La sera del 17 aprile a Casa Cini il primo incontro del percorso sulla preghiera: 50 persone (metà giovani) assieme a don Federico Giacomin
«Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te», scriveva Sant’Agostino nelle sue Confessioni e queste parole che un uomo rivolge a Dio rimangono scolpite, oltre il tempo e i confini, come le parole sgorganti dall’abisso di grazia e miseria che abita il cuore di ognuno.
Una fiamma che divampa, anche improvvisa, può essere l’orazione, imprevista nei tempi e nei modi, ad abbattere barriere e certezze, croste di odio e di disperazione. Non si impara mai abbastanza a pregare. Lo sapevano, sicuramente, le 50 persone (la metà delle quali giovani) che la sera del 17 aprile scorso si sono radunate nel Salone di Casa Cini a Ferrara per il primo dei tre incontri formativi sulla preghiera guidati da don Federico Giacomin, coinvolgente e appassionato presbitero della Diocesi di Padova, Direttore del Centro di Spiritualità”Villa Immacolata”.
“Perché pregare? Prega solo chi perde il controllo – Antropologia dell’orante” il titolo di questo primo appuntamento, introdotto da Gianfranco Conoscenti di Taizè Ferrara, uno dei soggetti organizzatori dell’ampio programmae iniziato con un coinvolgimento dei presenti.A questi, don Giacomin ha chiesto innanzitutto di presentarsi e di esporre con una parola la propria idea di preghiera. Ciò che è emerso riguarda principalmente l’ascolto, la consapevolezza, l’affidarsi, la fatica e la riconciliazione con sé e con Dio, la compagnia, l’abbandono a Qualcuno che ci sovrasta.
VISIONE, CORPO E IMMAGINE
Come dentro di sé «ognuno ha un bisogno, cioè ciò che desidero ma non ho», così «esiste qualcosa più grande di noi, che però abita la nostra storia»: da qui nasce la preghiera, da questo «materiale grezzo», da questa «cava», dal male, dalla sofferenza «che ci sveglia, come la fame ci fa desiderare qualcosa che non abbiamo». In questo senso – ha proseguito don Giacomin – il bisogno è «rivelativo del nostro essere intrinsecamente poveri, mancanti». Ma nella consapevolezza che in tutto ciò, «Qualcuno mi viene accanto e mi salva». Siamo sì sempre incompleti ma «non condannati in eterno all’incompletezzza». Nella cava del bisogno cerchiamo sempre, ma «se non cerchiamo ciò che davvero può riempirci, cadiamo nella disperazione», ha proseguito il sacerdote. Dobbiamo imparare, come il Santo di Ippona, a dare del “Tu” a «Colui che sta dietro alla realtà», passare dal bisogno al desiderio, dalla cava alla preghiera, dalle inquietudini a una relazione con Dio.
Ma «ogni nostro rapporto con la realtà passa per il vedere», dentro e fuori di noi, e facile è cadere «nel rischio di crearci illusioni, di vedere cioè ciò che vogliamo vedere, di dar vita a fantasie che mi fanno andare oltre le mie possibilità, fuori dal reale». Per stare lontani dalle illusioni, bisogna quindi «educare la propria fantasia».
Madeleine Delbrêl (1904-1964), mistica e poetessa francese, questo l’aveva intuito bene, percependo «l’esistenza di Dio come persona: così, non per fede, a 20 anni, dopo un periodo di ateismo radicale, spontaneamente si inginocchia». L’immaginazione (Dio come persona da incontrare) va, cioè, educata anche attraverso il corpo, attraverso «atti» (in questo caso, l’inginocchiarsi), «azioni precise e quotidiane», non formali né meramente rituali ma necessarie per fare in modo che «il male non intacchi la nostra stessa immaginazione». La preghiera è, dunque, un’azione che ci permette di «allenare la fantasia a vedere l’azione di Dio nella nostra vita».
In questo modo, il nostro «desiderio di salvezza, che vive dentro al Mistero, può essere colmato solo da Chi ci ama, da Chi ci salva».Pregare è dire un “Tu”, non concentrarsi sul proprio “io”. Come C.S. Lewis fa dire al demone nelle Lettere di Berlicche, per impedire alle persone di rivolgersi direttamente a Dio bisogna «stornare il loro sguardo da Lui verso loro stessi». In questo modo rimaniamo prigionieri nella cava del nostro bisogno sempre frustrato, nelle sabbie mobili della disperazione. Ma fuori c’è Altro. È dentro di noi.
A Casa Cini dal 19 al 21 aprile il “Quarenghi” dei giovani del Movimento Per la Vita. Una tre giorni di riflessioni e testimonianze su fragilità e cura: ecco il racconto
La cura della vita in tutte le sue fasi non è solamente un tema che appartiene alle pur necessarie riflessioni teoriche ma è fatta soprattutto di esperienze concrete. Una dimostrazione di ciò si è avuta dal 19 al 21 aprile scorsi a Casa Cini, Ferrara, con l’edizione del Seminario “Quarenghi” – edizione primaverile 2024 – organizzato dai giovani del Movimento Per la Vita nazionale (MPV). Tema scelto per quest’anno, “Dall’inizio alla fine, la vita sorprende”.
Il primo giorno ha visto i saluti di Alessandra Cescati Mazzanti (Presidente SAV Ferrara), Maria Chiara Lega (SAVFerrara), Cristina Coletti, Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Ferrara e del ferrarese Andrea Tosini, ex membro dell’Équipe giovani MPV nazionale.
La tre giorni ha visto quindi alternarsi incontri frontali con esperti (fra i quali quello con Giuliano Guzzo, giornalista e scrittore, e con Dino Moltisanti, Docente di Bioetica alla Cattolica di Roma), ma sempre arricchiti dal confronto coi presenti, e momenti di condivisione tra i giovani (i cosiddetti focus group).
FINE VITA E CURA
RICCIUTI: «CURE PALLIATIVE LA GIUSTA RISPOSTA»
Sul fine vita ha riflettuto il medico palliativista Marcello Ricciuti, componente del Comitato nazionale per la Bioetica: «la Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale ha introdotto una nicchia di non punibilità del suicidio assistito in determinate condizioni», ha detto. E in Parlamento è stato presentato il disegno di legge del senatore PD Bazoli, «che porterebbe a una liberalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, e a un aumento dei casi (come dimostrano le leggi in altri Paesi), senza fra l’altro prevedere l’obiezione di coscienza e le cure palliative». Il giusto approccio sta invece nel comprendere come «inguaribile non significa incurabile», cioè non sta «né nell’abbandono della persona da curare, più o meno terminale, né nell’accanimento terapeutico dettato dall’incapacità di accettare il limite della natura umana». La risposta risiede nella Medicina palliativa, «fatta innanzitutto di terapia del dolore e dei sintomi, oltre che di supporto sociale, psicologico e spirituale, di sedazione palliativa e terapie occupazionali». Cicely Saunders (1918-2005), infermiera britannica, di fede anglicana, è la madre degli Hospice e la pioniera delle cure palliative. Una figura molto importante, da riscoprire, soprattutto in un’epoca come la nostra dove – secondo dati del Ministero della Sanità e della SDA-Bocconi – solo il 23% di italiani che potrebbero ricevere cure palliative, le riceve (il 10% nel mondo). E in Olanda si è arrivati a una proposta di legge in Parlamento per l'”Eutanasia per vita completata”, quindi anche nel caso di assenza di qualsiasi forma di malattia. Il bivio è netto: «dove le cure palliative sono promosse e utilizzate, i casi di suicidio assistito ed eutanasia calano drasticamente. Ma le stesse cure palliative – ha proseguito Ricciuti – non sono sufficienti: rimane lo scandalo della sofferenza e della morte, la coscienza del proprio limite e dunque la necessità di trovare una risposta positiva, una positività, di riscoprire l’amore».
Una testimonianza concreta è stata poi portata da Andrea Pattaro, esperto in cure palliative e responsabile dell’Hospice ADO “Casa delSollievo” di via Fallaci a Ferrara (l’altro Hospice ADO nel Ferrarese è “Le onde e il mare” di Codigoro): «è importante parlare di cure palliative, di qualità della vita, non della morte, e di assistenza non solo al paziente ma anche ai suoi familiari. Il nostro accompagnamento ai pazienti, per metà oncologici, è profondo e ampio, e riguarda anche l’assistenza domiciliare. Tante volte – ha aggiunto – ciò che sorprende in positivo è la capacità di risposta del paziente e dei suoi familiari, il modo in cui vivono la situazione di sofferenza».
