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Una grande festa diocesana: Sacra Famiglia, Santuario e 70°

5 Dic

Chiesa stracolma martedì 29 novembre per la doppia festa nella comunità di via Bologna. Don Bezzi: «in questa parrocchia è sempre stata forte la devozione mariana»

Lo scorso 29 novembre era gremita la chiesa della Sacra Famiglia per la Solenne Celebrazione di erezione della stessa a Santuario Arcidiocesano del Cuore Immacolato di Maria. 

Un evento memorabile, atteso da tanti anni, dopo che, solo per un breve periodo (dal ’52 al ’56) era  già stata Santuario. Ma vicissitudini, ormai confinate nella storia, fecero diventare l’edificio su via Bologna chiesa parrocchiale (invece di costruirne un’altra ad hoc nelle vicinanze), e non più Santuario. 

Ora, invece, la grande comunità guidata da don Marco Bezzi ha il “privilegio” di rimanere parrocchia e in più, la stessa Casa, di essere riconosciuta anche come Santuario mariano.

Il dipinto rinato

La cerimonia del 29 ha visto, prima della liturgia, la benedizione da parte dell’Arcivescovo del quadro a olio “Maria col Bambino Gesù e i Santi Margherita, Girolamo e Petronio”, donato a suo tempo dal parrocchiano Ing. Ubaldo Masotti (in chiesa era presente il figlio Luigi con la moglie). 

L’opera, esposta sulla parete sud dell’edificio, è stata restaurata, come quella dell’immagine del Cuore Immacolato di Maria nell’abside, da Natascha Poli, con il contributo degli “Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi”. 

Poli, nata e cresciuta proprio nella parrocchia della Sacra Famiglia, ha eseguito i lavori in collaborazione col Laboratorio di restauro di Alberto Mauro Sorpilli. «È stato un lavoro impegnativo e delicato», ci spiega la restauratrice: «era praticamente impossibile distinguere i volti».

Le parole del parroco

Prima della lettura del Decreto di erezione a Santuario, da parte di don Nicola Gottardi (vicario parrocchiale – insieme a don Thiago Camponogara – e vice Cancelliere Arcivescovile), Caterina Villani, parrocchiana, ha portato i saluti della comunità, seguiti da quelli del parroco. 

«Nella nostra parrocchia c’è da sempre un’autentica devozione mariana, quindi la scelta del Santuario non c’entra niente con la nostalgia», ha spiegato don Bezzi. Citando la “Marialis Cultus” di Paolo VI del ‘74 (par. 35) – «La Vergine Maria è stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione dei fedeli» perché «fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo» -, il parroco ha invitato a un maggiore «ascolto della Parola, alla carità, allo spirito di servizio, all’adesione totale alla volontà di Dio, per un mondo dove, in attesa del ritorno del Cristo, possa regnare la pace». 

«Voglio ringraziare questa comunità, nella quale sono cresciuto e dove ho svolto il servizio di chierichetto, catechista, educatore, volontario Unitalsi», ha proseguito. «Qui, ho imparato a pregare e a mettermi al servizio del prossimo e della Chiesa». 

L’omelia del Vescovo

«Era il 29 novembre 1952 – ha detto mons. Gian Carlo Perego nell’omelia ricordando le origini della parrocchia -, «anni in cui era ancora viva la sofferenza della guerra, le distruzioni, e quando la città, profondamente segnata dai bombardamenti, rinasceva. La costruzione, nel 1949, e la consacrazione di questa chiesa erano un segno di questa rinascita. E in 70 anni questa chiesa è stata al centro della vita di una comunità che cresceva lungo l’antica via Bologna, accompagnata dai suoi pastori». 

«I Santuari – ha poi proseguito – sono il segno vivente del cuore di Maria che accompagna la vita della Chiesa», e ora anche in questo Santuario si può «sperimentare la maternità di Maria, il suo amore».

Lo Statuto di erezione

Prima della lettura da parte dell’Arcivescovo (davanti all’immagine sull’abside, insieme ai presenti) dell’Atto di Consacrazione della Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, don Gottardi ha letto lo Statuto di erezione del Santuario: «si auspica possa diventare in modo crescente meta di pellegrinaggi per i fedeli dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio», è scritto. E ancora: «I pellegrini potranno acquistare l’indulgenza parziale, alle consuete condizioni, ogni volta che presso il Santuario parteciperanno con fede e devozione ad una Celebrazione Eucaristica, o reciteranno l’apposita preghiera» [alla Vergine Maria], «scritta e approvata dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego». «Presso il Santuario – un’altra importante avvertenza indicata nel testo – devono essere celebrate con cura: la Solennità del Cuore Immacolato di Maria; la processione ogni primo sabato del mese al termine della Santa Messa vespertina; la Santa Messa votiva di Santa Maria in sabato».

Il saluto di mons. Turazzi

Grande calore, come sempre, hanno portato nei presenti le parole finali di mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro, ed ex parroco della Sacra Famiglia (dal 2005 al 2013; tra i sacerdoti era presente anche il suo successore don Mauro Ansaloni): riandando all’ingresso in chiesa (“innevata” dai calcinacci caduti) la mattina del terremoto del 20 maggio 2012, ha ricordato il suo pensiero di allora: «Gesù, come noi anche tu sei terremotato…». «Ho capito, insomma, con ancora maggiore forza, che la Chiesa è il Signore che vive con noi, che il suo tempio siamo noi, la sua comunità di fedeli. Dopo la celebrazione di ogni Sacramento – ha proseguito -, salivamo sulla loggia per ringraziare la Madonna: e questo semplice gesto, ho notato più volte, commuoveva anche tanti atei». 

Ai due Vescovi è stata donata una riproduzione incorniciata dell’immagine stessa.

Mostra nella vicina Cappella Revedin

A seguire taglio del nastro e visita della mostra nella Cappella Revedin. L’esposizione dal titolo “Ti racconto i 70 anni della Sacra Famiglia”, è stata curata, e presentata, da un gruppo di giovanissimi della parrocchia che hanno selezionato una 40ina di foto fra le oltre 200 conservate nell’archivio parrocchiale per essere esposte insieme a un video nel quale scorrono altre immagini prestate per l’occasione da diversi parrocchiani. La mostra è aperta nelle domeniche prima di Natale o su richiesta (parrocchia: tel. 0532 767748 – mail: segreteria@sacrafamiglia.fe.it).

