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Siamo capaci di aprirci all’imprevisto?

30 Nov

Spaventati da un virus che rischia ogni giorno di invadere anche le nostre abitazioni e le nostre quotidianità, ci rifugiamo nella ragnatela di Internet o in quella del lavoro. La risposta, invece, soprattutto in questo tempo di Avvento, la possiamo trovare nella riscoperta di una capacità autentica di contemplazione

«Tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non sapersene restare tranquilli in una camera»
(Blaise Pascal, “Pensieri”, 139)

di Andrea Musacci
Da molto tempo il nostro immaginario è colonizzato dall’idea che l’imprevisto, l’avventuroso e l’impervio appartengano all’uscita fisica verso luoghi quanto più lontani, verso esotici miraggi, esperienze mirabolanti, in un perpetuo movimento che fa equivalere la stasi alla morte.
Le limitazioni legate all’attuale emergenza sanitaria ci possono spronare a mettere in discussione questo assioma.


La casa invasa dal virus e dalla paura
Innanzitutto, sottolineiamo una differenza degli ultimi mesi rispetto al lockdown di marzo-maggio: l’intimo, il domestico, il privato hanno perso in sicurezza, i loro confini si sono fatti ancor più labili rispetto all’esterno. La chiusura è meno netta nelle zone non dichiarate rosse, e per questo le case sono, inevitabilmente, più permeabili al virus. Negli ultimi mesi, dunque, la geografia del dentro e del fuori si è fatta sempre più confusa. La casa non è più sicura. Ma lo è mai stata davvero del tutto?
In ultima analisi è un’illusione quella del confine invalicabile tra il sicuro e il non-sicuro, discrimine immaginario quanto quello fra il prevedibile e l’imprevedibile, fra controllo e caos. Dove trovare un’abitazione che ci faccia del tutto sentire “a casa”? Dove trovare un abito che ci calzi perfettamente, senza fastidi, incertezze, spaesamenti o timori di incespicare?
Spaesati e incerti nello spazio immaginato come regno del confortevole e del familiare, non abbiamo calcolato il perturbante che ci assale, che ci prende alle spalle, spesso all’improvviso e in maniera violenta.


La casa invasa dal lavoro
La casa può diventare anche rifugio estremo – come accade in questa pandemia -, prigione intima, addirittura luogo di lavoro, pervaso e invaso – attraverso la Rete che assomiglia sempre più a una ragnatela – dalla produzione, dal dovere di produrre, dall’efficienza. Un corto circuito le cui assurde conseguenze abbiamo già visto nei mesi scorsi e vedremo sempre più nei prossimi anni. Di sicuro sarà qualcosa che vivremo fin quando anche quel “nido” che è la casa sarà invasa da tempi, ritmi e modi di essere e di muoversi funzionali a quello che, prima dell’era dei dispositivi digitali, chiudevamo, quanto possibile, fuori dalla casa stessa.


Conseguenza? Siamo stranieri a casa nostra
Non eravamo abituati a dover fronteggiare un nemico, perlopiù così subdolo, proprio nel luogo dove ci disarmiamo, dove abbassiamo la guardia. Costretti a una “quarantena” domestica spesso ci sentiamo spiazzati, fuori luogo, imbarazzati nei nostri stessi spazi che altri/altro ci costringono a vivere. Luoghi che diventano spazi non più nostri, di cui non riusciamo più a essere abitanti fedeli, che non ci rappresentano. Gabbie che forse diventano tali perché abbiamo dimenticato come si possano vivere davvero come case e non come ameni luoghi di passaggio.
Spazi “vuoti”, insomma, pieni solo di tedio, che, come detto, cerchiamo di riempire col lavoro, con ogni input possibile che possa arrivarci tramite i dispositivi digitali. Un modo anche per esorcizzare quel perturbante che incombe, ma che, in realtà, mai dovrebbe essere rimosso dalla nostra coscienza, ma affrontato, sublimato.

Quale risposta? Profondità o chiusura
C’è chi ha il lusso di poter vivere, in totale intimità e spontaneità, la propria casa, chi invece in un momentaneo appartamento, magari da condividere con altri. In ogni caso, il potersi raccogliere – agevolato, anzi quasi invitato, dall’inverno incalzante – evoca in noi, giorno dopo giorno, il ripiegarci: un atto – più simbolico che fisico – che sta a noi tramutare in profondità (in preghiera, in spazio di contemplazione) oppure in chiusura – un rifugio, una fortezza, un’illusione dunque -, senza speranze da sperare o immaginazione da liberare.
«C’è solo la strada su cui puoi contare / La strada è l’unica salvezza», cantava Gaber e quanto ci sembrano assurde le sue parole nelle vie svuotate dalle ordinanze, dalla paura e dallo sconforto montanti. Per non arenarci in sterili lamentazioni sull’immobilità forzata, ripartiamo allora dal paradosso radicale per cui ciò che non potrà mai proteggerci del tutto – la casa – può, dall’altra parte, definire la nostra identità (seppur non granitica), evocare infinite memorie, aiutare il sogno a fluire liberamente. Non una fuga né un fortino, ma una riscoperta della densità dei nostri spazi, un’intensificazione (come dev’essere) della propria vita attraverso un’apertura a un Oltre dal quale lasciarci spiazzare. A un imprevisto che ci trascenda.
Un’avventura radicalmente diversa da come l’abbiamo sempre immaginata.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 dicembre 2020

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Uno sguardo profondo sulla rivoluzione in atto: il libro “Riflessioni per tempi incerti”

