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Luoghi liberati dietro il Duomo: piazzetta aperta e antica Sacrestia restaurata

5 Ott

Nuovi spazi agibili nell’area della Cattedrale di Ferrara:
il 3 ottobre è stata riaperta p.zzetta S. Giovanni Paolo II e inaugurata una mostra permanente di fotografie del Duomo. Presentata anche l’antica Sacrestia restaurata. Prossimamente, mostra coi busti degli Apostoli di Alfonso Lombardi

Parziali ma significativi passi in avanti, anche a livello simbolico, sono stati realizzati nel restauro dei luoghi annessi alla Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre si è svolta la riapertura ufficiale dell’antica Sacrestia e della piazzetta San Giovanni Paolo II a ridosso del campanile: è stata tolta la recinzione che fino ad ora, per motivi di sicurezza, impediva l’accesso alla piazzetta e al cortile dell’abside e quindi lo sbocco in via Canonica. È stato mons. Ivano Casaroli, Presidente del Capitolo della Cattedrale, a presentare i lavori realizzati e ad anticipare come prossimamente avrà luogo una mostra coi busti dei quattro Apostoli realizzati dal ferrarase Alfonso Lombardi (nato intorno al 1497): le opere sono recentemente tornati al Capitolo della Cattedrale dopo essere stati in prestito al Polo Museale di Bologna, città dove Lombardi visse e fu molto attivo.


Mostra fotografica
La base del campanile ospita una galleria di grandi fotografie in bianco e nero – una quarantina – per tenere viva la memoria dell’interno della Cattedrale e ricordare i bombardamenti, in particolare quello del 28 gennaio 1944 che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside. Allora venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica Sacrestia venne in seguito abbandonata. In mostra, sia gli esterni dell’edificio sia gli interni, con le navate e tutti gli altari (centrale e laterali), l’abside e il coro ligneo, oltre ad alcune miniature del XV secolo dei Libri Corali conservati nel Museo della Cattedrale.
Oltre alla collaborazione con Dinamica Media e Digital Neon, è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo della Cattedrale, a compiere l’opera di ricerca e selezione delle fotografie dall’Archivio e dalla collezione dell’avv. Andrea Lodi, alcune realizzate negli anni ’70, ma la maggior parte scattate appunto negli anni ’40. Proprio quest’ultimo corposo gruppo fu realizzato dallo Studio “Vecchi e Graziani” di Giuseppe Vecchi e Ada Graziani. Lo Studio iniziò l’attività nel secondo decennio del ’900 in via Camposabbionario 11 per poi trasferirsi in via XX Settembre 131 e diventare nei decenni successivi uno dei più quotati in città. Giorgio Franceschini, assieme a don Giulio Zerbini, don Giuseppe Baraldi e don Alberto Dioli, per incarico dell’allora vescovo mons. Ruggero Bovelli documentò con estrema precisione lo scenario della Ferrara devastata dai bombardamenti: attraverso l’occhio fotografico di Vecchi, Franceschini e i sacerdoti del Seminario realizzarono un reportage intitolato “Bufere sul Ferrarese”, che fu mostrato anche a mons. Montini – futuro Paolo VI -, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XII. Don Giulio Zerbini sul nostro Settimanale il 6 aprile 1969 nell’articolo “Compagni di messa del papa” scrisse: «All’indomani della fine del conflitto, l’arcivescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli chiese ad un giovane studente: “…Sei appassionato di fotografia… preparami una documentazione sui danni arrecati dalla guerra alle chiese e alle opere ecclesiastiche…Roma vuol conoscere la reale situazione…”. Alla fine di dicembre 1945, grazie all’intensa collaborazione di Giuseppe Baraldi, Giulio Zerbini e Alberto Dioli, il lavoro era completato». Il volume “Bufere sul Ferrarese” fu stampato dalla Tipografia Artigiana di Ferrara nel 1981 con disegno in copertina di don Franco Patruno.


Antica Sacrestia ora agibile
Quattro mesi fa (v. “la Voce” del 12 giugno) avevamo presentato in anteprima la rinnovata Sacrestia dei canonici a ridosso del campanile della Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre è stata ufficialmente presentata alla cittadinanza dopo il restauro, iniziato nell’autunno del 2017, reso possibile dalla collaborazione tra il Capitolo della Cattedrale e il Comune di Ferrara. L’inaugurazione avrebbe dovuto svolgersi tra marzo e aprile scorsi ma il Coronavirus ha bloccato tutto. A far da Cicerone è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo e dell’Archivio storico diocesano. Presenti tra gli altri il nostro Arcivescovo mons. Perego, l’Assessore Marco Gulinelli, oltre a Francesca Sbardellati e Chiara Montanari, rispettivamente ingegnere e architetto resposnsabili dei lavori. Un’Ave Maria ha chiuso l’inaugurazione.
Sopra l’altare si possono ammirare tre pregevoli opere d’arte (a destra): Una grande “Deposizione di Cristo” realizzata da Domenico Mona nel 1557, e portato dalla Cattedrale una volta aperta la Sacrestia, come anche l’affresco raffigurante il volto della Madonna, in origine dipinto a muro da artista ignoto. Infine, l’ottocentesco “Orazione di Cristo nell’orto” di Girolamo Scutellari.
L’antica Sacrestia settecentesca ha subìto interventi di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico. Fondamentali anche i complessi lavori sugli imponenti armadi e sull’altare, per questo edificio per decenni usato come deposito.
I lavori, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere guidato dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Gli interventi strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli.
Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.
L’ambiente sarà probabilmente utilizzato per lo svolgimento di incontri, ma è ancora tutto da decidere e di certo l’incertezza di questo periodo non aiuta.


