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Per i tuoi larghi occhi chiari, Marco

21 Set

Il parco di Tamara è stato intitolato a Marco Coletta, giovane morto il 9 settembre 2005 in un incidente stradale. Le parole dei genitori: “credevamo nella giustizia, ma non ci è stata data. E in tanti ci hanno lasciati soli”

di Andrea Musacci
«Credevamo in quella giustizia in cui credeva Marco, ma non abbiamo avuto sostegno. Ora siamo molto stanchi»: è lo sfogo che ci viene consegnato da due genitori, Antonella Finotti e Daniele Coletta.
È da 15 anni che i loro occhi si sono spenti, da quel terribile 9 settembre 2005 in cui l’unico figlio, Marco, perse la vita a 22 anni di notte in un tragico incidente, finendo con la propria auto nel Canale che costeggia via Raffanello a Baura. Tornava da una serata ad Argenta con amici, passando per Ferrara. La mattina del 9 Antonella e Daniele sarebbero dovuti partire in pullman per un viaggio in Abruzzo: lei, infatti, era una delle organizzatrici di questa trasferta per l’Associazione pensionati della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), per la quale ha lavorato fino al 2015, per poi passare alle ACLI. Ma non partirono mai, troppo assurdo che il loro Marco non li avvisasse del ritardo nel tornare a casa. Il suo corpo è stato ritrovato la mattina del 10, due giorni dopo, da Donato Cornetti.
Quel maledetto tratto di strada venne protetto da guardrail solo nell’aprile 2006: nei successivi 4 anni ha salvato 11 vite – conto tenuto dal papaà di Marco -, e chissà quante altre fino ad oggi. Per questo, Antonella e Daniele hanno deciso di rivolgersi alla giustizia: per chiedere conto all’Ente proprietario della strada, la Provincia, del perché non ci fosse il guardrail a dividere l’asfalto da quel canale profondo 4 metri, del perché il limite di velocità fosse troppo alto e la segnaletica insufficiente. Tutte criticità, tra l’altro, evidenziate nella perizia super partes compiuta nel 2008 dal Consultente tecnico del giudice, l’ing. Rendine. Ma la giustizia, si sa, purtroppo spesso non abita in questo mondo. Appena quattro giorni dopo la tragedia, arriva la richiesta di archiviazione del caso, accolta dal giudice a fine ottobre. Da lì l’inizio della “buona battaglia” giudiziaria dei coniugi Coletta, che però gli porterà ulteriore sofferenza. Quattro le sconfitte subite: nel 2009 la sentenza di primo grado, l’immediato ricorso in Appello e la seconda sentenza del luglio 2010, tre anni dopo la Cassazione che rigetterà la loro richiesta come la Corte europea dei diritti dell’uomo (sono stati i primi in Italia a rivolgersi alla Cedu per un caso di questo genere). Con l’ulteriore sfregio di dover pagare le spese processuali alla controparte. Un’assurdità ancora maggiore se si leggono casi giudiziari simili – citati dal giornalista Nicola Bianchi nel suo libro “La strada di Marco” (Faust edizioni, 2018, ristampato nel 2019) -, ma che hanno avuto esiti opposti a quello riguardante Marco.
Proprio Marco che stava per laurearsi alla Facoltà di Giurispriudenza dell’Ateneo ferrarese in Operatore giudiziario e dei corpi di polizia, perché aveva scelto di porre la giustizia al centro della propria vita. È la mamma Antonella a raccontarcelo: «Marco una volta mi disse: “nel mondo c’è troppo male. Io voglio andare dove c’è il male, per sconfiggerlo almeno un po’…”». Antonella porta sempre al collo il ciondolo d’oro col volto del figlio, quel volto che unisce nello strazio i due coniugi, saldati tra loro da un amore forte, che li tiene in vita nonostante il dolore. Un dolore che negli anni, sono loro stessi a raccontarcelo con amarezza, ha trovato sempre meno persone disposte a lenirlo, dopo il “calvario giudiziario”, un convegno nel 2014 e altre iniziative per sensibilizzare al tema della sicurezza stradale, diversi Memorial, il libro “Sono con voi”, mai pubblicato, curato dalla madre raccogliendo ricordi suoi e degli amici precedentemente pubblicati su due blog.