16 Nov

“Riflessioni per tempi incerti” è il volume corale con riflessioni sulla pandemia edito da Festina Lente. Tra gli altri, ospita contributi del card. Josè Tolentino De Mendonca, di Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e Franco Arminio

«Indietro non torneremo o, meglio, ci torneremo poco e male. Ci sarà un po’ di inerzia, un po’ di riluttanza, ma il passaggio è avvenuto». Le parole sono di Luciano Floridi, docente di filosofia, e fanno parte dell’importante volume corale appena pubblicato dalla ferrarese Festina Lente Edizioni di Marco Mari.
“Riflessioni per tempi incerti” è il titolo del libro che raccoglie gli interventi di 11 personalità, frutto di una serie di video-conferenze organizzate da marzo a ottobre scorsi dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura con sede a Brescia.
Sono scrittori, poeti, biblisti, artisti, economisti e sociologi: Luigi Alici, Franco Arminio, Carlo Bellavite Pellegrini, Luciano Floridi, Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e il card. Josè Tolentino De Mendonca.
«Anche in situazioni di estrema difficoltà, in cui il dialogo interpersonale è fortemente compromesso, crediamo resti vivo l’insegnamento socratico di chiedersi qual è il senso di ogni cosa che facciamo, del rapporto tra il proprio agire e la propria “città”, ovvero del vivere insieme agli altri», scrive nell’Introduzione del testo Filippo Perrini, Presidente della Cooperativa bresciana.
Ed è quello che, da angolature differenti, provano a fare tutte le persone coinvolte, per riflettere, in periodi diversi, dell’emergenza che stiamo vivendo, su cosa ci insegna questa pandemia a livello spirituale, sociale, economico e relazionale.
«È un tempo purificatorio», riflette il card. Tolentino De Mendonca. «L’immagine prometeica che noi abbiamo – l’immagine di una onnipotenza che la nostra società vende come propria auto rappresentazione – è completamente fallita». Dobbiamo quindi, prosegue, costruire «processi di coscienza su noi stessi» e «processi di conoscenza di Dio». Sui processi riflettono ad esempio anche i coniugi e sociologi Giaccardi e Magatti. È la prima dei due a scrivere: «quello che ci aspetta è un guardare avanti, un mettere in movimento dei processi».
E lo sguardo di ognuno dei contributi è radicalmente proiettato nell’avvenire: «non vedo più una Chiesa che va avanti organizzando grandi eventi», è il pensiero di Smerilli. «Forse abbiamo capito che dobbiamo lavorare per processi, innescare processi, e, passo dopo passo, arrivare alle persone e portare la buona notizia».
Ma la profondità orizzontale, verso l’altro e verso il futuro, non può non accompagnarsi alla profondità interiore, dentro di sé e a fondo nel pur tragico presente, che ci costringe a gettarci alle spalle ipocrisie e scorciatoie. «Non è vero che la fragilità è uno stato accidentale e transitorio (…). La fragilità è una condizione costitutiva delle creature e del creato», scrive ad esempio Alici, ed è Maggi a riflettere sul senso cristiano del morire e sulla rimozione della morte nella società moderna e in particolare in quella contemporanea. Una rimozione terribile, che ci interroga sull’importanza di riscoprire una verticalità nelle nostre esistenze: «la poesia è una sorta di sentinella del sacro», riflette il poeta Arminio. «Noi abbiamo bisogno di intensità. Abbiamo bisogno di lavoro, ovviamente, di regole. Questo lo sappiamo. Però, abbiamo anche bisogno di intensità, di sacro, di senso. Direi pure che abbiamo bisogno di Dio».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Covid, aumenta la depressione: boom di chiamate per sostegno psicologico

9 Nov

Paola Giacometti (AUSL Ferrara): “domina lo sconforto. Nei primi 4 giorni stesso numero di telefonate di un mese di lockdown”

