SPAZIOCIDIO. Romeo Farinella e Alfredo Alietti sono intervenuti il 26 febbraio a Ferrara: «dalla Palestina alle nostre città, il neoliberismo “sfratta” gli ultimi in nome del profitto. Viviamo già in uno stato di eccezione». E «lo sgombero del Grattacielo è parte di questo discorso»
di Andrea Musacci
Esistono ormai, anche nelle città come Ferrara, fasce di popolazione considerate «sacrificabili» dal potere, gruppi di persone private del diritto fondamentale della casa. È questa l’analisi proposta lo scorso 26 febbraio in Biblioteca Ariostea da due studiosi, l’urbanista di UniFe Romeo Farinella e il sociologo urbano dello stesso Ateneo Alfredo Alietti. L’occasione è stato il primo incontro del ciclo intitolato “Spaziocidio. Dalla Palestina alla Metropoli Globale”, a cura della Rete per la Pace Ferrara, con l’adesione del Laboratorio per la Pace dell’Università di Ferrara. Un centinaio i presenti per l’incontro introdotto da Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara).
FARINELLA: DAL COLONIALISMO ISRAELIANO ALLA TERRAFORMAZIONE
Il concetto di “spaziocidio” viene sviluppato dall’israeliano Eyal Weizman, teorico dell’architettura, nel suo libro “Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele” e nella seconda edizione aggiornata dal titolo “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”. Farinella ha quindi spiegato come è Sari Hanagi, sociologo palestinese, ad aver coniato il termine. «Israele – che come Stato e Governo va sempre distinta dalla più ampia e variegata cultura ebraica – dopo la seconda intifada (2000-2005) ha iniziato a prendere di mira i palestinesi e la loro terra», ha detto il relatore. Fino al presente: lo scorso dicembre l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, per ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania. Ma il deserto «è da sempre considerato dai beduini come territorio relazionale governato in modo comunitario, senza nessuna volontà di appropriazione», com’è invece quella di Israele.
LE TORRI VUOTE DI FERRARA.Daniele, Imad, George, Amara, Ona e Alessio: gli sfollati del Grattacielo parlano pubblicamente di mancanze e responsabilità. E intanto il caso è arrivato in Parlamento. Inoltre, il racconto di Anna Rossi, ex residente al Grattacielo che ora vive a Lisbona
di Andrea Musacci
Sono giorni di sospensione per gli abitanti del Grattacielo di Ferrara, nonostante la dura accettazione di uno sgombero che han dovuto subire, contro ogni logica di umanità. Una sospensione abitata – oltre che dall’incertezza per il futuro -, dalla tentazione della rassegnazione e dall’altra parte dalla volontà di continuare a lottare per la propria dignità e per difendere un diritto fondamentale. Noi ciponiamo alcune domande: delle responsabilità dell’attuale Sindaco Fabbri e della sua Giunta abbiamo parlato e continueremo a parlare; ma siamo sicuri che il Prefetto e la Regione abbiano fatto tutto ciò che era in loro potere?Senza considerare anche le responsabilità di chi ha amministrato Ferrara prima di Fabbri, sia sul tema Grattacielo sia sulla questione abitativa in città. E continuiamo a chiederci: dove sono finiti buona parte degli sfollati, quelli non aiutati né da Caritas né da Viale K né da ASP? E molti sfollati ora aiutati che fine faranno fra 2 settimane/1 mese/6 mesi?
Il 17 febbraio a Palazzo Madama, sede del Senato, si è svolta una conferenza stampa indetta dalle sen. Ilaria Cucchi (AVS) e Sandra Zampa (Pd) e dalla deputata Stefania Ascari (M5S), che hanno anche presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Piantedosi e al Ministro della Protezione Civile Musumeci. Nel testo si chiede ai due se «intendano acquisire da Comune e Prefettura una relazione su gestione dell’emergenza, comunicazioni ai residenti, pianificazione e tempistiche tecniche di ripristino dell’agibilità, anche alla luce dell’apertura di accertamenti giudiziari»; «quali misure urgenti si intenda attivare, d’intesa con Comune, Prefettura e Regione Emilia-Romagna, per garantire che nessuna persona sfollata resti priva di una sistemazione sostenibile nel breve e medio periodo». La conferenza stampa si è svolta in collegamento con Ferrara, dove nella sede di via C. Goretti erano presenti anche alcuni sfollati. Il giorno dopo, il 18, è stata la Sala ex Refettorio di via Boccaleone a Ferrara ad ospitare l’assemblea pubblica organizzata da “Cittadini del mondo” con diversi sfollati e, in tutto, 150 presenti (foto). Ricordiamo che il 26 febbraio è in programma l’udienza al TAR per valutare il ricorso contro l’ordinanza comunale di sgombero. E il 7 marzo a Ferrara si svolgerà una manifestazione regionale.
I GIORNI DELLO SGOMBERO. Il nostro racconto delle giornate che rimarranno nella storia di Ferrara: l’angoscia, lo spaesamento, la speranza. I sorrisi che a fatica tornano: le storie degli sfollati
di Andrea Musacci
Giorni di dramme e di speranze, inimmaginabili fino a poco tempo fa. Il non sapere, da quella notte maledetta del 10-11 gennaio con l’incendio alla torre B, se e quando quella che è stata la tua casa lo sarà di nuovo. E poi le ordinanze comunali, l’obbligo di sgombero, la tanta solidarietà ma anche dall’altra parte il cinismo e l’indifferenza di molti.
Questo racconto lo voglio iniziare dall’alba di giovedì 12 febbraio, quando a partire dalle ore 7 si è svolto il previsto sgombero delle torri A e C, dopo che la torre B era già stata fatta evacuare. Le previsioni meteo non indicavano pioggia, ma pioverà anche, una pioggia fine e implacabile su borse, trolley e sporte. Alla fine, la rete di carità – vera anima di Ferrara – ha ridato sorrisi a quelle centinaia di persone: una 50ina di adulti (e non solo) grazie a Caritas Diocesana sono andati nella struttura ex San Bartolo appena fuori città (grazie a un accordo di comodato temporaneo con AUSL Ferrara), donne e minori sono accolti grazie all’ASP in strutture apposite, altri in strutture di “Cittadini del Mondo” e Viale K in via Mura di Porta Po (col doposcuola di Viale K che a sua volta ora è ospitato nella sede dell’ANMIG Ferrara in via Cesare Battisti, 23).
