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Piccole polis resistenti contro profitto e repressione: la rassegna “Alfabeti urbani”

21 Mag

A Ferrara si è svolta la rassegna di UniFe “Alfabeti urbani” con incontri sulle città contemporanee sempre più vittime della crisi ecologica, di logiche speculative e repressive. Ma nelle quali germogliano forme comunitarie e mutualistiche. E in un incontro, focus su Gaza: mancato collegamento con un pescatore lì residente a causa di un bombardamento israeliano. Lo Spin Time di Roma, i legami con la Chiesa e altre utopie concrete

di Andrea Musacci

Tre giorni di riflessioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle comunità e quindi delle nostre città.Dal 14 al 16 maggio a Ferrara si è svolta la rassegna “Alfabeti urbani”, organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici – Laboratorio di Studi Urbani di UniFe, con il coinvolgimento di studentesse e studenti del corso di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, e il contributo della rivista “Quants – Tempi Moderni”. Gli organizzatori sono i docenti Giuseppe Scandurra e Domenico Giuseppe Lipani, Antonino Princi, scrittore e docente, Chiara Tarabotti, regista teatrale, e Fabio Cuzzola, scrittore e docente.

CITTÀ SOMMERSE

La crisi climatica non è un discorso astratto o che riguarda terre lontane. È anche qui, dentro le nostre vite. Su questo ha riflettuto il 14 all’ex Teatro Verdi di Ferrara Alex Giuzio, che negli ultimi sei mesi assieme al fotogiornalista Michele Lapini e alla giornalista Zuza Nazaruk ha lavorato a un’indagine sull’adattamento all’innalzamento del mare tra l’Emilia-Romagna (Rimini e i Lidi ferraresi), il Galles (località Fairbourne) e l’Olanda (Rotterdam), grazie al sostegno del Journalismfund Europe. In mostra all’ex Verdi, anche alcune foto di Lapini.

«Sono 16mila i miliardi di dollari che entro il 2100 verranno spesi a livello globale contro l’innalzamento del mare», ha detto Giuzio. Nel 2018 il Centro nazionale oceanografico del Regno Unito (NOC) parlava di 14mila miliardi di dollari. Per questo motivo, «la Banca Mondiale ha deciso di difendere una località su tre a rischio». Una selezione ben poco naturale, risposta selettiva a una crisi ecologica che non solo non si ferma ma si radicalizza col passare degli anni. E le soluzioni proposte dall’alto seguono la stessa logica – ideologica – delle cause del problema: quella del mercato e del profitto. Si salvano i ricchi e i benestanti, coloro (pochissimi rispetto alle collettività) che ci guadagnano nelle località balneari più gettonate. Insomma, la crisi climatica è causata dalle disuguaglianze e dalla volontà di possesso e di dominio (nello specifico, anche «dall’urbanizzazione/bunkerizzazione delle coste») e la risposta che si dà acuirà queste disuguaglianze e questo atteggiamento predatorio. Senza contare che «i costi dell’energia sono in aumento e continueranno ad aumentare».

Basti pensare a Venezia, dove «per il Mose sono stati spesi 6,5 miliardi di euro», ha detto Giuzio. Almeno, però, Venezia è un gioiello di arte, cultura e architettura unico al mondo. Lo stesso non si può dire di Rimini, dove sono stati spesi 110 milioni di euro solo per il “Parco del mare”, «un progetto di rigenerazione urbana finalizzato in realtà anche a raccogliere l’acqua tramite due vasche sotterranee in piazzale Kennedy». E a proposito di Emilia-Romagna, la Regione «nell’ultimo quarto di secolo ha messo in atto diversi ripascimenti (spendendo, solo per l’ultimo, 23 milioni di euro)», quella tecnica, cioè, per posizionare artificialmente sabbia o sedimenti su un litorale eroso per ricostituire la spiaggia. Ma la spiaggia «deve rendere, quindi a essere salvate sono solo quelle più redditizie». La logica è solo quella «del turismo e del profitto», non della ricchezza ambientale e naturalistica. E «si ragiona solo col qui e ora: importante è che si riescano a piantare gli ombrelloni per la stagione». Da parte degli amministratori locali – che siano di centro-destra o di centro-sinistra (con alcune rare eccezioni) – «non vi è, quindi, lungimiranza, al massimo si danno un po’ di ristori solo dopo l’ennesima emergenza, per poi riprendere a cementificare». Bisogna, invece, «tanto gestire l’emergenza quanto progettare il futuro», per evitare – come detto – anche un aumento delle povertà e delle disuguaglianze sociali.