Un luogo dove ritrovarlo
La mattina dello scorso 9 settembre, però, grazie all’interessamento della Giunta comunale, l’area verde nel centro di Tamara di Copparo è stata intitolata a Marco Coletta. Oltre ai genitori, erano presenti il Sindaco Fabrizio Pagnoni, il presidente del consiglio comunale Alessandro Amà, il parroco don Andrea Tani che ha benedetto il parco, Luigi Ciannilli, ex presidente del Comitato Paglierini, chiuso nel 2015, alcuni amici di Marco e Patrizio Bianchi, ai tempi Rettore dell’Università di Ferrara, colui che nel 2006 consegnò con cerimonia pubblica ai genitori di Marco quella Laurea post mortem che il ragazzo era a un passo dal raggiungere. Un segno molto importante, un punto fisso per non disperdere la sua memoria e ciò che la sua tragedia rappresenta. Ricordiamo che nel 2011 i suoi genitori fecero installare un cippo (laddove prima vi era una croce di legno) nel punto in cui uscì di strada.
La giornata in ricordo del giovane è proseguita con la presentazione del libro di Nicola Bianchi e, nel tardo pomeriggio, nella chiesa di Tamara, con la celebrazione della S. Messa presieduta dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. Quest’ultimo nell’omelia, partendo dalle Beatitudini lucane (Lc 6, 20-26), ha riflettuto su come ci invitino «a non disperare ma a fare delle nostre sofferenze un punto di forza, perché la preghiera di chi è abbandonato e piange non rimane inascoltata». Il ribaltamento di prospettiva – «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio…» – «non appartiene quindi solo alla fine dei tempi, ma avviene già qui e ora, nella storia».


«Voleva essere felice, che fossi felice»
«Ciao bella mamma, buona serata anche a te. Saluta anche papà. Ciao e grazie per avermi trovato la maglietta bianca». Sono le 20.29 dell’8 settembre 2005 quando Marco scrive queste parole in un sms, le ultime alla madre.
Era così Marco, affettuoso e diligente, attento e premuroso. Voleva laurearsi – gli mancava così poco – per entrare nelle Forze dell’Ordine. Marco era “la colla” della sua compagnia, dissero gli amici. Senza di lui il gruppo si è sfaldato. Marco «voleva essere felice, che fossi felice», dice un’altra amica, che tutti lo fossero. Marco amava il ballo e le camicie hawaiane, ma soprattutto amava Maria, di un amore non ricambiato. Marco studiava anche di notte, Marco dalla scrittura indecifrabile e dal parlare schietto ma mai giudicante. Marco era così, e lo era sempre stato: era quel ragazzino che una volta si buttò in strada per salvare un bimbo dall’arrivo di una macchina che correva ad alta velocità.
«Silenzioso e timido, una persona che ispirava subito tanta tenerezza», scrive l’amica Roberta nel libro, ricordando «l’azzurro stupendo dei suoi occhi, grandi e aperti verso il mondo, ma ricchi di una dolcezza infinita». Quegli occhi, scrive il padre Daniele, dopo l’incidente «incapaci di vedere la luce del sole e le bellezze della terra».
Ma lui e Antonella lo sanno che quello sguardo ora li accudisce senza più bisogno di parole: «Se guardo il fondo dei tuoi teneri occhi – canta Victor Heredia in “Ojos de Cielo” – Si cancella il mondo con tutto il suo inferno / Si cancella il mondo e scopro il cielo». Quello stesso cielo che accoglie, a volte, di notte, Antonella, quando insonne esce di casa e guarda la strada, le poche macchine che passano, aspettando Marco, ancora e ancora. «Ma i tuoi larghi occhi / I tuoi larghi occhi chiari / Anche se non verrai / Non li scorderò mai» (F. De Andrè).

I genitori di Marco Coletta (foto Musacci)

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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L’omicidio di Stefano Cucchi, “ultimo fra gli ultimi”: le parole della sorella Ilaria

25 Nov

Il 23 novembre nella libreria “Libraccio” di Ferrara sono intervenuti la sorella Ilaria e l’avvocato Anselmo: “metodi mafiosi, ce la fanno pagare anche se abbiamo dimostrato che l’hanno ammazzato”. La storia in un libro

ilaria cucchi 2Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.

cucchi2La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Da Rrose Sélavy incontro con lo scrittore Karl Guillen

1 Ott

12004817_855990101181028_2219464177700963863_nNella cornice del Festival di Internazionale, oggi alle 18.30 nella sede dell’Associazione Rrose Sélavy in via Ripagrande, 46 a Ferrara sarà presente lo scrittore americano Karl Guillen, autore del libro “Il tritacarne”. La presentazione dell’opera, pubblicata da Multimage, è ideata con l’Associazione umanitaria Coalit (che dal ‘97 si occupa di diritti umani negati), rappresentata dalla presidentessa Arianna Ballotta.

Guillen è stato protagonista, alla fine degli anni ’90, di una triste vicenda giudiziaria. In carcere per furto, venne incolpato ingiustamente della morte di un detenuto e messo in isolamento per 23 ore al giorno. Solo nel ‘99 la pena capitale fu commutata in detenzione. E’ stato liberato nel 2013.

Infine, da domani a domenica sarà presente la mostra “This Land of Marks – La città fantastica: Ferrara” di Marco Zanotti.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 01 ottobre 2015