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Arte e architettura per una nuova esperienza di fede: parla il liturgista don Tagliaferri

4 Ott
La facciata
L’altare

Don Roberto Tagliaferri è uno dei protagonisti del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo a Ferrara: «l’apparato iconografico è tradizionale nei contenuti e innovativo nello stile»

A cura di Andrea Musacci
Lo spazio sacro e il suo apparato iconografico come elementi decisivi per vivere un’esperienza di fede nuova e più profonda, consapevoli della necessità di una conversione continua. Abbiamo incontrato don Roberto Tagliaferri, teologo e liturgista ideatore del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo insieme all’architetto Benedetta Tagliabue e all’artista Enzo Cucchi.

Don Roberto Tagliaferri

Don Roberto, l’edificio sacro non è un mero contenitore ma un elemento essenziale nell’esperienza di fede. In che modo questo discorso vale per la nuova chiesa di San Giacomo?

«Vi sono due aspetti fondamentali da considerare per quanto riguardo un edificio sacro: il primo è quello che possiamo definire linguistico, che riguarda la performatività e l’efficacia. Le scelte architettoniche fanno parte di questo primo ambito funzionale. Ma lo spazio sacro non si riduce a questo: deve anche, e soprattutto, far sentire la Presenza di Cristo, permettendo al fedele di vivere un’esperienza religiosa, permettendogli di esprimersi».  


In questo discorso naturalmente rientra anche l’apparato iconografico: le opere di Enzo Cucchi possono non essere immediatamente comprensibili da tutti. Come l’arte, quindi, nel caso della chiesa di S. Giacomo può provocare positivamente i fedeli?

«L’iconografia presente nella nuova chiesa è tradizionale come contenuti e innovativa come linguaggio. Spiego perché. I contenuti sono quelli della nostra fede, della nostra tradizione. L’iconografia segue, quindi, la dinamica tra Antico e Nuovo Testamento. Le grandi croci presenti su alcune delle pareti interne dell’edificio hanno dei “fazzoletti” che richiamano l’Antico Testamento, anche nella stessa attesa della venuta del Messia, o nella profezia di Natan a re Davide, nel richiamo al Messia sofferente con la figura di Giobbe. Insomma l’Antico Testamento è sempre legato alla Croce, che è il criterio interpretativo della storia della salvezza.Nel lato sinistro della chiesa, invece, troviamo il compimento con l’Incarnazione, rappresentato dalla Madonna che tiene in grembo il Messia, oltre ad alcuni elementi della Nuova Alleanza, in particolare le due leggi di Gesù Cristo: il richiamo a diventare come bambini (“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”, Mt 18,1-5, ndr) e la parabola del chicco di grano (“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto», Gv 12,24-26, ndr).Nella parete del presbiterio, poi, vi è il passaggio da Gesù alla Chiesa – rappresentata da una nave il cui albero maestro è una croce –, e un elemento escatologico rappresentato dalla croce gemmata, quella della gloria, dei cieli nuovi e della terra nuova. Oltre alla grande croce di legno formata dalla trave principale a vista».


Questo aspetto tradizionale si coniuga, però, con lo stile innovativo dell’artista Cucchi…

«Esatto: ogni generazione deve ridire la fede e deve farlo con linguaggi sempre nuovi. Per questo anche l’iconografia della nuova chiesa non ha nulla di tradizionale. Non ha senso ripetere stili che appartengono al passato».


Le persone che vi entreranno, quindi, potranno vivere un’esperienza religiosa nuova rispetto a prima. All’inizio, però, potranno sentirsi spiazzati. Cosa possiamo consigliare perché possano sentirsi a casa, pur in una casa nuova?

«Gesù stesso parla di “cose nuove e cose antiche” (le parabole del tesoro, della perla, della rete e dello scriba in Mt 13,44-52, ndr). L’arte deve percepire la sensibilità delle nuove generazioni, altrimenti si riduce a imitare cose passate. Pur essendosi conclusa l’epoca dell’elemento rappresentativo, l’arte – come diceva Heidegger – rimane un “urto” (stoss), qualcosa che ti costringe  a pensare e non solo a essere rassicurato. L’arte non è il sapere già saputo. Così, si va in chiesa ogni volta per essere convertiti, per uscirne trasformati. E l’arte deve aiutare questa trasformazione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