L’INCENDIO, L’ANGOSCIA, LO SGOMBERO
I fatti – lo ricordiamo – sono precipitati l’11 gennaio con l’incendio alla base della Torre B, le fiamme partite da un quadro elettrico. Circa 200 gli evacuati, 20 gli intossicati. Era solo l’inizio del dramma collettivo per 500 persone, delle quali 367 straniere, oltre a diversi bambini, anziani e ad alcuni invalidi. Una parte di loro ha trovato “rifugio” da amici e parenti, altri han deciso di tornare nei propri Paesi d’origine (diversi dell’Africa, o Pakistan), altri ancora sono stati aiutati da Viale K. Nonostante le notifiche dell’ordinanza comunale di lasciare il proprio appartamento siano state recapitate in giorni diversi, lo sgombero è stato concentrato (e in molti casi anticipato) al 12-13 febbraio; il motivo è semplice: non ci sono più soldi per pagare la sorveglianza h24 dei vani contatori, prescritta dopo l’incendio. E la mattina del 13 febbraio le forze dell’ordine hanno «completato le operazioni tecniche di chiusura dell’immobile mediante cancelli», come han spiegato dal Comune. Era però impossibile per molte persone trovare un appartamento in affitto, data la scarsità di alloggi (causa “invasione” da anni di studenti universitari fuori sede, e anche per colpa di quegli appartamenti – sempre più – che in molti proprietari – per speculare – affittano solo per brevi periodi); poi ci sono i prezzi sempre più alti degli affitti e in alcuni casi le discriminazioni razziali e l’essere identificati come “quelli del Grattacielo”, quindi come delinquenti.
Continua a leggere sul sito della “Voce”:
Quitrovate la prima parte della mia inchiesta sullo sgombero e la prima accoglienza.
Cosa ci insegna la questione del Grattacielo? Viviamo giorni che segneranno la storia di Ferrara. Se nel bene o nel male, dipenderà da ognuno di noi
di Andrea Musacci
A Ferrara questo inizio 2026 verrà ricordato come quello in cui oltre 500 persone – fra cui 367 stranieri, 60 bambini, 40 anziani e alcuni malati – han vissuto a lungo nell’ansia di non sapere se potranno tornare nei loro appartamenti o dovranno trovarsi una nuova sistemazione in una città che con l’“invasione” negli ultimi anni degli studenti fuori sede ha visto andare alle stelle i prezzi degli affitti.
L’ultimatum per lo sgombero fissato dal Comune al 5 febbraio è stato rimandato ma rimane l’enorme emergenza sociale e abitativa, di cui si sta facendo carico la rete solidale composta da singoli e associazioni. Fra questi la Caritas, che con la sua Unità di Strada si è da subito attivata e ha creato punti di ascolto per gli sfollati, prima nei locali di Viale K adibiti all’accoglienza in Mura di Porta Po, poi nella Biblioteca Popolare Giardino: dal 5, però, anch’essa è stata fatta evacuare dal Comune (Biblioteca che fino a quel giorno ha ospitato anche il doposcuola di Viale K, che in Mura di Porta Po ha lasciato spazio agli sfollati). L’Unità di Strada per una sera ha trovato “casa” in uno dei bar del Grattacielo, poi gli sfollati li ha accolti e ascoltati all’aperto, sul marciapiede antistante. Quel che ci racconta Silvia Imbesi di Caritas è un quadro inimmaginabile fino a un mese fa: «In queste settimane abbiamo parlato con quasi 200 persone», ci spiega. «Fra queste, una parte è accolta da parenti e amici per periodi molto brevi, un altro gruppo, alcune decine di persone, han deciso di tornare nei loro Paesi di origine, soprattutto in Africa o in Pakistan. Comprese famiglie con bambini, anziani e malati». Gli altri rischiano di ritrovarsi a dormire in rifugi di fortuna per strada. Alcune donne con minori, ASP li ha messi in albergo separati dal padre, si spera per il meno tempo possibile.
Nei giorni scorsi abbiamo parlato anche con Raffaele Rinaldi di Viale K, fin da subito impegnata nell’accoglienza di chi non ha più una casa: «i 40 sfollati che ospitiamo sono di 12 nazionalità diverse, perlopiù maliani, gambiani e senegalesi. Sette di loro sono proprietari del loro appartamento. Lavorano tutti, molti di loro all’Interporto di Bologna». E la cena gliela distribuiscono i giovani scout di Agesci. «Due uomini, uno con due figli e l’altro con tre, si sono rivolti a me perché dovranno lasciare l’appartamento e non sanno dove andare, nemmeno lo Sportello Sociale Unico Integrato (SSUI, ndr) li aiuta; ha detto loro: “noi non abbiamo soluzioni”». Il SSUI – presente dentro San Rocco in c.so Giovecca, nei giorni scorsi ha registrato le richieste di diversi sfollati, ma da diverse segnalazioni di testimoni diretti, molte famiglie sono state respinte malamente, sia da loro sia da ACER. In 9 casi su 10, inoltre, le banche non vogliono sospendere i mutui, e le assicurazioni non ne vogliono sapere di aiutare queste persone.
Il 3 febbraio, un sit in ha accompagnato l’incontro di alcuni sfollati e volontarie/i col Prefetto, il quale ha convocato per il giorno dopo un Tavolo con Comune, Regione, ACER, Ausl, banche, Questore, Arcidiocesi (nella persona di don Michele Zecchin, Vicario episcopale), sindacati, associazioni di categoria e di volontariato. Lapidario il commento dell’Assessora Cristina Coletti (lo ricordiamo, con deleghe per le Politiche sociali, abitative e per la famiglia): «Come Amministrazione comunale non comprendiamo quale sia l’oggetto del “tavolo” convocato e quali siano gli “interventi di supporto socio-economico” richiesti» e «non risulta chiaro nemmeno il riferimento ai “nuclei familiari sfollati” richiamati nella convocazione (…). Parlare di “sfollati” ora appare inappropriato». Eppure, alcune persone hanno difficoltà a curarsi, altre non hanno un frigo per conservare le medicine, e chi è ammalato ha subito un ulteriore shock psico-fisico. C’è chi ha la madre molto anziana, chi fa il pendolare ogni giorno per andare a lavorare a Bologna, chi – padre di 4 figli (di cui 2 gemelline neonate) – lì se l’era appena comprato l’appartamento. Per non parlare del trauma degli anziani, o dei bambini che da un giorno all’altro han dovuto lasciare giochi e amici. O di quel padre di famiglia che lavorava come badante ma ora è disoccupato e con la moglie che aspetta un bambino.
