarese

La strage di Palazzo d’Accursio, avvenuta il 21 novembre 1920 a Bologna, fu scatenata da un nutrito gruppo di squadristi fascisti che attaccò la folla riunitasi in occasione dell’insediamento della nuova giunta comunale presieduta dal socialista massimalista Enio Gnudi. Fu un episodio decisivo, con conseguenze anche per il nostro territorio.

Gli scontri, la cui dinamica non è mai stata interamente chiarita, portarono alla morte di dieci sostenitori socialisti e del consigliere comunale liberale Giulio Giordani, oltre che al ferimento di circa sessanta persone.

Un mese dopo, il 18 dicembre, l’avvocato socialista Adelmo Niccolai, appena uscito dal Palazzo di Giustizia di Ferara, dove aveva difeso alcuni organizzati, fu bastonato a sangue da un gruppo di fascisti, e alzarono le mani anche sulla madre accorsa in strada sentendo le urla del figlio.

Due giorni dopo, il 20, i fascisti ferraresi scesero in piazza contro le amministrazioni socialiste che guidavano il Comune e la Provincia. Negli scontri vennero uccisi i fascisti Franco Gozzi, Natalino Magnani, Giorgio Pagnoni e Giuseppe Salani, e i socialisti Giovanni Mirella e Giuseppe Galassi (morto il 22 febbraio ’21 per le ferite riportate). La sera del 30 dicembre dello stesso anno gli squadristi aggredirono l’assessore comunale ing. Girolamo Savonuzzi, poi costretto a scrivere una lettera di dimissioni dalla carica.

La mostra mette in risalto anche il ruolo dell’allora Prefetto Samuele Pugliese (incarico che ebbra dal 1° febbraio ‘21 al 31 agosto dello stesso anno), la cui azione nel caso Savonuzzi «fu così poco incisiva che venne pesantemente redarguito dal Direttore generale della Pubblica Sicurezza on. Vigliani». In mostra si parla anche del «coinvolgimento in più di un’occasione delle forze dell’ordine che spesso affiancarono, sostennero e facilitarono l’azione squadrista». Emblematiche le devastazioni fasciste il pomeriggio e la notte del 15 aprile 1921 delle Case del popolo di Burana, Lezzine, Pilastri e Gavello, nel bondenese, attacchi anticipati un’ora prima dalle perquisizioni da parte dei carabinieri nelle case dei lavoratori dei paesi alla ricerca di armi non trovate.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto: Italo Balbo – in piedi al centro, coi baffi -, insieme ad altri squadristi a Venezia nel 1921, dopo alcuni assalti compiuti)

Chi era Italo Balbo

Italo Balbo (Quartesana, 6 giugno 1896 – Tobruch, 28 giugno 1940) è stato un politico, generale e aviatore italiano.

Iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1920, fu uno dei quadrumviri della marcia su Roma, diventando in seguito comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, quindi nel 1925 sottosegretario all’economia nazionale e poi alla Regia Aeronautica. Nel 1929 assunse l’incarico di Ministro dell’aeronautica. Fu insignito del grado di Maresciallo dell’aria. 

Considerato un potenziale rivale politico di Benito Mussolini a causa della grande popolarità raggiunta, Balbo fu nominato nel 1934 governatore della Libia. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale organizzò voli di guerra per catturare alcuni veicoli del Regno Unito, e proprio durante il ritorno da uno di questi voli, il 28 giugno 1940, fu abbattuto per errore dalla contraerea italiana sopra Tobruch.

Che vita meravigliosa: i 100 anni di Raffaele Lucci

4 Mag

Per tanti anni noto pediatra di Ferrara, ha salvato molti bambini dalla tubercolosi. E ha permesso 150 adozioni in famiglia. Fu il primo in Italia a pensare in Pediatria luoghi per l’ospitalità delle madri 

di Andrea Musacci

Cento di questi giorni. Anzi, cento di queste vite. Sì, perché ad ascoltare i racconti di Raffaele Lucci, si ha la sensazione di essere dentro una storia fatta di infinite storie. Raffaele lo incontriamo nella sua casa di via Scandiana. Casa che, per lui, è molto di più di una residenza ma il luogo dov’è venuto alla luce e dov’è sempre vissuto.

Nato il 4 maggio 1922 insieme al fratello gemello Mario, proprio di fronte all’ingresso laterale di S. Maria in Vado, come pediatra ha lavorato per 12 anni all’Istituto provinciale per l’infanzia diretto dal prof. Marino Ortolani in via Savonarola 15, prima di assumere la direzione provinciale dell’ONMI – Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Buona parte della vita spesa, dunque, per i bambini e le loro madri.

La casa luogo dell’anima

Figlio di Giuseppe, originario di Mesola, e Aldina, ottavo/nono di dieci figli (sei maschi e quattro femmine), Raffaele frequenta il Giardino d’Infanzia, scuola materna privata in via Savonarola (dove ora c’è l’Istituto Einaudi). Dopo le Elementari alla Guarini di via Bellaria, dove ricorda in particolare il maestro Pedrocchi, si iscrive al Regio Liceo Classico Ariosto, ai tempi in via Borgo Leoni. 

Ma la dimensione domestica, quella casa luogo non solo fisico ma simbolico e spirituale, come detto è stata da sempre per lui centrale. Scrigno, dunque, di dolci memorie. A partire dai volti, dagli ambienti e dagli oggetti: la «cucinona», il grande camino, il rito della polenta, il lanternone per conservare gli alimenti, il capitone a Natale, il presepio realizzato nella “Stanza dei Giochi” in mansarda. E ancora, il carillon, il giradischi coi canti natalizi, a maggio il fioretto mariano nella cosiddetta “Camera da lavoro”. 

E un altro luogo dell’anima è la casa delle vacanze, quella Villa Belvedere a Dozza parte di un’azienda agricola dove con la famiglia trascorreva il periodo estivo. «Partivamo sulla nostra Ford, con Dante, il tuttofare di casa, al volante. Non c’era l’acqua dall’acquedotto, usavamo il pozzo». In casa, un minuscolo water in casa, il bagno completo era fuori. Non c’era la corrente elettrica, si usavano le lampade a petrolio appese al soffitto, e le candele. Queste mancanze non ci pesavano ma le vivevamo come una gradita novità». E poi la sua amata fionda e le mucche, l’aratura con le bestie, «l’odore delle zolle fresche», la trebbiatura vissuta «come una festa», «il sapore del formaggio appena fatto» e il momento della vendemmia, con «le donne che, arrotolate le sottane per scoprire le gambe, entravano nel bigoncio a pigiare l’uva». 

«Un avvenire infausto»

Ma la storia con la “s” maiuscola incombe, strappa legami, distrugge vite.

Del regime Lucci ricorda innanzitutto l’ipocrita e imbarazzante ritualità, come quella del Sabato fascista, giorno in cui i suoi stessi insegnanti erano costretti a indossare la divisa nera: «ma riuscivo a capire chi la indossava volentieri – e aveva la camicia ben stirata -, e chi invece lo faceva controvoglia – e allora notavo che era stropicciata e abbottonata male…». «Questa situazione politica mi disturbava molto», prosegue Lucci. «Mi metteva a disagio e già allora, nonostante avessi 16 anni, avvertivo il timore di un avvenire imprevedibile, infausto».

Così fu, e Raffaele lo ricorda attraverso il racconto che gli fece il fratello Vincenzo, appartenente alla FUCI, e della loro sede di via Montebello devastata dai fascisti. O dal ricordo del conte Grosoli, «che mio padre andò a trovare fino all’ultimo nel suo esilio ad Assisi». Oltre a quello dei due cugini Tullio e Vittorio Ravenna, che da quel novembre 1938 non si presentarono più a scuola. «Per noi vedere il banco vuoto è stato un grande dolore, e silenziosamente qualcuno di noi ha pianto. E quel banco è rimasto vuoto». Vittorio morì nel campo di Auschwitz. Triste sorte toccò anche ad Emilio Teglio (1873-1940), Preside del Liceo Ariosto dal ’22 al ’38, costretto a dimettersi a causa delle leggi razziali promulgate dal regime fascista. Il figlio Ugo è uno degli 11 fucilati dell’eccidio del Castello della notte del 14-15 novembre 1943. 

Nel ’41 Raffaele conclude il Liceo, per due anni frequenta Ingegneria ma nel ’43 viene chiamato alle armi e assegnato a Firenze. Un tremendo ricordo legato a questa città è quello dell’esecuzione di tre giovani partigiani. Ricordo che Raffaele ha raccontato per la prima volta, ai figli, solo pochi anni fa. «Per punire un gruppo di commilitoni accusati di aver lanciato sassi contro alcuni repubblichini dal treno, una notte ci svegliano e ci fanno attraversare la città deserta per arrivare a un poligono di tiro. Qui, per terrorizzarci ci obbligano ad assistere alla fucilazione di quei poveri tre. Erano solo ragazzini…». Dopo un periodo nell’entroterra di Anzio, con altri incaricato di scavare trincee, arriva la ritirata dei tedeschi dopo lo sbarco degli Alleati. Raffaele allora risale verso nord, si ferma a Poggibonsi, vicino Siena, dov’è accolto da don Baldo, che vive con la madre e il fratello, e che si è unito alla Resistenza: «mi dice: “guarda, faccio parte del movimento di liberazione”. Apre il cassetto della scrivania e prende fuori una rivoltella che appoggia sulla scrivania stessa. Ma non la userà mai».