«In pochi giorni il nostro Numero Verde di sostegno psicologico ha registrato più chiamate di quelle ricevute in un intero mese di lockdown. La situazione è grave, ci sono diversi casi depressivi».
A parlare con “La Voce” è Paola Giacometti, Psicologa e Psicoterapeuta, Responsabile della Psicologia Clinica Territoriale dell’AUSL di Ferrara. Da lunedì 2 novembre il Dipartimento di Salute Mentale ha infatti riattivato il Numero Verde di sostegno psicologico alla cittadinanza. E il primo quadro che emerge non è certo rassicurante, conseguenza di nuove limitazioni negli spostamenti e nelle attività dovute a un peggioramento dell’emergenza sanitaria. «Nei mesi scorsi, dalla fine del lockdown – ci spiega Giacometti -, avevamo iniziato a vedere alcune delle conseguenze della quarantena e in generale di questo periodo emergenziale, ma ora, con la recrudescenza del virus e le conseguenti nuove restrizioni notiamo un aggravamento della situazione».
Da marzo a maggio, nelle persone che hanno contattato il servizio di sostegno psicologico, si registrava «perlopiù ansia, senso di incertezza, paura e frustrazione», ma c’era comunque «un atteggiamento di resilienza, un tentativo di adattamento» alla situazione, anche facilitato dal clima di unità a livello nazionale. Spirito che è venuto molto a mancare negli ultimi mesi. In questa nuova fase invece «notiamo molto più sconforto e in misura maggiore elementi depressivi, anche gravi, legati a sentimenti di lutto, di perdita: perdita di un famigliare, del lavoro, della fiducia, della speranza, di ogni prospettiva. A ciò si aggiungono sentimenti di rabbia, una sensazione di isolamento sociale e che tutto quel che è stato fatto nella lotta contro il virus sia servito a poco. Ciò a maggior ragione se pensiamo che ora rispetto alla scorsa primavera si conosce anche meglio la malattia». Insomma, le conseguenze di mesi di quarantena e di crisi sociale si notano sempre di più. E le ulteriori chiusure, pur differenziate a livello nazionale, non fanno che peggiorare la situazione. «Non c’è niente di peggio – sono ancora parole di Giacometti – che convincersi di essere in una fase di risoluzione del problema e poi capire che invece non è così». La fine delle illusioni è pericolosissima e più peggiora la situazione, più sarà difficile affrontare e superare le conseguenze psicologiche sulle persone.
Sono una 15ina le telefonate al Numero Verde nei primi quattro giorni, «alcune di anziani isolati in casa, timorosi di tutto quel che rappresenta l’esterno, altre di persone più giovani in quarantena domiciliare perché risultate positive e per questo impossibilitate ad accudire famigliari anziani che vivono sotto lo stesso tetto». Altre telefonate riguardano richieste di informazioni, anche queste in aumento, a dimostrazione dell’accresciuto livello di ansia.
A tal proposito è stato anche attivato l’USCo, la nuova Unità Soccorso Covid per persone isolate perché positive al Coronavirus nei casi in cui ci sia il sospetto che stiano maturando propositi suicidari. «Se nelle telefonate avvertiamo questo pericolo – prosegue Giacometti -, chiamiamo il medico di Medicina Generale che attiva la procedura per valutare la situazione ed eventualmente intervenire. Registriamo in pochi giorni già un caso di questo tipo, oltre a uno contenuto invece dalle telefonate della psicologa che se n’è occupata».
Un ulteriore aspetto riguarda il fatto che, a differenza del periodo del lockdown, ora gli operatori del Dipartimento di Salute Mentale e dello Spazio Giovani sono tornati a ricevere i pazienti in presenza. A parità di personale, quindi, il carico di lavoro è maggiore. E il problema della tenuta psicologica riguarda anche alcuni operatori sanitari vittime di ansia, sfiducia e frustrazione. E di una condizione drammatica che nessuno contava di dover rivivere.


I dati in Emilia-Romagna

In Emilia-Romagna sono state 9.729 le prestazioni psicologiche dedicate all’emergenza COVID-19 tra il 17 febbraio e il 17 maggio, delle quali 241 con l’AUSL di Ferrara. Numero comunque inferiore ad altre AUSL, come ad esempio Parma (2.275), Bologna (1.823) e Modena (1.055).
La consulenza è stata data per il 26,9% dei casi a chi ha contratto il virus e può trovarsi ricoverato o a casa; al personale sanitario (24,7%); a familiari (19,4%) in condizione di stress acuto a causa del distanziamento e di paure specifiche; a cittadini (17,8%) che hanno vissuto in prima persone le esperienze negative legate al lockdown; infine ad assistiti di Servizi sanitari o socio-sanitari (4,16%), che con le limitazioni imposte nel periodo di emergenza hanno avuto meno possibilità di rivolgersi ai Servizi stessi.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 novembre 2020

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Il distacco profondo dell’arte e della poesia per vivere il tempo dell’inquietudine

9 Nov

Riflessione del filosofo francese Jean-Luc Nancy al Festival Mimesis: “nello sconvolgimento contemporaneo è necessario scoprire la possibilità di vedere nell’oscurità”

«Assistiamo a un completo sconvolgimento della civiltà: l’arte e la poesia, più che la filosofia, oggi possono illuminarci».
Si può sintetizzare così l’importante seppur breve riflessione del noto filosofo francese Jean-Luc Nancy (foto) lo scorso 4 novembre in occasione del Festival Mimesis.
La rassegna, organizzata dall’Associazione “Territori Delle Idee” della Casa editrice Mimesis, normalmente in programma a Udine, si svolge fino al 14 novembre on line dal canale You Tube e dalla pagina Facebook del Festival. La settima edizione, centrata sul tema “Immagine e storia”, ha visto lo scorso 4 novembre Nancy dialogare con il giornalista de “L’Espresso” Wlodek Goldkorn e con il filosofo e critico Federico Ferrari a proposito del tema “Il tempo dell’inquietudine”.
«Inquietudine è assenza di quiete, di riposo, di tranquillità ma al tempo stesso qualcosa che ci mette in movimento, che ci spinge a cercare», ha esordito il filosofo francese. Un’inquietudine oggi, perlopiù negativa, che rischia di travolgerci: «è fallito lo sforzo moderno di concepire una comunità diversa dal modello fascista e da quello del socialismo reale. Oggi non si è più insieme, non c’è più comunità – ha proseguito Nancy -, e la società francese in particolare è molto divisa, anzi straziata». Il discorso sul multiculturalismo sta lì a dimostrarlo come esempio drammatico. L’alternativa ai modelli storici si era pensato di trovarla «in una sorta di universalismo possibile anche attraverso la laicità» e in un ottimismo in nome del progresso. Ma non ha funzionato.
«Oggi – secondo Nancy – non c’è più racconto, non possiamo più proiettare un futuro positivo per l’umanità: ciò è intrinseco al progresso tecnico, che tante catastrofi ha prodotto, dalla crisi ecologica alla pandemia di Covid», tragica prova del fatto che il progresso e la scienza «non possono risolvere tutto».
«Lo sconvolgimento» avvenuto nell’impero romano del IV-V secolo aveva comunque i cristiani come soggetto capace di «immaginare altro. Ma per noi oggi non è così», ha riflettuto con pessimismo. «Forse ci sarà una grande trasformazione della società verso il modello cinese o un’implosione di questo modello tecno-scientifico. Non è forse la fine del mondo ma di sicuro viviamo un periodo di enorme difficoltà: siamo in una sorta di oscurità».
Per questo, secondo Nancy, «è necessario conservare le luci», cioè la speranza, «ma anche scoprire la possibilità di vedere nell’oscurità: oggi bisogna cercare nell’arte e nella poesia, non nella filosofia, qualcosa che illumini». Riprendendo Bataille e il suo concetto di non-sapere, il filosofo ha evocato l’importanza dell’arte e della poesia come di «qualcosa che non è un sapere, una pretesa di sapere ma una sorta di distacco» positivo e profondo.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 novembre 2020

