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«Io, ferrarese, ero sulla Flotilla verso Gaza»

13 Mag

Elettra Negrini, 29 anni, nata e cresciuta a Ferrara, è fra i 22 italiani sequestrati dalla marina israeliana in acque internazionali il 29-30 aprile. «Agiamo nella nonviolenza, ci esponiamo per aiutare chi soffre. Se potessi ripartirei subito per Gaza»

di Andrea Musacci

«Sono nata e cresciuta a Ferrara. E ora ho deciso di spendermi in prima persona per Gaza». È molto toccante il racconto che Elettra Negrini (foto), ferrarese di 29 anni, ci fa della sua esperienza di fine aprile su una delle navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza per portare farmaci e aiuti alimentari alla popolazione. Elettra è stata invitata a testimoniare pubblicamente dalla Rete per la Pace di Ferrara, la mattina del 9 maggio scorso nella sede della CGIL in p.zza Verdi. Mi spiega di essersi diplomata all’Istituto Bachelet, poi ha concluso la laurea triennale in Antropologia all’Università di Bologna, ha fatto un anno di Erasmus in Spagna e poi preso la laurea magistrale in Antropologia culturale a Torino. «A Ferrara – dove ho lavorato anche durante gli studi – sono tornata da poco dall’Australia, dove io e Gonzalo, il mio fidanzato, abbiamo vissuto per un certo periodo. Lo scorso ottobre, quando lui era nella Flotilla, io ero in Australia: avevo più paura perché sola e perché non avevo ancora fatto questa esperienza. Ma ora che l’ho fatta e che ho l’opportunità di testimoniare e di condividere con tante persone, non ho più paura».

«Nella notte tra il 29 e il 30 aprile scorso siamo state tra le prime barche intercettate. Non dimenticherò mai quella notte: quello della marineria israeliana è paragonabile a un atto di pirateria». Così Elettra ci racconta. La ragazza è una dei 22 italiani sequestrati quella notte da Israele (5 donne e 17 uomini): la marina israeliana ha intercettato 22 imbarcazioni della Flotilla in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. Il 1° maggio, i partecipanti (da 55 Paesi diversi, e di cui una 50 italiani) sono stati trasferiti a Creta. Tutti tranne due – il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek – che sono stati deportati in Israele con l’accusa di «affiliazione a un’organizzazione terroristica», e liberati il 9 maggio.

«In quel momento – ci spiega Elettra – insieme ad altri mi trovavo su, in coperta, non dormivamo ma eravamo di guardia. Vedevamo tanti droni volare sopra di noi a bassa quota e la radio da un po’ non funzionava bene. Abbiamo visto luci rosse in lontananza e poi i fari puntati, ma sul momento non pensavamo potesse essere la marina israeliana», essendo lontani da Gaza: «si tratta dell’ennesimo schiaffo al diritto internazionale, anzi ancor più grave rispetto ai pur gravi precedenti». I soldati poi «ci han fatto spostare sulla parte frontale della nave, ma siamo rimasti fermi, con i nostri giubbotti di salvataggio addosso. Al terzo ordine da parte loro, ci han minacciato che ci avrebbero sparato e quindi ci han fatto inginocchiare, mettere le mani sopra la testa, la testa bassa, voltati verso il mare, verso l’oscurità. Ci hanno tolto i passaporti. A me hanno fatto mettere le mani sulla bandiera israeliana e mi hanno perquisito più volte. Poi ci han fatto sdraiare a terra e ci han legati i polsi con fascette di plastica, tanto da farci venire i lividi. Per 36 ore siamo stati detenuti in una specie di prigione galleggiante, senz’acqua né cibo né accesso ai servizi igienici per molte ore». E diversi compagne/i della Flotilla «sono stati feriti in modo grave tanto che avrebbero avuto bisogno di essere curati in ospedale. I soldati israeliani hanno ripetutamente cercato di manipolarci mentalmente; ad alcuni ragazzi della Flotilla dicevano “preferisci la morte o il dolore?”. Abbiamo buttato i nostri cellulari in mare e i coltelli che usavamo in cucina, ma un ragazzo si era dimenticato due coltelli addosso, uno alla cinta e uno al marsupio: a quel punto i soldati hanno iniziato a provocarlo pesantemente e l’hanno isolato. Ma eravamo stati addestrati molto bene a non rispondere alle provocazioni». Come il dire «perché piangi come un bambino?!» o, quand’erano sul gommone: «ora per voi inizia un lungo viaggio verso l’Africa, e lì ci sono regole diverse…». Oltre ai «colpi di proiettili (seppur di gomma) ripetuti tre volte di fila, per innervosirci ancora di più», o «alcuni di noi inondati di acqua e alcune donne sono state trascinate via, e hanno dei lividi, i visi gonfi, in alcuni ho visto anche delle tumefazioni a pochi centimetri dai genitali». O «traumi cranici, nasi e costole rotte». 