Raffaele torna poi a Firenze, ospite del dott. Terzi, amico di famigli. È il periodo dei bombardamenti alleati. «Quando cadeva una bomba non sapevamo in che direzione scappare, perché non potevamo sapere dove sarebbe caduta quella successiva». Arriverà il 25 aprile del ’45, l’ora del rocambolesco ritorno a casa, «dove però trovai 3 metri di macerie. Due bombe, infatti, l’avevano colpita, e altre nelle case attigue, una vicina a S. Maria in Vado».

Una nuova vita al servizio degli altri

Nel ’45, rientrato dalla guerra decide che debba, anche per lui, cominciare una storia diversa. Si iscrive a Medicina e Chirurgia, dove si laurea nel ‘50 e inizia la specializzazione in Pediatria all’Università di Padova. Nel gennaio ’51, pochi mesi prima di sposare Anna, viene assunto come assistente all’Istituto in via Savonarola. «Già dal primo anno Ortolani mi affida il reparto per i bambini malati di tubercolosi. Andai un mese in visita alla Clinica pediatrica Mayer di Firenze allora diretta dal prof. Cocchi, una delle prime cliniche che iniziavano ad adottare la streptomicina. I malati a Ferrara arrivavano dalla città, da ogni parte della provincia, dal Polesine e dalla Bassa Lombardia. Riuscimmo a salvarne molti grazie a questo nuovo antibiotico proveniente dagli USA. Uno di questi, Giuseppe Artioli, che dopo divenne fornaio, ancora oggi, dopo 60 anni, ogni Natale mi manda un biglietto di auguri».

Quello di via Savonarola era allora l’unico reparto pediatrico della provincia, e fu il primo in Italia che insieme al bambino ricoverava anche la mamma. Questo per un’intuizione che oggi sembra naturale, ma che ai tempi non lo era, proprio di Raffaele. «Molte mamme non si fidavano dell’allora Pediatria del S. Anna, e quindi si rivolgevano a noi». 

In seguito Raffaele divenne prima Direttore della sede provinciale del Centro Sudi della talassemia e nel ’63 della sede provinciale dell’ONMI in via Contrada della Rosa. Di questa esperienza ricorda il ruolo fondamentale delle assistenti sanitarie e la sua battaglia per l’allattamento al seno. «In molti mi dicevano: “il latte in polvere è più comodo e le donne non vogliono più allattare al seno”. Ma io sapevo che la scelta di molte era condizionata da pressioni esterne. Dal ’63 al ’74 nella Casa di cura Quisisana di Ferrara visitai 3500 neonati e le loro mamme, aiutandole in questa esperienza: da alcune mie indagini scoprii che, a differenza del S. Anna, qui la maggior parte delle mamme allattava al seno».

Altri ricordi personali di questo periodo sono legati alla vaccinazione contro la poliomelite, «che registrò un’adesione molto alta», e al suo impegno per le adozioni, dopo che nel 1967 fu promulgata la “Legge sull’adozione speciale”. Negli otto anni successivi portò a termine ben 150 adozioni. Per questo suo fondamentale servizio alla vita e alla famiglia, fu nominato Giudice Onorario del Tribunale dei minori di Bologna, e alla fine del ’68 fu insignito dell’attestato di Cavaliere dell’ordine al merito.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 maggio 2022

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«Liberi da bavagli e catene, ricostruiamo la Patria»: il documento antifascista inedito dell’autunno 1943

10 Mag
Gruppo di giovani cattolici ferraresi, anni ’40 (Franceschini è il primo a sx seduto. Al centro don Carlo Borgatti e sotto don Quaranta, mentre Max Tassinari è due persone a destra di don Carlo) (foto Flavia Franceschini)

Il documento sul Fronte Giovanile Cristiano che abbiamo ritrovato a Ferrara fra le carte di Bruno Paparella fu scritto a macchina da Giorgio Franceschini, futuro deputato, in pieno terrore repubblichino: prevede la nascita della DC e della democrazia

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 maggio 2021

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di Andrea Musacci
Un documento inedito, riemerso fra le antiche carte di Bruno Paparella, fondamentale per capire la sua personalità e quella dell’altro principale ideatore, Giorgio Franceschini – di cui il 15 maggio ricorre il centenario dalla nascita -, oltre allo spirito che animava l’antifascismo cattolico ferrarese, soprattutto fra quei giovani che contribuiranno nel CLN alla Liberazione e poi alla costruzione della Democrazia Cristiana a livello locale e nazionale.Il documento ritrovato, scritto a macchina (di cui accenna Lydia Paparella, sorella di Bruno, nel suo articolo sulla “Voce” del 30 aprile scorso), reca nella prima pagina la scritta “Fronte Giovanile Cristiano” e l’indicazione “Ferrara, autunno 1943”. I nomi di Carlo Bassi, Max Tassinari e Giorgio Franceschini campeggiano su questo frontespizio. Si tratta della bozza di un progetto clandestino – mai concretizzatosi – di tipo educativo e socio-culturale, rivolto ai giovani cattolici ferraresi, mosso da grande idealità, volto a un impegno integrale. Un testo emozionante, scritto da poco più che 20enni, dopo due decenni di fascismo e nel buio della guerra e dei primi mesi della RSI, rischiando la vita e con uno slancio spirituale, culturale e politico impressionante, coniugato a un enorme desiderio di ricerca e dibattito troppo a lungo represso.

Per 20 anni i giovani furono, infatti, inquadrati prima nell’Opera Nazionale Balilla e poi nel GIL (Gioventù Italiana Littorio) con uno spirito militaresco. In una lettera del 10 settembre 1943 Alcide De Gasperi esprime a Sergio Paronetto i propri timori circa il fatto che il fascismo fosse ormai «una mentalità congenita alla generazione più giovane». Questo dimostra ancora di più l’eccezionalità di questo coraggioso documento ferrarese che “smentisce” le parole di De Gasperi.“Premessa”, “Programma” e “Punti fondamentali” sono le tre parti in cui è diviso il testo, composto da sei fogli ramati dal tempo, nell’ultimo dei quali sono indicati i diversi nomi dei promotori e dei primi possibili aderenti. Fra questi, scritti a mano, oltre ai tre indicati nel primo foglio, ipotizziamo i nomi di Antonio Periotti, Cesare Menini, Giorgio Motta, Gianni Vitali (poi cancellato, forse perché ai tempi troppo giovane), Paolo Rovigatti.

«In questo documento – spiega a “La Voce” Flavia Franceschini, figlia di Giorgio (l’altro è Dario, attuale Ministro della Cultura) -, riconosco sia la calligrafia sia la macchina da scrivere di mio papà: non ho alcun dubbio in merito». Lydia e Francesco Paparella (quest’ultimo nipote di Bruno) ci confermano che la calligrafia non è di Bruno. Inoltre, «nella nostra grande vecchia casa in corso Giovecca, nella soffitta (che chiamavamo ”granaio”) – continua Flavia -, mio padre da ragazzo aveva adibito una camera a circolo culturale, dove si riunivano gli amici. Su una trave del sottotetto ci sono ancora scritte con il nome di un circolo da lui creato. Di sicuro – aggiunge – era una passione di mio padre organizzare circoli di questo tipo».


Il documento. «Una nuova fraternità di spiriti»
«Dinnanzi al presente grave e doloroso stato in cui si trova la nazione italiana, dinnanzi al disorientamento, al dolore e ai sacrifici e alla sempre crescente incredulità del nostro popolo verso i grandi ideali. Dinnanzi allo stato di abiezione di gran parte della gioventù italiana divenuta incapace di rettamente sentire, pensare ed agire per il disordine fallimentare, spirituale e morale di tante famiglie, per l’incapacità e l’indegnità dei suoi educatori, per la mancanza di libertà d’azione e di pensiero a chi poteva più degnamente e saggiamente condurla, per l’errata impostazione educativa del passato, noi – giovani di Ferrara – dichiariamo il nostro bisogno di unirci in una nuova stretta sincera fraternità di spiriti». Così esordisce il testo. «Proviamo a metterci nei panni di quei giovani», ragiona con noi Francesco Paparella. «È vietato ogni dissenso nei confronti del regime, figuriamoci pensare di costituire un movimento politico democratico!» E invece loro, pur con le dovute cautele, lo progettano. «Erano mesi molto bui per l’Italia, quelli della repressione più violenta. Ebrei, oppositori, sospettati venivano incarcerati, condannati e barbaramente uccisi o deportati. Basti pensare, a mo’ di esempio, agli eccidi del Castello, della Certosa, del Doro e della Macchinina». Più avanti il testo continua: «Riconoscendo la nostra ignoranza in campo teologico e dommatico, ma animati da un immenso desiderio di affidarci alla verità del Cristo e della sua Chiesa (…) ci professiamo cristiani cattolici e diamo il nome di cristiano al FRONTE GIOVANILE che costituiamo».
«Il “Fronte” – è scritto poi nel documento – è soprattutto unione spirituale di giovani che (…) sentono il desiderio e la necessità di prepararsi spiritualmente e culturalmente per potersi formare una chiara coscienza cristiana, per dare oggi e ancora più domani un valido aiuto al movimento cattolico, secondo le possibilità apostoliche loro, intellettuali e sociali, con il pensiero e con l’azione. Il “Fronte” nel suo attuale momento iniziale, più che organizzazione è movimento, tendenza, corrente giovanile». Movimento che intende «raccogliere adesioni di giovani di qualsiasi categoria sociale, desiderosi di accostarsi maggiormente al Cristianesimo per il bene proprio, della Chiesa e della Patria, coll’impegno di differenziarsi nettamente da tutti i cristiani e italiani attuali “all’acqua di rose”, insensibili, infrolliti, o falsi bacchettoni e (parola aggiunta a mano non comprensibile, ndr)». L’unione, viene poi specificato, «è al di fuori di ogni organizzazione, lontana da ogni costituzione gerarchica» e fondato sulla fraternità: tutti i giovani aderenti «si conoscono tra di loro, si amano fortemente e fraternamente senza distinzioni di età o di classe, si aiutano vicendevolmente; tengono il contatto tra loro, se lontani, si interessano reciprocamente del lavoro che svolgono, si sacrificano fino all’ultimo per i bisogni del singolo o della collettività. Perciò l’appartenenza al Fronte è anzitutto un patto di amicizia e di solidarietà da mantenere e difendere con un giuramento».

