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“Il covid? Colpa degli ebrei” L’antisemitismo nell’epoca della pandemia

18 Gen

Indagine nella quotidianità dell’odio contro gli ebrei, fra web, tv e carta stampata. Dal Brasile all’Iran, dalla Turchia agli USA, suprematismo bianco, antisionismo di sinistra e islam si intrecciano in una spirale di disprezzo e violenza tanto arcaica quanto contemporanea. A rimetterci sono sempre loro, colpevoli di tutto. Anche di esistere

di Andrea Musacci

In un libro scritto nel 2018, Deborah E. Lipstadt, storica della Shoah, riflette: «Al cuore di tutte le teorie del complotto c’è l’idea di una congrega segreta di potenti, un’élite demoniaca che controlla elementi cruciali di una determinata società. I teorici del complotto si affidano a un ragionamento tortuoso: proprio il fatto che non si possa identificare con precisione i cospiratori “prova” l’esistenza del complotto» (“Antisemitismo. Una storia di oggi e di domani”, Luiss University Press, gennaio 2020).
Il libro non poteva certo immaginare l’arrivo del Coronavirus, ma in quella citazione l’autrice intuisce cosa la pandemia avrebbe portato nell’odio millenario contro gli ebrei in quanto tali. Quale occasione migliore, infatti, per folle sparse in ogni angolo del globo per marchiare ancora una volta gli ebrei come responsabili e approfittatori della nuova “peste”.

Gli ebrei untori: dai territori palestinesi agli USA (passando per la Germania)
La storia non è certo nuova a complotti di questo tipo: negli anni della peste nera in Europa (1347-1351) le accuse contro gli ebrei di essere gli untori causarono pogrom che portarono alla distruzione di 200 comunità ebraiche in tutta Europa. Gli ebrei vennero accusati di avvelenare pozzi e fontane, così da permettere la diffusione della “morte nera”. Qualche secolo più tardi, solo per fare qualche esempio, nel 1719 a Udine un proclama reiterava il divieto del 1556: agli ebrei, accusati dell’introduzione della peste in città, fu proibito di abitarvi e di condurre attività di prestito, pena sanzioni pecuniarie e il sequestro dei beni, compresi i depositi presso il Monte di pietà. Le cronache del 1556 riferiscono che il contagio fu introdotto a Udine da masserizie infette trasportate da ebrei della città che si erano recati a Capodistria. Questi deliri furono riproposti dalla propaganda nazista nel 1941 quando si diffuse la voce che gli ebrei polacchi fossero colpevoli della diffusione del tifo.
Ma veniamo ai giorni nostri. Sull’edizione italiana di “Pars Today”, sito di notizie di proprietà del feroce regime iraniano, un articolo del 12 marzo 2020 accusa Israele di usare il virus per uccidere i prigionieri palestinesi: «Israele ha inviato un medico malato tra i prigionieri palestinesi della prigione di Ashkelon in modo da contagiarli tutti con il coronavirus», spiega il delirante articolo. «Dopo il contagio dei prigionieri palestinesi con il coronavirus, le autorità carcerarie israeliane si sono rifiutate di fornire qualsiasi tipo di assistenza medica lasciando morire i carcerati». Naturalmente tutto falso: il medico seppe solo dopo la visita di essere positivo al Coronavirus e nessuno mai provò che avesse contagiato altre persone.
Carlos Latuff è un fumettista brasiliano osannato nell’area della sinistra antisionista. Nel 2006 ha partecipato (vincendo il secondo premio) all’International Holocaust Cartoon Contest, concorso negazionista promosso per la prima volta nel 2014 dal quotidiano iraniano Hamshahri. L’estate scorsa ha realizzato una vignetta in cui si vede un soldato israeliano che, dopo aver demolito un presunto “Covid-19 testing centre” a Hebron in Cisgiordania, sorride vittorioso all’ormai noto simbolo del Coronavirus con sembianze umane. Alcuni funzionari del ministero della Salute dell’Autorità Palestinese hanno dichiarato al Jerusalem Post di non essere a conoscenza dei piani per costruire un “Covid-19 testing centre” a Hebron. Si è poi scoperto, infatti, che l’edificio costruito illegalmente sarebbe dovuto diventare la sede di una concessionaria di auto.
Spostandoci in Europa, ad Amburgo in Germania, il 7 aprile nei vagoni della metropolitana sono stati scoperti alcuni adesivi rappresentanti la stella di David che i nazisti applicarono agli indumenti degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. L’adesivo ha al centro il simbolo che indica “rischio biologico” e due scritte – “infetto” e “Coronavirus” -, per porre in relazione gli ebrei con la diffusione del Covid-19.
Un altro esempio, fra i tanti, della teoria degli “ebrei untori” lo peschiamo negli USA: il 12 marzo l’ex-capo del Ku Klux Klan David Duke ha twittato l’ipotesi che Donald Trump fosse rimasto contagiato, incolpando di ciò Israele e «l’elite sionista globale». I gruppi di estrema destra statunitensi, servendosi di social e altri siti web, affermano regolarmente che il loro Paese è governato da quello che definiscono ZOG (Zionist Occupied Government, “Governo d’occupazione sionista”), un gruppo internazionale di ricchi ebrei che ha come obiettivo un unico governo mondiale guidato da loro.


