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Guerra, clima, tecnocrazia. Ma nel mondo c’è chi resiste

19 Giu

Riccardo Noury ha presentato a Ferrara il Rapporto globale di Amnesty International

Un mondo senza regole, dove regna la violenza. Ma c’è qualche speranza. È un quadro fosco quello delineato lo scorso 10 giugno a Ferrara da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, intervenuto nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia (via Voltapaletto). La presentazione del Rapporto globale di Amnesty (che riguarda l’anno 2025, con 144 Paesi analizzati) è il primo appuntamento del ciclo “Conversazioni sulla pace”, sette incontri per riflettere su pace, diritti e democrazia organizzato dal Sistema Bibliotecario di Ateneo con il patrocinio di AIB.

Noury è stato introdotto da Marina Contarini (Responsabile Ripartizione Biblioteche dell’Università di Ferrara) e ha dialogato con Giuseppe Scandurra (Antropologo, UniFe) e Alessandra Annoni (Prorettrice alle Biblioteche e Presidente del Sistema Bibliotecario d’Ateneo). Il primo ha posto alcune domande sul senso dello Stato nazione oggi e sul metodo usato per stilare il Rapporto, mentre la seconda sul Rapporto come invito alla resistenza contro i poteri ingiusti e sul bullismo di alcuni Paesi a livello globale.

«Se il 2024 è stato l’anno dell’erosione del diritto internazionale sviluppatosi nel secondo dopoguerra, oggi quest’attacco è ancora più forte ed è un attacco alle fondamenta dell’ordine mondiale», ha detto Noury. I riferimenti sono all’invasione russa all’Ucraina (dal 2022 e ancora in corso) e a quella USA in Venezuela e in Iran (quest’ultima assieme a Israele). Oltre alla «campagna genocidaria» di Israele iniziata nell’ottobre 2023 «dopo i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità perpetrati il 7 ottobre di quell’anno da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi». Un genocidio, quello in Palestina, «incentivato, protetto, alimentato, armato e permesso da molti governi occidentali». Ma non bisogna dimenticare altri territori dove «si continuano a consumare crimini gravissimi, come Myanmar, Congo e Afghanistan».

L’attacco alla giustizia internazionale sta, inoltre, «privando milioni di vittime della possibilità di avere giustizia». Un attacco collegato a «un aumento della postura autoritaria» di molti governi nel mondo, che spesso non hanno nemmeno bisogno, in ciò, di apparati militari. Basti pensare all’ICE negli Stati Uniti, «squadroni della morte» che han portato anche a «molti tifosi ad aver timore di entrare negli USA per sostenere la propria squadra ai mondiali di calcio».

Altra questione è quella riguardante la «tecnocrazia sempre più dominante», con «l’uso incontrollato dell’intelligenza artificiale» (che spesso crea o incentiva discriminazioni), la «sorveglianza di massa» soprattutto verso determinate minoranze (negli USA contro i neri, a Hebron contro i palestinesi), «l’AI usata anche nei teatri di guerra». Vi è poi il macrotema della crisi climatica, «la più grande violazione transgenerazionale dei diritti umani: far venir meno la nostra dipendenza dal fossile vorrebbe dire far venir meno anche la nostra dipendenza da Stati autoritari», ha aggiunto Noury. E ancora, la pena di morte, a cui Amnesty dedica un Rapporto ad hoc: viene eseguita a livello globale in sempre meno Stati ma le esecuzioni aumentano. La Cina è un esempio fondamentale, in quanto «in essa c’è il segreto di stato sulle esecuzioni capitali. Ma sono ottimista che in sempre meno Paesi sarà permessa».

Un ultimo capitolo del suo intervento, il relatore ha voluto dedicarlo all’Italia, nei 25 anni del G8 di Genova: dall’uccisione di Carlo Giuliani in poi – compreso l’omicidio di Federico Aldrovandi – «nel nostro Paese le persone uccise dallo Stato vengono criminalizzate»: insomma, da parte dello Stato vi è «un’assenza di assunzione di responsabilità, una narrazione fetida e una colpevolizzazione della stessa famiglia della vittima». Alcune battaglie da fare nel nostro Paese – secondo Noury – riguardano la difesa della legge contro la tortura, la lotta contro la vendita di armi, la difesa dei diritti dei migranti e la critica dell’ingiusta legge sull’antisemitismo. Da parte delle istituzioni di questo Paese – a prescindere dai governi (pur con alcune differenze) – storicamente come Amnesty «lamentiamo una disattenzione nei confronti dei diritti umani».