Ma questa unione «è in funzione di una preparazione e di un lavoro sociale» – poiché «ogni azione sociale non compiuta nello spirito della eccelsa virtù della carità non rimanga sterile» – e politico: «Se il F.G.C. si limitasse a costituire l’unità dei giovani e a svolgere benefiche opere sociali, senza avere un’influenza politica, non avrebbe ragione di esistere e si potrebbe identificare con altre istituzioni, quale quella dell’Azione Cattolica (…). Se l’Azione Cattolica non può fare della politica perché altri sono i suoi intendimenti, è necessario (…) e non meno importante e indispensabile una netta e ferma posizione dei cattolici nella vita politica perché, oltre a non tollerare che vengano misconosciuti e negati fondamentali principi cristiani in campo morale e giuridico, in campo interno e internazionale, debbono agire affinché la ricostruzione della Patria e del mondo avvenga realmente e su basi Cristiane». È evidente come il documento getti le basi per la futura Resistenza e alternativa al nazifascismo. Il finale, coraggioso se si pensa che viene scritto nel clima di repressione totale della RSI, è commovente: «I giovani sanno che la sistemazione cristiana del mondo è necessaria e possibile: che esiste un piano di sistemazione economica sociale e politica ispirato al Vangelo di Cristo e agli insegnamenti della sua Chiesa: non possono perciò né negarlo né abbandonarlo: lo raccolgano, lo amino, lo meditino, combattano e soffrano per esso con l’ardore della giovinezza. Di questa giovinezza che, denarcotizzata, libera da bavagli e catene, purificata dalle cattive tendenze e dagli odi cui fu educata, sollevata da angosce e terrori, deve essere restituita finalmente al culto degli alti ideali dell’amore universale e della Patria».

Giorgio Franceschini nel 1943 (foto Flavia Franceschini)

Prima del Fronte Giovanile Cristiano: Juniorismo, scuole di apostolato e autorganizzazione educativa
Come raccontò lo stesso Franceschini (nel libro di Giovanni Fallani intitolato “Per Bruno Paparella: testimonianze di amici”, 1987), Paparella nel ’40 – ai tempi presidente della GIAC (Gioventù italiana di Azione cattolica) e un anno dopo averlo conosciuto – lo nominò delegato diocesano degli Juniores di AC. “Juniorismo” era il nome di un ciclostilato, uscito in tre numeri, che a inizio ’41 fu redatto e stampato dallo stesso Franceschini insieme a Carlo Bassi, Max Tassinari e altri: «era – scrisse Francheschini –, in fondo, l’espressione dell’intenzione di provare una via ancor più originale e persuasiva per l’apostolato giovanile, con nessun intendimento politico (non erano quelli né i tempi né gli uomini, né gli ambienti per comprendere l’incalzare dei tempi nuovi). (…) Si salpava verso lidi imprevedibili, ma di cui si immaginava l’esistenza: un modo nuovo di concepire la vita, la gioventù, l’amore reciproco, ben diverso da quello che i tempi e il fascismo insegnavano ai giovani». Ma «l’arcivescovado e la curia, prese dal timore di “grane” di provenienza fascista, che forse avevano cominciato a manifestare osservazioni e critiche, intervennero perché la pubblicazione cessasse». Una capacità di visione, dunque, che sembrerà poi tornare nello spirito del Fronte Giovanile Cristiano (FGC).

Anche in due lettere rispettivamente del febbraio e dell’aprile ’43, che Bruno Paparella invia da Ferrara a Franceschini, in quel periodo a Lucca per il servizio militare, torna il tema di un nuovo gruppo giovanile cattolico. Il tema è quello delle organizzazioni delle forze giovanili dentro l’AC: Paparella parla dell’istituzione delle scuole di apostolato che, «svolgendo le sue lezioni tutti i lunedì, dà luogo a interessanti conversazioni sui più vari problemi (…). C’è tanto bisogno di fare del bene nelle nostre sezioni, anche magari facendole vivere rivolte alla parte positiva ed attiva del nostro cristianesimo, alle opere di carità…». Anche qui, uno spirito molto simile al mai realizzato FGC.

Proseguendo, in un’intervista rimasta inedita che tra fine 2005 e inizio 2006 Monica Campagnoli dell’Istituto Sturzo di Bologna rivolge a Giorgio Franceschini, quest’ultimo, parlando di quel periodo, ricorda: «qui a Ferrara non c’era la possibilità di trovare dei punti di riferimento intesi come persone la cui azione poteva costituire un esempio: mentre i leader nazionali, De Gasperi, don Sturzo, ci sembravano così lontani qua in provincia. De Gasperi ancora nel luglio del 1943, in pieno periodo badogliano, sembrava un personaggio strano e misterioso. Prendemmo davvero coscienza delle idee di De Gasperi a partire dal ’45. Per questo motivo, quelli che dopo la formazione del partito divennero democristiani, prima della nascita della DC, qui a Ferrara, erano un gruppo di cattolici legati anche da un comune sentimento antifascista. (…) Rispetto alla questione della formazione, direi che qui a Ferrara, “ci siamo fatti un po’ da noi in casa” (…). Buone letture e amicizie, se dicessi delle altre cose sarebbero tutte invenzioni». Parole che in un certo senso confermano quel sano spontaneismo, quell’autodeterminazione così evidente nel documento del FGC.

Bruno Paparella nel’ 41 con alcuni famigliari (foto Francesco Paparella)


Dopo il Fronte Giovanile Cristiano: staffette partigiane, Comitato di Liberazione Nazionale e Democrazia Cristiana ferrarese
Ben 297 sono le incursioni aeree sulla città di Ferrara dal 1943 al 1945, con una trentina di bombardamenti a tappeto che provocano la morte di almeno 1070 vittime ufficiali. Il 40% delle abitazioni viene distrutto o danneggiato.

In questo clima, la famiglia Franceschini ai primi del ’44 sfolla a Ostellato, e Giorgio spesso si reca in bicicletta a Masi Torello per incontrare Luciano Comastri, giovane proveniente dall’AC, «membro del movimento clandestino DC», sfollato proprio a Masi Torello, come raccontò lo stesso Franceschini a “la Voce” nel 1985. Nello stesso articolo spiega come lui e Comastri riuscirono a portare a diversi cittadini, preti e non, – sfruttando il proprio servizio di “postini-ciclisti” del Corriere Padano – copie del messaggio radiofonico di papa Pio XII del Natale ’44, in cui il Pontefice parla della democrazia che verrà: «In una schiera sempre crescente di nobili spiriti sorge un pensiero – sono sue parole -, una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo, la riordinazione totale del mondo. (…) [I popoli] Edotti da un’amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini. In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?».

Sempre nel ‘44 Franceschini fonda, insieme ad alcuni amici dell’AC ferrarese, il primo nucleo clandestino della locale Democrazia Cristiana, anticipato – possiamo dire – dal Fronte Giovanile Cristiano. Nella primavera del 1945 Franceschini, insieme ad altri giovani cattolici, rappresenta la DC nel Comitato provinciale (clandestino) di Liberazione Nazionale, conseguendo poi il brevetto di patriota. Da elenchi di catalogazioni da lui stesso redatti, risultano anche un “Volantino clandestino diffuso dai giovani D.C. qualche giorno prima della Liberazione” e un “Programma clandestino dei Giovani D.C. ferraresi”. Purtroppo, però, non sono ancora stati ritrovati.

Nella citata intervista che rilasciò nel 2005-2006 a Monica Campagnoli, Franceschini parla anche della successiva nascita della DC ferrarese, nata dal «gruppo dei vecchi popolari, per la verità non molto numeroso», e dal «gruppo dei giovani che avevo raccolto io», e da un gruppo che chiama gli «incerti», provenienti dal mondo fascista o da quello borghese. «La Democrazia Cristiana – spiega ancora nell’intervista inedita – fece la sua comparsa qui a Ferrara solo nel 1945 (…), nacque solo pochi mesi prima della liberazione grazie all’azione di un gruppo di giovani di cui mi “vanto” di essere stato un po’ il leader. Entrammo prima nei Comitati di liberazione e poi proseguimmo la nostra attività nella DC (…)». Quei giovani si ritrovarono il 26 aprile 1945 in una sala del palazzo arcivescovile per la prima riunione della DC ferrarese. Era presente anche un gruppo degli “anziani”. Tra i giovani vi erano Carlo Bassi, Giorgio Franceschini, Cesare Menini, Gian Maria Bonsetti, mentre tra gli “anziani” l’avv. Dotti, l’avv. Gorini, l’avv. Lodi, l’avv. Devoto, Giovanni Vincenti.

La prima assemblea della DC ferrarese si tenne, invece, nei locali di via Adelardi 9/a, presso i quali per alcuni mesi prese sede il Partito, sino al trasferimento nella Borsa di commercio. Da tale assemblea uscì un Comitato provvisorio con il compito di organizzare il 1° Congresso provinciale, che si tenne il 28 settembre dello stesso anno. Ad esito di questo Congresso l’avv. Lucci venne eletto Segretario provinciale, per poi lasciare il posto ad Adalberto Galante.Il resto è storia della nostra città e dell’intera nazione, ma possiamo dire che idee, passioni e progetti di questa vicenda durata oltre 40 anni germinarono anche, clandestinamente, in quel sottotetto di corso Giovecca, sognando quel Fronte Giovanile Cristiano che mai nacque ma che diventò ben presto parte delle fondamenta per la rinascita di un intero popolo all’insegna, anche, dello spirito cristiano.