Il futuro è incerto: a fine mese il TAR valuterà il ricorso contro l’ordinanza comunale ma ogni giorno bisogna considerare l’emergenzialità della situazione per chi ha mutui o paga l’affitto, per le bollette, la continuità di residenza per i rinnovi dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le diverse tutele socio-lavorative, la domiciliazione della posta. Oltre alla ricerca di un tetto, naturalmente.
La rete solidale a Ferrara è forte e unita. Si tratta, ora, di mantenere alta l’attenzione: il Comitato Grattacielo nato in queste settimane ha organizzato per il 10 febbraio alle 18 un sit in sotto il Grattacielo, un dibattito pubblico il 18 febbraio alle 18.30 in Sala ex Refettorio (via Boccaleone), e organizzerà in città una manifestazione regionale. «La nostra casa non si tocca!», ha urlato con dignità una donna con accento dell’est Europa, durante il sit in del 3 davanti alla Prefettura. Un grido che speriamo non resti ancora inascoltato da chi amministra la città. Ma che di sicuro è raccolto da tante volontarie e volontari protagonisti di un gesto collettivo di umanità che, mentre aiuta concretamente chi ha bisogno, ricorda a tutti cosa significa “bene comune”.
E ora che ci avviciniamo alla Quaresima rileggiamo le parole di Isaia: per il Signore il vero digiuno significa «dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile» (Is 58, 7).
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
Forum Ferrara Partecipata: «cittadini non coinvolti e nessun impegno pubblico previsto»
A Ferrara si torna a parlare del futuro, sempre ignoto, della Caserma ex Pozzuolo del Friuli di via Cisterna del Follo (e dell’attigua ex Cavallerizza). L’enorme struttura (40mila metri quadri tra interni ed esterni)è chiusa dal 1992 e nel 2012 l’Agenzia del Demanio la vende al gruppo Cassa Depositi e Prestiti, che a sua volta nel 2021 la cede a ArCo Lavori per farla diventare un campus universitario, all’interno del noto e tanto discusso Progetto Fe.Ris del Comune di Ferrara (progetto bocciato 3 anni fa).
Lo scorso 13 gennaio, durante la 3^ Commissione Consiliare di urbanistica, l’Assessore Stefano Vita Finzi Zalman e il vicesindaco Alessandro Balboni, insieme con il docente di UniFe che presiede il Consorzio “Futuro in ricerca” Donato Vincenzi, hanno illustrato la “Relazione finale sulle proposte di utilizzo degli spazi presenti nella Caserma Pozzuolo del Friuli”. Un rapporto che restituisce i risultati del processo “partecipato” relativamente alle proposte di utilizzo degli spazi di via Cisterna del Follo.
A proporci un’analisi critica – sul metodo e sul contenuto – è il Forum Ferrara Partecipata, luogo di democrazia partecipativa e propositiva riguardante la cita della città.
«I cittadini – spiegano dal Forum – non sono stati coinvolti in questo percorso. Quello che il direttore del Consorzio Futuro in Ricerca (CFR) ha presentato in Commissione è la Relazione elaborata dalla prof.ssa Rosa Tamborrino del Politecnico di Torino a cui il CFR, su mandato della Giunta comunale, aveva affidato l’incarico. In altre parole, ha presentato i risultati di un’indagine preliminare svolta dalla Tamborrino in cui sono raccolte valutazioni, visioni e valori dei portatori di interesse (stakeholder) che sono stati individuati al fine di definire un “quadro di orientamento sugli sviluppi possibili o non ammissibili della Caserma”». Lei stessa «aveva confermato di essere stata incaricata dal CFR solamente per esprimere un parere tecnico come urbanista che prevedeva la sola consultazione iniziale dei portatori di interesse». La relazione, quindi, «consiste nell’illustrazione dei risultati di due workshop. Uno – con allegato il questionario compilato a “cura dell’Università” – è del marzo 2024. Il documento allegato non fornisce alcuna indicazione sugli autori (quali i dipartimenti e docenti coinvolti). L’altro, del maggio 2024, è stato realizzato con le associazioni culturali, sociali e ambientali della città. Delle 23 associazioni invitate se ne sono presentate 7. Di queste, 3 associazioni (Arci, Italia Nostra, Forum Ferrara Partecipata) hanno poi lasciato l‘incontro. L’abbandono – proseguono dal Forum – è dipeso dal fatto che il direttore del CFR ha risposto ai partecipanti che quello sarebbe stato l’unico incontro». Eda quell’incontro, uscì anche, poco dopo, il presidente dell’Accademia delle scienze; rimasero dunque fino alla fine di quell’unico appuntamento i tre rappresentanti, rispettivamente, di Amici della biblioteca Ariostea, Wunderkammer e Riaperture. «Si è trattato, dunque, di una mera consultazione di pochissimi portatori di interesse e non di un percorso partecipato, che, secondo le regole ormai codificate della democrazia partecipativa, prevede una serie articolata di passaggi successivi», con diversi «incontri pubblici, formativi e informativi, dei cittadini con esperti, il loro coinvolgimento diretto in seminari e laboratori di confronto, per giungere alla formulazione di proposte». Nulla di ciò è avvenuto per l’ex caserma.
Rispetto, invece, ai “contenuti” del progetto («destinazione d’uso collettivo e pubblico, restituzione ai cittadini di un pezzo di città, spazio multifunzionale per usi culturali, sociali e formativi, funzioni legate a studio, ricerca, convegnistica, tutela degli spazi aperti e del rapporto tra pieni e vuoti, importanza della partecipazione attiva della comunità, trasparenza e sostenibilità ambientale»), il Forum esprime una «sostanziale condivisione», dato che la ricerca «conferma concetti, visioni e proposte già espresse in precedenti incontri pubblici organizzati dal nostro Forum e nella pubblicazione in cui lo stesso ha raccolto idee, valutazioni e proposte espresse direttamente dai cittadini in un incontro pubblico organizzato il 14 marzo 2023».