«Un complotto giudaico mondiale»
Gli ebrei come eterni “burattinai” che controllano le redini del mondo, cospirando di continuo a tal fine, è uno dei tropi più diffusi nella storia.
Negli ultimi mesi gli esempi si sprecano. Lo scorso 6 marzo in Turchia Fatih Erbakan, leader della formazione islamista Nuovo Partito del Benessere (Yeniden Refah Partisi) in un intervento pubblico ha affermato: «Anche se non ne abbiamo la prova certa, questo virus serve gli interessi del sionismo, che sono quelli di diminuire il numero degli esseri umani e di impedire che cresca. Il sionismo è il batterio vecchio di cinquemila anni che ha causato la sofferenza di tanta gente». Sempre in Turchia, l’ex colonnello dell’esercito, Coskun Basbug, sul canale televisivo A-Haber, di proprietà della famiglia del presidente Erdogan, ha sostenuto che gli ebrei avrebbero inventato e diffuso il Coronavirus «per modellare il mondo a loro piacimento e neutralizzare il resto della popolazione».
Sempre a marzo in Iran vari organi di stampa hanno rilanciato l’intervista rilasciata dal complottista americano James Fetzer, professore di filosofia in pensione dell’Università del Minnesota, alla catena televisiva iraniana in lingua inglese Press TV, di proprietà della Irib, la TV di Stato: «credo che quello a cui stiamo assistendo, sotto il mantello della pretesa epidemia di coronavirus, è un attacco con armi batteriologiche contro l’Iran da parte di elementi sionisti che sfruttano la situazione».
Anche in questo caso il nostro Continente si dimostra tutt’altro libero da certe nefandezze. Il report di un ente di consulenza indipendente del governo britannico ha studiato 28 popolari forum NO VAX sui social media: «molti di questi post – è scritto nel report – suggeriscono che gli ebrei abbiano creato il coronavirus e che stiano tramando dietro le quinte per destabilizzare banche e Paesi attraverso la diffusione del virus».
In Spagna il 14 marzo sul sito di estrema sinistra “Kaosenlared”, vicino agli indipendentisti baschi, è uscito un articolo secondo il quale «il coronavirus è uno strumento per la Terza Guerra Mondiale rilasciato dall’imperialismo yankee sionista. L’elite anglosassone capitalista e sionista, nemica di tutta l’umanità, ha compiuto un ulteriore passo nella sua offensiva criminale e genocida».
Nella vicina Francia, Alain Mondino, capogruppo del partito RN (successore del Front National) nel comune di Villepinte vicino Parigi, ha postato sul social network russo VK un video secondo cui il virus è stato creato dagli ebrei «per imporre la loro supremazia».