(Grazie a Francesco Paparella e Flavia Franceschini per le foto e le informazioni)

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«Ho preferito non accordarmi con l’anima contemporanea»: le memorie inedite di G. B. Crema

3 Mag
Giovanni Battista Crema, 1957

Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore

di Andrea Musacci

Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.

“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili  all’unione di realismo e simbolismo della maturità.

La modernità fa crollare le certezze

Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale. 

Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica. 

«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».

«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»

«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità». 

La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore». 

E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».

Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per  documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione». 

Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.

La «vecchia e silenziosa casa natale»

Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.

«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).

Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Preti ferraresi vittime della guerra e dell’odio: il nuovo libro

3 Mag
Don Perin, don Mantovani, don Missiroli

Sono 7 i sacerdoti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, deceduti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il libro «O tutti o nessuno!» di Alberto Leoni li ricorda insieme agli altri 116 preti o religiosi dell’Emilia-Romagna


C’è don Luciano, morto dissanguato mentre prestava soccorso ai feriti nell’ospedale di Portomaggiore. C’è don Santo, dilaniato da una mina mentre cercava di recuperare il corpo di un soldato tedesco. O don Primo, morto sotto le bombe abbracciato a sua madre.Sono solo alcuni dei 7 preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, parte dei 123 sacerdoti e religiosi morti ammazzati in Emilia Romagna nella Seconda guerra mondiale, raccontati da Alberto Leoni nel libro «O tutti o nessuno!» (Edizioni Ares, 2021). La ricerca ha inizio da don Alberto Benedettini, morto nel 2015, ex parroco di una piccolissima località della provincia di Forlì-Cesena, Pieve di Rivoschio, dove stabilì il suo quartier generale l’8ª brigata “Garibaldi”, una delle prime formazioni partigiane nata nell’ottobre 1943. In una piccola chiesa di questa località sono esposti i ritratti dei 123 sacerdoti: 14 cappellani militari per cause di servizio, 45 deceduti sotto i bombardamenti, 8 assassinati dai fascisti, 29 dai nazisti, 27 da partigiani “in odium fidei” o per odio politico. Fu proprio don Benedettini a raccogliere foto e testimonianze e a volergli dedicare questo luogo. «O tutti o nessuno!», che dà titolo al libro, è il grido di don Elia Comini a chi gli offriva la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro, vicino Marzabotto, dove perì insieme a un altro sacerdote e a 44 civili.


I morti di Ferrara e provincia


Don Pietro Rizzo

Era giunto come parroco a Jolanda di Savoia nel ‘33. «Don Pietro aveva fatto molto per la sua gente e veniva visto dai fascisti come un oppositore al regime e alla guerra: in altre parole un nemico, per quanto la sua resistenza fosse totalmente disarmata», scrive Leoni. Fu prelevato nel marzo ’44 da giovani della Guardia Nazionale Repubblicana insieme ad altri cinque ostaggi. Lungo il Po, in località La Macchinina, don Rizzo fu giustiziato insieme ad altri tre ostaggi, mentre due riuscirono a fuggire. Don Rizzo, dopo essere stato colpito la prima volta, morente, «riuscì a dire ai suoi uccisori: “Io non sono ancora finito” e fu ucciso da un’ultima raffica». 


Don Mario Boschetti 

Il 28 gennaio 1944 Ferrara fu nuovamente bombardata dagli Alleati, dopo l’attacco del 29 dicembre 1943 che provocò 312 morti. Questa volta fu bombardato il centro città e i morti furono 202, centinaia i feriti. Don Boschetti era cappellano militare all’aeroporto di Ferrara, «e la sua predicazione ai seminaristi era improntata a una forte avversione nei confronti del nazifascismo. Il 28 gennaio fu sorpreso dal bombardamento e corse verso un rifugio, ma venne travolto dal crollo di un edificio nei pressi della cattedrale. Il suo corpo fu ritrovato solo un mese dopo».

Don Aggeo Montanari 

Era nato a Sant’Agostino ferrarese il 22 maggio 1876 e ordinato sacerdote nel 1902. Divenne parroco di Ponzano (BO) nel 1924 e vi rimase fino alla morte avvenuta il 17 aprile 1945. «Don Aggeo si era ritirato nella base del campanile con una ventina tra parenti e parrocchiani – è scritto nel libro – ma, preoccupato per l’ostensorio che racchiudeva il Santissimo e che aveva portato con sé, chiese a un suo parrocchiano di spostarlo più in alto sul campanile. Proprio in quel momento una bomba si abbatté ai piedi della torre e lo spostamento d’aria massacrò tutti i presenti, facendo crollare il campanile. Incredibilmente l’uomo con l’ostensorio, che precipitò a terra tra le macerie, si salvò».


Don Primo Mantovani 

Parroco a Maiero, sotto Portomaggiore, «nonostante i numerosi bombardamenti non abbandonò mai la parrocchia, che il 20 aprile [1945] venne distrutta. Il suo corpo fu ritrovato sotto le macerie abbracciato a quello della sua mamma».


Don Luciano Missiroli 

Era assistente della gioventù dell’Azione cattolica di Argenta e il 20 aprile 1945 si prodigò in mezzo ai combattimenti per portare soccorso ai feriti dell’ospedale di Portomaggiore. «Mentre si trovava vicino alla cappella dell’ospedale, una scheggia gli troncò un braccio. Portato all’ospedale di Ferrara, morì dissanguato».

Don Santo Perin

Servo di Dio, 27enne di origini vicentine, coadiutore del parroco di Bando di Argenta, dove si era trasferito coi familiari. Tra il 10 e il 18 aprile 1945 l’assalto alleato mieté vittime tra i civili e anche don Perin aiutò a scavare la fossa per seppellire i 40 morti. Si spendeva anche per i profughi, i feriti e i tedeschi. Il 25 aprile gli venne segnalato che il corpo di un soldato tedesco era insepolto in un campo minato lungo l’argine. Chiese allora ad alcuni giovani del posto di aiutarlo «e questi lo seguirono anche se si trattava del corpo di un nemico». «Don Santo e uno dei giovani, Stefano Filippi, saltarono su una mina. Stefano morì immediatamente, mentre il sacerdote ci mise molto più tempo. Altri volontari riuscirono a soccorrerlo e lo trovarono che pregava a mani giunte. Morì il giorno dopo, 26 aprile». Il 3 ottobre 2020 a Portomaggiore è stata inaugurata un’area verde intitolata a don Perin, don Missiroli e don Mantovani.


Don Raffaele Bortolini

Ordinato nel 1905, fu per 13 anni cappellano a Pieve di Cento, poi parroco a Dosso dal 1919, in provincia di Ferrara, ma della diocesi di Bologna. Fu ucciso la sera del 20 giugno 1945, all’età di 62 anni. La sua morte è passata alla storia come un omicidio da parte di mano comunista. Don Bortolini era uscito dalla canonica per avere la conferma di una corriera da prendere all’indomani. Erano circa le 22,30. Due individui, che vestivano in “cachi”, venendo dalla parte delle vecchie scuole elementari, cominciarono ad ordinare bruscamente il coprifuoco, e costrinsero il sacerdote a seguirli. Molti lo hanno udito ripetere: «Perché mi perseguitate sempre? Io non ho fatto nulla di male!». All’altezza del sagrato il prete, intuendo certo che la sua sorte era segnata, si liberò dalle strette dell’individuo che lo teneva; ma, fatti pochi passi, venne raggiunto da colpi di pistola. La vittima stramazzò a terra. L’assassino scaricò allora anche il mitra, quindi col suo compare si diede a precipitosa fuga verso l’argine del fiume Reno. Le autorità constatarono il decesso con otto o nove proiettili. Ma secondo lo storico Paolo Gioachin, in un articolo pubblicato sul nostro Settimanale il 12 febbraio scorso, il movente potrebbe essere diverso: «da quanto emerge dalle carte rinvenute nell’archivio della Prefettura di Ferrara risulta che il parroco fosse di fama antifascista e tutt’altro che sostenitore del Regime», scrive Gioachin. «Alcuni delatori testimoniarono una frase sentita pronunciare nel 1941 da don Bortolini: “l’Italia e la Germania sono inesorabilmente condannate ad un completo sanguinoso sfacelo finale con distruzione morale politica ed economica delle due nazioni e che Mussolini ed Hitler sono i due più grandi criminali che la storia abbia mai potuto registrare in ogni tempo e che la fine del pazzoide Mussolini è segnata col suo suicidio in piena sollevazione italiana”, tanto che i Carabinieri nel 1944 lo definirono in un rapporto “di dubbia fede politica in quanto ritenuto di idee contrarie al Regime e capace di svolgere larvatamente attività contraria alla guerra”. Rimane possibile – prosegue Gioachin – che sia stato ucciso da fanatici fomentati da un certo clima anticlericale. D’altronde è possibile anche che i motivi di questa brutale uccisione siano da imputare ad altro rispetto alla matrice ideologica».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Quei ferraresi in Texas: Camp Hereford durante la seconda guerra mondiale

16 Feb

Si intitola “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” il nuovo libro dello storico Flavio Giovanni Conti. La cronaca agrodolce del biennio ’43 al ’45 che segnò il futuro di diversi ferraresi, tra cui Gaetano Tumiati, Ervardo Fioravanti e Giovanni Rizzoni