«Non possiamo però permetterci di essere demoralizzati», sono ancora parole del relatore, anche perché nel mondo «ribollono proteste di vario tipo», ad esempio negli ultimi due anni in Bangladesh, Nepal, Madagascar, Sri Lanka, che hanno anche portato alla caduta dei regimi. O si pensi all’arresto di Rodrigo Duterte, ex presidente delle Filippine, e ad Orban che perde il potere dopo molti anni, «sperando che a Putin e Netanyahu capiti qualcosa di simile a breve». E poi ci sono le proteste a Herat, nell’Afghanistan oppressa dai talebani, di donne e uomini, represse nel sangue dal potere, «uno spaventoso massacro di massa». E altre proteste sono previste nei prossimi giorni, e così in Iran. «Sembra paradossale ma le istituzioni smantellano e i movimenti aggiustano», ha riflettuto Noury. La vera democrazia non può non (ri)nascere innanzitutto dal basso.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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(Foto: Pexels)

Piccole polis resistenti contro profitto e repressione: la rassegna “Alfabeti urbani”

21 Mag

A Ferrara si è svolta la rassegna di UniFe “Alfabeti urbani” con incontri sulle città contemporanee sempre più vittime della crisi ecologica, di logiche speculative e repressive. Ma nelle quali germogliano forme comunitarie e mutualistiche. E in un incontro, focus su Gaza: mancato collegamento con un pescatore lì residente a causa di un bombardamento israeliano. Lo Spin Time di Roma, i legami con la Chiesa e altre utopie concrete

di Andrea Musacci

Tre giorni di riflessioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle comunità e quindi delle nostre città.Dal 14 al 16 maggio a Ferrara si è svolta la rassegna “Alfabeti urbani”, organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici – Laboratorio di Studi Urbani di UniFe, con il coinvolgimento di studentesse e studenti del corso di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, e il contributo della rivista “Quants – Tempi Moderni”. Gli organizzatori sono i docenti Giuseppe Scandurra e Domenico Giuseppe Lipani, Antonino Princi, scrittore e docente, Chiara Tarabotti, regista teatrale, e Fabio Cuzzola, scrittore e docente.

CITTÀ SOMMERSE

La crisi climatica non è un discorso astratto o che riguarda terre lontane. È anche qui, dentro le nostre vite. Su questo ha riflettuto il 14 all’ex Teatro Verdi di Ferrara Alex Giuzio, che negli ultimi sei mesi assieme al fotogiornalista Michele Lapini e alla giornalista Zuza Nazaruk ha lavorato a un’indagine sull’adattamento all’innalzamento del mare tra l’Emilia-Romagna (Rimini e i Lidi ferraresi), il Galles (località Fairbourne) e l’Olanda (Rotterdam), grazie al sostegno del Journalismfund Europe. In mostra all’ex Verdi, anche alcune foto di Lapini.

«Sono 16mila i miliardi di dollari che entro il 2100 verranno spesi a livello globale contro l’innalzamento del mare», ha detto Giuzio. Nel 2018 il Centro nazionale oceanografico del Regno Unito (NOC) parlava di 14mila miliardi di dollari. Per questo motivo, «la Banca Mondiale ha deciso di difendere una località su tre a rischio». Una selezione ben poco naturale, risposta selettiva a una crisi ecologica che non solo non si ferma ma si radicalizza col passare degli anni. E le soluzioni proposte dall’alto seguono la stessa logica – ideologica – delle cause del problema: quella del mercato e del profitto. Si salvano i ricchi e i benestanti, coloro (pochissimi rispetto alle collettività) che ci guadagnano nelle località balneari più gettonate. Insomma, la crisi climatica è causata dalle disuguaglianze e dalla volontà di possesso e di dominio (nello specifico, anche «dall’urbanizzazione/bunkerizzazione delle coste») e la risposta che si dà acuirà queste disuguaglianze e questo atteggiamento predatorio. Senza contare che «i costi dell’energia sono in aumento e continueranno ad aumentare».