In conclusione, un accenno a Fairbourne, nel Galles, luogo sacrificato dal governo secondo questa logica, in quanto località poco abitata e non turisticamente attraente, quindi non redditizia. Nel 2054 sarà definitivamente abbandonata: «potrebbe quindi rappresentare quel che accadrà anche qui», nei nostri Lidi.

CITTÀ SORVEGLIATE

Sempre il 14, per “Alfabeti urbani”, di smart cities e Intelligenza artificiale (AI) ha riflettuto il giornalista Andrea Daniele Signorelli in dialogo con Federico Sardo (Direttore Editoriale “Quants”). La narrazione della smart city, per Signorelli si fonda sull’idea di sharing (quindi di “condivisione”) di auto, motorini e monopattini, per usare sempre meno l’auto privata. In realtà, «questi servizi di sharing non hanno sostituito l’auto privata ma l’utilizzo di mezzi pubblici», e perlopiù portando profitti a società private che offrono questo servizio. E vi sono «zone off limits» per questi mezzi in sharing: le periferie della città. Insomma l’obiettivo non detto di molte amministrazioni locali è quello di «non ampliare la rete dei mezzi pubblici» e di favorire poche aziende private. La smart city, quindi, secondo la narrazione che la sostiene è «una città intelligente, che integra in sé nuove tecnologie, sensori utilizzati per raccogliere dati e informazioni, per migliorare la gestione del territorio». In realtà, questa raccolta e successiva elaborazione di dati privati è la cosiddetta «AI predittiva», che mappa il territorio urbano cercando di eliminare ogni variabile dei comportamenti umani prevedendoli integralmente.

L’AI predittiva – molto diffusa in diverse città in USA e Cina, e sempre più anche in Europa – è dunque il «mezzo privilegiato delle società della sorveglianza», con ad esempio telecamere sempre più diffuse e che spesso permettono anche il riconoscimento facciale (si veda a tal proposito in particolare le società USA “Palantir Technologies” – fondata da Peter Thiel – e “Clearview AI”). Ma una società della sorveglianza è una società dove cittadine e cittadini, sentendosi osservati e temendo di essere schedati come “variabili non tollerabili”, finiscono per «autocontrollarsi», cioè per «autocensurarsi». Autocensura che avviene “dal basso”, cioè attraverso gli smartphone o «strumenti come Amazon Ring».

CITTÀ TURISTIFICATE

Un altro dispositivo che sempre più ridisegna le nostre città, mercificandole, è quello legato alla cosiddetta “turistificazione”. Di questo, il 15 Giangi Franz (Docente UniFe) ne ha parlato con Antonio Di Siena, autore del libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano”. Nel volume, Di Siena tratta ampiamente della Grecia (dove ha vissuto), Paese nel quale dal 2008-2009 la troika UE (Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale) ha compiuto «la peggior macelleria sociale degli ultimi 80 anni in Europa». Un processo, pur in modo diverso, iniziato qui e altrove dagli anni ’90, «con crisi economiche, conseguente precarizzazione del lavoro, deindustrializzazione e turistificazione. Un filo rosso», un ordine non casuale, avvenuto nei Paesi euromediterranei (Spagna, Portogallo, Italia e appunto Grecia). Non a caso, in essi «la turistificazione esplode dal 2008-2009, col conseguente aumento dell’imposta di soggiorno e riforma della tutela delle locazioni». Un solo settore viene finanziato: quello del turismo, che in Grecia rappresenta oltre il 30% del PIL, e oltre il 10 in Spagna e Italia. La crisi, quindi, rappresenta «l’humus funzionale a questo sistema di sviluppo, liberando così un’enormità di asset immobiliari, da mettere a rendita trasformandoli in b&b e dando lavoro a tanti disoccupati». Lavori «sottopagati, a basso costo, non sindacalizzati», spesso in nero. Il sud Europa diventa così «il parco divertimento dei ricchi del nord del continente, soprattutto tedeschi, olandesi, svizzeri».