Restauro del campanile
Per quanto riguarda i lavori sul Campanile – come ci spiega don Stefano Zanella dell’Ufficio Tecnico diocesano – il Comune di Ferrara, Stazione Appaltante, «sta approntando la gara per la progettazione. Sono un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia causa emergenza Covid. Entro la fine del 2020 dovrebbero essere assegnati i lavori e la speranza è che entro un anno si possa avere l’autorizzazione per iniziarli concretamente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Errare alla ricerca della bellezza: il Festival “Riaperture”

28 Set

Il 4 ottobre si conclude il festival “Riaperture” con mostre fotografiche in luoghi abbandonati della città. Quest’anno c’è anche Ai Weiwei. Frasson (Comune di Ferrara) su S. Paolo: “A ottobre 2022 riapre la chiesa, fra un mese il chiostro piccolo e il Refettorio”. Palazzo Zanardi sarà trasformato in residenziale, ancora ignoto il futuro della Caserma di via Cisterna del Follo

di Andrea Musacci


«E dove sono condotti, tutte le volte, dalla notte dell’esodo che si rinnova un anno dopo l’altro? In un luogo che non è un luogo, dove non è possibile risiedere».
(Maurice Blanchot, “La conversazione infinita”)


In epoca di chiusure e riaperture a intermittenza a causa dell’emergenza sanitaria in corso, il nome di questo Festival, giunto alla IV^ edizione, suona più che mai azzeccato.
Inizialmente in programma tra fine marzo e aprile, ma rimandato per il lockdown, il “Riaperture PhotoFestival Ferrara 2020” è in programma in due fine settimana, il 25, 26, 27 settembre e il 2, 3 e 4 ottobre con mostre, workshop, letture portfolio, incontri e molto altro. La rassegna ideata da un gruppo di giovani fotografe/i ferraresi guidato da Giacomo Brini ogni anno ha il duplice pregio di porre i riflettori su edifici della nostra città da tempo chiusi e, all’interno degli stessi, di ospitare personali di fotografe/i da tutto il mondo. Sempre attraverso un filo rosso tematico: quest’anno il tema scelto è “Errante”, termine dal duplice significato. Da una parte, infatti, il rimandare a un movimento senza meta precisa, predefinibile, dall’altra, l’atto dello sbagliare. Due accezioni tra loro legate, che ben raccontano la condizione umana fragile, sempre incerta nel trovare sicurezze definitive e dunque inevitabilmente propensa all’errore, allo scacco. Di certo, i progetti fotografici raccontano e propongono questo desiderio, pur frustrante, dell’essere raminghi come segno di libertà, pur nella mancanza e nell’autoinganno. Purché ci si liberi dalle proprie anchilosi e dalle proprie prigioni, e mai ci si dimentichi, ogni volta, di “riaprirsi” all’altro da noi.


Chiesa ed ex monastero di San Paolo
Era il gennaio del 2018 quando in una conferenza stampa il duo Tagliani-Modonesi, rispettivamente ex Sindaco e Assessore ai Lavori Pubblici, annunciarono, alla presenza anche dell’Arcivescovo, l’avvio dei cantieri riguardanti il complesso di San Paolo, la cui chiesa è inagibile dal 2006. Il terremoto del 2012 aveva portato anche al crollo di due pinnacoli in pietra oltre a sofferenze localizzate su architravi e timpani in corrispondenza degli ingressi e all’aggravamento della situazione statica con lesioni diffuse, sia sulle volte sia sugli apparecchi murari.
Proprio riguardo alla chiesa, a distanza di quasi tre anni, Natascia Frasson, Dirigente del Servizio Beni Monumentali del Comune di Ferrara (Stazione appaltante dei lavori), spiega a “la Voce”: «il progetto esecutivo è in Regione da marzo 2020 per l’approvazione. La Commissione congiunta si riunirà il 30 settembre per deliberare, speriamo in modo definitivo. Ipotizzo quindi – prosegue Frasson – di poter approvare il progetto entro il mese di ottobre e quindi pubblicare la gara per l’affidamento lavori entro la fine dell’anno». L’inizio dei lavori è di conseguenza ipotizzabile «per fine aprile / inizio maggio 2021, e la durata del cantiere è prevista di circa 550 giorni». A ottobre 2022, quindi, la comunità ferrarese potrà tornare dentro una delle chiese più amate della città.
A proposito, invece, dei chiostri e degli ambienti dell’ex Monastero, lo scorso novembre si sono conclusi i lavori sul primo chiostro, che ha per l’occasione ospitato la mostra fotografica “Sulla soglia. Visioni in chiaroscuro di Ferrara”, a cura della stessa Associazione “Riaperture”, della Fondazione Ferrara Arte, dell’artista Andrea Forlani e in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura. Lo scorso 22 giugno, invece, sono ripartiti i lavori – dopo la sospensione causa Covid-19 e la redazione di perizia di variante – sul secondo chiostro (il minore dei due) e sull’ex Refettorio, prima di risistemare il cortile dei carri. «I lavori – ci spiega Frasson – termineranno a novembre 2020. Il piano terra del secondo chiostro continuerà a ospitare le associazioni già presenti – Fotoclub e Contrada di San Paolo – mentre l’ex Refettorio diventerà Sala polivalente. Il piano primo continuerà a ospitare alcuni uffici comunali e la Sala della Musica. Il cortile dei carri di via Capo delle volte – conclude Frasson – in questa fase verrà completato solo con una distesa di ghiaia, demandando invece la riqualificazione complessiva dello spazio alle prossime annualità in base alle disponibilità finanziarie del Comune».