MATERNITÀ E ABORTO
Dalla fase terminale dell’esistenza a quella iniziale. Domenica mattina è intervenuta Jane Itabina, giovane originaria del Camerun, la quale ha raccontato dell’aiuto ricevuto dal SAV di Ferrara, in particolare dalle volontarie Lorenza e Paola. Alcuni anni fa, mentre studia Farmacia a UniFe, rimane incinta. Una situazione difficile da gestire, con la volontà di portare avanti sia la gravidanza sia gli studi. «Una mia amica mi consiglia di rivolgermi al SAV», ha raccontato: «da loro ho ricevuto un grande aiuto a livello emotivo, psicologico ed economico. Per me il SAV è stato una seconda famiglia, mi ha cambiato la vita, mi hanno accolto e aiutato anche dopo il parto, donandomi il corredino e prodotti per l’infanzia per il mio bambino, che accudiscono anche due volte alla settimana quando io non posso».Ora, infatti, Jane ha coronato anche il suo sogno e lavora come farmacista. «Vorrei tanto – ha concluso – aiutare a mia volta una mamma in difficoltà».
Un’altra commovente storia di accoglienza della vita nascente è stata quella, sempre domenica mattina, che hanno portato i coniugi Matteo Manicardi e Fabiana Coriani di Sassuolo – autori del libro “La storia di super Micky” (ed. San Paolo) – il cui piccolo Michele (“Micky”) è nato il 24 ottobre 2019 ma morto dopo appena 5 ore e 13 minuti. Già genitori di Federico e Alessio, i due scoprono di aspettare un alto bimbo ma i problemi iniziano già durante la gravidanza: «i medici – hanno raccontato – ci consigliano di abortire, ma noi rifiutiamo subito: se avessimo rifiutato nostro figlio, non avremmo avuto nemmeno più il coraggio di guardarci in faccia e la nostra famiglia si sarebbe distrutta. I medici, per questa nostra scelta, ci trattavano come ingenui, come persone fuori dal mondo. Abbiamo fatto questa scelta consapevoli anche del fatto che nostro figlio avrebbe potuto vivere una vita in un letto, o comunque con una grave disabilità. Miky era già parte della nostra famiglia». Il giorno dopo la morte del piccolo, «abbiamo fatto il funerale: la chiesa era strapiena. Può sembrare strano ma eravamo comunque felici, riconoscenti di questo dono. E successivamente, per tre mesi, abbiamo anche accolto un bimbo di 1 mese in affido di emergenza. Grazie a Miky – hanno proseguito i coniugi – ci siamo anche riavvicinati a Gesù con maggiore consapevolezza». E dopo la morte di Michele, è nata la piccola Emma, altro dono per questa stupenda famiglia.
«I VOLONTARI NEI CONSULTORI? NON UNA NOVITÀ, DA 16 ANNI ANCHE IN EMILIA-ROMAGNA»
Il primo giorno è intervenuta invece Antonella Diegoli, presidente di Federvita Emilia-Romagna, la quale dopo aver riferito dell’impegno della sua associazione contro la delibera regionale sul fine vita, ha citato, sul tema dell’aborto, le “Linee di indirizzo per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza” emanate dalla nostra Regione nel 2008, per dimostrare come la presenza dei volontari nei Consultori fosse una scelta già fatta a livello locale, e anche da una Giunta di sinistra come quella emiliano-romagnola. In un passaggio del testo si spiegava l’intenzione di promuovere «nei territori distrettuali forme di aiuto e sostegno per le donne che vivono l’esperienza della gravidanza e della maternità in assenza di idonea rete parentale di supporto o in povertà di risorse economiche e creando reti coordinate tra servizi sociali, consultori familiari, centri per le famiglie, unità operative ospedaliere di ostetricia e ginecologia, associazioni di volontariato e altre risorse formali e informali del territorio tali che possano rilevare donne gravide/mamme in difficoltà e con problematiche sociali e attivare forme di supporto, sin dall’inizio della gravidanza, così da prevenirne l’interruzione» (corsivo nostro). Un testo molto simile a quello introdotto dall’attuale Governo nazionale al decreto “Pnrr-quater” e duramente attaccato dalle opposizioni: «Le regioni organizzano i servizi consultoriali nell’ambito della Missione 6, Componente 1, del Pnrr e possono avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».
CHI SONO I GIOVANI PER LA VITA
Davide Rapinesi e Antonella Chiavassa sono i Responsabili nazionali dei giovani del MPV. Sono, cioè, a capo dell’Équipe giovani nazionale, composta da 20 ragazze e ragazzi da tutta Italia. Nella nostra Regione, il responsabile dei giovani MPV è Giuseppe Maria Forni. Antonella, romana, 29 anni, si sta specializzando in oncologia alla Sapienza, mentre Davide, 28 anni, è un agronomo di Viterbo.
«I giovani qui presenti (foto, ndr) – hanno spiegato alla “Voce” – di età fra i 20 e i 30 anni, provengono soprattutto dal Lazio (Roma e Viterbo), Lombardia, Veneto,Sardegna, Toscana e Calabria. Alcuni di loro è la prima volta che partecipano a un nostro “Quarenghi”. Il bello di questi nostri Seminari è la libertà di parlare di questi temi, anche in maniera controcorrente, senza allinearsi alla narrazione mediatica spesso fuorviante e ideologica». Il prossimo appuntamento è dal 26 al 31 luglio prossimi col Seminario estivo “Quarenghi” nel Salento, a Santa Maria di Leuca .
Le nostre chiese sono luogo dell’annuncio: lo sappiamo ancora?
Jean Paul Hernandez: «porta del cielo per chi cerca Dio»
Nell’epoca dell’homo turisticus, le nostre chiese possono essere non meri spazi di fruizione ma luoghi di evangelizzazione? È la domanda che si pone da una vita Jean Paul Hernandez, gesuita classe ’68, ex docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana, docente alla Facoltà Teologica di Napoli e volto noto di TV2000 grazie alla trasmissione “Sulla strada“, oltre che fondatore di “Pietre Vive”. Hernandez è intervenuto on line l’11 aprile per la lezione della Scuola diocesana di teologia per laici intitolata “Ridire il kerigma attraverso l’arte”.
GERUSALEMME TERRENA: IL TEMPIO
Per il relatore, viviamo un kairos «antico e sempre nuovo»: la stessa prima generazione di cristiani, «usava abbondantemente il Tempio di Gerusalemme, l’architettura sacra, per parlare di Gesù, per il kerigma»: ciò è esplicitato in Giovanni e negli Atti degli apostoli. Ciò avveniva «non strumentalizzando il tempio, ma spiegando il motivo profondo per cui questo esisteva: tutto ciò – pensavano – serve a dire Gesù». C’è dunque «una sorta di connessione, di simbiosi tra kerigma pasquale di Gesù Cristo e il tempio». L’edificio sacro è «aggancio per dire che come questo rimandi ad altro, all’Indicibile, all’Irrapresentabile»: è la differenza tra icona e idolo di cui ha parlato Jean-Luc Marion: «la prima rimanda ad altro, l’idolo invece rimanda solo a sé stesso».
DIETRO IL TURISTA, IL MENDICANTE
Venendo al presente, Hernandez ha riflettuto su come esista un fenomeno di massa senza precedenti: il boom del turismo in tutta l’Europa, in tutto il mondo: «meno si va in chiesa, più si va nelle chiese…». Il turismo di massa è dominante, «viviamo nell’epoca dell’homo turisticus», dell’uomo che vaga sapendo di tornare a casa, del mordi e fuggi di esperienze in giro per il mondo. E così è per il cibo, per le relazioni, gli affetti, la formazione. Questo modo turistico di essere, per il relatore, «descrive una nostalgia del cuore che cerca un senso, proprio perché viviamo in una società senza senso condiviso. E questo senso la gente lo cerca in testimonianze forti, in identità forti». Hernandez ha poi citato un sondaggio dell’inglese Telegraph dagli esiti sorprendenti, secondo cui la maggior parte di coloro che hanno risposto, hanno dichiarato di essere tornati o arrivati alla fede cristiana dopo aver visitato una chiesa antica.
«Noi sappiamo accogliere questa sete di Dio? Lo Spirito Santo – ha proseguito – ci manda fiumi di non credenti a casa nostra. Le opere d’arte nelle nostre chiese possono essere molto importanti per spiegare loro la nostra fede». Ma dobbiamo saperlo fare: non serve tanto la descrizione tecnica, ma l’opera «dev’essere finalizzata al kerigma, all’annuncio di Dio e della salvezza».