E gli Stati del Mediterraneo europeo diventano «Stati-merce», vale a dire «operatori di mercato, venditori» che vendono sé stessi, le proprie risorse culturali e naturalistiche, come fossero meri brand. Un vero e proprio processo di «musealizzazione» che «trasforma gli enti pubblici a ogni livello in enti di promozione turistica» e la cultura in «intrattenimento», con le città che diventano «parchi a tema». Altre conseguenze di ciò sono la «rinascita di rievocazioni storiche, la creazione dal nulla di retaggi del passato (si veda la “Notte della taranta”) e la competizione tra città e regioni per accaparrarsi più turisti possibili». Insomma, i luoghi devono diventare sempre più «attrattivi», trasferendo il governo dei processi democratici dagli abitanti ai turisti. Abitanti sempre più cacciati dalle loro città grazie all’aumento continuo dei prezzi delle case, e dunque degli sfratti. In Grecia, ha raccontato ancora Di Siena, «non si può nemmeno fisicamente protestare quando ci sono le aste immobiliari perché ora avvengono on line».

E in Italia il governo Meloni ha presentato il ddl sfratti che rende l’esecuzione più rapida, più opaca e meno difendibile: l’eliminazione dell’avviso di rilascio consentirà, ad esempio, all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto. Una realtà già presente: si pensi a ciò che è successo a fine ottobre 2025 con lo sfratto in via Michelino 41 a Bologna di due famiglie con bambini piccoli dai loro appartamenti in poche ore. Famiglie con contratti in essere e affitti sempre pagati, che si sono viste recapitare un provvedimento di sfratto per finita locazione dopo la vendita dello stabile.

Anche Ferrara sta subendo gli effetti di questa gentrificazione/turistificazione: la nostra città, infatti, – ha riflettuto Franz, «30-40 anni fa è stata trasformata dall’ex Sindaco Roberto Soffritti in una città turistica. L’aumento vertiginoso degli studenti universitari, soprattutto dei fuori sede, ha fatto schizzare i prezzi degli immobili e sono aumentati i b&b», togliendo case a famiglie e lavoratici e lavoratori. Senza parlare del proliferare in centro di locali mangia&bevi, con l’omologazione dei negozi e la conseguente «banalizzazione» delle tradizioni culinarie e non.

CITTÀ OCCUPATE

Ben altre occupazioni subiscono da decenni i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in una guerra, quella tra israeliani e palestinesi, che sembra infinita e nella quale uno dei rischi maggiori è che vengano sempre più soffocate le vere voci di pace, quelle che uniscono l’ascolto delle sofferenze delle persone da entrambe le parti alla lotta per la libertà di chi, come i palestinesi, dal ’48 è ammazzato o costretto a lasciare la propria terra. Di questo, della Nakba, il 15 (giorno della memoria di questo dramma), all’ex Verdi di Ferrara (per la tappa ferrarese di “Flotilla 100 porti 100 città”) ha parlato in collegamento streaming Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo e storica attivista per la pace e per i diritti del popolo palestinese: «tanti sono stati in questi decenni i palestinesi uccisi, i villaggi e le case distrutte dagli israeliani, per cancellarne la memoria e la presenza. Il disegno di Israele è fare dei territori palestinesi una colonia col furto e l’occupazione delle terre». Ma in Israele, ha sottolineato Morgantini, «esistono anche antisionisti, minoranze che criticano l’occupazione israeliana, la pulizia etnica e che quindi solidarizzano con i palestinesi». Da qui, dal dialogo tra chi vuole la pace, bisogna  ripartire.

Ma la guerra genocida di Israele continua e ha “lambito” Ferrara e il festival “Alfabeti urbani”: infatti, l’incontro in questione prevedeva l’intervento da Gaza di Zakaria Bakr, pescatore che vive a ovest di Gaza City, nel nord della Striscia. Ma è arrivata la notizia che l’esercito israeliano aveva bombardato un edificio vicino a dove vive Bakr. Poco dopo si è saputo che in quell’attacco sette persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite nell’attacco che ha colpito anche un veicolo civile. Secondo una fonte all’interno del servizio ambulanze di Gaza, in forma anonima, che ha parlato con “Al Jazeera”, fra i morti ci sono tre donne palestinesi e un minore. La notizia del bombardamento vicino alla casa di Bakr l’ha data poco dopo in collegamento on line con Ferrara l’avv. palestinese Zaher Darwish, collegato da Palermo dove vive da 40 anni e lavora come sindacalista CGIL. Darwish ha poi accennato anche alla campagna di sostegno al popolo palestinese anche attraverso la raccolta di finanziamenti per l’ospedale di Gaza, «importante non solo per le cure mediche ma anche per l’aiuto psicologico alle persone». Israele, ha aggiunto «sta distruggendo i valori costituzionali e umani».