Basti pensare a Venezia, dove «per il Mose sono stati spesi 6,5 miliardi di euro», ha detto Giuzio. Almeno, però, Venezia è un gioiello di arte, cultura e architettura unico al mondo. Lo stesso non si può dire di Rimini, dove sono stati spesi 110 milioni di euro solo per il “Parco del mare”, «un progetto di rigenerazione urbana finalizzato in realtà anche a raccogliere l’acqua tramite due vasche sotterranee in piazzale Kennedy». E a proposito di Emilia-Romagna, la Regione «nell’ultimo quarto di secolo ha messo in atto diversi ripascimenti (spendendo, solo per l’ultimo, 23 milioni di euro)», quella tecnica, cioè, per posizionare artificialmente sabbia o sedimenti su un litorale eroso per ricostituire la spiaggia. Ma la spiaggia «deve rendere, quindi a essere salvate sono solo quelle più redditizie». La logica è solo quella «del turismo e del profitto», non della ricchezza ambientale e naturalistica. E «si ragiona solo col qui e ora: importante è che si riescano a piantare gli ombrelloni per la stagione». Da parte degli amministratori locali – che siano di centro-destra o di centro-sinistra (con alcune rare eccezioni) – «non vi è, quindi, lungimiranza, al massimo si danno un po’ di ristori solo dopo l’ennesima emergenza, per poi riprendere a cementificare». Bisogna, invece, «tanto gestire l’emergenza quanto progettare il futuro», per evitare – come detto – anche un aumento delle povertà e delle disuguaglianze sociali.

In conclusione, un accenno a Fairbourne, nel Galles, luogo sacrificato dal governo secondo questa logica, in quanto località poco abitata e non turisticamente attraente, quindi non redditizia. Nel 2054 sarà definitivamente abbandonata: «potrebbe quindi rappresentare quel che accadrà anche qui», nei nostri Lidi.

CITTÀ SORVEGLIATE

Sempre il 14, per “Alfabeti urbani”, di smart cities e Intelligenza artificiale (AI) ha riflettuto il giornalista Andrea Daniele Signorelli in dialogo con Federico Sardo (Direttore Editoriale “Quants”). La narrazione della smart city, per Signorelli si fonda sull’idea di sharing (quindi di “condivisione”) di auto, motorini e monopattini, per usare sempre meno l’auto privata. In realtà, «questi servizi di sharing non hanno sostituito l’auto privata ma l’utilizzo di mezzi pubblici», e perlopiù portando profitti a società private che offrono questo servizio. E vi sono «zone off limits» per questi mezzi in sharing: le periferie della città. Insomma l’obiettivo non detto di molte amministrazioni locali è quello di «non ampliare la rete dei mezzi pubblici» e di favorire poche aziende private. La smart city, quindi, secondo la narrazione che la sostiene è «una città intelligente, che integra in sé nuove tecnologie, sensori utilizzati per raccogliere dati e informazioni, per migliorare la gestione del territorio». In realtà, questa raccolta e successiva elaborazione di dati privati è la cosiddetta «AI predittiva», che mappa il territorio urbano cercando di eliminare ogni variabile dei comportamenti umani prevedendoli integralmente.

L’AI predittiva – molto diffusa in diverse città in USA e Cina, e sempre più anche in Europa – è dunque il «mezzo privilegiato delle società della sorveglianza», con ad esempio telecamere sempre più diffuse e che spesso permettono anche il riconoscimento facciale (si veda a tal proposito in particolare le società USA “Palantir Technologies” – fondata da Peter Thiel – e “Clearview AI”). Ma una società della sorveglianza è una società dove cittadine e cittadini, sentendosi osservati e temendo di essere schedati come “variabili non tollerabili”, finiscono per «autocontrollarsi», cioè per «autocensurarsi». Autocensura che avviene “dal basso”, cioè attraverso gli smartphone o «strumenti come Amazon Ring».