PORTA DEL CIELO E DEL CUORE
Due episodi dell’Antico Testamento sono essenziali per spiegare la potenza che può avere una chiesa nel convertire i cuori delle persone. Il primo, è il sogno di Giacobbe in Genesi 28, «il primo testo fondamentale per capire l’essenza dell’arte cristiana». Anche oggi «consideriamo le nostre chiese come la pietra di Giacobbe, pietra che unisce cielo e terra. Ogni chiesa – soprattutto l’abside -, è quindi porta del cielo. Cristo è questa pietra, è l’altare, e tutta la chiesa è simbolo del Suo corpo», ha proseguito. L’episodio del roveto ardente (Esodo 3) richiama l’esperienza del fedele nel tempio: in quest’ultimo «ti accade ciò che è accaduto a Mosè: ascoltando la Parola di Dio, scopri te stesso». Nel luogo sacro, quindi, «si riceve la propria identità, si viene educati ad ascoltare dentro di sé, a fare memoria di Dio dentro di sé». Comunicare al turista, al visitatore, al pellegrino, a chiunque entra nelle nostre chiese «le spiegazioni profonde del senso di una chiesa, di un edificio sacro», serve in ultima analisi a questo. «La chiesa è un luogo per incontrare Dio, è un luogo che dice Dio, per ascoltare in ogni suo punto la dichiarazione di amore di Dio per noi: in questo modo – ha detto Hernandez -, scopri che il vero luogo sacro sei tu, che il luogo dove incontrare Dio sei tu, è la tua vita».
GERUSALEMME CELESTE: LE PIETRE
Questo continuo, essenziale rimandare a Dio si esprime anche nel richiamo alla Gerusalemme celeste (Ap 21), le cui fondamenta sono ricche di pietre preziose. Pietra che è anche simbolo del figlio, quindi la «Gerusalemme celeste rappresenta la diversità dentro il genere umano e dentro la Chiesa, e al tempo stesso la comunione tra le persone», tra i figli di Dio. E la preziosità di queste pietre colorate e sfavillanti «dice di quanto ognuno di noi sia ricercato, voluto, amato, proprio come lo è un figlio per il padre». La Gerusalemme celeste, quindi, non ha più un tempio, non ne ha più bisogno perché «non c’è più separazione tra sacro e profano: con l’Incarnazione questa distinzione non ha più senso, il Dio incarnato rende sacro anche il profano». Di conseguenza, anche quest’ultimo «diventa luogo per incontrare Dio». Tutto può dire Dio, richiamare il suo Amore per noi.
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Solo dalla conversione nasce il Regno di Dio: ci lasciamo amare?
Adrien Candiard: «il peccato è male, la scienza non salva»
C’era molta attesa nelle nostre comunità per l’arrivo a Ferrara – dopo due tappe a Milano – di Adrien Candiard, 42enne domenicano residente da anni a Il Cairo. Nel tardo pomeriggio a Casa Cini, Ferrara, circa 80 persone si sono ritrovate per ascoltarlo, oltre a una 70ina collegate on line. «Sono molto legato a Bologna ma è la prima volta che vengo a Ferrara», ha confessato con sincera emozione per l’aver potuto ammirare, pur di sfuggita, la bellezza della nostra città.
SPERANZA, NON OTTIMISMO
“Qualche parola prima dell’Apocalisse” il titolo scelto per l’incontro (lezione della Scuola diocesana di teologia eccezionalmente aperta a tutti), che richiama il suo libro uscito l’anno scorso in Italia, mentre da poco è nelle librerie la sua ultima fatica, “La grazia è un incontro. Se Dio ama gratis, perché i comandamenti?” (Lev, pp. 109, 13 euro).
E sfidando luoghi comuni purtroppo diffusi anche fra i credenti, per parlare di Apocalisse ha parlato di speranza. Innanzitutto, «per affrontare il tema della speranza – ha detto -, bisogna guardare la realtà così com’è e non rifugiarsi in un mondo spirituale». L’“andrà tutto bene” del Covid, per Candiard, «era ottimismo, non speranza cristiana. La speranza in sé non vale nulla, se non è speranza in Dio».
I motivi per disperare oggi sono tanti: guerre, minaccia nucleare, crisi climatica, secolarizzazione, abusi nella Chiesa, «che in Italia devono ancora emergere nella loro totalità». Queste crisi, ha aggiunto, «ci possono cambiare solo se le affrontiamo nella maniera giusta». Nella Bibbia, e anche in alcuni testi ebraici, esiste il genere apocalittico, da intendersi – ha specificato – «come rivelazione, non come fine del mondo», ad esempio nel libro di Daniele e naturalmente nell’Apocalisse di Giovanni. E negli stessi Vangeli sinottici, in particolare Marco 13: un brano, questo, «da molti cristiani oggi ignorato, considerato strano, disturbante», oppure erroneamente inteso come «un enigma da decifrare». Mc 13 invece «rivela il senso della storia umana». Non dobbiamo, perciò, «usare Dio per spiegare tutto l’inspiegabile del mondo, come spesso fanno i nostri cuori pagani e superstiziosi». Come, dall’altra parte, è altrettanto superstizioso «affidarsi totalmente alla scienza e ignorare il Vangelo», ha incalzato.
IL PECCATO È MALE, LA STORIA NON È PROGRESSO DI BENE
Ciò che Gesù ci ha rivelato e ci rivela è innanzitutto «il vero senso del peccato», che non va inteso, in modo infantile, come meccanismo di trasgressione/punizione ma come spiegazione, semplice ma profonda, che «il male fa male a chi lo compie e agli altri, distrugge sé e gli altri». Nei confronti di Dio, perciò, «non dobbiamo né ribellarci né sottometterci, ma comprendere che Lui ci vuole liberi». Di conseguenza, «la pace del mondo non bisogna innanzitutto affidarla ai diplomatici ma costruirla affrontando il male, il peccato dentro di noi, convertendo prima di tutto i nostri cuori». Il discorso apocalittico, quindi, ci rivela innanzitutto il male. D’altronde, «Gesù non ci ha mai promesso che, nel corso della storia, saremmo andati sempre più verso il bene, anzi diceva “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”» (Mt 10, 34). Non ci spiega, dunque, «la storia umana come una crescita progressiva verso il Regno di Dio». Questo serve anche a confutare visioni, di certo mondo cristiano, ottimistiche, dunque in ultima analisi secolari. Gesù nel discorso apocalittico – e non solo – «ci parla del bene e del male, cioè del Regno di Dio e del nostro possibile rifiuto. Siamo pronti ad accettare il Suo amore? Questa la sfida che ci lancia ancora».
LASCIATI AMARE, IMPARA A PERDONARE
È, infatti, più difficile lasciarsi amare, che amare. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12), cioè «Amatevi con l’amore che io vi ho dato», con la Grazia, non tentando di imitarLo come fosse un modello. «Rifiutare il Suo amore – ha spiegato Candiard – è rifiutare il Regno di Dio, è il peccato, ciò che porta al male, alla distruzione anche della nostra stessa vita. La scelta davanti alla quale ci mette Gesù è dunque fra conversione o distruzione». Distruzione di noi stessi oltre che del pianeta, «che non va dominato ma nemmeno divinizzato».
Diverse le domande finali tanto dai presenti in sala quanto da quelli collegati a distanza. Una di queste, ha permesso a Candiard di tornare sul tema del peccato e del male nella chiave del perdono e della riconciliazione: «si perdona solo l’imperdonabile», ha detto. È facile, infatti, perdonare cose piccole, senza peso. Chi, invece, «tollera non perdona davvero e anzi diventa complice del male, anche se l’ha subìto». Si deve sempre partire dal proprio cuore: «riconoscere il male in me stesso mi permette di perdonare il male compiuto dagli altri». Mai dimenticando che siamo stati e siamo sempre perdonati da Dio», e tante volte anche da altre persone. Tutte piccole ma decisive rivelazioni del Regno di Dio.
Un’utopia? Non secondo i federalisti europei, riunitisi a Casa Cini lo scorso 13 aprile. Ecco il dibattito
Un’Europa forte nell’unità, nella partecipazione e nella complementarietà delle sue anime: è questo il grande progetto partorito fin dal 1941 da Altiero Spinelli e altri antifascisti col Manifesto di Ventotene e che oggi è portato avanti soprattutto dal Movimento Federalista Europeo (MFE). MFE che lo scorso 13 aprile a Casa Cini, Ferrara, ha organizzato la giornata di confronto sul tema “Sovranità e sussidiarietà: due anime del federalismo europeo”. Due sessioni – mattina e pomeriggio – molto partecipate, da persone di generazioni diverse.
