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San Francesco è a Ponte Rodoni

24 Mag

Semplicità, comunità, sacralità sono i tre principi che hanno ispirato la costruzione della nuova chiesa del piccolo paese vicino Bondeno: parla l’architetto Antonino Persi. Lunedì 31 maggio la dedicazione col  Vescovo

di Andrea Musacci
Mistica e mastice. Le regioni insondabili dello spirito che richiamano la sobrietà della materia, l’artigianalità come arte religiosa, lavoro svolto nell’amore per gli uomini e per Dio.
Se desiderio di ognuno è di cercare parole e forme adatte a questo perenne dialogo col Mistero, di permettere alla Luce di entrare nel cuore delle persone attraverso i loro luoghi, così a Ponte Rodoni, piccola frazione che il Cavo Napoleonico divide dalla vicina Bondeno, l’arch. Antonino Persi, incaricato di progettare la nuova chiesa, ha riflettuto su questa dinamica. La vertigine dell’indicibile e la naturalità della materia. Come custodire la solennità non cedendo allo sfarzo. Ora, giunti alla conclusione di questo progetto durato due anni, è lo stesso Persi a spiegare a “La Voce” questa ricerca, in attesa che lunedì 31 maggio alle ore 20 si svolga la consacrazione dell’edificio. Data non casuale: essendo la parrocchia dell’Assunzione di Maria Santissima, si è scelto il giorno conclusivo del mese dedicato alla Madre di Dio.


La ricchezza è nella povertà

«Ho deciso di usare pochi e semplici materiali, volendo realizzare una chiesa che si rifacesse all’idea monastica, cercando di portare la semplicità della mia fede nel mio lavoro», ci spiega Persi, che si definisce, per formazione, «uno dei ragazzi del cardinal Lercaro». «Ad esempio ho usato la pietra “Santa Fiora”» – dal nome del paese nel grossetano vicino al confine con Umbria e Lazio -, «un’arenaria color sabbia considerata la pietra di San Francesco, estremamente povera ma ricca di sostanza». La stessa pavimentazione della chiesa «è in cemento e gli arredi sacri in legno, un legno molto semplice, coi chiodi visibili, così da suggerire la loro realizzazione. La stessa abside, di color cotto, è formata dai segni lasciati da vari assi di legno, vicini e uniti, a simboleggiare come devono essere i componenti della comunità».

Non tutti, però, a Ponte Rodoni apprezzano queste scelte. Ma la mancanza e la povertà dei materiali e degli arredi, nonostante l’impulsiva associazione con la mancanza di attenzione e cura per il luogo, rappresenta invece proprio il contrario. «È importante che le persone sappiano riabituarsi alla semplicità», prosegue Persi. Non un pauperismo fine a se stesso, dunque, ma il desiderio di essenzialità che si manifesta e al tempo stesso viene sollecitato anche dalle linee e dalle forme. «L’architetto – prosegue – deve far intravvedere l’invisibile attraverso il visibile. Per questo ho voluto realizzare una chiesa estremamente riflessiva, con la stessa luce che invita alla preghiera e alla meditazione». Il fonte battesimale, inoltre, è visibile già da una delle vetrate, per ricordare la centralità del Battesimo.

Comunità sacrale

Dicevamo dell’abside simbolo della collettività. Sì, perché per Persi «la chiesa non dev’essere dell’architetto ma della comunità. Voglio essere una pietra delle fondamenta, che non si vede ma sostiene, non mi importa essere una pietra d’angolo». Tre anni fa il progetto del nuovo edificio fu, non a caso, discusso e realizzato insieme alla comunità, adulti e bambini, attraverso diversi incontri, aperti a tutti, nella chiesa provvisoria. Un ulteriore momento di confronto è previsto nelle prossime settimane, e vi parteciperanno anche il Vescovo e don Zanella dell’Ufficio tecnico.

«Ci tengo a ringraziare anche le maestranze che hanno lavorato con devozione: gli stessi operai di fede musulmana hanno sempre rispettato il cantiere, ad esempio non consumando all’interno il proprio pranzo. È importante la sacralità del luogo dove sorge l’edificio religioso», prosegue. «A volte ho pregato e meditato con alcuni dei miei operai e due anni fa piantai davanti alla chiesa provvisoria una croce realizzandola con due assi di legno: da quel momento i fedeli non hanno più parcheggiato in quello spiazzo». Da una provocazione nasce poi una condivisione, un discorso comune. «Da un piccolo seme nasce un grande albero. Mi auguro che questa nuova chiesa diventi un luogo per l’intera comunità e soprattutto per i giovani». C’è tutto quel che serve: spazio, silenzio e una solenne semplicità.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 maggio 2021

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