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Non c’è più contatto

2 Nov

Poter toccare è fondamentale per l’essere umano. Ma nell’epoca del virtuale e in quella del distanziamento fisico causato dall’emergenza sanitaria ce ne stiamo dimenticando. L’incubo di un mondo senza senso del tatto e l’importanza della riscoperta del corpo umano come luogo fragile e accogliente

di Andrea Musacci

«Evitare abbracci e strette di mano», «Non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani».
Immersi come siamo ormai da 8 mesi in questa bolla invisibile fatta di separazioni, reciproca paura, prudenza che ci porta a sterilizzare, diffidare, a chiuderci e a isolare, il rapporto del nostro corpo con tutto ciò con cui può venire in contatto è stato trasformato. Abituati ad allontanare, ormai impressionati al solo assistere a baci, abbracci ed effusioni, straniti da questi gesti proibiti, ci percepiamo sempre più isolati.
Di questo passo, la conoscenza dell’altro da sé avverrà sempre meno tramite il tatto e il contatto diretto, anche delle persone che più amiamo, che meglio conosciamo. È questo il dramma all’orizzonte. Sempre più si insinua in noi il sospetto che il corpo dell’altro sia una terra potenzialmente pericolosa, un’isola ignota, una giungla tenebrosa dove l’invisibile domina – pur nella sua apparente assenza – sul visibile.
È vero, però, che è impensabile un’esistenza del nostro corpo senza contatto alcuno con l’altro-da-noi. Se eliminare ciò è assurdo, ridurlo, prima ancora delle abitudini nate in questo periodo di pandemia, è tipico di un “distanziamento sociale” che da decenni sempre più pervade, anzi invade, case, spazi pubblici o privati, relazioni. Un virtuale molto reale. Così reale da adulterare rapporti, modalità e abitudini nell’abitare i luoghi, nel conoscerli. Una volontà tremenda di rimanere “in-tatti”, appunto. Di non contaminarsi, di restare puri. Di preferire il vuoto nell’anima alla lotta dell’incontro con l’infinitamente altro-da-noi.
A maggior ragione in quest’epoca del Coronavirus, se il corpo dell’altro, e gli stessi oggetti, sono sempre più possibili spazi ostili, perché allora non scegliere il terreno neutrale, levigato, asettico e cieco dello schermo di un qualsivoglia dispositivo digitale? Mera superficie senza volto, indifferente, discreta. Velo magico incorporeo, inerme al nostro tocco, alla nostra mano che come strumento dirige, comanda, informa di sé. Corpo senza corpo di cui disponiamo liberamente. Non a caso si chiama dispositivo.
Ma questo bisogno di toccare gli altri corpi è spesso irriflesso, è bisogno di sentire qualcosa che ci dica di una consistenza, che ci provochi una sensazione più reale, è il non volerci accontentare di superfici asettiche e inodori come quelle degli schermi.


Cos’è davvero toccare
Nel toccare, il soggetto si sente pienamente – «toccare un altro significa nello stesso tempo provare la propria esistenza» scrive Marc Augè -, e sente in maniera più piena, più autentica il mondo, percependo di sé e dell’altro la sostanza, la carne, e così riconoscendosi esso stesso carne e non solo fredda e distaccata distanza, horror vacui del pensiero che in realtà, nel fantasma altrui annacquato nel digitale, non fa che pensare solo se stesso.
Siamo, come corpo, interamente tatto, propensi al tatto, il nostro intero corpo è tattile, e, in modo particolare, le nostre mani possono non essere strumento di presa e di dominio ma luogo estremo della nostra anima, del nostre cuore – che, infatti, viene “toccato” da parole, situazioni, emozioni. Qualcosa che mi tange, non a caso, significa che mi turba, mi interessa, mi coinvolge.
Il tocco è dunque un abbandono, un atto di fiducia, di per sé una scoperta. Al contrario, nel digitale non può darsi vero legame, reale congiunzione, mentre col tatto qualcosa si manifesta in maniera piena, dolce o atroce che sia si rivela senza equivoci: la pelle, come custode, libera la memoria, esprime la vita.