IL VESCOVO: «UNITÀ VA COSTRUITA»
Nel pomeriggio ha portato il suo saluto anche mons. Gian Carlo Perego che sul Patto europeo per i migranti approvato tre giorni prima al Parlamento Europeo ha detto: «abbiamo visto una caduta nell’unità dell’Unione Europea, a maggior dimostrazione di come questa vada costruita, sempre ripensata nelle sue radici». E «per la costruzione di una cittadinanza nuova, quella europea, la sussidiarietà è fondamentale». Sussidiarietà che, per Rossella Zadro (Direzione Nazionale MFE), nascerebbe da «un sistema federale europeo», il quale invece «non creerebbe un “Super Stato”». Di effetti positivi della sussidiarietà europea ha parlato anche Paolo Frignani (Prorettore Università Dimitrie Cantemir, Romania), affrontando quelli che si avrebbero nell’istruzione superiore, soprattutto universitaria, nei termini di transnazionalità, accesso agli studi e mobilità. Nelle conclusioni, Raimondo Cagiano (Coordinatore nazionale dell’Ufficio del Dibattito MFE) ha spiegato come la sussidiarietà, che è «partecipazione e complementarietà», sia «la versione moderna, del 2024, del concetto di solidarietà a sua volta erede di quello di fraternitè».
BIANCHI: «ECONOMIA UE È FORTE SE QUESTA È UNITA»
«L’Europa cresce economicamente solo quando è unita: nei periodi di accelerazione dell’integrazione europea, si registra uno sviluppo, mentre quando non si lavora assieme, si cade». Così Patrizio Bianchi (foto)(portavoce della Rete delle Cattedre Unesco italiane, già Ministro della Pubblica Istruzione) in un passaggio della sua relazione, partita da un’analisi dei macroprocessi economici dopo la caduta del Muro di Berlino, quando «ha vinto l’ideologia del mercato sregolato, questa grande illusione alla quale è seguita quella del superamento del ruolo degli Stati». Fino ad arrivare alla pandemia da Covid, che ci ha in un certo senso obbligati «a ragionare assieme, a generare risorse aggiuntive per permettere agliStati di riprendersi, sviluppando attività e infrastrutture di livello europeo». Ma l’incertezza, l’andamento altalenante della crescita in Europa negli ultimi 20 anni, «non permette investimenti soprattutto a lungo termine». A ciò si aggiungono nel nostro continente ancora «forti differenze tra centro e periferia» (ad esempio in ambito formativo), mentre l’eguaglianza per l’Europa «non è un accessorio ma un valore fondante». Di questo passo, l’UE diventa sempre più «vecchia e debole, appunto perché disunita».
ZAMAGNI: «NUOVA DEMOCRAZIA NEL MULTILATERALISMO»
Atteso l’intervento di Stefano Zamagni (Università di Bologna), il quale ha affrontato il tema dell’unità europea in sei punti principali. Il primo riguarda i confini dell’UE, «importanti da definire», come decisivo è che l’UE possieda un «modello di difesa unitario» e comprenda che ormai, venuta sempre meno l’egemonia globale USA, siamo sempre più nell’epoca del «multilateralismo». Per questo, «il Presidente degli Stati Uniti d’Europa sarebbe una figura molto più autorevole a livello mondiale rispetto ai Presidenti dei singoli Paesi». La piccolezza dell’attuale UE, poi, per Zamagni si vede nella gestione della rivoluzione digitale in corso, nella quale l’Europa, come sistema di valori, deve proporre «un progetto neoumanista», che «pone le nuove tecnologie a servizio dell’umano», contro quindi il transumanesimo USA. Un nuovo umanesimo che affonda le proprie radici nella «tradizione neo-rinascimentale, opposta a quella neo-hobbesiana», come «dal pensiero del francescano Bonaventura da Bagnoregio nasce il moderno concetto di sussidiarietà». Da questo sistema di pensiero e valoriale non può non germogliare una nuova concezione della democrazia in senso «deliberativo», con la creazione di «Forum coi quali i cittadini UE si possano esprimere tra un’elezione e l’altra».
GLI ALTRI INTERVENTI: TUTTI I VOLTI DELLA SUSSIDIARIETÀ
E a proposito di democrazia, Giulia Rossolillo (Università di Pavia), ha riflettuto su come «il principio di sussidiarietà comporta che le decisioni vengano prese al livello più vicino ai cittadini ma anche che vi sia un concreto controllo da parte degli stessi».
Francesco Badia (Università di Modena-Reggio) ha, invece, affrontato nello specifico il tema delle disuguaglianze tra centro e periferia: «Le disparità economiche regionali – ha detto -rappresentano una sfida fondamentale per l’integrazione e la coesione dell’UE. Una parte significativa delle politiche UE è dedicata alla promozione della convergenza economica tra le regioni, al fine di ridurre queste disparità». Tra gli strumenti principali vi sono i Fondi strutturali e di investimento europei e il programma “Next Generation EU”. È fondamentale, quindi, «promuovere un ambiente favorevole agli investimenti e all’innovazione in tutte le regioni, migliorare l’accesso al finanziamento per le imprese e gli enti locali, e rafforzare le capacità amministrative per garantire una migliore implementazione delle politiche di coesione».
Mentre Salvatore Aloisio (Università di Modena-Reggio) ha riflettuto su come all’UE «manchi «una capacità di indirizzo politico», per Guglielmo Bernabei (Università di Ferrara), la sussidiarietà «non è tanto un sistema allocatore ma la sottolineatura di un ruolo, la maniera per dare un ruolo forte agli enti locali, quindi una maggiore capacità di incidenza ai territori». Per far questo, però, sono necessari «luoghi di sussidiarietà». Questa, infatti, è più che mai necessaria «sia verso l’alto – ad esempio nelle politiche industriali -, sia verso il basso – ad esempio nelle politiche per l’ambito manifatturiero». Spazio anche ai giovani federalisti europei: Anna Ferrari (Gioventù Federalista Europea – Milano) ha riflettuto su come «occorra superare il principio di nazione e intendere la federazione continentale come un passo verso la federazione mondiale»; Giacomo Brunelli (Segretario dell’MFE – Sezione di Legnago), invece, nel delineare la storia delle forme statali fino all’unità europea, ha riflettuto sulla possibilità di «una nuova forma di elaborazione teorica federalistica che sappia rispondere alla crisi degli Stati nazionali».
“Qualche parola prima dell’Apocalisse”: Lectio Magistralis di padre Adrien Candiard il 12 aprile a Casa Cini, Ferrara. «Rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi». Ma noi cristiani pieghiamo con letture secolari questa verità, l’unica che spiega il senso del mondo
di Andrea Musacci
L’Apocalisse è Gesù Cristo, lo svelamento, la rivelazione di ciò che fonda la realtà e di ciò che sono i nostri cuori: luoghi pronti ad accogliere l’Amore di Dio o luoghi di rifiuto dello stesso, quindi di peccato? Adrien Candiard, classe 1982, saggista e padre domenicano, rientra a pieno titolo nel gruppo di quegli scrittori francesi – contemporanei e non, da Peguy ad Hadjadj – che hanno la rara dote di raccontare la fede e di sfidare il moderno laicismo attraverso un linguaggio originale e uno stile provocatorio ma mai fine a sé stesso. “Qualche parola prima dell’apocalisse. Leggere il Vangelo in tempi di crisi” è il titolo del suo ultimo libro (Libreria Editrice Vaticana, 2023) di cui discuterà il 12 aprile alle 18.30 a Casa Cini, Ferrara, in un incontro della Scuola diocesana di teologia per laici eccezionalmente e gratuitamente aperto a chiunque voglia parteciparvi.
Candiard, dopo essersi dedicato alla politica, nel 2006 entra fra i domenicani e oggi risiede al Cairo, dove è membro dell’Institut dominicain d’études orientales (Ideo) e priore del convento del suo ordine. Si occupa di islam e ha scritto diversi saggi di spiritualità.
