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«Io, ferrarese, ero sulla Flotilla verso Gaza»

13 Mag

Elettra Negrini, 29 anni, nata e cresciuta a Ferrara, è fra i 22 italiani sequestrati dalla marina israeliana in acque internazionali il 29-30 aprile. «Agiamo nella nonviolenza, ci esponiamo per aiutare chi soffre. Se potessi ripartirei subito per Gaza»

di Andrea Musacci

«Sono nata e cresciuta a Ferrara. E ora ho deciso di spendermi in prima persona per Gaza». È molto toccante il racconto che Elettra Negrini (foto), ferrarese di 29 anni, ci fa della sua esperienza di fine aprile su una delle navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza per portare farmaci e aiuti alimentari alla popolazione. Elettra è stata invitata a testimoniare pubblicamente dalla Rete per la Pace di Ferrara, la mattina del 9 maggio scorso nella sede della CGIL in p.zza Verdi. Mi spiega di essersi diplomata all’Istituto Bachelet, poi ha concluso la laurea triennale in Antropologia all’Università di Bologna, ha fatto un anno di Erasmus in Spagna e poi preso la laurea magistrale in Antropologia culturale a Torino. «A Ferrara – dove ho lavorato anche durante gli studi – sono tornata da poco dall’Australia, dove io e Gonzalo, il mio fidanzato, abbiamo vissuto per un certo periodo. Lo scorso ottobre, quando lui era nella Flotilla, io ero in Australia: avevo più paura perché sola e perché non avevo ancora fatto questa esperienza. Ma ora che l’ho fatta e che ho l’opportunità di testimoniare e di condividere con tante persone, non ho più paura».

«Nella notte tra il 29 e il 30 aprile scorso siamo state tra le prime barche intercettate. Non dimenticherò mai quella notte: quello della marineria israeliana è paragonabile a un atto di pirateria». Così Elettra ci racconta. La ragazza è una dei 22 italiani sequestrati quella notte da Israele (5 donne e 17 uomini): la marina israeliana ha intercettato 22 imbarcazioni della Flotilla in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. Il 1° maggio, i partecipanti (da 55 Paesi diversi, e di cui una 50 italiani) sono stati trasferiti a Creta. Tutti tranne due – il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek – che sono stati deportati in Israele con l’accusa di «affiliazione a un’organizzazione terroristica», e liberati il 9 maggio.

«In quel momento – ci spiega Elettra – insieme ad altri mi trovavo su, in coperta, non dormivamo ma eravamo di guardia. Vedevamo tanti droni volare sopra di noi a bassa quota e la radio da un po’ non funzionava bene. Abbiamo visto luci rosse in lontananza e poi i fari puntati, ma sul momento non pensavamo potesse essere la marina israeliana», essendo lontani da Gaza: «si tratta dell’ennesimo schiaffo al diritto internazionale, anzi ancor più grave rispetto ai pur gravi precedenti». I soldati poi «ci han fatto spostare sulla parte frontale della nave, ma siamo rimasti fermi, con i nostri giubbotti di salvataggio addosso. Al terzo ordine da parte loro, ci han minacciato che ci avrebbero sparato e quindi ci han fatto inginocchiare, mettere le mani sopra la testa, la testa bassa, voltati verso il mare, verso l’oscurità. Ci hanno tolto i passaporti. A me hanno fatto mettere le mani sulla bandiera israeliana e mi hanno perquisito più volte. Poi ci han fatto sdraiare a terra e ci han legati i polsi con fascette di plastica, tanto da farci venire i lividi. Per 36 ore siamo stati detenuti in una specie di prigione galleggiante, senz’acqua né cibo né accesso ai servizi igienici per molte ore». E diversi compagne/i della Flotilla «sono stati feriti in modo grave tanto che avrebbero avuto bisogno di essere curati in ospedale. I soldati israeliani hanno ripetutamente cercato di manipolarci mentalmente; ad alcuni ragazzi della Flotilla dicevano “preferisci la morte o il dolore?”. Abbiamo buttato i nostri cellulari in mare e i coltelli che usavamo in cucina, ma un ragazzo si era dimenticato due coltelli addosso, uno alla cinta e uno al marsupio: a quel punto i soldati hanno iniziato a provocarlo pesantemente e l’hanno isolato. Ma eravamo stati addestrati molto bene a non rispondere alle provocazioni». Come il dire «perché piangi come un bambino?!» o, quand’erano sul gommone: «ora per voi inizia un lungo viaggio verso l’Africa, e lì ci sono regole diverse…». Oltre ai «colpi di proiettili (seppur di gomma) ripetuti tre volte di fila, per innervosirci ancora di più», o «alcuni di noi inondati di acqua e alcune donne sono state trascinate via, e hanno dei lividi, i visi gonfi, in alcuni ho visto anche delle tumefazioni a pochi centimetri dai genitali». O «traumi cranici, nasi e costole rotte». 