«L’importante – spiega ancora il Forum – è che si riprenda a lavorare per una reale riqualificazione dell’area, coinvolgendo i cittadini, le associazioni e le forze sociali della città. Con trasparenza e collaborazione. Così come era stato dichiarato. Non è solo una questione di rispetto degli impegni. Il percorso portato avanti dal Forum in questi tre anni, si è avvalso della collaborazione della cattedra di Progettazione urbanistica del Dipartimento di Architettura, con il coinvolgimento di numerose laureande del laboratorio di urbanistica», mentre «non ci risulta il coinvolgimento dei docenti di progettazione urbanistica nel workshop con UniFe del marzo 2024. Proprio per questo, ci preoccupa che il Vicesindaco Balboni abbia affermato che “non ci sono i presupposti ora per un processo partecipativo perché non c’è una proposta da commentare, non c’è una dimensione progettuale né economica su cui lavorare”».
«Il vicesindaco ha ribadito l’impossibilità per il Comune ad impegnarsi per un riutilizzo pubblico a carico del bilancio comunale. Noi pensiamo, invece, che l’Amministrazione comunale dovrebbe attivarsi per coordinare l’impegno di più soggetti pubblici, a cominciare da Regione, Università, Cassa Deposito e Prestiti oltre al Comune, per individuare un progetto e un piano di fattibilità che veda garantito il prevalente uso pubblico della struttura. Ferrara potrebbe diventare un laboratorio pubblico sulla rigenerazione urbana nelle città storiche, ma bisognerebbe cambiare strada».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026
Mentre chiudiamo quest’edizione della Voce, le famiglie sfollate (55 persone) dalla Torre B del Grattacielo di Ferrara hanno da poco trascorso la loro prima notte in alcune aule messe disposizione in maniera emergenziale dall’Associazione Viale K. Siamo in via Mura di Porta Po, poco distante dai due giganti al centro da giorni di una querelle anche politica. Altre 13 persone (5 famiglie, con 6 minori) sono state collocate in strutture grazie ad ASP e Comune.
Tutto ha avuto inizio (si fa per dire…) una settimana prima, la notte tra il 10 e l’11 gennaio: erano circa le 3 del mattino quando si è sviluppato un incendio alla base della Torre B, con le fiamme che sarebbero partite da un quadro elettrico e si sarebbero propagate ad alcuni locali commerciali attigui, sprigionando un denso fumo che ha reso necessario l’intervento immediato dei soccorsi. 84 gli appartamenti interessati, circa 200 le persone evacuate, delle quali una ventina intossicate e quindi portate al Pronto soccorso. Solo una parte degli sfollati ha potuto trovare accoglienza da amici e parenti mentre una 70ina di loro sono stati accolti al Palapalestre di via Tumiati, non distante dal Grattacielo. Chiusa la Torre B, mentre la A e la C saranno forse anch’esse oggetto di provvedimenti. Ricordiamo anche che dal portale Open Data del Comune di Ferrara, a fine 2024 (ultimi dati disponibili) risulta come nelle Torri A e B del Grattacielo risiedano 488 persone, di cui 56 under10, 40 over 65, 277 famiglie. Sono 367 gli stranieri, 299 i maschi e 189 le femmine. Ora si attendono gli sviluppi degli accertamenti nelle tre torri del Grattacielo e di capire come e dove gli sfollati potranno trovare una sistemazione dignitosa.
Resta, però, il problema di quei “giganti” di cemento armato, simbolo di una Ferrara che non esiste più, che forse non è mai esistita. Ci chiediamo se sia possibile immaginare un’area diversa, senza queste strutture che nulla hanno a che fare con l’architettura e l’urbanistica di Ferrara, e con la dignità e la sicurezza delle persone (avremo modo di parlarne in maniera più approfondita nei prossimi numeri). E ci chiediamo: se non ci fossero state Viale K e una rete solidale importante composta da singole persone e associazioni (Cittadini del mondo, soprattutto), che fine avrebbero fatto quelle persone? Domande lecite su questioni decisive per definire cosa significa davvero vivere in una comunità che faccia del mutuo aiuto e della sicurezza i suoi pilastri.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026
Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto per la presentazione del libro Spazi pubblici, usi privati di Italia Nostra: «così non c’è futuro»
di Andrea Musacci
Una città senza visione, quindi senza futuro, dove le società private la fanno sempre più da padrone, a scapito del governo pubblico e del ruolo della partecipazione dei cittadini.
È un’analisi dura ma necessaria quella emersa lo scorso 4 dicembre dall’incontro svoltosi nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, incontro dal titolo Spazi pubblici, usi privati: l’impatto dei grandi eventi sui luoghi storici e naturali.
Il titolo è lo stesso del libro (ed. La Carmelina) presentato per l’occasione, curato da Lucia Bonazzi, promosso da Italia Nostra – Sezione di Ferrara, e uscito lo scorso giugno. Proprio Bonazzi ha dialogato con Romeo Farinella, urbanista dell’Università degli Studi di Ferrara, mentre le introduzioni sono state affidate a Giuseppe Lipani, presidente della sezione ferrarese di Italia Nostra, e a Patrizio Bianchi, titolare della Cattedra Unesco “Educazione, crescita, uguaglianza” dell’Università degliStudi di Ferrara.
FARINELLA: «SERVE PIÙ SINERGIA E RUOLO DEL PUBBLICO»
«Si parla tanto di partecipazione, ma la vera partecipazione è un gioco di attori, deve riguardare tanto la cittadinanza attiva quanto le istituzioni»: così Romeo Farinella fin dalle prime battute del suo intervento ha messo il dito nella piaga di una delle contraddizioni o meglio, mistificazioni, dell’ambito del confronto pubblico nella nostra città. «Se manca l’interlocuzione tra queste parti», se – cioè – la partecipazione è solo quella dal basso, dei cittadini, «è a senso unico, è meramente formale, burocratica», ha aggiunto. Partecipazione che significa anche «conflitto, elemento essenziale nelle democrazie».