CITTÀ TURISTIFICATE

Un altro dispositivo che sempre più ridisegna le nostre città, mercificandole, è quello legato alla cosiddetta “turistificazione”. Di questo, il 15 Giangi Franz (Docente UniFe) ne ha parlato con Antonio Di Siena, autore del libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano”. Nel volume, Di Siena tratta ampiamente della Grecia (dove ha vissuto), Paese nel quale dal 2008-2009 la troika UE (Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale) ha compiuto «la peggior macelleria sociale degli ultimi 80 anni in Europa». Un processo, pur in modo diverso, iniziato qui e altrove dagli anni ’90, «con crisi economiche, conseguente precarizzazione del lavoro, deindustrializzazione e turistificazione. Un filo rosso», un ordine non casuale, avvenuto nei Paesi euromediterranei (Spagna, Portogallo, Italia e appunto Grecia). Non a caso, in essi «la turistificazione esplode dal 2008-2009, col conseguente aumento dell’imposta di soggiorno e riforma della tutela delle locazioni». Un solo settore viene finanziato: quello del turismo, che in Grecia rappresenta oltre il 30% del PIL, e oltre il 10 in Spagna e Italia. La crisi, quindi, rappresenta «l’humus funzionale a questo sistema di sviluppo, liberando così un’enormità di asset immobiliari, da mettere a rendita trasformandoli in b&b e dando lavoro a tanti disoccupati». Lavori «sottopagati, a basso costo, non sindacalizzati», spesso in nero. Il sud Europa diventa così «il parco divertimento dei ricchi del nord del continente, soprattutto tedeschi, olandesi, svizzeri».

E gli Stati del Mediterraneo europeo diventano «Stati-merce», vale a dire «operatori di mercato, venditori» che vendono sé stessi, le proprie risorse culturali e naturalistiche, come fossero meri brand. Un vero e proprio processo di «musealizzazione» che «trasforma gli enti pubblici a ogni livello in enti di promozione turistica» e la cultura in «intrattenimento», con le città che diventano «parchi a tema». Altre conseguenze di ciò sono la «rinascita di rievocazioni storiche, la creazione dal nulla di retaggi del passato (si veda la “Notte della taranta”) e la competizione tra città e regioni per accaparrarsi più turisti possibili». Insomma, i luoghi devono diventare sempre più «attrattivi», trasferendo il governo dei processi democratici dagli abitanti ai turisti. Abitanti sempre più cacciati dalle loro città grazie all’aumento continuo dei prezzi delle case, e dunque degli sfratti. In Grecia, ha raccontato ancora Di Siena, «non si può nemmeno fisicamente protestare quando ci sono le aste immobiliari perché ora avvengono on line».

E in Italia il governo Meloni ha presentato il ddl sfratti che rende l’esecuzione più rapida, più opaca e meno difendibile: l’eliminazione dell’avviso di rilascio consentirà, ad esempio, all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto. Una realtà già presente: si pensi a ciò che è successo a fine ottobre 2025 con lo sfratto in via Michelino 41 a Bologna di due famiglie con bambini piccoli dai loro appartamenti in poche ore. Famiglie con contratti in essere e affitti sempre pagati, che si sono viste recapitare un provvedimento di sfratto per finita locazione dopo la vendita dello stabile.

Anche Ferrara sta subendo gli effetti di questa gentrificazione/turistificazione: la nostra città, infatti, – ha riflettuto Franz, «30-40 anni fa è stata trasformata dall’ex Sindaco Roberto Soffritti in una città turistica. L’aumento vertiginoso degli studenti universitari, soprattutto dei fuori sede, ha fatto schizzare i prezzi degli immobili e sono aumentati i b&b», togliendo case a famiglie e lavoratici e lavoratori. Senza parlare del proliferare in centro di locali mangia&bevi, con l’omologazione dei negozi e la conseguente «banalizzazione» delle tradizioni culinarie e non.

CITTÀ OCCUPATE

Ben altre occupazioni subiscono da decenni i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in una guerra, quella tra israeliani e palestinesi, che sembra infinita e nella quale uno dei rischi maggiori è che vengano sempre più soffocate le vere voci di pace, quelle che uniscono l’ascolto delle sofferenze delle persone da entrambe le parti alla lotta per la libertà di chi, come i palestinesi, dal ’48 è ammazzato o costretto a lasciare la propria terra. Di questo, della Nakba, il 15 (giorno della memoria di questo dramma), all’ex Verdi di Ferrara (per la tappa ferrarese di “Flotilla 100 porti 100 città”) ha parlato in collegamento streaming Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo e storica attivista per la pace e per i diritti del popolo palestinese: «tanti sono stati in questi decenni i palestinesi uccisi, i villaggi e le case distrutte dagli israeliani, per cancellarne la memoria e la presenza. Il disegno di Israele è fare dei territori palestinesi una colonia col furto e l’occupazione delle terre». Ma in Israele, ha sottolineato Morgantini, «esistono anche antisionisti, minoranze che criticano l’occupazione israeliana, la pulizia etnica e che quindi solidarizzano con i palestinesi». Da qui, dal dialogo tra chi vuole la pace, bisogna  ripartire.