Ufficiali prigionieri a Hereford. Gaetano Tumiati è il sesto in piedi da sx. Seduti da sx: il terzo è Giuseppe Berto, il quinto Fioravanti (foto Floretta Ravaglioli e Anna Rizzon)

di Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 febbraio 2021

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Un dolce che riproduce il Castello di Ferrara e un serpente divorato dopo averlo cotto nella brillantina per capelli.
Sono solo due aneddoti riguardanti i ferraresi fatti prigionieri dagli Americani durante la seconda guerra mondiale e detenuti a Camp Hereford in Texas. Un capitolo agrodolce della storia del Novecento, che segnerà nel bene e nel male la vita di tanti italiani, divenuti poi celebri intellettuali, docenti, artisti, giornalisti, imprenditori e politici.
Ne parla lo storico Flavio Giovanni Conti nella sua ultima fatica, “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” (Il Mulino, gennaio 2021). Negli anni Ottanta Conti fu il primo a realizzare studi scientifici prima sui prigionieri di guerra italiani, poi nello specifico su quelli negli Stati Uniti. Quest’ultimo libro si basa principalmente su fonti d’archivio italiane, statunitensi e vaticane, oltre che su memorie e testimonianze orali e scritte dedicate a questo luogo nel tempo erroneamente etichettato come “campo fascista”. L’ingiusto marchio fu affibbiato nel ’48, anno di uscita del libro del ferrarese Roberto Mieville intitolato “Fascists’ Criminal Camp”, il primo dedicato a Camp Hereford.
Sono stati circa 1milione e 200mila i militari italiani prigionieri durante la seconda guerra mondiale, di cui metà catturati dai tedeschi e l’altra metà dagli Alleati. Di questi circa 560mila, ben 51mila furono inviati negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali fu trasferita dopo la resa italiana del maggio ’43 in Africa settentrionale, su suggerimento del generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo. Nell’ottobre del ’43 gli Alleati avviarono un programma di cooperazione in base al quale i prigionieri italiani che si fossero offerti volontari per svolgere determinati lavori, avrebbero ricevuto in cambio alcuni miglioramenti nel trattamento. I prigionieri che non aderirono alla cooperazione furono separati dagli altri e internati soprattutto nel campo di Hereford (oltre 3mila), nelle Hawaii e in alcuni campi dello Utah.
Sei furono i ferraresi detenuti a Camp Hereford: Gaetano Tumiati, Luigi Deserti, Ervardo Fioravanti, Roberto Mieville, Giovanni Rizzoni (detto Gioriz) e Lorenzo Rolli. Nonostante alcuni periodi di razionamento dei viveri e alcuni soprusi, la vita nel campo era più che dignitosa, seppur segnata dall’angoscia per la situazione nel nostro Paese e la nostalgia dei propri cari. Così Deserti descrive gli edifici dove vivevano: «Baracche di materiale tipo faesite con tetti incatramati e il pavimento interno in legno, ognuna d’esse divisa in cinque spazi, a loro volta divisi in due box ciascuno con due letti a reti metalliche con materasso e lenzuola. Nell’ingresso vi era una stufa e quattro armadietti».

Lorenzo Rolli, rugbista sfortunato
Sottotenente nato a Ferrara il 20 aprile 1916, convinto fascista, a Ferrara ”porta” il rugby, che egli stesso gioca e per il quale organizza un club. Lavora all’INPS ma muore giovane, nel 1958, di infarto.

Luigi Deserti, il repubblichino divenuto imprenditore
Fu lui a raccontare il sopracitato aneddoto del dolce lungo un metro e mezzo di lato – realizzato dal prigioniero Gaetano Giusberti -, che riproduceva il Castello di Ferrara, con il cortile pieno di bignè alla crema. Nel campo è tra i pochi insieme a Tumiati a dichiararsi aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Nel 1950 fonda la D&C, importante società di distribuzione di prodotti alimentari di qualità. Presidente dell’Industry Cooperative Programme della FAO dal ’74 al ’76, dal ’78 all’82 è anche presidente dell’Istituto per il commercio con l’estero (ICE). Nel ’60 crea l’“Oltremare”, società specializzata nella realizzazione di impianti per la lavorazione degli anacardi, che ha costruito 15 stabilimenti in Africa e uno in America Latina. Dal ’64 al ’70 è Consigliere comunale a Bologna per il Partito Liberale Italiano. Tra le onorificenze ricevute, quella dalla regina Elisabetta di Ufficiale dell’impero britannico.

Ervardo Fioravanti, artista instancabile
Nato a Calto (RO) nel 1912, giunge nel campo alla fine di giugno del ’43 con altri prigionieri catturati a Pantelleria. Si ritrova in baracca con, tra gli altri, Tumiati, Alberto Burri, Giuseppe Berto (che in questo periodo scrive il suo romanzo d’esordio, “Il cielo è rosso”), lo scrittore e magistrato Dante Troisi. Artista comunista, a Camp Hereford fa parte del gruppo dei “collettivisti”. Nell’agosto ’45 nel campo partecipa a una collettiva di arte figurativa con 14 opere, di cui sette acquerelli, due illustrazioni per racconti, tre disegni a penna, due oli. In un’altra occasione realizza la scenografia di un dramma di Troisi, “Sperando la vita”. Con quest’ultimo dirige anche una delle riviste del campo, “Argomenti”. Collabora anche con “Olimpia”, periodico sportivo, con i quaderni d’arte “Chiaroscuri” e con altre riviste artistico-culturali. Insegna nel corso di arte e durante la prigionia realizza diversi disegni, perlopiù caricaturali, sulla vita dei prigionieri a Hereford.
I primi mesi dopo il rimpatrio non sono per nulla facili. Lui stesso scrive nell’agosto ’46 all’amico Renzo Barazzoni: «Io non faccio (…) che sentire nostalgia della prigionia». Nel ‘50 è tra i fondatori del circolo artistico-culturale “Il Filò”. In seguito insegnerà all’Istituto d’arte Dosso Dossi di cui divenne Direttore nel ’60. È morto a Ferrara nel ’96.


Roberto Mieville, «baffetti neri e movenze angolose»
Caldo, fame e bastonate: è cupo il racconto di Mieville dalla cattura alla detenzione. È invece Tumiati, con poche pennellate, a raffigurare così il compagno di prigionia: «segnato dai baffetti neri, quegli occhi a spillo, quelle movenze angolose, tutte a scatti». Secondo il racconto di Aurelio Manzoni, nel campo si aggrega al gruppo dei “collettivisti”. Al rientro in patria chiede l’iscrizione al PSIUP di Ferrara, ma la sua domanda viene respinta perché era stato uno dei responsabili dell’incendio della Sinagoga di Ferrara, e, come ricorda Manzoni, «allora…passò al MSI». Di questo partito diviene deputato dal ’48 al ’55, anno in cui muore in un incidente stradale.

Giovanni Rizzoni (Gioriz), che convinse Burri a dipingere
Nato a Bondeno il 15 aprile 1911, tenente e architetto, ha una fidanzata di nome Italia. A lei e ai famigliari scrive numerose lettere dal campo rassicurandogli sulla vita più che dignitosa e anzi mostrando continua preoccupazione per il conflitto nel nostro Paese. In una lettera a Italia del 3 luglio 1944 scrive: «Alla sera spesso faccio lentamente il giro del campo quando la visione del reticolato è resa meno urtante dalla luce del tramonto e i riflettori non sono ancora accesi, come se ti seguissi da lontano, come se tu mi potessi apparire di là dove fisso, ma non vedo». Partecipa anche lui alla mostra di arte figurativa dell’agosto 1945 con sei sue opere. Dirige una delle rivista del campo, “Il Poviere” (da POW, Prisoner Of War) e collabora con altre. Insieme a Fioravanti e ad altri insegna nel corso di arte ed è tra i primi a incoraggiare Alberto Burri a iniziare a dipingere. Nel ’46, tornato dall’America, si sposa con Italia e l’anno successivo si laurea in Architettura a Roma. In seguito svolge l’attività sia come libero professionista sia sotto l’INAM. Solo nel ’69 riprende a dipingere e a disegnare. Muore a Roma il 23 ottobre 1972.

Gaetano Tumiati: il serpente mangiato e le tante attività
Nato il 6 maggio 1918 a Ferrara, si arrende nel maggio ’43 mentre si trova a Enfidaville, in Tunisia. La nave Santa Rosa porta lui e altri il 5 luglio ’43 in America. Racconta dei maltrattamenti compiuti dai soldati americani. Così descrive il paesaggio all’arrivo del treno: «Non c’erano paesi, non c’erano città, si vedeva solo questa immensa prateria […] come quelle che si vedono nei film western, girati da John Ford, sterminate, senza nessun segno di abitazione. Si vedevano soltanto in distanza, a quattro o cinque chilometri, delle luci molto chiare come se fosse una raffineria, o come se fosse un aeroporto […] e arrivammo al campo perché quelle erano le luci del campo». Calciatore appassionato, collaboratore di “Argomenti” e altre riviste, pur avendo all’inizio aderito alla RSI, nel campo partecipa alle riunioni dei “collettivisti”, ma in seguito viene espulso dal gruppo con l’accusa di “revisionismo”. È lui a raccontare, in seguito al calo delle razioni nella primavera/estate del ’45, del serpente mangiato insieme ad Alberto Burri dopo averlo cotto nella brillantina per capelli. Nel gennaio ’44 riceve la prima lettera, delle sorelle Roseda e Caterina alloggiate a Viserba, vicino Rimini, dove con la famiglia si sono recate per due settimane per sfuggire al caldo di Ferrara. È da una lettera di uno zio che viene a conoscenza della morte del fratello partigiano Francesco, detto Francino, fucilato dai fascisti a Cantiano (PU). Quella del campo è in ogni caso un’esperienza indimenticabile: «Quei due anni e mezzo di prigionia», scrive, «non dico che li rimpiango perché, ahimè, furono molto duri […] però sono stati sicuramente i più formativi della mia vita e hanno contribuito, più di ogni altra esperienza, più della guerra, più della educazione…anzi l’educazione fascista ha nuociuto […] più di qualsiasi educazione, anche quella invece onestissima familiare, di mio padre che era un rigoroso professore risorgimentale». Tornato in Italia, rimane in contatto con ex compagni di prigionia tra cui Mieville, Berto e Manzoni, diventa giornalista, prima per il “Corriere del Po”, poi per “L’Avanti”, “La Stampa”, “Panorama”, è direttore della “Illustrazione Italiana”, inviato in URSS negli anni di Stalin e nella Cina di Mao. Come scrittore ha vinto il Premio Campiello nel ’76 con “Il busto di gesso”. Le sue memorie le ha raccolte nella pubblicazione dell’85 “Prigionieri nel Texas”.