Altro punto importante toccato da Farinella riguarda «l’importanza di ragionare in termini sinergici tra città, tra realtà locali: Ferrara purtroppo lo fa poco». Ad esempio, «gli Atenei di Ferrara, Modena e Bologna, pur vicini, non dialogano e collaborano tra loro» (considerando anche il fatto che «Ferrara è una città con l’università ma non ancora una città universitaria»). In questo, la gestione dei grandi eventi è emblematica, essendo «all’insegna della competizione fra le città».
Nella nostra città – ha proseguito Farinella – «il Progetto Mura e dell’Addizione verde invece di essere considerati un punto di ripartenza, e quindi un laboratorio per ripensare la città e i suoi spazi pubblici, sono stati e sono vissuti come un punto di arrivo». Insomma, anche negli attuali amministratori pubblici di Ferrara «manca un progetto di città, una visione, una strategia; anzi, una strategia c’è ed è proprio quella che l’attuale Amministrazione sta attuando: sempre più parcheggi, anche in centro e in luoghi tutelati come la Certosa, e un aumento dell’accesso dei veicoli nel centro storico». Servirebbero invece «più treni invece di pensare al rafforzamento delle strade». Una critica Farinella l’ha rivolta anche in merito a un recente incontro pubblico: «alcuni giorni fa all’iniziativa in Municipio in occasione dei 30 anni dal riconoscimento UNESCO per Ferrara e il Delta, non si è parlato di quest’ultimo e non vi sono stati interventi riguardanti i problemi di Ferrara e della sua urbanistica».
«Perché – si è chiesto ancora il relatore – UniFe non ha dato vita a un laboratorio sulla città?»: questo è un altro esempio di mancata sinergia/dialogo tra le istituzioni.E vale anche per le precedenti Amministrazioni comunali». E a proposito di dialogo e di partecipazione, per Farinella risulta «imbarazzante» che nella nostra città «non esista più un Urban Center», cioè l’organismo che fino a pochi mesi fa svolgeva funzioni cruciali come «attività di ascolto, informazione, analisi di casi, accompagnamento delle comunità, supporto alla promozione delle iniziative», oltre alla gestione degli strumenti online e al coordinamento del Gruppo di lavoro “Beni comuni”.
Altrettanto «imbarazzante» è il fatto che «non esista un Museo della Città di Ferrara, altro segno della mancanza di strategia di chi ci amministra», oltre alla «scarsa manutenzione dello spazio pubblico, all’interno di un serio “Piano del verde”. Ma anche di questo, a livello delle istituzioni non se ne parla…».
Le riflessioni conclusive di Farinella sono state più generali, ancor più profonde e han riguardato «il venir meno, negli ultimi decenni, di una dimensione comunitaria, e di un crescere di quella individualistica». A ciò si affianca sempre più il problema del «modello di sviluppo» delle nostre società, nelle quali «il governo pubblico dei processi è sempre più debole», ad esempio «nell’assumere sempre meno professionisti» nello stesso pubblico, «delegando a privati attività un tempo a carico dell’Amministrazione pubblica»; mentre sempre più potere – si veda riguardo alla stessa scelta e gestione dei grandi eventi – «lo hanno società private». Senza pensare al fatto che «quando una città esalta i grandi eventi come volàno di sviluppo, vuol dire – appunto – che è una città senza visione, quindi senza futuro».
GLI ALTRI INTERVENTI: NUOVE REGOLE E MAGGIOR TUTELA DEI BENI COMUNI
«Come Italia Nostra ci auspichiamo che si arrivi a un Regolamento ufficiale, quindi nei termini di legge, su cosa si può fare e cosa no al Parco Urbano di Ferrara», ha detto Lucia Bonazzi: «quali e quanti eventi, con quanti spettatori, con quanti decibel».E «chiediamo che il Parco Urbano sia maggiormente tutelato, o attraverso un vincolo paesaggistico o rendendolo zona di protezione speciale della Rete UE “Natura 2000″», nato appunto per la conservazione della biodiversità. Per i grandi eventi, andrebbe invece «valorizzata l’area nella zona meridionale della città».
Lipani ha invece auspicato nella nostra città un «guardare in maniera integrata»: sviluppo e tutela possono andare assieme» e lo sviluppo, quindi, «non segua la mera logica del mercato». Se i beni comuni sono «il patrimonio ereditato dai padri», la loro tutela «non può non essere partecipata»: non vanno quindi considerati come «un insieme di risorse da consumare», ma beni per cui «mettere a disposizione le proprie competenze e conoscenze». Lavorare assieme, insomma, «all’insegna della reciproca responsabilità», una «co-produzione di conoscenze che diventa co-progettazione».
Sprazzi utili per la riflessione li ha regalati anche Bianchi, trattando innanzitutto della partecipazione da intendere come «capacità di sentire individualmente e collettivamente la responsabilità», o del «rapporto tra patrimonio e sviluppo, da ridefinire considerando non solo il patrimonio tangibile, ma soprattutto quello intangibile, immateriale». E infine, l’accento sull’importanza di «tornare a ragionare sul lungo periodo, anche riguardo ai grandi eventi», e «pensando a tutte le possibili ricadute, considerando la città tutta assieme, non a comparti separati».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025
Sarah Gainsforth a Ferrara per Internazionale ha presentato il suo libro “L’Italia senza casa”
Un sistema di dominio e di estrazione di valore che rende sempre più le nostre città spazi di passaggio per i più ricchi, espellendo le famiglie e i residenti storici. È questa la lucida analisi proposta da Sarah Gainsforth, giornalista e ricercatrice, che lo scorso 3 ottobre a Ferrara (Aula Magna Facoltà di Economia) ha presentato il suo ultimo libro, “L’Italia senza casa” (Ed. Laterza, 2025). L’autrice ha dialogato con Romeo Farinella (Urbanista di UniFe) e Diego Carrara, fino ad alcune settimane fa Direttore di ACER Ferrara.
«L’Italia è piena di case, ma molte di queste sono vuote, non sono abitabili», ha detto Farinella. «Gran parte degli italiani non hanno, quindi, diritto alla casa». «Sono stimati fra i 70mila e i 100mila gli alloggi vuoti nel nostro Paese», ha aggiunto poi Carrara. Alloggi che dovrebbero essere riqualificati, ma che vengono lasciati a se stessi, perché «mancano investimenti pubblici» (tradotto: perché il pubblico decide di non investire in questo ambito). In Emilia-Romagna gli alloggi pubblici sono 56mila, di cui 5mila vuoti (quelli vuoti sono il doppio nella sola Milano). Ma nella nostra Regione sono ben 30mila i nuclei familiari presenti nelle graduatorie pubbliche in attesa di un alloggio (a livello nazionale sono 350-450mila le famiglie che attendono).