Le tesi antisemite sul vaccino anti Covid
In queste settimane grande diffusione su ogni media ha avuto la notizia – poi rivelatasi una fake news – secondo cui Israele stia negando ai palestinesi la distribuzione del vaccino anti Covid-19. Una forma aggiornata, insomma, dell’“ebreo untore” che ora, al contrario, non contagerebbe il resto del mondo ma impedirebbe agli altri di curarsi. Sul Jerusalem Post, a inizio gennaio è stato il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh a ristabilire la verità dei fatti: «i palestinesi non si chiedono che Israele venda loro, o acquisti per loro, il vaccino da qualsiasi paese. I palestinesi affermano che riceveranno presto quasi quattro milioni di vaccini di fabbricazione russa. L’Autorità Palestinese dice che, con l’aiuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è riuscita ad assicurarsi il vaccino da altre fonti». L’Autorità Palestinese, infatti, come altri Paesi mediorientali vicini, a febbraio inizierà a ricevere dosi di vaccini Sputnik V e AstraZeneca. Inoltre, gli Accordi di Oslo del ’93 tra israeliani e palestinesi stabiliscono che l’Autorità Palestinese è responsabile dell’assistenza sanitaria per i palestinesi in Giudea, Samaria e striscia di Gaza, comprese le vaccinazioni. Da allora l’Autorità Palestinese tutela gelosamente questa sua prerogativa.
Come scrive Uri Pilichowski sul Times of Israel del 4 gennaio scorso, «gli accusatori di Israele (…) esigono che Israele dia massima autonomia ai palestinesi e allo stesso tempo pretendono che Israele garantisca ai palestinesi tutto ciò che garantisce ai propri cittadini. È un’argomentazione che ignora i fatti. I fatti sono che i palestinesi hanno voluto l’autonomia anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria della propria gente».
II 16 marzo scorso un profilo Twitter legato alla statunitense “Nation Of Islam”, il gruppo islamico afroamericano suprematista e antisemita di cui fece parte Malcolm X, ha insinuato che il virus sia stato creato da Israele come arma biologica. Diversi mesi dopo, il 27 dicembre, Ishmael Muhammad, Assistente nazionale del leader della “Nation of Islam” Louis Farrakhan, ha messo in guardia i neri contro i vaccini per il Covid-19 durante una recente serie di conferenze intitolate “American Wicked Plan” (“Il piano perverso dell’America”). Citando Farrakhan, Muhammad ha detto: «Negli anni Sessanta (…) Elijah Mohammed (che guidò la “Nation of Islam” prima di Farrakhan, ndr) consigliò ai suoi seguaci di non assumere il vaccino per la polio». Farrakhan – ha aggiunto Muhammad – aveva scoperto che esistono due tipi di vaccini per l’influenza, uno che contiene il mercurio e altri additivi e un altro, privo di queste sostanze, «per gli ebrei e per coloro che sono al corrente degli additivi chimici presenti in questi vaccini».
Sempre a marzo 2020 un anonimo lettore ha recapitato al quotidiano “Libero” un messaggio dove spiegava che il coronavirus è stato diffuso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, in modo che gli israeliani stessi potessero poi produrre «un vaccino che, essendo ebrei, venderanno al miglior offerente».

«Gli ebrei? Non sono cittadini»: pensieri dall’Italia di oggi
A breve ricorrerà il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. Furono 6.806 gli ebrei italiani deportati nei campi di sterminio nazisti, dai quali ne sono ritornati soltanto 837. Sono stati 322, invece, gli ebrei italiani arrestati e uccisi nel nostro Paese tra il 1943 e il 1945. Dei 6.806 sopracitati, 1.023 furono le vittime del rastrellamento del ghetto di Roma, deportate direttamente al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto 16 di loro sopravvissero.
Il 21 febbraio del 2020 Sergio Mattarella si è recato alla Sinagoga di Roma per incontrare la Comunità ebraica della capitale, la più antica di Europa, che ancora oggi conta 13mila membri, oltre un terzo di quelli in tutta Italia. Sempre Deborah E. Lipstadt nel sopracitato libro spiega come «l’antisemitismo non è semplicemente l’odio per qualcosa di “straniero”, ma l’odio per un male perpetuo che agisce nel mondo. Gli ebrei non sono un nemico, ma il nemico per eccellenza».
Come darle torto. Passato e presente si fondono in un unico turbine di disprezzo e violenza. “Dalla vostra parte” è un gruppo Facebook di “discussione politica” (si fa per dire) seguito da 33.400 persone. Alcuni dei 120 commenti di risposta al post sulla visita di Mattarella alla Sinagoga romana recitano così: «Per Mattarella [gli ebrei] sono i veri romani. Contenti loro…», scrive ad esempio Massimo L. . «A Mattarella interessano tutti tranne noi italiani», è il pensiero di Manuela C. .
Persone normali che, nel 2020, un secolo dopo le squadracce fasciste, credono, esternandolo senza problemi, che gli ebrei non siano cittadini italiani, e che quindi non abbiano gli stessi diritti degli altri.
Ancora un esempio del “quotidiano” e diffuso odio antisemita. Novembre 2019: nello stesso gruppo Facebook, sotto un post denigratorio nei confronti di Liliana Segre, rivolgendosi a lei, Leonardo R. commenta: «Purtroppo 80 anni fa qualcuno non ha fatto bene il suo mestiere, è per questo che la finanza mondiale, della quale la tua gente è a capo, sta strangolando il mondo».
Continue dimostrazioni di come purtroppo storia e presente siano uniti in un’unica terribile ossessione antiebraica.
Buon Giorno della Memoria, allora. Ce n’è davvero bisogno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 gennaio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