Caserma e Cavallerizza “Pozzuolo del Friuli” e Palazzo Zanardi
L’ex Caserma e la Cavallerizza “Pozzuolo del Friuli” tra via Cisterna del Follo e via Scandiana, sono, insieme a Palazzo Zanardi, di proprietà di Cassa e Depositi Prestiti (CDP), spa controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze e, in minor parte, da diverse fondazioni bancarie. Riguardo ai primi due edifici – protagonisti dell’edizione 2019 di “Riaperture” – CDP, da noi interpellata, ci spiega come «siamo ancora alle prime fasi della valorizzazione urbanistica, e non riusciamo ancora a parlare della loro futura trasformazione». Palazzo Zanardi, costruito nel XVI secolo e acquistato dal Comune di Ferrara nel 1972, si trova invece in via de’ Romei, ed era di proprietà proprio della famiglia ferrarese che dà il nome alla via. Edificio di 1639 metri quadri, fu la storica sede dell’Assessorato alla Cultura e nel 2015 il Comune di Ferrara lo vendette a CDP, che ci spiega: «l’asset è in vendita e si presta a essere trasformato in residenziale, ma non ci sono attività urbanistiche in essere, né ad oggi prevediamo di intraprenderle».


Factory Grisù
L’immobile dell’ex caserma dei Vigili del fuoco (dal ’30 al 2004), nell’agosto 2012 è stato concesso dalla Provincia di Ferrara in comodato d’uso gratuito all’Associazione no profit “Grisù” che l’ha gestito fino al febbraio 2016, dando avvio al recupero degli spazi e alla selezione delle prime imprese che si sono insediate al suo interno. Il Consorzio Factory Grisù si è costituito a Ferrara nel febbraio 2016 con lo scopo di partecipare alla gara indetta dal Comune di Ferrara per la nuova gestione della factory creativa, ed è oggi il gestore dell’immobile fino al 2023.


Chiesa di San Giuliano
Il piccolo edificio in piazza della Repubblica, a ridosso del Castello, venne edificata nel 1405 dal camerlengo Galeotto degli Avogadri (o Avogari). Nel 1796 cessò la sua attività sacra e rimase chiusa per diversi anni. Per evitarne la demolizione, Don Pietro dalla Fabbra, la acquistò e donò alla città. Dopo diversi anni di successioni ereditarie, tornò proprietà dell’Arcidiocesi. Dopo i tanti restauri negli ultimi due secoli, e inaccessibile dal terremoto del 2012, oggi San Giuliano è sottoposta a diversi restauri post-sisma in fase di conclusione.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

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Lo sguardo femminile sul Novecento: quando la fotografia divenne un atto di vera emancipazione

21 Set
Carla Cerati

A Ferrara è possibile visitare la Biennale donna: collettiva di 13 fotografe, da Letizia Battaglia a Francesca Woodman