A seguire, rinfresco nella palestra con taglio finale della torta per il 70° della parrocchia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

Sentirsi amati, sempre: l’impegno del SAV

12 Mag
Alcune volontarie davanti alla sede del SAV

Siamo andati nella sede del Servizio Accoglienza alla Vita di Ferrara per incontrare le volontarie. Perché la vita si difende, innanzitutto, con l’amore e la vicinanza alle persone

Impressionano quelle file di alti scaffali dove ordinatamente sono stipati ogni genere di indumenti per bambini di età diverse, e, dal lato opposto dello stanzone, le file di alimenti a lunga conservazione. Siamo nella sede del SAV – Servizio di Accoglienza alla Vita di Ferrara, per la precisione nell’ambiente dedicato alla distribuzione. Ma ciò che colpisce ancora di più, ogni volta che si varca la soglia d’ingresso, sono il calore e la gioia che le tante volontarie impegnate mettono in ogni piccolo gesto, in ogni sorriso.

Qui in via Arginone, a metà strada fra il carcere e la chiesa di San Giacomo, ogni mattina dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 12 decine di volontarie accolgono mamme coi loro figli, a volte anche papà, venuti per ricevere in dono alimenti o indumenti soprattutto per i loro bambini, e a volte anche per sé. Il sabato, invece, oltre all’attività di segreteria, è prevista l’accettazione del materiale donato.

Attualmente sono 70 i soci (perlopiù donne), di cui 44 volontarie attive regolarmente. Sono donne che fanno della concretezza la loro forza, ma senza che il loro impegno diventi qualcosa di meramente burocratico e dimostrando, semplicemente col loro esserci, che i Centri di aiuto alla vita non sono etichettabili solo come gruppi “anti aborto”. «Certo, il nostro discorso va controcorrente – ci spiega la presidente Alessandra Cescati Mazzanti -, per noi la vita inizia col concepimento. Ma siamo persone competenti, e il nostro carisma va rispettato». La loro missione consiste nell’essere vicine alle donne, ai loro bimbi, alle loro famiglie. «Molte madri ci dimostrano riconoscenza anche a distanza di tempo, perché si sono sentite e si sentono amate da noi».

In questo periodo il SAV di Ferrara aiuta 292 famiglie: 59 vengono nella sede di via Arginone in maniera continuativa ogni settimana per ritirare indumenti, alimenti per i bimbi (pastine, omogeneizzate) e alimenti a lunga conservazione i genitori. 73 famiglie, invece, ritirano solo indumenti, e alimenti per i bimbi, mentre le restanti 160 ritirano un po’ di tutto ma saltuariamente, vale a dire circa ogni 3-4 mesi. Sono famiglie soprattutto straniere (la maggior parte nigeriane e marocchine), ma quelle italiane rappresentano una minoranza corposa. 

Il SAV ha anche aiutato la popolazione ucraina nelle prime settimane del conflitto in corso. Alla parrocchia guidata da padre Vasyl Verbitskyy sono stati consegnati tre pulmini pieni di materiale poi recapitati nel Paese in guerra: nello specifico, sono stati raccolti 15 lettini da campeggio, pannolini, alimenti per bimbi, coperte, vestiti, assorbenti, biancheria, e 250 kg di pasta acquistati coi soldi raccolti grazie a una delle serate di Burraco che regolarmente organizzano come forma di autofinanziamento. «Il nostro rapporto con padre Vasyl – ci spiegano – è iniziato ben prima dello scoppio del conflitto: ad esempio, lo scorso dicembre ci ha chiesto di aiutarlo per l’acquisto di un farmaco per un bambino, introvabile in Ucraina, e siamo riuscite ad aiutarlo».

Oltre agli indumenti, gli investimenti più consistenti sono naturalmente quelli per latte e pannolini, per cui vengono spesi ogni mese circa 2mila euro. Un’altra forma di aiuto del SAV avviene mettendo a disposizione i due appartamenti dell’Associazione presenti in via Baluardi, che possono ospitare 4 mamme coi loro bimbi. Nello stesso edificio ha anche sede il Laboratorio “Mani d’oro”. Soprattutto tramite il passaparola e la pagina Facebook, le volontarie riescono a raggiungere più persone possibili per chiedere aiuto quando vi sono necessità particolari. Come nel caso di una mamma, che dopo un certo periodo in uno degli appartamenti di via Baluardi, a breve si trasferirà in un alloggio del Comune, sprovvisto di tutto, mobili compresi. E grazie al passaparola, in tanti si stanno rendendo disponibili per aiutarla.

Non mancano, poi, raccolte straordinarie, come quelle durante la Giornata della Colletta Alimentare, o come quelle nei supermercati Coop: la prossima è in programma alla Coop del Doro sabato 14 maggio dalle ore 8 alle 13, con 8 volontarie che si alterneranno per la raccolta.

Un altro importante capitolo dell’impegno del SAV riguarda l’accoglienza nella propria sede di studenti in percorsi di stage in Alternanza Scuola Lavoro (soprattutto da Einaudi, Ariosto e Roiti) e l’adesione, da cinque anni, al Progetto di Accoglienza per Attività di Volontariato Sostitutiva della Sanzione dell’Allontanamento Scolastico.

Paola Mastellari, referente di questi due progetti, ci illustra i risultati dell’accordo tra il SAV e il Centro Servizi per il Volontariato, che fa da intermediario tra le associazioni e le scuole. «Lo scorso gennaio abbiamo ripreso i contatti con le scuole, dopo la sospensione per l’emergenza Covid. In questi primi mesi dell’anno abbiamo ospitato quattro studenti: a gennaio due ragazze dell’Einaudi per l’Alternanza Scuola Lavoro, che sono state qui da noi per tre settimane. Sono rimaste talmente contente che, a conclusione del progetto, hanno portato quattro loro compagne di classe per fargli conoscere la nostra realtà». Negli anni poi, assieme agli stagisti, «abbiamo portato avanti diversi progetti, ad esempio sulla prevenzione di incidenti domestici». 

Due sono, invece, i ragazzi accolti per l’Allontanamento Scolastico, uno dell’ITIS e l’altro, di 15 anni, del Vergani-Navarra, che farà esperienza al SAV dal 9 al 19 maggio. «Per noi è sempre una sorpresa la relazione che si crea con questi ragazzi sospesi da scuola», ci spiegano le volontarie. «Scopriamo, infatti, che sono persone molto sensibili e contenti di conoscere un mondo di cui non sapevano nemmeno l’esistenza. Speriamo sempre che qualche studente torni spontaneamente come volontario».

