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“Conosco il dolore dei migranti: ecco perché ho scelto di salire sulla nave che li soccorre”

6 Mag

Don Mattia Ferrari, sacerdote modenese, racconta a “la Voce” la sua recente esperienza sull’imbarcazione “Mare Jonio” di “Mediterranea”: “siamo una grande famiglia, anche atei e agnostici partecipano alla Messa”

don mattia da solo

Il 1° maggio, mentre lo contattiamo, la nave “Mare Jonio” sta pattugliando la zona SAR compresa tra le città libiche di Zuara e Sabratha a una distanza compresa tra le 30 e le 35 miglia nautiche dalla costa libica, dopo essere salpata il giorno prima dal porto siciliano di Marsala. Lui è don Mattia Ferrari, 25 anni, sacerdote da circa un anno incardinato nella Diocesi di Modena-Nonantola. Tempo fa l’equipaggio della nave (lunga 37 metri e larga 9 che può tenere a bordo un centinaio di persone) di “Mediterranea Saving Humans”, aveva espresso il desiderio di avere un sacerdote a bordo nelle sue missioni per stazionare tra Italia e Libia permettendo di salvare centinaia di migranti che, disperati, fuggono da guerra e violenze. Da lì è nata l’idea di far salire don Mattia, da diversi anni impegnato nell’aiuto agli ultimi, in particolare nell’accoglienza e l’inclusione di migranti. Classe 1993, originario di Formigine (MO), don Mattia è vicario parrocchiale di Nonantola (a un’ora di macchina da Ferrara), Redù e Rubbiara, della stessa Unità Pastorale con anche Bagazzano. Entrato in seminario a 18 anni, appena dopo il diploma al liceo classico “Muratori” di Modena, è stato ordinato sacerdote il 26 maggio 2018. Ma la sua vicinanza ai migranti nasce molto prima. Con alcuni di loro ha partecipato, tra l’altro, a Ferrara il 3 giugno 2017 alla cerimonia d’ingresso nella nostra Arcidiocesi di mons. Perego, nelle vesti di accompagnatore dell’“Emilia-Romagna’s Brothers and Sisters S. Josephine Bakhita”, gruppo composto da una 40ina di rifugiati, richiedenti asilo e migranti provenienti dalle Diocesi di Bologna, Modena, Parma e Faenza. “La mia salita a bordo della ’Mare Jonio’ – spiega a “la Voce” – nasce da tre fattori concomitanti: innanzitutto dall’incontro fra Luca Casarini (uno dei capimissione di ‘Mediterranea’, ndr) e l’Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, nel corso del quale quest’ultimo ha appoggiato convintamente “Mediterranea” (“Sono con voi”, ha detto). In quell’occasione, Casarini espresse il desiderio di avere un sacerdote a bordo, e Lorefice appoggiò convintamente la proposta. Siccome – prosegue don Mattia – da due anni sono amico dei centri sociali bolognesi ‘Tpo’ e ‘Labas’, che tramite l’associazione ‘Ya Basta’ fanno parte di ‘Mediterranea’, e siamo amici proprio grazie alla comune fraternità con i migranti, i ragazzi hanno chiesto a me di essere il prete a bordo della nave. Non potevo rifiutare, perché ho molti amici migranti, avendo toccato con mano il loro dolore e la sofferenza che hanno passato in Libia e in mare, dove hanno visto morire amici e parenti”. “Due anni fa – sono ancora sue parole – ‘Ya Basta’ e ‘Labas’ accolsero Yusupha, un giovane migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto. Bussammo alla loro porta, e loro lo accolsero con gioia. Grazie a loro Yusupha è rinato, ha ripreso a vivere con dignità, perché si è sentito amato”. “I miei stessi parrocchiani – ci spiega ancora – hanno accolto positivamente questa mia decisione, alcuni di loro sono stati anche commossi. Debbo ringraziare i miei confratelli, don Alberto Zironi e don Riccardo Fangarezzi, che stanno supplendo alla mia assenza”. Ora una nuova comunità galleggiante ha accolto, seppur per un periodo limitato, don Mattia: “siamo come una grande famiglia”, prosegue. “Cuciniamo, sistemiamo la barca. Io non rinuncio alle mie preghiere: il breviario, la Messa e il rosario”. E, soprattutto, insieme, “teniamo monitorato il mare con i binocoli” per individuare eventuali navi colme di persone in fuga dall’inferno libico. E proprio il 2 maggio, riferisce “Mediterranea”, una motovedetta della cosiddetta “guardia costiera Libica” ha compiuto un’“operazione di cattura e deportazione in zona di guerra di 80 persone che erano a bordo di un gommone bianco a 65 miglia a nord di Al Khoms”. “Un’assoluta violazione di tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani, la cattura di persone in fuga da guerra e riportate in zona di conflitto”, peraltro sotto osservazione e con comunicazioni tramite canale Vhf, di un aereo di Malta Air Force. Tornando a don Mattia, la fratellanza tra i membri dell’equipaggio e il sacerdote si esplica anche con gesti semplici ma non scontati: “Alla Messa domenicale – che, come le altre, celebro su dei tavoli allestiti nei container – partecipano tutti, anche gli atei e gli agnostici, che sono maggioritari rispetto ai cattolici. Da parte loro è un bellissimo segno di riconoscimento verso il Vangelo e la Chiesa”. Tutti i volontari si sono resi disponibili. Le letture, il salmo, la preghiera dei fedeli: a ognuno il suo compito. “Abbiamo avuto modo di fare anche alcuni dialoghi spirituali, sulla fede e sul Vangelo, molto profondi e molto arricchenti anche per me”. E’ il racconto di una vera e propria Chiesa in uscita, che letteralmente prende il largo, perché sa che ogni luogo è luogo di evangelizzazione, di incontro con l’altro, di prossimità al povero, ai derelitti e ai dimenticati. Don Mattia è rappresentazione plastica di questa Chiesa che abbandona i porti sicuri, nei quali forte è la tentazione di rifugiarsi, che non getta l’àncora, ma salpa con le donne e gli uomini di buona volontà, con i samaritani del mare, spesso dileggiati e insultati, disprezzati alla stregua dei trafficanti che combattono. Mentre queste persone con la carne dei poveri non ci giocano, ma anzi tentano, nonostante tutto, di salvar loro la vita, strappandogli da quell’inferno d’acqua nel quale si è trasformato il Mediterraneo, mare di pace troppo spesso divenuto mare di morte.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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