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Buskers Festival, bello senz’anima

5 Set


Riflessioni dopo la 37^ edizione della rassegna ferrarese svoltasi tra molte polemiche: riscopriamo la sua essenza

di Andrea Musacci

Per almeno una settimana, in città non si è parlato d’altro: il Ferrara Buskers Festival non è più nel centro storico ma “confinato” nel Quadrivio degli Angeli e a Parco Massari. Ed è a pagamento (11 euro + eventuali costi di prevendita). 

In attesa dei dati sull’affluenza e della conferenza stampa prevista a breve, cerchiamo di riflettere a freddo su questa che verrà ricordata come l’edizione più discussa del Festival. Innanzitutto, non si è trattato della prima a pagamento nella nostra città: già nel 2020 e 2021, in piena era Covid, gli organizzatori avevano optato per questa scelta. Allora venne motivata con l’obbligatoria selettività causa restrizioni emergenza sanitaria. Nel 2020 venne scelta la formula dei tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro selezionati (giardino di palazzo dei Diamanti, cortile di palazzo Crema, chiostro di San Paolo, cortile del Castello Estense, Palazzo Roverella). Costo del biglietto, 12 euro. Nel 2021, sarà di 10 euro, col Festival relegato nel solo Parco Massari. 

Ma oggi, come giustificare una tale scelta, così contraria allo spirito libero dell’artista di strada? «I costi organizzativi sono diventati davvero improponibili», aveva dichiarato la Presidente e Direttrice Artistica del Festival, Rebecca Bottoni. D’altra parte, nei giorni scorsi l’Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, ha dichiarato: «per l’organizzazione del Festival edizione 2024 l’Amministrazione comunale ha sostenuto gli organizzatori con un contributo di 110mila euro».

LO SPIRITO ORIGINARIO

Nel libro del 1989 intitolato “Musicisti di strada. Immagini del Ferrara Buskers Festival”, in occasione della prima edizione del 1988, gli organizzatori riflettevano su una questione decisiva: «viene tradito lo spirito dei buskers nel costringere una attività spontanea, libera, per certi versi “trasgressiva”, entro i limiti di programmazione, istituzionalizzazione e codificazione che la struttura di un festival impone?». A ciò Luigi Russo, attuale Direttore organizzativo del Festival, 36 anni fa rispondeva elencando le dovute attenzioni dei promotori per lasciare il più possibile la spontaneità del gesto artistico del busker: «i luoghi deputati alle performance musicali sono stati individuati fra quelli normalmente prescelti dai buskers di passaggio in città. Nessun luogo chiuso dunque (teatro o cortile) (…)».

Nello stesso volume, Thomas Walker (già Direttore della Rassegna di teatro Aterforum) citava la distinzione fondamentale – sostenuta dal noto regista teatrale Eugenio Barba – fra teatro di strada (che «deve catturare, accattivare un pubblico che non ha pagato il biglietto») e spettacolo «borghese». Era sempre Walker a spiegare come busk in inglese rimandi al «girare come un pirata». Insomma, già un Festival di buskers richiede un’organizzazione antitetica alla natura dell’artista di strada. Le molto criticate scelte di quest’anno – ingresso a pagamento, zona centrale ma chiusa e mai scelta spontaneamente dai buskers – han però dato vita a una separazione troppo grande fra ideale e realtà. Nell’edizione 2024 del Ferrara Buskers Festival, infatti, tra il busker che offre la propria arte e la folla libera di ascoltarlo e di premiarlo con un’offerta, si è creato un “muro” organizzativo che non fa più da utile filtro per dar vita all’evento-festival, ma che è diventato altro.

Scrivevano, infatti, gli stessi organizzatori del Ferrara Buskers Festival nel catalogo dell’edizione 1993: «Per noi il Festival non è altro che la spontaneità “organizzata” in mille momenti musicali e d’incontro liberamente gestiti dall’artista con la complicità del suo pubblico. Il nostro compito è soltanto quello di porre le condizioni perché questo incontro avvenga nella maniera più naturale e felice possibile».

RITORNO ALL’ANTICO

Molti, invece, quest’anno hanno sofferto lo snaturamento del Festival, che ha fatto perdere la bellezza – senza prezzo – di poter scovare un one man band, un gruppo, un giocoliere ad ogni crocicchio, piazza, strada o vicoletto del centro. L’artista, con un’intuizione istantanea (solo in parte dettata dall’abitudine) diveniva parte del contesto cittadino, in esso si con-fondeva: quest’ultimo non era mero “palcoscenico” ma diveniva luogo vivo di pietre, corpi e musica.