Riguardo a quest’ultimo gruppo di ragazzi accolti, le volontarie, dopo un colloquio e una visita alla sede, cercano di capire le loro attitudini e quindi come meglio renderli utili, ad esempio nel controllo delle scadenze degli alimenti raccolti, oppure nello stoccaggio o nella sistemazione degli scaffali. 

Quest’ultime iniziative legate al mondo della scuola dimostrano ancora di più la volontà del SAV di far comprendere la propria apertura all’intera cittadinanza e l’importanza di un servizio come questo che va avanti da 35 anni, fondamentale per difendere la cultura della vita non come sterile battaglia ideologica ma come fonte di speranza per tutti, soprattutto in una città come la nostra con un indice di natalità basso e in continuo calo.

Una cura, quella delle volontarie del SAV, che come dicevamo non si arresta ai primi mesi di vita del bambino, ma prosegue nel tempo, a volte per anni. Come nel caso di una giovane camerunense madre di una bimba, seguita dal SAV, che con le volontarie in queste settimane condivide la grande soddisfazione di aver conseguito la Laurea magistrale in Medicina e Chirurgia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

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«Dio è pace, Slava Ukraini!»

2 Mar
Don Vasyl (a destra) e alcuni uomini della comunità ucraina ferrarese prima della spedizioni di aiuti in Ucraina

Ferrara a fianco del popolo ucraino e in appoggio alla comunità cattolica ucraina guidata da don Vasyl  Verbitskyy: la possibilità di donare cibo e medicine da spedire in Ucraina, le bandiere solidali realizzate dalla parrocchia di  Comacchio, la preghiera in piazza a Ferrara, quelle nella chiesa di via Cosmè Tura e a Copparo, il sit in della Rete per la Pace…

di Andrea Musacci

La rabbia e l’orgoglio di un intero popolo, la risposta solidale e nella preghiera della città di Ferrara e dell’intera Arcidiocesi.

Anche nel nostro territorio i circa 3500 ucraini residenti vivono giorni di angoscia e di paura per i tanti cari in Ucraina e per il loro amato popolo. Oltre alla nostalgia della terra lontana, grande è ora il dolore per l’invasione russa scatenata il 24 febbraio dal Presidente Vladimir Putin.

Cibo e medicine: chi vuole può donare

La comunità cattolica ucraina di Ferrara da giovedì scorso sta raccogliendo generi alimentari a lunga conservazione (pasta piccola, sughi, biscotti, latte, tonno, caffè, zucchero, carne in scatola ecc.), medicinali (antidolorifici tipo oki, tachipirina, ibufrofene e similari) e materiali di primo soccorso (garze, bende, cerotti, disinfettanti ecc.) da spedire in Ucraina. Tutto quanto raccolto verrà trasportato via terra attraverso corridoi sicuri già attivi, che possono garantire il recapito diretto, il tutto in sinergia con Caritas diocesana e Caritas italiana. Sabato sera sono partiti i primi tre furgoni carichi di donazioni, arrivati alla chiesa della comunità greco-cattolica a Ternopil, nell’ovest del Paese. Altri sono partiti domenica. Come ci spiega don Vasyl, «una famiglia che conosciamo porterà parte dei beni raccolti con un pulmino alla dogana sul confine con la Polonia. La maggior parte del materiale raccolto, invece, verrà portato in Ucraina grazie alla Caritas dell’Esarcato apostolico ucraino in Italia», il cui Direttore don Volodymyr Medvid risiede a Cattolica. 

Il materiale da donare si può portare nella chiesa di via Cosmé Tura oppure si può far avere chiamando don Vasyl al 366-3958892. 

Anche diversi studenti universitari di Unife in questi giorni stanno aiutando gli ucraini nella raccolta del materiale e nella chiusura degli scatoloni da spedire. Il Comune, inoltre, si sta organizzando tramite le Farmacie comunali per donare farmaci, mentre Iper Tosano e altri supermercati cittadini doneranno alimentari.

Il gesto da Comacchio: bandiere e foulard fatti a mano

Il desiderio di aiutare il popolo ucraino ha stimolato la creatività di molti. Da Comacchio don Guido Catozzi ci spiega l’idea di alcune parrocchiane di realizzare a mano bandiere dell’Ucraina e foulard con gli stessi colori che chiunque può acquistare a offerta libera. Il ricavato verrà dato a don Vasyl per l’acquisto di beni alimentari e medicine da inviare in Ucraina. Un’iniziativa, questa, portata avanti dalla comunità di Comacchio insieme alle Chiese di Cervia, Cesenatico e di altre della Romagna.

S. Maria dei Servi santuario di pace

Da giovedì 24 febbraio la chiesa di Santa Maria dei Servi in via Cosmé Tura, 29 a Ferrara è diventata il punto di riferimento non solo per i tanti ucraini in città ma anche per tanti non ucraini che hanno scelto di esprimere la loro vicinanza. Anche questa settimana la chiesa è sempre aperta, dalla mattina alla sera. Lo scorso fine settimana dalle ore 9 alle 22 non è mai mancata una presenza. Si sono susseguite le preghiere per la pace, i Rosari, la Divina Liturgia. Sabato pomeriggio la preghiera ha visto anche la presenza di don Giacomo Granzotto, Responsabile dell’Ufficio liturgico diocesano, di p. Massimiliano Degasperi (parroco di S. Spirito) e di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio ecumenico.

Anche i Campanari Ferraresi hanno portato il proprio contributo suonando una volta al giorno da venerdì a domenica.

Domenica c’è stata anche una preghiera speciale, quella delle “Mamme in preghiera”, un gruppo della comunità ucraina ferrarese che da oltre 10 anni prima della Messa domenicale si ritrova per leggere e meditare un brano del Vangelo e per rivolgere una preghiera per i propri figli e nipoti in Ucraina. Un gesto che in questi giorni assume un significato ancora maggiore.

Ma non solo: mercoledì 2 marzo alle ore 19.30 nella chiesa di Copparo don Vasyl parteciperà a una preghiera per la pace invitato dal parroco don Daniele Panzeri. A Copparo da tanti anni risiede un nutrito gruppo di persone di origine ucraina. La sera del 25 febbraio diversi giovani si sono trovati a Casa Cini con don Paolo Bovina per un Rosario per la pace. Domenica 20 febbraio la comunità ucraina ferrarese si era ritrovata nella chiesa di S. Agostino per una veglia di preghiera trasmessa in tutto il mondo. In tante chiese in Diocesi si susseguono preghiere per la pace. La mattina di domenica 27 altro sit in spontaneo di una 30ina di ucraini in piazza Municipale.