Ma la guerra genocida di Israele continua e ha “lambito” Ferrara e il festival “Alfabeti urbani”: infatti, l’incontro in questione prevedeva l’intervento da Gaza di Zakaria Bakr, pescatore che vive a ovest di Gaza City, nel nord della Striscia. Ma è arrivata la notizia che l’esercito israeliano aveva bombardato un edificio vicino a dove vive Bakr. Poco dopo si è saputo che in quell’attacco sette persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite nell’attacco che ha colpito anche un veicolo civile. Secondo una fonte all’interno del servizio ambulanze di Gaza, in forma anonima, che ha parlato con “Al Jazeera”, fra i morti ci sono tre donne palestinesi e un minore. La notizia del bombardamento vicino alla casa di Bakr l’ha data poco dopo in collegamento on line con Ferrara l’avv. palestinese Zaher Darwish, collegato da Palermo dove vive da 40 anni e lavora come sindacalista CGIL. Darwish ha poi accennato anche alla campagna di sostegno al popolo palestinese anche attraverso la raccolta di finanziamenti per l’ospedale di Gaza, «importante non solo per le cure mediche ma anche per l’aiuto psicologico alle persone». Israele, ha aggiunto «sta distruggendo i valori costituzionali e umani».

A seguire, ha portato la propria testimonianza Elettra Negrini, giovane ferrarese da poco stata su una nave della Global Sumud Flotilla (la sua testimonianza la trovate sulla “Voce” del 15 maggio scorso). Un contributo importante l’ha portato anche Alessandra Annoni, docente di Diritto Internazionale a UniFe, che ha denunciato come «molti Stati non hanno la volontà politica di reagire alle continue violazioni da parte di Israele del diritto internazionale» tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. «Violazioni ci sono state anche da parte della Russia ai danni dell’Ucraina ma in quel caso perlomeno i Paesi occidentali hanno reagito con pacchetti di sanzioni contro Mosca». Oggi, quindi, «a livello globale sembrano non esserci più regole ma vince la legge del più forte».

CITTÀ LIBERATE

“L’utopia che abita la città. Esperienze dal Polo Civico Esquilino e Spin Time Roma” è stato il titolo del primo incontro del pomeriggio conclusivo (16 maggio) di “Alfabeti urbani”, moderato da Fabio Cuzzola. Lorenzo Teodonio e Martina Di Paolo sono venuti da Roma per raccontare l’esperienza del Polo Civico Esquilino (PCE) come «associazione di associazioni», all’insegna della «partecipazione civica e della trasformazione sociale». Attualmente sono 52 le associazioni aderenti al PCE, per un compito sempre più importante perché «aumentano povertà, fragilità sociale e marginalità». Chiara Cacciotti ha poi illustrato l’esperienza dello Spin Time (che fa parte del PCE), esperienza non solo di occupazione ma di autentica rigenerazione urbana: 140 le famiglie (ca. 400 persone) che risiedono nel palazzo di 10 piani, di cui 7 abitativi e gli altri per enti ed associazioni. Lo stabile è occupato dal 2013: storica sede dell’Inpdap, è stato poi acquisito dal fondo di investimenti immobiliari “Investire SGR”.

I residenti da sempre chiedono di essere regolarizzati, e si pongono come rivendicazione attiva e concreta per porre l’attenzione sull’enorme problema del diritto alla casa: «abbiamo fin da subito deciso di non barricarci ma di aprirci – ha spiegato Cacciotti -, mostrando la nostra funzione sociale e culturale», con tanti servizi, associazioni e iniziative, anche all’insegna dell’«economia circolare». Insomma, un luogo permeabile e al servizio della città, un «presidio sociale» per «restituire» a questa l’edificio, «un’istituzione costituente», per citare Castoriadis. Cacciotti ha poi citato l’episodio del maggio 2019 con l’allora elemosiniere del Papa, card. Krajewsky che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare la luce che era stata volontariamente staccata. Achiamarlo fu suor Adriana Domenici, religiosa che vive lì, e ci vive in maniera attiva, «essendo stata lei la prima ad aprire Spin Time alla città». Anche don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di “Mediterranea”, è amico di Spin Time. E lo scorso ottobre lo Spin Time ha ospitato il V Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari (EMMP – Encuentro per Papa Francesco), all’insegna delle tre T (Terra, Techo e Trabajo – Terra, Casa e Lavoro).