Storia degli Hirsch, storia di Ferrara

4 Gen
Immagine fornita da Paola Perelli

Il progetto di ricerca de “Ilturco” sul Lanificio Hirsch: lavoro, diritti delle donne e antifascismo

Una famiglia di imprenditori di origine ebraica all’avanguardia nella lavorazione della lana e pesantemente osteggiata dal regime fascista.
È su questo spaccato del Ventennio, e più in generale della prima metà del Novecento, che l’associazione ferrarese “Ilturco” guidata da Licia Vignotto sta lavorando per riportare alla luce la storia di un pezzo della storia della nostra città e non solo.
Il progetto “C’era una volta il Lanificio Hirsch” – sostenuto e promosso dalla Regione Emilia-Romagna, realizzato in collaborazione con l’Istituto di Storia Contemporanea, il Museo del Risorgimento e della Resistenza, Anpi Ferrara, con il supporto del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara – intende raccontare la storia della famiglia Hirsch, che dal 1885 al 1939 gestì a Ferrara uno dei primi e più importanti maglifici italiani. La ditta, insediata nel 1885 in via Fondobanchetto, poi trasferita nel 1909 in via Aldighieri, con ulteriori laboratori in città e in provincia (in corso Porta Reno, a Comacchio, Copparo e Bondeno), impiegava oltre 400 addetti, soprattutto giovani e giovanissime donne, dai 12 anni d’età in su. All’avanguardia a livello imprenditoriale e tecnologico, anticipò certe forme di welfare aziendale. La storia è stata ricostruita grazie a una ricerca che ha compreso – oltre allo studio delle fonti archivistiche e bibliografiche – diverse e inedite testimonianze raccolte in un mese e mezzo grazie a tanti figli o nipoti di ex dipendenti Hirsch. Fra le testimonianze raccolte, quella di un allora 16enne, attivo nell’UNPA, che nel ’44 insieme a Renato Hirsch spense le fiamme divampate nel Lanificio in via Aldighieri a causa dei bombardamenti. La ricerca si concluderà nel 2021 con la realizzazione di un documentario diretto da Andrea Bighi contenente interviste, fra gli altri, ad Anna Quarzi dell’ISCO Ferrara, agli storici Andrea Baravelli e Michele Nani e a Gian Paolo Bertelli, amico degli Hirsch.
Il primo Hirsch ad arrivare a Ferrara si chiama Seligman, un ebreo tedesco originario del Würtemberg, commerciante di lana che si trasferisce qui all’inizio dell’’800, per scappare da vessazioni antisemite. Il Lanificio Hirsch apre grazie all’operosità di Carlo, nipote di Seligman, che inizialmente gestisce una 40ina di donne nella produzione di berretti in un laboratorio di via Contrari. Grazie all’acquisto delle macchine tedesche Rachel (omaggio a Elisabet Rachel Felix, cantante e attrice ebrea di fama europea) – Carlo Hirsch è il primo in Italia ad acquistarle – l’azienda compie il salto di qualità, arrivando a produrre anche calze, sciarpe, maglie da ciclismo, costumi da bagno, vestiti per bambini e i celebri scialli ricamati “uso Berlino”.
Ma accanto all’aspetto tecnologico, l’innovazione riguarda anche la tutela dei diritti delle giovani dipendenti, tante di loro alla prima esperienza lavorativa e quindi di emancipazione: hanno, infatti, la possibilità di trascorrere molto tempo fuori casa, di attraversare la città da sole, di fare amicizia con tante coetanee. Alcune signore della buona società creano per loro anche dei Ricreatori festivi, dove si organizzano incontri e corsi «allo scopo di proteggere le giovani operaie e preservarle dai pericoli in cui possono incorrere nei periodi di inattività». Gli Hirsch adottano politiche di welfare aziendale innovative per quei tempi, come la Cassa infortuni e la Cassa malattie, gite aziendali, colonie per i figli delle dipendenti, prestiti a tasso zero per acquistare la casa, e l’asilo nido (0-3 anni) inaugurato nel 1925 in via Cittadella, in corrispondenza dell’attuale palazzo dell’Inps, per accudire i figli delle dipendenti. Le operaie potevano addirittura assentarsi dal lavoro per allattare i loro bambini.
Ma il clima in città in pieno Ventennio è particolarmente pesante per gli ebrei e per chi non voglia sottostare alle angherie fasciste. Renato Hirsch, che nel 1923 eredita la ditta dal padre Carlo, rifiuta qualsiasi rapporto con i locali esponenti del regime: non espone il tricolore fuori dallo stabilimento nell’anniversario della marcia su Roma, non assume operai raccomandati, non si presta a favori. Per questo già nel 1925 viene pesantemente minacciato dalle pagine del Corriere Padano. Come risposta a tutto ciò, inizia ogni sera a passeggiare sul Listone con una rivoltella infilata nella cintura, per vedere se qualcuno davvero ha il coraggio di sfidarlo. Il fascio locale intendeva anche incendiare la fabbrica ma sarà il Prefetto a fermare all’ultimo momento il criminoso progetto. Nel 1939, un anno dopo l’inizio delle leggi razziali, l’attività del Lanificio Hirsch si conclude con la requisizione della fabbrica da parte dei fascisti. Dopo la guerra passerà a un’altra società che la guiderà fino agli anni ’80.
Testimonianze e foto sul Lanificio Hirsch si possono inviare a info@ilturco.it o chiamando il numero 339-1524410.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 gennaio 2021

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Vite spezzate, vite salvate: a Ferrara storie di bimbi nella Shoah

17 Dic

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico curato dallo Yad Vashem di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il CDEC. Il 10 dicembre la presentazione pubblica

a cura di Andrea Musacci

gemellineGiovani, spesso giovanissime vite sconvolte, inghiottite dalle tenebre del male, vissute dentro l’orrore. Esistenze a volte distrutte per sempre, altre, invece, salvate.

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS dall’11 dicembre fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico, pensato quindi soprattutto per le scuole, curato dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Storie di bambine e bambini raccontate attraverso le loro immagini, a volte le loro stesse testimonianze e il racconto storico, una narrazione inevitabilmente commovente fatta di spezzoni di vita quoditiana, segni di storie di famiglie, di un popolo. La mostra è stata inaugurata ufficialmente nel pomeriggio del 10 dicembre scorso, anticipata, la mattina stessa, da una conferenza. Raccogliamo qui alcune vicende di bambine e bambini, le prime due accennate durante la conferenza stessa da Liliana Picciotto del CDE, le altre presenti in mostra.

Dino (classe 1929) ed Esther Molho, di Magenta (MI), che nel ’44, insieme ai genitori, imprenditori, dovettero nascondersi per 13 mesi in una stanza segreta (ideata da loro stessi insieme ad alcuni dipendenti) dello stabilimento di famiglia che produceva minuterie. La stanza era all’interno del magazzino, nascosta alla vista da una pila di casse alte fino al soffitto. Un sistema simile a quello usato dagli amici di Anna Frank.

Massimo Foa, nato l’8 novembre 43, torinese: la madre Elena Recanati è una sopravvissuta al campo di Bergen Belsen, mentre il padre Guido è morto, forse in una marcia della morte: Massimo, prima della deportazione dei genitori, è affidato a Suor Giuseppina De Muro, che lo fa uscire dalla prigione dov’è rinchiusa la madre in mezzo alle lenzuola sporche e viene affidato a una povera vedova di Cuorgnè di nome Tilde (Clotilde) Roda Boggio.

Leone (1930), Mirella (1932) e Davide Pecar (1935): tre fratelli milanesi che, insieme alla madre Ghenia vengono arrestati nel ’43 e portati al carcere di San Vittore, poi deportati ad Auschwitz, dove muoiono.

Franco Cesana, nome di battaglia “Balilla”, figlio di Felice e Ada Basevi, nato il 20 settembre 1931 a Mantova. A 13 anni si arruola nella brigata Scarabelli della seconda divisione Modena Montagna. Partecipa a numerosi scontri con i tedeschi e in uno di questi resta ucciso a Gombola (Polinago-Modena) il 14 settembre 1944.

Yehudit Czengery e Leah Czengery, gemelle rumene, hanno 6 anni nel ’44 quando vengono deportate con la madre Rosi nel campo di Auschwitz Birkenau. Il dottor Mengele le definì “le bellissime gemelle”: furono portate direttamente nel laboratorio riservato ai suoi esperimenti. La madre riuscì di nascosto a procurar loro del cibo. Si salvarono.