«Questo sequestro programmato» – prosegue Elettra – fatto con l’aiuto della Guardia Costiera della Grecia («”siamo qui per la vostra sicurezza”, ci dissero mentendoci»), paese dell’Unione Europea – «vede anche la responsabilità dello Stato italiano, che non ci ha assistiti in nessun modo, nonostante la nostra nave battesse anche bandiera italiana».

Un’altra sua riflessione riguarda le differenti risposte delle persone al genocidio di Gaza, al dramma della Cisgiordania e all’impegno della Flotilla: «nel mondo di oggi, molti non riescono più a riflettersi nell’altro, come se ciò che succede alle persone di Gaza non li riguardasse. Ma lottare per un mondo migliore non è né un atto terroristico né un atto di coraggio ma di amore e di consapevolezza». Amore che è anche nonviolenza, termine ripetuto più volte da Elettra e scritto anche da Thiago Ávila nella sua ultima lettera alle compagne/i della Flotilla dalla detenzione. «Non c’è nulla di male nel credere nell’utopia ma queste nostre azioni con la Flotilla non sono qualcosa di utopico – dice ancora Elettra -, ma un atto di solidarietà concreta, un esporsi per aiutare chi soffre». Atto che «da sempre viene fatto perché può cambiare la realtà. Certo, ci sarà bisogno di tempo ma è importante l’impegno di tante persone, di metterci oltre che le proprie parole anche il proprio corpo». Purtroppo però «vi è in molti una certa ignoranza emotiva, un’apatia che porta all’indifferenza verso la sofferenza di queste persone. Dobbiamo, invece, trasformare il dolore in qualcosa di attivo».

Elettra, come detto, è fidanzata con Gonzalo Nestor Fabian Di Pretoro, di origini argentine, presente in questa Flotilla e in quella dello scorso ottobre. E ora Gonzalo sta per ripartire, essendo rimasto su una delle 33 imbarcazioni della Flotilla scampate all’attacco israeliano del 29-30 aprile, e dirette lo scorso 9 maggio, verso la città turca di Marmaris. «Io e Gonzalo ci sentiamo ogni giorno – mi racconta Elettra -, mi ha anche mandato un loro video in cui cantano, a dimostrazione che il loro morale è alto, che non hanno paura. Io stessa se ci fosse la possibilità ripartirei subito per un’altra missione diretta a Gaza». Per questa appena conclusa, a fine marzo scorso Elettra assieme ad altri è scesa prima in Sicilia: «già l’anno scorso volevo partire con la Flotilla. A differenza di Gonzalo e di altri, non avevo esperienza nautica quindi nella missione ho dato una mano in cucina e nell’organizzazione». La preparazione che gli hanno fatto prima della partenza, come detto, è «all’insegna della nonviolenza: ci hanno insegnato, cioè, a non reagire ai soldati, a non avere nessun contatto fisico o visivo con loro. È stato un addestramento importante, anche se vivere è qualcosa di differente. Io e Gonzalo – mi racconta alla fine – ci siamo conosciuti nel maggio 2023 a Conselice: eravamo lì entrambi come volontari per aiutare gli alluvionati, lui come attivista di Greenpeace». Dal servizio a chi ci è vicino – in Romagna – a quello a chi è lontano – a Gaza. Ma lo spirito è sempre lo stesso, amore e consapevolezza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Musacci)