«Il Vangelo non è un manuale di saggezza che somministra buoni consigli per affrontare le difficoltà: esso svela il Regno di Dio». In questo senso è interamente apocalittico, cioè rivelatore. Da questo ragionamento essenziale prende le mosse Candiard nel suo libro nel quale analizza in particolare il capitolo 13 del Vangelo secondo Marco, uno dei – non pochi – testi apocalittici della Bibbia. Spiega Candiard: «curiosamente, proprio quando dovremmo drizzare le orecchie verso Gesù che parla di guerre, epidemie, carestie e catastrofi naturali, quando abbiamo più che mai bisogno di aiuto e di senso, il più delle volte preferiamo saltare la pagina e andare a cercare nel Vangelo versetti più solari». Ma Cristo o sconvolge la nostra vita o non è. Bisogna quindi «accettare di parlare un po’ della fine del mondo per ritrovare, in questo stesso mondo, un pizzico di speranza».
ABBIAMO RESO INOFFENSIVA L’APOCALISSE DI GESÙ
Nei secoli abbiamo sempre più rimosso l’essenza apocalittica del Vangelo: «Abbiamo elaborato – scrive Candiard -, collettivamente e certo implicitamente, alcune strategie per sottrarci all’imbarazzo, per rendere inoffensivo un discorso evangelico come questo, inoffensivo al punto che non lo vediamo nemmeno più».
Quello che dice il capitolo 13 di Marco non lo si può né ridurre a un episodio storico preciso (la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.) né spiritualizzare, leggerlo cioè come simbolo di qualcosa che riguarda la mera vita interiore: «È intrigante presentare il cristianesimo come un deismo puramente spirituale, sbarazzato da questo annuncio escatologico che può apparire bizzarro o poco ragionevole ai nostri contemporanei, ma questo comporterebbe il rischio di snaturarlo profondamente. Perché rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi, e questo ritorno è un evento per la creazione intera». Queste «strategie di neutralizzazione dell’ingombrante discorso apocalittico arrivano in pratica a vanificarsi precisamente quando la realtà ci raggiunge»: minaccia nucleare, cataclismi naturali. Noi, invece, spesso «vorremmo ridurre la fede cristiana a un esercizio di meditazione individuale, a un rivale dei metodi di sviluppo personale o a un complesso di ingiunzioni moralizzatrici sulla sessualità».
MEGLIO DIO O GLI ESPERTI?
Né «lugubri profezie» né riduzione del cristianesimo all’«insignificanza», dunque: «Il rischio che si fa correre alla Parola di Dio quando la si priva di ogni portata reale sulla marcia del mondo è quello dell’insignificanza. La fede cristiana non può essere un lusso per tempi tranquilli, un piccolo, simpatico supplemento d’anima da convocare una volta che le questioni serie siano state risolte, una volta che le minacce siano state neutralizzate grazie all’intervento dei vari esperti – geopolitici, climatologi, epidemiologi, senza trascurare gli editorialisti evidentemente dotati di tutte le competenze. Se la Parola di Dio non ha nulla da dirci nelle situazioni drammatiche quali sono i pericoli che oggi affrontiamo, allora che interesse ha?», ci sfida l’autore.
IL FINE PRIMA DELLA FINE
Il Vangelo, quindi, non è né uno strumento simili-zodiacale né un mero manuale per comprendere con criteri razionali, “mondani”, le crisi del nostro tempo. Nessuno sa quando avverrà la fine dei tempi ma «la fine è già presente come principio che agisce nel cuore della nostra storia, la quale non avanza del tutto alla cieca. La fine è presente lungo tutto il corso della storia come lo scopo verso cui essa tende», il «compimento verso cui tende tutta la storia umana». Apocalisse è, quindi, “svelamento”, “rivelazione” di «questo principio in atto, questa/o fine già all’opera nella storia». Non vi è dunque nessun «rebus da decifrare» su quando finirà il mondo, ma «un senso da accogliere». Si rivelano sbagliate, di conseguenza, le filosofie della storia che, dall’Illuminismo in poi, la leggevano come un progresso, pur discontinuo, «verso il bene, l’abbondanza, verso il trionfo della scienza, verso la società senza classi o l’abolizione del predominio di pochi». Nemmeno Gesù ci promette tempi migliori (v. Mc 13, 9-13): l’annuncio dell’amore di Dio al mondo «agisce come una rivelazione», un’apocalisse, «di ciò che avviene nel cuore di ciascuno»: vogliamo o no accogliere questo Amore? Per questo, «l’evangelizzazione del mondo non è l’espansione del club dei cristiani che va reclutando nuovi membri; è l’annuncio, a tempo opportuno e non opportuno, dell’amore di Dio per il mondo che Gesù Cristo ci ha rivelato».
ACCOGLIERE L’AMORE
Di conseguenza, «la nostra vita spirituale altro non è che l’accoglienza paziente di questo amore che un giorno si autoinvita nella nostra esistenza», mentre la nostra resistenza a questo amore è il peccato. E «più la rivelazione è chiara, meno è possibile rimanere in una confortevole ambiguità»: l’amore, se ricevuto, «fiorisce in gioia e gratitudine»; se rifiutato, diventa «letteralmente insopportabile e si cerca di sbarazzarsene con ogni mezzo». Dall’amore alla croce, appunto.
«I sistemi politici e sociali meglio pensati, i meccanismi internazionali più ingegnosi, le legislazioni più sofisticate» sono importanti ma «impotenti a intercettare il male alla radice, cosa che può fare solo la conversione personale». Conversione che non significa «adottare un’identità cristiana» ma accogliere l’amore di Dio offerto in Gesù.
CRISTO CI LIBERA E SALVA, FUORI DAI NOSTRI COMFORT
«Salvare e rivelare»: in ciò consiste essenzialmente il Suo agire. Rivelare Dio e il male: «A cosa porta il peccato? Alla morte (…). Lasciando andare il male fino all’estremo della sua logica, Cristo ci mostra dove esso conduce», come ad esempio in Mc 5 nel racconto dell’uomo posseduto dai demoni. Cristo, quindi, «stravolge comfort acquisiti» ma spesso «inquietanti, solitudini infelici che tuttavia non tollerano di essere disturbate da una visita imprevista, rancori talmente strutturati che il perdono lascerebbe un gran vuoto in cuore. Ci sono comfort dall’odore di chiuso insopportabile che preferiamo alle correnti d’aria dello Spirito Santo». In ultima analisi, dunque, il peccato è «un rifiuto di lasciarsi amare che cresce in violenza contro di sé o contro gli altri». Così è oggi, com’è sempre stato e sempre sarà. Lo possiamo vedere ogni giorno nella nostra piccola quotidianità e, su più larga scala, nelle conseguenze della logica della guerra e di un consumo senza freni.
Per Candiard, quindi, «la fine dei tempi» è «in corso d’opera non come evento inquietante di cui paventare l’approssimarsi, ma come realtà presente nella storia fin dal principio (…). Abbiamo bisogno di questo svelamento perché altrimenti, finché la natura del male resterà sconosciuta, si potrà beatamente credere all’efficacia di soluzioni meramente tecniche alle minacce che pesano sulle nostre esistenze». Il male, perciò, va combattuto alla radice, e a partire dalla propria vita. «Dentro di me si sta già combattendo la lotta escatologica» e «vincere, in questa lotta, è innanzitutto accettare che la vittoria è già guadagnata» grazie al sacrificio di amore del Cristo.
Cristo che, dunque, «ci ricorda con forza come la nostra speranza non si possa limitare alla salvaguardia del mondo quaggiù, fragile e deperibile». Il mondo non va né assolutizzato né rifiutato. Essenziale, invece, è percepire «il silenzio in cui cresce il Regno di Dio, che è ciò che dà al mondo il suo senso». Tutto il resto è moralismo, secolarismo, idolatria.
Lectio divina su Emmaus il 21 marzo a Casa Cini per la Scuola di teologia per laici. Relatrice, Francesca Pratillo
L’Incontro che cambia la vita, la memoria del Dio vivente che vince sulla disperazione del sepolcro. Lo scorso 21 marzo a Casa Cini si è svolta la nuova lezione della Scuola di teologia per laici, “Una lectio divina su Emmaus” (questo il titolo) tenuta da Francesca Pratillo, biblista della comunità paolina di Arezzo.