«Non ci abbandonate!»

Nel tardo pomeriggio di venerdì 25 febbraio oltre 200 persone si sono ritrovate in piazza Repubblica per un momento di preghiera organizzato dalla comunità ucraina cattolica di tradizione bizantina guidata dal Cappellano don Vasyl Verbitzskyy. Lui stesso ci confessa che da quel maledetto giovedì non dorme, e come lui, tanti. Il pensiero è sempre al suo Paese, in particolare ai suoi genitori che vivono nell’ovest dell’Ucraina. Nei giorni scorsi, don Vasyl e altri si sono trovati di sera, di notte: «nessuno di noi riusciva a dormire, così invece almeno ci facevamo compagnia e ci sostenevamo a vicenda».

Il 25 presenti anche il Sindaco, il suo vice e alcuni Assessori. L’orgoglio patriottico e la profonda fede degli ucraini hanno trovato una spontanea espressione nei canti – civili e religiosi – intonati dai tanti presenti, molti fra le lacrime. Molti anche i bambini e i giovani, e tante quelle bandiere blu e gialle del loro amato Paese, gli stessi colori coi quali è stata illuminata la fontana della piazza.

Oltre all’orgoglio, però, c’è la rabbia. «È una vergogna che l’Europa non ci appoggi», grida una signora squarciando il silenzio fattosi pesante. «Non state zitti, ci sentiamo abbandonati. Ascoltate l’Ucraina!». Il suo grido è quello di un popolo martoriato che combatte fino alla morte contro l’invasore russo. “Stop alla guerra!”, urlano i presenti, una guerra non cercata né provocata. 

«Siamo qui per testimoniare la nostra volontà di pace», ha detto don Vasyl. «Il popolo ucraino è il popolo cristiano. Vi invito a pregare insieme a noi nella chiesa di via Cosmé Tura. Dio vi aspetta. Con Dio ci può essere la pace perché Dio è pace». 

Sit in per la pace (26 febbraio 2022) – Foto Andrea Musacci

Il sit in della “Rete per la pace”

Tantissime le persone che nel pomeriggio del 26 febbraio hanno riempito piazza Castello per il sit-in per la pace promosso dalle confederazioni sindacali e da diverse associazioni e partiti. Toccante, in particolare, la testimonianza di una donna ucraina che tra le lacrime ha raccontato di suo figlio soldato in Ucraina, richiamato nell’esercito lo scorso gennaio.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 marzo 2022

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Paoline, apostole di Cristo in nome di don Alberione

29 Nov
Suor Lidia Pozzoli, suor Daniela Cau, suor Luciana Santacà, suor Samuela Gironi

Abbiamo incontrato le Paoline di Ferrara in occasione del 50° anniversario dalla morte del loro fondatore 

Nella nostra città arrivarono nel 1940 e da quel momento non la lasciarono più. Punto di riferimento per la nostra comunità ecclesiale, e non solo, le Paoline di Ferrara insieme all’intera Famiglia Paolina ricordano i 50 anni dal ritorno alla Casa del Padre del loro fondatore don Giacomo Alberione, nato a San Lorenzo di Fossano  (Cuneo) il 4 aprile 1884 e deceduto a Roma il 26 novembre 1971. Il 26 giugno 1996 San Giovanni Paolo II l’ha dichiarato Venerabile. Lo stesso Pontefice il 27 aprile 2003 lo ha proclamato Beato. 


Le Figlie di San Paolo nella nostra città

Attualmente sono quattro le Paoline a Ferrara: Suor Daniela Cau, Superiora, arrivata nella nostra città nel maggio 2002, proveniente da Bologna; Suor Luciana Santacà, a Ferrara dal giugno 2002, proveniente da Perugia; Suor Lidia Pozzoli, qui dal 2014, precedentemente a Roma come l’ultima arrivata, suor Samuela Gironi, trasferitasi nella nostra città nel febbraio 2020. Fu proprio don Alberione, in visita a Ferrara, a scegliere nel 1962 insieme alla cofondatrice suor Tecla Merlo la sede di via San Romano, 35, abitazione delle suore e sede della libreria, edificio nel quale si trasferirono nel ‘66 dopo i necessari lavori di ristrutturazione. Precedentemente erano ospiti del Seminario diocesano nella vecchia sede di via Cairoli. Nei primi anni ‘60 le Paoline erano composte dalla Superiora sr M. Battistina Teodolinda Pisoni, da sr Pierina Maria Frepoli, sr Maria Nazarena Augusta Lovato, sr Maria Gabriella Almerina Manfrinati, sr Maria Saturnina Rosa Marcelli, sr Gaetanina Anna Medaglia, sr Maria Liliana Elda Ventresca. A queste si aggiunsero nel ‘61 sr Maria Federica Agnese Baronchelli (per un anno di postulato) e nel ‘62 sr Severina Maddalena Pellerino. 


Alcuni ricordi

«Ogni Paolina passata per la nostra comunità di Ferrara – ci spiega suor Daniela -, ha portato con sé nel proprio cuore sempre delle belle esperienze e delle riflessioni positive». Come ad esempio suor Maria Nives Toldo, che prima di morire il 25 ottobre 2016 all’età di 85 anni, alla sua Superiora ha detto: «il mio pensiero va alla comunità di Ferrara. Le avvisi che dal Cielo le proteggerò». Suor Toldo era stata a Ferrara dal 1955 al 1960 incaricata per l’apostolato nelle famiglie. Ritornò a Ferrara dal ’90 al ’92.O come suor Maria Adelaide Carandina, nata a Trecenta (RO) il 24 ottobre 1921, tornata alla Casa del Padre il 2 giugno 2011. Nel 1992 entrò nella comunità paolina di Ferrara anche per essere più vicina alla mamma, deceduta nel 2001. Dopo la morte della madre venne accolta nella casa “Giacomo Alberione” di Albano per trascorrere serenamente l’anzianità. Suor Maria Adelaide fu decisiva per la scelta vocazionale di don Fabio Ruffini, Cappellano della comunità paolina ferrarese: «nel momento delicato della mia conversione – ci racconta -, lei mi accolse. Era il tempo pasquale del 1994. Pian piano mi insegnò a pregare, ”a distanza” mi accompagnò al presbiterato, presente seppur già ammalata alla mia Prima Messa a Pontelagoscuro il 12 ottobre 2003».