Nel 2021 usciremo dall’emergenza Covid? Speciale vaccino a Ferrara

4 Gen

PRIMA PARTE. “È il momento della speranza”: intervista ad Anna Marra e Marcello Delfino della Farmacia Ospedaliera di Cona

Il team vaccinazione dell’Ospedale di Cona

di Andrea Musacci
Alle ore 14 di domenica 27 dicembre anche in Emilia-Romagna sono iniziate le prime vaccinazioni anti-Covid 19. Nella nostra Regione sono state 975 le donne e gli uomini – fra medici, infermieri e OSS -, a ricevere il vaccino Pfizer. La prima fase della campagna – iniziata il 31 dicembre (con 91 vaccinazioni tra Cona e Delta) e che dovrebbe concludersi a fine marzo – in Emilia-Romagna riguarda circa 180mila professionisti, oltre ai degenti nelle Case Residenze per Anziani. Nella provincia di Ferrara le vaccinazioni sono iniziate all’Ospedale di Cona. La prima vaccinata è stata Noemi Melloni, centese di 27 anni, assunta lo scorso luglio dall’AUSL come medico delle Unità Speciali di Continuità Assistenziali (USCA).
Abbiamo colto l’occasione per intervistare la dott.ssa Anna Marra, da poco Direttrice dell’Unità Operativa di Farmacia Ospedaliera dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara.
A un mese esatto dall’inizio del nuovo incarico, un giorno “storico”. Come vive questo periodo di grande responsabilità?
«Il momento è sicuramente storico e avverto una grande responsabilità nell’aver assunto questo incarico proprio in questo periodo. I miei collaboratori ed io ci stiamo impegnando al massimo per far fronte agli impegni di questa nuova sfida. Certamente l’arrivo del vaccino ci dà la speranza di poter uscire dal dramma che stiamo vivendo».
Ci può raccontare quando avete avuto la notizia che Cona sarebbe stata il luogo dei primi vaccini antiCovid-19?
«Il 17 novembre da parte della Struttura Commissariale del dott. Arcuri ci è stato richiesta la disponibilità nell’Ospedale di Cona di congelatori ULT (Ultra Low Temperature), in cui eventualmente poter conservare il vaccino Pfizer che necessitava di particolari temperature di stoccaggio (-80°C). Abbiamo subito risposto e fornito la nostra disponibilità alla conservazione dei vaccini. Da allora siamo stati individuati come centro Hub della Provincia di Ferrara».
Com’è stato organizzato l’arrivo e la distribuzione del vaccino?
«Il vaccino necessario per il 27 dicembre, il cosiddetto v-day, è arrivato dal Belgio, sito di produzione, all’Ospedale Spallanzani di Roma il 26 dicembre. Da qui l’Esercito ha distribuito le dosi già scongelate in tutte le Regioni Italiane. Per l’Emilia Romagna centro di ricevimento e smistamento delle dosi regionali era l’Ospedale Bellaria di Bologna. Il 27 mattina noi dell’Ospedale S. Anna di Cona siamo andati a ritirare con appositi contenitori frigo le dosi destinate alla Provincia di Ferrara. Tali dosi sono state conservate in frigorifero fino all’inizio della seduta vaccinale che era stata stabilita per tutta la regione alle ore 14».
Quali le difficoltà incontrate nella gestione di questo tipo di vaccino?
«Le principali difficoltà sono legate alle particolari temperature a cui deve essere conservato in congelatori ULT. Il vaccino deve essere scongelato per preparazione prima della somministrazione. Lo scongelamento può avvenire sia in frigorifero (2-8°C) sia a temperatura ambiente. Se viene scongelato in frigorifero, è stabile per un periodo di 5 gg; se viene scongelato a temperatura ambiente, deve essere preparato entro due ore. La fase di preparazione prevede un’iniziale diluizione e poi la ripartizione in sirighe. Da ogni flaconcino di vaccino si ricavano sei dosi da somministrare».
Nei prossimi mesi che consigli possiamo dare alle persone per evitare che, prese dall’ottimismo per l’arrivo del vaccino, vengano meno le regole elementari di prudenza?
«La campagna vaccinale appena cominciata è al momento rivolta agli operatori sanitari e alle RSA. L’immunità di gregge che proteggerà tutta la popolazione sarà raggiunta non prima dell’autunno 2021, quando, si spera, sarà stato vaccinato il 70-80% della popolazione generale. Fino a quel momento sarà necessario continuare ad adottare le regole elementari di prudenza e di protezione individuale che abbiamo imparato in questi mesi, per proteggere chi non si è ancora vaccinato».