A seguire, ha portato la propria testimonianza Elettra Negrini, giovane ferrarese da poco stata su una nave della Global Sumud Flotilla (la sua testimonianza la trovate sulla “Voce” del 15 maggio scorso). Un contributo importante l’ha portato anche Alessandra Annoni, docente di Diritto Internazionale a UniFe, che ha denunciato come «molti Stati non hanno la volontà politica di reagire alle continue violazioni da parte di Israele del diritto internazionale» tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. «Violazioni ci sono state anche da parte della Russia ai danni dell’Ucraina ma in quel caso perlomeno i Paesi occidentali hanno reagito con pacchetti di sanzioni contro Mosca». Oggi, quindi, «a livello globale sembrano non esserci più regole ma vince la legge del più forte».

CITTÀ LIBERATE

“L’utopia che abita la città. Esperienze dal Polo Civico Esquilino e Spin Time Roma” è stato il titolo del primo incontro del pomeriggio conclusivo (16 maggio) di “Alfabeti urbani”, moderato da Fabio Cuzzola. Lorenzo Teodonio e Martina Di Paolo sono venuti da Roma per raccontare l’esperienza del Polo Civico Esquilino (PCE) come «associazione di associazioni», all’insegna della «partecipazione civica e della trasformazione sociale». Attualmente sono 52 le associazioni aderenti al PCE, per un compito sempre più importante perché «aumentano povertà, fragilità sociale e marginalità». Chiara Cacciotti ha poi illustrato l’esperienza dello Spin Time (che fa parte del PCE), esperienza non solo di occupazione ma di autentica rigenerazione urbana: 140 le famiglie (ca. 400 persone) che risiedono nel palazzo di 10 piani, di cui 7 abitativi e gli altri per enti ed associazioni. Lo stabile è occupato dal 2013: storica sede dell’Inpdap, è stato poi acquisito dal fondo di investimenti immobiliari “Investire SGR”.

I residenti da sempre chiedono di essere regolarizzati, e si pongono come rivendicazione attiva e concreta per porre l’attenzione sull’enorme problema del diritto alla casa: «abbiamo fin da subito deciso di non barricarci ma di aprirci – ha spiegato Cacciotti -, mostrando la nostra funzione sociale e culturale», con tanti servizi, associazioni e iniziative, anche all’insegna dell’«economia circolare». Insomma, un luogo permeabile e al servizio della città, un «presidio sociale» per «restituire» a questa l’edificio, «un’istituzione costituente», per citare Castoriadis. Cacciotti ha poi citato l’episodio del maggio 2019 con l’allora elemosiniere del Papa, card. Krajewsky che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare la luce che era stata volontariamente staccata. Achiamarlo fu suor Adriana Domenici, religiosa che vive lì, e ci vive in maniera attiva, «essendo stata lei la prima ad aprire Spin Time alla città». Anche don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di “Mediterranea”, è amico di Spin Time. E lo scorso ottobre lo Spin Time ha ospitato il V Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari (EMMP – Encuentro per Papa Francesco), all’insegna delle tre T (Terra, Techo e Trabajo – Terra, Casa e Lavoro).

A seguire, incontro con Gianluca Pittavino (Askatasuna), Marina Boer (Mamme del Leoncavallo), Beatrice Tabacco (Ricercatrice), Carola Peverati (Cittadini del mondo), Francesco Ganzaroli (Resistenza) e Fabio Cuzzola (Alfabeti Urbani) su “Centri sociali e dintorni: tra riorganizzazione e repressione”. Da qui sono emerse «esperienze di trasformazione che resistono alle trasformazioni della città», modi di «applicare le utopie ai meccanismi reali dell’esistenza». Riguardo a Ferrara, Peverati ha parlato dei recenti sgomberati del Grattacielo come di una «forma di remigrazione», contrapponendo, ad esempio, l’esperienza ormai storica di Cittadini del mondo, che ora ha 256 iscritti al proprio corso per stranieri, compiendo – come anche La Resistenza -, un’opera di mutualismo dal basso, nonostante gli sfratti che entrambi han subìto dall’Amministrazione comunale.

