
GRATTACIELO di FERRARA. All’imponente manifestazione del 7 marzo abbiamo incontrato alcune persone sgomberate: Ansar e Amina, genitori di quattro figli; Faith, Josh, le loro tre bimbe e il nonno adottivo. E altri le cui vite sono ancora sospese
di Andrea Musacci
Un migliaio di persone il pomeriggio dello scorso 7 marzo ha invaso le strade di Ferrara per manifestare la propria solidarietà alle circa 800 persone sfollate dal Grattacielo negli ultimi due mesi. Un fiume pacifico, festoso e indignato, intergenerazionale, multietnico e popolare. Per l’occasione abbiamo nuovamente parlato con alcuni degli ormai ex residenti delle torri per farci raccontare il loro dramma e come stanno cercando di rifarsi una vita.
Quando incontriamo una famiglia originaria del Bangladesh, il corteo sta per partire da Largo Poledrelli direzione piazza Municipale. Ansar Mia Md e la moglie Amina Begum Mst sono proprietari di un appartamento al sesto piano della torre A. Hanno due bimbe rispettivamente di 10 e 12 anni, una frequentante la Tasso, l’altra la Poledrelli.E davanti a loro ci sono due carrozzine, con i piccoli gemelli nati appena 3 mesi fa (prima foto in basso). Ora abitano in via Modena, ma il 13 marzo dovranno lasciare l’appartamento per il quale han pagato 300 euro di affitto. In via Modena in questi mesi oltre a loro vivono altre 10 famiglie sfollate, con 20 bambini. Un piccolo quartiere multietnico, una mini riproduzione di convivenza di quella costruita a fatica negli anni al Grattacielo.Ma che ora rischia nuovamente di essere interrotta. Ansar lavora come aiuto cuoco al ristorante pizzeria “Al Cristallo” di via Bologna, mentre Amina ci racconta di come frequenta il progetto di integrazione “Madri a scuola” coordinato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, supportato dalla Fondazione Migrantes e appoggiato dalla nostra Arcidiocesi con la collaborazione della parrocchia dell’Addolorata di Ferrara.
A fine manifestazione, invece, abbiamo modo di parlare con Venicio Fachin, originario della Carnia, per una vita residente a Udine dove lavorava come elettricista.Nel 2020 ha comprato un appartamento al Grattacielo di Ferrara vicino a quello di Faith Akinade, nigeriana di origine, sua figlia adottiva, e alle sue nipotine adottiveDelia (4 anni), Eliore (21 mesi) e Abigal (7 mesi). Faith col compagno Josh, infatti, aveva anche lei acquistato un appartamento al secondo piano della torre A, invogliata dai prezzi bassi. «Ma nessuno – ci spiega Venicio – ci aveva avvertito delle forti problematiche esistenti.E la precedente amministratrice condominiale ha sottovalutato i debiti importanti di alcuni proprietari». Venicio, dicevamo, per una vita ha fatto l’elettricista: «secondo me l’11 gennaio il problema riguarda un cavo di alimentazione dell’ENEL, in bachelite, che è un materiale che non può andare a fuoco ma solo in combustione. E infatti è uscito solo del fumo.Quella notte, infatti, dal tipo di puzza avevo capito subito cos’era successo».
Ora Venicio e la famiglia di Faith vivono in una casa a Salvatonica, nel bondenese, nella quale han ricavato due appartamenti. «Ma per entrambi gli appartamenti al Grattacielo – ci spiega l’uomo – avevamo speso 80 mila euro, senza aprire mutui.E io per lo stress di questi mesi ho perso 6 kg.Sono sicuro che prima o poi verrà qualcuno che vorrà comprarci gli appartamenti alle torri sfruttando la nostra disperazione». E la speranza è che, almeno, ora non debbano continuare a pagare le spese condominiali: «ho cercato più volte di prendere appuntamento con l’amministratore condominiale per sospendere queste spese, ma non mi risponde».
Nel frattempo, Faith rischia fortemente di perdere il proprio lavoro come OSS a Bologna, perché non sa come gestire la situazione, con tre bimbe piccole, e così lontani da Ferrara: «ho sempre lavorato – ci racconta quasi in lacrime -, prima come donna delle pulizie, poi ho fatto un corso da OSS e in seguito un tirocinio.Dal 2013 lavoro come OSS, ho lavorato in varie strutture prima di essere assunta a tempo indeterminato nella sede di Bologna. Ho fatto tanti sacrifici per acquistare l’appartamento del Grattacielo, e tanto è stato lo stress per farci all’interno i lavori necessari: in quel periodo ero incinta della mia primogenita, che per il mio stress è nata prematura…». Ora sta bene, ma con le sorelle vive un nuovo dramma:lei e la secondogenita hanno smesso di andare all’asilo, non potendo così rincontrare le proprie amichette e stare con loro. Josh, invece, fa il magazziniere ad Altedo: «si sveglia alle 2 di notte, con la bici elettrica che si è comprato apposta raggiunge la fermata dell’autobus per andare al luogo di lavoro dov’è in turno dalle 6 alle 14.E alle 16 torna a casa». Dopo 12 ore dalla sveglia.
Disagi, angosce immeritate. E con le speculazioni di alcuni: «a Ferrara diverse agenzie immobiliari – ci spiega Venicio – hanno alzato i prezzi degli affitti dopo gli sgomberi. «So anche di un giovane lavoratore che per esempio ha deciso di trasferirsi a Bologna, dove lavora, ma dove paga 400 euro per stare in una camera…».
Incontriamo anche Makrem, tunisino, di cui vi abbiamo già raccontato nelle scorse settimane.Con la moglie Noura vive a Ferrara dal 2007, anno in cui hanno acquistato un appartamento nelle torri. Hanno 4 figlie: la più piccola ha 2 anni, le altre hanno 12, 14 e 15 anni (vanno rispettivamente al Tasso, al Carducci e al Bachelet). Ora vivono in via Modena dove, però, sono costretti a pagare 700 euro al mese per il loro appartamento. «La mia bambina che frequenta la Tasso – ci racconta Makrem – ha scritto un tema per raccontare il dramma che sta vivendo. Verrà pubblicato sul sito della scuola. Soffre molto per questa situazione ma almeno così si è sfogata un po’». Amara Sacko guineiano di 27 anni, viveva invece nella torre B. A distanza di due mesi, è ancora ospite di un suo amico a Pontelagoscuro, perché non riesce a trovare null’altro. Lavora all’Interoporto di Bologna: prima ci andava in treno, ora è costretto a usare l’auto.E rincontriamo anche Imad, giordano di 65 anni, sposato con un’ucraina. Entrambi hanno il reddito di inclusione, e pur essendo proprietari del loro appartamento al Grattacielo, ora sono costretti a pagare 300 euro al mese per un altro appartamento che comunque fra 30 giorni dovranno lasciare.
Infine, rincontriamo anche George Shahzad, ragazzo pakistano, che fino a poco fa ha vissuto nella residenza di S. Bartolo: i servizi sociali l’hanno separato dalla moglie incinta di 8 mesi e con un bimbo di 11 mesi, che han vissuto un mese in un appartamento in via Boccacanale di S.Stefano. «Ora – ci spiega – viviamo a casa di una famiglia ferrarese che ci ha ospitato perché i servizi sociali non rispondevano, non ci aiutavano, nemmeno per il nostro bimbo che è malato».
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026 – Abbònati qui!)
(Foto Musacci)