Abbraccio, stretta di mano, carezza
L’abbraccio è forse uno dei gesti che con maggiore radicalità dice questo concetto, in quanto rappresentazione della vicinanza tra sé e l’altro, simulazione di un’unione (impossibile), intreccio che conserva le identità e al tempo stesso le trasforma.
Nell’abbraccio riviviamo sempre qualcosa di puro, in esso afferriamo senza però in realtà davvero possedere, senza poter mai avere nulla a nostra completa disposizione, pienamente a portata di mano. Luce Irigaray parlava dell’importanza di conservare il «nostro desiderio di abbracciare l’altro in quanto desiderio di trascendere noi stessi».
E così, la stessa stretta di mano è sigillo che a un tempo conferma e sublima un’unione spirituale. Non è mero rito né formalità ma espressione di un oltre, concretizzazione necessaria di qualcosa che rischia di diventare sfuggente, astratto. Virtuale, appunto.
Il toccare, dunque, può essere illusione di possesso ma in realtà non fa che denotare in maniera chiara come in ultima analisi tutto ci sfugga, tutto possa, debba da noi essere contemplato, accarezzato, curato. Il vero tocco è dunque la carezza. Il tocco lascia essere, non adultera l’altro-da-noi. Il tatto rivela che il vero corpo non è cosa e non rende cosa l’altro.
Non a caso, il sogno più coinvolgente e dolce se prolungato si tramuta in incubo, in quanto in esso non vi è possibilità di contatto, manifestando quindi in maniera piena l’inganno del solo sguardo, del distacco che è dominio e che presto si tramuta in follia, sottile disperazione. E la stessa comunicazione verbale rischia di diventare un incubo se non sperimenta oltre, se non diventa relazione anche sensibile.


Corpo come luogo: una terra accogliente
Il divieto “Vietato toccare” è solitamente usato riguardo a qualcosa di fragile o di estraneo, di personale, di intimo.
Nell’epoca del distanziamento fisico, ognuno diventa quindi estraneo per l’altro, o comunque obbligato a fingersi tale. Ma questi tempi che stiamo vivendo possono anche aiutarci a saperci riconoscere – senza pudore – come fragili.
Se dunque da una parte il nostro corpo diventa sempre più un confine non solo da toccare ma nemmeno da avvicinare, dall’altra esso non potrà mai perdere la propria connotazione di luogo inevitabilmente esposto, di identità e di conoscenza, frontiera accogliente, abbraccio integrale, terra disarmata ma non neutra. Luogo di reciproco riconoscimento e apertura all’altro.
Chi può dire lo stesso dello schermo di uno smartphone?

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 novembre 2020

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Un’eco-politica per non sprofondare nell’Inferno 2.0

26 Ott

Intervista ad Andrea Gandini (Cds) in occasione della presentazione dell’Annuario Socio-Economico: critica del neocapitalismo e proposte a partire da donne e giovani

