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Grattacielo Ferrara: solidarietà o barbarie

10 Feb

Cosa ci insegna la questione del Grattacielo? Viviamo giorni che segneranno la storia di Ferrara. Se nel bene o nel male, dipenderà da ognuno di noi

di Andrea Musacci

A Ferrara questo inizio 2026 verrà ricordato come quello in cui oltre 500 persone – fra cui 367 stranieri, 60 bambini, 40 anziani e alcuni malati – han vissuto a lungo nell’ansia di non sapere se potranno tornare nei loro appartamenti o dovranno trovarsi una nuova sistemazione in una città che con l’“invasione” negli ultimi anni degli studenti fuori sede ha visto andare alle stelle i prezzi degli affitti.

L’ultimatum per lo sgombero fissato dal Comune al 5 febbraio è stato rimandato ma rimane l’enorme emergenza sociale e abitativa, di cui si sta facendo carico la rete solidale composta da singoli e associazioni. Fra questi la Caritas, che con la sua Unità di Strada si è da subito attivata e ha creato punti di ascolto per gli sfollati, prima nei locali di Viale K adibiti all’accoglienza in Mura di Porta Po, poi nella Biblioteca Popolare Giardino: dal 5, però, anch’essa è stata fatta evacuare dal Comune (Biblioteca che fino a quel giorno ha ospitato anche il doposcuola di Viale K, che in Mura di Porta Po ha lasciato spazio agli sfollati). L’Unità di Strada per una sera ha trovato “casa” in uno dei bar del Grattacielo, poi gli sfollati li ha accolti e ascoltati all’aperto, sul marciapiede antistante. Quel che ci racconta Silvia Imbesi di Caritas è un quadro inimmaginabile fino a un mese fa: «In queste settimane abbiamo parlato con quasi 200 persone», ci spiega. «Fra queste, una parte è accolta da parenti e amici per periodi molto brevi, un altro gruppo, alcune decine di persone, han deciso di tornare nei loro Paesi di origine, soprattutto in Africa o in Pakistan. Comprese famiglie con bambini, anziani e malati». Gli altri rischiano di ritrovarsi a dormire in rifugi di fortuna per strada. Alcune donne con minori, ASP li ha messi in albergo separati dal padre, si spera per il meno tempo possibile.

Nei giorni scorsi abbiamo parlato anche con Raffaele Rinaldi di Viale K, fin da subito impegnata nell’accoglienza di chi non ha più una casa: «i 40 sfollati che ospitiamo sono di 12 nazionalità diverse, perlopiù maliani, gambiani e senegalesi. Sette di loro sono proprietari del loro appartamento. Lavorano tutti, molti di loro all’Interporto di Bologna». E la cena gliela distribuiscono i giovani scout di Agesci. «Due uomini, uno con due figli e l’altro con tre, si sono rivolti a me perché dovranno lasciare l’appartamento e non sanno dove andare, nemmeno lo Sportello Sociale Unico Integrato (SSUI, ndr) li aiuta; ha detto loro: “noi non abbiamo soluzioni”». Il SSUI – presente dentro San Rocco in c.so Giovecca, nei giorni scorsi ha registrato le richieste di diversi sfollati, ma da diverse segnalazioni di testimoni diretti, molte famiglie sono state respinte malamente, sia da loro sia da ACER. In 9 casi su 10, inoltre, le banche non vogliono sospendere i mutui, e le assicurazioni non ne vogliono sapere di aiutare queste persone.

Il 3 febbraio, un sit in ha accompagnato l’incontro di alcuni sfollati e volontarie/i col Prefetto, il quale ha convocato per il giorno dopo un Tavolo con Comune, Regione, ACER, Ausl, banche, Questore, Arcidiocesi (nella persona di don Michele Zecchin, Vicario episcopale), sindacati, associazioni di categoria e di volontariato. Lapidario il commento dell’Assessora Cristina Coletti (lo ricordiamo, con deleghe per le Politiche sociali, abitative e per la famiglia): «Come Amministrazione comunale non comprendiamo quale sia l’oggetto del “tavolo” convocato e quali siano gli “interventi di supporto socio-economico” richiesti» e «non risulta chiaro nemmeno il riferimento ai “nuclei familiari sfollati” richiamati nella convocazione (…). Parlare di “sfollati” ora appare inappropriato». Eppure, alcune persone hanno difficoltà a curarsi, altre non hanno un frigo per conservare le medicine, e chi è ammalato ha subito un ulteriore shock psico-fisico. C’è chi ha la madre molto anziana, chi fa il pendolare ogni giorno per andare a lavorare a Bologna, chi – padre di 4 figli (di cui 2 gemelline neonate) – lì se l’era appena comprato l’appartamento. Per non parlare del trauma degli anziani, o dei bambini che da un giorno all’altro han dovuto lasciare giochi e amici. O di quel padre di famiglia che lavorava come badante ma ora è disoccupato e con la moglie che aspetta un bambino. 

