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«Sospesa e magica, una novità per Ferrara»: Benedetta Tagliabue racconta la chiesa di San Giacomo

18 Ott


Benedetta Tagliabue nella chiesa di San Giacomo

L’architetto che ha ideato la nuova chiesa dell’Arginone spiega a “La Voce”: «antico e nuovo, calore e povertà si fondono». I tre legami con la Spagna, quello col Balloons Festival e con la storia della nostra città

di Andrea Musacci

Prima di tornarci per la nuova chiesa dell’Arginone, Benedetta Tagliabue a Ferrara c’era venuta una volta sola. Un’occasione molto speciale: il viaggio di nozze col marito Enric Miralles, scomparso nel 2000 a soli 45 anni.

Nel suo destino, tragico e magnifico, c’è dunque Ferrara. Per lei, architetto – per alcuni “archistar” – di origini milanesi ma laureatasi allo IUAV di Venezia (dove ha conosciuto Enric) un’emozione tornare nella nostra città per “sfidarla”, per dimostrare che si può costruire un edificio sacro innovativo, audace senza “fare a botte” col quartiere che lo ospita. Un impegno non da poco per lei alla prima esperienza di progettazione di una chiesa.

Dopo la morte del marito, Tagliabue è rimasta sola al comando dello Studio Miralles Tagliabue EMBT, che ha la sua sede principale a Barcellona (vedremo dopo gli altri due legami con la Spagna), e a Shangai. In tutto, sono una quarantina le persone che lavorano nello Studio, una decina delle quali ha realizzato il progetto per San Giacomo. Fra i progetti realizzati, lo Studio vanta quello della sede del Parlamento di Edimburgo, il Padiglione spagnolo all’Expo mondiale di Shanghai 2010, il mercato di Santa Caterina a Barcellona, il Municipio di Utrecht nei Paesi Bassi, la Stazione centrale della metropolitana di Napoli e quella di Clichy-Montfermeil, oltre al nuovo polo amministrativo della Regione Sicilia e a diversi edifici in Cina, fra cui il Conservatorio di Shenzen. Tagliabue è stata visiting professor presso la Harvard University, la Columbia University e Barcelona ETSAB. Nel maggio 2019 ha ricevuto la Croce di Sant Jordi concessa dalla Generalitat della Catalogna per l’eccellenza della sua pratica professionale nel campo dell’architettura nel mondo. È anche direttrice della Fondazione Enric Miralles.

Ma la prima domanda che le poniamo è su questo piccolo quartiere periferico di Ferrara, di passaggio, brano di tessuto suburbano che sembra uscito da una canzone de “Le luci della centrale elettrica”. Qui, tra il carcere e la sede di Ingegneria, come “convincere” i residenti che la nuova chiesa non è un’astronave venuta da un altro mondo? «L’intenzione, invece – ci risponde un po’ a sorpresa -, è stata proprio di ideare un po’ un’astronave, nel senso che l’edificio richiama – ispirandosi al Ferrara Balloons Festival – una mongolfiera colorata che leggera cade dal cielo e sembra quasi, nel posarsi a terra, rimanere sospesa. Spero quindi che chi la ammirerà possa sentire il calore e l’attrazione che le forme dell’edificio vogliono trasmettere». La scommessa è lanciata, bisogna guardare la nuova San Giacomo con occhi nuovi. «È un edificio speciale, volutamente non troppo classico: abbiamo scelto di non ispirarci agli edifici storici di Ferrara, ma di creare qualcosa che fosse davvero nuovo».

Nessun richiamo al passato, dunque, viene da pensare. Ma non è del tutto così. La Madonna “nera” proviene dalla chiesa delle Stimmate di via Palestro, e le due grandi travi a forma di croce che sovrastano i fedeli nell’ambiente centrale, sono state ricavate dal legno proveniente da un vecchio ambiente del Municipio cittadino. In particolare, è stato don Stefano Zanella a scegliere la statua mariana, rimanendone subito folgorato. «Mi ricorda – prosegue Tagliabue – la Moreneta, la Madonna nera nel Monastero benedettino di Montserrat» in Catalogna. E il “nero” della Vergine Maria, vigile di fianco all’altare, richiama anche le cromie dei “fazzoletti” che Cucchi ha “posato” sulle grandi croce adornanti alcune pareti, così diverse dalla magnetica croce gemmata nel presbiterio.

Si tratta del secondo dei tre legami tra la nuova chiesa e la penisola iberica. Come non pensare, poi, a quello fortissimo tra San Giacomo Apostolo e la Spagna? Il corpo del primo apostolo martire, decapitato nella primavera dell’anno 42, fu trafugato dai suoi discepoli, che riuscirono a portarlo sulle coste della Galizia. Il sepolcro contenente le sue spoglie sarebbe stato scoperto nell’anno 830 dall’anacoreta Pelagio in seguito ad una visione luminosa. Dopo questo evento miracoloso, il luogo venne denominato campus stellae (“campo della stella”), dal quale deriva l’attuale nome di Santiago de Compostela. 

Antico e nuovo vivono, dunque, il loro sposalizio: la reliquia – un pezzo d’osso di una gamba di San Giacomo – posta in alcune occasioni all’ingresso (così è stato sabato 16), convive con l’arditezza delle linee o delle lampade come fiori sospesi nel loro dischiudersi o stelle nel cielo che, discreto, bagna con la sua luce immensa le crude pareti interne. “Guardate in alto!” sembra quindi l’invito di chi ha pensato, anzi, sognato questa casa costruita, pare davvero, in un “campo di stelle”. Bisogna partire dal cielo, dagli astri, dal soffitto con la grande croce di legno, maestosa ma anch’essa, in realtà, come posata, Segno definitivo di vittoria sulla morte, che parte dall’ingresso, con, a sinistra, il fonte battesimale (“regalo” del padre di Benedetta Tagliabue) e il confessionale, entrambi “luoghi” di trionfo sul peccato.