La 33esima edizione dell’Annuario Socio-Economico Ferrarese – dedicata ai temi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu – sarebbe dovuta uscire la scorsa primavera 2020, ma il Covid ha bloccato tutto.
L’Annuario 2020 è quindi stato pubblicato a marzo sul sito del Centro ricerche Documentazione e Studi (Cds) di Ferrara (https://www.cdscultura.com), Associazione presieduta da Cinzia Bracci. Successivamente, appena possibile, è stato anche stampato: un’edizione, quella cartacea, che raccoglie anche ulteriori contributi di alcuni degli autori presenti nella versione online e di nuovi, alla luce della sopravvenuta emergenza sanitaria ed economica. Cds Cultura ha presentato il volume il 9 e 10 ottobre scorso nella sede del Consorzio Grisù in via Poledrelli a Ferrara all’interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). Una terza sessione di presentazione dell’Annuario si terrà il 13 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), interamente dedicata all’Obiettivo 5 – Parità di Genere.
Come accennato, l’Annuario 2020 è stato organizzato secondo i principi di Agenda 2030, come primo esperimento in Italia di rapporto elaborato a livello locale con il contributo di una molteplicità di autori provenienti da quella rete articolata che ASviS e la stessa Agenda 2030 auspicano: docenti, ricercatori, imprese, associazioni di categoria e sindacati, professionisti, rappresentanti delle categorie economiche, sindacali, dell’associazionismo e del volontariato. Ogni capitolo dell’Annuario corrisponde a un obiettivo di sviluppo sostenibile.
Se guardiamo all’imperversare di nazionalismi, all’acuirsi delle contraddizioni del neocapitalismo, alla crisi ecologica, aveva ragione Antonio Gramsci quando scriveva: «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Abbiamo interpellato Andrea Gandini, Direttore dell’Annuario e membro del Comitato direttivo del Cds, per analizzare questa grave situazione a livello globale e delineare alcune direttive per immaginare un sistema socio-economico differente.
«Con la fine del comunismo reale si è pensato che il capitalismo liberista e uno stile di vita consumista e individualista fosse l’unico “modello” positivo che avrebbe aumentato la ricchezza, una sua migliore distribuzione, la qualità della vita», riflette con noi Gandini. «Dopo 30 anni sappiamo che le cose sono andate molto diversamente. In alcuni Paesi poveri, in Cina, India almeno un miliardo di persone sono uscite dalla povertà e oggi hanno buoni salari, così come vantaggi enormi sono andati a tutti i ricchi del mondo (circa 50 milioni), ma i salari di operai, commercianti, artigiani e dei ceti medi europei e americani non sono cresciuti (circa 700 milioni). E sono soprattutto aumentate le minacce ambientali al pianeta al punto tale che, se dovesse proseguire questo tipo di produzione e consumo, porterebbe nell’ipotesi peggiore all’estinzione della specie umana e, in quella migliore, a un Inferno 2.0 che consegnerebbe ai nostri figli un mondo inospitale tra riscaldamento globale, crescenti alluvioni, siccità, tornado e pandemie prodotte dalla deforestazione e crescente urbanizzazione. In sostanza la qualità della vita di quasi tutti sta peggiorando».
Ma la gravità della situazione e il pessimismo a cui sembra portare riguardano anche altri ambiti. «Le grandi multinazionali del web e farmaceutiche – prosegue Gandini – “spingono” per portarci in un mondo dove domini il digitale (web, tv, virtuale) e tendono a farci credere che le cure debbano avvenire soprattutto attraverso farmaci e vaccini, anziché pensare innanzitutto a come migliorare la qualità della vita. Un mondo, insomma, che gradualmente distrugge la vita di relazione, le comunità locali, le famiglie e dove tutti saremo più soli e dipendenti».
Gli chiediamo allora se è ancora possibile – con la fine delle grandi utopie e un presente malato come quello che ci tocca vivere – immaginare un sistema più fraterno, e in che cosa sostanzialmente si distinguerebbe dall’attuale. Un sistema dove, come scrive il Papa in “Fratelli tutti”, «il diritto di alcuni alla libertà d’impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente» (FT 123). Un pianeta, quindi, quello dove abitare, «che assicuri terra, casa e lavoro a tutti», come «vera via della pace» (FT 127).
«Bisogna cambiare strada – riflette con noi Gandini -, come dice il Papa e come recita il titolo dell’ultimo libro di un grande vecchio, Edgard Morin. Un’economia basata sull’uso indiscriminato delle materie prime e dei rifiuti deve lasciare posto a un’economia circolare che produca pochissimi rifiuti. I ricchi devono tornare a pagare le tasse, almeno più di oggi se non proprio come una volta, l’iva deve alzarsi sui consumi che inquinano, i poveri devono essere aiutati localmente da chi – Comuni e associazioni di volontariato – li conosce e non dall’Inps e non solo con soldi ma con servizi personalizzati. Con il crollo della natalità – prosegue nell’analisi – dobbiamo programmare flussi di immigrazione legale in modo che, come avviene negli altri Paesi europei, gli immigrati lavorino, siano integrati nella nostra cultura e portino benessere a tutti. Le aziende devono tornare ad aiutare i propri dipendenti e la comunità locale. La politica deve investire nella sanità territoriale, nei medici di famiglia, nella scuola, il cui modello di apprendimento va cambiato integrandolo con laboratori manuali, artistici, con uscite all’aperto, rafforzando l’alternanza scuola-lavoro, pagando di più i maestri, facendo seri concorsi».
Infine, ma non certo meno importante, «gli anziani possono rimanere più anni al lavoro con un part-time in modo da aiutare i colleghi e i giovani, mentre le donne devono essere assunte – insieme agli stessi giovani – in maggior numero perché da loro dipende il futuro del Paese. Politiche che i Governi devono fare se non vogliamo continuare a declinare».
E della concretezza il Cds fa la propria ragione d’essere, senza mai fermarsi ad analisi pur precise e profonde. Di riforme praticabili, frutto di concrete sperimentazioni e ampiamente trattate nell’Annuario 2020, Gandini ha accennato anche intervenendo nel sopracitato incontro del 9 ottobre scorso a Grisù.
Oltre a quelle condivise con noi, citiamo «l’allargamento dell’ascolto e della partecipazione alle istanze della società civile organizzata che hanno esperienze consolidate e l’apprendere dalle buone pratiche», oltre a «un nuovo Piano del lavoro sostenibile nazionale, regionale e comunale – anche come leva per rinnovare le stesse burocrazie -, che porti all’inserimento di giovani con contratti di Prima Esperienza, all’implementazione della transizione dagli studi al lavoro (partendo da Istituti Tecnici e Professionali), al potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro».
«Non ci salverà la crescita di un capitalismo tecno-economico – conclude Gandini – ma solo i cambiamenti negli stili di vita personali uniti a un’eco-politica basata sul lavoro e la creatività dei nostri giovani e delle donne».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 ottobre 2020

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“Comunità e riscoperta del volto: da qui dobbiamo ripartire”

19 Ott

In vista dei nuovi corsi di aggiornamento, abbiamo incontrato mons. Vittorio Serafini, Direttore Ufficio IRC, per riflettere su com’è cambiato il ruolo degli insegnanti di religione nella scuola in tempo di covid. E per capire quali forme di resilienza adottare

di Andrea Musacci


“Il coraggio di andare oltre l’umano” è il titolo scelto quest’anno dall’Ufficio diocesano per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) per i corsi di aggiornamento 2020/2021 rivolti agli insegnanti di religione di ogni ordine e grado scolastico.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.


In un periodo così complicato – anche nella scuola – come quello che stiamo vivendo, quale può essere il valore aggiunto degli insegnanti di religione?
Il periodo del covid-19 non è un tempo complicato, ma complicatissimo. Da sempre si sottolinea che le finalità dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane sono quelle di agevolare la ricerca di risposte di senso ai perché della vita. Il dramma mondiale del coronavirus esige delle risposte sia sul piano delle paure, sia sul piano della responsabilità nei comportamenti. L’insegnante di religione può offrire tanto di fronte alle contraddizioni del momento presente e di fronte alle incertezze che riguardano il futuro. Teniamo anche presente che nella nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio i ragazzi e i giovani che si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica sono circa l’80%.