«Questo sequestro programmato» – prosegue Elettra – fatto con l’aiuto della Guardia Costiera della Grecia («”siamo qui per la vostra sicurezza”, ci dissero mentendoci»), paese dell’Unione Europea – «vede anche la responsabilità dello Stato italiano, che non ci ha assistiti in nessun modo, nonostante la nostra nave battesse anche bandiera italiana».

Un’altra sua riflessione riguarda le differenti risposte delle persone al genocidio di Gaza, al dramma della Cisgiordania e all’impegno della Flotilla: «nel mondo di oggi, molti non riescono più a riflettersi nell’altro, come se ciò che succede alle persone di Gaza non li riguardasse. Ma lottare per un mondo migliore non è né un atto terroristico né un atto di coraggio ma di amore e di consapevolezza». Amore che è anche nonviolenza, termine ripetuto più volte da Elettra e scritto anche da Thiago Ávila nella sua ultima lettera alle compagne/i della Flotilla dalla detenzione. «Non c’è nulla di male nel credere nell’utopia ma queste nostre azioni con la Flotilla non sono qualcosa di utopico – dice ancora Elettra -, ma un atto di solidarietà concreta, un esporsi per aiutare chi soffre». Atto che «da sempre viene fatto perché può cambiare la realtà. Certo, ci sarà bisogno di tempo ma è importante l’impegno di tante persone, di metterci oltre che le proprie parole anche il proprio corpo». Purtroppo però «vi è in molti una certa ignoranza emotiva, un’apatia che porta all’indifferenza verso la sofferenza di queste persone. Dobbiamo, invece, trasformare il dolore in qualcosa di attivo».

Elettra, come detto, è fidanzata con Gonzalo Nestor Fabian Di Pretoro, di origini argentine, presente in questa Flotilla e in quella dello scorso ottobre. E ora Gonzalo sta per ripartire, essendo rimasto su una delle 33 imbarcazioni della Flotilla scampate all’attacco israeliano del 29-30 aprile, e dirette lo scorso 9 maggio, verso la città turca di Marmaris. «Io e Gonzalo ci sentiamo ogni giorno – mi racconta Elettra -, mi ha anche mandato un loro video in cui cantano, a dimostrazione che il loro morale è alto, che non hanno paura. Io stessa se ci fosse la possibilità ripartirei subito per un’altra missione diretta a Gaza». Per questa appena conclusa, a fine marzo scorso Elettra assieme ad altri è scesa prima in Sicilia: «già l’anno scorso volevo partire con la Flotilla. A differenza di Gonzalo e di altri, non avevo esperienza nautica quindi nella missione ho dato una mano in cucina e nell’organizzazione». La preparazione che gli hanno fatto prima della partenza, come detto, è «all’insegna della nonviolenza: ci hanno insegnato, cioè, a non reagire ai soldati, a non avere nessun contatto fisico o visivo con loro. È stato un addestramento importante, anche se vivere è qualcosa di differente. Io e Gonzalo – mi racconta alla fine – ci siamo conosciuti nel maggio 2023 a Conselice: eravamo lì entrambi come volontari per aiutare gli alluvionati, lui come attivista di Greenpeace». Dal servizio a chi ci è vicino – in Romagna – a quello a chi è lontano – a Gaza. Ma lo spirito è sempre lo stesso, amore e consapevolezza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Musacci)