Il futuro è incerto: a fine mese il TAR valuterà il ricorso contro l’ordinanza comunale ma ogni giorno bisogna considerare l’emergenzialità della situazione per chi ha mutui o paga l’affitto, per le bollette, la continuità di residenza per i rinnovi dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le diverse tutele socio-lavorative, la domiciliazione della posta. Oltre alla ricerca di un tetto, naturalmente.

La rete solidale a Ferrara è forte e unita. Si tratta, ora, di mantenere alta l’attenzione: il Comitato Grattacielo nato in queste settimane ha organizzato per il 10 febbraio alle 18 un sit in sotto il Grattacielo, un dibattito pubblico il 18 febbraio alle 18.30 in Sala ex Refettorio (via Boccaleone), e organizzerà in città una manifestazione regionale. «La nostra casa non si tocca!», ha urlato con dignità una donna con accento dell’est Europa, durante il sit in del 3 davanti alla Prefettura. Un grido che speriamo non resti ancora inascoltato da chi amministra la città. Ma che di sicuro è raccolto da tante volontarie e volontari protagonisti di un gesto collettivo di umanità che, mentre aiuta concretamente chi ha bisogno, ricorda a tutti cosa significa “bene comune”.

E ora che ci avviciniamo alla Quaresima rileggiamo le parole di Isaia: per il Signore il vero digiuno significa «dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile» (Is 58, 7).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026

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Contro il razzismo, progetti aperti a tutti

17 Giu

Lo scorso 11 giugno all’Università di Ferrara è stato presentato il “Laboratorio antirazzista” che vede insieme docenti e studenti dell’Ateneo. Tante altre le iniziative in collaborazione con singoli e associazioni cittadine per cercare di combattere quei pregiudizi che impediscono una pacifica convivenza e l’incontro tra le persone

studenti

Un Laboratorio di ricerca sul razzismo che mette in relazione docenti, studenti e chiunque, fuori dal mondo universitario, voglia parteciparvi, con un occhio alle relazioni internazionali. E’ questo l’ambizioso e più che mai necessario progetto presentato nel pomeriggio dell’11 giugno scorso al Mammut (Polo Chimico Bio Medico di UniFe) di Ferrara, nell’incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Sono stati tre studenti, Camilla Caselli, Claudia Andreozzi e Leonardo Magri, iscritti a diversi Dipartimenti dell’Università di Ferrara, a spiegare agli oltre 100 presenti le diverse iniziative, maturate negli ultimi mesi. Riguardo al “Laboratorio antirazzista”, si tratta di svolgere “una ricerca scientifica interdisciplinare sul tema del razzismo, cercando di mantenere legami stretti con la città e in relazione anche con altre università”. Ma non c’è solo il Laboratorio: dopo l’estate è previsto un pranzo per l’accoglienza di matricole del nostro Ateneo, per presentare le diverse associazioni antirazziste di Ferrara, fra le quali il Movimento nonviolento, Amnesty International e Cittadini del mondo. A seguire, partirà anche un laboratorio in collaborazione col progetto “Mediterranea”, un workshop con Romeo Farinella sul tema “urbanistica e cittadinanza”, la realizzazione di un documentario sul quartiere GAD con interviste ai residenti del quartiere, una collaborazione con FerraraOff. Inoltre, un cineforum sul tema razzismo organizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) – che inizia il 19 giugno a Factory Grisù -, e l’idea di creare uno Statuto antirazzista per il nostro Ateneo.