Marta Winter, classe 1935, polacca: nel ’43 la madre la affida a un amico di famiglia fuori dal ghetto. Fu poi deportata anche lei in un campo di concentramento ma si salvò.

Stefan Cohn, tedesco, nato nel ‘29: nel giugno ‘43 è deportato con la madre Bertha a Birkenau. Questa viene uccisa, Stefan fatto lavorare nella fabbrica di mattoni. Si salva e nel ’45 realizza 79 disegni raffiguranti la vita nei campi.

Sissel Vogelmann, torinese, nata nel ‘35, torino: il padre Shulim dirigeva la Giuntina editrice. Lei e la madre vennero uccise subito all’arrivo ad Auschwitz nel ’44, dopo esser state deportate dalla Stazione di Milano.

Henryk Orlowski e Kazimierz Orlowski, fratelli polacchi, rispettivamente del ‘31 e del ‘33.

Regina Zimet, classe ’33, nata a Lipsia. Nel ’39 con la famiglia fugge dalla Germania verso Israele, ma in Libia sono arrestati, riportati in Italia nel campo di Ferramonti. Poi rilasciati, sono costretti a vivere in clandestinità. Ma si salvano, e nel ’45 raggiungono Israele.

Sorte simile per Meir Muhlbaum, 1930, tedesco, e la sua famiglia, che nel ’44 riuscirono ad arrivare a Tel Aviv.

Adriana Revere: nasce alla Spezia il 18 dicembre 1934; i genitori Emilia De Benedetti ed Enrico Revere vengono arrestati in Vezzano Ligure per appartenenza alla “razza ebraica” ; la piccola viene catturata insieme ai genitori e inviata con loro al Campo di concentramento di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 la famiglia è deportata al Campo di Auschwitz; il padre, trasferito a Flossenburg, è ucciso otto mesi dopo l’arrivo; la piccola e la madre sono uccise il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 24 febbraio 1944.

Maud Stecklmacher, cecoslovacca, classe ‘29: viene raccontata la sua amicizia con Ruth Weiss, poi proseguita nel ghetto di Terezin. Ma Ruth fu deportata in Polonia e non fece ritorno. Maud andò poi a vivere in Israele.

Marcello Ravenna, nato il 14 ottobre 1929 a Ferrara: figlio di Letizia Rossi e Gino Ravenna, fratello minore di Franca ed Eugenio. Nel ‘38 inizia a frequentare la scuola ebraica di via Vignatagliata. Il 12 febbraio ‘44 con la famiglia è deportato nel campo di Fossoli, insieme ad altre 500 persone, poi deportate ad Auschwitz. Marcello fu tra quelli che non tornò più. Non si ebbero notizie precise sulla sua deportazione e morte.

“Tenere accese più luci possibili”: memoria, didattica e ricerca

della setaLa mattina del 10 dicembre al MEIS, dopo i saluti del Direttore del Museo Simonetta Della Seta, di Alessandro Criserà (Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna), Anna Quarzi (Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara) e Daniela Dana Tedeschi (vicepresidente Associazione “Figli della Shoah”), sono seguiti gli interventi di Liliana Picciotto (CDEC), Marcella Hannà Ravenna (Comunità ebraica di Ferrara), Rita Chiappini (collaboratrice dello Yad Vashem come contatto in Italia), e Cesare Finzi.

“La mostra – ha spiegato Della Seta – è dedicata a bambini che da un certo punto in poi non hanno più avuto un cielo, né luce: per questo, è importante anche oggi accendere più luci possibili. Vedere la Shoah attraverso gli occhi dei bambini che l’hanno vissuta, significa vederla con ancor più lucidità”. Dopo un omaggio a Piero Terracina, morto lo scorso 8 dicembre, uno degli ultimi sopravvissuti italiani ad Auschwitz, Della Seta ha ricordato anche i propri genitori, “anche loro ‘bimbi della Shoah’”. Dopo l’intervento di Criserà, che ha ricordato l’importanza della Legge regionale “Memoria del Novecento”, e l’intervento di Quarzi, ha preso la parola Tedeschi, la quale ha auspicato che la collaborazione tra l’associazione da lei rappresentata (e presieduta dalla Senatrice Liliana Segre) e il MEIS, ora iniziata, possa proseguire negli anni. “La Shoah – è stata la sua riflessione – ha negato tutti i diritti fondamentali dei bambini, compresi quella alla libertà, all’identità, all’educazione”. Ricordiamo che il 10 dicembre era l’anniversario dell’adozione della dichiarazione universale dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, avvenuta nel ’48.

“Nel fascismo e nel nazismo – sono invece parole di Picciotto – l’educazione era militarizzata, i bimbi venivano cresciuti come soldati obbedienti, non vi era più posto per l’educazione civile e al senso critico”. Nel ripercorrere i tragici passaggi della discriminazione e repressione antiebraica, la relatrice ha posto l’accento sulle conseguenze di tutto ciò per i più piccoli, in termini di “fame, freddo, spavento e terrore, promiscuità, fetore dei vagoni usati per la deportazione”.

Senza dimenticare la frequente separazione dai genitori, la vita clandestina, la falsificazione dei documenti d’identità, il dover dare nome e cognome inventati – non ebrei – per non essere riconosciuti ed evitare quindi l’arresto.

Sorte, questa, toccata anche a Eugenio Ravenna (1920-1977), uno dei cinque ebrei ferraresi sopravvissuti al campo di Auschwitz. La figlia Marcella ha analizzato come le leggi razziste iniziarono concretamente con l’espulsione dalle scuole di studenti e insegnanti ebrei, ricordando, per quanto riguarda la scuola di via Vignatagliata, alunni come Cesare Finzi, Corrado Israel De Benedetti, Giampaolo Minerbi, Donata Ravenna, Franco Schönheit, Maurizia Tedeschi e Gianfranco Rossi; tra i maestri, Giorgio Bassani, Matilde Bassani e Primo Lampronti.

“Da un lato, dalle testimonianze di alcuni studenti – ha spiegato – emerge tristezza, una sensibilità ferita nel sentirsi trattati come diversi, il senso di inferiorità; dall’altra, l’ammirazione per gli insegnanti, il poter stare insieme, i legami molto forti instauratisi, il poter svolgere attività coinvolgenti, come lo spettacolo teatrale diretto da Giorgio Bassani”. Ma dal ‘43 vi saranno gli arresti, le fughe, le deportazioni. La scuola verrà chiusa, Lampronti e i Bassani arrestati.

Ravenna ha ricordato uno per uno i bambini deportati nei campi di sterminio i cui nomi sono impressi sulle lapidi di via Mazzini: bambine e bambini che non hanno fatto ritorno: Marcella Bassani, Bruno Farber, Carlo Lampronti, Camelia Matatia, Roberto Matatia, Amelia Melli, Novella Melli, Marcello Ravenna, Roberto Ravenna, Vittorio Ravenna, Nello Rietti, Walter Rossi (studente alla scuola di via Vignatagliata, non indicato nella lapide perché non ferrarese), Adele Rothstein, Giorgio Rothstein, Wanda Rothstein, Cesarina Saralvo.

Dopo l’intervento di Chiappini, che ha spiegato il fondamentale ruolo informativo e didattico dello Yad Vashem di Gerusalemme, ha portato la sua testimonianza Cesare Finzi, scampato al campo di concentramento, la cui storia abbiamo raccontato nel numero del 13 settembre scorso e accennato – legato alla profumeria di famiglia (presente nella mostra “Ferrara ebraica” ancora visitabile al MEIS) – in quello del 22 novembre scorso.

Finzi nel suo racconto ha mostrato anche una foto della sua classe del ’36, quando aveva 6 anni, e una dell’autodenuncia, in quanto ebrei – ai tempi, obbligatoria – dei genitori: “hanno dovuto autodenunciare se stessi e i propri figli come ebrei, quindi come esseri inferiori”, ha spiegato.

Fra gli aneddoti, “il viso viola di rabbia di Giorgio Bassani quando – già escluso dal Tennis Club Marfisa in quanto ebreo – sentiva il rumore delle palline da tennis nel campo vicino”, o i documenti falsi che lui e i famigliari erano riusciti ad avere una volta fuggiti a Gabicce, nel ’43, dove il cognome era stato trasformato in “Franzi”. Traumi non da poco, per un 13enne, costretto a dover “rinnegare” il proprio nome, dunque la propria più profonda identità.

Il 16 gennaio Furio Colombo a Ferrara

Il 16 gennaio al MEIS è in programma un’intera giornata di incontri:

ore 10: “Dalle carte le vite. Gli archivi raccontano gli effetti delle leggi razziste del 1938”. Progetto nato dal Fondo Egeli della Compagnia di San Paolo, a cura della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura.

Intervengono: Walter Barberis, Elisabetta Ballaira, Piero Gastaldo.

Ore 16: Inaugurazione della mostra “1938: L’umanità negata”. Lancio del progetto didattico con il MIUR sulle leggi razziali, la Shoah e l’antisemitismo.