«Don Alberione per noi»

«Aveva sempre chiara in mente la visione dell’universalità della Chiesa e quindi dell’apostolato», riflette con noi suor Samuela. «Preghiera e testimonianza» erano per don Alberione parole fondamentali, come anche la presenza paolina nelle librerie, la propaganda itinerante e le settimane bibliche. I banconi delle librerie paoline li definì veri e propri «pulpiti» da dove annunciare la Parola. «Le librerie Paoline – sono sue parole – non sono semplici negozi di compravendita. Esse debbono essere centri di luce, di amore, di preghiera. Debbono essere luoghi dove il Divin Maestro si siede volentieri per insegnare alla gente come fece quando pronunciò il discorso della montagna».


S. Messe di don Ruffini e del Vescovo

Venerdì 26 novembre, nell’anniversario della morte di don Alberione, alle 7.30 il Cappellano don Fabio Ruffini ha celebrato in sua memoria la S. Messa nella cappella della sede di via San Romano. Lunedì 29, invece, è stato mons. Perego a celebrare, sempre nella cappella, in memoria del fondatore delle Paoline. Don Alberione, nei suoi testi, ha «cantato senza fine le grazie del Signore», ha riflettuto don Ruffini nell’omelia. «Davanti a tante difficoltà, confidava nel signore. “Abbiate fede”, ripeteva sempre: in questa parole c’era tutta la sua vita». E la preghiera era sempre fondamentale per lui, la forma migliore di comunicazione col Signore. «Da lì – sono ancora parole di don Ruffini – gli veniva la forza, la luce per seguire le vie di Dio». Ma le immense grazie ricevute, don Alberione le ha sapute sempre «restituire»: aveva quindi coscienza di «essere sempre in debito col Signore, di “doversi” sdebitare nei confronti di un amore totalmente gratuito e più grande di noi». Da qui la centralità del discernimento». «Per questo ha potuto lasciare un’eredità così grande», perché ha saputo «leggere i segni dei tempi e cambiare le forme dell’apostolato». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021

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Per chi suona la campana? Un cammino per riscoprirlo

4 Ott
Giovanni Vecchi durante il Cammino

Giovanni Vecchi, maestro campanaro ferrarese, dal 5 al 29 settembre ha compiuto un pellegrinaggio a piedi da Bologna a Roma. Obiettivo: far conoscere quest’antica arte. Lo abbiamo incontrato

di Andrea Musacci
Cercare nuove vie per far conoscere, o riscoprire, un’arte antica come quella campanaria. Questo l’obiettivo, anzi la direzione, di Giovanni Vecchi, maestro per i campanari ferraresi, che lo scorso 29 settembre ha concluso il suo Cammino da Bologna a Roma per portare a quante più persone – di volta in volta insieme ad altri campanari bolognesi o da solo – l’arte di chi suona le campane.

Domenica 5 settembre la partenza da Porta Saragozza a Bologna verso il santuario di San Luca per poi raggiungere l’8 il santuario di Montovolo e poi nella valle del Reno per il “triduo sonoro” di annuncio della festa della Natività della Vergine. Il 9 il cammino è ripreso verso San Miniato in provincia di Pisa, dov’era previsto un incontro per spiegare l’iniziativa. Poi di nuovo giù verso la Capitale, passando, tra l’altro, per Siena, Bolsena e Viterbo.

Giovanni Vecchi, originario di Bologna ma residente a Ferrara dal 1985, lavora nel mondo delle telecomunicazioni, occupandosi in particolare di ponti radio e misure. «L’essere un campanaro – ci spiega – è comunque una parte che riguarda la mia vita nel senso più pieno del termine». Una vocazione che l’ha convinto ad attraversare a piedi mezza Italia per portare il suono e l’anima di quest’arte.


Giovanni, da quanto tempo fa parte dei Campanari ferraresi? 

«Il mio rapporto con i Campanari ferraresi è piuttosto profondo: ho avuto la fortuna di essere il loro maestro e di avere trovato in loro la passione che ha permesso di ricostruire la “campaneria” ferrarese, ancor prima del 2007, quando il campanile del Duomo di Ferrara venne restituito al suono a mano».


Come e quando è nata l’idea di intraprendere questo Cammino?

«L’anno scorso durante la pandemia: l’emergenza ha evidenziato da un lato la necessita delle campane, come il Card. Zuppi ha spiegato con chiarezza, dall’altro il fatto che le intenzioni dietro al suono delle campane possono essere approfondite. Cosa meglio di un cammino condiviso per pensare a nuove vie?».


È la prima volta che faceva un’esperienza del genere?

«Sì, tuttavia ho sempre pensato che il cammino, il camminare, il non restare fermi ma essere migratori con il corpo e col pensiero fosse un valore. L’espressione “idea peregrina” mi piace molto, penso che nelle “idee peregrine” si possano celare soluzioni alle difficoltà con cui la vita ci misura».


«Salvaguardare le cose dove le cose sono vive»: in questo modo, in uno dei suoi video-diario pubblicati dai Campanari ferraresi su Facebook, parla del senso del Cammino. Ci spiega meglio?

«Si tratta di osservare e tenere conto della fertilità degli ambienti che ci circondano, dove le idee attecchiscono, possono diventare abbastanza grandi per essere d’ esempio, diventare quindi buone proposte, realizzabili anche in ambienti difficili o refrattari. La refrattarietà alle campane è dovuta a mio parere all’incapacità di spiegare che il loro suono, o meglio la loro voce, non è di chi le suona, ma di chi le ascolta».


Con questo suo Cammino che servizio pensa di aver svolto per i campanari e, soprattutto, per le tante persone che non conoscevano la vostra realtà? 

«Fatico a pensare che un cammino sia un servizio in sé. Se dovessi rappresentare il cammino con un simbolo, userei la freccia, non per la sua velocità ma per il fatto che indica una direzione. Con questo Cammino spero di essere riuscito a comunicare l’idea che occorre una direzione verso la quale andare. Penso che la parola “tradizione” non sia particolarmente utile ai campanari, e forse neppure alla Chiesa, ma penso che le campane siano lo strumento che gli uomini hanno a disposizione per cantare il Creato. Un po’ come fanno gli uccelli, che riempiono di messaggi l’aria senza bisogno di parole».