Gli interventi

Durante l’iniziativa, il primo a intervenire è stato Romeo Farinella, direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale: “mai abbassare la guardia, i diritti acquisiti non lo sono eternamente, vanno difesi. L’Europa sta costruendo muri, ma storicamente ha sempre tentato di rompere quelli esistenti, al suo interno e nel mondo. Questo sincretismo culturale – ha proseguito -, questa mescolanza e dinamismo sono alla base della storia dell’umanità. Per questo, il concetto di nazionalismo è una sorta di manufatto culturale volto alla costruzione di una comunità politica immaginata. Rifiutiamo perciò le semplificazioni, a favore della complessità”. “L’Università nasce dal confronto tra idee e provenienze diverse”, ha esordito Guido Barbujani, genetista e scrittore. “Quello di razza biologica è un concetto inesistente, in quanto è impossibile tracciare linee di divisione tra ipotetiche razze. Nel genoma umano, tutte le differenze si concentrano nello 0,01%, mentre il 99,9% è comune a tutti gli esseri umani. Gli stessi caratteri somatici rappresentano un’infima parte del DNA”. Barbujani ha poi raccontato la storia rara, ma non rarissima, alla quale un anno fa il National Geographic ha dedicato la propria copertina: quella di due bambine inglesi di 11 anni, Marcia e Millie Biggs, sorelle gemelle eterozigote nate nel 2006, mamma inglese da generazioni e padre di origine Giamaicana. Bene, una delle due ha preso la tonalità della pelle e dei capelli dalla madre (carnagione molto chiara, capelli tra il biondo e il castano chiaro), e l’altra dal padre (carnagione scura, capelli ricci e neri). Barbujani ha poi proseguito illustrando brevemente come a partire da circa 10mila anni fa dal Continente africano gruppi di persone abbiano iniziato prima a contaminarsi tra loro e poi, nei millenni, a diffondersi in Asia ed Europa. Ma allora perché il diverso ci fa paura? Uno studio fatto negli USA, ha dimostrato che, “quando cerchiamo di identificare una persona, viene attivata una determinata regione del nostro cervello. Se questa ha tratti diversi dai nostri, scatta una zona di allarme. Quindi è una cosa assolutamente naturale: questo sistema di difesa per i nostri antenati era questione di sopravvivenza – ha proseguito -, in quanto permetteva loro di saper riconoscere rapidamente gli alleati o i nemici”. Ad ognuno di noi tocca, però, “far scattare anche la parte razionale che ci fa comprendere come non sia il caso di allarmarci. Possiamo quindi – ha concluso – scegliere non il conflitto ma l’empatia e il dialogo”. Ha poi preso la parola il sociologo Alfredo Alietti: “non dimentichiamo che l’antirazzismo è un valore democratico basilare, al di là delle singole scelte politiche”. Ma perché esiste? Un primo motivo è che “nei periodi di crisi – economica, sociale, culturale – il ‘noi’ diventa un tentativo di ancorarsi a qualcosa di solido. È in questa situazione, quindi, che le ideologie razziste iniziano a crescere, come risposta, dicendo ‘quello diverso da te è cattivo, pericoloso, portatore di disordine’. Ed è qui che nascono anche guerre, genocidi e massacri”. Un altro motivo sta nella “bassa istruzione e nella scarsa cultura. Questo naturalmente non significa che si possa generalizzare: una persona può avere scarsa cultura e non essere razzista o viceversa un’altra aver studiato ed esserlo. Ma tendenzialmente una bassa istruzione si accompagna a un rifiuto del diverso. Sicuramente – sono ancora parole di Alietti – l’antirazzismo è un problema, è problematico, perché richiede sempre di allenare la propria razionalità, per dimostrare che la diversità è un valore, mentre il razzista non va a fondo, non si pone nemmeno il problema”. Quali sono i limiti che il diritto internazionale impone agli Stati sul tema del razzismo, è stato invece l’interrogativo posto da Alessandra Annoni, giurista internazionalista. Esiste innanzitutto la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata nel 1965 dall’ONU, entrata in vigore quattro anni dopo, e la quale, al 2015, è stata sottoscritta da 88 firmatari e 177 parti. La Convenzione è monitorata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), anche se normalmente per questo tipo di questioni si fa maggior riferimento alla Corte europea per i diritti dell’uomo. “Il CERD recentemente ha evidenziato due problemi riguardo all’Italia”, ha spiegato la Annoni: quello del cosiddetto “hate speech”, dell’incitamento all’odio attraverso affermazioni violente soprattutto attraverso la stampa e gli altri media, emerso però anche nel caso di un parlamentare ed ex Ministro, Roberto Calderoni, ai danni di una collega, Cécile Kyenge. Un altro caso è quello che ha riguardato, e riguarda ancora, i cosiddetti “campi rom”, “veri e propri campi di concentramento e segregazione su base etnica”, ai danni perlopiù di cittadini italiani, “spesso discriminati anche negli accessi agli alloggi popolari, e vittime di sgomberi forzati”, al di fuori di ogni norma. “Dopo le raccomandazioni del Comitato però è cambiato molto poco. Il Governo italiano ha rifiutato anche il richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo”. L’ultimo intervento della giornata è toccato a Orsetta Giolo, filosofa del diritto: “il razzismo – ha spiegato – impatta sui principi fondamentali della democrazia – libertà, eguaglianza e solidarietà – negando le stesse pratiche democratiche. Il ‘Laboratorio antirazzista’ servirà anche a riflettere su ciò, e su come il razzismo richiami, al di là della discriminazione razziale, il tema dell’assoggettamento, della dominazione sugli individui e sui popoli”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

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