Questi i prossimi incontri della Scuola (sempre alle ore 18.30): 11 aprile, “Ridire il kerigma attraverso l’arte”, Jean Paul Hernandez SJ (solo on line); 12 aprile, “Qualche parola prima dell’apocalisse, leggere il Vangelo in tempi di crisi”, Adrien Candiard op;2 maggio, “Prendersi cura dell’altro: l’ospite che non diventa ostaggio”, padre Claudio Monge;9 maggio, “Istituire comunità”, Stefano Rigo; data da destinarsi, “Arte del celebrare. Solo ritualismo?”, don Giacomo Granzotto. In via di definizione anche una data per la presentazione dell’ultimo libro di Timothy Radcliffe, “Il Dio delle domande”.
SE LA SPERANZA TORNA NEL CUORE
Il cammino come luogo centrale, «luogo dell’incontro e dell’annuncio» inEmmaus: da qui è partita Pratillo per la sua riflessione. «Anche noi, quindi, «dobbiamo essere camminanti, pellegrini, con poche sicurezze». E nel brano in questione, a una prima «linea discendente» – il cammino dei discepoli dal Calvario alla parte più bassa della Giudea, «simbolo del punto più basso della loro esperienza» – seguirà una «linea ascendente» – col ritorno pieno di gioia a Gerusalemme. Tra la disperazione e il ritorno alla comunità, c’è l’incontro con Gesù, «la Sua massima vicinanza».
Tutto il brano di Emmaus – secondo Pratillo – si gioca quindi sulla scelta tra «memoria» e «sepolcro», cioè tra «memoria della Parola del Cristo, Parola vivente», e «ricordo triste, pessimista», sepolcrale.Quest’ultimo è per i discepoli di Emmaus il «simbolo del loro fallimento». Per loro, infatti, il Crocifisso non è Risorto, non credono alle parole delle donne dopo esser state al sepolcro. «Tra loro si scambiano parole, non la Parola»; però sono in cammino. SaràGesù,Parola vivente ad avvicinarsi a loro, a farsi compagno di viaggio, chiedendo – come chiede a ognuno di noi – di «fermarsi, di stare in silenzio, ascoltando anche la propria tristezza». Gesù chiede loro «ospitalità», ci invita ad avere «fede nella Parola», a non perdere, come i due discepoli, la speranza. Ma l’invito – «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» – è chiaro, com’è evidente ciò che sentono quando lo riconoscono «nello spezzare il pane». Nel cuore dei discepoli, dunque, è «nata una novità, il gusto per le Sacre Scritture che in Gesù diventano Parola di Dio per svelare il mistero della morte e dell’amore, del dolore e della gioia». Gesù – sono ancora parole della relatrice – «spezza il pane della propria vita, donando amore, spezza la propria vita per ognuno di noi». E Gesù «sparì dalla loro vista», affidando a loro e a ognuno di noi la «responsabilità del Vangelo». Ora i discepoli «hanno ripreso forza, la speranza è tornata nei loro cuori. Possono tornare alla loro comunità perché hanno incontrato Gesù».
Il sen. Pierferdinando Casini è intervenuto a Casa Cini. Intelligenza artificiale e Ius scholae fra i temi trattati. «La politica è necessaria, servono più luoghi di formazione. Impossibile l’unità dei cattolici»
Un incoraggiamento a proseguire nella creazione di luoghi di formazione politica, sempre più necessari, è venuto dal Sen. Pierferdinando Casini (foto Alessandro Berselli), intervenuto la sera dell’8 marzo scorso a Casa Cini, Ferrara, per la seconda lezione della Scuola diocesana di formazione politica. Casini arriva puntuale in S. Stefano, accompagnato da una leggera pioggia, e con al collo una sciarpa rossoblù del Bologna, sua squadra del cuore. Ad attenderlo una 70ina di persone (30 nel salone di Casa Cini, le restanti collegate on line) per ascoltare uno dei volti più noti della politica italiana, da 41 anni in Parlamento, fino al 2008 spalla centrista del centro-destra, poi alla ricerca di uno spazio autonomo al centro (con scarsi risultati) e infine alleato del centro-sinistra col suo movimento “Centristi per l’Europa”. Europa che è stata la grande assente di un confronto comunque vivace e pieno di spunti di riflessione.
«C’È BISOGNO DI LUOGHI DI FORMAZIONE»
«Più volte ho sollecitato anche il card. Zuppi», ha esordito Casini, interpellato dalle domande di Marcello Musacchi (foto di Alessandro Berselli): «vanno pensati nuovi luoghi per la formazione politica» perché «oggi non esistono più i partiti», quei luoghi «dove un tempo si formavano persone preparate. Proprio oggi parlavo di questo con Dario Franceschini», vecchio “compagno” nella DC. Oggi i partiti sono diventati «partiti personali», da qui i «forti sbalzi elettorali». Oggi dunque bisogna «sollecitare le università» (con master e corsi ad hoc) «e le Diocesi» a proporre iniziative di formazione politica. Nell’epoca dell’Intelligenza artificiale, del web, «dell’ipermodernizzazione, non si è trovato un sistema alternativo alla politica per far partecipare la collettività», ha detto. Bisogna quindi «ricostruire un tessuto di motivazioni partendo dalla consapevolezza che non c’è alternativa alla politica». E una buona politica è possibile «se riusciamo a innervare in questa attività le migliori energie e i migliori propositi per costruire una società diversa». Bene, quindi, «una scuola di formazione politica come la vostra, scuola che deve giovare all’intera società, non a una parte o all’altra, e non deve avere come fine la nascita di una forza politica cattolica: le idee dei cattolici devono fermentare ovunque», ha aggiunto il senatore. Cattolici che, per loro natura, «devono guardare al futuro, ai più bisognosi», e quindi «sentire una motivazione più forte degli altri per partecipare alla vita politica».
IL POTERE E IL COMPROMESSO
Nessun cedimento alla nostalgia, quindi. La prima Repubblica appartiene ormai a un altro mondo: «l’unità politica dei cattolici – ha riflettuto – era resa possibile dal timore di finire nell’orbita del comunismo sovietico. La DC rappresentava quindi un baluardo per garantire la libertà. Una storia andata avanti fino al 1989, anche se in realtà ben prima dell’’89 l’unità politica dei cattolici non esisteva più. Oggi – sono ancora sue parole – non è più ipotizzabile un partito che raccolga tutti i cattolici, la loro divisione è un dato acquisito», ma tutti i cattolici, a prescindere dalla collocazione, «dovrebbero sentire maggiormente la spinta a rendere migliore la politica». E dovrebbero farlo «con laicità, sapendo fare i giusti compromessi, come fu nel caso della legge sull’aborto: d’accordo i cosiddetti principi non negoziabili, ma in un’assemblea legislativa devi per forza negoziare». Stando sempre attento a non perderti: «il potere è un’illusione ottica, logora chi ce l’ha» (ha detto, “correggendo” Andreotti), è «una droga, una fuga dalla realtà. Le cose che rimangono sono altre, sono i valori veri, il rapporto coi propri figli. Quando nel 2001 venni eletto Presidente della Camera – ha raccontato -, dopo 30 telefonate da persone potenti (fra cui quella di Gianni Agnelli), decisi di chiamare alcune persone del bolognese che conoscevo, per me importanti, come il postino e alcuni agricoltori».
La politica si deve quindi «nutrire di progetti per il futuro, anche se la memoria non va rimossa, ma conosciuta e preservata». Soprattutto per le nuove generazioni: «oggi i giovani fanno molta più fatica a orizzontarsi, c’è molto smarrimento, e la stessa Intelligenza artificiale (le cui conseguenze non riusciamo ancora a immaginare) rende molto più condizionabile l’opinione pubblica. Anche per questo, anche per regolamentare l’Intelligenza artificiale, oggi serve la politica».
L’ATTUALITÀ: DALLO IUS SCHOLAE AI RISCHI PER LA DEMOCRAZIA
E a proposito di temi specifici, Casini ha risposto a una domanda sullo Ius soli, ricordando come lo difese già nel lontano 2001 per poi invece da alcuni anni preferire la formula dello Ius scholae, «perché con lo Ius soli c’è il rischio che molte donne vengano in Italia per partorire e ottenere la cittadinanza». In ogni caso, dare la cittadinanza a giovani stranieri che studiano nelle nostre scuole è importante soprattutto «per coinvolgerli in un destino comune». E integrazione, per Casini, significa anche avere «il coraggio (ma oggi in Italia è impopolare) di costruire moschee nelle città, spazi controllati da forze dell’ordine che eviterebbero la clandestinità di luoghi di preghiera fai-da-te negli scantinati». Rispondendo poi alle diverse domande e riflessioni provenienti dai presenti, Casini ha trattato vari temi fra cui l’immigrazione («il Mediterraneo oggi è una bomba atomica ma l’Italia nel Mediterraneo non conta più nulla»), la pace («si costruisce con la politica» e «la difesa dell’Ucraina oggi è fondamentale anche per difendere la nostra civiltà»), i rischi per la democrazia occidentale (da Trump alla Cina), l’utero in affitto («a cui sono contrarissimo, anche se il politicamente corretto non prevede il diritto di critica»). Chiusura con i valori fondamentali a cui un cattolico in politica non può rinunciare: «serietà, onesta e coraggio». E il «non deprimersi quando si è in basso e non esaltarsi quando si è in alto».