Quando la donna da corpo e volto guardato e rappresentato dall’uomo diviene, anche nella fotografia, soggetto, sguardo, coscienza e sua espressione libera e piena?
Il discorso sarebbe lungo e di certo è futile cercare datazioni precise, se non legate a eventi simbolici. Ma certo è che nel Novecento, in particolare nel mondo occidentale, la donna prima attraverso il lavoro poi in tutti gli ambiti del consorzio umano, afferma se stessa, con lotte, regressioni ma dando vita a processi che segnano la storia, la stravolgono e dei quali, ancora oggi, ognuno dovrebbe essere riconoscente.
Su questa emancipazione attraverso il mezzo fotografico si concentra la XVIII Biennale Donna dal titolo “Attraversare l’immagine. Donne e fotografia tra gli anni ’50 e gli anni ’80”, in programma nella Palazzina Marfisa d’Este di Ferrara dal 20 settembre al 22 novembre. A cura di Angela Madesani e organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara in collaborazione con Ferrara Arte, la collettiva raccoglie immagini di 13 fotografe: Paola Agosti, Diane Arbus, Letizia Battaglia, Giovanna Borgese, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Françoise Demulder, Mari Mahr, Lori Sammartino, Chiara Samugheo, Leena Saraste, Francesca Woodman e Petra Wunderlich.
Donne accomunate dalla convinzione che attraverso la fotografia si potesse cambiare la realtà, che l’arte potesse essere uno strumento di denuncia. D’altronde il primo modo di trasformare il reale è farlo prossimo, osservarlo e viverlo: per questo nelle sale la protagonista è un’umanità vera, cruda, seppur “filtrata” dall’obiettivo, resa nella propria radicale schiettezza in quanto scevra da logiche dominanti. Un’Italia, in particolare, che oggi non ritroviamo più, divorata da quella “mutazione antropologica” profetizzata con angoscia da Del Noce e Pasolini. Un’Italia caotica e fangosa, quella in parete a Marfisa, semplicemente restituita nella sua realtà, non ancora posseduta e rintronata da una concezione spuria dell’immagine.
Lo sguardo delle artiste in mostra – con la delicatezza e la forza di cui il femminile è intriso – è dunque sguardo sul dolore della persona, sulle sue solitudini, uno sguardo di cura che, per parafrasare il titolo della Biennale, “attraverso” l’immagine attraversa corpi, storie, sofferenze e debolezze. Questa Biennale ci ricorda – memento che è più che mai monito – il fascino e la durezza dell’emancipazione, un’emancipazione resa immagine, uno “scatto” di consapevolezza dal mondo antico (dolce e feroce) fino a quello moderno delle lotte operaie. Un secolo, breve ma complesso, come il Novecento, non solo osservato ma vissuto nella carne di donna, attraverso emozioni che sono differenza ma non eccezione a una norma, diversità ma non anomalia da riserva indiana.
Così, l’esistenziale e il sociale, quel privato che poi – a torto o a ragione – inevitabilmente diventò (anche) pubblico, quella sacralità e quel laicismo vengono colti, pur nelle differenze e nelle unicità delle artiste, dei tempi e delle latitudini, e fatti diventare storia e icona. Simbolo, appunto, non solo di ciò che è mostrato, ma anche di chi impugnava la macchina fotografica.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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Il futuro abita già qui: il progetto di Casa Betania per Interno Verde

14 Set
Carlo Serico

Mostra di foto e disegni sabato 12 e domenica 13 settembre

Nella rete di accoglienza per donne e minori della Caritas di Ferrara, il futuro, si sa, è sempre una scommessa.
Il poterne immaginare e tentare di costruire uno, per tante ragazze e i loro piccoli, è qualcosa di non scontato, un processo lento, un sogno a occhi aperti che si scontra con la durezza del presente e con il dolore della memoria.
Per questo nel chiostro di Casa Betania in via Borgovado gli operatori della Caritas Carlo Serico (foto a dx) e Maria Teresa Stampi, in occasione della quinta edizione di Interno Verde – manifestazione che quest’anno ha permesso di visitare a Ferrara una 70ina di giardini privati -, hanno curato e allestito una mostra artistica e fotografica (usando una vecchia Kodak con rullino) sul concetto di futuro. Insieme a loro hanno collaborato alcune ragazze ospiti di Casa Betania e alcune volontarie del Servizio Civile. Attualmente nelle varie sedi Caritas – oltre a Casa Betania, le altre sono in via Messico, via Padova, via Argine Ducale, via Porta Reno, viale Po e via Palestro -, sono 37 i minori accolti con le madri (su un totale di 61 donne), e a breve ne sono attesi un’altra decina. Proprio a questi bambini (tutti sotto i 6 anni d’età), Carlo Serico di fianco alla mostra di foto ha dedicato una piccola esposizione di suoi disegni, sette opere a matita o acquerello selezionati tra la 15ina da lui realizzati. L’idea, però, ci spiega, è nel tempo di provare a immortalare ognuno dei piccoli ospiti. Una passione, quella per il disegno, che accompagna Serico fin da quando aveva 5 anni, e che lo ha portato a diplomarsi al Dosso Dossi prima di svolgere, l’anno scorso, il Servizio Civile in Caritas, proprio nell’ambito dell’accoglienza, per poi essere assunto come operatore. Ma senza, appunto, abbandonare il suo talento per il disegno, anzi mettendolo al servizio della sua missione. Serico ha realizzato anche la copertina del libro “Storie dal mondo”, a cura di Maria Teresa Stampi, un progetto corale realizzato dagli “Amici della Caritas di Ferrara-Comacchio” e una ventina di volontarie, con testi in italiano, francese, inglese, rumeno, arabo, ucraino, e disponibile (sia da leggere sia da ascoltare come audiolibro) anche sul sito http://www.caritasfe.it. Alcune delle storie sono state lette nel chiostro la mattina di sabato 12.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 settembre 2020

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La magia di Ferrara in bianco e nero

20 Lug

image00015Le fotografie di Sandra Boccafogli esposte alla Galleria del Carbone

I caldi e antichi scorci della Ferrara medievale e rinascimentale sono i protagonisti del nuovo percorso espositivo della Galleria del Carbone.

Si intitola “Prospettive ferraresi” la personale di fotografia di Sandra Boccafogli che inaugura oggi, martedì 14 luglio, alle ore 17 nello spazio di via del Carbone, 18/a.