Le città luogo privilegiato per la guerra: da Dresda a Gaza, la morte delle leggi e dell’umanità

2 Apr
Foto Jaber Jehad Badwan – Wikipedia (urly.it/31f9ss)

SPAZIOCIDIO. Il 23 marzo il secondo incontro del ciclo organizzato da Rete Pace e Laboratorio Pace – UniFe. Relatori, Gianfranco Franz e Alessandra Annoni: «le ecatombi urbane di ieri e di oggi, contro ogni norma di diritto internazionale»

di Andrea Musacci

Siamo abituati a immaginare la città come spazio di incontro, spazio vitale, di flussi di persone e merci. Ma in molte parti del mondo è ancora oggi spazio da conquistare, da saccheggiare, da distruggere.

Su questo lo scorso 23 marzo in Biblioteca Ariostea a Ferrara hanno riflettuto Gianfranco Franz (pianificatore, Università di Ferrara) e Alessandra Annoni (giurista, Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe). L’incontro “La città nella storia: da nicchia ecologica dell’umanità a vittima di conflitti” è il secondo del ciclo dal titolo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”, ed è stato introdotto da due dei curatori dello stesso, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, UniFe).

Il concetto di città come «nicchia ecologica dell’umanità» è una definizione coniata dall’urbanista Francesco Indovina nel 1999. Per «nicchia ecologica» si intende «una porzione di ecosistema dove alcune specie convivono e si sviluppano», ha spiegato Franz. Per Indovina, la città da alcune decine di migliaia di anni è luogo dove si concentrano alcune delle relazioni dell’homo sapiens: il potere, la ricchezza, la conoscenza, l’innovazione tecnologica, gli scambi. «E ciò oggi è ancora più forte, dato il continuo aumento di residenti – a livello mondiale – nelle città». Franz ha poi citato il libro Spaziocidio dell’architetto israeliano Eyal Weizman (riedito nel 2022) e Jane Jacobs, antropologa e attivista USA morta nel 2006, che negli anni Sessanta denunciò le trasformazioni immobiliari a New York. In particolare, studiò l’uso delle infrastrutture come «strumento di separazione classista e razzista all’interno delle città», il cosiddetto zoning. «E oggi anche Israele sta usando l’urbanistica per separare, segregare, allontanare i palestinesi», ha commentato il relatore.

Dall’altra parte, per Franz, «nella storia grazie alla città abbiamo raggiunto determinati livelli di civilizzazione, di libertà, occasioni di lavoro, di emancipazione e di incontro per masse di persone». Ma la città è anche «il luogo privilegiato per scatenare le guerre». Si pensi alle bombe israeliane sul Libano, e al «tentativo di Israele di controllare il fiume Litani» per appropriarsi dell’acqua, come del gas metano nel mare: il governo israeliano sta infatti considerando di terminare l’accordo con il Libano sul confine marittimo, come dichiarato dal Ministro Eli Cohen. Accordo che fu stipulato, con la mediazione USA, da Libano e Israele, e col quale si decise che il giacimento di gas di Karish sarebbe andato a Israele e quello di Qana al Libano. Franz ha poi citato altri casi di guerre nelle città, da quella ad Aleppo, in Siria, nel 2015, nella guerra scatenata nel 2011 dall’allora presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton, «che armarono l’ISIS provocando la reazione dell’altro potere criminale, quello di Assad». Vi è poi la guerra in Libia, o in Afghanistan dal ‘79. E i 38mila attacchi aerei compiuti dalla NATO (senza mandato ONU) nel 1999 sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, inclusa la capitale Belgrado, attacchi durati 78 giorni e avvallati anche dall’allora Governo D’Alema, che vedeva l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa. Senza considerare «anche l’uso di proiettili all’uranio impoverito». Proseguendo, Franz ha citato la prima guerra nel Golfo, dal ’92 al ‘96 l’assedio di Sarajevo e andando più indietro nel tempo i massicci bombardamenti “occidentali” su Dresda, Berlino, Leningrado e Stalingrado. E le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki (la prima all’uranio, la seconda al plutonio): «bombe gettate anche come sperimentazioni, per testarne gli effetti». Due casi evidenti di «fine della città come “nicchia ecologica”»: due casi di «ecatombi urbane».