La giudice del tribunale per i minorenni di Roma è intervenuta on line per la Scuola di teologia per laici diocesana
La cronaca nel nostro Paese ci racconta sempre più di casi in cui i giovani sono protagonisti in negativo: baby gang, femminicidi, tragiche challenges. Un punto di vista alternativo sulla questione – oltre la demonizzazione di un’intera generazione e la sua assoluta giustificazione – l’ha portata lo scorso 29 febbraio Maria Teresa Spagnoletti, giudice del tribunale per i minorenni di Roma e Presidente del Collegio dibattimentale del Tribunale per i Minorenni di Roma, oltre che Capo Guida Scout d’Italia e autrice del libro “Il mio territorio finisce qui” (Futura ed.). L’occasione è stata la nona lezione dell’anno in corso della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”.Spagnoletti ha riflettuto – in collegamento on line – su “Esperienze di custodia dell’umano”. Il prossimo incontro della Scuola è in programma giovedì 7 marzo, ore 18.30, con suor Veronica Donatello che rifletterà su “La grazia non conosce barriere architettoniche” (incontro solo on line).
NESSUN GIUDIZIO SULLA PERSONA. E NESSUN BUONISMO
Tante le storie e gli aneddoti raccontati dalla relatrice, legati ai ragazzi e ragazze che ha incontrato nella sua lunga carriera. «Innanzitutto – ha detto -, come adulti dobbiamo essere percepiti come persone giuste: il complimento migliore ricevuto è stato quello di un ragazzo che era stato arrestato, ai tempi facevo il gip, e lui era contento: “la Spagnoletti è severa ma giusta”, disse. E poi è importante rispettare le regole anche minime, nella vita e creare un’intensa relazione con la ragazza o ragazzo imputato o detenuto: è decisivo – ha proseguito – che percepisca che il giudice è interessato a lui come persona, al di là del dover giudicare il reato commesso. Ogni persona è diversa e diverse sono quindi le motivazioni che stanno dietro a un reato». Dall’altra parte, però, nessuno spazio al buonismo: «con i ragazzi non bisogna sminuire la colpa, ma bilanciare tra loro giustizia e misericordia». Che significa innanzitutto «scommettere su di loro, senza aver fretta e accettando anche i loro fallimenti». A tal proposito, la Messa alla prova – per Spagnoletti – è «sicuramente l’istituto più importante per la riabilitazione di un giovane che ha commesso un reato. Il carcere spesso è necessario ma ad esso devono seguire misure alternative per reinserirlo nella società e perché non commetta più reati. Non bisogna mai buttare la chiave. È facile scommettere solo su chi è un “bravo ragazzo”…». In ogni caso, «prima di valutare un percorso alternativo per il ragazzo, bisogna cercare di conoscerlo: la relazione con lui è fondamentale: prima di giudicarlo, ho sempre cercato di capire cosa pensasse del proprio periodo trascorso in carcere, del proprio futuro, quali riflessioni aveva fatto». D’altra parte – ha aggiunto -, «non bisogna nemmeno avviare percorsi alternativi quando il ragazzo non è pronto a sostenerli: bisogna avere pazienza, non fretta, altrimenti si mette il ragazzo di fronte a impegni troppo gravosi da rispettare e quindi si aumenta il rischio di recidiva». Giustizia e misericordia – verità e carità, potremmo aggiungere -, si diceva prima: parole che richiamano anche l’educazione alle regole:«è importante far capire ai giovani che le regole esistono non per imporle ma perché sono necessarie per la convivenza comune. A volte i genitori non insegnano, o non testimoniano, questo rispetto ai loro figli». I casi di violenza fra i giovani, per Spagnoletti hanno fra le cause anche «la responsabilità degli adulti, spesso incapaci di educare realmente i ragazzi: non insegnano né testimoniano nemmeno il rispetto per l’opinione altrui, non sono in grado di dialogare. Mancano quindi esempi veri di cosa voglia dire una convivenza civile fra le persone, rispettosa degli altri».
Diverse le domande e le riflessioni provenienti tra le persone collegate on line per ascoltare la relazione di Spagnoletti. Un intervento non solo tecnico, ma innanzitutto umano: «nel mio lavoro – ha infatti spiegato -, c’è un forte coinvolgimento emotivo ma ho sempre cercato di tener fuori le mie convinzioni personali nel giudizio sui ragazzi». L’ultima riflessione l’ha dedicata al suo rapporto con la fede e a come questa influisce sulla propria vita: «amare il prossimo è più facile se davvero si ama Dio, e se davvero capiamo qual è il nostro modo di rispondere alla Sua chiamata. Nel mio lavoro, la mia fede, la mia appartenenza alla Chiesa e allo scoutismo hanno giocato un ruolo fondamentale: ho imparato l’importanza da dare al rispetto dell’altro e al non giudicare l’altro, ma solo il suo comportamento».
La lezione di don Paolo Bovina sul testo di Giovanni per l’8^ lezione della Scuola di teologia
Nell’immaginario comune, il termine “apocalisse” è sinonimo di distruzione totale. Non è così: deriva, infatti, dal latino apocalypsis e dal greco apokálypsisοcioè “rivelazione, svelamento, manifestazione”. Ce lo ha ricordato il biblista e sacerdote dell’UP Borgovado don Paolo Bovina in occasione della lezione della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”, che ha ripreso lo scorso 22 febbraio a Casa Cini, Ferrara. “Le sette chiese, una lettura pastorale di Apocalisse” il titolo dell’intervento, cui seguirà, allo stesso orario, giovedì 29 febbraio, la lezione “Esperienze di custodia dell’umano” con relatrice sarà Maria Teresa Spagnoletti (l’incontro si svolgerà esclusivamente on line).
«Apocalisse è un libro estremamente simbolico, dove ricorre spesso il numero 7, numero della completezza», ha detto don Bovina. Di conseguenza, le sette lettere alle Chiese vanno interpretare come «lettera alla Chiesa nella sua totalità». «Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù» (Ap 1,9):già dall’inizio si comprende l’approccio del libro. In Giovanni, «non vi è solo la sofferenza, c’è anche una risposta positiva a questa. Il cristiano si distingue per come affronta una situazione di sofferenza.Seguire Cristo non significa non avere difficoltà nella vita, ma cambiare atteggiamento davanti a queste».La perseveranza, infatti, è «conseguenza della speranza:cristiano è chi custodisce nel proprio cuore la speranza di Gesù, senza lasciarsi andare alla disperazione, non abbandonando la gioia». Il fine di Apocalisse è quindi quello di «consolare, di ricordare che andiamo verso la Gloria». Di conseguenza, ha proseguito don Bovina, «la tribolazione non può essere motivo per non testimoniare la propria fede».Anzi, inApocalisse la tribolazione «è la situazione migliore per evangelizzare». Il periodo di Apocalisse, lo ricordiamo, è quello dell’Impero romano, in Asia Minore: qui, il culto a Dio non era vietato ma si doveva sottometterlo a quello dell’imperatore.«Oggi – secondo don Bovina – non siamo molto distanti da una situazione del genere: ad esempio, se domani verrà meno l’obiezione di coscienza come possibilità in casi quali l’aborto, un medico sceglierà l’ingiusta legge dello Stato o la legge di Dio («non uccidere»)?».
Giovanni in Apocalisse «parla alla luce di un’esperienza contemplativa dello Spirito, della preghiera, non da una sua opinione, da un suo prurito.Parte dall’ascolto dello Spirito». La preghiera non è, dunque, «una fuga dal reale» ma, al contrario, «ciò che ci permette di scavare in profondità nella vita quotidiana, nel reale, per capire anche il domani». Il Signore si rivolge a Giovanni «nell’intimità più profonda», così come conosce la Chiesa nel suo profondo. «La Parola ci è vicina, ma la sente solo chi, col cuore, vuole ascoltarla. E ascoltare porta con sé una fiducia in una promessa, in qualcosa che hai udito e non vedi». Non bisogna, perciò, fare come la Chiesa di Sardi che «dorme, non vigila», non è cioè «cosciente di ciò che gli accade attorno». Da questa «purificazione tramite la Parola di Dio», poi, in Apocalisse si arriverà all’apertura del cielo e della liturgia. Insomma, questo libro ci dice che «il male non ha l’ultima parola. Il male va riconosciuto e combattuto ma nella speranza che non trionferà». Apocalisse è un libro sulla consolazione più grande.