Nel capitalismo contemporaneo «il valore non viene nemmeno più prodotto ma estratto», ha spiegato Gainsforth . Estrazione del valore dal suolo – per speculare a livello immobiliare – che è «un atto di violenza», e «così è sempre stato, dall’impero coloniale britannico fino a oggi, come avverrà a Gaza quale conseguenza della guerra in corso». In Italia, nel secondo dopoguerra vi era stato un periodo di politiche pubbliche atte a regolare la rendita.Politiche pubbliche presenti ancora, ma che «oggi favoriscono processi di privatizzazione dell’ambito immobiliare», iniziati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Tutto ciò per favorire quella produzione di valore di cui si è accennato, attraverso l’attività edilizia e grazie ai cambi di destinazione d’uso (da agricolo ad abitativo, perlopiù). Forma di speculazione immobiliare dominante negli ultimi anni è quella legata al turismo, divenuto nel tempo «lo strumento principale di estrazione di valore d’uso dal suolo», affittando sempre più alloggi a turisti (quindi per periodi brevi) e non a singoli o famiglie che vogliono risiedere. Questo rent gap porta alla cosiddetta gentrification, vale a dire alla trasformazione delle città con la sostituzione dei ceti medi e popolari con ceti con redditi più alti.
«Soprattutto negli ultimi 5 anni – ha proseguito Gainsforth -, anche in Italia abbiamo assistito a questo fenomeno – in crescita -, che vede un target sempre più ristretto: prima gli studenti, poi i turisti, ora i ricchi stranieri». Dagli affitti brevi a quelli medi. Gainsforth nell’ultimo numero della rivista Jacobin Italia (n. 28 – autunno 2025) spiega quindi come «gli affitti medi [alcuni mesi o un anno, ndr], intermediati da piattaforme digitali, sono in crescita e stanno monopolizzando il mercato delle locazioni». E scrive ancora: «Le case diventano più care, sempre più quartieri un tempo popolari diventano inaccessibili a residenti stabili, mentre coworking, caffè e palestre boutique sostituiscono negozi, asili e altri servizi tradizionali. La nuova offerta di abitare di medio periodo si intreccia con una domanda, anch’essa in crescita, composta da profili come nomadi digitali o expat temporanei, spesso con alto potere d’acquisto».
Così, la città diventa «una macchina di accrescimento della ricchezza privata, e naturalmente per pochi. Oggi – soprattutto in Italia – col dogma della proprietà privata è impensabile immaginare che il pubblico sia il proprietario del suolo (fenomeno che invece avviene ad esempio in Austria e in Olanda) ed è quindi impensabile proporre una riforma del catasto». Ma l’assolutizzazione della proprietà privata così intesa «non difende dalla povertà, non difende il diritto al lavoro né quello alla casa», ha aggiunto l’autrice. «Nelle città vediamo una sempre maggiore polarizzazione: i ricchi/molto ricchi e i poveri (i senzatetto)», dato che la gentrification sposta sempre più le fasce medio-basse fuori dalla città.
C’è quindi bisogno – ha detto Gainsforth – di «ripoliticizzare il tema della casa», di difenderlo come «diritto non privato ma di tutti». E una possibile soluzione – ha concluso – potrebbe essere quella di «rivalutare la forma cooperativa di proprietà».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 ottobre 2025
Polemiche e imbarazzi, confusione e battibecchi. Se è vero che il Ferrara Buskers Festival (FBF) da quando è nato nel lontano 1988 ha sempre diviso l’opinione pubblica cittadina, è altrettanto vero che la formula a pagamento ideata dagli organizzatori ha creato dall’anno scorso non pochi malumori, polarizzando ulteriormente il dibattito. Quel che abbiamo percepito è un senso di disagio diffuso per la perdita di un punto di riferimento, di una certezza: che il FBF pur essendo una manifestazione sicuramente complessa e variegata, per sua natura faceva della libertà di movimento qualcosa di irrinunciabile.
Invece, il Covid ha segnato la fine di un’epoca: nel 2020 la formula era di tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro scelti con biglietto a 12 euro. L’anno dopo, sarà di 10 euro, col Festival dentro Parco Massari. L’anno scorso, Quadrivio degli Angeli e Parco Massari a 11 euro (+ eventuali costi di prevendita), mentre quest’anno tra i 10 e i 12 euro (8-10 euro per l’ultima giornata) a seconda del periodo di acquisto del biglietto (+ 2 euro su Ticket Master per avere il biglietto digitale). Pagamento è sinonimo inevitabile di chiusura, separazione. Di transenne e teloni neri. Di varchi presidiati, oltre che da giovani volontari, da robusti vigilantes privati a sorvegliare la zona rossa, il nuovo privé allestito fra il Castello e Palazzo San Crispino, con tanto di sdrai e cuscini sul Listone in un’oasi surreale che ha tolto ulteriormente magia e senso dell’imprevisto alle esibizioni degli artisti. Non si tratta, qui, di mettere in dubbio la qualità e la serietà di quest’ultimi; ma la privatizzazione del cuore di Ferrara è una scelta politico-ideologica che va contro la libera arte; arte a cui l’organizzazione dovrebbe limitarsi a dare una forma, un ordine minimo, un nome e una voce. Nulla di più.
Vedere invece musicisti e giocolieri recintati all’interno di un’area protetta ha dato la sensazione di trovarsi dentro uno dei tanti festival, o in un “circo”… Storicamente, al contrario, la pur inevitabile “area buskers” non segnava in modo netto un dentro e un fuori, ma i suoi confini erano più simbolici che fisici. Vi era aria, respiro, comunicazione e fluidità: i buskers davano maggiore risalto alla nostra città – soprattutto al centro, ma non solo. Trasmettevano un’energia, un calore, una bellezza estetica che scuoteva le strade e i muri di Ferrara ma senza stravolgerne la natura. Negli anni, la città e il suo Festival (che il mondo ci ha sempre invidiato) erano tra loro sempre più fusi pur senza confondersi.