A seguire, incontro con Gianluca Pittavino (Askatasuna), Marina Boer (Mamme del Leoncavallo), Beatrice Tabacco (Ricercatrice), Carola Peverati (Cittadini del mondo), Francesco Ganzaroli (Resistenza) e Fabio Cuzzola (Alfabeti Urbani) su “Centri sociali e dintorni: tra riorganizzazione e repressione”. Da qui sono emerse «esperienze di trasformazione che resistono alle trasformazioni della città», modi di «applicare le utopie ai meccanismi reali dell’esistenza». Riguardo a Ferrara, Peverati ha parlato dei recenti sgomberati del Grattacielo come di una «forma di remigrazione», contrapponendo, ad esempio, l’esperienza ormai storica di Cittadini del mondo, che ora ha 256 iscritti al proprio corso per stranieri, compiendo – come anche La Resistenza -, un’opera di mutualismo dal basso, nonostante gli sfratti che entrambi han subìto dall’Amministrazione comunale.

L’ultimo incontro del Festival ha visto l’intervento di Alfredo Morelli (Docente UniFe)  sul tema  “Contro lo spaziocidio: per una nuova controcultura urbana”. Nell’epoca del «salto antropologico» che, a causa anche dell’AI e dell’automazione, ci porta nell’«oltreumano», le uniche forme di resistenza sono quelle anche qui sopra descritte, vale a dire «esperienze plurali di piccole polis, possibili laboratori per il futuro che sfidano il potere negli interstizi».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto “Alfabeti urbani”)

Referendum 8-9 giugno: lavoro e cittadinanza, ecco perché è importante votare

6 Giu

Alessandra Annoni e Silvia Borelli, docenti di UniFe, spiegano gli obiettivi dei 5 quesiti a cui siamo chiamati a rispondere col voto nelle urne. Tanti i temi che toccano la vita quotidiana: dai contratti precari agli incidenti sul lavoro, dai licenziamenti ai diritti civili legati all’acquisizione della cittadinanza

di Andrea Musacci

Quanto spesso nei normali discorsi fra le persone si sente – giustamente – lamentare del lavoro precario, delle cosiddette “morti bianche” (che quasi mai sono “bianche”), dei licenziamenti ingiusti (individuali o collettivi), dell’assurdità di persone – che incontriamo a scuola, al lavoro – che vivono da tanti anni nel nostro Paese e non sono riconosciuti cittadini come noi…

L’8 e il 9 giugno, ognuno di noi è chiamato a votare su 5 quesiti referendari riguardanti proprio lavoro e cittadinanza. Un’ottima occasione, quindi, per esprimere la propria opinione su temi che riguardano o potranno riguardarci direttamente, o persone a noi care, con le quali condividiamo momenti delle nostre quotidianità: i licenziamenti, i contratti a termine, la responsabilità negli appalti, la cittadinanza per gli stranieri. Le cinque schede di diverso colore rappresentano altrettanti ambiti su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi.

La sera dello scorso 27 maggio nel Cinema Santo Spirito di Ferrara erano oltre 200 le persone (fra cui diversi giovani) ritrovatesi per l’incontro organizzato da alcune associazioni e movimenti ecclesiali ferraresi (Azione Cattolica, ACLI, AGESCI, MASCI, Movimento Rinascita Cristiana, Comunità Papa Giovanni XXIII, Salesiani cooperatori). Le relatrici sono state Alessandra Annoni, professoressa ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Ferrara e Silvia Borelli, professoressa associata di Diritto del Lavoro dello stesso Ateneo. L’incontro è stato introdotto e moderato da Alberto Mion. Una forte risposta dei ferraresi per un’iniziativa di alto livello nel quale le due esperte hanno aiutato i tanti presenti a chiarire alcuni dubbi riguardanti temi sicuramente complessi. Con un appello ad andare a votare l’8-9 giugno per due motivi di fondo: per segnalare al Parlamento che questi temi interessano tutti i cittadini e le cittadine; come occasione per interrogarci sul modello cittadinanza, cioè su cosa significa essere cittadino/a italiano/a, qual è la nostra idea di popolo oggi. Popolo, lo ricordiamo, di una Repubblica democratica (dove il referendum è uno degli strumenti diretti di questa democrazia) fondata sul lavoro. Lavoro che, appunto, si vuole tutelare attraverso i primi 4 requisiti referendari.