Nella nostra città due sono le Prospettive “ufficiali”, entrambe del XVIII secolo: quella della Ghiara (di via XX settembre) e quella della Giovecca (dell’omonimo corso). Ma, in senso lato, le piazze e le strade, diurne e notturne, immortalate in bianco e nero dall’artista nella loro affascinante regolarità, sono molteplici. Le splendide geometrie di spazi ed edifici vengono quindi colte attraverso uno sguardo asciutto ma mai distaccato, ordinato ma non banale. Così, dalle Mura a Corso Martiri della Libertà, dalle assolate giornate alle sere nebbiose, le opere in mostra ci restituiscono le varie sfaccettature del volto di Ferrara, quei luoghi iconici che la rendono, anche per chi la conosce e vive da tempo, città misteriosa ma sempre capace di fascinazione.

La mostra è visitabile fino al prossimo 31 luglio da martedì a sabato dalle ore 17 alle 20, domenica e lunedì chiuso.

Andrea Musacci

Gli anni ’60 e il boom: mostra di collezionismo per riaprire il MAF

13 Lug

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Un periodo della storia recente del nostro Paese che continua a influenzarne l’immaginario negli ambiti più svariati.
Stiamo parlando degli anni ‘ 60 del secolo scorso, decennio al quale è dedicata la prima esposizione al MAF – Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco, dopo la chiusura per il coronavirus. Da domenica 12 luglio sarà visitabile “Il Boom… Costume e società nell’Italia degli anni ’60”, mostra curata dal collezionista bondenese Marco Dondi.
Attraverso immagini e oggetti, i temi affrontati spaziano dalla cultura allo sport (con le Olimpiadi di Roma), dagli ormai leggendari “spaghetti-western” di Sergio Leone (con le musiche di Ennio Morricone, recentemente scomparso) alle manifestazioni canore, dalla moda rivoluzionaria simbolizzata dalla “minigonna” ai nuovi balli. Un’esplosione di vita e creatività accompagnata, dall’altra parte, anche da drammi collettivi come il disastro della diga del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966 o la strage di Piazza Fontana.
Filo conduttore dell’esposizione è una notissima rivista dell’epoca, “La Domenica del Corriere”, le cui copertine scandiscono eventi, luoghi e personaggi.
La mostra – promossa dal Comune di Ferrara, dal MAF e dall’Associazione omonima – è a ingresso libero e sarà visitabile fino al prossimo 15 settembre negli orari di apertura del Museo: da martedì a venerdì: 9.00-12.00; i festivi: 16.00-19.00.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 12 luglio 2020

Corpi e luoghi della città: interazioni da ridefinire collettivamente

17 Dic

Del ricchissimo programma del VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, svoltosi a Ferrara dal 12 al 14 dicembre, abbiamo scelto di raccontare alcuni frammenti: quello – a Casa Cini e in Arcivescovado – sulla relazione tra lo sguardo dei migranti e quello degli “indigeni” nella città che condividono, e quello sulle periferie urbane. Con uno spunto interessante sulla Ferrara di oggi, che Scandurra di UniFe spiega a “la Voce”