La miseria e la bellezza di ciò che è scarno ma in realtà vivo e complesso è rappresentato – ci spiega ancora Tagliabue – anche dalle pareti spoglie, «ma che in realtà spoglie non sono», non hanno nulla di vuoto ma raccolgono e conservano «tutta la bellezza del muro non finito, come un dipinto continuo, con effetti cromatici speciali», spontanei. Un riposo per gli occhi, si spera anche per il cuore, dopo aver seguito le “onde” della copertura e l’effetto frastagliato, e discontinuo, delle pareti esterne, uniformi però lungo l’intero perimetro, così che la canonica retrostante, le otto sale e l’aula magna sono come unite in un unico abbraccio, in unico sospiro con la chiesa, testa e cuore dell’intera struttura. Quasi a voler far intendere che l’afflato che richiama e vuole stringere a sé, nel Cristo risorto, è rivolto ben oltre, all’intera città di Ferrara.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 ottobre 2021

https://www.lavocediferrara.it/

(testo e foto di Andrea Musacci)

Arte e architettura per una nuova esperienza di fede: parla il liturgista don Tagliaferri

4 Ott
La facciata
L’altare

Don Roberto Tagliaferri è uno dei protagonisti del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo a Ferrara: «l’apparato iconografico è tradizionale nei contenuti e innovativo nello stile»

A cura di Andrea Musacci
Lo spazio sacro e il suo apparato iconografico come elementi decisivi per vivere un’esperienza di fede nuova e più profonda, consapevoli della necessità di una conversione continua. Abbiamo incontrato don Roberto Tagliaferri, teologo e liturgista ideatore del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo insieme all’architetto Benedetta Tagliabue e all’artista Enzo Cucchi.

Don Roberto Tagliaferri

Don Roberto, l’edificio sacro non è un mero contenitore ma un elemento essenziale nell’esperienza di fede. In che modo questo discorso vale per la nuova chiesa di San Giacomo?

«Vi sono due aspetti fondamentali da considerare per quanto riguardo un edificio sacro: il primo è quello che possiamo definire linguistico, che riguarda la performatività e l’efficacia. Le scelte architettoniche fanno parte di questo primo ambito funzionale. Ma lo spazio sacro non si riduce a questo: deve anche, e soprattutto, far sentire la Presenza di Cristo, permettendo al fedele di vivere un’esperienza religiosa, permettendogli di esprimersi».  


In questo discorso naturalmente rientra anche l’apparato iconografico: le opere di Enzo Cucchi possono non essere immediatamente comprensibili da tutti. Come l’arte, quindi, nel caso della chiesa di S. Giacomo può provocare positivamente i fedeli?

«L’iconografia presente nella nuova chiesa è tradizionale come contenuti e innovativa come linguaggio. Spiego perché. I contenuti sono quelli della nostra fede, della nostra tradizione. L’iconografia segue, quindi, la dinamica tra Antico e Nuovo Testamento. Le grandi croci presenti su alcune delle pareti interne dell’edificio hanno dei “fazzoletti” che richiamano l’Antico Testamento, anche nella stessa attesa della venuta del Messia, o nella profezia di Natan a re Davide, nel richiamo al Messia sofferente con la figura di Giobbe. Insomma l’Antico Testamento è sempre legato alla Croce, che è il criterio interpretativo della storia della salvezza.Nel lato sinistro della chiesa, invece, troviamo il compimento con l’Incarnazione, rappresentato dalla Madonna che tiene in grembo il Messia, oltre ad alcuni elementi della Nuova Alleanza, in particolare le due leggi di Gesù Cristo: il richiamo a diventare come bambini (“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”, Mt 18,1-5, ndr) e la parabola del chicco di grano (“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto», Gv 12,24-26, ndr).Nella parete del presbiterio, poi, vi è il passaggio da Gesù alla Chiesa – rappresentata da una nave il cui albero maestro è una croce –, e un elemento escatologico rappresentato dalla croce gemmata, quella della gloria, dei cieli nuovi e della terra nuova. Oltre alla grande croce di legno formata dalla trave principale a vista».


Questo aspetto tradizionale si coniuga, però, con lo stile innovativo dell’artista Cucchi…

«Esatto: ogni generazione deve ridire la fede e deve farlo con linguaggi sempre nuovi. Per questo anche l’iconografia della nuova chiesa non ha nulla di tradizionale. Non ha senso ripetere stili che appartengono al passato».


Le persone che vi entreranno, quindi, potranno vivere un’esperienza religiosa nuova rispetto a prima. All’inizio, però, potranno sentirsi spiazzati. Cosa possiamo consigliare perché possano sentirsi a casa, pur in una casa nuova?

«Gesù stesso parla di “cose nuove e cose antiche” (le parabole del tesoro, della perla, della rete e dello scriba in Mt 13,44-52, ndr). L’arte deve percepire la sensibilità delle nuove generazioni, altrimenti si riduce a imitare cose passate. Pur essendosi conclusa l’epoca dell’elemento rappresentativo, l’arte – come diceva Heidegger – rimane un “urto” (stoss), qualcosa che ti costringe  a pensare e non solo a essere rassicurato. L’arte non è il sapere già saputo. Così, si va in chiesa ogni volta per essere convertiti, per uscirne trasformati. E l’arte deve aiutare questa trasformazione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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Veduta aerea della chiesa