«Esistono comunque norme che regolamentano la guerra urbana, anche se in molti casi non vengono applicate», ha spiegato Annoni. A partire dal Regolamento dell’Aja del 1907, contro il bombardamento di città non difese e contro il saccheggio; e la IV Convenzione di Ginevra del 1949, che riguarda anche la protezione dei civili in territori occupati, cioè di persone non attive militarmente nel conflitto armato. E oltre a queste norme, «esiste un non codificato “diritto delle genti”, cioè principi di umanità fondamentali a protezione dei civili, dei beni civili, dei beni culturali, dei beni di culto, degli ospedali e di edifici ritenuti indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni». Un problema a parte è quello riguardante il tema dei cosiddetti “scudi umani” – involontari o volontari -, «anche se nella guerra urbana è spesso difficile distinguere i primi dai secondi». Le norme internazionali condannano anche gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti a tappeto, e tutelano il principio di proporzionalità, per evitare o limitare i “danni collaterali”. Esiste poi il principio di precauzione e quello di umanità. Ma la realtà è che la guerra per sua natura è quasi sempre cieca, perché antitetica, ad ogni norma morale più o meno codificata.

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Se la turistificazione rende le città un brand

La gentrificazione di ieri e di oggi è stata al centro di un Seminario di Peace Studies, il Dottorato Nazionale in Studi per la Pace, svoltosi in modalità mista lo scorso 25 marzo e che ha visto come relatore Franz, pianificatore di UniFe. Franz ha riflettuto su “Le città fra dinamiche sociali e di mercato. Il confronto fra un classico degli studi urbani e l’opera di ‘un debuttante’ ” e l’incontro è stato moderato da Giuseppe Scandurra (docente di Antropologia a UniFe). I due libri citati nel titolo sono Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane di Jane Jacobs e Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano (L.A.D., 2025) di Antonio Di Siena.

Jane Jacobs è stata un’antropologa e sociologa urbana, trasferitasi dalla Pennsylvania ai bassifondi – slum – di New York, in particolare a Greenwich Village. Siamo negli anni ’60 e gli USA vivono un momento di crescita economica. Contrapposto a Jacobs c’è Robert Moses, urbanista e pianificatore urbano, «incarnazione del capitalismo modernista – ha spiegato Franz -, che capì la centralità dell’automobile nello sviluppo statunitense e ideò quindi ampie arterie di comunicazione, vere e proprie autostrade dentro New York. Per questo progettò di demolire alcuni quartieri popolari, nei quali abitavano neri, italiani, proletari e piccolo borghesi. Un vero e proprio sistema di pulizia urbanistica, un’opera di zoning, cioè di segregazione urbanistica e quindi di creazione di ghetti etnici». Ma Jacobs si mise a capo degli abitanti di questi quartieri popolari, facendo nascere i primi organismi di partecipazione. Nel ’68 lei e i residenti riescono a vincere questa battaglia contro Moses e il suo progetto di sventramento e sopraelevazione. Ma non potranno vincere la guerra, con l’avanzare della gentrificazione/plastificazione dei loro quartieri, divenuti, soprattutto il Greenwich Village, luoghi turistici. «Un destino ben diverso da quello immaginato da Jacobs».