Ore 18.30, Ridotto del Teatro Comunale: “20 anni dalla Legge della Memoria: riflessioni per il futuro”, con Furio Colombo, promotore della Legge, in collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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Un “normale” odio verso gli ebrei

18 Nov

Una riflessione sull’antisemitismo oggi, in Italia e non solo, tra banalizzazione e orrore quotidiano

F49E7E60-FBD8-4B7A-A40D-35086A8381C9-755x491Italia, 2019. Il 26 settembre appare questa scritta su un muro di Roma: “entriamo senza bussare come nelle soffitte di Amsterdam…perché dobbiamo trovare quella bugiarda di Anna Frank”. A metà ottobre, in Toscana, una madre scopre per caso che il figlio minorenne fa parte di una chat su Whatsapp piena di immagini, testi e video orribili, riguardanti malati di cancro, stupri e violenze di ogni tipo: è l’indicibile, e in questo indicibile vi sono anche frasi antisemite (ad esempio: “gli accendini e gli ebrei dove sono?”, “gli ebrei sono combustibile”). La chat è stata chiamata “The Shoah Party”. Lo scorso 6 novembre il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza di Milano decide di assegnare la scorta a Liliana Segre, internata nel 1944, a 14 anni, in quanto di fede ebraica e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz. La motivazione risiede nelle continue minacce ricevute via web dalla senatrice a vita, che, secondo un’analisi dell’osservatorio Antisemitismo del Cdec – Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea – riceverebbe oltre duecento messaggio d’odio al giorno. Sono solo alcuni episodi recenti di odio verso gli ebrei avvenuti nel nostro Paese, fra i tanti, – pensiamo anche a “ebreo, via via!” contro Gad Lerner al raduno di Pontida -, più o meno pubblici, verbali e non, che accadono e spesso non emergono.

Nella Relazione annuale a cura dello stesso Osservatorio, gli episodi di antisemitismo denunciati nel nostro Paese nel 2018 sono 197, senza contare naturalmente le migliaia di messaggi e commenti sul web (ad esempio, il rapporto “Voxdiritti” segnala per il 2019 – non ancora terminato – e solo su Twitter, 15.196 tweet negativi nei confronti degli ebrei). Un altro dato: sempre l’Osservatorio milanese nel 2017 ha compiuto un sondaggio sull’opinione dei nostri connazionali sugli ebrei: l’11% degli italiani (fra i 6 e i 7 milioni di persone) ha risposto con giudizi negativi. Anche per questo, le parole ribadite ancora una volta, nella nostra città, da Simonetta Della Seta e Dario Disegni, rispettivamente Direttrice e Presidente del MEIS, sull’importanza del Museo di via Piangipane nel legare gli orrori antisemiti del passato alle violenze in aumento oggi, sono assolutamente da sottolineare, da condividere e prendere sul serio. E’ un allarme continuo, quello che le stesse comunità ebraiche, di Ferrara e non solo, ci lanciano. Un’allerta, anzi, sempre più insistente, sempre meno scontata (se mai lo sia stata). Lo stesso presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, nel corso dell’inaugurazione della mostra “Ferrara ebraica” del 12 novembre scorso, ha spiegato come i fatti che riguardano la Senatrice a vita Liliana Segre, “il mondo ebraico non può non commentarli. Sono notizie molto molto tristi, segno della follia che sta invadendo il nostro Paese”.

Ha poi citato le parole di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “non si tratta solo di difendere Liliana Segre, ma l’Italia che non si china all’odio razziale e antisemita”. Papa Francesco, in un passaggio dell’udienza del 13 novembre scorso, ha voluto ricordare: “il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato… E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati”. Lo stesso giorno David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, nel corso di una mini-plenaria a Bruxelles ha detto: “è con incredulità ma anche con immensa rabbia che ci troviamo a constatare come il demone dell’antisemitismo torni ad affacciarsi in Europa”. E non a caso: appena due giorni prima, l’11 novembre, un corteo di 100-150mila persone provenienti da tutta Europa (anche dall’Italia) ha sfilato per Varsavia in occasione della festa nazionale. Fra i cori scanditi: “fermiamo i circoli ebrei”, quegli “ebrei che vogliono derubare la Patria”. Un anno fa, un’inchiesta dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, registrò come il 40% degli degli ebrei europei stesse pensando di abbandonare il Vecchio continente.

La Shoah, tra barzellette e luoghi comuni

Nuoro, 2009. Durante un comizio elettorale, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi raccontò questa barzelletta: “Un kapò all’interno di un campo di concentramento dice ai prigionieri che ha una notizia buona e un’altra meno buona. Quello dice: ‘metà di voi sarà trasferita in un altro campo’. E tutti contenti ad applaudire. ‘La notizia meno buona è che la parte di voi che sarà trasferita è quella che va da qui in giù…’, indicando la parte del corpo dalla cintola ai piedi. “Ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni”, raccontava Liliana Segre, in un Teatro Nuovo ammutolito, l’11 gennaio scorso a Ferrara. Chi, almeno una volta nella propria vita, non ha sentito, in momenti di pura convivialità, raccontare barzellette su Hitler, gli ebrei e le camere a gas. Divertissement qualsiasi usati da persone “normali” per allietare alcune delle tante noiose serate nel nostro mondo immerso nel benessere e nell’ozio, fino alla noia. Quella stessa noia che distruggeva ogni senso di umanità in adulti e bambini aderenti alla chat “The Shoah Party”, o in chi, a Nuoro rideva servile. “Un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi […] convintissimo di non essere […] un individuo sordido e indegno”: così Hannah Arendt parla di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio nazista, per lui diventato presto “un lavoro spicciolo, di tutti i giorni”. Un uomo che, venuto a sapere della totale adesione delle gerarchie naziste alla soluzione finale (considerato, dice la Arendt, dai suoi esecutori, un semplice “meccanismo”) si sentì innocente: “In quel momento – cita la Arendt, sempre ne “La banalità del male” – mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa”. “Eichmann – commenta la Arendt – ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato, e col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare” (corsivo mio). Alcune volte, anche recentemente, mi è capitato di dover provare a convincere alcune persone – colte, sistemate, “normali” – dell’infondatezza di una tesi che sostenevano con ostentata tranquillità: solo un’ossessione per il guadagno e una volontà di dominio radicata nella loro “razza” – dicevano -, poteva permettere a molti ebrei, ancora oggi, di controllare buona parte dei gangli politici e finanziari in Europa e negli Stati Uniti. Insomma, nel 2019 gli ebrei sono ancora costretti a doversi giustificare quasi per ogni atto che compiono. Sono come avvolti da una nube di sospetto, per cui qualsiasi cosa considerata “normale” se compiuta da una qualsiasi persona, diventa fonte di malizia, ambiguità, malfidenza, se è , invece, opera di una persona appartenente al mondo ebraico. Per non parlare del cosiddetto “benaltrismo”, diffuso tanto nei classici “discorsi da bar” quanto fra alcuni politici e giornalisti. Sul quotidiano “Il Foglio” dello scorso 14 novembre, nell’editoriale dal titolo “La destra e i vuoti sull’antisemitismo” è scritto: “anche Matteo Salvini, quando nella trasmissione ‘Dimartedì’ a La7 dice che Liliana Segre «porta sulla pelle i segni dell’orrore del nazismo o del comunismo» oltre che commettere un errore storico, visto che il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche, indulge in questo sgradevole e incauto gioco di rimpallo. A combattere le tracce dell’antisemitismo stalinista ci devono pensare, caso mai, i lontani eredi di quella tradizione e di quell’ideologia”. Tattiche pericolose usate per minimizzare, dimenticando quanto possa essere pericoloso l’odiare una persona per la sua – vera o presunta, scelta o non scelta – appartenenza ad una minoranza. E’ così che la differenza da segno di soggettività e di bellezza diventa, per chi non la accetta, arma di ricatto, mentre per chi la vive, difetto, vergogna, colpa.

Il cordone di sicurezza e il “meccanismo” demoniaco

L’antisemitismo, anche da come emerge dalle statistiche, appartiene in misura nettamente maggiore, nel nostro Paese e in Europa, ad ambienti di destra; è comunque presente in misura non irrilevante in parte del mondo musulmano, e, seppur in misura decisamente minore, purtroppo anche cattolico, nonché in alcune frange della sinistra (in quest’ultimo caso, spesso mascherato dietro l’antisionismo; si pensi, ad esempio alle polemiche verso il Labour inglese o all’epiteto “sale juif”, “sporco ebreo” rivolto lo scorso febbraio da alcuni Gilet Gialli francesi ad Alain Finkielkraut). E’ comunque sempre responsabilità di ogni donna e di ogni uomo del nostro Paese non sottovalutare parole e gesti che vanno in questo senso, senza derubricarle a goliardia. Una preoccupazione ribadita lo scorso 15 novembre da Papa Francesco, nel suo discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione Internazionale di diritto penale: “Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36. Oggi. Sono azioni tipiche del nazismo – ha proseguito il Pontefice – che, con le sue persecuzioni contro gli ebrei, gli zingari, le persone di orientamento omosessuale, rappresenta il modello negativo per eccellenza di cultura dello scarto e dell’odio. Così si faceva in quel tempo e oggi rinascono queste cose. Occorre vigilare, sia nell’ambito civile sia in quello ecclesiale, per evitare ogni possibile compromesso – che si presuppone involontario – con queste degenerazioni”. Ognuno, se fermo nella difesa della dignità della persona, può rappresentare, una parte fondamentale di quel cordone di sicurezza – umano, culturale, politico, sociale – intorno a Liliana Segre come a ogni persona attaccata per le sue origini, o a chiunque venga discriminato, odiato o subisca atti di violenza per la propria appartenenza a una qualsiasi confessione religiosa, per il proprio orientamento sessuale, per le proprie scelte politiche, o, in generale, di vita. Se qualcuno arriverà a impugnare un’arma contro una persona di origine ebraica, in odio all’identità di quest’ultima, la responsabilità sarà anche di chi non avrà voluto denunciare o fermare quel “normale” “meccanismo” di odio de-umanizzante di cui ci parlava Hannah Arendt.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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