Pur nelle diversità, quest’anno gli altri Buskers Festival in Italia (Roma, Bologna, Aosta, Belluno, solo per citarne alcuni) sono rimasti a ingresso libero e gratuito, come anche la tradizionale anteprima svoltasi a Comacchio il 18 agosto. Nei giorni del Ferrara Buskers Festival, invece, una fra le aree più magiche e note della nostra città è stata di fatto “privatizzata” e chiusa con tanto di divieto di accedervi in bicicletta e di portare cibo, bevande e macchine fotografiche. Escludendo una violinista e una band “fuggiti” in piazza oltre il recinto del Festival, nel centro cittadino gli unici musicisti di strada rimasti erano gli zingari con la loro fisarmonica che, come ogni giorno, giravano chiedendo l’elemosina…

Nel sito del Ferrara Buskers Festival campeggia la scritta: “Quest’anno tutta un’altra musica”. Così è stato. Ma forse sarebbe meglio tornare a quella precedente.

Pubblicato sulla “Voce” del 6 settembre 2024

Abbònati qui!

Buskers festival “in gabbia”

30 Ago

(Foto Francesca Brancaleoni)


Costretta dentro Parco Massari la bella rassegna musicale svoltasi dal 25 al 29 agosto. Una riflessione

Ristretto e isolato. No: più intimo, sicuro e confortevole. Ha diviso molto i ferraresi la nuova versione “limitata” del Buskers Festival 2021.

Dal 25 al 29 agosto, la rassegna celebre in tutto il mondo si è svolta per la prima – e speriamo ultima – volta nel Parco Massari di corso Porta Mare. L’anno scorso, invece, venne scelta la formula dei tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro selezionati (giardino di palazzo dei Diamanti, cortile di palazzo Crema, chiostro di San Paolo, cortile del Castello Estense, palazzo Roverella). Costo del biglietto, 12 euro (l’anno scorso 10). Rilevante la partecipazione di ferraresi e non, com’è nella tradizione di questo festival negli anni sempre più amato anche oltre le Mura estensi.

Ma l’emergenza sanitaria ancora in corso ha sfibrato e stravolto rapporti, creato lontananze. E così, anche per il festival della città di Ferrara, l’anomalia è evidente, l’innaturalità del luogo palese e da non tacere. La rassegna, suo malgrado, assomigliava nei giorni scorsi a un animale, per sua natura selvatico, costretto in gabbia. Suo mondo, invece, è la città, la nostra città, non un – pur suggestivo e accogliente – parco pubblico. Relegato nella quarantena del grande cuore verde, incubo di ogni nomade, il festival si è ritrovato obbligato fra le definite e strette mura di Parco Massari.

Ma il centro di Ferrara non ha angoli, non conosce spigoli, men che meno durante “i Buskers”, inafferrabile e tarantolato vortice che prima di ogni regola rompe le geometrie, ignorando vincoli e percorsi, creando una visionaria e mai del tutto mappabile “città dei musicisti di strada”, un dedalo di slarghi e viuzze. Una rottura del quotidiano che a tutto invitava fuorché alla ripetitività, alla linearità degli spostamenti, a scansioni troppo rigide.

Con un anticipo di qualche mese, all’anno che verrà chiediamo, quindi, di restituire ai Buskers la loro città, e a quest’ultima il piacevole frastuono di quell’anima selvatica.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 settembre 2021

https://www.lavocediferrara.it/

Ferrara, salotto o luna park? Un anno d’amore con Fabbri&co.

29 Giu

Piazza Verdi presidiata prima dell’ “occupazione” (12 giugno 2020)

di Andrea Musacci

Un anno di Giunta Fabbri. Proprio 55 anni dopo l’uscita di “Un anno d’amore” dell’immortale Mina. Ed è stato un anno d’amore tra la nuova Giunta e la città “d’arte e cultura”? “Cosa vuol dire un anno d’amore”? Chiediamocelo.

Partiamo dalla fine. Anzi, dal centro. Dopo anni di incessante martellamento sulla criminalità in Zona GAD, eccola scomparire. No, non la zona GAD ma la criminalità. O meglio, non proprio la criminalità dalle strade, purtroppo, ma per ora solo dalle parole dei neoamministratori cittadini.

E quindi spazio al centro: dopo litigate con gruppi di universitari alticci nella famigerata zona Mayr / Verdi, e minacce di recinzione, si è arrivati, causa (o scusa) emergenza covid e necessità di distanziamento, alla chiusura di piazza Verdi. Chiusa, recintata, manco fossimo in zona GAD. Movida non sicura, “sicurissima”. E l’intera zona – pubblica! – chiusa il mercoledì, venerdì e sabato sera per evitare assembramenti e schiamazzi, con tanto di dispiegamento di decine tra steward privati (scelti dai cinque maggiori locali della via ma pagati dal Comune), vigili, carabinieri e finanzieri a controllo dei varchi. Per la cronaca, chi scrive è potuto transitare a piedi attraverso questa “zona rossa” alle 22.30 di venerdì 12 giugno, nonostante il mancato patto di sangue con uno dei 5 locali prescelti, solo per gentile concessione di uno steward di 4 metri quadri. Perché la zona, immaginata per ospitare 900 avventori (contati) ne ospitava forse 100. Ottimo risultato, insomma.