L’ultimo incontro del Festival ha visto l’intervento di Alfredo Morelli (Docente UniFe)  sul tema  “Contro lo spaziocidio: per una nuova controcultura urbana”. Nell’epoca del «salto antropologico» che, a causa anche dell’AI e dell’automazione, ci porta nell’«oltreumano», le uniche forme di resistenza sono quelle anche qui sopra descritte, vale a dire «esperienze plurali di piccole polis, possibili laboratori per il futuro che sfidano il potere negli interstizi».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto “Alfabeti urbani”)

«Io, ferrarese, ero sulla Flotilla verso Gaza»

13 Mag

Elettra Negrini, 29 anni, nata e cresciuta a Ferrara, è fra i 22 italiani sequestrati dalla marina israeliana in acque internazionali il 29-30 aprile. «Agiamo nella nonviolenza, ci esponiamo per aiutare chi soffre. Se potessi ripartirei subito per Gaza»

di Andrea Musacci

«Sono nata e cresciuta a Ferrara. E ora ho deciso di spendermi in prima persona per Gaza». È molto toccante il racconto che Elettra Negrini (foto), ferrarese di 29 anni, ci fa della sua esperienza di fine aprile su una delle navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza per portare farmaci e aiuti alimentari alla popolazione. Elettra è stata invitata a testimoniare pubblicamente dalla Rete per la Pace di Ferrara, la mattina del 9 maggio scorso nella sede della CGIL in p.zza Verdi. Mi spiega di essersi diplomata all’Istituto Bachelet, poi ha concluso la laurea triennale in Antropologia all’Università di Bologna, ha fatto un anno di Erasmus in Spagna e poi preso la laurea magistrale in Antropologia culturale a Torino. «A Ferrara – dove ho lavorato anche durante gli studi – sono tornata da poco dall’Australia, dove io e Gonzalo, il mio fidanzato, abbiamo vissuto per un certo periodo. Lo scorso ottobre, quando lui era nella Flotilla, io ero in Australia: avevo più paura perché sola e perché non avevo ancora fatto questa esperienza. Ma ora che l’ho fatta e che ho l’opportunità di testimoniare e di condividere con tante persone, non ho più paura».

«Nella notte tra il 29 e il 30 aprile scorso siamo state tra le prime barche intercettate. Non dimenticherò mai quella notte: quello della marineria israeliana è paragonabile a un atto di pirateria». Così Elettra ci racconta. La ragazza è una dei 22 italiani sequestrati quella notte da Israele (5 donne e 17 uomini): la marina israeliana ha intercettato 22 imbarcazioni della Flotilla in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. Il 1° maggio, i partecipanti (da 55 Paesi diversi, e di cui una 50 italiani) sono stati trasferiti a Creta. Tutti tranne due – il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek – che sono stati deportati in Israele con l’accusa di «affiliazione a un’organizzazione terroristica», e liberati il 9 maggio.

«In quel momento – ci spiega Elettra – insieme ad altri mi trovavo su, in coperta, non dormivamo ma eravamo di guardia. Vedevamo tanti droni volare sopra di noi a bassa quota e la radio da un po’ non funzionava bene. Abbiamo visto luci rosse in lontananza e poi i fari puntati, ma sul momento non pensavamo potesse essere la marina israeliana», essendo lontani da Gaza: «si tratta dell’ennesimo schiaffo al diritto internazionale, anzi ancor più grave rispetto ai pur gravi precedenti». I soldati poi «ci han fatto spostare sulla parte frontale della nave, ma siamo rimasti fermi, con i nostri giubbotti di salvataggio addosso. Al terzo ordine da parte loro, ci han minacciato che ci avrebbero sparato e quindi ci han fatto inginocchiare, mettere le mani sopra la testa, la testa bassa, voltati verso il mare, verso l’oscurità. Ci hanno tolto i passaporti. A me hanno fatto mettere le mani sulla bandiera israeliana e mi hanno perquisito più volte. Poi ci han fatto sdraiare a terra e ci han legati i polsi con fascette di plastica, tanto da farci venire i lividi. Per 36 ore siamo stati detenuti in una specie di prigione galleggiante, senz’acqua né cibo né accesso ai servizi igienici per molte ore». E diversi compagne/i della Flotilla «sono stati feriti in modo grave tanto che avrebbero avuto bisogno di essere curati in ospedale. I soldati israeliani hanno ripetutamente cercato di manipolarci mentalmente; ad alcuni ragazzi della Flotilla dicevano “preferisci la morte o il dolore?”. Abbiamo buttato i nostri cellulari in mare e i coltelli che usavamo in cucina, ma un ragazzo si era dimenticato due coltelli addosso, uno alla cinta e uno al marsupio: a quel punto i soldati hanno iniziato a provocarlo pesantemente e l’hanno isolato. Ma eravamo stati addestrati molto bene a non rispondere alle provocazioni». Come il dire «perché piangi come un bambino?!» o, quand’erano sul gommone: «ora per voi inizia un lungo viaggio verso l’Africa, e lì ci sono regole diverse…». Oltre ai «colpi di proiettili (seppur di gomma) ripetuti tre volte di fila, per innervosirci ancora di più», o «alcuni di noi inondati di acqua e alcune donne sono state trascinate via, e hanno dei lividi, i visi gonfi, in alcuni ho visto anche delle tumefazioni a pochi centimetri dai genitali». O «traumi cranici, nasi e costole rotte». 