Un altro protagonista del v-day a Cona e delle prime vaccinazioni è il dott. Marcello Delfino, Farmacista all’Ospedale di Cona.
Che giornata è stata quella del 27 a livello umano e professionale?
«Densa di emozioni. Una giornata storica, carica di speranza in cui la dimensione umana e professionale sono coincise nell’impegno dedicato alla lotta al covid. Le ore precedenti all’arrivo dei vaccini sono state impiegate a chiarire insieme ad alcune colleghe della Farmacia gli ultimi aspetti organizzativi circa le fasi di conservazione e trasporto ai punti di somministrazione del vaccino. Eravamo tutti visibilmente emozionati e consapevoli di rappresentare l’avanguardia di una vera e propria riscossa della vita contro la minaccia di un nemico invisibile e letale. L’esempio dato dai primi vaccinati infonde in tutti noi una carica di fiducia e di coraggio di cui si sentiva il bisogno».
Come ha vissuto questi ultimi dieci mesi a Cona?
«Sono stati mesi lunghi, con una fortissima pressione lavorativa e psicologica, in particolare il periodo marzo-maggio. Ci sono state giornate in cui la stanchezza fisica e la rassegnazione sembravano prendere il sopravvento. Non potrò mai dimenticare la carica emotiva che provavo, e che ancora avverto, quando tutti i giorni lungo la strada per andare in Ospedale leggo i messaggi dei cartelli che ci ringraziano e ci incoraggiano a non mollare. Noi operatori della Farmacia Ospedaliera siamo stati impegnati in numerose attività in ambito strategico.organizzativo, galenico e nella logistica e approvvigionamento di farmaci, disinfettanti e dispositivi per la sicurezza dei pazienti e operatori sanitari. Questi sono giorni in cui convivono sentimenti contrastanti, angosce e speranze. Angoscia per le troppe persone colpite da questo maledetto virus e per la paura di non farcela. Ma è anche il momento della speranza. Speranza di rivedere la luce grazie al vaccino. Adesso si intravede la via d’uscita da questo lungo tunnel e da notti insonni. È il tempo di ricostruire e per farlo ognuno di noi deve fare la sua parte con serietà».

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SECONDA PARTE. Il racconto a “La Voce” di Francesco ed Elisabetta Pasini, volontari per la sperimentazione del vaccino italiano anti-Covid 19: “diamo il nostro contributo nella lotta al virus”