Dai danni del sistema capitalistico negli States a quelli nell’antica Europa, con l’analisi del libro di Di Siena: siamo in Grecia, Paese vittima delle politiche di austerità europee, un Paese distrutto, dopo la crisi di 15 anni fa, con «le privatizzazioni, la destrutturazione del mondo del lavoro, la morte dello stato sociale». E, effetto di tutto ciò, a livello urbanistico con un processo di gentrificazione/turistificazione che «ha permesso di requisire molti appartamenti – con gli ufficiali giudiziari chiamati dalle banche – poi venduti in aste digitali e spesso comprati da acquirenti/fondi esteri», con l’obiettivo di lucrarci trasformandoli in alloggi turistici. Pur nelle diversità, il parallelo con la New York dopo le lotte di Jacobs, è importante. Di Siena nel libro analizza infatti questi fenomeni di turistificazione di Atene, di altre località greche e del Sud Italia, raccontando gli sfratti nella capitale greco e introducendo il concetto di “Stato-merce”: «il turismo viene visto come volàno distorcente di un’intera economia e lo Stato diviene debolissimo, inesistente». Per questo, allo Stato è chiesto «di diventare un brand, di trasformare le città in merce, del tutto a servizio dei turisti e ignorando i bisogni reali di chi le abita». Abitanti che, di conseguenza, «sempre più arretrano e in alcuni casi vengono anche espulsi». Le città – ha chiosato Scandurra – «diventano location di eventi culturali, e il patrimonio (anche Unesco) spesso diviene spazio di natura commerciale e mediatico». Inevitabile pensare al centro di Ferrara e all’intera città sempre più ridotta a marchio da vendere ai turisti e agli investitori esterni, da ultimo con l’occupazione del Listone per il mega palco di Mediaset. E riguardo alle espulsioni degli abitanti, il pensiero non può non andare al Grattacielo, “ghetto” sacrificato sull’altare del profitto.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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«La guerra è fatta solo di vittime»: racconti dal mondo in conflitto

31 Mar

“Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” il titolo del seminario svoltosi a Ferrara lo scorso 28 marzo

L’orrore della guerra, di ogni guerra, anche oggi, è stato il tema del seminario svoltosi la mattina dello scorso 28 marzo nella Sala ex Refettorio di San Paolo a Ferrara. Il Seminario dal titolo “Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” è stato organizzato da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna insieme a Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Assostampa FE e “Sanitari per Gaza – Ferrara”. Tanti i presenti. Dopo il saluto di Antonella Vicenzi di Assostampa Ferrara, ha introdotto il moderatore della mattinata Alessandro Zangara, giornalista, capo Ufficio Stampa Comune di Ferrara: «oggi – ha detto – nel mondo vi sono 55 fronti globali di varia intensità». Sono 541 i giornalisti uccisi dal 2020 al 2026 su fronti di guerra; e sono numeri in continuo aumento, con 124 giornalisti uccisi nel 2024 e 127 nel 2025. Attualmente sono stimati fra i 500 e i 700 i giornalisti detenuti nel mondo. Sono invece oltre 850mila i civili uccisi nelle guerre dal 2020 al 2026 e 3283 gli operatori sanitari uccisi sui fronti nello stesso periodo, anche in questo caso in aumento (900 nel 2024 e 1100 nel 2025).