Come questa esperienza l’ha cambiata?

«Sono stati 24 giorni di buon umore, di fatica fisica e di realizzazione di un desiderio, dove ho avuto la possibilità di ascoltarmi e di guardarmi dentro: non capita sempre, lasceranno il segno».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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Mons. Giulio Zerbini figura attenta e sensibile

13 Set

Nel ventennale del ritorno alla Casa del Padre di mons. Giulio Zerbini (1925-2001), un incontro pubblico e un volume ricordano il sacerdote ferrarese

Mons. Giulio Zerbini

“Nella scia di un prete del secolo scorso” è il nome dell’appuntamento pubblico in programma in Biblioteca Ariostea il prossimo 23 settembre. Interverranno Alberto Andreoli, mons. Massimo Manservigi, don Enrico Peverada e don Andrea Zerbini. Quest’ultimo ha curato l’ultimo Quaderno del CEDOC dedicato al sacerdote

Riguardo al primo, si intitola “Nella scia di un prete del secolo scorso: mons. Giulio Zerbini (1925-2001)” l’appuntamento in programma giovedì 23 settembre alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara (via delle Scienze, 17). Interverranno Alberto Andreoli (Docente e ricercatore storico), mons. Massimo Manservigi (Vicario generale Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), don Enrico Peverada (Presidente del Centro Italiano di Studi Pomposiani) e don Andrea Zerbini (Presidente dell’Unità Pastorale Borgovado e nipote di mons. Giulio Zerbini).

Andreoli – promotore dell’evento e curatore nel 2002 de “I Buoni studi. Miscellanea in memoria di Mons. Giulio Zerbini”, 27° volume di “Analecta Pomposiana” – farà un breve intervento concentrandosi sugli interessi culturali ferraresi di mons. Zerbini. Gli abbiamo chiesto cos’ha rappresentato per lui il rapporto col sacerdote: «non sarei la persona che sono, non avrei percorso l’itinerario che ho percorso negli ultimi 50 anni, se non lo avessi incontrato. È stato un precettore e un amico. Da qui, il mio personale e forte interessamento affinché la sua figura sia ricordata. Una personalità, prosegue Andreoli, «molto importante non solo per me ma per tantissime persone, dentro e fuori la Chiesa. La vis polemica che emergeva nei suoi articoli su “La Voce” – conclude -, nel tempo è diventata la capacità di porsi come interlocutore attento agli equilibri e alle sensibilità dell’intera cittadinanza, imponendosi come figura sensibile ed esperta per credenti e non». Mentre mons. Manservigi e don Peverada proporranno un ricordo personale, don Andrea Zerbini presenterà la raccolta di scritti di suo zio, pubblicata un mese fa come ultimo quaderno del CEDOC SFR (Centro Documentazione Santa Francesca Romana). Il volume si intitola “Affectus Communionis, un servizio alla comunione ecclesiale”, ed è a cura di Dario Micheletti e dello stesso don Andrea Zerbini. È possibile leggerlo e scaricarlo gratuitamente a questo link: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad45.pdf Il testo, oltre a un’articolata introduzione di don Zerbini (di cui qui sotto pubblichiamo un estratto), ai testi e agli interventi dello zio (molti dei quali usciti su “La Voce”), contiene anche alcuni ricordi scritti negli anni da Carlo Pagnoni, don Franco Patruno e Gian Pietro Zerbini. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 settembre 2021

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Un modo diverso di vivere la comunione cristiana

5 Ott
Foto di Sergio Isler

La preghiera ecumenica svoltasi il 1° ottobre: nella campagna entro le Mura è stata l’Associazione Nuova “TerraViva” a ospitare l’incontro che ha visto riunite le diverse comunità cristiane del nostro territorio. Il coro moldavo ha accompagnato la preghiera

di Andrea Musacci
Foto di Sergio Isler

In un ambiente raccolto – un piccolo nido di legno protetto da una corona di alberi e piante – lo scorso 1° ottobre una cinquantina di persone si sono ritrovate, nella prima penombra della sera, per la preghiera ecumenica del Tempo del Creato.
Grazie alla felice intuizione dei nostri Uffici diocesani per l’ecumenismo e per la Salvaguardia del Creato, quest’anno, infatti, l’appuntamento di preghiera e meditazione con le diverse comunità cristiane si è svolto all’interno dell’area gestita dall’Associazione “Nuova TerraViva” di Ferrara. Attraverso un dedalo di strade asfaltate prima – da via delle Erbe -, di sentieri poi, proveniendo da piazza Ariostea in pochi minuti ci si ritrova nel pieno della campagna dentro le Mura, quella vasta area nel cuore di Ferrara nata dall’utopia di Biagio Rossetti. Dopo il saluto di Marcello Panzanini, alla Guida dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, è intervenuta Patrizia Spedo (foto a fianco), Presidente dell’Associazione ospitante che da 35 anni gestisce 4 ettari di verde, al cui interno l’area “Orti condivisi” è coltivata da soci e cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, e che vede anche la presenza di un allevamento di api e animali (capre, pecore, galline), un frutteto didattico e alcuni patriarchi/frutti antichi. Un esempio virtuoso di cura della natura e di una sua valorizzazione anche in senso pedagogico, viste le numerose attività ludiche e laboratoriali rivolte a bambini, ragazzi e persone con disagio.
Il momento di preghiera tra fratelli e sorelle cristiane è stato accompagnato da due magnifici canti (uno sulle Beatitudini, l’altro sul Gloria) eseguiti dal coro della comunità Ortodossa moldava “Uniti sub tricolor” (Uniti sotto il tricolore) – la bandiera della Moldavia -, coro composto da quindici donne e tre uomini, fra cui la guida padre Oleg Vascautan (foto in basso), il quale ha anche proposto una meditazione a partire dal passo del Libro dei Proverbi scelto per l’occasione (Pr 8,22-32). Passo, questo, che per padre Vascautan richiama a più riprese – in modo in parte misterioso – sia l’inizio di Genesi, sia alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni. Una profonda riflessione sulla creazione e sull’essere umano come prima creatura – dunque “privilegiata” e con una maggiore responsabilità – all’interno del disegno di Dio “architetto”, creatura che conosce il proprio Creatore anche attraverso le Sue opere. E che è chiamato a sviluppare la sapienza, ciò che lo rende simile a Lui. La preghiera è stata guidata da padre Vascautan, padre Vasile Jora (comunità Ortodossa rumena), padre Igor Onufrienko (Chiesa ortodossa russa), Luciano Sardi (Chiesa Evangelica Battista) e dal nostro Arcivescovo.
Nella sua meditazione mons. Perego ha preso le mosse da quell’invito del Signore ai discepoli, “Non preoccupatevi”. Un invito a «non preoccuparsi di mettere al primo posto le cose materiali, ma di non perdere la relazione filiale con il Signore, il Dio Creatore di tutte le cose, Padre nostro. Infatti, Dio, Creatore di tutte le cose – che vede crescere ogni cosa, veste l’erba del campo – Creatore dell’uomo e della donna, Padre, potrebbe abbandonare chi si affida a Lui, chi cerca di realizzare il suo Regno, il suo disegno di salvezza? È questa domanda che deve guidare la nostra fede e lo stile della nostra vita». «La costruzione del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace – ha proseguito -, non può essere indipendente dall’impegno per salvaguardare il creato, “il giardino” in cui il Signore ha posto l’uomo, la donna e tutte le creature. Da qui la necessità di riconoscere e leggere “Il Vangelo della creazione”, come una narrazione che accompagni l’educazione e la vita cristiana».
L’incontro in questo piccolo e refrigerante lembo di Creato si è concluso con un momento conviviale – grazie al rinfresco preparato dall’Associazione -, degno suggello di una comunione cristiana che prosegue nel suo complesso ma vivo sviluppo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Gettare ponti, contro i falsi “noi”