La Prolusione di padre Giuseppe Riggio SJ per la Scuola di politica diocesana: «”compromesso” è una bella parola. Senso di appartenenza contro l’istantaneità del mondo contemporaneo»
Spesso ci lamentiamo dello scollamento tra politica e società: la prima, sempre più percepita come “casta”, la seconda come luogo della “vita reale”. Una semplificazione non solo retorica ma anche pericolosa, causa, negli ultimi 30 anni, di un’ondata di antipolitica della quale non solo non si vede la fine ma che, anzi, permea sempre più idee, prassi e linguaggi.
Partire da questa constatazione è necessario, pur col dovere di non abdicare a uno sterile pessimismo. È l’approccio che ha scelto – nella sua missione di giornalista, oltre che di religioso – anche padre Giuseppe Riggio SJ, Direttore Responsabile di “Aggiornamenti Sociali”, intervenuto lo scorso 19 febbraio a Casa Cini a Ferrara per il primo incontro della Scuola di politica diocesana. “La partecipazione alla vita politica come segno di una cittadinanza autentica”, il titolo scelto per la sua Prolusione. Partecipazione: una parola pesante, carica di significati, che richiama l’impegno, la costanza, il sacrificio, la condivisione, la responsabilità. Un tema critico, più che mai attuale, che a Ferrara ha richiamato 80 persone (45 in presenza, 35 collegate on line), con una dozzina di interventi dal pubblico.
SE LA PORTA RESTA CHIUSA
«Noi cittadini ci sentiamo esclusi dalle stanze della politica, di cui spesso non conosciamo le “forze cieche” che la governano», ha esordito p. Riggio. «Per i più, la politica non è attraente, anzi è il luogo dove ci si sporca le mani, il luogo dei compromessi», in senso negativo. «Ciò porta al rischio di una sempre maggiore separazione tra i due mondi, che rischiano di correre paralleli». La “casta” contro il “popolo”, come dicevamo. Una separazione, questa, «che impoverisce tutti, cittadini e politica, perché impedisce la circolazione di idee, di domande e l’espressione di emozioni e bisogni».
LE CAUSE DELLA CRISI
È importante, però, andare alle radici di questa disaffezione nei confronti della politica, non limitandosi a una lamentela populista contro il “potere”: «viviamo sempre più in una cultura centrata sull’individuo e sui suoi bisogni, una cultura contrapposta all’idea di comunità», ha riflettuto p. Riggio. «Ciò finisce per frammentare e spezzare i legami». Le cosiddette «piazze virtuali», cioè la “partecipazione digitale” non fanno che acuire questa dinamica: «il rischio è di non uscire da questa bolla. Gli stessi algoritmi ci lasciano nel brodo culturale nel quale già ci troviamo, nei nostri piccoli circoli. Così non si crea vera partecipazione, non si aiuta la democrazia». E terzo, ma non meno importante, il «fattore tempo»: la partecipazione politica è anche disincentivata «dalla rapidità, dall’istantaneità dei tempi della vita di oggi. Siamo nel tempo del “tutto subito”». Da qui, la «politica pop», fatta di spot, di annunci, che parla alla pancia. L’esatto opposto della partecipazione, «che ha bisogno di tempo, anche di tempi lunghi». L’opposto di una «politica di visione». «C’è bisogno di tempo», ha aggiunto p. Riggio: «tempo per incontrarsi, per ragionare, per discutere».
Anche nel mondo del volontariato, spesso (e a ragione) lodato perché centrato sulla gratuità, si nota come buona parte delle persone attive siano ormai i cosiddetti «volontari senza divisa», cioè che si impegnano solo per un singolo evento o progetto.
POSSIBILI RISPOSTE
Fare leva sulla responsabilità nei confronti degli altri: questa potrebbe essere una prima necessaria risposta alla crisi della partecipazione. «Ma in una società dominata dalla cultura dei diritti, quasi sempre individuali – ha riflettuto il relatore -, è molto difficile fare appello al senso del dovere». E appassionarsi a qualcosa, in questo caso alla politica, vuol dire non solo, non tanto usare «la testa», ma anche e soprattutto «il cuore». Un’altra possibile risposta, per padre Riggio, consiste nel «portare fuori dal mondo virtuale quel che c’è di positivo dell’approccio degli influencer». Questi, hanno un grande seguito perché nel proprio ramo «sono considerati credibili: essi, pur dando risposte parziali, rispondono a bisogni sociali e fan credere ai propri follower che la porta del “potere” e del “successo” è aperta anche per loro: “se ce l’ho fatta io, ce la puoi fare anche tu”». Certo, attorno a loro si crea una «community, cosa ben diversa da una vera comunità in quanto formata da fan, da seguaci, da meri ripetitori. Ma rimane che al fondo di ciò vi sia un bisogno di aggregarsi intorno a qualcosa o a qualcuno».
“APPARTENERE A”
Insomma, il senso di appartenenza – quello vero, reale, di carne – è fondamentale: «senza di esso non può esserci partecipazione», ha aggiunto p. Riggio. Senso di appartenenza significa «riconoscere che nella propria storia c’è un’origine», delle radici, «ci sono legami». Legami che «proiettano nel futuro» e che ci fanno percepire come «parte di qualcosa di più grande di noi», soprattutto «quando ci sentiamo ascoltati e quando si condividono obiettivi concreti». Oggi, però – è il parere di chi scrive – mancano fedi, visioni grandi, grandi passioni, che danno un senso alla vita, che alimentano a fondo, alla radice la partecipazione, senza ridurla a mero – pur necessario – “atto amministrativo”.
CERCARE L’ALTRO
Partecipare ha alla propria radice il relazionarsi con l’altro. Significa «aprire delle porte che sembrano invalicabili»: spesso noi, invece, «restiamo chiusi nelle nostre case e negli ambienti in cui ci rifugiamo perché la pensiamo tutti allo stesso modo». Dovremmo, invece, «cercare il dialogo con chi è portatore di un’altra visione, di una rappresentazione dello stare assieme, metterci davvero in gioco». Un gesto politico lo compiamo innanzitutto «quando creiamo spazi di dialogo» e «ogni volta che “saliamo a compromessi”». “Saliamo”, non “scendiamo”, perché il compromesso con l’altro è il raggiungimento di qualcosa di importante, di alto, di nobile. Così, ad esempio, è stato per la nostra Carta costituzionale. Compromesso significa «riconoscere dignità all’altro da me, riconoscergli il diritto alla parola. Per questo ci vuole empatia, compassione, sentire che l’altro non mi è indifferente». Dobbiamo dunque «accettare che dentro la città – e la Chiesa – ci possano essere idee diverse, conflitti» tra chi viene da visioni, partiti diversi. A tal proposito, per padre Riggio è anche ormai tempo di iniziare a superare la falsa e ideologica contrapposizione fra i cosiddetti “cattolici della morale” e i “cattolici sociali”: «sempre di vita si parla»: si tratta quindi, fra cattolici, di «ragionare sul come dare alla vita una priorità», sempre.
MA CHI È L’ALTRO?
Un tema spinoso, questo, ma mai veramente affrontato fra gli stessi laici cattolici, per i quali la legittima visione politica spesso viene prima della comune appartenenza alla Chiesa, della comune fede in Cristo risorto.
Senza nessun intento generalizzante, spesso può essere più “facile” parlare dell’altro inteso come “il povero”, “il migrante”, compiendo un’“apertura all’altro” comoda, a costo zero. Più difficile, invece, può risultare confrontarsi col fratello o la sorella in Cristo che compie scelte politiche differenti dalle nostre. Partire dalla comune fede, e da una comune dottrina, anche sociale, quindi. Per ricordarci che l’essere cristiani cattolici non è un’etichetta come tante, un abito fra i tanti che compongono il mosaico fluido della nostra personalità:è, invece, ciò che più nel profondo definisce l’identità di ognuno di noi.
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Magazine, Periscopio e Avvenire.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)