Tante sono state anche le domande e le riflessioni dal pubblico a conclusione dell’incontro. La registrazione integrale dell’iniziativa a S. Spirito è disponibile sul canale You Tube della nostra Arcidiocesi: youtube.com/@chiesadiferraracomacchio

Vediamo ora nel dettaglio i cinque quesiti referendari attraverso l’analisi di Silvia Borelli e Alessandra Annoni.

Continua a leggere l’articolo qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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Contro il razzismo, progetti aperti a tutti

17 Giu

Lo scorso 11 giugno all’Università di Ferrara è stato presentato il “Laboratorio antirazzista” che vede insieme docenti e studenti dell’Ateneo. Tante altre le iniziative in collaborazione con singoli e associazioni cittadine per cercare di combattere quei pregiudizi che impediscono una pacifica convivenza e l’incontro tra le persone

studenti

Un Laboratorio di ricerca sul razzismo che mette in relazione docenti, studenti e chiunque, fuori dal mondo universitario, voglia parteciparvi, con un occhio alle relazioni internazionali. E’ questo l’ambizioso e più che mai necessario progetto presentato nel pomeriggio dell’11 giugno scorso al Mammut (Polo Chimico Bio Medico di UniFe) di Ferrara, nell’incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Sono stati tre studenti, Camilla Caselli, Claudia Andreozzi e Leonardo Magri, iscritti a diversi Dipartimenti dell’Università di Ferrara, a spiegare agli oltre 100 presenti le diverse iniziative, maturate negli ultimi mesi. Riguardo al “Laboratorio antirazzista”, si tratta di svolgere “una ricerca scientifica interdisciplinare sul tema del razzismo, cercando di mantenere legami stretti con la città e in relazione anche con altre università”. Ma non c’è solo il Laboratorio: dopo l’estate è previsto un pranzo per l’accoglienza di matricole del nostro Ateneo, per presentare le diverse associazioni antirazziste di Ferrara, fra le quali il Movimento nonviolento, Amnesty International e Cittadini del mondo. A seguire, partirà anche un laboratorio in collaborazione col progetto “Mediterranea”, un workshop con Romeo Farinella sul tema “urbanistica e cittadinanza”, la realizzazione di un documentario sul quartiere GAD con interviste ai residenti del quartiere, una collaborazione con FerraraOff. Inoltre, un cineforum sul tema razzismo organizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) – che inizia il 19 giugno a Factory Grisù -, e l’idea di creare uno Statuto antirazzista per il nostro Ateneo.