Lei è in contatto con diversi di questi insegnanti: in questo primo mese di scuola in presenza dopo il lockdown, qual è l’umore prevalente? Quali situazioni si trovano ad affrontare?
Al termine dell’anno scolastico 2019-2020, dopo il periodo del lockdown, a seguito delle lezioni non in presenza, le lamentele sono state tante e forti. Molti insegnanti si sfogavano dicendo di essere stati costretti a lavorare il doppio, a ricorrere ad una tecnologia sulla quale non erano preparati, ad avere delle risposte inferiori da parte degli alunni rispetto alle lezioni in presenza. Con i primi mesi dell’anno scolastico 2020-2021 i disagi sono stati trasferiti sul piano dell’organizzazione generale degli istituti e delle singole classi: distanziamento nelle aule e nelle parti comuni, obbligo di indossare le mascherine, controllo di tutti gli spostamenti di entrata ed uscita. Una cosa comunque è certa: la scuola è per vocazione “in presenza”. Ogni altra soluzione è solo un’agevolazione ed un rimedio.


Venendo al corso d’aggiornamento: fra i temi che verranno trattati, mi soffermerei su quello del trauma e dell’educazione alla resilienza. Ci spiega come verrà declinato?
Il nostro Arcivescovo aveva suggerito di redigere un piano triennale dove prendere in esame tutte le principali religioni monoteiste. Avevamo pensato in questo primo anno lo studio della religione ebraica. Poi con la consulta ci abbiamo ripensato. Il coronavirus è stato un dramma per tutti e quindi anche per gli studenti e gli insegnanti che si sono trovati improvvisamente davanti ad un trauma che ha sconvolto il loro modo di vivere. Attraverso il corso di aggiornamento vorremmo far riflettere sul fatto che dobbiamo continuare a sentirci comunità. Con il lockdown infatti siamo andati contro il paradigma che ci si salva se si sta insieme, se si fa gruppo, se si sta uniti. Ora per diversi mesi si è predicato che solo stando lontani ed isolati possiamo sconfiggere il covid-19. È la prima volta che questo avviene in modo così esplicito e globale nella storia dell’uomo. Sono stati impediti, infatti, tutti i gesti che per cultura abbiamo sempre compiuto: darsi la mano, abbracciarsi, entrare in contatto fisico. Come risolvere il problema? Sarà fondamentale dare importanza agli sguardi, curare l’espressività del volto, esprimere gioia o dolore attraverso la luce degli occhi. Che cosa intendiamo per resilienza della quale vorremmo parlare? È la capacità di resistere agli eventi negativi, di superare le avversità in modo attivo e creativo. La persona resiliente è quella che trasforma uno svantaggio in un vantaggio.


Un altro tema, che verrà affrontato nei corsi, sarà quello delle religioni in tempo di covid. Mi ha colpito questa frase scelta per presentarlo: “L’epilogo più grigio sarebbe quello di lasciare cadere nell’irrilevanza l’esperienza vissuta”. Lei pensa che si stia correndo questo rischio, che nella società manchi un po’ una riflessione sul senso profondo di quello che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo?
L’esperienza dolorosa del coronavirus è stata vissuta dagli uomini di ogni religione. Tutti si sono organizzati nel continuare a pregare a distanza, sentendosi ancora comunità. I cristiani sono ricorsi a funzioni religiose con dirette via internet, con bollettini parrocchiali online o con conferenze video di sacerdoti e religiosi. Anche il suono delle campane ha aiutato a sentirsi uniti nella prova. So che molti buddisti hanno intensificato e rafforzato quegli esercizi della mente che aiutano a mantenersi tranquilli. In televisione si sono visti gli induisti pregare e meditare davanti ai loro piccoli templi domestici con le statue delle loro divinità. I musulmani, nella sofferenza per il fatto che la comunità non poteva riunirsi assieme per pregare, si sono rifugiati nella preghiera domestica e nello studio del Corano con i propri familiari. Insomma per tutti c’è stata la grande occasione per riscoprire i valori più autentici. Non è cosa da poco se in tanti hanno cominciato a discernere tra ciò che è superfluo e ciò che è indispensabile. Voglio credere che sia aumentata la compassione per chi soffre e che tanti abbiano recuperato l’importanza delle relazioni umane. Se il coronavirus non ha insegnato tutto questo, allora è stato un avvenimento traumatico e doloroso ma che …non ha educato a nulla.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 ottobre 2020

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“Io, tra i primi medici volontari nel reparto ‘COVID 3’ di Cona: Facciamo il possibile, ma lì la solitudine è terribile”

20 Apr

Lorenzo Cappellari, 61 anni, medico Chirurgo, è stato tra i primi a offrirsi volontario per affiancare i colleghi in uno dei reparti dedicati ai malati di coronavirus. Ecco la testimonianza di quelle tre settimane indimenticabili: la paura di contagiare pazienti e famigliari, l’impossibilità di rapporti umani pieni, l’affidamento al Signore

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A cura di Andrea Musacci

Quando la Direzione Generale dell’Ospedale di Cona si è rivolta anche al suo reparto di Chirurgia d’Urgenza, per richiedere medici e infermieri che svolgessero tre settimane nei nuovi reparti COVID, il dott. Lorenzo Cappellari non ha impiegato molto a decidere di offrirsi volontario. O meglio, ha voluto prima confrontarsi con Silvia, sua moglie, e con Marcello, loro figlio. E da entrambi, pur nel timore, il sostegno non è mai mancato. Cappellari ha 61 anni, vive a Ferrara, quartiere Quacchio, è impegnato nella sua parrocchia dove, dal 2013, presta servizio anche come accolito. “Quando è scoppiata l’emergenza – spiega a “la Voce” -, all’Ospedale di Cona c’è stata una rivoluzione nell’assetto dei reparti: è stata bloccata la Chirurgia in elezione, e mantenuti invece gli interventi improcrastinabili, ad esempio in oncologia. Come Chirurgia d’Urgenza abbiamo continuato la nostra attività ma c’è stato un calo degli accessi, in particolare per quanto riguarda la traumatologia, evidentemente legato al blocco della circolazione e delle attività lavorative. La Direzione Generale – prosegue Cappellari – ha dunque chiesto anche a noi la disponibilità, per periodi limitati, ad aiutare i colleghi internisti nei nuovi reparti COVID, per non trovarsi impreparati di fronte all’eventuale arrivo di molti pazienti. Richiesta che era nell’aria da giorni, ma è arrivata con estrema urgenza: io mi sono offerto, sono stato tra i primi a rendermi disponibile. Ho chiesto aiuto ogni giorno al Signore, che mi desse la forza e che non contagiassi nessuno, né in ospedale né a casa”.