Ma l’ “industria del divertimento” ideata da “Mayr+Verdi” e dalla nuova Giunta non demorde e andrà avanti almeno tutto luglio. Almeno. Perché “anche quando l’emergenza pandemica sarà rientrata – ha spiegato il 2 giugno l’Assessore alla Sicurezza Nicola Lodi -, la nostra idea è quella di mantenere (ad libitum?, ndr) questo progetto di ‘Movida sicura’ ”. Altro che ruspa. Di solito si dice: si nasce incendiari, si muore pompieri. Qui, invece, si nasce “ruspanti” e si muore brindanti.

E dopo aver donato piazza Verdi ai 5 locali orbitanti la piazza stessa, – con buona pace dell’uso collettivo della città e della possibilità di ravvivarla con iniziative teatrali, proiezioni di film, letture pubbliche, presentazioni letterarie o eventi solidali -, ora anche il Giardino delle Duchesse è stato sacrificato ad altrettanti locali dei dintorni, che possono trattarlo come il proprio “giardino di casa”, ad uso esclusivo per i propri affari.

Questo è il salotto. Ma passare dal salotto al trastullo è un attimo. Se salotto dev’essere perché faticare per arrivarci. Misteri del nuovo corso (politico), soprattutto la mattina, in pieno centro, sono triplicati, tra il divano e il comò del salotto urbano, macchine e furgoni di ogni tipo, parcheggiate anche sui marciapiedi di un altro corso, non quello politico, ma Martiri della Libertà. E proprio da quel marciapiede lo scorso dicembre il busker Jiri è stato cacciato (nella città dei buskers), per un alterco col vicino banchetto del partito di maggioranza relativa in città. Disturbo alla quiete, dissero.

Quello che evidentemente non ha provocato il corteo danzante del 1° maggio (ma fatto il giorno 5) dal Vice Sindaco Lodi per le vie della città (nel salotto e non) per ridare vigore e speranza al popolo affranto, forse confondendo la Festa del Lavoro con la Festa del Raviolo. Pazienza se il Prefetto Campanaro non ha dato il nulla osta all’evento essendo un po’ tutti – sai com’è – ancora in lockdown. Comunque, tra un Albano e un Pappalardo, con un dispiegamento di polizia urbana che manco sotto i Grattacieli, grande è stata la festa, con finale “brindante” a S. Martino. E ruspa in garage. E anche qui amen per il fracasso subito da tanti concittadini chiusi “a casa loro”. Il luna park deve andare avanti.

Se si deve marciare, allora non può non esserci un trenino itinerante, il City Red Bus, annunziato in pompa magna lo scorso novembre e tornato a mordere l’asfalto del salotto cittadino dal 6 giugno scorso. Per la gioia di turisti assetati di cultura&libertà, con la possibilità – com’è scritto sul sito dell’azienda promotrice – di “un noleggio esclusivo per festa di laurea, compleanno, matrimonio o un evento speciale a bordo dei nostri mezzi”, con “itinerari personalizzati”, “possibilità di scegliere punti di partenza e arrivo” e “di decorare e personalizzare il mezzo con striscioni o teli, addobbi floreali, palloncini, musica a bordo”.

Se qualcuno non fosse ancora convinto sul progetto “Ferrara luna park”, ecco un bel “brand” come si deve per vendere qualsiasi cosa purchessia: “Ferrara feel the event”, per raccogliere “le iniziative di svago e i momenti culturali e artistici della città destinati ad attrarre e coinvolgere nuovi visitatori e turisti”, spiega l’Assessore preposto e gongolante. E dentro ci sta pure il festival giornalistico di Internazionale come la mostra di Banksy, quello street artist per antonomasia contro il “decoro ubano” ma che se lo imbalsamiamo e impacchettiamo dentro un museo, sai che giro di soldi per la città?

E il Castello poteva rimanere fuori dal parco giochi? Certo che no. E allora il prossimo 31 ottobre, per il secondo anno consecutivo, si ripeterà il “Monsterland Halloween Festival”, con dj glitterati, zombie e streghe a più non posso, perché, come recita la presentazione di “Ferrara feel the event”, “la città, oggi, chiede di essere guardata con occhi nuovi”. Più chiaro di così.

Ah, ultima cosa: dopo anni di lotte contro il potere ghibellino al grido “Basta con gli amici degli amici degli amici ecc. che controllano mezza Ferrara, cultura compresa!”, i neoguelfi si sono detti: “molti nemici, molto onore”… o meglio: “pochi amici, così stiamo anche più larghi”. Anzi, meglio uno, il presidente di Ferrara Arte, la cui Fondazione Cavallini Sgarbi a inizio anno ha stipulato una convenzione col Comune di Ferrara, che, “a fronte del prestito della collezione (Cavallini Sgarbi, ndr), corrisponderà alla Fondazione una royalty su ogni biglietto di ingresso al museo del Castello”: una percentuale sui ricavi pari al 20%.

Un atto d’amore che sigilla, lo possiamo dire, un anno d’amore. Ma tra chi?

(29 giugno 2020)