https://www.lavocediferrara.it/

Veduta aerea della chiesa

Per chi suona la campana? Un cammino per riscoprirlo

4 Ott
Giovanni Vecchi durante il Cammino

Giovanni Vecchi, maestro campanaro ferrarese, dal 5 al 29 settembre ha compiuto un pellegrinaggio a piedi da Bologna a Roma. Obiettivo: far conoscere quest’antica arte. Lo abbiamo incontrato

di Andrea Musacci
Cercare nuove vie per far conoscere, o riscoprire, un’arte antica come quella campanaria. Questo l’obiettivo, anzi la direzione, di Giovanni Vecchi, maestro per i campanari ferraresi, che lo scorso 29 settembre ha concluso il suo Cammino da Bologna a Roma per portare a quante più persone – di volta in volta insieme ad altri campanari bolognesi o da solo – l’arte di chi suona le campane.

Domenica 5 settembre la partenza da Porta Saragozza a Bologna verso il santuario di San Luca per poi raggiungere l’8 il santuario di Montovolo e poi nella valle del Reno per il “triduo sonoro” di annuncio della festa della Natività della Vergine. Il 9 il cammino è ripreso verso San Miniato in provincia di Pisa, dov’era previsto un incontro per spiegare l’iniziativa. Poi di nuovo giù verso la Capitale, passando, tra l’altro, per Siena, Bolsena e Viterbo.

Giovanni Vecchi, originario di Bologna ma residente a Ferrara dal 1985, lavora nel mondo delle telecomunicazioni, occupandosi in particolare di ponti radio e misure. «L’essere un campanaro – ci spiega – è comunque una parte che riguarda la mia vita nel senso più pieno del termine». Una vocazione che l’ha convinto ad attraversare a piedi mezza Italia per portare il suono e l’anima di quest’arte.


Giovanni, da quanto tempo fa parte dei Campanari ferraresi? 

«Il mio rapporto con i Campanari ferraresi è piuttosto profondo: ho avuto la fortuna di essere il loro maestro e di avere trovato in loro la passione che ha permesso di ricostruire la “campaneria” ferrarese, ancor prima del 2007, quando il campanile del Duomo di Ferrara venne restituito al suono a mano».


Come e quando è nata l’idea di intraprendere questo Cammino?

«L’anno scorso durante la pandemia: l’emergenza ha evidenziato da un lato la necessita delle campane, come il Card. Zuppi ha spiegato con chiarezza, dall’altro il fatto che le intenzioni dietro al suono delle campane possono essere approfondite. Cosa meglio di un cammino condiviso per pensare a nuove vie?».


È la prima volta che faceva un’esperienza del genere?

«Sì, tuttavia ho sempre pensato che il cammino, il camminare, il non restare fermi ma essere migratori con il corpo e col pensiero fosse un valore. L’espressione “idea peregrina” mi piace molto, penso che nelle “idee peregrine” si possano celare soluzioni alle difficoltà con cui la vita ci misura».


«Salvaguardare le cose dove le cose sono vive»: in questo modo, in uno dei suoi video-diario pubblicati dai Campanari ferraresi su Facebook, parla del senso del Cammino. Ci spiega meglio?

«Si tratta di osservare e tenere conto della fertilità degli ambienti che ci circondano, dove le idee attecchiscono, possono diventare abbastanza grandi per essere d’ esempio, diventare quindi buone proposte, realizzabili anche in ambienti difficili o refrattari. La refrattarietà alle campane è dovuta a mio parere all’incapacità di spiegare che il loro suono, o meglio la loro voce, non è di chi le suona, ma di chi le ascolta».


Con questo suo Cammino che servizio pensa di aver svolto per i campanari e, soprattutto, per le tante persone che non conoscevano la vostra realtà? 

«Fatico a pensare che un cammino sia un servizio in sé. Se dovessi rappresentare il cammino con un simbolo, userei la freccia, non per la sua velocità ma per il fatto che indica una direzione. Con questo Cammino spero di essere riuscito a comunicare l’idea che occorre una direzione verso la quale andare. Penso che la parola “tradizione” non sia particolarmente utile ai campanari, e forse neppure alla Chiesa, ma penso che le campane siano lo strumento che gli uomini hanno a disposizione per cantare il Creato. Un po’ come fanno gli uccelli, che riempiono di messaggi l’aria senza bisogno di parole».


Come questa esperienza l’ha cambiata?

«Sono stati 24 giorni di buon umore, di fatica fisica e di realizzazione di un desiderio, dove ho avuto la possibilità di ascoltarmi e di guardarmi dentro: non capita sempre, lasceranno il segno».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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