brini vescovoLe nostre città spesso si trasformano, o vengono vissute come spazi anonimi, freddi, disegnate non sulle persone e i loro bisogni ma seguendo logiche diverse, divenendo così ambienti dove a dominare sono la diffidenza reciproca e l’individualismo. Uno sguardo diverso sulla città è dunque quello che riesce a immaginarla come luogo vivo, non mero spazio utilizzabile, e dunque costruire un futuro differente, fatto anche di incontri, di interazioni tra diversità. Ferrara, dal 12 al 14 dicembre, ha ospitato per la prima volta il VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, organizzato dalla Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), con l’Università degli Studi di Ferrara e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia (ANPIA), e il patrocinio del Comune. Un’occasione per uscire dall’autoreferenzialità accademica e spendere le competenze acquisite in ambiti specifici di lavoro (accoglienza, scuola, socio-sanitario e altri). Anche l’Istituto “Casa Cini” ha ospitato alcuni incontri, in particolare il 12 quello dal titolo “Luoghi comuni. Uno sguardo sulla città”, legato alle quattro esposizioni fotografiche – sul tema dell’accoglienza dei migranti – che hanno “invaso” i vari ambienti della sede di via Boccacanale: “Luoghi Comuni” (esposta anche al festival di “Internazionale”), con foto delle attività per l’integrazione realizzate dalla coop. CIDAS nell’ambito dei progetti SPRAR/SIPROIMI (per titolari di protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per persone vulnerabili a Ferrara e a Bologna; “A casa loro. Ri-tratti di famiglia”, con foto di Michele Lapini delle famiglie che accolgono i rifugiati nelle loro case, nell’ambito del progetto Vesta; “Futuri Prossimi” (esposta anche al festival di “Riaperture”) che racconta l’idea di passato, presente e futuro delle ragazze e dei ragazzi, tra cui richiedenti asilo e rifugiati, che hanno partecipato al laboratorio organizzato da “Riaperture”, curato da Giacomo Brini; infine, “Bologna d’aMer”, collettiva su Bologna realizzata attraverso gli sguardi di chi giunge da lontano. Maria Luisa Parisi (CIDAS) e Brini hanno illustrato le mostre allo stesso Vescovo mons. Gian Carlo Perego. “E’ un esempio positivo di coesione tra le persone”, ha spiegato Brini, spiegando come “centrale sia il tema del futuro. E’ stato, quello per ‘Riaperture’, un laboratorio umanamente molto importante”. “Il nostro intento – hanno spiegato i rappresentanti di CIDAS – era di incrociare lo sguardo dei migranti col nostro sguardo, il loro sguardo su loro stessi e su noi, sulla città che insieme viviamo. Un altro aspetto importante – hanno proseguito – è stato l’averli aiutati a riappropiarsi delle parole, attraverso la riscoperta di storie e favole tipiche dei loro Paesi d’origine. L’idea è di ricavarne un libro per bambini. Per noi, città e corpi dei migranti sono strettamente intrecciati, preferiamo per questo parlare di ‘interazione’ più che di ‘integrazione’ ”. Mons. Perego, nell’elogiare questi progetti virtuosi di accoglienza diffusa, ha ricordato invece un esempio negativo di accoglienza, quando nel 2014 150 migranti minori furono radunati, appena sbarcati in Italia, tra l’altro senza mediatori culturali, nella scuola “Verdi” di Augusta a Palermo. “Il differenziare volti e storie – ha spiegato – è un passaggio fondamentale, e progetti come i vostri sono molto importanti per valorizzare le capacità di ogni singola persona migrante: loro, infatti, possono rappresentare un vero e proprio tesoro, che sta già trasformando le nostre città, anche per combattere le frequenti falsificazioni: ogni ragazzo ha una storia, una storia che cambia la città. Nella mia lunga esperienza con i migranti – ha concluso -, ho letto circa 15mila testimonianze, e la parola più ricorrente è ‘futuro’. Il loro e il nostro futuro passano quindi anche dall’incontrarci reciprocamente”. Durante l’iniziativa è intervenuto anche Luca Mariotti di CIDASC per spiegare il progetto “Migrantour” svoltosi di recente a Ferrara. Alcuni incontri del Convegno si sono svolti nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile, fra cui quello sul tema “Rifugiati e richiedenti tra spazi urbani e non urbani: processi, dinamiche e modalità di accoglienza in Italia e nel mondo”, per ragionare sul rapporto tra città, urbano/non urbano e forme di vivere migrante dentro e fuori dal sistema di accoglienza. Maria Carolina Vesce, tra gli altri, ha presentato una ricerca-azione sull’accoglienza di persone transessuali e transgender titolari di protezione internazionale a Bologna. “Nello spazio della casa e nei luoghi della città le persone trans esprimono il loro genere ispirandosi a modelli socio-culturali diversi – ha detto Vesce – che l’antropologia può aiutare a comprendere ed esplorare. La sfida sta nel costruire politiche di intervento orientate ai bisogni, che tengano conto delle diverse esperienze di queste persone, dei loro desideri e delle loro aspirazioni”.

“La Ferrara contemporanea andrebbe raccontata dal punto di vista antropologico”

Giuseppe Scandurra dell’Università di Ferrara è stato uno dei tre coordinatori del Convegno di Antropologia Applicata svoltosi nella nostra città. “Ferrara – spiega a “la Voce”- ha una lunga tradizione legata alle scienze sociali, ma non è mai stata raccontata, nella sua contemporaneità, dal punto di vista antropologico”. Una mancanza alla quale lo stesso Scandurra, insieme ad altri colleghi, sta già cercando di porre rimedio: “io, ad esempio, sto portando avanti una ricerca sulla Ferrara degli anni ’70-’80 del secolo scorso”. Citiamo alcuni lavori virtuosi svolti sulla Ferrara contemporanea: nel 2017 UniFe, tramite Mimesis, ha edito il volume “Arte contemporanea a Ferrara”, a cura di Ada Patrizia Fiorillo, che, però, ripercorre il Novecento sotto l’ottica artistico-culturale, non etno-antropologica. Alfredo Alietti, sociologo di UniFe, il 12 dicembre scorso, nell’ambito del Convegno, ha anticipato alcune ricerche di un lavoro sul Grattacielo di Ferrara, e la sera stessa Ferrara Off ha ospitato il collettivo Wu Ming 1 per uno spettacolo dedicato al Delta ferrarese. Insomma, qualcosa si muove, senza dimenticare il progetto “Views 2.0. Narrazioni liquide”, la cui seconda edizione è in programma la prossima primavera.

Raccontare le periferie attraverso le voci di chi le vive: il 12 dicembre a Feltrinelli presentato il libro “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, tra ricerca etnografica e graphic novel