E non reggono le obiezioni dei costi sempre crescenti: i contributi pubblici, infatti, sono alti e in continuo aumento, gli sponsor non mancano e nemmeno le erogazioni liberali.Si semplifichi, piuttosto, il contorno, l’eccesso, e si torni alla semplicità degli esordi.
Leggendo rassegne stampa e tesi dedicate negli anni al Ferrara Buskers Festival, tre citazioni in particolare mi hanno colpito, ma non stupito (perché raccontano quell’essenza del Buskers Festival che – ora – ci vogliono convincere non sia davvero così essenziale…). La prima è di Monica Forti, addetta stampa del Ferrara Buskers Festival, che in un articolo del 23 luglio 1988 uscito su “La Voce di Ferrara-Comacchio” scriveva: «Quantificare l’afflusso del pubblico è praticamente impossibile, proprio per la peculiarità della manifestazione che non richiede spazi chiusi né tributi pecuniari» (corsivo nostro). La seconda è di Giancarlo Petrini, uno che di teatro popolare e di strada se ne intendeva…: «Lo spettacolo di strada è contemporaneamente spettacolo di “cappello”», scrisse. «Nella piazza non si paga un regolare biglietto per assistere alle singole esibizioni» (in “La piazza delle meraviglie”, Trapezio, Udine, 1999) (corsivo nostro). Terza, ma non meno importante, la citazione da un articolo uscito su “Il Resto del Carlino” il 20 agosto 2000, in cui Beppe Boron e Fabio Koryu Calabrò spiegavano così la loro idea del “Grande Cappello”, la possibilità – cioè – di donare una piccola cifra che sarebbe andata per 2/3 a progetti solidali, mentre 1/3 sarebbe rimasta nelle casse del FBF: si chiede «solo mille lire a testa perché non vogliamo entrare in concorrenza con gli artisti di strada». A ricordarci, quindi, 25 anni dopo, che l’unica forma di contributo economico legato all’artista di strada non può che essere quello libero, spontaneo (non obbligatorio) che lo spettatore dà direttamente al busker.
Tutto il resto – barriere, teloni neri, “polizia” privata e balzelli – sono un’offesa alla libera cultura e ai luoghi della città, beni comuni da valorizzare e non da affittare con tanto di tornelli.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 settembre 2025
Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto a Casa Cini per il primo incontro della Scuola diocesana di formazione politica: «spesso la “rigenerazione green” è mera retorica classista»
di Andrea Musacci
«I problemi dell’organizzazione e della gestione degli spazi urbani non possono essere affidati ai “tecnicismi”. L’urbanistica è politica, ma c’è bisogno, sia a livello locale che globale, della capacità del governo pubblico di affrontare e assumere la complessità dei problemi, superando approcci settoriali per poi pensare a strategie serie». La Scuola diocesana di formazione politica, partita la sera del 30 aprile scorso a Casa Cini, Ferrara, intende affrontare temi riguardanti il nostro territorio nell’ottica della concretezza, del confronto e della partecipazione, per poter quindi immaginare stili e modi di vivere differenti. Un obiettivo ben sintetizzato dalle parole che abbiamo usato per iniziare questo articolo, pronunciate la sera del 30 dall’urbanista di UniFe Romeo Farinella, intervenuto insieme a Chiara Sapigni (Ufficio Statistica della Provincia) sul tema “Strategie per il futuro della città. Riflessioni su Ferrara”. Il secondo incontro è in programma il 7 maggio alle 20.30 a Casa Cini: un gruppo di giovani del Liceo Ariosto di Ferrara incontra Isabella Masina, vicesindaca Comune di Voghiera ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara.
CONTRO LE CITTÀ SELETTIVE
Per Farinella, ciò che serve a Ferrara e non solo è «una politica di solidarietà, non di competitività tra città» (e cittadini) che in particolare affronti i temi della mobilità pubblica e della casa – «che è un’emergenza nazionale». Occorre, però, innanzitutto abbandonare la «retorica della sostenibilità», termine ormai abusato e travisato, «categoria che il capitalismo sta usando per giustificare le sue logiche estrattivistiche». Occorre – per Farinella – recuperare «un’autorevolezza della politica, del ruolo pubblico nei processi di governo», oggi in crisi, una «crisi di classe dirigente, non di potere»: emerge, infatti, sempre più una classe dominante («che vuol dominare, non governare») «orientata al rafforzamento delle disuguaglianze» e con «forme subdole di autoritarismo e autoreferenzialità». Basta vedere «le politiche di rigenerazione urbana – fondate sull’ideologia neoliberista -, sempre più all’insegna della selettività», ha proseguito.Ad esempio, a Milano le politiche di “rigenerazione green” sono selettive nel senso che «riguardano solo determinati quartieri, a livello immobiliare accessibili solo a fasce di reddito medio-alto»; e queste “green”, inoltre, sono azioni che a loro volta determinano «un innalzamento del valore immobiliare». Un esempio opposto è Vienna (dove è appena stato riconfermato il sindaco socialista Michael Ludwig), nella quale «da decenni è forte l’investimento pubblico nell’edilizia popolare». È proprio questo il ruolo che il pubblico deve avere: «gestire i conflitti» (e il mercato), non far finta che non ci siano.«Basti pensare agli studentati in Italia, ormai quasi interamente affidati ai privati per la progettazione, realizzazione e gestione», esempio di come oggi vi sia «un’egemonia delle rendite immobiliari», una sempre più marcata gentrificazione, una «privatizzazione dello spazio pubblico», con conseguente controllo di determinati quartieri urbani, a livello di sicurezza, anche da parte di soggetti privati, oltre che di una sempre più diffusa «militarizzazione dello spazio pubblico». Per non parlare della «privatizzazione di aree pubbliche attraverso eventi» ludico-artistici che – come nel caso di Ferrara – occupano piazze e vie pubbliche per intere settimane, o l’idea della “città 15 minuti” che però viene applicata – in alcune metropoli – solo ai quartieri “benestanti” e non a quelli popolari. Conseguenza di tutto ciò è la sempre maggiore «marginalizzazione dei più poveri», che nell’ottica neoliberista-securitaria «non devono interferire con queste dinamiche ultraselettive, privatistiche» e classiste.