Dal 21 marzo al 13 aprile Cappellari ha prestato servizio nell’ultimo reparto COVID aperto, il “COVID 3”. Poi si è fermato per due giorni, e da giovedì 16 ha ripreso il suo servizio a Chirurgia d’Urgenza, lasciando il posto ad altri colleghi che vi staranno per altre tre settimane. “La gestione del paziente COVID è complicata”, ci racconta: “mantenere le distanze, toccare il meno possibile malati e oggetti. Senza considerare che vi sono anche pazienti dializzati. E sapendo che se, in un reparto COVID, può entrare poco, praticamente nulla vi può uscire. Anche la nostra vestizione è alquanto complessa, dovendo seguire un iter ben preciso. Ognuno di noi lavora su turni di 6 ore, dalle 8 alle 14 o dalle 14 alle 20. Alla mattina noi medici ci ritroviamo per fare il punto della situazione dei pazienti ricoverati, poi ci rechiamo nelle stanze per visitarli: il giro dei malati viene svolto da due medici, un internista e un altro dei colleghi in affiancamento. L’organizzazione prevede che al di fuori del reparto vi siano altri medici in un ambiente ”pulito” (il cosiddetto open space) in collegamento con i medici dentro al reparto COVID, per la gestione della parte burocratica (cartelle cliniche, richiesta di esami, stampa dei referti, consulenze, materiali, contatti con i parenti, ecc.). Le cartelle cliniche – prosegue – rimangono nell’ambiente ‘pulito’ e vanno aggiornate con i dati che i medici dentro al COVID trasmettono telefonicamente, tramite la rete o via fax ai colleghi che sono fuori. Anche questa parte è resa difficoltosa dalla necessità di evitare ogni possibile contaminazione al di fuori del reparto COVID”.

La stessa svestizione è forse anche più complicata rispetto alla vestizione: ci si cambia completamente, seguendo vari passaggi prestabili, si scende per farsi la doccia e poi si torna su per la riunione conclusiva della mattinata, a favore di coloro che iniziano il turno pomeridiano. “Per quest’ultimo fondamentale passaggio, in realtà, il conteggio delle ore di lavoro, alla fine, non è mai otto ma circa dieci”. Ma l’aspetto maggiormente doloroso di questa drammatica situazione, è quella riguardante l’estrema difficoltà di ogni tipo di rapporto umano. Innanzitutto, tra i pazienti ricoverati e i famigliari: quest’ultimi non sono ammessi nei reparti COVID, ma almeno anche a Cona esiste la possibilità di utilizzare tablet per mettere in contatto i malati con i propri cari. Proprio nelle ultimissime settimane sono state donate alcune decine di questi dispositivi per i reparti COVID. “La solitudine qui è terribile, soprattutto per i ricoverati anziani, quindi che più facilmente si disorientano, soffrono il non aver qualcuno vicino”. È l’isolamento di chi è malato, di chi ha paura, di chi vive gli ultimi giorni, le ultime settimane senza più rapporti, non avendo la vicinanza dei propri cari. È la solitudine di chi muore solo. “Tra noi medici e tra noi e i pazienti – ci spiega Cappellari -, i contatti sono limitatissimi e inevitabilmente poco ‘umani’: si parla il meno possibile, a distanza, non c’è tempo, come prima, coi colleghi per un caffè o per fare due chiacchiere nelle pause. E il paziente di noi medici o infermieri vede a malapena gli occhi, perché il resto è coperto. E magari sono pure intimoriti nel vederci così coperti. Tutto ciò purtroppo li disorienta, soprattutto i più anziani”.

Inoltre, essendoci nei reparti COVID medici e infermieri da diversi reparti, gli stessi rapporti professionali sono stravolti: “io stesso – prosegue – diversi infermieri coi quali ho lavorato in quest’ultime settimane, prima non li conoscevo nemmeno. Anche nei loro occhi, che sono spesso l’unica parte del loro viso ad aver visto, tante volte ho letto tristezza, preoccupazione, anche perché infermieri e OSS sono davvero degli eroi, coloro che stanno a maggior contatto coi pazienti, che si occupano anche delle cure igieniche, stando quindi diverse ore al giorno a contatto con una carica virale davvero imponente”. Per non parlare del rischio di venire in contatto, fuori dal reparto COVID, con un paziente contagiato ma ignaro di esserlo. Una piccola luce di umanità Cappellari è riuscita a donarla, grazie anche al cappellano don Giovanni Pertile: “mi aveva consegnato alcune cartoline con gli auguri del nostro Arcivescovo, e sono riuscito a darne, a Pasqua e il Lunedì dell’Angelo, ad alcuni pazienti e colleghi che lo desideravano: li hanno accolti con grande gioia”.

(Foto: Cappellari insieme a Maria Grazia Cristofori, caposala del reparto COVID 3)

(Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2020: http://www.lavocediferrara.it)