Nello Scavo è da tempo giornalista inviato per Avvenire in Ucraina, da pochi giorni invece a Beirut in Libano, da dove nella notte ha registrato un video intervento per l’incontro di Ferrara. «In questi anni – ha detto Scavo – il mestiere di giornalista è molto cambiato, ci sono nuove sfide, derivanti soprattutto dal fatto che i giornalisti sui fronti di guerra rischiano la vita nonostante siano tutelati dal diritto internazionale». Così è anche a Gaza, «dove Israele ci impedisce di accedere, dove da mesi continua a spacciare fake news, e dove le informazioni che ci arrivano, ci arrivano dai palestinesi, molti dei quali sono oppositori di Hamas e da Hamas perseguitati: di alcuni di loro, infatti, non si sa più nulla, sono spariti». In Ucraina, invece, «soprattutto nel lato russo troviamo difficoltà ad accedere, e soprattutto dopo aver denunciato il rapimento di molti bambini ucraini da parte dei russi». A proposito di mistificazione, «il governo russo ha, ad esempio, provato a negare le fosse comuni a Bucha». E la scritta “press” stampata sul giubbotto antiproiettili indossato dai giornalisti ormai lì e in altri teatri di guerra «è diventato un bersaglio». Ma – ha aggiunto Scavo – «a volte siamo bersagli anche nei Paesi democratici»: in Italia, per esempio, «a volte certi giornali pubblicano intercettazioni che riguardano giornalisti, o vi sono indagini e denunce a loro carico, per screditarli, intimorirli, o per intimorire le loro fonti. Questi atteggiamenti rappresentano un attentato alla democrazia».

Sebastiano Caputo è invece il fondatore di Magog, collaboratore de Il Giornale e Dissipatio, e inviato su vari fronti di guerra fra cui Siria, Iran, Russia, Etiopia. In collegamento da Roma ha spiegato la sua esperienza in Siria nel 2021, quando c’era lo Stato Islamico e poi in Afghanistan col ritorno dei talebani. Caputo ha poi analizzato l’esplodere di Instagram come «medium comunicativo che privilegia l’immagine», e le conseguenze di ciò: «gli stessi giornalisti sul campo diventano influencer» o questi «vengono usati come uniche o maggiori fonti dai giornali, anche per il fatto che con la crisi delle vendite gli editori sono tentati di tagliare gli inviati di campo», più “costosi” rispetto agli altri giornalisti. 

A seguire, sono intervenute Enrica Sanna e Alessandra Lazzari della Croce Rossa di Bologna hanno invece riflettuto sul concetto di Diritto Internazionale Umanitario, diverso rispetto al Diritto Internazionale in quanto quest’ultimo regolamenta la comunità internazionale mentre il primo limita i mezzi e i metodi di guerra, imponendo regole alla condotta bellica, proteggendo quindi i civili, il personale sanitario e i soldati feriti o prigionieri. Poi, Silvia Bortolazzi (Sanitari per Gaza – Ferrara) ha introdotto le testimonianze di Ettore Mazzanti, referente Medici Senza Frontiere Emilia-Romagna e di Francesca Di Vece, medico, referente Emergency Ferrara. Mazzanti ha citato alcune guerre terribili come quelle in Sudan, Sud Sudan e Haiti, «Paesi con crisi umanitarie gravissime ma di cui i media principali non parlano», per poi riflettere sulla impossibilità, in molti casi, di poter denunciare tutti i soprusi: «anche noi di MSF non possiamo dire tutto», non per vigliaccheria ma «per impedire che gli Stati responsabili ci caccino impedendoci di svolgere il nostro servizio». È un «compromesso purtroppo necessario, che siamo costretti, ad esempio, a fare anche a Gaza». Di Vece ha poi ricordato che «non esiste una “guerra umanitaria”» perché «l’unica realtà delle guerre sono le vittime» e che «la vera sfida oggi è di raccontare tutti i conflitti, non solo alcuni». Poi, alcuni dati: a Gaza 1 kg di farina ha avuto un aumento di prezzo del 1216% e il 90% degli abitanti è sfollato: «non sono quindi rispettati il diritto al cibo e alla casa». In Ucraina milioni di persone non hanno l’energia elettrica, in Sudan 12 milioni di persone han dovuto lasciare la propria abitazione, e in Afghanistan ci sono 14milioni di mine antiuomo che mettono a rischio la vita di 4milioni di persone. Ma nel mondo le spese militari sono in aumento, 2400 miliardi di dollari, contro i “soli” 224 miliardi spesi per la cooperazione.