18 Feb

Una riflessione su comunicazione, conformismi e comunità 

mamma+bimbo afr“Siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana” è il titolo del Messaggio di Papa Francesco per la 53esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni, quest’anno in programma il 2 giugno.
Proprio l’immagine della rete – virtuale o non – richiama per sua natura la presenza di nodi tendenzialmente posti allo stesso livello, creando un’orizzontalità plurale e non gerarchica, donando un’idea di comunione, di (cor)responsabilità (tutti sono responsabili, e lo sono assieme), di dialogo e di ascolto. E proprio il termine “ascolto” richiama un atteggiamento di attesa paziente e di umiltà, caratteri ai quali tante volte i giornalisti, e gli stessi “internauti”, dovrebbero ritornare con maggiore consapevolezza.
Anche in politica spesso purtroppo oggi il ricevere ampi consensi quasi mai si accompagna alla costruzione nel tempo – lenta e complessa – di un autentico “noi”, di collettività, di comunità.
Quel che si vede è, purtroppo, l’affermarsi di un “noi” fittizio, fatto di individualismi e solitudini spesso tristi e rancorose, accomunate dall’avversione verso un “loro” (altrettanto inesistente come uniformità), verso qualsiasi diversità. Un tale “noi” non può che dar vita – come avviene di fatto – a nuovi e pericolosi processi e gerarchie (antropologiche, razziali, culturali), contraddicendo così l’orizzontalità democratica e plurale, tipica della Rete. Scrive al riguardo papa Francesco: “È a tutti evidente come, nello scenario attuale, la social network community non sia automaticamente sinonimo di comunità. Nei casi migliori le community riescono a dare prova di coesione e solidarietà, ma spesso rimangono solo aggregati di individui che si riconoscono intorno a interessi o argomenti caratterizzati da legami deboli. Inoltre, nel social web troppe volte l’identità si fonda sulla contrapposizione nei confronti dell’altro, dell’estraneo al gruppo: ci si definisce a partire da ciò che divide piuttosto che da ciò che unisce, dando spazio al sospetto e allo sfogo di ogni tipo di pregiudizio (etnico, sessuale, religioso, e altri)”.
Di fronte a questo fenomeno è utile, come giornalisti e operatori della comunicazione, tornare a un ascolto e a un incontro reali – che, come detto, richiede tempo, pazienza e umiltà – e al desiderio di gettare ponti. Ponti che, per loro natura, sono orizzontali e creano orizzonti, senza rinunciare ad elevarsi dalla monòcromia, spesso saccente e carica di rabbia, tipica dei conformismi. Uno dei compiti urgenti del giornalista oggi potrebbe essere così delineato: connettere e ricucire, diventare nodo di pace nelle comunità, virtuali e non, tornare a gettare ponti, ridare dinamismo alle pluralità della Rete e della società, ridando vita a insperati orizzonti di senso. Il papa ci ricorda al riguardo che: “Così possiamo passare dalla diagnosi alla terapia: aprendo la strada al dialogo, all’incontro, al sorriso, alla carezza… Questa è la rete che vogliamo. Una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere. La Chiesa stessa è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui ‘like’, ma sulla verità, sull’’amen’, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

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Condivisione pubblico-privato per combattere la povertà

14 Gen

Un incontro nel Muncipio di Ferrara il 12 gennaio scorso

[Qui la pagina col servizio]