«Questo sequestro programmato» – prosegue Elettra – fatto con l’aiuto della Guardia Costiera della Grecia («”siamo qui per la vostra sicurezza”, ci dissero mentendoci»), paese dell’Unione Europea – «vede anche la responsabilità dello Stato italiano, che non ci ha assistiti in nessun modo, nonostante la nostra nave battesse anche bandiera italiana».

Un’altra sua riflessione riguarda le differenti risposte delle persone al genocidio di Gaza, al dramma della Cisgiordania e all’impegno della Flotilla: «nel mondo di oggi, molti non riescono più a riflettersi nell’altro, come se ciò che succede alle persone di Gaza non li riguardasse. Ma lottare per un mondo migliore non è né un atto terroristico né un atto di coraggio ma di amore e di consapevolezza». Amore che è anche nonviolenza, termine ripetuto più volte da Elettra e scritto anche da Thiago Ávila nella sua ultima lettera alle compagne/i della Flotilla dalla detenzione. «Non c’è nulla di male nel credere nell’utopia ma queste nostre azioni con la Flotilla non sono qualcosa di utopico – dice ancora Elettra -, ma un atto di solidarietà concreta, un esporsi per aiutare chi soffre». Atto che «da sempre viene fatto perché può cambiare la realtà. Certo, ci sarà bisogno di tempo ma è importante l’impegno di tante persone, di metterci oltre che le proprie parole anche il proprio corpo». Purtroppo però «vi è in molti una certa ignoranza emotiva, un’apatia che porta all’indifferenza verso la sofferenza di queste persone. Dobbiamo, invece, trasformare il dolore in qualcosa di attivo».

Elettra, come detto, è fidanzata con Gonzalo Nestor Fabian Di Pretoro, di origini argentine, presente in questa Flotilla e in quella dello scorso ottobre. E ora Gonzalo sta per ripartire, essendo rimasto su una delle 33 imbarcazioni della Flotilla scampate all’attacco israeliano del 29-30 aprile, e dirette lo scorso 9 maggio, verso la città turca di Marmaris. «Io e Gonzalo ci sentiamo ogni giorno – mi racconta Elettra -, mi ha anche mandato un loro video in cui cantano, a dimostrazione che il loro morale è alto, che non hanno paura. Io stessa se ci fosse la possibilità ripartirei subito per un’altra missione diretta a Gaza». Per questa appena conclusa, a fine marzo scorso Elettra assieme ad altri è scesa prima in Sicilia: «già l’anno scorso volevo partire con la Flotilla. A differenza di Gonzalo e di altri, non avevo esperienza nautica quindi nella missione ho dato una mano in cucina e nell’organizzazione». La preparazione che gli hanno fatto prima della partenza, come detto, è «all’insegna della nonviolenza: ci hanno insegnato, cioè, a non reagire ai soldati, a non avere nessun contatto fisico o visivo con loro. È stato un addestramento importante, anche se vivere è qualcosa di differente. Io e Gonzalo – mi racconta alla fine – ci siamo conosciuti nel maggio 2023 a Conselice: eravamo lì entrambi come volontari per aiutare gli alluvionati, lui come attivista di Greenpeace». Dal servizio a chi ci è vicino – in Romagna – a quello a chi è lontano – a Gaza. Ma lo spirito è sempre lo stesso, amore e consapevolezza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Musacci)