feltrinelliAmbienti periferici di grandi città, spesso oggetto del racconto mediatico/politico come meri quartieri degradati e abbandonati. Due giovani ricercatori hanno invece deciso di raccontarne cinque (lo Zen di Palermo, San Siro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma, Arcella a Padova e Bolognina a Bologna) incontrando direttamente chi ci abita, cercando di cogliere la loro relazione con gli spazi urbani che vivono. Da questo è nato il volume “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, presentato il 12 dicembre in occasione del Convegno di Antropologia Applicata nella Libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. I curatori del volume corale, e autori di uno dei cinque racconti, Adriano Cancellieri (sociologo urbano all’Università IUAV di Venezia) e Giada Peterle (che insegna Geografia all’Ateneo patavino), ne hanno discusso con Roberto Roda, per tanti anni Responsabile del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Dopo un’approfondita analisi di quest’ultimo su vari aspetti del volume, ad esempio sul rapporto tra ricerca etnografica, fotografia e graphic novel, ha preso la parola Peterle, per raccontare il lavoro svolto insieme a Cancellieri ad Arcella. Il capitolo sul quartiere di Padova è nato unendo ricerca sul campo, interviste, ricerche etnografiche, partecipazione attiva a certe trasformazioni, e il racconto di tutto ciò attraverso il testo (Cancellieri) e il fumetto/graphic novel (Peterle). “Lo stile realistico usato – ha spiegato la ricercatrice – è stata una scelta ben precisa, come anche l’idea di inserirci noi stessi come personaggi nei racconti, la cui voce narrante è proprio quella del quartiere coi suoi abitanti. Abbiamo anche scelto il cammino come metodo, svolgendo molte interviste camminando, potendo così meglio incontrare le persone interessate”. “All’Arcella di Padova, dove io abito da anni e Giada ha abitato per diverso tempo – ha spiegato Cancellieri – abbiamo cercato di andare oltre due raffigurazioni speculari ma entrambe errate: quella che lo racconta come un quartiere solo degradato, e quello invece che lo presenta come sempre ricco ed effervescente di iniziative”. Un lavoro lodevole, che sarebbe importante svolgere anche in determinate zone della città di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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L’avvenire anticipato: il festival “Riaperture”

2 Apr

15 artisti dell’obiettivo ridanno luce a otto luoghi chiusi di Ferrara, fra cui la Caserma di Cisterna del Follo, l’attigua “Cavallerizza” e Palazzo Massari

cisterna12.1E’ una continua sfida immaginativa il percorso dell’edizione 2019 del festival fotografico “Riaperture”. Un entrare e uscire in edifici entro le Mura di Ferrara, tra abbandoni sedimentatisi in anni o in decenni. Eppure, per alcuni giorni (due fine settimana consecutivi, dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile), ci si possono concedere alcune ore per un insolito peregrinare fra ambienti spogli, pareti ammuffite, mobili impolverati. Luoghi nuovamente rinondati di luce naturale e di corpi, restituiti agli sguardi, ai passi e ai ricordi di ferraresi e non. Pellicole di polvere segno dell’incuria ma fondamentali per riavvolgere altre pellicole, quelle della memoria, e per crearne di nuove, storie ancora da raccontare. In questi luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, nella fissità di mura, antri e pavimenti, in questi spazi che assomigliano a cattedrali dell’incuria, proprio qui si può dunque decidere di immaginare un futuro, di aprire uno squarcio sul non-ancora, di accettare un “lasciapassare” per un avvenire che è e al tempo stesso non è, pronto a maturare, ad assumere forma, ma non del tutto prevedibile, decifrabile. Il visitatore può dunque investigare questi luoghi che erano, ammirarli lasciandosi catturare dalle fotografie esposte, sorprendenti nella loro bellezza. E così, ammirandole, essere assorbito dall’aura del luogo che le ospita, lasciandosi trasportare in un passato più o meno remoto. Il progetto “Riaperture” regala quindi a chi vuole esserne partecipe un nesso diretto fra tradizione e speranza, memoria e utopia. E proprio “utopia” è termine particolarmente calzante nella propria ambivalenza, in quanto non-luogo, dunque al tempo stesso mancanza, assenza, privazione (non-essere, non-più), e proiezione oltre il tempo del presente (non-ancora). “Riaperture” perciò anticipa un futuro dove questi luoghi potranno rifulgere di luce propria, di autoctona bellezza. E’ la speranza di ognuno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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(foto Francesca Brancaleoni)

Luoghi e non-luoghi dove immaginare il futuro

18 Mar

Torna il festival fotografico “Riaperture”, che dischiude luoghi abbandonati di Ferrara. Per l’occasione verrà riaperta anche la Caserma di via Cisterna del Follo e la “Cavallerizza” di via Scandiana. Già visibile la mostra “sospesa” lungo via Mazzini, denuncia delle “new towns” aquilane