Ha preso poi la parola Riccardo Corradini, chirurgo all’ospedale Santa Chiara di Trento, nel 2019 il primo studente occidentale a svolgere l’Erasmus in una università di Gaza, la Islamic University of Gaza. Citando dati OMS del febbraio scorso, a Gaza sono 18 gli ospedali deliberatamente distrutti dall’esercito israeliano, più altri colpiti. Ad essere attaccata, quindi, «è la stessa possibilità di essere curati»: è una delle forme delle cosiddette “morti indirette” (secondo The Lancet, a Gaza nell’ordine di 600mila). Gaza dove «si è sdoganata la possibilità di sterminare operatori sanitari, medici e giornalisti» e dove sono 18500 i pazienti critici (di cui 4mila bambini) che non riescono a ricevere cure adeguate. Per non parlare della «distruzione di scuole e università, delle oltre 320mila case danneggiate, e del milione di persone che ancora oggi vivono nelle tende, con danni respiratori permanenti e la “condanna a morte” conseguente dei più fragili, cioè bambini e anziani». Corradini ha poi raccontato della sua esperienza lo scorso settembre nell’equipaggio della nave Coscience per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, compresi gli assorbenti per 1 milione di donne, «che da 2 anni non ne possono avere. Noi dell’equipaggio – ha poi denunciato – abbiamo subìto violenze fisiche e psicologiche in carcere dai militari israeliani: se hanno fatto ciò a noi occidentali, non oso immaginare cosa fanno ai palestinesi…». Infine, ha chiarito: «la marina israeliana non aveva nessun diritto di impedirci l’accesso perché non ha il potere di controllo nel mare davanti Gaza e inoltre eravamo operatori sanitari e quindi non avrebbero potuto bloccarci e arrestarci».

Un’altra dura denuncia è poi arrivata da Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF – Palestine Children’s Relief Fund, già direttore OMS per i Territori Palestinesi Occupati: «l’occupazione e l’apartheid di Israele – ha detto – sono la causa della povertà e della crisi umanitaria a Gaza e questa occupazione è legittimata da tutti gli Stati che non fanno pressione su Israele affinché cambi atteggiamento e gli forniscono aiuti e assistenza». Stefanini ha poi criticato il cosiddetto “umanitarismo”, cioè il pensare che l’assistenza umanitaria possa sostituire la critica e la trasformazione politica: «l’umanitarismo considera le persone solo come vittime e non come profughi o oppressi» e «non permette fondi per progetti di sviluppo a lungo termine». Lo stesso blocco di Gaza dal 2007 da parte di Israele è un vero e proprio «assedio umanitario».

L’ultimo intervento è stato quello di Bahia Hakiki, neurologa e docente all’Università di Firenze, co-fondatrice dei “Sanitari per Gaza”: «la tortura a Gaza – che è sempre più sistemica e normalizzata – viene in particolare documentata dal 2024, e nel 2025 vi sono state 13 pubblicazioni sul tema, fra cui il report redatto da Francesca Albanese», Relatrice dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Inoltre, «spesso medici e operatori israeliani sono complici» di questo sistema di tortura, sistema che è «perlopiù a danno di detenuti e sempre più a danno di minori». Tortura che può essere fisica e/o psicologica e che da ottobre 2023 a oggi ha visto «la morte di una 90ina di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, coi corpi che spesso non vengono nemmeno restituiti alle famiglie o con detenuti che vengono liberati in condizioni psichiche gravi e senza avvisare i loro familiari». Fra le conseguenze della tortura, infatti, vi è «l’impoverimento dei circuiti cerebrali della persona». Questo sistema – ha concluso – «serve quindi a reprimere, da parte del colonialismo israeliano, ogni forma di dissenso e per affermare la propria supremazia». È una forma di «necropolitica, un sistema di morte, un tentativo di distruzione dell’umanità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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