Gli interventi

Durante l’iniziativa, il primo a intervenire è stato Romeo Farinella, direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale: “mai abbassare la guardia, i diritti acquisiti non lo sono eternamente, vanno difesi. L’Europa sta costruendo muri, ma storicamente ha sempre tentato di rompere quelli esistenti, al suo interno e nel mondo. Questo sincretismo culturale – ha proseguito -, questa mescolanza e dinamismo sono alla base della storia dell’umanità. Per questo, il concetto di nazionalismo è una sorta di manufatto culturale volto alla costruzione di una comunità politica immaginata. Rifiutiamo perciò le semplificazioni, a favore della complessità”. “L’Università nasce dal confronto tra idee e provenienze diverse”, ha esordito Guido Barbujani, genetista e scrittore. “Quello di razza biologica è un concetto inesistente, in quanto è impossibile tracciare linee di divisione tra ipotetiche razze. Nel genoma umano, tutte le differenze si concentrano nello 0,01%, mentre il 99,9% è comune a tutti gli esseri umani. Gli stessi caratteri somatici rappresentano un’infima parte del DNA”. Barbujani ha poi raccontato la storia rara, ma non rarissima, alla quale un anno fa il National Geographic ha dedicato la propria copertina: quella di due bambine inglesi di 11 anni, Marcia e Millie Biggs, sorelle gemelle eterozigote nate nel 2006, mamma inglese da generazioni e padre di origine Giamaicana. Bene, una delle due ha preso la tonalità della pelle e dei capelli dalla madre (carnagione molto chiara, capelli tra il biondo e il castano chiaro), e l’altra dal padre (carnagione scura, capelli ricci e neri). Barbujani ha poi proseguito illustrando brevemente come a partire da circa 10mila anni fa dal Continente africano gruppi di persone abbiano iniziato prima a contaminarsi tra loro e poi, nei millenni, a diffondersi in Asia ed Europa. Ma allora perché il diverso ci fa paura? Uno studio fatto negli USA, ha dimostrato che, “quando cerchiamo di identificare una persona, viene attivata una determinata regione del nostro cervello. Se questa ha tratti diversi dai nostri, scatta una zona di allarme. Quindi è una cosa assolutamente naturale: questo sistema di difesa per i nostri antenati era questione di sopravvivenza – ha proseguito -, in quanto permetteva loro di saper riconoscere rapidamente gli alleati o i nemici”. Ad ognuno di noi tocca, però, “far scattare anche la parte razionale che ci fa comprendere come non sia il caso di allarmarci. Possiamo quindi – ha concluso – scegliere non il conflitto ma l’empatia e il dialogo”. Ha poi preso la parola il sociologo Alfredo Alietti: “non dimentichiamo che l’antirazzismo è un valore democratico basilare, al di là delle singole scelte politiche”. Ma perché esiste? Un primo motivo è che “nei periodi di crisi – economica, sociale, culturale – il ‘noi’ diventa un tentativo di ancorarsi a qualcosa di solido. È in questa situazione, quindi, che le ideologie razziste iniziano a crescere, come risposta, dicendo ‘quello diverso da te è cattivo, pericoloso, portatore di disordine’. Ed è qui che nascono anche guerre, genocidi e massacri”. Un altro motivo sta nella “bassa istruzione e nella scarsa cultura. Questo naturalmente non significa che si possa generalizzare: una persona può avere scarsa cultura e non essere razzista o viceversa un’altra aver studiato ed esserlo. Ma tendenzialmente una bassa istruzione si accompagna a un rifiuto del diverso. Sicuramente – sono ancora parole di Alietti – l’antirazzismo è un problema, è problematico, perché richiede sempre di allenare la propria razionalità, per dimostrare che la diversità è un valore, mentre il razzista non va a fondo, non si pone nemmeno il problema”. Quali sono i limiti che il diritto internazionale impone agli Stati sul tema del razzismo, è stato invece l’interrogativo posto da Alessandra Annoni, giurista internazionalista. Esiste innanzitutto la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata nel 1965 dall’ONU, entrata in vigore quattro anni dopo, e la quale, al 2015, è stata sottoscritta da 88 firmatari e 177 parti. La Convenzione è monitorata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), anche se normalmente per questo tipo di questioni si fa maggior riferimento alla Corte europea per i diritti dell’uomo. “Il CERD recentemente ha evidenziato due problemi riguardo all’Italia”, ha spiegato la Annoni: quello del cosiddetto “hate speech”, dell’incitamento all’odio attraverso affermazioni violente soprattutto attraverso la stampa e gli altri media, emerso però anche nel caso di un parlamentare ed ex Ministro, Roberto Calderoni, ai danni di una collega, Cécile Kyenge. Un altro caso è quello che ha riguardato, e riguarda ancora, i cosiddetti “campi rom”, “veri e propri campi di concentramento e segregazione su base etnica”, ai danni perlopiù di cittadini italiani, “spesso discriminati anche negli accessi agli alloggi popolari, e vittime di sgomberi forzati”, al di fuori di ogni norma. “Dopo le raccomandazioni del Comitato però è cambiato molto poco. Il Governo italiano ha rifiutato anche il richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo”. L’ultimo intervento della giornata è toccato a Orsetta Giolo, filosofa del diritto: “il razzismo – ha spiegato – impatta sui principi fondamentali della democrazia – libertà, eguaglianza e solidarietà – negando le stesse pratiche democratiche. Il ‘Laboratorio antirazzista’ servirà anche a riflettere su ciò, e su come il razzismo richiami, al di là della discriminazione razziale, il tema dell’assoggettamento, della dominazione sugli individui e sui popoli”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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