Francesco ed Elisabetta Pasini

Francesco Pasini, 67enne originario di Portomaggiore, da tanti anni vive con la propria famiglia vicino Verona, per la precisione a Castel d’Azzano. Perito chimico e laureato in Tecniche di laboratorio biomedico, da quattro anni è in pensione, dopo aver lavorato dal 1973 al Policnico di Verona come Tecnico in un laboratorio di biochimica.
Lui ed Elisabetta, una dei suoi 5 figli, sono due delle 90 persone che hanno scelto di proporsi come volontarie per la sperimentazione di quello che aspira a essere il primo vaccino anti-Covid-19 tutto italiano, il GRAd-COV2 COVID-19. Il vaccino è frutto della ricerca dell’azienda biotech ReiThera di Castel Romano in collaborazione con l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “L. Spallanzani” di Roma, e ha ricevuto finanziamenti dal Ministero dell’Università e dalla Regione Lazio. In passato Reithera ha sviluppato con successo vaccini genetici contro le principali malattie infettive, tra cui epatite C, malaria, HIV ed Ebola.
La sperimentazione clinica di Fase 1 in corso sta valutando la sicurezza e l’immunogenicità di GRAd-COV2 su 90 volontari sani, divisi equamente in due gruppi con fasce di età, 18-55 anni l’uno e 65-85 anni l’altro. I partecipanti sono monitorati per un periodo di 24 settimane. Il primo ha ricevuto il vaccino il 24 agosto allo Spallanzani. L’obiettivo primario dello studio è valutare la sicurezza e la tollerabilità di GRAd-COV2 e selezionare una dose di vaccino per le successive fasi 2 e 3 di sperimentazione clinica. Il secondo obiettivo è valutare la capacità del vaccino di indurre nei volontari risposte immunitarie (sia anticorpi sia linfocitiT), contro il nuovo coronavirus. A breve partirà anche la sperimentazione di un altro vaccino anti-Covid 100% italiano, quello prodotto dall’azienda Takis.
«È stata mia figlia Elisabetta a informarmi che c’era allo studio questo vaccino anti-Covid, e che cercavano volontari anche della mia età», racconta a “La Voce” Francesco Pasini. «Il 2 novembre, dopo un giorno di digiuno, ho assunto il vaccino, ma solo dopo aver fatto una visita di controllo. A ogni volontario il giorno dell’inoculo – il cosiddetto “giorno zero” – consegnano un kit con un termometro per misurare quotidianamente la febbre e segnalarla nel report insieme a eventuali sintomi (mal di testa, nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, dolori muscolari, stanchezza, brividi)». Diversi i controlli nell’arco di sei mesi, più frequenti all’inizio e via via sempre più radi. «Io e alcuni dei miei figli – prosegue Pasini – avevamo già partecipato come volontari a studi clinici». Un’esperienza, dunque, la sua, pienamente consapevole, di chi conosce bene il mondo della ricerca scientifica e la scrupolosità necessaria per le sperimentazioni. «Molta gente purtroppo fantastica» riguardo a fantomatici effetti negativi dei vaccini sulle persone. «Nella Fase 3 di sperimentazione verrà usato addirittura il metodo del “doppio cieco”: a metà dei volontari verrà somministrato il vaccino, a un’altra metà un placebo, ma nessuno – né i volontari né i somministratori – sapranno quali sono vaccini e quali placebo». Inoltre, prima di arrivare all’inoculazione, diversi test sono stati eseguiti su animali. «Non ho ricevuto critiche», conclude Pasini. «Il Sindaco del mio paese ha elogiato pubblicamente noi volontari».
Elisabetta Pasini, 39 anni, sposata da 10 anni, vive invece nella vicina Povigliano Veronese col marito e i tre figli. Laureata in Economia e Commercio e impiegata in banca, ha ricevuto il vaccino lo scorso 23 settembre. «Il 10 marzo – ci spiega – avrò l’ultima delle sette visite calendarizzate. In questi mesi sono stata bene, non ho avuto nessun sintomo». E non ha mai avuto nemmeno paura, «talmente sono convinta che sia la cosa più giusta da fare». A differenza del padre, forse anche perché donna, di critiche ne ha ricevute, anche pesanti. «Qualcuno mi ha detto che lo facevo solo per soldi, o altri mi hanno definita “irresponsabile” in quanto madre di famiglia. Ma io, proprio perché madre, non voglio vedere nessuno, compresi i miei figli, con la mascherina per un altro anno, e per questo sto cercando di dare il mio contributo. Se riuscissi a convincere anche una sola persona scettica a farsi vaccinare, vorrebbe dire che ne è valsa la pena».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 gennaio 2021

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