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Pubblico e privato, mondo laico e mondo cattolico: la realtà della prossimità e dell’accoglienza a ogni forma di povertà e di emarginazione, nel Comune di Ferrara è più che sinergica. E’ un vero e proprio mosaico che – fra tanti aspetti di debolezza, quotidianamente, spesso dimenticato dai talk show mediatici – mettono in atto azioni concrete a breve e a lungo termine per aiutare singoli e famiglie in difficoltà.
Di questo si è parlato la mattina di sabato 12 gennaio nella Sala dell’Arengo del Municipio di Ferrara, nell’incontro “Povertà a Ferrara: intendiamoci”, moderato da Camilla Ghedini, promosso da Comune di Ferrara in collaborazione con ASP – Centro Servizi alla Persona, Agire Sociale, Cooperativa Matteo 25, Centro Solidarietà Carità, Il Mantello Ferrara, Associazione Viale K, Associazione Nadiya, Gruppo locale Monsignor Franceschi, Servizio Accoglienza alla Vita e Caritas. Il contributo di diverse associazioni ferraresi impegnate al contrasto della povertà è stato presentato attraverso video proiettati fra un intervento e l’altro.
Un centinaio i presenti all’evento che ha visto innanzitutto il saluto del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani. “La povertà – sono state le sue parole – non riguarda solo la mancanza economica, ma la fragilità sociale, relazionale, tutto ciò che non permette la piena promozione della dignità umana. Nel nostro Paese, purtroppo, alcuni presìdi sono venuti meno – si pensi ad esempio ai piccoli ospedali o ai piccoli uffici postali che vengono chiusi – però, nel nostro stesso territorio sono aumentate le realtà associative, laiche e cattoliche. Ciò è molto importante – ha proseguito – , perché nessuna politica, come quelle sociali, ha bisogno di essere declinata soprattutto a livello territoriale, locale, nel rapporto stretto sul territorio con le persone, nelle ’trincee’ della vita relazionale quotidiana. Cerchiamo quindi di continuare a costruire una città che difenda fino all’ultimo il diritto ad aiutare chi maggiormente ha bisogno”.
L’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Mons. Gian Carlo Perego ha poi spiegato come “le previsioni ci dicono che nei prossimi anni Ferrara avrà più poveri”, soprattutto giovani, anziani e immigrati. “Per questo è molto importante lavorare insieme, leggendo realisticamente la situazione concreta, e mettendo in atto una vera e propria condivisione dei beni, ad esempio con progetti di mutuo soccorso”.
“Strumenti nazionali e regionali di sostegno alla povertà e all’inclusione lavorativa: quali risposte a Ferrara?” è stato invece il titolo del duplice intervento di Chiara Polloni e Antonella Parisi, Assistenti Sociali di ASP Centro Servizi alla Persona di Ferrara: innanzitutto, sono state illustrate le due principali misure di contrasto alla poverta, vale a dire il REI (Reddito di Inclusione, nazionale) e il RES (Reddito di Solidarietà, regionale), “che hanno permesso di intercettare un numero maggiore di adulti, minori e anziani bisognosi. Come ASP – hanno spiegato – oltre al sostegno economico puntiamo molto anche sull’ascolto dei bisogni, sulla ricerca di soluzioni, attraverso <+nero>una progettazione personalizzata, ad esempio con l’orientamento al lavoro, tirocini inclusivi, aiuto nella gestione delle spese, inserimento nel contesto socio-culturale, e altre forme di assistenza, ad esempio nella fruizione dei servizi”.
Infine, le conclusioni sono state affidate a Chiara Sapigni, Assessore alla Sanità, Servizi alla Persona, Politiche Familiari del Comune di Ferrara: “ci è voluto del tempo – ha riflettuto – per comprendere e riconoscere che la povertà riguarda anche fasce di persone spesso invisibili. Importante è affrontare tutto ciò insieme, nella condivisione, facendo sistema, riprendendo in modo stabile la collaborazione tra di noi su questi temi. Come Amministrazione comunale abbiamo ad esempio realizzato il Piano Povertà e cerchiamo di stimolare il mondo produttivo a fare di più per l’inserimento lavorativo di persone disagiate”.

I dati a Ferrara

“Le condizioni di vita delle famiglie a Ferrara in riferimento al tema povertà” si è intitolato l’intervento tenuto da Caterina Malucelli – Ufficio statistica del Comune di Ferrara, nella mattinata del 12 gennaio scorso. Innanzitutto, alcuni dati dall’Annuario statistico comunale 2017: dal 2009 al 2014 sono stati anni difficili per l’occupazione, ma dal 2015 si osservano segnali di ripresa: diminuiscono le persone in cerca di occupazione, e sono meno i lavoratori in cassa integrazione (300, erano 1.700 nel 2014). Il tasso di disoccupazione nel 2017 cala dal 13,6% del 2014 al 10,8%, dopo la costante crescita osservata dal 2008 al 2014. Il numero di sfratti esecutivi (principalmente per morosità) che erano 245 nel 2013, sono stati in numero inferiore: nel 2017 168 sfratti, 24 in meno rispetto al 2016.
La Malucelli ha presentato in anteprima l’indagine “Povertà a Ferrara 2008-2018”, non ancora pubblicata, basata su campioni di residenti nel Comune di Ferrara. Risulta innanzitutto come il 53% delle famiglie spende totalmente il reddito che percepisce in un anno, non riuscendo quindi a risparmiare (a livello nazionale è addirittura il 70%). Una famiglia su 5 ha difficoltà soprattutto a sostenere le spese mediche, poi le tasse, le spese per abbigliamento e trasporti. Per quanto riguarda la povertà relativa, nel 2009 era del 9,3%, nel 2018 è scesa del 6,7% e riguarda 4.364 famiglie. Le famiglie più a rischio povertà o povere sono quelle con minori, straniere, o anziani soli, o in generale, le donne e le persone divorziate. Nel 2017 sono stati stipulati 30 accordi di separazione tra coniugi e 59 accordi di
divorzio. Infine, continua ad aumentare il numero di famiglie unipersonali, che rappresentano il 40,9% delle totali.

I dati regionali

“Coraggio alzati!” è il nome del nuovo Rapporto regionale sulle povertà 2017-2018 presentato la mattina del 12 gennaio in Municipio da Sauro Bandi, Direttore della Caritas diocesana di Forlì e responsabile del coordinamento regionale Caritas. I dati presenti nel Rapporto fanno riferimento alle sole persone incontrate nei 15 Centri di Ascolto diocesani, nell’anno 2017 e nel I semestre 2018.
Sono oltre 64.300 le persone aiutate dalle Caritas diocesane e parrocchiali presenti su tutto il territorio regionale dell’Emilia-Romagna, circa 20.000 minori. I dati confermano la situazione fotografata dai dati ufficiali Istat che dichiarano il rischio di povertà ed esclusione sociale in regione al 16,1% nel 2016 (dal 13,3% del 2007) e affermano che la povertà assoluta si attesta al 3,3%, pari a circa 65.000 individui.
Si registra una diminuzione delle persone incontrate – andamento che si sta confermando anche nel 2018 – si è passati da 17.120 nel 2015 a 14.633 nel 2017. Le cause di ciò sono tre: calo degli immigrati incontrati, in quanto diversi di loro si sono spostati in altre città di Europa, o sono tornati in patria; propagarsi di azioni e progetti nuovi messi in atto sia dalle Caritas diocesane che da quelle parrocchiali; per l’implementazione di alcune misure di sostegno al reddito, come SIA, REI e RES.
La percentuale degli italiani resta stabile al 31%, ma si registra un aumento di uomini che hanno un’età compresa tra i 50 e i 60 anni che faticano a trovare un’occupazione e sono ancora lontani dalla pensione; spesso vivono in solitudine perché hanno visto fallire i propri rapporti coniugali o perché sono deceduti i genitori; diversi sono finiti a vivere in strada, anche perché l’Emilia-Romagna è tra le regioni con gli affitti più alti di Italia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019