Tanto a livello globale quanto a livelo locale, quindi, per Farinella, la questione ecologica e della sostenibilità «non può essere affrontata senza prima affrontare le sempre più enormi disuguaglianze a livello economico»: ci vogliono, quindi, «forti politiche di redistribuzione delle ricchezze». Elaborare, quindi, «una seria strategia per Ferrara non significa solo piantare più alberi ma affrontare i problemi strutturali, e farlo coinvolgendo direttamente la cittadinanza: casa, mobilità pubblica, energia («le Comunità energetiche possono essere una risposta importante», ha aggiunto il relatore).
Non di meri «ritocchi “estetici”», dunque, ma di «grandi cambiamenti» ha bisogno la nostra città.
IL LIBRO. Ne “Le fragole di Londra” la denuncia delle nuove city solo per le élites
È sempre più necessario «prendere posizione nei confronti del neoliberismo come modello di sviluppo che condiziona le politiche urbane da oltre quarant’anni».Così Romeo Farinella nel suo ultimo libro, “Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali” (Mimesis ed., 2024), nel quale approfondisce i temi affrontati a Casa Cini.
«Il mercato della casa – scrive ancora – è mercificato e i processi riguardanti la gentrificazione, la turisticizzazione, la prevalenza dell’affitto short time su quello a lungo termine, contribuiscono spesso alla frammentazione del corpo sociale urbano».Fenomeni tipici delle metropoli (da quelle occidentali a quelle come IlCairo o Dubai, con nuovi insediamenti urbani costruiti ad hoc e ultra-classisti) ma sempre più presenti anche in città di piccole-medie dimensioni come Ferrara. Sempre nel volume spiega come «una grande parte dei progetti» urbanistici «presentati da gruppi finanziari, fondazioni filantropiche, amministrazioni competitive, stati autocratici, o archistar si configurano come progetti di “classe” o di “censo”, mentre le operazioni sottese di rigenerazione urbana “ecologica” sono sovente orientate ad una gentrificazione che, senza dichiararlo, rafforza la “polarizzazione” sociale a scapito dei più poveri».
Così, si dà vita a «isole di ordine e bolle ecologiche rese possibili dallo sviluppo della tecnologia, che però a ben vedere appaiono altamente selettive, fisicamente delimitate e controllate da apparati di sicurezza. La “città ecologia neoliberista” è indifferente ai contesti politici; che siano democratici o autoritari, non interessa agli investitori». Meglio, comunque, se autoritari: in quest’ultimi, infatti, «la volontà di modificare una città o di costruirne una nuova è una decisione non negoziabile: è sufficiente un accordo tra investitore e potere. Nelle democrazie, al contrario, i livelli di interazione istituzionale e di garanzia dei diritti dovrebbero garantire il bene comune; quindi, la strategia degli investitori diventa più subdola» e l’idea “green” «diventa selettiva perché non prende in conto, ad esempio, le politiche pubbliche dell’abitare o il tema del diritto alla città per tutti».
Come sta il Ferrarese?Molti anziani e poco lavoro per i giovani.
«Serve un’alleanza intergenerazionale»
Un quadro dello stato di salute socioeconomico la sera del 30 l’ha fornito Chiara Sapigni.
«Oltre al PIL – ha spiegato -, dal 2013 l’Istat elabora anche ilBES (Benessere Equo e Sostenibile), indicatore che tiene conto dei livelli di qualità a livello sociale e relazionale». E dal 2015 gli Uffici statistici delle Province han deciso di dettagliare questi dati specificatamente ai territori di riferimento.Nella nostra Provincia finora sono stati realizzati cinque RapportiBES. Oltre a ciò, esistono le “Mappe di fragilità” elaborate dalla nostra Regione.
Partendo quindi dai dati BES riferiti alFerrarese, gli indicatori positivi riguardano il buon livello di occupazione; la non alta divergenza tra uomini e donne per quanto riguarda le retribuzioni e il numero di giornate retribuite; la bassa percentuale di pensioni minime; l’uso dei Servizi per l’infanzia nella fascia 0-2 anni; l’uso delle biblioteche pubbliche e la raccolta differenziata.
Tra gli indicatori negativi, invece, il valore aggiunto pro capite, la dispersione scolastica (doppia rispetto alla media regionale e nazionale), la bassa occupazione giovanile, i residenti over 65 (pari al 29%), le truffe e le frodi informatiche.
Sapigni si è poi concentrata sul tema della casa, accennando ad alcune azioni dirette della Regione Emilia-Romagna come il Fondo Affitto, la semplificazione del Patto per la casa, la legge sugli affitti turistici brevi, la richiesta di un prestito alla Banca europea degli investimenti per la manutenzione dell’edilizia pubblica, soprattutto a livello energetico. Infine, i contributi a fondo perduto per l’acquisto di alloggi e la definizione dei criteri di accesso all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica).
Il tema casa richiama inevitabilmente il tema famiglia: a Ferrara e provincia la dimensione media familiare è di 2.08 componenti per nucleo, il 39% delle “famiglie” è composta da 1 sola persona, e appena il 3,3% è formata da 5 o più componenti. Ancora: il 43% ha al proprio interno almeno 1 persona over 65 e il 24,9% una over 75. Abbastanza nette, nello specifico, le differenze dei nuclei familiari tra i quattro distretti socio-sanitari. Sulle “famiglie” “monocomposte” (con 1 sola persona), il 45% è over 65 e il 28% over 75 (quest’ultimo, numericamente, significa che ben 18mila persone over 75 vivono da sole). Riva del Po, Mesola e Tresignana sono i Comuni del Ferrarese con il numero maggiore di over 75. La nostra è dunque una provincia sempre più anziana. E il Comune meno giovane è quello di Riva del Po, quello più giovane,Cento.
Il “cosa fare” avrebbe bisogno di molto più tempo e spazio. In ogni caso, Sapigni ha posto l’accento sull’importanza di «un’alleanza fra le generazioni, creando luoghi appositi dove poter discutere di questi temi e condividere idee ed esperienze». Inoltre, è sempre più fondamentale una «collaborazione tra istituzioni, cittadini, aziende e terzo settore per interventi e sostegni adeguati». Sapigni in particolare ha sottolineato l’apporto fondamentale del terzo settore (è Vice presidente del CSV Terre Estensi – Ferrara-Modena), ancora purtroppo da molti sottovalutato.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)