cocco2Cogliere le essenze del reale per dischiudere orizzonti. Abitare luoghi abbandonati, disvelandoli attraverso la fotografia, ridonando loro senso, nuova bellezza. E’ questa, fin dalla prima edizione, la filosofia che orienta gli ideatori del Riaperture Photofestival, diretto da Giacomo Brini, che torna quest’anno (dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile) scegliendo come filo rosso il tema del “Futuro”. Una delle novità è la “riapertura”, per l’occasione, della grande area, abbandonata dal 1997, comprendente su via Cisterna del Follo la Caserma “Pozzuolo del Friuli” e, su via Scandiana, la “Cavallerizza”, il grande capannone in stile Liberty un tempo deposito di veicoli, viveri, armi e munizioni della vicina Caserma. Di quest’ultima verrà utilizzato il piano terra per la biglietteria (l’altra sarà a Grisù), il cortile per ospitare una delle mostre, e il percorso che conduce alla stessa “Cavallerizza”. Un progetto, quello di “Riaperture”, che ogni anno aiuta a riflettere innanzitutto sulla questione della rigenerazione degli spazi urbani, di come potersene riappropriare per farli tornare luoghi vivi e creativi di socialità. Un festival, questo, che intende dunque scardinare portoni chiusi attraverso i chiavistelli dell’arte, e “paradossalmente” inaugurato con una mostra en plein air, “Displacement”, bi-personale con foto e testi rispettivamente di Giovanni Cocco e Caterina Serra, esposta lungo via Mazzini a Ferrara dal 16 marzo al 28 aprile, con il sostegno di Comune di Ferrara, Commercianti di via Mazzini, Coop Alleanza 3.0 e IBS+Libraccio, libreria che nel pomeriggio di sabato 16 ne ha ospitato la presentazione, moderata da Eugenio Ciccone e con l’intervento dello stesso Brini. La mostra – che costringe i passanti ad alzare lo sguardo (metaforicamente, il senso primo dell’arte), guardando con occhi nuovi una via ai più molto familiare – racconta attraverso corpi e luoghi il senso di spaesamento che da anni vivono i tanti abitanti de L’Aquila, costretti da una gigantesca operazione speculativa a vivere in una sorta di “non luogo”, quelle 19 “new town” costruite fuori dalla città storica. “Cittadini – ha spiegato Giovanni Cocco – che hanno perso la loro città, e quest’ultima, perdendoli, ha perso la propria anima”. Riguardo al progetto, nato nel 2013, “con gli aquilani fotografati abbiamo instaurato prima un rapporto personale, fatto di tanti pranzi e cene insieme, di dialoghi e confronti. Siamo stati a L’Aquila, in diversi momenti, tra il 2014 e il 2015”. “Abbiamo trovato una città buia, deserta, abbandonata” – ha spiegato invece Caterina Serra – e, parallelamente, fuori dalla stessa, “queste new town, spazi senza memoria, appartenenza, luoghi privi di segni del proprio vissuto, dove le persone possano riconoscersi ed esprimersi, dove le identità scompaiono a vantaggio di una crescente omologazione”. Citando il filosofo Mark Fisher e le sue riflessioni sulla depressione di massa tipica delle società neoliberiste, la scrittrice ha denunciato come questo progetto di sradicamento di migliaia di persone “spostate” in queste città fantasma – dove vi sono ben quattro nuovi centri commerciali, iniziati a costruire fin subito dopo il sisma – non a caso abbia portato a un aumento significativo del consumo di antidepressivi e di alcool. Oltre alla Caserma e a Via Mazzini, gli altri luoghi del festival saranno Factory Grisù (ex Caserma Vigili del Fuoco), Palazzo Prosperi Sacrati, Palazzo Massari, Salumaia dell’Hotel Duchessa Isabella e il Negozio di via Garibaldi 3. Questi invece i nomi dei fotografi protagonisti: oltre a Cocco, Gianni Berengo Gardin (che a Factory Grisù in via Poledrelli 21 porta “Venezia e le Grandi Navi”), Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher. Infine, diversi saranno anche gli workshop ai quali potersi iscrivere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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(foto Giovanni Cocco)

Buskers Festival, Gualandi espone il suo manifesto fatto di citazioni e richiami al passato

2 Ago

Manifesto Buskers Gualandi-2017

La locandina del Ferrara Buskers Festival 2017 realizzata da Claudio Gualandi

Un’immagine che richiama la storia e i simboli di Ferrara, dello stesso Festival e della Grande Mela. Il tutto armonizzato dalla creatività di Claudio Gualandi. La locandina realizzata per la 30° edizione del Ferrara Buskers Festival segna l’importante ritorno del noto grafico dopo 11 anni.

claudio-gualandi

Claudio Gualandi

«Sono stato io – ci spiega – a richiedere di poter progettare un’immagine fotografica», in passato scelta compiuta per le locandine delle edizioni del 2008, 2009, 2010 e 2013. Lo scatto, realizzato da Luca Pasqualini, immortala un giovane in piedi su una bicicletta, un one man band “armato” di diversi strumenti musicali. «Nell’immagine – prosegue Gualandi – autocito il mio manifesto dei Buskers del 1991», dove un grazioso personaggio ispirato alla ballerina di Fortunato Depero danza con sullo sfondo un Castello estense che richiama quello realizzato da Mimì Qulici Buzzacchi nel 1933 per la “Rivista di Ferrara”.

Manifesto Buskers Gualandi-1991

La locandina del Ferrara Buskers Festival 1991 realizzata da Gualandi

Nell’immagine pensata per quest’anno il busker è un 30enne (coetaneo quindi del festival) che porta sul taschino del gilet la stessa ballerina della locandina del 1991. E poi c’è una mela, simbolo di New York, città ospite, e richiamo al periodo d’oro di Ferrara, quand’era capitale europea per la produzione del frutto, apice raggiunto con la rassegna Eurofrut nel 1965, ’67 e ’69. lnoltre il giovane sul colletto della camicia porta una spilla a forma di mela rossa, con scritto “I love NY”.

I richiami al passato proseguono con i ricordi dei fasti rinascimentali, quando, per citare il motto dell’artista Andrea Amaducci, “Ferrara 500 anni fa era New York”, piccola grande mela, centro della civiltà europea e non solo. Periodo d’oro citato nelle lenti degli occhiali da sole indossati dal ragazzo, nei quali si vede, come riflessa, l’immagine del Castello.

 Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 02 agosto 2017